Blog kill writing? Il blog uccide la scrittura?

Il blog uccide la scrittura. Vero o falso?

Che ci crediate o meno, questo post è lì che ronza dentro la mia testa da maggio. Uno di quei tarli che scava dubbi e l’unica maniera per fargli smettere questo estenuante lavoro è scriverlo nero su bianco, fissarlo una volta per tutte sulla carta (in una pagina web in questo caso) per guardarlo dritto negli occhi e dirgli: “Adesso basta, parliamoci chiaro!”

Parte tutto da un articolo letto dalla newsletter della rivista americana Writer’s Digest: 5 Ways an Author Blog Could Kill Your Writing (and What to Do Instead) di P.S. Hoffman, un autore di fantascienza che ha un blog di consigli per scrittura (dunque contraddice pure se stesso), che gioca spesso con i titoli che iniziano con un numero come 5 modi, 7 segreti, 21 trucchi, 3 chiavi (che attirano più lettori, perché siamo maggiormente attirati da regole, elenchi, decaloghi e affini) e soprattutto sembra approfittare della sua omonimia con il defunto attore Philip Seymour Hoffman. O magari ne viene penalizzato, visto che da Google non riesco a trovare i suoi libri.

In questo suo post, Hoffman analizza 5 modi in cui il blog può uccidere la scrittura ed un unico motivo per cui si dovrebbe davvero tenere un blog e impegnarcisi assiduamente. In questi mesi l’ho letto e riletto, a volte mi pareva di essere completamente d’accordo con il suo punto di vista, altre ancora ribaltavo i suoi ragionamenti.
Anche perché pochi mesi prima avevo proprio scritto che un blog non è uno spreco di risorse, ma un capitale investito a lunghissimo termine, nel mio articolo Il valore del blog per lo scrittore. Mi stavo forse rimangiando tutte quelle parole?

Che tenere un blog di tipo autore richieda un certo impegno, soprattutto se si vogliono produrre contenuti di qualità e avviare un dialogo aperto con i lettori, piuttosto che dare spazio ai soliti argomenti triti e ritriti di scrittura creativa, questo è fuor di dubbio. Uno sforzo fisico che si sente sulle spalle, sulle cervicali e qualche mattina anche sulle occhiaie. 😀
Senza contare che se si vuole essere letti, un minimo di lavoro tra motori di ricerca e social media dev’essere fatto. Ed è sempre tempo che viene sottratto allo scrivere storie.
Ma possiamo davvero affermare che il blog uccida la scrittura stessa?

 

5 modi in cui un blog può uccidere la tua scrittura

Se ti piace scrivere, perché non apri un blog?

Ecco, in genere comincia così: qualcuno ti suggerisce la più malsana delle idee, probabilmente senza alcuna esperienza di blogging. 😀
D’altro canto, se sei un aspirante scrittore senza alcun libro pubblicato, o auto-pubblicato, non avrebbe molto senso aprire un sito statico come autore. Anzi, potrebbe risultare agli occhi altrui parecchio vanesio.
Dunque la scelta di aprire un blog è quanto ovvia e naturale in questi nostri tempi.
Secondo Hoffman, sono cinque i principali motivi per cui un blog può essere negativo per la propria scrittura e solo uno è l’unico motivo per cui dovremmo avviarne uno comunque.
Vediamoli insieme, con l’aggiunta delle mie considerazioni personali.

 

1. Il blog ruba il tempo prezioso alla scrittura
VERO

Se decidiamo di dare vita ad un blog e vogliamo che funzioni bene, dobbiamo produrre contenuti di qualità con un calendario editoriale ben programmato. Come autore, è alquanto efficace per la costruzione di un proprio pubblico, ma con un prezzo pesante: anni di tempo, impegno e attenzione continui. Vanno scritti i testi, scelte le immagini di accompagnamento, gestire la pubblicazione sul sito e sui social media, l’invio delle notifiche, la classificazione sui motori di ricerca. Tutte attività collaterali che aumentano l’efficacia in maniera esponenziale, ma che sottraggono tempo vitale alla scrittura ogni settimana.
Il blog ruba la produttività creativa degli altri progetti di scrittura che invece dovrebbero essere il fine ultimo del blog stesso.
Questo è assolutamente vero!

2. Il blog costruisce le abilità “sbagliate”
FALSO

Partendo dal post più popolare del proprio stesso blog, Hoffman spiega di aver impiegato sei ore per scriverlo, di cui due ore proprio per la ricerca sull’argomento e la stesura del testo, ma le altre quattro ore perse in modifica dell’elaborato per essere appetibile in internet, verifica del ritmo e della stimolazione del lettore, diffusione delle informazioni tra i paragrafi.
Perché la scrittura per il blog è ricca di informazioni e povera di storie (e il concetto dello storytelling?)

Non sono d’accordo. Molto dipende da ciò che l’autore stesso intende trattare come argomenti all’interno del proprio blog.
Se ci si concentra troppo nella stesura SEO-friendly (con regole antipaticissime, come la densità e la distribuzione delle keyword nel testo, la lunghezza e la complessità del titolo, le descrizioni meta e i tag delle immagini, la presenza di outbound e internal link), è chiaro che si perdono le abilità narrative, ma anche una certa qualità percepibile dagli stessi lettori.
Il blog è comunque scrittura creativa, se scegli di scrivere bene.

Del resto, lo stesso Hoffman ammette che ci sono delle eccezioni: se si utilizza il blog – anche – per pubblicare le proprie storie, una microfiction settimanale ad esempio, allora si diventa via via più bravi nella narrazione, costruendo anche un pubblico per il futuro.
Ma allora, ci chiede, perché non utilizzare piattaforme già traboccanti di lettori già pronti, come Wattpad, Reddit’s o altri forum e gruppi di scrittura presenti online?

Beh, questa potrebbe essere un’idea, solo se il contenuto viene condiviso su quei siti e cercando comunque di dirottare i lettori nel vostro blog. Perché, come scrivevo già nel mio articolo Il valore del blog per lo scrittore, dall’oggi al domani potreste perdere tutti gli utenti acquisiti, se questi decidono di cancellare la loro iscrizione alla piattaforma (come si paventava per Facebook per il caso Cambridge Analytica).

3. Il blog non aiuta a vendere più libri
FALSO

Per molti aprire un blog autore è il modo migliore di vendere libri. Se poteva essere vero nei tempi d’oro di internet, durante il boom delle Dot-com (così vengono chiamati gli anni 1997-2000 quando nacquero parecchie aziende per lo sviluppo della rete e del web), oggi i motori di ricerca sono molto più attenti ai contenuti e alcuni trucchetti dell’epoca non funzionano più.
Ma il mito che basti aprire un sito per vendere (e un blog per uno scrittore) rimane ancora fermo.
Se l’attività di blogging non viene presa come un impegno serio, il rischio è di leggere i primi post carichi di entusiasmo, variabili in lunghezza e qualità, una serie di articoli a intervalli e argomenti casuali, fino a diradare sempre più la pubblicazione di post che cominciano con le scuse per il ritardo. Poi arriva la sospensione a tempo indeterminato (queste sono parole di Hoffman, ma purtroppo devo dire che molti blog che seguivo sembrano aver intrapreso questa scala in discesa).

