La scrittura è un lavoro per ricchi. Puoi diventare uno scrittore solo se te lo puoi permettere.

La scrittura è un lavoro per ricchi

Scrivo questo post con un retrogusto un po’ amaro, dopo averci pensato su per quasi quattro mesi, mentre cercavo in maniera ostinata un po’ di zucchero o del dolcificante. Più per me che per voi.
Da quando ho aperto questo blog e iniziato un approccio alla scrittura più serio, togliendo dal cassetto quel sogno per rincorrerlo attivamente, senza ingenuità ma con parecchio impegno e fatica, ho avuto un po’ il sospetto che la scrittura non fosse poi alla portata di tutti.

Parliamo di scrivere per essere pubblicati. Non credo sareste altrimenti qui a leggere nemmeno questo post, se il vostro interesse fosse solo di riporre qualche pensiero in un taccuino e lasciarlo giacere in un angolo della vostra scrivania, protetto dagli occhi indiscreti dei lettori, o condividerli giusto con i vostri cari per qualche ricorrenza.

Da allora, e sono passati già quattro anni, ho avuto modo di studiare i processi editoriali, anche leggendo le avventure di altri blogger con laboratori di scrittura e concorsi letterari, con pubblicazioni tramite case editrici di diverse dimensioni e organizzazione, con il self-publishing di qualità e la promozione serrata sui social media. Ho osservato da vicino tutte le difficoltà che si trova ad affrontare un autore esordiente, e pure quelle di uno scrittore avviato ma non così famoso presso il grande pubblico.

Perché affermare dunque che la scrittura è un lavoro per ricchi?
La scrittura creativa necessita di tempo (tempo per scrivere, e il tempo è denaro) e competenze (che richiedono a loro volta tempo per essere assimilate oppure denaro per acquistarle da professionisti). Quindi alla fine la scrittura richiede denaro.

Prima di tutto c’è l’atto dello scrivere, per cui abbiamo bisogno del sostegno in ambito famigliare per poterci ritagliare la calma e mettere in ordine le nostre parole in un testo concreto. Se poi non ci sentiamo forti delle nostre capacità, possiamo iscriverci ad un corso di scrittura per migliorare lo stile e il metodo, ma anche questo presuppone un investimento economico in tempo e denaro.
Quando riusciamo a terminare il manoscritto, dobbiamo capire che strada vogliamo percorrere e renderci conto quant’è difficile pubblicare un libro, tra il costo di un editing o di un’agenzia letteraria per giungere alla porta delle case editrici o le spese per l’autopubblicazione, dove l’autore deve farsi carico di tutte le figure professionali della scrittura se vuole mandare in stampa un romanzo di qualità.

Per entrambi i casi, abbiamo già visto insieme quali sono al giorno d’oggi le diverse competenze richieste dalla scrittura. Potreste ribattere che uno scrittore deve occuparsi solo di scrittura, non di marketing né tanto meno di social media o di organizzare eventi in libreria, ma anche le case editrici di spessore prediligono una partecipazione attiva alla promozione. Che piaccia o meno, questa è la situazione del mercato editoriale e gli autori che vi si adattano avranno maggiori possibilità di raggiungere il proprio obiettivo di pubblicazione.

Se poi mi guardo intorno, chi riesce bene nella scrittura sono effettivamente persone che hanno a disposizione più tempo o una gestione migliore dei propri orari: casalinghe o inoccupati, impiegati ad orario ridotto, insegnanti, turnisti, liberi professionisti, studenti, pensionati. Anch’io mi ritengo una persona “ricca di tempo” non avendo figli da accudire, ma per contro ho un lavoro a tempo pieno che mi lascia poco spazio e quiete, e proprio per migliorare la situazione ho cambiato società lo scorso novembre, per poi scoprire amaramente che i nuovi contratti nazionali ci hanno rubato il tempo libero.

Comunque pensavo che questa fosse solo la situazione del mercato editoriale italiano, che soffre dell’eccesso di offerta (nuovi scrittori e nuovi libri, circa 78.000 nuovi titoli pubblicati ogni anno, stando agli ultimi dati del’AIE sull’editoria) contro una mancanza di domanda (pochissimi lettori o lettori deboli, solo il 36% degli italiani legge più di 3 libri all’anno, sempre dai dati dell’AIE sopra menzionati). Diventa più difficile pubblicare e quasi impossibile vivere di sola scrittura.

Poi però mi sono trovata a leggere un articolo del The Guardian sul mercato editoriale americano e il mio sospetto è diventato una certezza sgomenta…

 

Puoi diventare uno scrittore solo se te lo puoi permettere

Sono lontani i tempi in cui uno scrittore veniva addirittura pagato per smettere, come John Cleland per il suo peccaminoso Fanny Hill. Oggi diventare uno scrittore è un investimento, o una scommessa rischiosa, su se stessi.

Quando si accarezza il sogno di una vita da scrittore, si pensa che basti scrivere un romanzo (come se fosse banale scriverne uno, con una storia originale e una trama avvincente!) e inviare il manoscritto via mail alle case editrici, che sono lì apposta in attesa di nuovi testi e nuovi autori da lanciare sul mercato. Niente di più semplice, no?
No, appunto.

Le case editrici cosiddette Big (Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli, Einaudi, Giunti, Longanesi, Adelphi, Fazi, Newton Compton, ecc.) non accettano manoscritti direttamente, si passa tramite un’agenzia di rappresentanza, pagando ovviamente e sempre che accettino di rappresentarci. Anche loro infatti ricevono talmente tanto materiale che non è umanamente possibile vagliarlo tutto. Qualche agenzia apre il proprio portale all’invio dei manoscritti solo per pochi minuti all’inizio di ogni mese, come Laura Ceccacci Agency, tanto per darvi un’idea.

Le case editrici medio-piccole, probabilmente le uniche in questo momento a impegnarsi davvero nello scouting di nuovi talenti, chiedono comunque all’autore di aiutarle nella promozione del romanzo. Questo si traduce in costi di sponsorizzazioni sui social media o organizzazione di presentazioni in libreria o partecipazione ad altri eventi culturali in giro per la penisola italiana. Va da sé che potendo scegliere tra una vasta platea di esordienti, queste case editrici prediligano persone che già si muovono in rete con un certo numero di contatti, possibili acquirenti del futuro libro. Chi sceglierebbe un cavallo esteticamente perfetto, ma scarso alla corsa, per una gara di velocità all’ippodromo, in mezzo a tanti altri campioni?

Se invece vi chiedono proprio soldi per pubblicare il vostro libro, anche sotto forma di acquisto di un determinato numero di copie, contributo per la lettura, l’editing o il marketing, lasciate perdere: la chiamano EAP, Editoria A Pagamento, anche se non sarebbe nemmeno “editoria” ma semplice stampa di libri (e loro vi rigirano totalmente il costo di stampa vero e proprio), alla quale spesso manca l’elemento più importante, la distribuzione per le librerie fisiche.

Potreste pensare che il futuro è nell’autopubblicazione o self-publishing, l’autore diventa imprenditore di se stesso e decide di pubblicare da solo le proprie opere. Forse avete ragione, che questa sia la nuova frontiera dell’editoria, ma il self-publishing non è per tutti. Il self-publishing richiede una caparbietà inesauribile, moltissimo tempo in aggiunta (quello che avrebbe impegnato per voi la casa editrice) e/o un investimento iniziale in denaro, se si vuole un risultato di qualità (per pagare un editing, un grafico per la copertina del libro, il consulente di social marketing, ecc.)
Soprattutto il self-publishing non garantisce guadagni: come qualsiasi nuova impresa, potrebbero occorrere anni prima di rientrare del capitale iniziale conferito.

Uno dei post più lucidi sui risultati numerici del self-publishing è quello di Grazia Gironella, che mette nero su bianco tutto il percorso con uno dei suoi romanzi, Cercando Goran, tradotto anche in lingua inglese per il mercato estero: Bilancio di un romanzo
Tenete anche conto che Grazia nel 2013 fu tra i finalisti del Torneo IoScrittore proprio con la prima edizione dello stesso romanzo, Due vite possono bastare, che venne pubblicato dal gruppo Mauri Spagnol in versione digitale. Davvero interessante, per non dire sconfortante, il confronto con l’editoria tradizionale.

