
Il paradosso dell’aragosta
Trovai in un libro, una sera, una storia che mi chiarì le cose. Questa mia sensazione non era dovuta all’ipersensibilità, era che il mio esoscheletro aveva raggiunto il termine del percorso mentre la mente aveva iniziato quello della corazza successiva. Dovevo solo avere pazienza. La storia citata in quel libro era il paradosso dell’aragosta di Abraham Joshua Twerski.
Le chiamava persone medicina, Gio Evan
Questo è uno di quei casi in cui, leggendo un romanzo con una trama ben delineata, all’improvviso mi si apre una finestra verso l’esterno e scopro tutto un altro mondo, qualcosa che avevo completamente ignorato. Quando ho letto questa frase qui sopra, ho pensato: l’aragosta? Cosa c’entra adesso l’aragosta? Che paradosso potrà mai esserci nell’aragosta? Chi è poi questo Twerski?!
Le chiamava persone medicina di Gio Evan è uno dei libri che ho ricevuto per il mio compleanno a dicembre, una coccola delicata che ho tenuto da parte per leggerlo durante le festività, per traghettarmi nel nuovo anno con gratitudine ed energia positiva. La trama è quella della crescita dall’infanzia all’adolescenza: un ragazzino fragile e sensibile passa l’estate in alta montagna dalla nonna, per curarsi dal rumore della città. Tra le pagine di questo suo racconto in prima persona, ecco comparire il paradosso dell’aragosta, una parabola interessante che dice di aver letto in un altro libro (un libro dentro un libro dunque, e adesso scopriremo anche quale).
Questa storia dell’aragosta mi è rimasta ben impressa, però va detto che io ho un bruttissimo rapporto con i crostacei fin da piccola.
Immaginate infatti una bimbetta bionda, così bionda da essere scambiata per una tedesca in quell’epoca, che passeggia con nonna Rina lungo la riva del mare, alle prime luci del mattino, “perché c’è lo iodio che fa tanto bene…” le spiega la nonna. Ma lei questa cosa non la capisce, perché le risulta una cosa brutta. “Sei sicura nonna che lo ODIO fa davvero così bene?!” Mentre raccolgono pacifiche le conchiglie fresche dell’alba dentro il secchiello colorato, ecco nonna che punta il dito verso una conchiglia dalla forma strana. “Guarda che bel granchietto!” Ma la bimbetta bionda lancia un urlo e sgambetta veloce veloce verso la sabbia asciutta, che per fortuna ancora non scotta. “Cammina e punge!!” “Ma no, è morto, guarda!” insiste la nonna, prendendolo con le sue mani. La bimbetta sale sopra un lettino vuoto. “Mi ha schifo lo stesso!!”
Siccome le aragoste sono parenti anche più grossi dei granchi, me ne sto ben lontana. Preferisco i gamberetti, sopra la salsa cocktail, grazie! 😀
Non parliamo poi di come si cucinano le aragoste! Praticamente gettate vive dentro la pentola dell’acqua bollente, agonizzanti finché non sono cotte a puntino. Una scena terribile che potete vedere voi stessi nel film Julie & Julia, con Amy Adams, Meryl Streep e Stanley Tucci, tratto dall’omonimo romanzo di Julie Powell, che sperimentò e raccontò sul suo blog tutte le ricette della cuoca, scrittrice e personaggio televisivo Julia Child, comprese le povere aragoste bollite.
Questo per spiegarvi che io delle aragoste davvero so ben poco. Non ho la più pallida idea di come vivano, cosa mangino, che musica gli piaccia, se laggiù in fondo al mar si mettano anche a ballare. Figuriamoci se posso saperne qualcosa dei loro paradossi!