Fatto in questo modo, certo che il blog non aiuta a vendere più libri!
Ma mentre Hoffman sostiene, per esperienza personale, che nessun lettore arriva ad acquistare un libro dell’autore preferito dal suo blog, io sostengo il contrario e sempre per esperienza personale! 😉
Tramite i loro rispettivi blog, ho conosciuto autori auto-pubblicati molto validi ed ho acquistato il loro libro perché l’ho trovato pubblicizzato nel blog. Magari sono giunta a loro tramite ricerche su argomenti di scrittura creativa, addirittura anche da immagini che mi hanno incuriosito su Google, altre volte per passaparola sui social, ma che comunque riportavano al loro blog. Ho dovuto leggere la loro voce per capire se mi potevano interessare le loro storie.

Certo che dovendo pensare ad autori famosi, la questione si complica. Diana Gabaldon ha pubblicato su Twitter l’uscita di una nuova raccolta di racconti (ora dovrò attendere la traduzione italiana, se ci sarà), rimandando comunque all’articolo sulla sezione Blog del suo sito, www.dianagabaldon.com/blog. Lei utilizza anche il suo profilo Facebook per comunicare con le fans, riportando le Daily Lines del romanzo attualmente in scrittura, ad esempio. Certamente può permettersi qualcuno che l’aiuta nella gestione di sito, blog e social vari.

Seguo anche Sophie Kinsella su Twitter e su Facebook, dove rimanda comunque al suo sito per i contenuti più importanti, dal sophie’s world dove preferisce comunicare in video, alla classica newsletter. Anche in questo caso il nome è talmente affermato da non aver necessità di tenere un blog per far conoscere il suo stile al mondo.

Mi viene in mente anche Elizabeth Gilbert, che ha un sito autore statico e si è spostata su Facebook per scrivere lì direttamente il suo blog (i contenuti sono personali e brevi, quindi questo social vi si adegua meglio). Dopo il successo di Mangia prega ama, credo non abbia proprio necessità di investire in un blog con articoli complessi.

E per tutte loro, dovessero anche chiudere tutti i social network in blocco, non avrebbero alcuna difficoltà a riunire le loro lettrici in qualche altra piattaforma, magari stavolta proprio in un blog vecchio stile. Sarebbe interessante poter risalire ai primi tempi, a come hanno gestito il loro esordio letterario. Magari avevano un blog e solo ora si sono potute permettere di chiuderlo?

4. Il blog toglie consistenza alla scrittura
VERO, MA

Gli autori di successo sono bravi a terminare i progetti. Finiscono un libro e non aggiungono più nulla, niente più modifiche, niente più revisioni. Il libro va pubblicato e comincia il suo percorso indipendente.
Il blog non termina mai. Non è prevista una fine, richiede sempre nuovi aggiornamenti, e chi lo segue si aspetta proprio quello.
Possiamo diluire le pubblicazioni degli articoli, settimanale, quindicinale, mensile. Ma non è un progetto con una scadenza.
In questo senso toglie consistenza alla scrittura, la rende evanescente, secondo Hoffman.
Cita il caso dello scrittore britannico (e fumettista, giornalista, sceneggiatore televisivo e radiofonico) Neil Gaiman. Indubbiamente scrittore di successo, ma pessimo blogger perché ci mette dai 3 ai 6 mesi a pubblicare un post sul suo blog. Lettori ed editore saranno molto più contenti di avere in fretta un suo nuovo libro.

Ma torniamo al punto precedente: questo vale per gli autori professionisti, che possono decidere di avvicinarsi ai lettori in altra maniera. Ad esempio, Neil Gaiman ha in calendario molti più eventi a contatto col pubblico di quanti ne abbia in programma Diana Gabaldon, che preferisce un contatto giornaliero tramite i social (Neil Gaiman l’ho trovato in Facebook, ma mi sembra comunque poco presente).

5. I lettori vogliono solo storie
VERO, MA

Dunque, se il blog contiene (anche) storie, e queste permettono di avvicinare nuovi lettori, perché non dovremmo avviarlo?
Contraddicendo nuovamente se stesso (siamo sicuri che questo fosse un contenuto valido per il Writer’s Digest?) Hoffman cita l’autore Chuck Wendig, famoso per i suoi contributi alla serie Star Wars e per il suo blog TerribleMinds. Uno scrittore che riesce a pubblicare frequentemente sia in libreria che nel suo sito, non solo storie, ma anche consigli di scrittura.

Ma allora, signor P.S. Hoffman, di cosa diamine stiamo parlando qui?!
Secondo lui, piuttosto che aprire un blog autore, dovremmo seguire un’altra strategia.

Invece del blog, utilizzare i social media
FALSO!

Secondo Hoffman, i social media sono un modo perfettamente valido per far crescere il proprio pubblico, senza sprecare tante energie quante ne richiede un blog. Tutti sono su almeno una piattaforma social, il pubblico è già lì.
Gli autori che utilizzano un social media, con un programma forte e privo di distrazioni, hanno più tempo per scrivere. Peccato però che questo discorso l’abbiamo già fatto sul mio precedente articolo Il valore del blog per lo scrittore. I social media sono comunque difettosi: i contenuti non sono ricercabili facilmente quanto un motore di ricerca nel vostro blog (se un autore pubblica un racconti su Facebook, come fa un lettore trovare quelli scritti oltre un anno prima?); le visualizzazioni al pubblico non sono efficaci senza una minima spesa in sponsorizzazioni (un blog potenzialmente è gratuito e può dare maggiori soddisfazioni in quanto a letture).

Senza contare che lo stesso Hoffman è un po’ zoppo in quel che predica: l’ho trovato su Facebook con una pagina autore attiva dal 2016 e che ad oggi conta solo 29 persone. Houston, abbiamo un problema!
Se mi dici di non aprire un blog (e tu ne hai uno) perché i social offrono molto più pubblico (e ti leggono solo in 29), direi che qualcosa non quadra nella formula. 😀

L’unico motivo per cui dovresti avere un blog

Non saresti uno scrittore se non amassi scrivere. Lo stesso vale per il blogging. L’unico motivo per cui dovremmo aprire un blog è perché amiamo scrivere per il blog. L’importante è cercare di salvare più tempo possibile per la scrittura, ed usare il blog quale strumento per la scrittura stessa. Con amore ed entusiasmo.
E questo è l’unico punto con il quale sono perfettamente d’accordo.

In conclusione?

Se scrivevo prima questo articolo, mi toglievo il tarlo molto tempo fa! 🙂
Ma sono curiosa di sentire le vostre opinioni in merito.

Comments (44)

Silvia

Ago 11, 2018 at 9:26 AM

Io partirei da una prima considerazione: scrivere per un blog è una cosa totalmente diversa dal fare narrativa.
Ha regole sue e richiede competenze altrettanto specifiche, così come la scrittura di libri richiede un certo tipo di esercizio e studio.
Questo per dire che, a mio parere, ci sono molti meno punti in comune tra le due attività di quello che si pensa. Ed è anche il motivo per cui ci sono ottimi blogger che come scrittori valgono poco e, viceversa, bravi scrittori con blog che convincono poco.
Di conseguenza, sempre a mio parere, non sono poi così tante le ingerenze di una attività sull’altra.

1. VERO, MA… Certo, chiaro che il blog è un impegno molto consistente, lo è come qualsiasi altra attività di marketing che ruota intorno alla scrittura. Si può scegliere di non usare il blog (anche se…), ma non è che le altre forme di marketing siano molto meno dispendiose.