E i concorsi che promettono di pubblicarvi?
Il DeA Planeta, il concorsone con un primo premio di 150.000 euro e la pubblicazione di tutti i finalisti (e si vocifera anche di qualche classificato non finalista), alla sua seconda edizione ha perso qualsiasi credibilità, attestata anche da un minor numero di opere iscritte alla gara.
La prima edizione fu vinta da Simona Sparaco, con un’opera presentata protetta dallo pseudonimo Diego Tommasini. Molti hanno avuto da ridire che un concorso annunciato per scoprire nuovi talenti abbia alla fine premiato un’autrice ben avviata, finalista al Premio Strega 2013, pubblicata da una casa editrice di prim’ordine, Giunti, e moglie di un altro scrittore affermato, Massimo Gramellini.
Sarebbe potuto essere solo un caso, ma la seconda edizione ha consegnato la vincita a Federica De Paolis, già autrice di alcuni romanzi pubblicati da Fazi, Bompiani e Mondadori, che ha partecipato al concorso nascosta da un altro pseudonimo.

Partecipare ad un concorso di questo tipo, dove siete in gara con autori già affermati, richiede testi di un certo livello e questo implica un minimo di denaro anticipato nell’editing. Non è obbligatorio, sia chiaro, ma se volete avere qualche possibilità dovete giocarvi al meglio tutte le carte disponibili.

Che fare in mezzo a tutto questo caos?
Come insegna Horacio Pagani, il costruttore delle auto più belle al mondo, per raggiungere il proprio sogno occorrono 90% lavoro e 10% talento, ma soprattutto i sogni chiedono rispetto, non abbandonarli alla prima difficoltà.

Allora apri un blog intanto, perché avere un contatto diretto con i propri lettori può essere una buona partenza, migliore di una conversazione veloce sui social media che male si affianca al tema riflessivo della scrittura. Sull’importanza del blog e di farsi in rete ne ho già parlato in questo articolo, Il valore del blog per lo scrittore (anche se per qualcuno il blog uccide la scrittura. Vero o falso?)

Anche il blog purtroppo richiede impegno per dare qualche frutto, sia in termini di tempo che di denaro: tempo per scriverne i contenuti, per rispondere ai commenti dei lettori, per diffonderlo nei social media, e denaro (o tempo se volete fare da soli) per gestirlo a livello tecnico, come sito e funzionalità per l’utente, come presenza all’interno dei motori di ricerca (La SEO per il tuo blog autore (non) è una faticaccia ma bisogna comunque mettersi lì e leggere un paio di manuali).

Alla fine, in qualsiasi modo si voglia ragionare, scrivere è un lavoro (o un hobby?) alquanto dispendioso, riservato a pochi.
In qualche modo però, ero davvero convinta che questa situazione fosse circoscritta solo al mercato editoriale italiano.

La scrittura è un lavoro per ricchi
anche nel mercato americano

A fine febbraio mi sono imbattuta in questo articolo del The Guardian: A dirty secret: you can only be a writer if you can afford it (trad. Un segreto sporco: puoi essere uno scrittore solo se te lo puoi permettere)
L’autrice dell’articolo, Lynn Steger Strong, ha conseguito un MFA, Master of Fine Arts, della Columbia University ed è insegnante di scrittura creativa. Parte da se stessa, ammettendo di essere arrivata alla laurea e in seguito alla scrittura grazie al denaro di altri, prima con l’aiuto dei propri genitori e delle borse di studio, poi con il lavoro del marito che ancora sostiene le spese della famiglia. Da altri amici e colleghi, le giungono testimonianze simili: l’eredità di un nonno, gli assegni famigliari mensili, il compagno che è un avvocato ben pagato, un ex capo che si affeziona e anticipa il debito universitario.

Prima di una conferenza con altri romanzieri, uno di questi le rivelò di aver assunto un pubblicista privato per promuovere il suo ultimo libro, gli era costato tutto l’anticipo dell’editore ma l’aveva portato ad un talk show televisivo molto seguito. Questo scrittore era un insegnante come la nostra protagonista e non poteva guadagnare più di lei, tra 1.500 e 3.000 dollari per un corso da sei a otto settimane, senza contare le trasferte per la promozione, e l’anticipo già consumato. Eppure durante la conferenza, incontro rivolto proprio agli aspiranti scrittori, questo romanziere dichiarò di vivere esclusivamente di scrittura e insegnamento. Non era chiaro se nella scrittura comprendeva attività di freelance come il copywriting, ma suonava come una bugia.
Ai suoi studenti, Lynn spiega che non è la scrittura ciò che mantiene queste persone serene, vestite e nutrite.

Secondo uno studio del 2018 della Authors Guild, la più antica e grande organizzazione professionale di scrittori degli Stati Uniti, il reddito medio di tutti gli autori pubblicati per tutte le attività legate alla scrittura è stato di $ 6.080 nel 2017 (5.410 euro al cambio odierno), in calo rispetto a $ 10.500 nel 2009 (9.344 euro); mentre il reddito medio per tutti gli autori pubblicati basato esclusivamente sulle attività relative ai libri è passato da $ 3.900 (3.470 euro) a $ 3.100 (2.759 euro), in calo del 21%. Circa il 25% degli autori ha guadagnato $ 0 di reddito nel 2017.
Trovate il report completo qui: Authors Guild Survey Shows Drastic 42 Percent Decline in Authors Earnings in Last Decade (tra l’altro, una delle cause nominate di questi bassi redditi è la commercializzazione selvaggia da parte degli editori dei libri di personaggi famosi, a discapito di romanzi di esordienti o scrittori meno conosciuti… vi dice nulla?)

Come spiega Lynn, non c’è nulla di più necessario nel lavoro creativo a lungo termine del tempo e dello spazio – queste cose costano denaro – e il fatto che alcune persone ne abbiano accesso per ragioni spesso al di fuori del loro controllo continua a creare un ecosistema in cui il tenore delle voci che ascoltiamo rimane simile. Non c’è da meravigliarsi, dice spesso agli studenti, che gran parte del canone letterario riguardi i bianchi ricchi. Chi altro, dopo tutto, ha il tempo e lo spazio per finire un libro? Chi altro, dopo tutto, mentre esce il libro, ha il tempo, lo spazio e i soldi per promuovere e pubblicizzare quello stesso libro?

“Vi è la perpetuazione di un’illusione che rende sostenibile una scelta di vita insostenibile, che rende i risultati specifici di individui particolari più remunerativi di quanto non siano realmente. C’è la sensazione che le scelte che abbiamo fatto al di fuori della scrittura: con chi ci siamo sposati, con o senza figli, con le famiglie con cui siamo nati, ostacoleranno per sempre la nostra capacità di fare un buon lavoro.”

Così quando gli studenti le chiedono un consiglio su come diventare uno scrittore, lei suggerisce di cercarsi un lavoro che dia anche tempo e spazio per scrivere, un lavoro che, se fosse lo stesso tra 10 anni, non li renda tristi. Si preoccupa che i suoi studenti credano che questo significhi lei ritenga le loro capacità scarse o che non sia convinta che diventeranno scrittori nella maniera in cui immaginano, ma questo avviso è proprio per cercare di aiutarli a sostenersi economicamente abbastanza per poter scrivere in libertà.
Fare lo scrittore è una scelta, dopo tutto. Ma dev’essere una scelta consapevole.

Che ne pensate?

