Polvere. Un nuovo racconto. Intenso come una farfalla blu.

Polvere

Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris.
Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai.

 

Quando salgo sul tram in partenza dal capolinea tutti i posti sono vuoti. Con me viaggiano appena una decina di persone, tra lavoratori pendolari, studenti fuori sede, qualche anziano mattiniero. Mi siedo vicino alle porte, già pronta per uscire senza troppi intralci, anche se mi mancano ancora parecchie fermate. Il convoglio inizia stancamente la sua corsa, sferraglia sulle rotaie sollevando dal suolo pulviscolo e sporcizia al suo lento passaggio. Non piove da settimane oramai e la città è immersa nella polvere. L’aria profuma di fiori sbocciati, delle siepi di gelsomino lungo il tragitto, delle rose precoci appena dischiuse nei terrazzi, dei boccioli delle magnolie dei parchi che si affacciano alla strada, delle fresie che il fiorista espone ogni mattino fuori dal negozio proprio dove c’è una pensilina. Ma tutto questo si confonde con l’odore acre della polvere, la terra secca che vola al transito delle auto, i gas di scarico del traffico cittadino, lo smog del riscaldamento ancora acceso nei palazzi. L’acqua disturba chi passeggia, è vero, ma non possiamo vivere senza la sua benedizione.
Come ogni mattina, via via che ci avviciniamo al centro urbano, il tram si riempie di gente, tutti i posti a sedere vengono occupati e gli ultimi arrivati restano in piedi, sonnacchiosamente aggrappati ai corrimano d’acciaio. E’ in questo andirivieni che mi distraggo ad ammirare le esistenze degli altri. Davanti a me si è appollaiato un ragazzino, gli occhi semichiusi, i capelli arruffati alla moda di qualche cantante, lo zaino ancora sulle spalle e una cartelletta di plastica tra le braccia. Al mio fianco invece una signora ben vestita, un tailleur pantalone elegante, sprecato per un viaggio in tram ma necessario al suo ufficio, una borsa firmata dalla quale spunta il quotidiano fresco di edicola.
Con un cigolio il convoglio di ferma e si aprono le porte, qualcuno esce di filato e qualcun altro entra di soppiatto, a parte un anziano dal cipiglio nervoso. Nemmeno due passi nella nostra direzione e batte col bastone da passeggio sulla gamba del ragazzino. “Giovanotto!” pronuncia imperioso, mentre l’altro si riscuote all’improvviso dal suo tepore. Il ragazzino si alza di scatto, sbilanciato all’indietro dal peso dei libri, e si sposta sul corridoio, lasciando il sedile libero per l’inquieto signore. Costui si siede, appoggia a destra il carrellino della spesa contenente qualche sacchetto sgualcito e congiunge le mani sopra il pomolo del suo bastone, dritto oltre le sue ginocchia. E’ troppo preso per la spesa al mercatino rionale e siamo fuori zona, chissà dove sta andando, pure lui. Senza darsi pena di nascondere la sua espressione severa, il vecchio osserva tutti i visi dei presenti, scandaglia il loro bagaglio, si sofferma sulle loro calzature. Anche mio nonno lo diceva spesso: quel che porti ai piedi racconta tutto quello che sei. Oh beh, io indosso delle scarpe comode, un po’ sportive, senza lacci. Devo essere pronta a tutto, in ogni momento. Il mio vicino qui invece ha dei mocassini consunti, pieni di polvere, qualche traccia di fango ai bordi, hanno visto giorni migliori, ma hanno avuto la fortuna di vederne tanti, di quei giorni.
Il suo sguardo indagatore si posa anche su di me, sento il peso di quell’esame mentre fingo di guardare fuori dal finestrino, incurante. Dura un attimo, poi anche lui sposta la sua attenzione sul brulichio di passanti e veicoli fuori dal vetro. Allora lo sbircio di sottecchi. Potrebbe essere mio padre, forse con qualche anno di meno. Forse no. Non lo so proprio che aspetto abbia mio padre adesso. Non lo vedo e non lo sento da tre anni, da quando mia madre è morta e non ho avuto il tempo di versare alcuna lacrima. Se mai ne avessi avute per lei. Ci siamo solo odiate finché era in vita, lei non mi voleva ma mi ha avuta lo stesso, obbligata dalla famiglia e dalle consuetudini. Appena ho potuto, me ne sono andata di casa e mi sono pure sposata contro il suo parere. Non ho mai avuto bisogno della sua approvazione, e tanto non l’ho mai avuta. Con mio padre invece il rapporto era anche buono, ma poi è sopraggiunta la malattia e la separazione, qualche parola di troppo e molte parole taciute ci hanno allontanato. All’inizio ognuno fermo nel proprio orgoglio, poi bloccati dalle preoccupazioni e dalla pace temporanea del silenzio reciproco. Il mio tempo non è più davvero mio, è un susseguirsi di dottori, medicine, esami, ricoveri e lacrime.