2. FALSO Sono due cose completamente diverse. È come se un atleta rinunciasse a camminare perché teme di essere condizionato nella corsa. Tra l’altro, oggi la scrittura SEO-frendly non è più quella delle keyword piazzate a caso, semmai privilegia la scrittura naturale e l’abilità dell’autore nel gestire i contenuti interessanti.

3. FALSO Anche questa è una semplificazione. Certo, il blog non aiuta tout-court a vendere. Non basta aprirlo e aspettare. Aiuta a vendere se c’è dietro una precisa strategia di marketing. Che a volte funziona e a volte no. Ma la colpa non è dello strumento, semmai di chi lo usa.

4. VERO, MA… Sono due tipi di scrittura diverse, è normale che abbiano un impatto diverso. Il blog (dal lato utente) è come una rivista: chi lo legge non si aspetta una consequenzialità. Continua a leggerlo perché è interessato dagli argomenti, perché segue il suo autore etc. etc. Ma ci sono anche tanti lettori che piovono su un singolo post perché interessati da quel post.

5. DIPENDE Questa, secondo me, è un’affermazione altrettanto generica. Dipende dal tipo di blog. Ma su questo argomento ho in cantiere (ormai da mesi) un post, magari per settembre lo pubblicherò.

6. FALSO Social e blog hanno due finalità diverse perché funzionano con meccanismi diversi e con pubblici diversi. L’ideale sarebbe (dico “sarebbe” perché le eccezioni ci sono sempre) integrarli e farli interagire. Farlo da soli è però un vero e proprio lavoro di marketing: richiede tanto tanto tempo e non poche competenze.

Quindi sostanzialmente sono d’accordo con te su tutti i punti. 🙂

Chiedo scusa per il lunghissimo intervento. 😉

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Barbara Businaro

Ago 11, 2018 at 2:18 PM

E invece grazie proprio per il tuo lunghissimo intervento! Perché tu alle spalle hai un libro pubblicato, dunque le tue considerazioni sono preziose, più pertinenti delle mie! 🙂

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Silvia

Ago 13, 2018 at 11:28 AM

Naaaaa… Io sono la prima che predico così così e razzolo malissimo. 😀
D’altronde, come si dice, il ciabattino va in giro con le scarpe rotte. Ultimamente per lavoro scrivo così tanto che il mio blog è quasi abbandonato (e la scrittura dei miei nuovi lavori pure).
Del resto (e qui rispondo anche a Marco e Serena) fare seriamente blogging come promozione del proprio libro o social media marketing è un vero e proprio lavoro. Marco può lavorare bene sulle sponsorizzate e avere risultati perché lo sa fare. Ma non ci si improvvisa in quel mestiere e pagare un SMM è improponibile per un esordiente.

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Marco Amato

Ago 13, 2018 at 1:17 PM

Aggiungo una riflessione Silvia, poi sparisco perché Barbara dice che commento troppo. Ma passando molte ore in ospedale e non potendo fare niente se non contare i minuti, almeno passo il tempo a scrivere commenti. 😛
Quel che voglio dire è questo. Tu dici: “Marco può lavorare bene sulle sponsorizzate e avere risultati perché lo sa fare.”
Però io fino a quattro anni fa, gestendo siti e blog, di Facebook non ne volevo sentire parlare. E in fondo sbagliavo perché quelli erano i tempi in cui creare pagine da centinaia di migliaia di fan era molto più facile. Quando però mi sono stufato di quel lavoro di seo e anche perché ormai non rendeva più, mi sono guardato attorno per scegliere quale tipo di lavoro inventarmi. E ho scelto questo su Facebook anche in funzione dei miei romanzi, che all’epoca erano ancora solo fantasie.
Nella mia aspettativa di vita, i miei romanzi sono più importanti di tante altre cose, e ho scelto una attività più difficile proprio perché se voglio riuscire con il mio sogno mi sarebbe servito acquisire know how. Con questo voglio dire che sento molta gente, troppa gente che dice: questo non lo so fare. Eh no, quando qualcosa non si sa fare, si prova a impararla. Per fare quel nuovo lavoro ho dovuto imparare photoshop, acquisire tante di quelle conoscenze che sono state noiose e prive di entusiasmo.
Sono anni che seguo editori, autori che sanno comunicare su Facebook, e ogni volta che trovo spunti interessanti, faccio lo screen della schermata e archivio idee, in futuro potrebbero servirmi per i miei post. Anche da questa attività di monitoraggio possono nascere poi idee che possono sviluppare nuovi lavori.
Anche tu, Barbara e qualche altro, può riuscire proprio perché ha la propensione a fare e a imparare quel che non si sa ancora fare. Dico questo perché sono proprio allergico a chi dice questo non lo so fare, purtroppo. Addirittura uno una volta mi ha detto: tu sei fortunato che sai fare queste cose. Fortunato io? Bello della mamma, ma tu che ne sai dei miei sacrifici, delle notti passate davanti a un computer, dell’impegno e dell’intelligenza spremuta per ottenere risultati?
Io ho stampato davanti agli occhi l’insegnamento del maestro Yoda: “No! Provare no. Fare! O non fare. Non c’è provare!”
Ed alcuni lo dico: studia, impegnati, ma rispondono proprio quel che diceva più su Barbara: io vorrei solo scrivere. E io replico allora spera che i miracoli esistano e qualcuno sia destinato a te. XD

Poi è anche vero che dalla mia ho una carta in più. Una notte mi è apparso in sogno il maestro Yoda e mi ha detto: “Perché tuo alleato è la Forza e un potente alleato essa è!” E allora mi son detto, forza e coraggio, se ci credi, credici fino in fondo. XD
Ok, ammetto che sono un po’ esaltato con Star Wars. Tipo @Barbara, tu che hai letto Eleanor’s Smile, ti confesso un segreto.
Il protagonista Liuc, si chiama così, per Luke, il mio eroe da ragazzo, Skywalker! Ma non diciamolo in giro. 😛

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Silvia

Ago 13, 2018 at 1:28 PM

Oh, ma su questo con me sfondi una porta aperta. Certo che si impara. Però è anche una questione di capacità, tempistiche e basi. Come dicevo, è un lavoro a tutti gli effetti. Nel tuo caso, parti comunque da basi di un certo tipo e anche il tuo lavoro principale si fonda sulle sponsorizzate. Tutto merito tuo che negli anni hai saputo costruire quello che sei adesso, non parlo di fortuna.
Però sono altrettanto convinta che la stragrande maggioranza di autori, che non ha competenze specifiche, non lavora in questo campo e non è nemmeno così capace né interessata a formarsi, non può farlo con buoni risultati. Anzi, è peggio quando si pensa di poter fare tutto senza invece avere gli strumenti né la preparazione.
Quindi, ben venga chi si rimbocca le maniche e si costruisce la propria fortuna. Ma per definizione non può essere la regola, è l’eccezione.

Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 11:07 PM

Marco, puoi commentare quanto vuoi. Anzi, se vuoi ti giro la lista degli articoli meno commentati così me li riporti in pari! 😛
Sono d’accordo che tutto si può imparare, ma ci vuole una determinata propensione. Chi lavora in determinati campi, già a contatto con la rete internet (o con l’informatica), è ovviamente agevolato più di altri. D’altro canto, un SMM (= Social Media Manager, traduco per i lettori) che si impegni un minimo sindacale per il lancio di un libro costa dai 300 euro al mese in su. Decisamente fuori target per un esordiente in self-publishing. E tra l’altro senza garanzia di risultato. Ho visto pagine affidate ad un SMM, ma con la completa assenza dell’autore e delle sue emozioni, non hanno raccolto nulla. Ci vuole comunque la voce dello scrittore, pronto a rispondere ai commenti.
Per quanto riguarda Star Wars, Marco ti sei dimenticato di questo: Anno bisesto, anno maestro E poi, perché credi si chiami proprio BB-8?! 😀 😀 😀

Rosalia Pucci

Ago 11, 2018 at 9:58 AM

Ciao Barbara, contravvengo all’intenzione di stare un po’ lontana da internet per dedicarmi al romanzo, e rispondo al quesito che ci poni oggi, basandomi sulla mia esperienza. Il post ha a che fare con un personale tarlo e cioè se l’attività di blogging aiuti o al contrario sia in contrasto con l’attività di narrativa. A periodi alterni cerco un compresso tra le due parti del variegato mondo della comunicazione scritta, ma spesso l’una sovrasta l’altra. In questo momento per esempio sono concentrata su un progetto di riscrittura che mi impegna molto, lasciandomi esausta e senza alcun voglia di dedicarmi ad altro. A soffrirne è il blog, purtroppo, ma so che non potrei lavorare su entrambi i fronti con la stessa energia. Provo una sana invidia per chi vi riesce, per chi scrive i post in poche ore, per chi butta giù capitoli di un romanzo come bevesse un bicchiere d’acqua. Per me scrittura è fatica, sana sofferenza, impegno e dedizione. Passato questa fase, spero, tornerò volentieri al blog al quale non potrei mai rinunciare: è un angolino di web che mi sono ritagliata e nel quale mi sento a mio agio. Ti auguro un buon week end:)

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Barbara Businaro

Ago 11, 2018 at 2:21 PM

Grazie Rosalia. Dunque confermi che l’unico blocco è quello della gestione del tempo (come con tante altre attività quotidiane), ma il blog non uccide la scrittura in quanto ad abilità narrative. Le idee e lo stile ci sono eccome! 😉

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Marco Amato

Ago 11, 2018 at 11:15 AM

Io sono molto più gretto e non mi pongo tutti questi punti. L’unica ragione per cui un autore dovrebbe avere un blog è perché gli piace comunicare con un blog e ricevere commenti e intrecciare relazioni con i lettori.
Se c’è questo, il blog non sarà un peso, ma un diario di comunicazione che arricchisce la propria vita.
Anch’io sono sempre stato contrario alla bufala di aprire un blog per vendere più libri. Soprattutto quando il blog è tecnico, e cioè parla di scrittura e suoi annessi. I nuovi eventuali lettori che si acquisiscono, sono semplicemente colleghi di scrittura. E pertanto una massa critica insufficiente per determinare le sorti del libro. Per paradosso, anni e anni di blogging per vendere più libri, possono essere superati con un post sponsorizzato a 20 euro su Facebook.

Io ad esempio avevo aperto il blog per comunicare le mie idee sul self publishing. Non perché mi piaceva il blog, ma dato che posseggo il brutto vizio di voler aiutare il prossimo, offrire nuovi scenari, far scorgere opportunità, allargare la visione dell’autore indipendente oggi, sarebbe stata una bella cosa.
Poi ho visto che con i dibattiti sul self publishing nascevano soltanto polemiche, mai nessuno mi poneva domande per approfondire le argomentazioni e allora ho pensato che forse sarebbe stato meglio abortire l’intento.
Ma qualche post per il blog lo avevo già scritto e adesso lo tengo ben conservato. Non sono pubblicabili…
Uno ad esempio è il capitale dello scrittore. Qualcosa che potrebbe sconvolgere gli scrittori, soprattutto quelli pubblicati da editore. XD Alcuni ritengono che pubblicare libri dal 1990 ad oggi sia la stessa identica cosa. Quanti nuovi scenari si sarebbero potuti affrontare. Peccato. Prima o poi questi post li dovrò cancellare, troppo eretici, per l’umanità italiana. 😛

Per concludere, o un blog lo si tiene per passione o niente. Una volta a un amico blogger che pubblicava parecchio ed era molto commentato, ho fatto un rapido calcolo. In due anni di blogging fra post e risposte ai commenti aveva scritto l’equivalente di cinque romanzi di Camilleri o due Stephen King. E in quei due anni il suo romanzo era rimasto sostanzialmente fermo. La risposta sul senso del blog, in questo caso, mi pare scontata.

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Darius Tred

Ago 11, 2018 at 2:10 PM

“mai nessuno poneva domande per approfondire le argomentazioni” 😀 😀 😀
Una volta parlavi di una relazione della tua esperienza di self-publishing. Ti avevo chiesto una copia perchè ero interessato e tu mi avevi risposto che me l’avresti mandata volentieri…
Forse è caduto nel dimenticatoio oppure (più che giustamente) la conservi gelosamente. 😀
Però almeno scrivi: “mai nessuno (tranne Darius) poneva domande per approfondire le argomentazioni”.
P.S.: se vuoi integrare anche il capitale dello scrittore, il mio indirizzo e-mail è sempre lo stesso… 😛

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Barbara Businaro

Ago 11, 2018 at 2:39 PM

Mi accodo alla richiesta. Marco la mia mail ce l’hai! 😀

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Marco Amato

Ago 11, 2018 at 3:05 PM

Darius perdonami se ho promesso qualcosa che non ho mantenuto. Da un po’ di tempo ho la memoria del pesce rosso. Per fortuna riesco a ricordarmi solo le storie che devo scrivere, altrimenti sarei un uomo finito. Credo che poi quella relazione non la scrissi. Non ricordo nemmeno quando l’ho detta, forse quando stavo chiudendo il blog?
Boh, comunque credo che il mio bilancio non sia positivo sulla mia esperienza. Fra copie vendute, crescita pagine e sforzo profuso, avrei dovuto ottenere di più. Ma credo che questa negatività sia data soltanto dal mio carattere, mi piacerebbe avere tutto e subito, non sono il tipo da seminatore per il raccolto futuro, anche se il mondo funziona così. Dalla mia prima esperienza self ho capito tante cose. Ho avuto la conferma che i lettori veri non sanno nemmeno cosa sia il self. Ho compreso i limiti strutturali del self publishing e cioè quando ti ritrovi lettori che vorrebbero il tuo libro in libreria e tu non ci puoi andare in libreria, questo è un grosso limite. E ho commesso molti errori di inesperienza. Però credo che posso ripartire proprio da quegli errori, avendoli compresi in buona parte, posso correggere il tiro. Mi rendo conto che fra cose fatte, cose da fare e nuove cose che ho in mente una relazione non basterebbe. A quel punto dovrei scrivere un manuale. Ma non credo che lo scriverò mai. Alla fine proprio col blog dovevo scegliere se tentare di diventare un guru del self publishing oppure indirizzarmi nella mia strada scrittoria tranciando di netto quel cordone, e ho scelto la seconda.
Perdonami ancora per questa mia promessa mancata. Resta il fatto che io sono a portata di chat su messenger, quando vuoi possiamo farci tutte le chiacchierate che vogliamo. 😉

