Trilogia della città di K. di Agota Kristof - Una storia vera nascosta nei romanzi

Trilogia della città di K.
di Agota Kristof

Arriviamo dalla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.
Camminiamo a lungo. La casa di Nonna è lontana dalla stazione, all’altro capo della Piccola Città. Qui non ci sono tram, né autobus, né macchine. Circolano solo alcuni camion militari. I passanti sono pochi, la città è silenziosa. Si può udire il rumore dei nostri passi; camminiamo senza parlare, nostra Madre tra noi due.
Davanti alla porta del giardino di Nonna nostra Madre dice:
– Aspettatemi qui.
Aspettiamo un po’, poi entriamo in giardino, giriamo intorno alla casa, ci accovacciamo sotto una finestra da cui giungono delle voci. La voce di nostra Madre:
– Non c’è più niente da mangiare in casa nostra, niente pane, carne, verdura, latte. Niente. Non posso più sfamarli.
Un’altra voce dice:
– E allora ti sei ricordata di me. Per dieci anni non ti eri mai ricordata. Non sei venuta, non hai scritto.
Nostra Madre dice:
– Sapete bene perché. A mio padre volevo bene, io.
L’altra voce dice:
– Sì, e adesso ti ricordi che hai anche una madre. Arrivi qua e mi chiedi di aiutarti.
Nostra Madre dice:
– Non domando niente per me. Vorrei solamente che i miei bambini sopravvivessero a questa guerra. La Grande Città è bombardata giorno e notte, e non c’è più da mangiare. I bambini sfollano in campagna, da parenti o estranei, dove capita.
L’altra voce dice:
-Allora non avevi che da mandarli da qualche estraneo, dove capitava.
Nostra Madre dice:
– Sono i vostri nipotini.
– I miei nipotini? Non li conosco nemmeno. Quanti sono?
– Due. Due bambini. Gemelli.
L’altra voce chiede:
-E degli altri cosa ne hai fatto?
Nostra Madre chiede:
– Quali altri?
– Le cagne mollano lì quattro o cinque piccoli per volta. Se ne tengono uno o due, gli altri li annegano.
L’altra voce ride molto forte.
Il grande quaderno, Agota Kristof

 

Questo libro mi è stato regalato lo scorso dicembre, in occasione del mio compleanno. Quando ho scartato il pacchetto, mi hanno spiegato di averlo scelto in quanto caldamente consigliato per il suo stile particolare, per la sua scrittura asciutta, talvolta crudele, per la complessità della trama. Trilogia della città di K. di Agota Kristof è una lettura intricata e strabiliante che non dovrebbe mancare nel bagaglio di uno scrittore. Senza contare che l’autrice ha ricevuto un premio importante per il primo romanzo di questa trilogia, il Prix Europe assegnato dall’ADELF, associazione degli scrittori in lingua francese, pur essendo lei ungherese di nascita e prestata al francese per necessità. Non ne avevo mai sentito parlare o forse, se avevo in qualche modo incrociato il suo nome in passato, ero troppo distratta per coglierne il valore.

La quarta di copertina riporta la presentazione di quest’opera dalla penna della nostra italiana Rosetta Loy, un’altra scrittrice della memoria, anche della guerra: «Tutto ha inizio con due gemelli che una madre disperata è costretta ad affidare alla nonna, lontano da una grande città dove cadono le bombe e manca il cibo. Siamo in un paese dell’Est, ma né l’Ungheria né alcun luogo preciso vengono mai nominati. Un inizio folgorante che ci immette di colpo nel tempo atroce dell’ultima guerra raccontandolo come una metafora. La nonna è una “vecchia strega” sporca, avara e senza cuore e i due gemelli, indivisibili e intercambiabili quasi avessero un’anima sola, sono due piccoli maghi dalla prodigiosa intelligenza. Intorno a loro ruotano personaggi disegnati con pochi tratti scarni su uno sfondo di fame e di morte. Favola nera dove tutto è reso veloce ed essenziale da una scrittura limpida e asciutta che non lascia spazio alle divagazioni. Un avvenimento tira l’altro come se una mano misteriosa e ricca di sensualità li cavasse fuori dal cilindro di un prestigiatore crudele.»

Già questo mi faceva temere il peggio: io non leggo libri sulle due guerre mondiali che hanno devastato prima l’Europa e poi il resto del mondo, e in particolar modo evito la Seconda Guerra Mondiale, probabilmente perché mi è ancora più vicina e sento sulla mia pelle l’eco dei suoi orrori. Lì per lì, avevo pensato quindi di non leggerlo, di ringraziare per il regalo e di lasciarlo decantare per almeno un decennio in un angolino della mia libreria.

Ma poi la curiosità ha avuto la meglio e ho scorso l’incipit, le stesse parole che trovate all’inizio di questo post. La guerra in lontananza, la brutalità dell’abbandono e la cattiveria di una nonna. Poche frasi striminzite, nessuna descrizione poetica, solo lo stretto necessario. Mi sono ritrovata a proseguire, attraverso quei capitoli minuscoli, giusto qualche paragrafo, senza rendermene conto, attirata dentro la storia, interessata a scoprire come se la caveranno poi questi due bambini.
Trilogia della città di K. di Agota Kristof (conosciuto in inglese invece come The Notebook Trilogy, Trilogia del Quaderno) ti afferra e difficilmente ti lascia andare. Mi sono staccata da quelle pagine solo per una breve ricerca in rete, per scoprire qualcosa in più sulla vita della scrittrice e sulle sue opere.

La trilogia si compone di tre romanzi che furono pubblicati separatamente: Il grande quaderno (Le grand cahier) del 1986, La prova (La Preuve) del 1988 e La terza menzogna (Le Troisième Mensonge) del 1991. Agota Kristof li scrisse in francese perché sapeva che questa lingua le avrebbe permesso di raggiungere una maggior diffusione del suo ungherese, ora che viveva stabilmente in Svizzera. All’età di 21 anni fu costretta infatti a lasciare il suo paese di notte, quando la rivoluzione anticomunista ungherese fu repressa dai militari sovietici. La scelta di una lingua estranea spiegherebbe anche la differenza di stile tra il primo romanzo e i due successivi: Il grande quaderno utilizza un linguaggio conciso e severo, parole semplici e direte dovute alla scarsa familiarità della scrittrice con il francese, mentre gli altri si concedono una raffinatezza più letteraria, con proposizioni più lunghe, arricchite da descrizioni e ambientazioni particolareggiate.