Ditemi che mi sbaglio, ditemi che c’è ancora la possibilità che la scrittura sia concessa a tutti.
Raccontatemi di come la scrittura creativa può davvero diventare un mestiere, senza dover chiedere il sostegno a fondo perduto a chi ci vuole bene. Spiegatemi come si può conciliare la scrittura con un impiego che paghi le bollette ogni fine del mese.
Ma forse l’errore è proprio nel titolo.
La scrittura non è un lavoro. La scrittura è una vocazione. 😉

Comments (42)

Sandra

Giu 28, 2020 at 7:02 PM

Purtroppo è così, salvo eccezioni talmente rare da non fare testo.
Quando autori mi dicono sia normale inviare pagandole di tasca propria copie cartacee ai blogger per promozione inorridisco, ad esempio.
Ci sono spese che uno affronta anche, diciamo che se è una passione per le proprie passioni è normale spendere. Giochi a tennis? Racchetta, palline, lezioni, affitto del campo, il primo esempio che mi viene, ma se giochi a tennis per puro diventimento difficilmente penserai di farne una professione.
Personalmente dopo 10 anni di pubblicazione, in cui davvero non ho mai pensato di viverci, ora mi ritrovo a fare i conti con eventuali spese di promozione che non intendo sostenere, a fronte di quanto ho già speso per migliorarmi tra corsi, schede di valutazione, editing, quindi venderò pochissimo.

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:20 PM

Mi viene da sorridere perché hai proprio tirato fuori il tennis, uno degli sport che ho praticato proprio per passione (e chissà se tornerò in campo…). Per cui posso dirti che una racchetta decente costa sugli 80 euro, un tubo di palline 5 euro, le scarpe non meno di 120 euro (le mie Nike Air Max sono ancora indistruttibili dopo un decennio), aggiungi altri 15 euro di polsiere, e poi l’abbigliamento, maglietta/polo tecnica, pantaloncini o gonnellino con le tasche per le palline, calzetti in cotone (anche quelli fanno la differenza), il borsone portaracchette, altri 50/60 euro. Ma il punto difficile è trovare chi gioca con te e il costo del campo, dai 15 ai 25 euro/ora per un campo in terra rossa + supplemento luce la sera.
Come dici tu, se lo fai per passione ti viene naturale spendere qualcosina, per puro tuo divertimento. Allora però torniamo al punto che non è un lavoro e non ci si attende remunerazione. 🙂

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Grazia Gironella

Giu 28, 2020 at 8:34 PM

Non posso confortarti, anche se da parte mia vivo la situazione con molta serenità al momento, vuoi perché sono inoccupata (ma nei primi anni di scrittura non lo ero) e quindi privilegiata, vuoi perché ho capito come funziona questo mondo e sto imparando ad accettarlo. Do assolutamente ragione a Lynn Steger Strong: non si può contare sulla scrittura come mezzo di sostentamento, ma nemmeno di miglioramento del proprio tenore di vita, salvo eccezioni. Dedico alla scrittura una quantità enorme di tempo, imponendo anche alla famiglia dei sacrifici (se una cosa non la fai tu, la dovrà fare qualcun altro…), ma vedo bene che i passi avanti sono piccoli e lenti, al punto da far sembrare un’assurdità il continuare a scrivere. Eppure scrivo, e continuo a divertirmi nel farlo. Evidentemente c’è un valore che va oltre quello economico, però è una passione che ti impronta la vita. (Grazie di esserti collegata al mio articolo. 🙂 )

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Grazia Gironella

Giu 28, 2020 at 8:44 PM

Dimenticavo: non partiamo dal presupposto che sia sempre necessario spendere soldi per tutto. Tempo, di sicuro. Editing e copertina sono affrontabili anche da soli, per esempio sulla base dei pareri dei beta-reader, in molti casi con buoni risultati. Nemmeno l’editing migliore del mondo ti garantisce di avere una chance con gli editori importanti. Quindi sì, si cerca di giocare al meglio le proprie carte, ma non sempre cercare la perfezione ci dà realmente delle possibilità in più. Secondo me vale di più che l’editore cerchi in quel momento un romanzo per una specifica collana che non il fatto di avere lucidato la storia fino all’inverosimile, per dire.

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:20 PM

Grazie a te di averlo scritto quell’articolo! Perché se non si mette nero su bianco come stanno le cose nel mondo editoriale, ed è pure l’intento di questo post, ci saranno sempre gli sfortunati che cadranno nella tela dell’EAP e nell’illusione di una vita scrittoria milionaria. Come afferma Lynn Steger Strong: in pochi hanno il coraggio di dire la verità.
Che editing e copertina e aggiungiamoci gestione del blog e dei social si possano affrontare da soli, sì certo. Ma sono sempre competenze da acquisire, che richiedono tempo, e il tempo è denaro proprio perché se una cosa non la fai tu, la dovrà fare qualcun’altro… una babysitter, una domestica, un famigliare, una segretaria, un consulente.

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Elena

Giu 28, 2020 at 8:45 PM

“Se poi mi guardo intorno, chi riesce bene nella scrittura sono effettivamente persone che hanno a disposizione più tempo o una gestione migliore dei propri orari: casalinghe o inoccupati, impiegati ad orario ridotto, insegnanti, turnisti, liberi professionisti, studenti, pensionati”
Quoto, è proprio così. La scrittura non è per tutti per molte ragioni: serve talento, che non si impara sui libri, una volta riconosciuto bisogna alimentarlo (e allora sì che bisogna studiare per applicarlo e non sprecarlo) e poi tanta pazienza e investimento per pubblicare.
Forse non dobbiamo parlare della scrittura come lavoro per ricchi, ma essere pubblicati è un lavoro per ricchi.
Cioè bisogna investire, da un lato denaro e dall’altro tempo (che è pur sempre denaro).
Sento un po’ di pessimismo, forse qualche delusione Barbara?
Io da tempo ho preso la mia decisione: scrivo per il piacere di essere letta. I numeri mi interessano ma non mi ci impicco. Le vendite? Idem.
La gente mi legge e io lo so perché quando la incontro me lo dice. Non è bellissimo? E io non sono nemmeno poi così brava… Insomma, facciamo le cose con il cuore e prendiamo il mercato editoriale per quello che è: un mercato. Dove vige , come altrove, la legge del più forte, il più noto, il più sostenuto, il più blasonato ecc. ecc.
E poi ci siamo noi.
Che siamo felici di scrivere perché anche se va male campiamo d’altro e non siamo ricattabili. Nemmeno questo è da buttare, non trovi?

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:21 PM

Tutt’altro che pessimismo il mio! E nemmeno delusioni, anzi, dal punto di vista scrittura in questo periodo strano ho in realtà ricevuto tantissimo, proprio dai lettori! 🙂
La mia è piuttosto una consapevolezza inconscia, che ora scrivo qui per tutti quelli che ancora si affacciano alla scrittura con l’idea del sogno del cassetto, proprio per seguire l’esempio dell’autrice dell’articolo del Guardian. Ci sono troppi scrittori che alimentano l’illusione a suon di verità nascoste, sottaciute. Diciamolo chiaro: nemmeno certi bestseller italiani fanno vivere i loro autori di pura e mera scrittura, ci devono aggiungere le comparsate in televisione, le interviste sui giornali, la partecipazione come giudice ai talent show o come concorrente ai reality, o convertire il romanzo in una sceneggiatura per il cinema, che paga molto di più.
In quanto a me, l’ho sempre detto che è un percorso lungo, un progetto che richiede perseveranza per anni, e mi spiace anche per i blogger che abbiamo perso per strada. Ecco, qui sta forse il nucleo dell’amarezza, aver visto persone che il talento l’avevano, la sensibilità pure, la strada intrapresa per bene, ma hanno dovuto abbandonare per problemi economici. Questo è davvero triste.
Per il resto, io sono una peaker, non posso mollare! Quello là sennò viene a prendermi a calci nel sedere direttamente dalla Scozia! XD

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Giulia Mancini

Giu 28, 2020 at 10:40 PM

La scrittura è una passione per ricchi, come darti torto, non si riesce a vivere di scrittura, forse qualcuno sì, per esempio Stephen King, la Rowling e qualcun altro…
Dal 2014 sto cercando di seguire questa passione e in questi anni ho imparato molto, dedicando sempre più tempo alla scrittura, sottraendo tempo alla vita, visto che ho un lavoro a tempo pieno, un lavoro sempre più vorace e invadente, per questo non so per quanto tempo ancora avrò la forza di continuare con la scrittura…

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:22 PM

Purtroppo Giulia anche per certi esempi si ricorda sempre il risultato, dimenticando quello che c’è stato prima. Stephen King è diventato scrittore in altri anni, quando forse c’era meno concorrenza, e comunque ha vissuto in una roulotte con l’intera famiglia, e scriveva la sera o la notte, dopo turni massacranti da operaio. Il primo assegno per Carrie arrivò giusto a coprire le spese mediche del figlio malato. Anche la Rowling non ha avuto una vita semplice, tanto da arrivare a dire che il fallimento stesso l’ha salvata nel suo piccolo libro Buona vita a tutti.
Divorziata, ragazza madre, senza casa, viveva di sussistenza e ospitata dalla sorella, eppure ha scritto il suo miglior capolavoro. Continuando a crederci anche dopo 12 rifiuti di diverse case editrici.
Non so quanti oggi sarebbero disposti a tali sacrifici.