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Darius Tred

Ago 11, 2018 at 3:18 PM

Non ti preoccupare. Seguendoti sui social ho capito che hai ben altro da fare. Magari ti scriverò via e-mail per una chiacchierata prima o poi, perchè con le chat ho sempre il timore di perdermi i pezzi. 😉

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Marco Amato

Ago 11, 2018 at 4:00 PM

D’accordo, quando vuoi! 😉

Barbara Businaro

Ago 11, 2018 at 2:38 PM

Un blog con argomenti di scrittura attira solo altri scrittori (o aspiranti tali). Anch’io pensavo così, poi qualcuno mi ha detto:”E quelli non sono lettori? Non potrebbero essere gli innovatori del mercato editoriale?” (riferimento alla divisione del mercato in innovatori, adottatori precoci, maggioranza precoce e tardiva, ritardatari)
“I lettori sono lettori, non importa come arrivano a te”.
Poi, aprire un blog per condividere le tue esperienze di self-publishing era una bella idea, ma devi avere un enorme pazienza per gestire il contraddittorio. É chiaro che ci sono opinioni diverse in campo, e anche quelle vanno rispettate. E allora si gestire un blog come quello ti avrebbe tolto le energie positive alla scrittura!! 😀
Per il resto… io probabilmente con webnauta ho già scritto una saga, se conto il numero di battute. Ma l’avrei davvero scritta, altrimenti? Credo di no. Il tuo amico adesso, senza più
Blog, quanti libri pubblicati ha?
Avevo pensato anche di chiedere il part-time lavorativo (ammesso sia possibile per il mio lavoro), ma poi mi guardo intorno e chi ha fatto la stessa scelta, non solo la scrittura ma per inseguire altri hobby importanti, alla fine non ha risolto nulla. Maggiori ore libere vengono occupate da altre attività sia perché i familiari si sentono in comodo di scaricarti le loro inconbenze sia perché si finisce per cedere alla stanchezza, e allora tanto vale lavorare! 🙂

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Marco Amato

Ago 11, 2018 at 3:31 PM

…qualcuno mi ha detto:”E quelli non sono lettori? Non potrebbero essere gli innovatori del mercato editoriale?”…

Uhm… no no no, non sono d’accordo. Nella vita vale una proporzione fondamentale che si chiama costo/opportunità.
Se per ottenere 50 lettori mi devo fare un mazzo enorme di blogging per anni, ecco che il costo per ottenere quei 50 lettori è eccessivo. Pianifichi una campagna su Fb e quel risultato lo ottieni in pochi giorni.
E’ come se per andare da Catania a Padova decidessi di andare a piedi o prendere un aereo che mi faccia scendere a Verona o a Venezia e da lì in un attimo raggiungere Padova. E subito qualcuno dirà: però se vai a piedi non spendi nulla (vedi facendo anni di blogging non spendi nulla), invece con l’aereo (la pubblicità su Facebook) spendi denaro sonante.
Ok, ma qual è il costo opportunità migliore, rinunciare a qualche pizza il sabato sera e spendere un giorno per pianificare la campagna su fb o impegnare migliaia di ore per anni a stendere post e rispondere commenti solo per vendere qualche copia in più?
Costo/opportunità, sempre, per me è il faro che indica la rotta.
Ottenere il massimo con il minimo sforzo.
Anche perché io ho monitorato i blog fra noi e poi ho cercato di capire quante copie riesce a sposare il blogger all’uscita del suo libro. E il risultato è da poche copie vendute a massimo una cinquantina di copie per i blog più conosciuti e che hanno migliaia di visite a post.
Se questi sono i numeri in gioco, non vale la frase: ma sono sempre lettori.
Certo che lo sono, ma esistono possibilità alternative più rapide. Anche perché molti non contemplano il fattore più semplice. Fare una pubblicità, a meno che questa sia fallimentare, comporta da un lato una spesa, dall’altro un profitto sulle vendite. Se ci sai fare, non solo non ci rimetti soldi con la pubblicità, ma trai pure un utile. Inoltre, se guardiamo i blog più grandi, ormai hanno raggiunto una situazione in cui le idee per nuovi post scarseggiano e la capacità di sommare potenziali lettori a quei cinquanta sono durissime. E’ più facile portare un’auto da zero a centoventi, che da centoventi a duecentoquaranta?
Viceversa una pagina Facebook non ha limiti potenziali di crescita.
Il punto è che tutto richiede studio. Ad esempio, ai tempi delle polemiche sul self, il paradosso era dato dal fatto che il mio argomentare era dato da studio (che può anche essere sbagliato, non ho mica la verità in tasca), ma la controparte rispondeva con pregiudizi. Uno scontro fra dati di fatto contro il nulla.
Come vediamo adesso fra i novax. Da un lato pregiudizi, dall’altro gli scienziati. XD
Figurati che qualcuno mi ha detto: ma come hai fatto a vendere queste copie?
E io ho risposto: ho fatto proprio ciò che ho detto per anni nei commenti. Ho spiegato tutto, non mi sono tenuto nessun segreto. Beh, qualche segreto sì, l’ho tenuto nascosto, ma perché non si può dire, altrimenti mi prendono per matto. 😛

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Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 12:22 AM

Purtroppo Marco quello che mi disse “E quelli non sono lettori?” ha dalla sua dei signori numeri che lo rendono compentente in materia.
Del resto anche tu sei pro-Facebook perché in quell’ambiente hai ottenuto ottimi risultati, grazie alle tue competenze acquisite. Ognuno porta avanti lo strumento che meglio conosce e su cui lavora bene.
Sui costi/opportunità, quanti anni e quanti investimenti ha fatto Chiara Ferragni per arrivare a 15 milioni di euro? Ha 31 anni ed è partita con un blog che ne aveva ancora 17… (lo so benissimo che la Moda muove molto più denaro della Lettura, ma qui stiamo parlando di marketing e di strategie) C’era una newsletter interessante (c’ho messo un’ora a cercarla, perché ricordavo fosse un articolo) che si intitola: “Fare sul serio, oppure no”
“Chiara Ferragni ha iniziato pubblicando i suoi outfit online nel 2006, dieci anni dopo è entrata nei 30 under 30 di Forbes e fattura dieci milioni di dollari l’anno, più o meno.[…] ClioMakeUp ha aperto il suo canale YouTube nel 2008, otto anni dopo lo stesso canale ha un milione di iscritti.[…] Sio ha iniziato a fare fumetti a otto anni: ora ne ha ventotto, il suo canale YouTube ha più di un milione di iscritti e ha appena pubblicato con Feltrinelli.[…] Questi sono alcune delle persone a cui mi ispiro e che mi ispirano, e hanno tutti due cose in comune. Primo, fanno quello che fanno da un sacco di tempo. Secondo, non mollano un colpo, mai. Sono costanti e abitudinari.[…] Chi fa sul serio passa anni a farsi il culo e a martellare sulla stessa cosa. Chi non fa sul serio passa anni a cercare scuse, scorciatoie, trucchi e segreti. Tutto qui. Tutto il resto è aria fritta.”
Cattivo, sferzante, vero.
Del resto anche tu caro Marco, da quanti anni vai in giro a commentare i blog altrui, con testi così lunghi, impiegando lo stesso tempo che scrivere in un tuo blog, ma soprattutto costruendo le relazioni che poi ti sono servite per piazzare bene il primo libro e la sua pagina web? Anche questa è strategia e, che ti piaccia o no, pesa molto di più dei costi espliciti di cui tu tieni conto. 😉