E’ facile comprendere, scorrendo la biografia di Agota Kristof e della sua fuga a causa della guerra, come questa trilogia sia decisamente a sfondo autobiografico. Forse per questo ho continuato a leggere, perché c’è una storia vera nascosta all’interno dei romanzi…

Agota Kristof e la guerra

Ágota Kristóf nacque a Csikvand in Ungheria il 30 ottobre 1935. Trascorse l’infanzia lì con i suoi due fratelli, Attila, diventato poi un giornalista ungherese, e Jenő. I suoi genitori erano il maestro elementare del villaggio, che scriveva anche poesie, e una professoressa di lettere. Aveva nove anni quando si trasferirono tutti a Kőszeg, a circa un’ora di strada verso nord. Suo padre fu poi condannato a diversi anni di prigione nel 1948, questo causò la disgregazione della famiglia. Le aveva trasmesso però l’amore per la poesia: lei scrisse i suoi primi componimenti già durante gli anni scolastici. Nel 1954, poco dopo il suo diploma, sposò il suo ex insegnante di Storia.

All’età di 21 anni, e con una figlia di soli 4 mesi, fu costretta a lasciare l’Ungheria, per scappare dall’Armata Rossa venuta a reprimere la rivoluzione anticomunista. Il marito temeva infatti di essere incarcerato, per questo decisero di fuggire di notte, senza salutare amici e parenti, e rifugiarsi a Neuchâtel, in Svizzera. Ágota Kristóf non era convinta e di fatto non gli perdonerà mai questo esilio lontano dalla sua terra, in un paese straniero, con una lingua di cui non conosceva nemmeno una parola.

Si adattò a lavorare in una fabbrica di orologi, poi divenne commessa per alcuni negozi e infine assistente di studio di un dentista. Nella sua nuova patria continuò a scrivere in ungherese e le sue poesie furono pubblicate sulle diverse riviste parigine. Dopo aver imparato abbastanza il francese, cominciò ad usarlo nella scrittura, all’inizio per drammi radiofonici e opere teatrali, poi anche per opere narrative. Quando lasciò la fabbrica, divorziò anche dal primo marito, per iniziare proprio una nuova vita. Si risposò in seguito con un uomo svizzero ed ebbe altri due figli da questo secondo matrimonio.

Per Ágota Kristóf, il vero successo arrivò con il suo primo romanzo scritto in francese, Le Grand Cahier, pubblicato nel 1986 e tradotto poi in più di 40 lingue.
«Volevo raccontare di come io e mio fratello Jenő avevamo vissuto la guerra a Kőszeg. All’inizio i narratori eravamo io e mio fratello, ma le parole io e lui in francese suonano talmente goffe. Così ho unito i pronomi e il narratore è diventato un noi – nous in francese – e non c’era più bisogno di dichiarare chi stesse parlando. Ecco come è nata la voce di questo libro. Non si tratta di un romanzo completamente autobiografico, ma contiene molti episodi veri. Ad esempio la deportazione degli ebrei da Kőszeg. Io l’ho vista. C’era un campo a Kőszeg, abbiamo visto gli ebrei che marciavano in fila davanti alle nostre case. La nostra domestica si è avvicinata per porgergli del pane, ma poi l’ha riportato indietro. Questo è il genere di cose che notavo, avevo dieci anni. Ci sono molte cose, in quel romanzo, che non sono capitate a me direttamente, ma a dei miei amici. Quando arrivarono i russi, capitava che ci nascondessimo sulle colline. Una volta la madre di una mia amica aveva un neonato in braccio, è inciampata ed è caduta sopra il neonato, e la mia amica ha assistito alla scena. Nel romanzo ho inserito cose come queste, non mi interessava che fosse completamente autobiografico. Ci sono molte storie che riguardano Kőszeg.» (Fonte: Intervista ad Agota Kristof di Dóra Szekeres)

Sempre dalla stessa intervista, mi colpisce la sua risposta a questa domanda, che spiega anche l’evoluzione di questo primo romanzo in una trilogia:
«Ci sono autori che affermano di scrivere e riscrivere sempre la stessa storia, all’infinito.
Sì, in un certo senso è vero anche per me, ad esempio quando ho scritto il mio primo romanzo, Il grande quaderno, non pensavo che sarei andata avanti, che fosse possibile continuare. Ma poi semplicemente non ho potuto fermarmi, non potevo lasciare soli i gemelli, anche se provavo a scrivere un’altra cosa non riuscivo a immaginare nient’altro che i gemelli, di nuovo. Così ho dovuto scrivere il secondo libro, La prova. A quel punto ho pensato che fosse sufficiente, ma alla fine ho scritto anche La terza menzogna, perché non potevo raccontare nulla di diverso.»

È morta il 27 luglio 2011 nella sua casa di Neuchâtel, ma poi le sue ceneri sono state tumulate proprio nel cimitero di Kőszeg, in Ungheria.
Addentriamoci dunque in questa complicata trilogia, tre romanzi differenti, un’unica storia, quasi una storia vera, molteplici interpretazioni.

Trilogia della città di K.

ATTENZIONE: SPOILER!
Da questo punto in poi, anticipo alcuni momenti della trama della trilogia, soprattutto dovendo passare attraverso due romanzi per arrivare all’ultimo che chiude questa storia così complessa. Non proseguite dunque, se avete in mente di leggere questo libro in futuro e vi disturbano particolarmente gli spoiler. Non è così per tutti, talvolta io leggo in anticipo pure il finale, tanto nel giro di pochi giorni me lo dimentico! 😛 Aggiungo che ho inserito le mie considerazioni e quelle che riporto non sono citazioni scelte a caso, ma mi hanno fornito una chiave di lettura. Scommetto che voi, leggendo questa storia, troverete ulteriori diversi significati.

1. Il grande quaderno

La storia comincia con l’arrivo dei due gemelli davanti alla casa della nonna, alla periferia della Piccola Città, una delle ultime case prima di una base militare segreta e, poco oltre, la frontiera. Presupponiamo che sia un paese dell’Est, magari la stessa Ungheria che ha dato i natali alla scrittrice. Intorno alla casa un grande giardino, coltivato con ogni sorta di verdure e alberi da frutto, e dietro di essa un ruscello ricco di pesci. Ci sono anche una conigliera, un pollaio, un porcile e un capanno per le capre. Servono per il sostentamento in tempo di guerra: ogni mattina nonna carica una carriola con le verdure, la frutta, le uova e qualche animale da vendere al mercato del paese. La casa è alquanto povera: una cucina, dove i ragazzi dormiranno su una panca, la camera da letto della nonna, un’altra camera con accesso esterno, dove alloggia un ufficiale straniero, una cantina con le provviste e una soffitta, che i ragazzi useranno per nascondere proprio il quaderno, il dizionario e i propri oggetti, al riparo dalla cattiveria della nonna. E’ su questa figura che si concentra gran parte della narrazione.