Eppure sembra che qualcuno ci abbia trovato una riflessione interessante anche per noi esseri umani. Gio Evan che lo spiega subito dopo. 🙂
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Il disagio e la crescita dell’aragosta
L’aragosta è un animale morbido e soffice che vive dentro un rigido guscio. Questo guscio non si espande mai. E come fa allora l’aragosta a crescere? Mentre questa cresce, il guscio diventa sempre più stretto e scomodo, tanto che l’aragosta si sente sempre più sotto pressione e a disagio. Così va a nascondersi tra le rocce per proteggersi dai pesci predatori. Lì lascia andare il vecchio guscio e si adopera per crearne uno nuovo. A un certo punto, continuando lei a crescere, anche questo guscio diventa stretto e scomodo. Allora, torna sotto alla sua roccia e ripete il processo, ancora e ancora. Lo stimolo che rende possibile la crescita dell’aragosta è la sensazione di disagio. Se un’aragosta potesse andare da un dottore non crescerebbe mai, perché alla prima sensazione di disagio andrebbe di nuovo da un dottore per prendere un rimedio che la faccia sentire subito bene. Ma così non si libererebbe mai del suo guscio. Ma i momenti di disagio e pressione sono anche i momenti di maggior crescita. Ed è solo sfruttando le avversità che si è davvero in grado di crescere.
Le chiamava persone medicina, Gio Evan
In un certo senso, l’aragosta ci mostra come sia vero quel concetto che le crisi sono opportunità. Quando siamo sotto pressione, e a volte diciamo proprio “sono in crisi” per qualcosa, ci chiediamo come uscirne, dando per scontato di voler rimanere noi stessi, fedeli ai nostri valori e alle nostre abitudini. Ma spesso la risposta è che non possiamo rimanere esattamente uguali, dobbiamo comunque liberarci di una parte superflua, qualcosa di vecchio che non ci appartiene più, ed è probabilmente questa la fonte del nostro disagio. Proprio come l’aragosta che deve lasciare il guscio stretto, noi dobbiamo lasciare indietro qualcosa di noi, che sta limitando il nostro cambiamento o sta trattenendo altri aspetti della nostra personalità.
Mi colpisce però un particolare, che passa quasi secondario in questa riflessione, ma c’è: mentre si sta formando il nuovo guscio, l’aragosta deve rimanere nascosta sotto le rocce o seppellirsi sotto la sabbia per proteggersi, perché così molle risulta vulnerabile ai suoi predatori. L’indurimento iniziale del nuovo guscio, che le permette di tornare poi a muoversi, richiede circa 3 giorni. Ma per diventare veramente rigido quanto il guscio appena abbandonato ci impiega diverse settimane, a seconda della qualità dell’acqua e dei minerali che questa le offre. Addirittura l’aragosta arriva a mangiarsi il vecchio guscio perché ricco di calcio, uno dei componenti che accelera l’indurimento finale (e questo spiega perché non si trovino i gusci vuoti in giro per i fondali marini). Ogni volta che muta, l’aragosta aumenta la sua dimensione di circa il 20%, un piccolo passo in effetti, ma un passo costante nella sua esistenza. Insomma, io che detesto le aragoste sono andata pure a leggermi gli approfondimenti di questa muta straordinaria. 😛
Se trasportiamo il tutto nel paragone con i nostri momenti di disagio che diventano poi di crescita, significa che durante il processo di cambiamento dobbiamo proteggerci dai fattori esterni, perché siamo indifesi senza la nostra corazza e qualcuno potrebbe farci del male. Immagino quindi che le rocce che ci offrono riparo siano quelle persone che ci sostengono nelle difficoltà, quelle che ci aiutano a superare questi periodi di pressione, quelle che ci fanno vivere in un ambiente sicuro e confortevole. Allo stesso modo, ne deduco che i predatori siano invece coloro che, per svariati motivi, compresa la paura di ciò che diventeremo al termine, ostacolino la nostra crescita, il nostro cambiamento. Forse tra i predatori dobbiamo pure includere noi stessi, qualche volta, quando boicottiamo proprio per primi l’intero processo evolutivo. Il cambiamento è sicuramente scomodo, per l’aragosta deve essere persino doloroso, ma se siamo nel luogo giusto potremo sopportarlo. In ogni caso, come l’aragosta, sarebbe meglio procedere con incrementi contenuti ma costanti nel tempo, senza sottoporci a modifiche radicali che sono troppo pesanti da fronteggiare.
Ammetto di avere un moto di stizza, una sorta di ribellione in sottofondo contro questo ragionamento: perché accidenti dobbiamo soffrire per crescere, per migliorare, per avere qualcosa di meglio per noi stessi?! Però, se mi guardo indietro, mi tocca ammettere che è così. Che sia la mia vita personale, quella lavorativa, la scrittura o l’allenamento, è stato il fastidio per una condizione che non sopportavo più a costringermi a cercare una soluzione alternativa, anche per diversi tentativi finché non ho trovato quello giusto.