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Marco Amato

Ago 11, 2018 at 3:54 PM

Ah già, il capitale dello scrittore. Ormai che ci sono ve lo accenno senza andare a cercare file perduti.
Mettete uno scrittore minimo dell’editoria grande o piccola. E per minimo intendo che di norma vende 5 mila copie. E’ lontano dall’essere un best seller, però il fatturato consente all’editore di andare in utile, quindi lo ripubblica ogni volta volentieri.
Ora prendete questo scrittore. Si mette al computer e stampa il suo ultimo manoscritto: 300 fogli A4. Esce di casa con questo plico sotto al braccio, prende la metro, arriva nella sede dell’editore e spash, pianta il manoscritto proprio sopra la scrivania del direttore editoriale. Il direttore editoriale prende i fogli tra le mani, stima il peso della carta e felice ringrazia l’autore.
Cos’è successo in questa banale operazione? Stampa dal computer, tragitto in metro e il direttore editoriale che stringe fra le mani i fogli? Qualcosa alla quale nessuno riflette mai: il viaggio del capitale dello scrittore.
Perché diamo tutti per scontata una cosa: gli scrittori sono poveri. Eppure io posso garantire che questo scrittore è un potenziale ricco.
Facciamo due calcoli. Quel manoscritto verrà posto in vendita a 15 euro. Sappiamo che questo autore di norma vende 5 mila copie. Ebbene 5 mila copie a 15 euro fanno esattamente 75 mila euro.
Cioè lo scrittore stampando quel manoscritto non ha soltanto stampato una storia, ma ha impresso su carta un capitale di 75 mila euro. E’ andato in metro con 75 mila euro sotto al braccio. Ha depositato fra le mani dell’editore 75 mila euro di fatturato editoriale.
Ma questo è l’esempio minimo per l’editoria che conta. Perché se anziché 5 mila copie parliamo di uno scrittore di 15 mila copie, ecco che sotto al braccio, in metro, davanti a tutti, ha trasportato un capitale di 225 mila euro. Nemmeno la valigetta di un rappresentate di gioielli vale quanto quel plico di fogli
Quindi il punto non è che uno scrittore è povero per principio. E’ povero perché il sistema editoriale è tarato perché lo scrittore sia povero. Perché quel triste autore che vende 5 mila copie e ha stampato 75 mila euro di fogli, a lui, senza anticipi (e con 5 mila copie gli anticipi sono zero), andranno al massimo 7.500 euro pagati dopo diciotto mesi dalla pubblicazione.
Quindi quando qualcuno mi dice: gli scrittori sono poveri, capirete che storco il naso.
C’è un problema profondo nel cuore dell’editoria. Una ingiustizia palese. E alcune delle conseguenze vanno tenute in gran conto. Quali sono queste conseguenze, non le posso dire, altrimenti avrei aperto il blog! 😛
Comunque, lasciate perdere, tutta robaccia da eretico la mia. Basta, non parlo più… XD

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Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 12:23 AM

Uhm… il capitale è tale solo nel momento in cui “realizzi”, in cui riesci a convertirlo in denaro. Facile dire che quel manoscritto vale sul mercato 75 mila euro, ma li varrà davvero solo quando sarai riuscito a mandarlo in stampa corretto e con una copertina graficamente accattivante, distribuirlo capillarmente (anche in libreria dove, come tu stesso hai ammesso, ci arriva solo l’editoria tradizionale), sponsorizzarlo non solo in rete, ma anche nei vecchi media (giornali e televisione). Finché tutto questo non viene fatto, restano solo dei fogli di carta scritti. Dopo, da quei 75 mila euro, andranno tolti tutti i costi che l’autore avrà dovuto anticipare (e dunque deve avere prima un capitale “liquido” per poter trasformare quel manoscritto in un ricavo tangibile).
In sostanza, tu in questo discorso hai confuso il ricavo con il guadagno.
Che poi non tutti gli scrittori sarebbero in grado di seguirsi da soli l’intera filiera editoriale.

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Marco Amato

Ago 13, 2018 at 12:35 AM

Forse non sono riuscito a spiegarmi per essere sintetico. Ho premesso che l’autore in questione vende di media 5 mila copie a libro.
Un autore che ha già un suo piccolo pubblico.

Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 11:12 AM

No, ho ben capito che ha già un pubblico. Ma questo non fa automaticamente imprenditori di sé stessi. Qualcuno vi è portato, ma la maggioranza no. Già tra chi vende solo 50 copie ci sono gli irriducibili del “ma io voglio solo scrivere”. 🙂

Marco Amato

Ago 13, 2018 at 12:35 PM

Ah è evidente che sono concetti per pochi. Infatti mi guardo bene dal dire questo e anche il resto. Non solo non mi comprendono, ma mi prendono pure per folle.

Darius Tred

Ago 11, 2018 at 1:58 PM

Devo averlo già scritto da qualche parte… Io credo che la cosa che uccide la scrittura, in termini di blogging, non sia il blog in sè ma il calendario editoriale. L’avere ritmi serrati di pubblicazione porta inesorabilmente all’esaurimento delle idee. Si può avere anche un elenco di post programmati per mesi ma prima o poi le idee forzate finiscono. Ho visto diversi blog diminuire la frequenza di pubblicazione, se non addirittura metterla in pausa… Eppure sedicenti guru del blogging spacciano il calendario editoriale come un mantra irrinunciabile per avere un blog di successo.
Chiaramente dipende dalla natura di un blog e dai suoi contenuti, ma il blog di un autore non uccide la sua scrittura: basta solo usarlo con naturalezza. È come quando si parla con gli amici: non è necessario parlare sempre (anzi!) ma solo quando si ha qualcosa da dire.

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Barbara Businaro

Ago 11, 2018 at 2:43 PM

Esaurimento delle idee?? Io ho troppe idee e poco tempo per stare dietro a tutte!! 😀 😀 😀
E pensare che quando ho cominciato non sapevo proprio che scrivere!