Nostra Nonna è la madre di nostra Madre. Prima di venire ad abitare da lei non sapevamo che nostra Madre avesse ancora una madre.
La chiamiamo Nonna.
La gente la chiama la Strega.
Lei ci chiama figli di cagna.
Nonna è piccola e magra. Ha un fazzoletto nero sulla testa. I suoi vestiti sono grigio scuro. Porta dei vecchi scarponi militari. Quando fa bello cammina a piedi nudi. Il suo volto è coperto di rughe, macchie scure e porri da cui spuntano peli. Non ha più denti, almeno visibili.
Nonna non si lava mai. Si asciuga la bocca con un lembo del fazzoletto quando ha mangiato o quando ha bevuto. Non porta mutande. Quando ha bisogno di orinare, si ferma lì dove si trova, allarga le gambe e piscia per terra sotto la gonna. Naturalmente non la fa in casa.
Nonna non si spoglia mai. Abbiamo guardato in camera sua la sera. Si toglie una gonna, sotto c’è un’altra gonna. Si toglie la camicia, e sotto ne ha un’altra. Si corica così. Il fazzoletto non se lo toglie.

I due ragazzi si rendono subito conto che la vita qui è difficile, anche se meno pericolosa delle bombe nella Grande città. Oltre a lavorare nell’orto, dar da mangiare agli animali e portare le capre al ruscello, decidono di impegnarsi con degli esercizi per irrobustire il corpo, ma soprattutto l’anima.

Esercizio di irrobustimento del corpo.
Nonna ci picchia spesso, con le sue mani ossute, con una scopa o uno strofinaccio bagnato. Ci tira per le orecchie, ci agguanta per i capelli.
Altre persone ci danno anche dei ceffoni e dei calci, non sappiamo nemmeno perché.
I colpi fanno male e ci fanno piangere.
Le cadute, le sbucciature, i tagli, il lavoro, il freddo e il caldo sono ugualmente causa di sofferenza.
Decidiamo di irrobustire il nostro corpo per poter sopportare il dolore senza piangere.
Cominciamo con il darci l’un l’altro dei ceffoni, poi dei pugni.

Esercizio di irrobustimento dello spirito.
Nonna ci dice:
– Figli di cagna!
La gente ci dice:
– Figli di una Strega! Figli di puttana!
Altri dicono:
– Imbecilli! Mascalzoni! Mocciosi! Asini! Maiali! Porci! Canaglie! Carogne! Piccoli merdosi! Pendagli da forca! Razza di assassini!
Quando sentiamo queste parole, il nostro volto diventa rosso, le orecchie ronzano, gli occhi bruciano, le ginocchia tremano.
Non vogliamo più arrossire né tremare, vogliamo abituarci alle ingiurie e alle parole che feriscono.
Ci sistemiamo al tavolo della cucina uno di fronte all’altro e, guardandoci negli occhi, ci diciamo delle parole sempre più atroci

Esercizio di accattonaggio.
Indossiamo abiti sporchi e laceri, ci togliamo le scarpe, ci sporchiamo la faccia e le mani. Andiamo in strada. Ci fermiamo, aspettiamo.[…]
Finalmente un ufficiale si ferma. Dice qualcosa in una lingua che non capiamo. Ci fa delle domande. Non rispondiamo; restiamo immobili, un braccio alzato, l’altro teso in avanti. Allora fruga nelle tasche, posa una moneta e un pezzetto di cioccolato sul nostro palmo lercio e se ne va scuotendo la testa.
Continuiamo ad aspettare.
Una donna passa. Tendiamo la mano. Lei dice:
– Poveri bambini. Non ho niente da darvi.
Ci accarezza i capelli.
Diciamo:
– Grazie.
Un’altra donna ci dà due mele, un’altra dei biscotti.[…]
Rientrando, gettiamo nell’erba alta che costeggia la strada le mele, i biscotti, il cioccolato e anche le monete.
La carezza sui capelli è impossibile gettarla.

Ci sono anche gli esercizi di cecità e sordità, per imparare a isolarsi dal mondo circostante, l’esercizio di digiuno che dura davvero poco, perché è un esercizio stupido che fa male alla salute, come gli ribatte la Nonna, e poi l’esercizio di crudeltà, per abituarsi a uccidere, polli, pesci, galline, conigli, perché bisogna saper uccidere quando è necessario. Ma quello che stiamo leggendo è lo stesso quaderno che i due gemelli stanno scrivendo insieme. Con la guerra infatti tutte le scuole sono state chiuse, ma loro hanno deciso di continuare i loro studi, grazie al Dizionario lasciatogli dal padre e alla Bibbia che hanno trovato in casa della nonna. In città, presso una cartoleria che nessuno frequenta più, riescono a farsi regalare un blocco di carta a quadretti, due matite e questo grande quaderno.

Ecco come si svolge una lezione di composizione.
Siamo seduti al tavolo della cucina con i nostri fogli a quadretti, le matite e il Grande Quaderno. Siamo soli.
Uno di noi dice:
– Il titolo del tuo tema è: «L’arrivo da Nonna».
L’altro dice:
– Il titolo del tuo tema è: «I lavori».
Ci mettiamo a scrivere. Abbiamo due ore per trattare l’argomento e due fogli di carta a disposizione.
Alla fine delle due ore ci scambiamo i fogli; ciascuno corregge gli errori di ortografia dell’altro con l’aiuto del dizionario e, in fondo alla pagina, scrive: Bene o Non Bene. Se è Non Bene gettiamo il tema nel fuoco e cerchiamo di trattare lo stesso argomento nella lezione seguente. Se è Bene, possiamo ricopiare il tema nel Grande Quaderno.
Per decidere se è Bene o Non Bene, abbiamo una regola molto semplice: il tema deve essere vero. Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo.[…]
Scriveremo: «Noi mangiamo molte noci», e non: «Amiamo le noci», perché il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e di obiettività. «Amare le noci» e «amare nostra Madre», non può voler dire la stessa cosa. La prima formula designa un gusto gradevole in bocca, e la seconda un sentimento.
Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe, è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti.

