Rosso, è un vestito rosso, oggi quello che indossi, per il mio funerale...

ROSSO

Alla fine sono morto.
Oh si, proprio morto, stecchito, non c’è dubbio. Cinquant’anni compiuti lo scorso novembre e il mutuo finito di pagare a gennaio.
Ed eccomi al mio funerale, in prima fila, a guardare la cassa lucida stracolma di fiori e ascoltare le gesta compiute in vita direttamente dalla bocca di Padre Antonio. Non ci salutavamo nemmeno per quanto non ci sopportassimo e sta raccontando un sacco di frottole, non mi conosceva affatto. Cosa ne può sapere di quanto amoroso ero con la mia famiglia o diligente nel mio lavoro? Ma immagino sia così per tutti, in fondo.
Mi hanno messo l’ultimo completo buono, il vestito da sartoria confezionato per il matrimonio di mia nipote, ben dodici anni fa. Mi sta largo di spalle e sui fianchi, sono smagrito negli ultimi giorni, ma tanto nessuno mi vede oramai chiuso dentro la bara.
Mia sorella in piedi nel secondo banco continua a tamponarsi gli zigomi, sotto gli occhiali ambrati. E’ arrivata alla cerimonia tutta affranta, una maschera di dolore, al braccio di mio cognato buonanima. Eppure è proprio da quel matrimonio, della sua primogenita, che non ci rivolgiamo più la parola. Non è passata nemmeno in ospedale, dove ero già ricoverato per l’intervento. Nemmeno la brutta diagnosi l’ha scalfita. Prima si è avvicinata alla mia foto sopra la cassa di legno e ha sussurrato “Ti perdono fratello.” Il carnefice mi ha graziato, ora posso andare in pace.
Mia moglie Veronica è una statua di cera, fatico a immaginare cosa stia pensando in questo momento. Mio figlio Marco è ridotto proprio uno straccio. Non giocheremo più a basket al canestro del garage, non litigheremo più davanti alla partita del derby, non mi racconterà più l’ultima avventura di una sera, bisbigliandomi i dettagli sconci senza farsi sentire dalla madre. L’ultima bella foto insieme sarà quella del suo giorno di laurea, con ancora tutta una vita davanti da assaporare.
Più in là c’è mia cognata Francesca, che singhiozza da quando è entrata in chiesa. Ma il suo dolore non è tutto per causa mia. Maggiore di mia moglie di quasi dieci anni, è rimasta vedova qualche anno fa, suo marito coinvolto in un terribile incidente d’auto. La sua bara era scura e stava allo stesso posto della mia oggi, seppure in una fredda giornata di dicembre.
Un po’ nascosti nel fondo ci sono tutti gli amici del calcetto di giovedì, quasi non li riconosco con quei vestiti seri, gli occhi pesti e i volti tirati dalla tristezza. Mi mancheranno molto le loro risate e le loro goliardie. A metà settimana si lasciavano i problemi a casa e ci si sfogava sul pallone, fingendo di essere in una finale dei mondiali, magari quelli dell’82.
Dall’altro lato c’è anche parte del mio ufficio, in testa la mia inossidabile segretaria Ines, che ancora non vuole saperne di lasciare la scrivania e godersi gli ultimi anni migliori lontano dalle scartoffie. “Se vado in pensione muoio” dice sempre, vispa e gioiosa di primo mattino. Mi sembra così piccola e fragile, dietro a quel banco di legno. Non smette di passarsi il fazzoletto ricamato di cotone sugli occhi lucidi. La più giovane, Annalisa, la sorregge per le spalle.
Piangono e soffrono per me, eppure io sono qui e mi sento benissimo. La malattia non c’è più, la brutta massa scura è morta con me, anche se a finirmi è stato quell’attacco cardiaco improvviso. Non ho più bisogno di nulla. Non c’è dolore, solo serenità. Aveva ragione mio padre dopotutto quando ai funerali commentava “il peggio è per chi resta, non per chi se ne va”.
Quando moriamo ci portiamo dietro tutto, compresi i nostri segreti. Pure io ho il mio, così pesante per tutta una vita.