Il discorso originale di Twerski
Scomparso nel 2021, il rabbino Abraham J. Twerski, oltre che brillante studioso della Torah, era anche un famoso psichiatra, autore di oltre 90 libri, fondatore di un importante centro di riabilitazione da alcol e droga a Pittsburgh, amico del creatore dei “Peanuts” Charles Schulz, il cui fumetto compariva anche in alcune sue pubblicazioni, dato che Twerski attribuiva grandi intuizioni psicologiche al piccolo Charlie Brown. Un saggio su tutti merita di essere letto (speriamo lo ristampino, perché il cartaceo si trova solo nel mercato dell’usato): Su con la vita, Charlie Brown! Come affrontare i problemi di ogni giorno con l’aiuto dei Peanuts
La sua voce pacata, la sua lunga barba bianca e quegli occhi così vividi hanno generato più di 150 milioni di visualizzazioni nelle sue riflessioni in video pillole pubblicate online. I suoi messaggi sono chiari, semplici e schietti, alla portata di tutti e trattato temi universali come l’amore, la fiducia in se stessi, la gestione dello stress, la vita in tutte le sue sfaccettature e difficoltà, ma da un punto di osservazione differente, innovativo per certi versi. L’ho sicuramente già incrociato in rete in passato, me lo ricordo bene quello sguardo entusiasta, ma non ho mai ascoltato questa riflessione sulla crescita dell’aragosta. O forse non mi aveva colpito così tanto quanto lo ha fatto adesso.
There’s something I want to tell you about the stress and how we have to look at stress.
And I think it’s an important thing because many people have told me from my lectures it’s the one thing they remember.
I was sitting in a dentist office and looked at an article that said how do lobsters grow. I don’t care how lobsters grew…
Look, I was interested in it and it points out that a lobster is a soft mushy animal, that lives inside of the rigid shell.
That rigid shell does not expand. Well, how can a lobster grow?! Well, as the lobster grows that shell becomes very confining and the kind lobster feels itself under pressure and uncomfortable. It goes under a rock formation to protect itself from predatory fish. Cast off the shell and produces a new one.
Well, eventually that shell becomes very uncomfortable as it grows the right. Back under the rocks… and the lobster repeats this numerous times. The stimulus for the lobster to be able to grow is that it feels uncomfortable.
Right now, if lobsters had doctors they would never grow. Because as soon as the lobster feels uncomfortable, it goes to the doctor, gets a valium, gets a percocet, it feels fine! Never comes off, it’s chill.
So I think that we have to realize that times of stress are also times that are signals for growth.
And if we use adversity properly, we can grow through adversity.
C’è una cosa che vorrei dirvi riguardo allo stress e al modo in cui dobbiamo considerarlo.
E penso che sia una cosa importante perché molte persone mi hanno detto, dopo le mie lezioni, che è l’unica cosa che ricordano.
Ero seduto nello studio del dentista e ho letto un articolo che spiegava come crescono le aragoste. Non mi interessa come crescono le aragoste…
Sentite, mi interessava e l’articolo sottolineava che l’aragosta è un animale morbido e molle che vive all’interno di un guscio rigido.
Quel guscio rigido non si espande. Beh, come può crescere un’aragosta?! Beh, man mano che l’aragosta cresce, quel guscio diventa molto stretto e l’aragosta si sente sotto pressione e a disagio. Si rifugia sotto una formazione rocciosa per proteggersi dai pesci predatori. Si libera del guscio e ne produce uno nuovo.
Beh, alla fine quel guscio diventa molto scomodo man mano che cresce. Di nuovo sotto le rocce… e l’aragosta ripete questo processo numerose volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere è il fatto che si sente a disagio.
Al momento, se le aragoste avessero dei medici, non crescerebbero mai. Perché non appena l’aragosta si sente a disagio, va dal medico, prende un Valium, prende un Percocet, si sente bene! Non si stacca mai, è fantastico.
Quindi penso che dobbiamo renderci conto che i momenti di stress sono anche momenti che sono segnali di crescita.
E se usiamo le avversità in modo corretto, possiamo crescere attraverso le avversità.