La sera tardi si recano in città, nelle taverne e nelle osterie, dove improvvisano degli spettacoli, uno suona l’armonica e l’altro canta, scambiandosi anche le parti. Se nei locali gli avventori sono abbastanza attenti, i due ragazzi presentano uno dei loro piccoli lavori teatrali. Raccolgono le offerte in denaro, anche le confidenze più disparate, segreti che poi torneranno utili. Si abituano all’alcool e al fumo. Ma la guerra è vicina, li raggiunge anche senza l’esplosione delle bombe.

Dal fondo della strada sbuca una camionetta militare con degli ufficiali stranieri. La camionetta avanza lentamente, seguita da militari con il fucile a tracolla. Dietro di loro, una sorta di gregge umano. Dei bambini come noi. Delle donne come nostra madre. Dei vecchi come il calzolaio.
Sono duecento o trecento che avanzano, scortati dai soldati. Alcune donne portano i bambini piccoli sul dorso, sulle spalle o stretti al petto. Una di loro cade; delle mani si impossessano del bambino e della madre; li sollevano, perché un soldato ha già puntato il fucile. Nessuno parla, nessuno piange, gli occhi sono fissi al suolo. Si ode soltanto il rumore degli scarponi chiodati dei militari. Proprio davanti a noi, un braccio magro esce dalla folla, una mano sporca si tende, una voce implora:
– Pane!
La fantesca, sorridendo, fa il gesto di offrire l’avanzo del suo pane e marmellata; l’avvicina alla mano tesa poi, con una gran risata, riporta il pezzo di pane alla bocca, ci affonda i denti ed esclama:
– Anch’io ho fame!
Torniamo in casa. […] La fantesca dice:
– Finite le vostre tartine.
Diciamo:
– Non abbiamo più fame.[…]
– Siete troppo sensibili. Il meglio che possiate fare è dimenticare quello che avete visto.
– Noi non dimentichiamo mai niente.

Finisce la guerra, il campo militare dietro la casa viene distrutto completamente, ci sarà un nuovo esercito e un nuovo governo, diretto però dai Liberatori. La frontiera viene ricostruita, con del filo spinato, invalicabile. La scuola ricomincia, ma fingeranno di essere uno cieco e l’altro sordo, entrambi mentalmente instabili, per non doverla frequentare. Dopo molti anni ancora, in un paese che non sembra per nulla liberato, il romanzo termina con un’improvvisa separazione: uno di loro attraversa il confine, l’altro torna in casa di Nonna.

Colpisce questo stile così secco, asciutto da ogni velleità, perfetto per mostrare crudamente le atrocità della guerra, lasciando qualsiasi giudizio al lettore. Uno stile che si spiega anche con l’economia della carta a sui i gemelli sono costretti, concedendosi solo poche parole, quelle essenziali. Una scrittura impersonale, nonostante la prima persona plurale, un resoconto oggettivo senza alcuna emozione, senza nemmeno un nome per i due protagonisti, i due fratelli gemelli, neppure per gli altri personaggi riconosciuti solo dal legame (Nostra Madre, Nonna), dall’occupazione (il Postino, il Curato) e da una caratteristica intrinseca dell’essere (la figlia della vicina chiamata Labbro-leporino). Anche i luoghi non hanno una vera collocazione geografica: distinguiamo solo la Grande Città dove i bambini vivevano con i genitori e la Piccola Città dove vengono portati, dalla Nonna (diventerà “la città di K.” solo al termine del secondo romanzo). Il risultato è la guerra stessa, non quella combattuta dai soldati al fronte, ma lontano dalle bombe, nelle piccole cittadine di campagna, della gente comune che lotta per sopravvivere in mezzo al nulla.
Da questo primo romanzo ne è stato tratto anche un film nel 2013, The Notebook – Il Grande Quaderno, che ha ricevuto una menzione speciale al Chicago International Film Festival di quell’anno.

 

2. La prova

Il secondo romanzo cambia completamente la narrazione, passando alla terza persona e diventando una lettura più “tradizionale”. Qualcun altro ci racconta così la storia di Lucas, il ragazzo che è tornato a vivere in casa di Nonna dopo che il fratello Claus (il cui nome scopriremo solo verso la metà, durante una confidenza dello stesso Lucas) ha attraversato il confine. Dopo la loro separazione, Lucas ha già diciassette anni, ma fatica a riprendere la quotidianità di prima, estraniato dalla realtà. Senza la compagnia del fratello, senza quella simbiosi perfetta, tutto gli appare dolorosamente inutile. Lo aiutano Joseph l’ortolano, che rivende la frutta e la verdura del giardino di Lucas al mercato, il curato, che vive solo e indigente nella canonica, Victor il cartolaio, il quale lo rifornisce di fogli, matite e quaderni, e Peter N., segretario del Partito rivoluzionario, che diventerà suo grande amico, turbato dalla bellezza del ragazzo.

Lucas si siede sulla panca in giardino e appoggia la testa contro il muro bianco di casa. Il sole lo acceca. Chiude gli occhi:
– Come fare adesso?
– Come prima. Bisogna continuare ad alzarsi al mattino, ad andare a letto la sera, a fare quel che bisogna fare per vivere.
– Sarà lunga.
– Forse tutta una vita.

Lucas dice:
– Se non sono venuto, non è per i soldi che mi deve. E’ peggio.
– Come peggio?
Lucas abbassa la testa:
– L’ho completamente dimenticata. Ho dimenticato anche il mio orto, il mercato, il latte, il formaggio. Ho persino dimenticato di mangiare. Ho dormito in soffitta per mesi, avevo paura di entrare nella mia stanza. C’è stato bisogno che venisse una bambina, la nipote di Léonie, perché oggi trovassi il coraggio di entrarci. Mi ha anche ricordato il mio dovere verso di lei.
– Lei non ha nessun dovere, nessun obbligo nei miei confronti. Lei vende la sua merce, vive di questa vendita. Se non posso più pagarla, è normale che non mi consegni più niente.
– Le ripeto, non è per i soldi. Cerchi di capirmi.
– Si spieghi. L’ascolto.
– Non so più come continuare a vivere.
Il curato si alza, prende il viso di Lucas fra le mani:
– Che le è successo, figlio mio?
Lucas scuote la testa:
– Non so dirle altro. E’ come una malattia.
– Vedo. Una specie di malattia dell’anima. Dovuta alla sua fragile età, e forse anche a una solitudine troppo grande.