 

Nel mezzo dell’omelia di Padre Antonio, con i presenti silenziosi concentrati più sui propri pensieri che sulle parole del prete, la porticina laterale sinistra in fondo alla chiesa si apre con un lungo cigolio dei cardini, lasciando passare un fedele in ritardo alla messa funebre.
Osservo incuriosito la sagoma incedere lungo la navata centrale, riconoscendone le movenze aggraziate avvolte in un lungo abito da sera in raso rosso fuoco. Solo Eleonora poteva mostrarsi al mio funerale così elegante, meravigliosa, temeraria, davvero sensuale. I lunghi capelli biondi le ondeggiano sulle spalle, le labbra dello stesso color rubino della stoffa accennano appena un sorriso di sfida, le braccia nude mostrano le sue numerose efelidi, le stesse che le illuminano il viso come una costellazione permanente.
Avanza sicura, il passo lento ma inesorabile, e si siede in uno degli ultimi posti rimasti vuoti in quarta fila. Il vestito così acceso catalizza ogni sguardo attorno, lei lo sa ma non se ne cura. Eleonora è forse l’unica persona che ha tutto il diritto di stare qui.
Uno ad uno tutti i convenuti si voltano incuriositi nella sua direzione e un mormorio sommesso serpeggia lungo le file dei banchi. Si stanno domandando chi sia la ragazza e quale motivo la porta proprio lì, agghindata a quel modo totalmente fuori luogo.
Carlo avrebbe apprezzato con una battuta sagace quel corpicino delizioso, ma non si è nemmeno presentato. Il mio migliore amico non è venuto al mio funerale. Sarà ancora nel letto a dormire, dopo la sbronza colossale che si è preso ieri sera. Alcool e donne non cambiano le cose, caro mio. Quella consolazione finisce solo con un mal di testa e un’estranea nel tuo letto di cui non ricordi manco il nome. La morte non guarda in faccia a nessuno, stavolta è toccato a me e tu hai paura di essere il prossimo.
Che poi, migliore amico si fa per dire. Nemmeno lui sa chi è lei. E quando glielo chiederanno, capirà che pure tra noi c’erano segreti.
Ho avuto una seconda vita, mi pare ovvio, perché la prima mi stava troppo stretta.
All’entrata plateale di Eleonora, mia moglie Veronica non ha battuto ciglio dietro quei suoi occhiali scuri. Mio figlio invece continua a girarsi verso la ragazza, la fissa con gravità, come se cercasse la soluzione di un puzzle e mancasse quell’ultimo pezzo andato perduto, il più difficile da ricostruire perché non immagini di che colore dovrebbe essere. Sembra sorpreso ma non infastidito come gli altri.
L’espressione migliore però è quella di mia sorella, che si è sfilata gli occhiali per scrutare meglio la nuova arrivata. La bocca tremolante in una smorfia di disappunto, il turbamento in quelle palpebre sbattute quasi a ogni respiro nel tentativo di mettere a fuoco la situazione, il terrore in quelle mani agitate che rigirano continuamente il libretto dei canti, quasi lo volessero stritolare seduta stante. Mi piacerebbe poter leggere nella sua mente adesso, sentire gli improperi che mi sta riservando e quali contorti piani sta progettando.
Eleonora fissa imperturbata dritto davanti a sé, in quel punto innanzi all’altare dove è stata collocata la mia bara di pregiato mogano, adornata con una composizione di rose rosse e anthurium candidi, entrambi scelti da mio figlio. So anche che in mezzo lui ci ha nascosto un bigliettino, un pezzo di carta ripiegato con su scritto “Ti voglio bene papà”. Il romanticismo l’ha preso da me, in qualche modo.
Mentre il rito funebre prosegue con la messa usuale, la preghiera dei fedeli e la raccolta delle offerte, Eleonora si concede un’occhiata al primo banco, quello dei parenti del defunto. Nello stesso istante, Marco si volta proprio verso di lei. I loro sguardi si incrociano e si bloccano l’uno nell’altro. Lui le rivolge un saluto col capo e un timido sorriso.
Per un attimo vedo Eleonora inquieta, poi ricambia il sorriso e il cenno con la testa nella direzione di Marco.
Si conoscono? Come è possibile? Non li ho mai fatti incontrare e nessuno di loro due mi ha mai parlato dell’altro, ne sono certo. Vivono in città diverse, frequentano luoghi differenti, li ho tenuti distinti. Eppure quello non era il distacco di due estranei.