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vittorio Beggi

Giu 28, 2020 at 11:03 PM

Adesso fai un attimo di pausa dalla scrittura. Chiudi gli occhi e pensa che nel medesimo posto ci sia un qualsiasi altro “creativo”. Magari uno sviluppatore.
Qualcuno, insomma, spinto da un impulso diverso dal “vile denaro” e scoprirai che, alla fin fine, è uno che pagherebbe per fare il lavoro che fa. Prova ne sia che, se ce l’ ha, riversa i guadagni del “posto fisso” nella propria passione.
Ecco… non credo sia relativo solamente alla scrittura.
Chi ce l’ ha, lo ha nel DNA, nel karma, nel profondo, nel subconscio, nel sangue. Dove preferisci.
E se si oppone al destino, troppo spesso il prezzo è un’ infelicità subdola e appiccicosa. Se non si oppone il prezzo, altrettanto spesso, è l’ indigenza.
Perchè, oltre al talento, al denaro, all’ impegno, ci vuole anche una discreta dose di culo.

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:22 PM

Non lo dire troppo forte, che gli sviluppatori pagherebbero per fare il lavoro che fanno, per carità! Non farti sentire, sennò siamo rovinati! XD

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Marco

Giu 29, 2020 at 7:26 AM

Ciascuno è libero di scrivere tutto quello che vuole, quindi sì, è concessa a tutti. Il successo è solo un incidente che capita ogni tanto a qualcuno. Nella maggior parte dei casi non accade nulla. Probabilmente è una vocazione, o forse è solo un’illusione? Credo che per rispondere sia necessario… Scrivere 🙂

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:22 PM

Scrivere è concesso a tutti, pubblicare un po’ meno ma fattibile, pubblicare e vendere tanto è come vincere la lotteria. 😉

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Brunilde

Giu 29, 2020 at 10:47 AM

Non basta essere ricchi e non dover lavorare per avere successo con la scrittura, come non basta avere talento, passione e idee originali. Ci vogliono una buona dose di fortuna ( con la C maiuscala ), un favorevole allineamento di pianeti, perseveranza certo, e anche lavoro, passione e studio, e chissà cos’altro…
Al di là degli umani momenti di sconforto, dobbiamo al nostro lavoro creativo, alle nostre storie e a noi stessi rispetto e fiducia. Comunque vada, anche senza best seller, scrivere è un privilegio e un dono, una passione che ci rende diversi e forse più vivi, quindi …avanti tutta.

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:23 PM

Per dirla alla Woody Allen, “il denaro non fa la felicità, figuriamoci la miseria”.
Sono d’accordo che la ricchezza non è condizione sufficiente per la scrittura (tant’è vero che le celebrità sono costrette a farsi aiutare dai ghost writer per mettere insieme un paragrafo di senso compiuto), però sembra essere una condizione facilitativa, anche in questo campo.
Ah, io mica mi fermo, non ci penso proprio. I sogni chiedono rispetto, l’ho già scritto. 😉

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Serena

Giu 29, 2020 at 11:06 AM

Lo so da anni 🙂 Con le case editrici tradizionali non ho mai perso tempo, mi è sembrato da subito un meccanismo umiliante che non meritava la mia attenzione. E’ un po’ come per gli animali: dove ci sono di mezzo i soldi, l’amore e la passione se la prendono in quel posto. Quelli devono far quadrare i conti e per loro è sempre più difficile. Per un po’ ho creduto al self publishing fatto bene, ma anche in quel caso mi sono accorta abbastanza presto che i conti non tornavano e il ritorno rispetto allo sforzo era minimo. Quello economico. Quello di soddisfazione personale invece, almeno per me, è impagabile. I miei due romanzi continuano a farmi felice. L’unica spesa di cui mi sono pentita è quella per le copertine, 100 euro buttati via, perché alla fine Buck ha ancora la copertina fatta da Marco Amato, e va benissimo così, e la disegnatrice che ha fatto quella di Notte è brava ma alla fine ho preferito chiudere con lei e quindi ho pagato per ehm, togliermela dai piedi. Editing pagato zero, ho la fortuna di avere amiche straordinarie. In futuro non credo le disturberò ancora, ma non pagherò comunque qualcuno centinaia di euro, se non migliaia, per farmi editare un romanzo. Farò come posso da sola e con chi avrà voglia e tempo di farmi da beta.
Sul mio blog se ti va di leggerlo c’è la traduzione di un articolo di Derek Sivers che per me è stato un punto di svolta. Ho smesso di pensare di essere una fallita. Pensa che cretina che ero… e pensa quanto ci fa male la narrativa collettiva sullo scrittore di successo. Scrivo per gioia e quando ho voglia, se non ho tempo o lo dedico a cose che ritengo più importanti oppure non scrivo e basta senza menarmela oltre. Quando ho un progetto in corso faccio scalette e vado avanti, un pezzo alla volta, con la scrittura come per le altre cose.
Io sono contenta che tu sia arrivata a questa consapevolezza, Barbara. Dopo, sarà solo meglio. Tu sei una creativa, ci sono millemila cose belle per te da fare nel mondo. In più, anche se il NaNo ha quella ca…volata di slogan “il mondo ha bisogno del tuo romanzo”, ti assicuro che il mondo in questo momento ha bisogno di ben altro che di altri romanzi. Starsene chiusi nella propria stanzetta a scrivere senza accorgersi di quello che accade fuori.., Mah.

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:24 PM

Eh, è una cosa che sanno tutti, dopo che qualcun’altro l’ha scritto. 🙂
Non stiamo parlando di soddisfazione personale, che riguarda appunto le passioni. E’ quanto si ricerca la soddisfazione economica che il concetto si sposta sul termine “lavoro”. Per questo ho dato quel titolo al post. La scrittura è un lavoro per ricchi (e passione per i poveri).
In fondo anche tu confermi che il self-publishing ha un costo: le copertine in tempo offerto da un amico bravo in grafica o in denaro pagato da una professionista e l’editing con il tempo offerto da amiche lettrici in gamba, e ci aggiungerei le tue competenze nella preparazione dell’ebook, nella promozione, nella gestione del blog. Sempre tempo e denaro, espliciti o impliciti (di solito sono questi ultimi che sottovalutiamo). Del resto, anch’io se dovessi calcolare quanto denaro costa il qui presente blog in termini di tempo e competenze, sarebbe un bilancio al momento più che in perdita, dal punto di vista economico. Se nella partita doppia ci mettiamo la soddisfazione personale, batto probabilmente anche Elon Musk!
Il commento più bello in assoluto in questo ultimo mese è arrivato da una lettrice e peaker (eh già, perché anche in quel mondo là ho fatto il botto di soddisfazioni in questo 2020!), in inglese perché è la lingua ufficiale della community: She’s a writer. She does a thousand other things in life (and does them all well) but she’s a writer with extraordinary narrative power.
Che no, io chiusa in una stanza ci posso anche stare, ma difficilmente riesco a star ferma. 😉

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Marina

Giu 29, 2020 at 2:20 PM

La botta di pessimismo cosmico, prima o poi, arriva a tutti!
Ma è, ahimé, un pessimismo fondato, diciamo che è un aprire gli occhi e vedere la realtà per com’è, senza che i sogni intervengano a edulcorarla. Non c’è tempo, non ci sono risorse, non ci sono conoscenze, insomma non ci sono chances democratiche. Io, a un certo punto, mi sono sentita nella terra delle impossibilità (non assolute, ma anche quelle relative non sono robetta!) e, quando interviene il disincanto totale anche scrivere acquista una validità diversa, diciamo un valore nuovo: forse torna a essere d’intrattenimento (come quella nel blog) o a fruizione personale (come quella dei racconti che rimangono nei file del pc, senza destinazione d’uso). Una cosa, però, per me è stata importante: l’accettazione di tutto questo è dunque la conseguente serenità nel vivere la passïone nelle giuste modalità, entro le adeguate pretese.