Probabilmente proprio per non soccombere a questa solitudine, Lucas accoglierà in casa la giovane Yasmine e il piccolo Mathias, trovandola nella fredda notte di capodanno seduta sul ponte del ruscello col bambino in braccio, intenta a fissare l’acqua scura sotto di loro. Voleva annegare il neonato con una grave malformazione alle gambe, figlio di una relazione peccaminosa, che li ha cacciati entrambi dalla loro stessa famiglia. Lucas si affezionerà soprattutto al bambino, proprio come se fosse suo figlio, mentre con Yasmine il rapporto diventerà difficile.

Una mattina, Lucas dice a Yasmine:
– Dopo pranzo, lava il bambino, e vestilo bene. Lo porto da un dottore.
– Da un dottore? Perché?
– Non vedi che zoppica?
Yasmine risponde:
– E’ già un miracolo se cammina.
Lucas dice:
– Voglio che cammini come tutti gli altri.
Gli occhi di Yasmine si riempiono di lacrime:
– Io lo accetto così com’è.

Il bambino dice:
– Raccontami ancora una storia.
– Devo andare a lavorare.[…]
Lucas dice:
– Tu invece devi dormire, per crescere.
Il bambino dice:
– Non crescerò, lo sai bene. L’ha detto il dottore.
– Hai capito male, Mathias. Crescerai. Meno rapidamente degli altri bambini, ma crescerai.
Il bambino chiede:
– Perché meno rapidamente?
– Perché ognuno è diverso. Tu sarai meno alto degli altri, ma più intelligente. L’altezza non è importante, conta solo l’intelligenza.
Lucas esce di casa. Ma invece di andare verso la città, scende al ruscello, si siede sull’erba umida e contempla l’acqua nera e fangosa.

Tre anni dopo, Lucas incontra Clara, la bibliotecaria della città di trentacinque anni e vedova di guerra, che assomiglia così tanto a sua madre, le mostrerà pure una foto. Forse per questa somiglianza, forse per l’interesse per i libri proibiti o per il dolore della perdita che li accomuna, ma tra loro nasce una storia intensa, passionale, sebbene Clara non potrà mai dimenticare del tutto il marito.

Lei nasconde il viso tra le mani:
– Non può immaginare quello che ho passato.
Lucas dice:
– Conosco il dolore della separazione.
– La morte di sua madre.
– Qualcosa di ancora diverso. La partenza di un fratello con cui ero tutt’uno.
Clara solleva la testa, guarda Lucas:
– Anche noi, Thomas e io, eravamo un unico essere: «loro» l’hanno assassinato. Hanno assassinato anche suo fratello?
– No. Se n’è andato. Ha attraversato la frontiera.
– Perché non è andato con lui?
– Bisognava che uno di noi restasse qui a occuparsi degli animali, dell’orto, della casa di nonna. Bisognava anche che imparassimo a vivere l’uno senza l’altro. Soli.
Clara appoggia la sua mano sulla mano di Lucas:
– Come si chiama?
– Claus.
– Tornerà. Thomas, invece, non tornerà più.

La partenza improvvisa di Yasmine per la grande città, senza portare con sé il bambino, porterà una svolta nella vita di Lucas e Mathias, che si trasferiranno nella casa del cartolaio Viktor, acquistando anche il negozio di libri al pianterreno. Il bambino ha sei anni e mezzo, comincia la scuola e viene picchiato dai compagni di classe per la sua diversità, ma non vuole assolutamente abbandonare gli studi.

Quando il bambino è a letto, Lucas entra nella sua stanza, si siede sul bordo del letto:
– Non mi immischierò più negli affari tuoi, Mathias. Non ti farò più domande. Quando vorrai lasciare la scuola, me lo dirai, non è vero?
Il bambino dice:
– Non lascerò mai la scuola.
Lucas chiede:
– Dimmi, Mathias, piangi qualche volta la sera quando sei solo?
Il bambino dice:
– Sono abituato a stare solo. Non piango mai, lo sai.
– Sì, lo so. Ma non ridi neanche mai. Quando eri piccolo, ridevi sempre.
– Doveva essere prima della morte di Yasmine.
– Che dici, Mathias? Yasmine non è morta.
– Sì. E’ morta. Lo so da molto tempo. Se no sarebbe già tornata.
Dopo un silenzio, Lucas dice:
– Anche dopo la partenza di Yasmine ridevi ancora, Mathias.
Il bambino guarda il soffitto:
– Sì, forse. Prima che lasciassimo la casa di nonna. Non avremmo dovuto lasciare la casa di nonna.
Lucas prende il viso del bambino fra le mani:
– Forse hai ragione. Forse non avremmo dovuto lasciare la casa di nonna.
Il bambino chiude gli occhi, Lucas lo bacia sulla fronte:
– Dormi bene, Mathias. E quando avrai troppa pena, troppo dolore, e se non ne vuoi parlare con nessuno, scrivi. Ti aiuterà.
Il bambino risponde:
– Ho già scritto. Ho già scritto tutto. Tutto quello che mi è successo da quando viviamo qui. Gli incubi, la scuola, tutto. Ho anch’io il mio grande quaderno come te. Tu ne hai molti, io uno solo, ancora sottile. Non ti permetterò mai di leggerlo. Mi hai proibito di leggere i tuoi, ti proibisco di leggere il mio.

La gelosia furente di Mathias esplode quando in libreria compare Agnès, una ragazza di quindici anni che aveva conosciuto Lucas quando era bambina, prima della comparsa di Yasmine. Torna spesso in libreria, cerca a lungo tra i libri, legge per i bambini. La accompagna suo fratello più piccolo, capelli biondi, occhi azzurri, sorriso gentile. Un bambino perfetto.

– Che hai, Mathias?
– Perché lo guardavi, il ragazzino biondo?
– Mi ha ricordato una persona.
– Una persona che amavi?
– Sì, mio fratello.
– Non devi amare nessuno al di fuori di me, neanche tuo fratello.
Lucas tace, il bambino prosegue:
– Non serve a niente essere intelligenti. Sarebbe meglio essere biondi e belli. Se ti sposassi, potresti avere dei bambini come lui, il ragazzo biondo, come tuo fratello. Avresti dei bambini veramente tuoi, belli e biondi, senza menomazioni. Io non sono tuo figlio. Sono il figlio di Yasmine.
Lucas dice:
– Tu sei mio figlio. Non voglio altri bambini.
Gli mostra la mano fasciata:
– Mi hai fatto male, lo sai?
Il bambino dice:
– Anche tu mi hai fatto male, ma tu non lo sai.
Lucas dice:
– Non volevo farti male. Devi sapere una cosa, Mathias: la sola creatura che conti al mondo per me, sei tu.
Il bambino dice:
– Non ti credo. Solo Yasmine mi amava davvero, ed è morta. Te l’ho già detto parecchie volte.
– Yasmine non è morta. E’ solo partita.
– Non sarebbe partita senza di me, quindi è morta.