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Darius Tred

Ago 11, 2018 at 3:09 PM

Tu sei l’eccezione che conferma la regola. 😀
Per il resto ho visto blog passare dall’entusiasmo di due/tre post a settimana a uno, poi a una settimana sì e una no. Altri a pause e altri addirittura a chiusure definitive.
Per carità, ripensamenti e riorganizzazioni sono più che legittimi, io stesso ne ho fatti diversi. Ma quando vedo che sono gli stessi guru del blogging a soccombere, be’… sorrido. 🙂

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Elena

Ago 11, 2018 at 5:26 PM

Ti quoto. Non ho un calendario editoriale e scrivo solo quello che sento forte dentro di me in un dato momento. Mi trovo benissimo

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Elena

Ago 11, 2018 at 5:35 PM

Accipicchia Barbara, questo non è un post agostano, questo è un postone a tutti gli effetti da middle year climax! Insomma, argomenti ottimi e controdeduzioni condivisibili. La penso come te, non me ne voglia il caro Hoffmann, che tanto no so chi sia 🙂
Dunque, la domanda è di quelle che ci poniamo tutti. Io personalmente, e lo dico di tanto in tanto sul blog, scrivo perché amo scrivere. Una sorta di dipendenza benefica, eccetto quando ti fa fare le ore piccole e passare l’estate a scrivere piuttosto che a cazzeggiare in spiaggia. Ma tant’è, siamo quello che desideriamo essere.
Il motto del mio blog è “Si scirve solo per amore”, non una frase tanto per dire ma una profonda convinzione. E’ vero che scrivere per un blog, specie se è il tuo, richiede moltissimo tempo. Non tanto la stesura ma il titolo, il contenuto che deve essere reso in modo accattivante (la lettura su web è molto più volatile che su carta stampata) e naturalmente ciò che curo meno e di cui tu sei esperta, la famosa SEO.
In ogni caso, credo che la fatica sia ricompensata. Per i ritorni che le persone che ti leggono ti danno (è incredibile scoprire come quasi tutti quelli che conosco seguono, silenziosi, le pagine del mio blog. Me ne accorgo quando mi incontrano, attaccano a parlare dell’ultimo post come se ne avessimo discusso un attimo prima al bar, fantastico!) e per l’allenamento che scrivere un blog ti consente di fare.
Sì, attraverso le pagine delle Volpi qualcuno ha consociuto i miei libri, li ha letti e recensiti (a proposito, grazie a tutti – love) ma non è certo questa la ragione per cui mi sforzo di alimentarlo. Lo faccio perché mi piace. Altrimenti avrei già mollato.
E cerco di non scrivere articoli paraculi (si puà dire su webnauta?) come quello del caro Hoffmann che servono solo a generare polemiche utili solo a pubblicizzare il proprio sito o che altro. Andiamo avanti a scrivere senza condizionamenti, e troveremo il nostro seguito.
Buon blogging a tutti!

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Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 12:24 AM

Non pensavo questo risultasse un postone, anche se l’argomento è scrittorio. Dovevi vedere l’altro titolo che avevo in ballo allora, e che non ho ancora terminato! 😉 Questo ce l’avevo fermo lì da un po’ e avevo proprio voglia di togliermelo dalle scatole. Mentre lo scrivevo, era più una chiacchierata con voialtri sotto l’ombrellone, mentre si legge una rivista di gossip e “Guarda qua cosa scrive questo…” 😀
Si, la fatica viene ricompensata in termini umani anche nel mio caso. Senza contare che io uso il blog per condividere qualcosa che tanto studierei lo stesso, che serve per migliorarmi nella scrittura, dunque è fatica “riciclata” la mia.
E si, anch’io quando ho chiuso questo post ho avuto quell’ultima considerazione finale, non scritta: che l’articolo originale fosse paraculo! 😉 (e io ci son cascata però…)

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Giulia Mancini

Ago 12, 2018 at 12:39 PM

In generale concordi con le tue considerazioni e mi ritrovo in quanto afferma Silvia: blog e scrittura creativa sono due cose diverse, non credo però che facciano a pugni, nel senso che si può avere un blog e parlare (anche) dei propri romanzi, poi ci sarà chi lo comprerà e chi no; il blog però non ha come obiettivo principale la vendita dei propri romanzi, è una finestra sul mondo con la possibilità di fare uno scambio di opinioni su argomenti che ci stanno a cuore, scrittura compresa. È anche un modo per conoscere meglio l’autore, quindi può servire anche per vendere i libri, io ho letto i libri di moltissimi blogger che seguo (Riccardo Moncada -ciao Marco- Rosalia Pucci, Maria Teresa Steri, Sandra Faè, Cristina Cavalieri, Massimiliano Riccardi, Lisa Agosti) libri che ho scelto di leggere proprio perché conoscevo gli autori attraverso i loro blog.
Detto questo mi ritrovo molto in quanto afferma Rosalia, non riesco a dedicare la stessa energia a più di un progetto, se scrivo un romanzo ho meno tempo da dedicare al blog, quindi spesso faccio una scelta, scrivo post con una frequenza limitata, uno alla settimana o anche meno in certi periodi, i miei post sono brevi, con argomenti poco tecnici e costituiscono un mio personale sfogo su argomenti vari non sempre connessi alla scrittura. Ciononostante scrivere un post mi porta comunque via del tempo, ma è il mio angolo di libertà (anche dalla scrittura di un romanzo) a cui sento di non voler rinunciare. I social possono aiutare a farsi conoscere come autore, ma la conoscenza che si raggiunge con il blog è più profonda.

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Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 12:25 AM

Vero Giulia: il blog consente una conoscenza approfondita, e una vicinanza, con l’autore. Magari, come capita nel mio caso, ci si arriva dalla rete con una ricerca che non c’entrava nulla (il Navigare Informati è molto seguito, e del resto l’ho pensata proprio come una rubrica dedicata ai lettori-non-scrittori) e si resta lì fermi a leggere. 🙂

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Silvia

Ago 13, 2018 at 11:45 AM

La tua rubrica Navigare informati è un piccolo capolavoro. Se interpreto bene i dati, vengono proprio da lì i post che ti posizionano meglio e, guarda guarda, sono quelli che indirizzano al tuo sito prevalentemente lettori piuttosto che scrittori (sono comunque d’accordo con te che gli scrittori sono tra i principali lettori, quindi ben vengano anche loro).
Quello che manca a te (ma solo fino a questo momento) è la pubblicazione. Ma forse anche questo fa parte delle tua strategia. Fino a questo momento hai fatto un lavoro eccezionale nel consolidamento del sito. Quando pubblicherai avrai già tutto pronto per la promozione via blog. E allora forse l’unica risposta valida a tutti questi discorsi ce la darai tu. 😉

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Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 11:21 PM

Ti ricordi vero di essere la madrina di Navigare Informati? L’idea me l’hai suggerita tu! 😉
Da lì arriva un 40% di visite si, e sono tutti lettori-non-scrittori. Ma storicamente i tassi di conversione da visualizzazione ad acquisto sono sempre bassi. Il lettore arriva dal motore di ricerca per soddisfare un bisogno immediato. Non è detto che poi, quando arriverò alla pubblicazione, riuscirò a convincere quel lettore anche ad acquistare un mio libro. Se funziona la Legge dei Grandi Numeri, ho ancora parecchio da fare! 🙂

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newwhitebear

Ago 12, 2018 at 5:34 PM

certamente tenere un blog impegna in tutti i sensi, perché non si tratta solo di pubblicare qualcosa che stimoli la curiosità altrui ma anche rispondere ai commenti ricevuti, a leggere i blog altrui e commentarli. Sicuramente porta via tempo alla scrittura ma chi non è uno scrittore è un diversivo e un modo per confrontarsi con gli altri.
Io non sono uno scrittore ma se dovessi scrivere tutto il tempo che curo il blog, diciamo dalle tre alle quattro ore al giorno ma non sempre, solo alla scrittura. Le idee dopo due giorni spariscono e arriverei a sera rintronato.
Diciamo che bisogna saper bilanciare bene blog e scrittura

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Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 12:26 AM

Caspita, tre ore al giorno? Oggi ci sono stata solo un’ora (lasciate stare l’orario, era una giornata particolare), ieri credo un’altra ora, tra commenti e micro-ricerche, questo post ha richiesto credo tre ore sparse, tra la traduzione dell’articolo, lo scegliere e preparare l’immagine (ecco, perdo molto tempo a sceglierla), e stendere i miei pensieri in un italiano scorrevole. Per i racconti ci metto molto di più, un mese di ore sparse qua e là, quando il cervello da solo sgarbuglia la trama. Ma come dici tu, se fossi solo sulle storie, dopo un po’ perderei l’appeal. Se fossi solo sul blog, perderei il divertimento delle storie. Ci vuole equilibrio.