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:25 PM

No, non è pessimismo, è una semplice analisi del mercato. Questa è la situazione. Scrivere è un investimento a lungo termine, rischioso quanto il comparto azionario, sfidante allo stesso modo, redditizio forse, e dico forse, dopo almeno un decennio.
C’è poco tempo, e tocca organizzarsi per non distrarsi in altre attività, risorse discrete (sono sempre stata una formichina, a parte i libri accumulati causa tsundoku) ma buone competenze, almeno su quelle informatiche imparo in fretta (WordPress l’ho installato in una notte e dopo un mese di prove varie, il blog era pronto). Quindi sono comunque fortunata e avvantaggiata. Ma osservo con tristezza a quanti talenti viene negata l’occasione giusta.

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Maria Teresa Steri

Giu 29, 2020 at 3:50 PM

Hai messo a fuoco elementi che purtroppo sono aderenti alla realtà, a cominciare dal fatto che la scrittura e tutti gli annessi richiedono moltissimo tempo. Dedicare solo ritagli qua e là non è la stessa cosa, ovviamente, e non tutti ne hanno modo o voglia. L’ho visto io stessa che alcuni anni fa potevo dedicare a questa attività solo una porzione della mia pausa pranzo, e non era la stessa cosa rispetto a ora che sono senza lavoro.
Ci sono poi da considerare altre due cose. La prima è che è importante non fare mai un passo più lungo della gamba, in particolare nell’investire soldi, perché non è detto che i guadagni ti ripaghino. Leggevo proprio qualche giorno fa che un autore si lamentava del fatto che nel primo mese di lancio del libro aveva venduto solo 100 copie ed era ben lontano dalla cifra investita in editing e copertina. E 100 non sono poche! E’ chiaro che prima di investire somme di un certo livello, va valutato se andremo almeno in pari. E ciò vale anche per la promozione, ovviamente.
La seconda considerazione che voglio fare è che proprio a proposito di promozione, ovvero ormai è diventato quasi un obbligo investire dei soldi. Sarà che siamo in troppi a pubblicare, sarà che la concorrenza ormai gioca con armi poco corrette (recensioni a pagamento), comunque sia se non ci si pubblicizza un po’ spendendo (investendo) soldi non si ottiene nulla o solo briciole.
Ci sarebbe poi anche da sottolineare che per stare al passo con i tempi serve studiare e qui oltre al tempo serve spendere soldi in libri.
Quindi, sì, la scrittura è un “lavoro” dispendioso.

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:26 PM

Ecco Maria Teresa, proprio questo: non fare mai un passo più lungo della gamba. Ci sono molti esordienti, colti dall’entusiasmo del “ma io sono diverso, io ce la farò” che davvero impegnano uno stipendio nella pubblicazione a pagamento, o ancora in un editing professionale, o in un’agenzia di rappresentanza che promette miracoli.
C’è un’intervista del 2014 ad Aldo Busi, scrittore sempre ben valutato dalla critica, dove lui afferma: “Come campa uno scrittore italiano? Da anni non spenderò più di duecento euro l’anno per vestirmi. Bevo una bottiglia di vino ogni due settimane, ho comperato un’auto un otto anni fa. Quattro dei miei libri mi danno una rendita in diritti di circa settemila euro l’anno.” (Fonte: Dagospia) Aldo Busi, pubblicato da Rizzoli, Bompiani e Mondadori…

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Marco Amato

Giu 29, 2020 at 4:25 PM

Io accolgo il tuo appello finale. Tempo fa ti avrei risposto in maniera impulsiva con un netto ti sbagli. Mentre adesso ti dico che hai torto, ma sotto altri punti di vista.
Dopo un lento processo di maturazione, sono più propenso a guardare la complessità delle cose.
Qual è il nocciolo della questione?
Seguendo autori amici, autori pubblicati da editori più o meno importanti, autori best seller, scorgo quasi sempre una certa infelicità di fondo.
C’è chi soffre perché non vende quasi nulla. Chi perché vorrebbe ambire a editori prestigiosi. Chi perché crede di possedere il talento ma è riconosciuto solo da pochi addetti ai lavori. Chi pubblica con realtà editoriali importanti, ma dopo anni non è riuscito a diventare un best seller. E in ultimo ci sono autori best seller che soffrono perché vengono sminuiti dalla critica, o da invidiosi di ogni sorta.
E’ veramente raro trovare autori felici. Soddisfatti per quel che sono. Al massimo si scorgono fiammate di gioia momentanea: il passaggio da sconosciuto a noto, o il toccare per qualche momento le vette alte della classifica.
Per il resto, ovunque, si ode un continuo recriminare.
Quindi la domanda che mi pongo nel mio processo di maturazione è la più semplice di tutte: perché voglio scrivere?
Cosa c’è in ballo nella mia esistenza? Sul serio ho bisogno del cosiddetto successo per essere felice come scrittore?
Dici che la scrittura è ormai ristretta ai ricchi, ma non è vero, la maggior parte degli autori pubblicati da editori importanti ha un lavoro e scrive nei ritagli di tempo.
Inoltre i costi stessi per un editing o una copertina non richiedono ricchezza, ma un minimo di risorse finanziarie. Nel mio passato per finanziarmi un editing ho rinunciato a una vacanza di una settimana, non ho mica dovuto firmare un mutuo.
Allora bisognerebbe essere ricchi per possedere il tempo? Ma anche questo è relativo. Si può possedere parecchio tempo e scrivere poco e possederne poco e rendere tantissimo.
No, non serve essere ricchi per scrivere.
E’ un processo di vita. Tu sei in una fase più complicata, ci sono passato anch’io. Scrivere il primo romanzo, quando ancora non si è affinato un metodo, richiede una fatica immane; e se per giunta hai poco tempo a disposizione, riuscire a compiere il primo passo è di una difficoltà atroce. Scoraggiante. Ma col senno di poi posso dirti che tutto fa brodo e alla lunga le difficoltà sono anche utili.
E vorrei concludere con un messaggio positivo. Via il pessimismo, che da pessimisti non si va mai da nessuna parte.
E via la rassegnazione, perché noi umani siamo torce ardenti alimentate dal combustibile della speranza.

Quella che viviamo oggi è la più grande epoca di sempre per chi desidera scrivere. Ed è un fatto. Mai è esistito un tempo con così tante opportunità per pubblicare e farsi conoscere. Ed entrambe le cose, sono pure gratis.

Cosa avrebbe dovuto dire uno scrittore ai tempi del Manzoni, a dover scrivere con la luce flebile di un lume a petrolio, su carta costosa (mica venduta in risme), con pennino e calamaio, senza la possibilità del backspace, dovendo pubblicare il libro in tipografia sobbarcandosi costi degni dell’acquisto di una casa?

No, viviamo nel miglior tempo possibile, ricco di opportunità. E per quanto dura, anche con pochi mezzi possiamo realizzare ciò che fa parte della nostra essenza di vita, le storie che vogliamo raccontare.
Meglio godersi il viaggio senza recriminare troppo; e se un giorno il successo dovesse arrivare, beh, sarà solo un di più, a un’esistenza già “ricca” per ciò che amiamo.