Quando tutta la vicenda sembra prendere una direzione precisa, seppure tragica, ecco che all’ultimo capitolo si confonde tutta la storia. Non abbiamo più saputo nulla dell’altro fratello che aveva attraversato il confine, ma al capitolo numero 8 si spiega che è lo stesso Claus ad averlo scritto, completando così il manoscritto originale del fratello Lucas, tutti i primi sette capitoli del romanzo. La prova era la loro separazione, vivere da soli e scoprire ognuno se stesso, dopo essere cresciuti sempre così vicini.

– […] Sono tornato solo per vedere mio fratello.
– Perché non gli ha mai scritto?
– Avevamo deciso di separarci. Questa separazione doveva essere totale. Una frontiera non bastava, ci voleva anche il silenzio.
– Però è tornato. Perché?
– La prova è durata abbastanza. Sono stanco e malato, voglio rivedere Lucas.
– Sa bene che non lo rivedrà. […]

3. La terza menzogna

Questo terzo romanzo sconvolge tutte le ipotesi precedenti e per qualcuno segna la difficoltà dell’autrice di chiudere l’intera trilogia.
Si divide in due parti, ognuna raccontata in prima persona da un fratello, tranne due capitoli che restano nell’impersonale terza persona. La prima parte segue le vicende di Claus T., cinquant’anni, in prigione nella città della sua infanzia, dopo essere stato espulso dalla città di K.

– Vorrei che parlasse d’altro. Tanto per cominciare, che cosa scrive?
– Quello che scrivo non ha nessuna importanza.
Insiste:
– Quello che mi interessa sapere è se scrive delle cose vere o delle cose inventate.
Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.
Dice:
– Sì. Certe vite sono più tristi del più triste dei libri.
Dico:
– Proprio così. Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.
Dopo una pausa, domanda:
– E’ per un incidente che zoppica?
– No, una malattia quand’ero piccolo.
Aggiunge:
– Non si nota quasi.
Rido.

Viene da chiedersi dunque se Claus T. non sia lo stesso Lucas, se tutta la storia narrata nel secondo romanzo non sia finzione e magari anche lo zoppicante Mathias sia null’altro che Claus T. mentre affronta la malattia della sua infanzia. Anche adesso Claus T. è gravemente malato, il fumo e l’alcool fino dall’adolescenza hanno danneggiato il suo cuore. Dorme male e sogna, rivede pezzi della sua vita, incontra nuovamente chi non c’è più. Qualche dettaglio sembra collegarci al primo romanzo.

Ho saputo in seguito di essere giunto all’ospedale in coma, nel corso di una grave malattia. Avevo quattro anni, cominciava la guerra.
Quello che c’era prima dell’ospedale non lo so più.
La casa bianca con le imposte verdi in una strada tranquilla, la cucina in cui mia madre cantava, il cortile in cui mio padre tagliava la legna, la felicità perfetta nella casa bianca era stata una realtà oppure l’avevo soltanto sognata o immaginata durante le lunghe notti di quei cinque anni trascorsi all’ospedale?
E quello che stava disteso nell’altro letto della stanzetta e che respirava con lo stesso mio ritmo, quel fratello di cui credo di sapere ancora il nome, era morto o non era mai esistito?

Quando sul Centro è caduta la bomba, stavamo in aula e non c’era stato nessun allarme.[…]
Mi sono svegliato in una sala da ginnastica. Una suora mi stava pulendo il viso con uno straccio umido, diceva a qualcuno:
– Questo non è ferito, mi pare.[…]
L’indomani mi hanno interrogato, mi hanno fatto delle domande sul mio cognome, sui miei genitori, sul mio indirizzo, ma io ho chiuso le orecchie alle domande, non rispondevo più, non parlavo più. Allora hanno creduto che fossi sordomuto e mi hanno lasciato in pace.
Mi hanno dato un nuovo bastone e, un mattino, una suora mi ha preso per mano. Siamo andati alla stazione, siamo saliti su un treno, siamo arrivati in un’altra città. L’abbiamo attraversata a piedi fin proprio all’ultima casa, vicino al bosco. La suora mi ha lasciato là, da una vecchia contadina che più tardi ho imparato a chiamare «Nonna».
Lei mi chiamava «figlio di cagna».

All’inizio non parlavo, neanche a Nonna, ma dopo un po’, per contrattare, ho dovuto pronunciare delle cifre.
Spesso di sera gironzolavo nella piazza Principale. Guardavo la vetrina della cartolibreria, i fogli bianchi, i quaderni di scuola, le gomme, le matite. Tutta roba troppo cara per me.
Per guadagnare un po’ più di denaro, ogni volta che potevo andavo alla stazione ad aspettare i viaggiatori. Portavo le valigie.
Così ho potuto comprare dei fogli di carta, una matita, una gomma, e un grande quaderno in cui annotavo le mie prime menzogne.

Sembra dunque che Lucas non sia mai esistito, che ci sia un unico bambino, di nome Claus T., affidato alle cure di una “Nonna” con la quale non aveva in realtà legami di sangue. Un bambino che ha creato un mondo immaginario per sopravvivere alla crudeltà di quello reale e lo ha scritto con dovizia di particolari in un Grande Quaderno. Tutto per sopportare l’assoluta solitudine a cui l’ha costretto la guerra. Le persone intorno a lui cominciano a comprendere l’enorme vuoto che ha accompagnato la sua crescita.

– Sono tornato perché volevo morire qui. Quanto a mio fratello, forse non è mai esistito.
L’ufficiale dice:
– Sì, proprio così. Se continua a raccontare delle storie su suo fratello, la prenderanno per pazzo.
– E’ quello che pensa anche lei?
Scuote il capo:
– No, penso solo che lei confonda la realtà con la letteratura. La sua letteratura. Penso anche che debba tornare nel suo paese, riflettere un po’ e poi ritornare. Definitivamente, magari. Lo auguro a lei, e a me.