La signora di classe al mio fianco decide di riporre il cellulare in borsa e di mettersi a leggere il quotidiano. Apre il giornale completamente davanti a sé, ostacolando i movimenti e la vista di noialtri lì vicini. Trasecolo per l’egoismo di questa persona, i soldi non sono sufficienti a comprare l’educazione, affermava sempre mio nonno, e per caso incrocio quegli stessi occhi scorbutici dell’anziano di fronte. Ma stavolta mi riservano un’espressione calda, di chi concorda con il mio pensiero sottaciuto. Anche di chi ha compreso la guerra che mi porto dentro e vuole mostrarmi il suo rispetto. Il tram si blocca alla mia fermata e in un attimo sono giù sul marciapiede.
Camminando sotto i portici passo davanti a un negozio sfitto, senza arredo e senza luci. La figura di una donna mi sorride dal riflesso della vetrina, poi mi vede e quel sorriso le muore addosso. Non mi riconosco, da molti anni non mi riconosco. Mi sento molto più logora dell’immagine che mi restituisce quell’ombra. Ho tanta polvere addosso. Sono rimasta immobile a osservare ciò che mi accadeva intorno, senza avere più spazio per me stessa. Non puoi pensare alla vita quando la morte ti cammina così accanto. C’è chi si preoccupa di non invecchiare, di nascondere quella ruga comparsa all’angolo del volto, di tingere di giovinezza quel vistoso capello argenteo. Io mi preoccupo di non morire prima di mia figlia, che ha solo undici anni e non si sa se potrà guarire, non si se potrà vivere.
Ora Greta è di nuovo ricoverata, un altro ciclo di terapia, un’altra fievole speranza. Ogni mattina prendo il tram per recarmi in ospedale, solo in questi anni mi sono resa conto della fortuna di abitare proprio vicino al capolinea, all’epoca mi sembrava solo un intralcio alla tranquillità. Ma la tranquillità l’abbiamo persa per ben altri motivi.
Non me la lasciano portare a casa nemmeno per questo fine settimana di festa. Ma del resto non so nemmeno se oggi sarà un buon giorno, se riuscirà a mangiare qualcosina, se si alzerà dal letto, se avrà voglia di parlarmi, o se dovrò starmene seduta in silenzio, vicino al suo letto, accarezzando appena la sua piccola mano, mentre lei volgerà dall’altra parte la sua testolina stanca.
Siamo solo noi due. Mio marito se n’è andato quando ha saputo della malattia. Non si sentiva in grado di affrontarla, come se ci potesse essere una scelta poi. Almeno, io quella scelta non l’ho avuta. Ma non sono arrabbiata con lui, non gliene faccio una colpa, non ci riesco. Solo vorrei un po’ di conforto anch’io, di tanto in tanto. Soprattutto vorrei che lei avesse il padre al suo fianco. Cartoline, cioccolatini e regali spediti per corriere non copriranno mai la perdita di un abbraccio, quel calore della presenza.
In pochi minuti percorro il tragitto verso il policlinico, poi l’ingresso dell’unità pediatrica, i corridoi e le scale per il reparto di oncoematologia. I miei piedi conoscono la strada e si muovono in solitudine. Ad accogliermi nell’androne ci sono tutte queste testoline rasate, qualcuna col sorriso della speranza e qualcun’altra con gli occhi carichi di sofferenza. Sembra esserci molta agitazione oggi, i pigiamini colorati più attivi corrono da una stanza all’altra, portando un po’ di buonumore agli altri pigiamini costretti a letto.
Tutto il piano è vestito a festa, con un enorme uovo di cioccolato che troneggia nella sala principale, attorniato da una squadra di coniglietti di peluche, omaggio di qualche associazione e soprattutto di tanto buon cuore. Prendo un respiro profondo, scaccio via i pensieri negativi, le paure e le angosce che mi opprimono, cerco nel mio animo tutta la luminosità che posso donare a mia figlia, e mi avvio verso la sua camera alla fine della corsia.
La porta è aperta e la scena che mi compare davanti mi lascia senza fiato. Lo riconosco subito, dopo tutto questo tempo. La sua risata profonda è un ricordo vivido nella mia mente ed è identica a quella che ascolto adesso. Le sue grosse spalle ricurve sotto il peso di una vita non sono affatto cambiate. Mio padre è seduto sul letto in fondo alla camera e tiene in braccio mia figlia, la sua unica nipotina. Stanno giocando con qualcosa sul cellulare, scherzano, sorridono, parlottano fitto fitto. Greta lo abbraccia e poi gli poggia la testolina sulla spalla, mentre continuano a fissare lo schermo tra le mani del nonno. Il pulviscolo presente nella stanza scintilla tutto intorno a loro, nel raggio di sole che filtra dalla finestra alle loro spalle. Ci sarebbe lo stesso quella polvere in mezzo a noi, solo non ce ne accorgeremmo, in assenza della luce nella nostra vita.
Oggi è una giornata buona, di quelle belle da ricordare.