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Grazia Gironella

Giu 29, 2020 at 9:13 PM

Sì! 🙂

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Barbara Businaro

Giu 29, 2020 at 11:29 PM

Marco, nella stessa frase riesci a confermare quello che ho scritto, anzi non io, ma Lynn Steger Strong nel suo articolo sul Guardian, e in contemporanea a dire che non è vero! XD
“Dici che la scrittura è ormai ristretta ai ricchi, ma non è vero, la maggior parte degli autori pubblicati da editori importanti ha un lavoro e scrive nei ritagli di tempo.” Confondi causa con conseguenza. Gli autori hanno un lavoro (che li mantiene economicamente al sicuro, ergo sono “ricchi”) e scrivono nei ritagli di tempo (per passione, non per reddito). Ed è esattamente ciò che dice Lynn Steger Strong, con dati alla mano del mercato americano. In Italia nessuno ha il coraggio di mostrarli quei dati, guarda caso.
“Inoltre i costi stessi per un editing o una copertina non richiedono ricchezza, ma un minimo di risorse finanziarie.” Non so cosa tu intenda con “ricchezza”, ma ci sono persone che non hanno la possibilità di spendere dai 600 ai 1.200 euro per un editing, per loro queste cifre sono già “ricchezza” (di questi tempi poi…) Senza contare che ci sono rinunce che non sono per tutti: una vacanza di una settimana la puoi saltare se ci vai da solo o con amici, ma se è l’unica vacanza della tua famiglia, marito/moglie e figli, la vedo dura chiedere a loro di rinunciare per il tuo libro, una mera soddisfazione personale.
Bisogna essere ricchi per possedere il tempo? Assolutamente si, dove per ricchi non intendo avere la seconda casa in Costa Smeralda, ma avere la serenità economica di un tetto sulla testa, bollette e tasse pagate, il frigorifero pieno e un conto in banca contro gli imprevisti della vita, per te e per i tuoi cari. La maggioranza delle persone ha un lavoro e “consuma” tempo per pagare questa serenità (certo, lavoro e serenità sembrano ossimori…).
Io non sono affatto pessimista, sono realista. Il pessimismo non ti fa fare un passo, l’ottimismo ti fa fare il passo falso. Il realismo è ciò che porta davvero avanti i grandi progetti. Io uso realismo più entusiasmo. 🙂
E poi questa frase non è affatto corretta, è illusoria: “Mai è esistito un tempo con così tante opportunità per pubblicare e farsi conoscere. Ed entrambe le cose, sono pure gratis.” Non è vero, e tu lo sai, ma sbagli quando fai i calcoli. L’opportunità di pubblicare è per chi, come te, ha le competenze (e tempo, dato che sei un libero professionista) per gestire self-publishing e promozione online. E non è gratis, stai svalutando il tuo lavoro perché non ne hai percezione. Così come per me questo blog non è gratis, perché comunque è summa delle mie competenze informatiche di 20 anni più la capacità, data dall’esperienza, di acquisirne di nuove in poco tempo. Non è gratis, è la nostra professionalità ed ha un costo implicito.
Sarà anche il miglior periodo, ricco di opportunità (e lo dice anche Horacio Pagani), ma sono opportunità per vivere la propria passione per la scrittura, ben altro è farne un lavoro. Di più, il proprio unico lavoro.

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Marco Amato

Giu 30, 2020 at 10:47 AM

Ah, adesso capisco. Quindi tu dici:
“Confondi causa con conseguenza. Gli autori hanno un lavoro (che li mantiene economicamente al sicuro, ergo sono “ricchi”) e scrivono nei ritagli di tempo (per passione, non per reddito).”

Pertanto, deduco, che col il termine ricco ti riferisci a tutti coloro che hanno un lavoro, anche se questo permette appena di pagare le bollette.
Beh, se per definire un ricco dovesse bastare un impiego, l’Istat dovrebbe rivedere tutte le statistiche. In pratica visto che il tasso di disoccupazione in Italia è all’8%, in questo momento vi sono decine di milioni di ricchi.
Sarebbe bello, ma questa è una tua percezione della ricchezza. Un povero impiegato che riesce a pagare le bollette non è oggettivamente ricco.

Citi questa Lynn Steger Strong, ma nell’articolo non dice niente di interessante. Dovrei spiegarti il perché, tipo che ogni scrittore, anche se pubblicato da editore, esercita un’attività d’impresa. Ma non ha senso dilungarmi, perché io, nel mio commento, parlavo d’altro.

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Barbara Businaro

Giu 30, 2020 at 1:12 PM

La tua deduzione sul mio pensiero è sbagliata, ma probabilmente ti ci vuole un esempio per capire: prendiamo Fabio Volo, però consideriamolo agli esordi. Aveva un lavoro (speaker a Radio DeeJay) che lo manteneva abbastanza al sicuro, ma gli consentiva di avere sufficiente tempo (tempo = denaro = ricchezza) per scrivere un libro, ancora di più il tempo (in questo caso anche l’opportunità in radio) di promuoverlo per bene. Non era ancora una celebrità, non come ora. Altri esempi? Massimo Gramellini, giornalista affermato prima di esordire come scrittore. Chiara Gamberale, speaker radiofonica locale e collaboratrice de Il Giornale, prima di pubblicare un libro. L’unico muratore che abbia pubblicato un romanzo è Erri De Luca, esordiente a quarant’anni, però di un’altra generazione e soprattutto in un’altra epoca editoriale.
Se riesci a trovarmi una persona che lavora a tempo pieno ogni giorno (e non un’ora sola al giorno!), lontano da casa in mezzo al traffico (come la maggior parte, escluso questo periodo di pandemia), che si occupa anche della propria famiglia (escludiamo quindi coloro che delegano tutto il resto – casa, figli, genitori anziani – al partner, ovvero che sono “ricchi” del tempo altrui), senza un capitale economico pregresso, che riesca a pubblicare e vendere bene un romanzo (e non un saggio) ogni due anni, senza pagare niente e nessuno (no EAP, no editing, no grafico, no licenza Photoshop, no agenzia, non sponsorizzazioni), allora possiamo trovare un’eccezione e studiarla. Meglio ancora, proviamo pure a replicarla. 🙂

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Marco Amato

Giu 30, 2020 at 2:57 PM

Ma sul serio dobbiamo discutere su cose tanto ovvie? Quindi un’insegnante, che sia uomo o donna, che fa pure la scrittrice, dobbiamo considerarla ricca? Dov’è Elena Ferro, nemmeno lei sapeva che quando parla della scuola e giustamente difende i diritti degli insegnanti, in realtà ha a che fare con gente ricca. Beh, magari ricca dentro, ma nulla di più. XD
Comunque, va bene così. 😉

Barbara Businaro

Giu 30, 2020 at 7:00 PM

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire… 😉
Dai su, non è il caso di prendere in giro gli insegnanti, ne passano parecchi qui a leggere, molti mi scrivono in privato e in effetti qualcuno ha dichiarato di aver scelto l’insegnamento sia per vocazione (e ringraziamo che ce ne sono, li riconosci subito perché insegnano con entusiasmo e trasporto la loro materia!) sia per aver proprio più tempo per scrivere, durante la pausa estiva (che durante l’anno scolastico, oltre all’orario delle lezioni, va aggiunto il lavoro extra, tra preparazione del materiale didattico, la correzione delle verifiche, i consigli di classe, gli scrutini fino a tarda sera, l’orario di ricevimento…) Del resto, è la stessa scelta che fece Daniel Pennac, continuando a insegnare e scrivere romanzi per ben 28 anni, e scusa se è poco! 🙂
Forse non riesci a considerare il tempo come una ricchezza. Invece dovresti. Non sappiamo quanto tempo abbiamo prima della fine, che potrebbe essere domani o tra 5 minuti o tra 50 anni. Quando una risorsa è esauribile, indefinita e non ripristinabile, diventa preziosa. Il tempo è relativo solo per Einstein.

Marco

Lug 02, 2020 at 4:46 PM

Mi dici:
“Forse non riesci a considerare il tempo come una ricchezza. Invece dovresti. Non sappiamo quanto tempo abbiamo prima della fine, che potrebbe essere domani o tra 5 minuti o tra 50 anni.”

Mi fa piacere che anche tu sia arrivata a queste deduzioni. Esattamente fino a 12 anni fa la mia vita era prigioniera di un’esistenza senza tempo libero. Avevo un negozio su strada, in centro città. Nove ore gettato in quei metri quadri ad aspettare clienti. Metà ore la mattina, metà il pomeriggio. Due ore al giorno a viaggiare in auto, spesso imbottigliato nel traffico. Pranzo, cena, famiglia e a letto. Niente di più. Tutti giorni. A Dicembre, per via del Natale, medesima vita anche per la domenica.