Ecco che all’improvviso la narrazione vira alla terza persona e ci riporta indietro nel tempo, al momento della separazione dei due fratelli, alla fine del primo romanzo. Seguiamo il ragazzo che ha attraversato la frontiera, è fuggito nell’altro paese e viene portato alla vicina stazione di polizia, per essere curato e affidato alle autorità, come orfano di guerra. Qui scopriamo finalmente qual è la terza menzogna del titolo, ma soprattutto quali sono le altre due.

Il ragazzo firma il verbale che contiene tre menzogne.
L’uomo con cui ha attraversato la frontiera non era suo padre.
Il ragazzo non ha diciott’anni, ma quindici.
Non si chiama Claus.

Ma allora, chi è veramente costui?! Ricordo di essere giunta a questo punto con un certo sgomento, ma non mi sono persa d’animo e ho proseguito. Le pagine che seguono sembrano voler portare chiarezza nel mistero, ma rendendolo di fatto addirittura ancora più fitto.

– Non ha propria nessuna ambizione, Claus?
– Ambizione? Non lo so. Voglio soltanto avere tranquillità, per scrivere.
– Scrivere? E cosa? Vuole diventare scrittore?
– Sì. Non è necessario studiare per diventare scrittore. E’ appena necessario saper scrivere senza troppi errori. Voglio imparare a scrivere la
vostra lingua correttamente, ma questo mi basta.
Peter dice:
– Non ci si guadagna da vivere scrivendo.
Claus dice:
– No, lo so. Ma potrò lavorare di giorno e scrivere tranquillamente di sera. Facevo già così da Nonna.
– Come? Ha già scritto?
– Sì. Ho riempito diversi quaderni. Li ho infagottati nel mio vecchio cappotto. Quando avrò imparato a scrivere nella vostra lingua, li tradurrò e glieli farò vedere.
Claus scioglie il cordino con cui è legato il suo vecchio cappotto. Posa cinque quaderni sul tavolo.
Peter li apre uno dopo l’altro:
– Sono veramente curioso di sapere che cosa contengono questi quaderni. E’ una specie di diario?
Claus dice:
– No, sono delle menzogne.
– Delle menzogne?
– Sì, delle cose inventate. Delle storie che non sono vere ma che potrebbero esserlo.

Quindi tutti noi che scriviamo storie, anche il più banale dei racconti, scriviamo delle menzogne… un po’ severo come concetto. Ma non è che in questo punto l’autrice ci sta svelando che la terza menzogna del titolo è il romanzo stesso che abbiamo in mano? Quindi ognuno di questi romanzi che compongono la trilogia è una menzogna?! A complicare ulteriormente il tutto spunta il nome di Klaus T., stavolta scritto con la K. Sono tre persone distinte o sempre lo stesso bambino?!

– Lei sta cercando la sua famiglia, in particolare suo fratello, non è vero?
– Sì, mio fratello gemello. Ma senza molte speranze. Ha trovato qualcosa? Mi hanno detto che gli archivi erano distrutti.
– Non avevo bisogno di archivi. Ho semplicemente aperto l’elenco telefonico. In questa città c’è un uomo che si chiama come lei. Lo stesso
cognome e anche lo stesso nome.
– Claus?
– Sì. Klaus T., con la K.[…] E’ uno dei poeti più importanti di questo paese.
Dico:
– La libraia che mi ha affittato l’appartamento non me ne ha mai parlato. Eppure doveva conoscerlo questo nome.
– Non necessariamente. Klaus T. scrive sotto pseudonimo. Si firma Klaus Lucas. Ha fama di misantropo. Non lo si vede mai in pubblico e non si sa niente della sua vita privata.

Ma allora Klaus è il Lucas del secondo romanzo?! Forse sì, forse no. Inizia la seconda parte e stavolta seguiamo il racconto proprio di Klaus T. Scopriremo se esistono due fratelli, come si chiamano e in quali tragiche circostanze sono stati davvero separati. Ma c’è un punto particolare che mi ha colpito, lo lascio come piccolo indizio, senza svelarvi nulla di più. Il finale resta segreto per la vostra futura lettura. 🙂

Certe volte un bambino, lo direi più piccolo di me, un bambino claudicante attraversa la piazza. Suona un motivo con l’armonica, entra in un’osteria, esce, entra in un’altra. Verso mezzanotte, quando tutte le osterie chiudono, il bambino si allontana verso la parte occidentale della città continuando
sempre a suonare l’armonica.
Una sera indico il bambino con l’armonica a zio Andreas:
– Perché a lui non è vietato uscire di notte?
Zio Andreas dice:
– Lo osservo da un anno. Abita da sua nonna in fondo alla città. E’ una donna estremamente povera. Probabilmente il bambino è orfano. Ha l’abitudine di suonare nelle osterie per guadagnarsi un po’ di denaro. La gente è abituata a vederselo attorno. Nessuno gli farebbe del male. E’ sotto la protezione di tutta la città, e sotto la protezione di Dio.
Dico:
– Deve essere felice.

 

Per qualcuno sono tre romanzi ben distinti ma senza un vero legame di fondo, quasi un tentativo dell’autrice di continuare l’opera prima, di cavalcare l’onda di quel successo senza esserne in grado, senza avere in mente una direzione precisa per raggiungere un finale fedele all’intera storia. Un lavoro sconclusionato insomma, dove ogni romanzo vuole mostrare le menzogne del precedente, confondendo continuamente il lettore. Beh, non sono d’accordo.
Certo io li ho letti di fila, senza alcuna sosta tra una pubblicazione e l’altra, senza lasciarmi intimidire dalla confusione, questo probabilmente mi ha facilitato. La sensazione è di trovarsi davanti un cubo di Rubik disordinato, un enigma complesso. Ma una volta rimesso a posto – e non è da tutti saperlo fare – ci mostri molteplici facce ordinate, significati differenti del testo, dettagli confusi che diventano precise sfumature. Ognuno di noi alla fine ci vedrà qualcosa di diverso, probabilmente perché ognuno di noi si troverebbe ad attraversare la guerra a modo suo, anche inventandoci una storia per sopravvivere. Credo fosse proprio questo l’intento dell’autrice.

Avete letto questa trilogia? Cosa ne pensate?

Sono curiosa di conoscere la vostra opinione. Per conto mio, sono davvero grata di questa lettura e ho già provveduto a ringraziare chi me l’aveva regalata. In qualche modo, è un libro che ti cambia, non tanto per l’atrocità della guerra, che sì, è presente, ma meno di quanto credevo. Più che altro si avverte la solitudine, la disperazione, la sopravvivenza, la ricerca di un senso, di una motivazione. Se a distanza di un mese da quando l’ho terminato sono ancora qui ad arrovellarmi in questa storia, direi che Agota Kristof ci ha messo tutto il suo cuore in questa pagine. Non posso che ringraziarla.