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Serena

Ago 13, 2018 at 11:12 AM

Quando ho aperto il blog ero infervorata dall’idea del self publishing e dai risultati che avrei potuto ottenere seguendo accorgimenti tecnici e di marketing già collaudati da altri. Ritenevo il blog necessario in funzione dell’autopubblicazione.
Quasi quattro anni dopo, con due romanzi miei e tre antologie come curatrice in autopubblicazione, penso che i fattori di successo per un mercato piccolo come quello italiano siano difficilmente controllabili, e che di sicuro non sia il blog a impattare né sulle vendite né sulle capacità dello scrittore. Ma il blog è ancora lì, a volte più pimpante, a volte silenzioso, e credo resterà lì ormai. Mi sento di citare e sottoscrivere queste parole di Marco:
“Io sono molto più gretto e non mi pongo tutti questi punti. L’unica ragione per cui un autore dovrebbe avere un blog è perché gli piace comunicare con un blog e ricevere commenti e intrecciare relazioni con i lettori.”
Mi faccio molti meno problemi. Ma non vado tenuta in considerazione, perché non bloggo seriamente e neanche scrivo seriamente. Sono una che fa quando ha tempo, tutto lì 🙂

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Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 10:52 PM

Per quel che conta, io ti ho conosciuta tramite il tuo blog e il famoso articolo sul metodo del Fiocco di Neve tradotto dall’originale di Randy Ingermanson. E sono comunque un lettore. 🙂

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Grazia Gironella

Ago 13, 2018 at 6:59 PM

Sono arrivata alla stessa conclusione. Questo porta con sé due conseguenze: quella buona è che mi sento libera di scrivere sul blog come preferisco, fregandomene di tutti i should-must-better; quella meno buona è che accetto che il blog non sia l’inizio di una fiorente attività, ma “solo” un modo per tenere i contatti con il mondo, senza mirare alle grandi vendite (perché quelle piccole ci sono, come no). Se devo utilizzare tanto tempo a studiare strategie di vendita et similia, mi stanco di tutto; non perché non mi rimanga tempo per scrivere – non sto scrivendo ugualmente – ma perché mi sento addosso il fastidio di dedicare tempo a cose di scarso valore. Lo so, poi mi lamento perché vendo poco eccetera, quindi sono poco coerente, ma all’interno di questo contrasto sto trovando il mio equilibrio, per strano che possa sembrare. 🙂

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Barbara Businaro

Ago 13, 2018 at 11:30 PM

Forse bisogna vedere quel tempo impiegato nello studio di strategie di vendita in altro modo: non tempo perso, ma tempo investito per la promozione della scrittura, lo stesso tempo che un editore tradizionale chiederebbe ad un autore per eventi promozionali in giro per il paese, ad esempio. Almeno non ci sono da fare valigie, e dannarsi per i ritardi dei trasporti pubblici. 🙂

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Nadia

Ago 14, 2018 at 8:14 AM

Vorrei dire che blog e scrittura, narrativa, seguono due iter diversi che sono cugini, ma proprio in questo periodo io stessa uso il mio blog per veicolare i miei racconti e tenere attiva la curiosità su di me come autrice. Vorrei dire che visto che si tratta di scrittura basta saper scrivere per entrambi, ma non è così. Il blog ha necessità e tempi suoi la scrittura di racconti o romanzi non sono definibili. Credo il blog per me sia un’attività collaterale, diciamo la seconda auto.

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Barbara Businaro

Ago 15, 2018 at 4:17 PM

Dunque utilizzi il blog per scopi promozionali, potrebbe aiutare, indirettamente, a vendere libri.
Mi piace l’idea della seconda auto. Anche se nel mio caso è, metaforicamente, una barca. 😉

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Marina

Ago 17, 2018 at 9:17 AM

Ben ritrovata, Barbara.

Il primo punto è vero anche per me. Non per niente, prima dell’estate, ho preso la decisione importante di dedicarmi alla stesura del romanzo notevolmente rallentata dalle attenzioni dedicate al blog (perché se ne hai uno, devi curarlo e i contenuti devono essere buoni e per avere cura e buoni contenuti hai bisogno di tempo.)

Sono un po’ scettica sul fatto che un blog possa aiutare a vendere più libri.
Alla fine, sono convinta che soltanto chi intrattiene rapporti stabili con il blogger ed entra nelle sue cerchie di amicizie, sia portato a leggere anche ciò che questi ha scritto.

I social sono treni di passaggio; forse servono per farsi conoscere (in base anche all’uso che se ne fa), ma non garantiscono costanza e approfondimento. In genere, mi capita di risalire a un eventuale blog visitando il profilo social di qualcuno, vedo il blog più concreto e più “consultabile” rispetto a una striscia virtuale che si aggiorna a grande velocità.

Sul motivo unico per cui avere un blog sono d’accordo anch’io ed è in virtù di amore ed entusiasmo che ne ho uno, non gli do altro valore (questo anche riferito a quanto dicevo sulla possibilità di servirmene per promuovere eventualmente le cose che scrivo.)

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Barbara Businaro

Ago 19, 2018 at 4:21 PM

Beh, se tu non avessi avuto il blog, io non avrei proprio acquistato il tuo libro. Hai scelto come url del blog lo stesso titolo del libro (anche se poi il titolo del blog in homepage è un altro), credo proprio per dargli una seconda opportunità, da cartaceo non ristampato a self-publishing, giusto? Quindi almeno all’inizio l’intento doveva essere quello. E io ti ho raggiunta dal blog, non dai social e non da Amazon. 🙂

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Maria Teresa Steri

Ago 30, 2018 at 9:52 AM

Sono più che d’accordo con la tua analisi, in modo particolare con l’ultimo punto che direi taglia la testa al toro. Ho visto molti blog creati all’unico scopo di fare pubblicità ai propri libri perdere via via sempre più voce, fino a ridursi al silenzio. Se scrivi un blog lo fai per passione, quella di scrivere, quindi perché mai dovrebbe uccidere la scrittura?
Vero è però che sul primo punto ci sarebbe molto da riflettere. Di certo un blog (ma anche i social) portano via molto tempo, che di solito sottraiamo alla scrittura vera e propria. Una lezione importante che posso dire di aver imparato in questi anni di blogging è proprio quella di saper dosare tempo e forze e soprattutto ogni tanto chiudere fuori tutto per potermi isolare e scrivere. Non che abbia imparato a farlo, ma perlomeno tendo a questo obiettivo. Se ci si lascia fagocitare dal mondo del blog, allora davvero non si combina altro.

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Barbara Businaro

Ago 30, 2018 at 9:56 PM

Dunque blogger si, ma per vocazione!
Spero anch’io di riuscire a dosare meglio il tempo tra scrittura e blogging. Tra i 9 anni del tuo blog e gli appena 3 del mio, ne ho ancora di cose da imparare! 😉

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