A quel tempo, quando rientravo a casa per il pranzo, dieci minuti prima che fosse pronto mi stendevo sulla panchina di plastica in balcone e guardavo il cielo azzurro. Le nuvole che volavano libere, che scorrevano verso l’orizzonte, sembravano raccontarmi una storia. La mia esistenza era destinata ad essere quella, senza variazioni sul tema, fino alla pensione, fino alla vecchiaia. Il mio sogno di diventare uno scrittore sarebbe stavo un rimpianto da coltivare prima di morire.
Poi un giorno è arrivata, da sola, ma è arrivata: la mia ribellione alla vita, all’andazzo delle cose. Ho ceduto le quote del negozio e mi sono seduto davanti a un computer.
Avevo calcolato che con i soldi della buona uscita, risparmiando all’osso, avrei potuto viverci due anni. Chiaramente, attorno a me si era creato il deserto. Moglie, genitori, suoceri, conoscenti, tutti lì, a biasimarmi. Ero uno sconsiderato. Come può un padre di famiglia lasciare il certo per l’incerto?
Al computer stavo anche 10/12 ore al giorno. Studiavo i possibili sbocchi, modelli di lavoro alternativi. Alla fine, attraverso una serie di intuizioni, ho compreso che potevo creare un’azienda che guadagnasse con siti internet e blog. Con i famosi banner pubblicitari.

A quei tempi, ma ancora oggi, i guru dicevano che con un blog non si poteva guadagnare per viverci. Ma io intuivo che avevano torto. Per me era evidente che era difficilissimo, un azzardo senza ritorno cercare di costruire un portale che guadagnasse almeno 100€ al giorno. Però avevo colto un’altra soluzione, una soluzione che a dirla tutta è elementare, ma che né a quei tempi, né oggi nei mirabolanti corsi dei sedicenti guru, qualcuno prospetta.
Se è quasi impossibile costruire un sito che guadagni cento euro al giorno, avrei potuto costruire cento siti che guadagnassero 1€ al giorno. Ma come si fa a costruire cento siti, con decine di migliaia di pagine? Nella stessa maniera in cui hanno edificato le piramidi, mi sono detto per incoraggiarmi. Con tempo, pazienza e determinazione.

La cosa magica di quel periodo fu che allo scoccare dei due anni, quando i soldi da centellinare per la famiglia erano terminati, quel nuovo lavoro decollò.
Cominciò a macinare guadagni al di sopra di qualsiasi aspettativa. Inoltre, avendo costruito i siti web in modo tale che non avessero bisogno di aggiornamenti, in pratica non avevo più bisogno di lavorare se non qualche volta ogni tanto, giusto per riparare un attacco hacker o sistemare le ads per ottimizzarle.

Ricordo il giorno in cui vidi accreditato il primo bonifico da Google Adsense. Come un matto montai in auto. Guidai fino all’Etna. Mi ficcai dentro un enorme cratere vecchio centinaia di anni. Mi stesi sulla terra basaltica e guardai le nuvole scorrere nel cielo. Piansi disperato, da solo, con me stesso, come un bambino inconsolabile.
La mia vita era cambiata. Ce l’avevo fatta. Niente più ore dietro a un bancone, niente più traffico quotidiano, niente più ore su ore seduto a fissare un monitor. Avevo riscattato il mio tempo, avevo reso libera da vincoli la mia esistenza contro le difficoltà contingenti. Contro gli occhi di chi mi aveva guardato con biasimo, soltanto perché non aveva avuto la forza di credere in me.

La rendita dei siti internet durò un cinque anni. Poi zio google cambiò gli algoritmi sul posizionamento. Il famoso aggiornamento Panda fu lo spartiacque e il sistema economico andò in declino. Provai a tamponare, ma i margini di guadagno si erano ristretti troppo.
Mi guardai di nuovo attorno e notai che sui social network stava scoccando il boom delle magliette da vendere online. Mi rimisi di nuovo sotto. Di nuovo botte da 10/12 ore al giorno per capire quel nuovo business. Grazie al know how acquisito negli anni precedenti, in soli due mesi riuscii a impiantare quella nuova attività. Stavolta i guadagni non passavano più dal motore di ricerca, ma dai social. Scelsi questo lavoro, rispetto ad altri possibili, perché gestire i social, padroneggiare le ads di Facebook, un giorno mi avrebbe giovato per i libri che desideravo scrivere.

Inoltre i social posseggono il potere magico di poter raggiungere in un istante qualsiasi luogo della terra. Inventavo un meme vincente in italiano? Mi bastava tradurlo in un’altra lingua, impostare nelle ads luogo di destinazione ed era fatta. Da qui ho sviluppato la mia visione internazionale. L’Italia è piccola, il mondo è a portata di click.

Col tempo è andato in declino pure questa attività e sono due anni che soffro i guadagni a singhiozzo. Avrei voluto vivere di scrittura già in questa fase, ma anche dure vicende personali mi hanno gettato in uno stato di depressione. La pubblicazione dei romanzi ne ha risentito, la costruzione della mia community di lettori pure, tutto a rotoli.

Ma adesso, il virus come un pugno in faccia mi ha ridestato. Mi ha imposto il cambiamento. La voglia di rimettermi di nuovo in gioco, di non subire il corso degli eventi.
Così ho cestinato il lavoro delle magliette e da quasi un mese sono al mio terzo grande progetto lavorativo.
Stavolta posso utilizzare tutto il know how accumulato, la maturità degli anni, per concepire qualcosa di diverso.
Come per gli altri, questo progetto richiede dedizione assoluta.
Zero tempo concesso alla scrittura dei romanzi. Zero tempo per vivere: uscite, divertimento, nothing. Dieci/dodici ore al giorno di lavoro. A volte tiro fino alle quattro di notte e stacco quando i tendini dei polsi bruciano infiammati.
Ho stimato che mi occorrono sei mesi di durissimo lavoro per conquistare nuovamente il benessere economico e la libertà di vivere il tempo così come io desidero.
Quindi mi dici che il tempo è prezioso?
Lo so. E’ la storia della mia vita, ho tutti i graffi incisi sulla mia pelle.

Barbara Businaro

Lug 02, 2020 at 9:40 PM

Ahi ahi ahi Marco. Spero che tu ti renda conto che i commenti restano in rete, ad imperitura memoria.
Tu le capacità per sfondare nella scrittura ce le avresti anche, ma ti perdi, non so nemmeno come. Sono anni che ci leggiamo tra i vari blog, e molti qui ricordano con me i tuoi lunghi commenti e le sfuriate a difesa del self-publishing, e tu ce l’avevi quasi fatta. E’ il “quasi” che ti frega.
Passi sempre molto tempo a progettare, analizzare, proiettare il passato sul futuro, e ti ho sempre detto di tenere conto dell’imprevisto, lo sgambetto della vita o della società dietro l’angolo. Perché il futuro non è mai come lo immagini, e anche quando credi di aver capito, cambiano le regole del gioco, senza preavviso.
Dall’esterno, ho la sensazione che tu sia sì al comando del timone della tua nave, ma che non hai una direzione precisa e troppo spesso ti lasci incantare dalle sirene, meravigliose da lontano, pericolose e fatali da vicino.
Ti auguro di riuscire a vivere di scrittura, perché almeno potrò dire che conosco qualcuno che c’è riuscito! 🙂
Sulla depressione però, per rispetto agli amici che ho e che vengono ricoverati sovente per questa malattia, diagnosticata e curata da medici preparati, spero bene che tu non usi quel termine a casaccio. Stanchezza, stress e insoddisfazione magari, la depressione invece è una cosa seria.

Daniele Imperi

Giu 30, 2020 at 11:25 AM

Mi è sembrato strano dare un premio di 150.000 euro a un autore sconosciuto.

Comunque, a parte chi scrive in chiaro che bisogna esser rappresentati da un’agenzia letteraria, non ho letto in quelle case editrici che citi che si debba passare per un’agenzia.