 

(C) 2022 Barbara Businaro

 

Note:
Non lo so perché con l’arrivo della Pasqua mi prendono storie così malinconiche. L’anno scorso fu la volta del racconto ROSSO, dove un uomo assisteva al suo funerale con l’arrivo di una sconosciuta in rosso (e il colore rosso mi sta seguendo da allora: ho guidato una Rossa, ho appena acquistato una valigia rossa capiente e dentro potrebbe finirci presto un vestito da sera rosso…), quello prima ancora dello straordinario Venditore di trame. Suonare il campanello e attendere, dove le vite e le trame si intrecciano all’interno di una curiosa bottega (adoro quel racconto, ha davvero qualcosa di magico, quando lo rileggo non sembra neppure mio quanto è perfetto, ai miei occhi per lo meno), e l’anno ancora indietro del tristissimo L’odore del legno, una ragazza rinchiusa in una clinica psichiatrica e in un eterno silenzio. Mah, forse in primavera soffro troppo del cambio stagione…
Questo racconto l’ho scritto in velocità, come un’istantanea stampata direttamente dalla macchina fotografica, anche se l’immagine era nella mia mente da almeno un mese. Vedevo questo tram, questo anziano scorbutico e questa donna così abbattuta. Che cosa la rendeva triste? Dove stava andando di preciso? E poi la polvere della strada, che mi rammentava la formula liturgica “Polvere sei e polvere ritornerai”. Sapevo il titolo di questo racconto breve, brevissimo, ancora prima di conoscere il suo finale. Quando ho visto Greta e il suo pigiamino all’interno della pediatria oncologica, mi sono ricordata di una colonna sonora, e un film, straordinari: Arrival con Amy Adams e Jeremy Renner. Un film di fantascienza incentrato sull’importanza del linguaggio e della comunicazione, specie come espressione della percezione del tempo, lineare per noi esseri umani, circolare per gli alieni che giungono in visita sulla Terra. Mentre la protagonista Louise Banks, filologa, impara ad usare il linguaggio alieno, questo influenza anche il suo pensiero e il modo di intendere il tempo, secondo quella che viene definita l’ipotesi di Sapir-Whorf. Passato, presente e futuro si confondono nella sua mente, tanto da chiedersi che senso abbia oramai ogni sua scelta.