Il discorso originale sembrerebbe non aggiungere nulla di più a quanto già riportato nel libro di Gio Evan, ma in realtà svela come è nata questa metafora illuminante: da una di quelle riviste abbandonate nella sala d’aspetto di un dentista! Questo mi ha fatto sorridere. Trovo fantastico che questa intuizione sia nata da una casualità. Magari la prossima volta leggerò quelle riviste con maggior rispetto e curiosità. 😀
Dato che era proprio dal dentista, poteva venirgli in mente un’altra analogia sulla crescita e sul disagio: quando i bambini perdono i “denti da latte”, così delicati per la loro composizione e il cui scopo è quello di fare posto ai denti definitivi, man mano che il bambino si avvicina allo sviluppo. Aggiungiamoci anche i famosi “denti del giudizio” che rappresentano la fase finale della dentizione permanente e addirittura risalgono ai nostri antenati cacciatori, che dovevano masticare a lungo il cibo duro, essiccato, prima di ingerirlo. Entrambi le fasi si sottopongono al disagio e al dolore (e cosa c’è più del mal di denti?!), ma ci traghettano verso l’adolescenza e poi la fase adulta.
La differenza con l’aragosta è che per noi queste due tappe sono circoscritte all’inizio della nostra vita, fino ai 20 anni al massimo, mentre lei è costretta a cambiare guscio circa 25 volte nei primi 7 anni di vita, e poi da adulta ripete il processo una volta l’anno. L’aragosta non smette mai di crescere, mentre i nostri denti ahimè sì. Magari è per questo che poi da grandi diventiamo più ostili al cambiamento?!
Conoscevate questa storia?
Avevate mai letto del paradosso dell’aragosta in qualche libro motivazionale o ascoltato in qualche video di crescita personale?
Forse avevate già sentito parlare direttamente il rabbino Twerski? Sono riuscita a rintracciare la playlist completa dei suoi video, a cui appartiene anche quello visto sopra. Purtroppo sono in inglese, anche i sottotitoli, però utilizza parole piuttosto semplici e non dovrebbe essere complicato per voi comprenderli: Rabbi Dr. Abraham Twerski (1931-2021) – JINSIDER
Adesso viene la domanda più difficile: siamo abbastanza aragoste nella nostra scrittura?! 😉

Comments (13)
Sandra
Feb 28, 2026 at 11:39 AM ReplyOvviamente no, non conoscevo il libro né questa fantastica dinamica con cui l’aragosta cresce e trova una soluzione alla natura che gliel’ha combinata proprio complicata.
La sintesi/lezione è che nei momenti di stress, nello specifico legati alla crescita, tocca mettersi dietro una roccia e evitare troppi contatti, e tu sai che io in questo momento sono molto stressata, quindi faccio il parallelismo: starò forse crescendo?
Magari crescendo no, ma cambiando beh sì, i sessanta mi stanno già facendo ciao ciao con la mano in un benvenuto che rifuggerei volentieri, la menopausa credo abbia concluso la fase di assestamento e alcune rogne che ha portato con sé me le terrò per sempre, altre però no, Dio sia lodato, le ho superate.
Quindi roccia e pochi scocciatori, limitare al massimo i contatti che spesso sono molesti. Lo farò e ti ringrazio per questa storia preziosa.
Barbara Businaro
Feb 28, 2026 at 5:48 PM ReplyPer l’aragosta, la crescita è per dimensione, anche quando arriva adulta e cambia il carapace solo una volta l’anno. Per noi esseri umani, la crescita è cambiamento ma non necessariamente nel corpo. Direi per pensiero, spirito, mentalità e saggezza. In effetti, “crescendo” (nel senso dell’aumentare degli anni) capiamo cosa ci importa davvero della nostra vita, lasciamo da parte le inutilità e selezioniamo accuratamente le amicizie, le nostre rocce.
Sono contenta che questa storia ti arrivi in un momento utile. Ogni volta che ti senti in difficoltà, d’ora in poi, pensa all’aragosta! 😉
IlVecchio
Feb 28, 2026 at 4:01 PM ReplyConoscevo questa storia sì, ma sono più vecchio di te, conosco sicuramente più storie. : -)
Altre sue lezioni interessanti sono quelle sull’amore, che lui chiama “amore per il pesce” per esprimere la differenza tra egoismo e amore vero per l’altro, e quella dei salmoni, che lottano strenuamente per risalire lungo il fiume, così come noi dobbiamo lottare per i nostri destini.