Di Laura Ceccacci Agency avevo visto tempo fa, e non lo reputo un metodo valido per rappresentare un autore.

La scrittura non può essere concessa a tutti, come non può esserlo nessun lavoro e nessun’arte. Ci sono tantissime variabili in gioco.

Per me l’errore infatti è proprio nel titolo 🙂
Secondo te tutti gli autori pubblicati erano ricchi prima di pubblicare?

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Barbara Businaro

Giu 30, 2020 at 1:14 PM

“Figura alcune volte misteriosa, sfuggente e irraggiungibile – approdare in una agenzia letteraria, oggi, pare più difficile che arrivare a un editore! – l’agente spesso è l’unico “mezzo” per accedere ai grandi editori. Perché un agente che sappia fare bene il proprio mestiere possiede i contatti e sa come gestire le trattative e i contratti editoriali, perché conosce il diritto d’autore. Conosce gli editori, sa che cosa cercano, i problemi che hanno. Un agente sa chi paga e chi no, quanto e perché. Conosce i dati di vendita di moltissimi autori, l’ammontare dei loro anticipi, gli incassi e i flop…”
Chiara Beretta Mazzotta su Bookblister.
Non è l’unica a spiegare quanto in alto possano arrivare certe agenzie letterarie, però è la prima fonte che mi viene sottomano ora, in un articolo recente. Anche sul forum Writer’s Dream c’è chi dichiara di essere giunto in valutazione a Mondadori tramite agenzie letterarie.
Secondo te tutti gli autori pubblicati erano ricchi prima di pubblicare?
Non secondo me, ma guardandoci intorno, direi che tutti gli autori pubblicati al giorno d’oggi hanno avuto a disposizione tempo o denaro per potersi dedicare alla scrittura e alla promozione, escludendo la variabile del talento. Del resto Daniele, se tu potessi vivere semplicemente di rendita da qui per i prossimi 3 o 5 anni, credi che non termineresti il tuo romanzo PU o una delle altre bozze incomplete? E se la stessa rendita ti pagasse un editing professionale, un’agenzia di rappresentanza, anche solo un’agenzia di comunicazione che lo pubblica in self e ne cura la promozione su tutti i social? Potresti preoccuparti “solo” della scrittura, senza altri pensieri. 🙂

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Daniele Imperi

Giu 30, 2020 at 1:21 PM

Che un’agenzia letteraria possa arrivare ai grandi editori è risaputo (dipende poi dall’agenzia), che i grandi editori richiedano ai nuovi autori di passare da un’agenzia è un’altro discorso.

Certo, se potessi vivere di rendita, non farei altro che scrivere le mie storie.

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Rebecca Eriksson

Giu 30, 2020 at 7:54 PM

Tempo, la più grande mancanza del periodo in cui viviamo.
Io scrivo sempre per appagamento personale e se dovessi mai decidere di concludere qualcosa di decente non credo avrei la pretesa di “viverci”. Trasformarlo in lavoro temo smorzerebbe la mia creatività.
Ma i riconoscimenti sono sempre ben accetti, anche monetari 😉
Seguo diversi blog di autori internazionali e nessuno è “scrittore” puro: i più fortunati lavorano nel campo dell’editoria, magari come editor, oppure giornalismo o banalmente come copy / ghost writer.
Christopher Paolini, autore del Ciclo dell’Eredità, ha pubblicato Eragon a 19 anni: se non ricordo male la casa editrice era dei genitori. Quindi non è poi così necessario essere ricchi, bisogna avere anche le conoscenze.
Ecco, se potessi mettere piede nel campo dell’editoria come grafica potrei dirmi già soddisfatta.

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Barbara Businaro

Giu 30, 2020 at 11:49 PM

Christopher Paolini è stato pubblicato a spese dei propri genitori, due professori di Lettere che hanno abbandonato il lavoro per occuparsi dell’istruzione privata dei figli (tanto poveri non dovevano essere, quindi). Poi si dice che il romanzo è stato notato in una piccola libreria da un importante editor, e questo potrebbe essere solo fattore C. Però in quella libreria lui era in vetrina.

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Rebecca Eriksson

Lug 01, 2020 at 6:33 PM

Ah ecco… ricordavo male ma non troppo. Di sicuro non è stato un successo partito dal talento.

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Daniela Bino

Lug 02, 2020 at 6:27 PM

Cara Barbara,
innanzitutto il tuo post è sempre ben scritto. Mi dispiace non poter essere di conforto dando speranza in un mondo migliore per chi scrive. La settimana scorsa una nuova scrittrice mi contatta chiedendomi di preordinare il suo libro perchè l’editore è disposto a pubblicarlo a fronte di un tot di prenotazioni. Questo mi lascia perplessa, non solo sulla veridicità del contenuto di questo messaggio: ma davvero dobbiamo farci conoscere in questo modo? Elemosinando un cliente – lettore in più? Mi intristisce. Non so se questo accadeva anche trent’anni fa. Però m sembra che il mercato sia piuttosto chiuso e comunque riservato a chi ha già un nome e un posto sul mercato. Anche il concorso a cui partecipa la famosa scrittrice sotto pseudonimo, secondo me è un fatto che la dice lunga!
Comunque, leggo volentieri quello che scrivi, cara Barbara! Ci metti il cuore e ciò ti rende semplicemente grande.

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Barbara Businaro

Lug 02, 2020 at 9:40 PM

Pubblicazione a fronte di un determinato numero di copie prenotate? Può essere benissimo, oramai non ci stupiamo più di nulla. Ma non è che forse ti confondi con il crowdfunding, dove l’autore raccoglie fondi per la pubblicazione presso i lettori, remunerando poi con copie del libro più altri eventuali gadget?
Se fosse invece un editore vero e proprio, non sarebbe diverso dall’editore che decide la pubblicazione in base al numero di follower sui social, programmando magari la stampa su una percentuale minima per rientrare dei costi vivi. Non ci sono più case editrici disposte a rischiare capitale, in un mercato dove la domanda diminuisce.
Grazie Daniela che mi leggi. Finché potrò, continuerò a scrivere per quelle poche persone che apprezzano. 🙂

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Daniela Bino

Lug 02, 2020 at 11:53 PM

L’editore in questione pubblicherà il romanzo di questa scrittrice solo a fronte di unnnmero di libri prenotati. Ho ricevuto il messaggio con la richiesta gi questa giovane scrittrice via Messenger.
Per quanto riguarda i tuoi post, continua così: sei uno spirito libero che esprime la propria opinione con chiarezza, argomentando in modo dettagliato e approfondito. Alla via così, Barbara!

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Barbara Businaro

Lug 03, 2020 at 11:41 AM

Grazie! ❤❤❤

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Stefano Franzato

Lug 04, 2020 at 6:07 PM

Ormai, coi criteri correnti, il valore di uno scrittore non è dato per ciò che scrive ma per quanto vende, non per l’umanità che sa diffondere ed effondere, illustrare e far comprendere al lettore (e che l’editore degno di questo titolo sa intuire), ma per la quantità di premi che riesce a vincere o nei quali, esser per lo meno fra i finalisti. E, guarda caso, coloro che pubblicano son sempre gli stessi nomi, e, per lo più, son prima “giornalisti” e poi “scrittori” (perché per l’editore è presumibile un potenziale pubblico se lo sia già fatto). Oppure impiegati di una casa editrice:che è come dire che se la fanno e se la dicono tutto in famiglia. Da tempo, Barbara, provo una certa diffidenza se non avversione per l’editoria che, molto (e, sempre di più, troppo) spesso è tale solo di nome. Ma culturalmente… Col ribadire (giustamente) di tanto in tanto che è un imprenditore la cultura e soprattutto la letteratura lasciano il tempo che trovano. Todorov ed altri se ne sono accorti da un bel pezzo.

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Barbara Businaro

Lug 05, 2020 at 10:15 PM

Beh, né io né molti altri autori abbiamo certo la pretesa di fare cultura e soprattutto letteratura, semmai intrattenimento, più o meno riflessivo, porre degli interrogativi, fornire prospettive diverse, anche solo strappare una risata. Ma pare che nemmeno questo sia concesso, senza un pubblico già formato.

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