Se potessi vedere la tua vita dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa?
Dal film Arrival (2016)

Comments (13)

Sebastiano Muglia

Apr 17, 2022 at 9:10 AM Reply

BRAVA! Complimenti, la tua scrittura da le immagini. Tanti AUGURI

Barbara Businaro

Apr 17, 2022 at 4:39 PM Reply

Grazie Sebastiano! Quasi sempre i miei racconti iniziano per immagini, di solito più di una in sequenza. Qui invece avevo un solo scatto. Ancora tanti Auguri di Buona Pasqua! 🙂

Stefano Franzato

Apr 17, 2022 at 10:37 AM Reply

Grande! Semplicemente Grande! Leggiti (e trovati) “Monologo” in “Una donna spezzata” (Einaudi) della De Beauvoir e, oltre che una maestra, troverai probabilmente una sorella letteraria (rispetto a questo racconto: se non ricordo male, nel tuo è Pasqua, in “Monologo” è la vigilia di Natale o Natale). Non emozionarti perché te l’ho detto. Ormai mi conosci da tempo: se te lo dico è perché lo credo. Altrimenti non te lo direi e non lascerei commenti. Ciao e Buona Pasqua

Barbara Businaro

Apr 17, 2022 at 4:46 PM Reply

Grazie Stefano!! 😀
Arrossisco e mi chiedo: ma non sarà che devo editarli di meno i miei testi?! Questo è quasi scritto di getto, una sola rilettura. Vero che le parole mi sono girate in testa per un mese (col rischio di perderle, specie quando scrivo mentalmente già con la testa sul cuscino prima di dormire).
Mi cercherò questo “Monologo” che mi indichi. Al momento sono su Guerra e pace dell’inarrivabile Tolstoj. Anche se mi pare un filino sotto tono rispetto al suo Anna Karenina, che ho amato da subito.
Ancora Buona Pasqua! 😉

Stefano Franzato

Apr 18, 2022 at 11:12 AM Reply

Editare i tuoi racconti di meno? Dipende da cosa c’è da fare: vedere se non ci sono incongruenze testuali, temporali (specialmente se si necessita di far uso di flashback o flash forward), se i personaggi sono presentati (e come: se a mezzo di puro racconto o descrizione psicologica o tramite dialoghi o un mix di tutto questo; in questo tuo racconto a te son bastate delle semplici ma magistrali pennellate per delineare la situazione attuale della protagonista scrivente e delle persone che fin dalla di lei infanzia l’han circondata) e definiti nelle loro esistenze e nelle loro psicologie quanto basta per essere funzionali alla storia, senza esagerazioni o insufficienze; editing linguistico (tempi verbali, es. “doveva capire che Tizio se la sarebbe presa” (“avrebbe dovuto capire” ed evidentemente non l’ha capito prima quando appunto avrebbe dovuto); editing del prima e dopo : “chiuse la finestra perché entrava troppa aria” l’aveva aperta prima? O l’aveva già trovata aperta entrando nella stanza? il lettore va informato; “si alzò dalla poltrona e andò verso la scrivania” quando mai si era seduto? “spense la sigaretta premendo con forza nervosa il mozzicone sul portacenere” la sigaretta l’aveva accesa prima?. Per il resto lascia che ti guidi il cuore e l’immaginazione. Quei pensieri così nuovi e creativi che ti vengono a letto magari mezza assonnata sono frutto se mi ricordo bene delle onde Alfa del cervello. Anche a me capita. Se già ti frullava da tempo questo racconto lo hai lasciato maturare come credo faccia ogni scrittore: è normale e doveroso. Io lessi Anna Karenina alcuni anni fa nella traduzione di Leone Ginzburg: tante cose però ci ha messo Leone (che ha per me una prosa più semplice di Charlie [Dickens]). In Anna Karenina è una donna del bel mondo Sanpietroburghese che tradisce il marito, nel primo dei tre testi che costituiscono “Una donna spezzata” e che dà il titolo al libro è una donna di buona famiglia che scopre di essere da tempo tradita dal marito. Nel 1989 da questo testo è stato tratto uno sceneggiato in due puntate (vedi: https://www.raiplay.it/programmi/unadonnaspezzata) con Lea massari nel ruolo della protagonista. Sarà significativo il fatto che Lea Massari abbia anche impersonato (nel’74) Anna Karenina in un notissimo sceneggiato: vedi: https://www.raiplay.it/programmi/annakarenina-losceneggiato. Ciao.