Barbara Businaro
Feb 28, 2026 at 6:04 PM ReplyHo visto quei due video e mi sono piaciuti molto. Mi ha colpito di più proprio quello dell’amore, “fish love”. Provo a riportarlo qui sotto.
Love is a word that in our culture has almost lost its meaning. Uh, there’s a very interesting story about the Rabbi of Kotk, who came across a young man who was clearly enjoying a dish of fish that he was eating. And he said to the young man “why are you eating that fish?” The young man says “because I love fish!” He says “Oh you love the fish… that’s why you took it out of the water and killed it and boiled it.” He said “Don’t tell me you love the fish, you love yourself and because the fish tastes good to you, therefore you took it out of the water and killed it and boiled it!”
So much of what is love is “fish love”, right? And so young couple falls in love, young man young woman fall in love, what does that mean? That means that he saw in this woman someone who he felt could provide him with all of his physical and emotional needs. And she thought in this man somebody she feels that she could WR that was love right but each one is looking out for their own needs. It’s not love for the other. The other person becomes a vehicle for my gratification. Too much of what is called love is fish love, right? An external love is not on what I’m going to get, but what I’m going to give. We had an ethicist, Rabbi Desler, who said the people make a serious mistake in thinking that you give to those whom you love and the answer is, the real answer is: you love those to whom you give right. And his point is: if I give something to you, I’ve invested myself in you right and since self-love is a given everybody loves themselves. Now that part of me has become in you right? There’s part of me in you that I love right? So true love is a love of giving, not a love of receiving.
Amore è una parola che nella nostra cultura ha quasi perso il suo significato. C’è una storia molto interessante sul rabbino di Kotk, che incontrò un giovane che stava chiaramente gustando un piatto di pesce. E disse al giovane: “Perché stai mangiando quel pesce?” Il giovane rispose: “Perché amo il pesce!” E lui disse: “Oh, ami il pesce… ecco perché l’hai tirato fuori dall’acqua, l’hai ucciso e l’hai bollito“. Gli disse: ”Non dirmi che ami il pesce, tu ami te stesso e poiché il pesce ti piace, l’hai tirato fuori dall’acqua, l’hai ucciso e l’hai bollito!”
Gran parte di ciò che è amore è “amore per il pesce”, giusto? E così una giovane coppia si innamora, un giovane uomo e una giovane donna si innamorano, cosa significa? Significa che lui ha visto in questa donna qualcuno che sentiva potesse soddisfare tutti i suoi bisogni fisici ed emotivi. E lei ha pensato che in quest’uomo potesse trovare qualcuno che la rendesse felice, che fosse amore, ma ognuno cerca di soddisfare i propri bisogni. Non è amore per l’altro. L’altra persona diventa un mezzo per la mia gratificazione. Gran parte di ciò che viene chiamato amore è “amore per il pesce”, giusto? Un amore esteriore non è basato su ciò che otterrò, ma su ciò che darò. Avevamo un esperto di etica, il rabbino Desler, che diceva che le persone commettono un grave errore nel pensare che si dona a coloro che si amano, mentre la risposta, la vera risposta, è: si ama coloro a cui si dona, giusto? Il suo punto è: se ti dono qualcosa, ho investito me stesso in te e, dato che l’amore per se stessi è un dato di fatto, tutti amano se stessi. Ora quella parte di me è diventata parte di te, giusto? C’è una parte di me in te che amo, giusto? Quindi il vero amore è l’amore del donare, non l’amore del ricevere.
Grazia Gironella
Feb 28, 2026 at 7:56 PM ReplyMolto interessanti Abraham Joshua Twerski, che andrò a conoscere meglio, e la storia della crescita dell’aragosta, su cui mediterò in questo periodo non facile. Sono un po’ disturbata da tutto quello che mi suona come toxic positivity, perciò non sarà facile, ma… grazie. 🙂
Barbara Businaro
Mar 01, 2026 at 4:01 PM ReplyNon mi sembra che le parole di Twerski contengano positività tossica. Non sta dicendo che il disagio non esiste, e nemmeno che sia sbagliato provare quel disagio. Sta cercando di infondergli un pizzico di speranza, che quel disagio non è un’emozione da soffocare e che potrebbe aiutarci a raggiungere una dimensione migliore per noi.