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.[…]
Anche lei, Lucas, scrive un libro. Su chi, su cosa, lo ignoro. Ma scrive. Da quando era piccolo non smette di comprare fogli di carta, matite, quaderni.
La prova, Agota Kristof

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Comments (14)

Sandra

Mar 21, 2026 at 2:17 PM Reply

E’ un libro (anzi tre) molto famoso, celebrato come alta narrativa, diciamo pure letteratura, ma non l’ho mai letto. E’ stato anche spesso citato ai miei corsi di scrittura ma niente, l’ho sempre trovato un po’ respingente temendolo pesante, peraltro la storia di due gemelli potrebbe anche interessarmi, non al momento, ma non ne escludo la lettura.

Barbara Businaro

Mar 23, 2026 at 6:53 PM Reply

Ah ecco, interessante che tu l’abbia incrociato ai corsi di scrittura, perché in quelli che ho seguito io non mi è mai stato citato. Sì, è in effetti respingente al primo impatto, ma dopo averlo letto tutto, ti dico che merita davvero. Non escluderlo. 🙂

IlVecchio

Mar 21, 2026 at 3:23 PM Reply

L’ho letta quando hanno stampato i tre romanzi insieme, credo un anno dopo l’uscita dell’ultimo. Il primo libro è un pugno allo stomaco, crudo e tagliente, disturbante in alcune pagine. Ricordo la scena di una bambina che gioca col sesso del cane e si vende anche al parroco per poter mangiare, come se fosse normale. Gli altri due li ricordo di meno, proprio perché si avvicinano alla letteratura cui siamo più abituati. Comunque una trilogia da leggere, soprattutto di questi tempi.

Barbara Businaro

Mar 23, 2026 at 6:53 PM Reply

Quella scena che hai citato è una delle più difficili, l’innocenza di una bambina ridotta a puro istinto di sopravvivenza. Ho riletto quella pagina, convinta di aver capito male, e invece no. Ci vuole coraggio anche a scriverle, certe cose.

Giulia Mancini

Mar 22, 2026 at 3:47 PM Reply

Non ho letto questa trilogia, anche se il titolo non mi é del tutto sconosciuto. Mi sembra una storia molto dura, del resto non potrebbe essere diversamente visto che parla della grande guerra e delle inevitabili conseguenze di ciò che essa comporta nella vita delle famiglie.

Barbara Businaro

Mar 23, 2026 at 6:53 PM Reply

La storia è dura soprattutto nel primo romanzo, ma ha poi riflessi negli altri due. Forse non è nemmeno così dura rispetto ad altri libri sulla Seconda Guerra Mondiale, se consideri che è un periodo che evito nelle mie letture.

Marina

Mar 22, 2026 at 4:23 PM Reply

Mi sono fermata allo spoiler: ho assolutamente intenzione di leggere la trilogia, già messa in elenco da qualche anno. Sto solo aspettando il momento giusto, ma devo dire che questo post mi è sembrato un invito a farlo al più presto. Conto di tornare qui, a leggere ciò che ne hai scritto, quando avrò letto anch’io l’opera.

Barbara Businaro

Mar 23, 2026 at 6:54 PM Reply

Sì Marina, se già avevi mezza intenzione di leggere la trilogia, direi che il suo momento è arrivato. Aspetterò soprattutto la tua opinione, visto che prediligi i classici per le tue letture e questa trilogia – lo scopro da Sandra sopra – è considerata alta narrativa. Sono curiosa di sapere come sentirai lo stile del primo romanzo e poi l’intreccio complicato degli altri due. 🙂

Carlo Calati (massimolegnani)

Mar 22, 2026 at 4:54 PM Reply

Molto interessante il tuo articolo che non è una semplice recensione ma un’utile guida alla lettura della trilogia. Anche lo “spoiler” va nella direzione di chiarire certi passaggi che a quanto sembra sono dí non facile comprensione e in fondo invoglia alla lettura.
Complimenti e grazie
ml

Barbara Businaro

Mar 23, 2026 at 7:06 PM Reply

Grazie Carlo. In effetti, più che una recensione, questa è la raccolta delle mie impressioni, come ho interpretato io questa storia mentre leggevo, prima di rintracciare quella breve intervista della scrittrice, con qualche elemento di spiegazione in più.

Luz

Mar 23, 2026 at 10:50 AM Reply

Letto esattamente tre anni fa e mai dimenticato.
Ne ho ricevuto sensazioni molto simili alle tue. Il talento della scrittrice nell’aver trovato un modo di raccontare le aberrazioni della violenza durante la guerra, la lotta per la sopravvivenza, l’annientamento di tutti i valori umani possibili, il legame dei due fratelli, le pagine spiazzanti che ti fanno sospettare che non siano due ma uno solo, quel confine fra realtà e immaginazione così labile. Ricordo che apprezzai in particolare il primo dei tre, ma gli altri due ne sono il giusto completamento. Come tutte le narrazioni che preferisco, la scoperta di un livello diverso, oltre la trama, una definizione possibile di questa trilogia: la realtà è talmente dura, tale è la catastrofe, che l’invenzione resta il solo baluardo per sopravvivere.
Indimenticabile e, concordo, imperdibile.

Barbara Businaro

Mar 23, 2026 at 7:08 PM Reply

Il primo romanzo colpisce ovviamente per lo stile, e poco importa se sia uno stile ricercato o il risultato della barriera linguistica dell’autrice. Se avesse continuato con il medesimo stile anche nei due romanzi successivi, secondo me, la trilogia non sarebbe riuscita altrettanto completa. Avrebbe rischiato la ripetizione e la noia. Mentre ha deciso di cambiare piano e di sconvolgere, seppure in altro modo, il lettore. Sì, imperdibile, specie per chi vuole scrivere. C’è tanto da imparare qua. 🙂

Gloria

Apr 03, 2026 at 1:19 PM Reply

Me lo avevano prestato, avevo cominciato a leggerlo, ma dopo le prime pagine l’ho mollato. Per me era troppo pesante. Non era pure il momento giusto. Magari ci riproverò. Grazie per queste spiegazioni!

Barbara Businaro

Apr 03, 2026 at 5:10 PM Reply

Datti una seconda occasione di lettura, Gloria. Secondo me, lo merita anche se alcune pagine sono ostiche.

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