Barbara Businaro

Apr 19, 2022 at 4:56 PM Reply

“Per il resto lascia che ti guidi il cuore e l’immaginazione.”
Come riassumere tomi e tomi di scrittura creativa in una sola, unica, ineccepibile frase. 🙂
(anche se sui tempi verbali qualche cantonata la prendo: tra “doveva capire” e “avrebbe dovuto capire” potrei confondermi facilmente!)

Giulia Mancini

Apr 17, 2022 at 4:57 PM Reply

Racconto malinconico ma bello, poi comunque una nota positiva c’era con il ritorno del papà.
Buona Pasqua

Barbara Businaro

Apr 19, 2022 at 4:39 PM Reply

Grazie Giulia! Che qua Pasqua e Pasquetta sono volate… con tutto quel vento poi!! 😀
Eh, non ce la faccio a chiudere drammaticamente un racconto, devo coltivare la speranza. E io spero nel miracolo del nonno verso la sua nipotina.

Daniela Bino

Apr 17, 2022 at 7:01 PM Reply

Bravissima, Barbara! Sono commossa, tanto!
Mi ricordo quando Federico era ricoverato in chirurgia e quelle testoline rasate… che tristezza! Mi stringeva il cuore a vederle chine sui libri di scuola ascoltado un’insegnante che impartiva lezioni che altrimenti avrebbero perso. Una parvenza di normalità nell’amarezza di quei giorni. La malattia non lasciava speranza a molti di loro e perfino Federico, piccolino, solo tre anni allora, se ne rendeva conto.
Gli abbracci sono importanti. I doni fanno sempre piacere ma un sorriso fa miracoli.
Buona Pasqua, cara Barbara, tu che ci doni queste parole che ci fanno ben sperare nel lieto fine.

Barbara Businaro

Apr 19, 2022 at 4:50 PM Reply

Noi poi a Padova abbiamo un centro di eccellenza, anche con la fondazione Città della Speranza, istituto di ricerca proprio sulle malattie pediatriche. Ci sono tanti pigiamini che vengono anche da lontano…
Buona Pasqua e Pasquetta, già andate, ma con un’altra pausa per il prossimo 25 aprile, qui dietro l’angolo 🙂

Sandra

Apr 19, 2022 at 10:28 AM Reply

Molto commovente.
Io che condivido la via con un hospice per l’infanzia, siamo proprio confinanti e so che oltre quei muri rossi c’è qualcuno come Greta e molti genitori, volontari e personale medico che cercano di portare luce come possono.
E w il ritorno del nonno.
PS. però mi è piaciuta molto anche l’immagine del tram

Barbara Businaro

Apr 19, 2022 at 5:10 PM Reply

Grazie Sandra. Una volta chiesi a “zia” Monica (zia putativa, amica di famiglia) perché avesse scelto di specializzarsi in Geriatria, le malattie dell’anziano, dopo la laurea in Medicina generale. Mi disse che la scelta era stata tra Pediatria e Geriatria. “Ma se proprio devo vedere morire qualcuno, preferisco sia un anziano, che ha avuto una vita piena.” Tanta stima per chi ha scelto Oncoematologia pediatrica, un coraggio e un cuore enormi, non sono sempre vittorie. E guai se non ci fossero medici e infermieri come loro!
Sul tram… poteva essere la metro? Uhm, no, troppo sotto terra. Poteva essere un autobus? Mah, nemmeno, in qualche modo è impersonale, ognuno stretto al proprio posto. Era un tram, per forza. Non so dire se un tram di nuova generazione o un tram in legno, questo lo lasciamo al lettore. 😉

Barbara Businaro

Apr 20, 2022 at 7:58 PM Reply

Qualcuno mi ha chiesto cosa c’entra la foto della farfalla… beh, cercavo una foto in bianco e nero in realtà, magari su un vecchio tram, dove risaltasse la polvere in un raggio di luce. Sono diventata scema a cercare, nelle piattaforme dove acquisto foto, ma niente. La prima immagine che mi è uscita alla parola “polvere” è stata questa, una farfalla blu polvere. Perché no? mi sono detta. That’s it.

Leave a comment

Rispondi a Daniela Bino Annulla risposta