La positività tossica è quella che nega il disagio, che vuole nasconderlo, mascherarlo o annullarlo con una pillola. La differenza fondamentale è che la positività autentica lascia spazio al dolore, mentre quella tossica lo respinge. Ne abbiamo parlato anche diverse volte dentro la community My Peak Challenge, perché ci sono proprio alcuni peakers che riversano verso altri questa tossicità, soprattutto quando non riescono a comprendere il percorso difficile che sta affrontando l’altro. 🙂
Grazia Gironella
Mar 01, 2026 at 4:33 PM ReplyGiusto! Quello che intendevo è che anche tutto quello che somiglia vagamente alla toxic positivity mi fa arricciare il naso, ma sono ben convinta che non sia questo il caso.
Giulia Mancini
Feb 28, 2026 at 8:34 PM ReplyNon conoscevo il paradosso dell’aragosta. Povere aragoste, dopo tutta la fatica e la sofferenza del crescere, una morte tremenda (chissà se qualche aragosta muore di vecchiaia, non posso fare a meno di domandarmelo…)
In effetti anche noi umani impariamo molto dai nostri dolori, del resto è difficile imparare una lezione da una situazione di calma e tranquillità, almeno a me non è mai successo. Solo quando cadi e ti fai male capisci che meglio stare attenti per non cadere. In questa metafora vedo anche un’altra lezione: ogni obiettivo, ogni piccola conquista della nostra vita è frutto di fatica (come la costruzione del guscio per la propria sopravvivenza da parte dell’aragosta) è così, le cose che si ottengono facilmente non vengono apprezzate abbastanza.
E veniamo alla tua domanda, per anni sono stata “aragosta” nella scrittura, altrimenti non avrei potuto scrivere i miei romanzi se non fossi stata tenace come un’aragosta nella costruzione del guscio…
Barbara Businaro
Mar 01, 2026 at 4:08 PM ReplyOddio, spero proprio che da qualche parte, nell’oceano profondo magari, ci sia qualche aragosta che sì, muore di vecchiaia!
Concordo con te, certe conquiste valgono di più proprio perché sono il frutto di una fatica, di una sfida con se stessi. Sono convinta che le persone ricche, che hanno ereditato la fortuna dalla famiglia senza sforzo, non riescano proprio a godersi nulla di quella fortuna, perché non vi hanno alcun merito.
E volendo tornare alla scrittura, i tuoi romanzi, averli scritti fino in fondo, e pubblicati curandone ogni dettaglio, mentre stavi anche lavorando tutti i giorni, sono tutti grandi conquiste, molto più di chi arriva a pubblicare tramite amicizie e/o numero di follower, magari pure con un ghostwriter che gli ha confezionato tutto il manoscritto.
Io ancora non lo so che aragosta sono nella scrittura… forse un po’ pigra… 😉
Davide
Mar 01, 2026 at 2:32 PM ReplyNo, non la conoscevo, ma è una metafora che calza molto bene. E trovo anch’io incredibile come a volte le casualità riescano ad aprire nuovi orizzonti di senso, rivelazioni.
Barbara Businaro
Mar 01, 2026 at 4:19 PM ReplyBenvenuto nel mio blog Davide! 🙂
Ero convinta che tutti conoscessero questo paradosso dell’aragosta tranne me. Mi consolo allora.
A proposito di casualità, devo proprio andare dal dentista questo mese. Speriamo di siano delle riviste interessanti!
Gloria
Mar 02, 2026 at 10:57 AM ReplyConoscevo questa storiella, credo di averla letta in uno di quei giornaletti con le parole crociate. Ma non sapevo da dove provenisse. Molto interessante, grazie.
Barbara Businaro
Mar 02, 2026 at 11:15 AM ReplyBenvenuta nel blog Gloria! 🙂
Chiedo scusa per il pasticcio del commento, colpa mia, che dal cellulare non so mai dove clicco quando voglio solo approvare. Ora è sistemato.
In effetti questa metafora si presta nper le pagine del relax, tra un fumetto, una freddura, un approfondimento culturale tra puzzle e cruciverba.