 

Al termine delle esequie, gli uomini in nero delle pompe funebri si muovono solerti per accompagnare la bara fino all’auto predisposta per l’ultimo viaggio, mentre i fedeli defluiscono lentamente dalla chiesa, fermandosi a salutare gli altri, lasciando un’offerta agli altari laterali, accendendo una candela di fronte alla Madonna.
La figlia del dottore seduta in terza fila ancora piange e si dispera. Durante la cerimonia ha consumato un intero pacchetto di fazzoletti di carta, cercando di non farsi notare troppo sotto il cappello scuro a tesa larga. Suo padre mi ha curato nel migliore dei modi, per quel che la medicina ci concede, e mi raccontò di questa giovane, laureata con ottimi voti da quasi due anni, ma ignorata dal mercato del lavoro che le offriva solo stage gratuiti, contratti trimestrali, collaborazioni incerte. Organizzai un colloquio dal letto d’ospedale, in attesa dell’intervento. Le avevo detto che avrei fatto il possibile, il curriculum è davvero buono ma ora è convinta che sono morto anzitempo.
Invece sono stato bravo, ho preparato tutto ugualmente ed è sulla scrivania della mia segretaria. Appena Ines si riprenderà, o forse sarà Annalisa a portare avanti i suoi impegni in ufficio, sarà chiamata per essere assunta direttamente in azienda.
Tante cose le ho lasciate indietro, ma almeno questa l’ho completata.
Eleonora, in piedi sul suo posto al banco in quarta fila, osserva con malinconia la mia cassa mentre viene fatta sfilare con il carrellino lungo il corridoio centrale. Non ha versato una lacrima oggi, le ha consumate tutte quando le diedi la notizia della malattia allo stadio avanzato, circa tre mesi fa. La raggiunsi nel suo appartamento e non la lasciai per i due giorni seguenti, non smise di piangere sulla mia spalla per tutto il tempo, giorno e notte. Il mondo le era già caduto in testa alla morte prematura della madre, ora rischiava di perdere anche me, l’uomo della sua vita. Ho cercato di consolarla, farle comprendere che va bene così, dopo tutto ho avuto una bella esistenza se mi guardo indietro, ho avuto l’occasione di conoscere lei e apprezzare le sue qualità. Per il resto deve stare tranquilla, ho pensato comunque a non lasciarla in difficoltà economiche. Almeno questo glielo devo.
Mia moglie invece è ancora lì, impassibile, senza il minimo dolore. Le lenti scure non coprono le occhiaie di pianto, perché non ci sono. Lei sa, oh sì, lei l’ha capito all’istante quando la ragazza è entrata. Non voglio dire che si sia trattato di vendetta, ma in fondo anche il mio è stato un boccone amaro, a suo tempo. Convivere tutti i giorni con un tradimento non ti aiuta a dimenticarlo.
Ci siamo sposati troppo giovani, troppo entusiasti, troppo incoscienti. Quando la passione ha lasciato spazio ai problemi quotidiani, alla carenza di soldi e di lavoro, alle bollette in arretrato, all’affitto da pagare ogni mese, ci siamo resi conto entrambi che i nostri caratteri non erano poi così affini. La convivenza diventò un inferno di litigi, scenate, discussioni per ogni stupidaggine, recriminazioni continue.
E poi il silenzio.
Il silenzio divenne assordante e letale più dei piatti che prima volavano in cucina e si frantumavano al pavimento in mille schegge impazzite.
Fu allora che lei mi tradì e fu inevitabile per me scoprirlo.

 

Fuori dall’edificio, mi accoglie il caldo tepore di aprile e la primavera in piena fioritura. I tigli che contornano la piazza antistante si scuotono leggiadri alla brezza, lasciando che il loro profumo si spanda tutto intorno. I grandi vasi ai piedi della scalinata sbocciano di margherite, gerbere, dalie e fresie, in un’armonia perfetta. La camminata dietro all’auto grigia è breve e giungiamo tutti alla mia ultima residenza in venti minuti a piedi. Il cimitero si trova ad appena due chilometri dalla chiesa in direzione ovest, verso il tramonto.
Tutti seguono il parroco fino al posto designato, dietro una piccola collinetta artificiale.
Beh, almeno sono fortunato. Sono uno dei pochi che finisce in una bella cassa interrata, attorniata da rigogliosi salici, prato verde e arbusti odorosi. Non per me, una volta che sei morto non è che ti importi poi molto di dove viene lasciato il tuo corpo. Ma per loro, per chi resta, sarà un bel luogo dove venirmi a salutare e raccontarmi le ultime notizie, immaginando che io sia qui ad ascoltarli.
La bara viene posta con cautela all’interno della fossa predisposta, mentre Padre Antonio pronuncia qualche altra parola.
Mia sorella si avvicina a mia moglie con circospezione. “Volevo solo dirti che per qualsiasi cosa, io ci sono. Chiamami.”
Veronica le restituisce solo un cenno di assenso, finché l’altra le stringe le mani sulle sue in un gesto fintamente affettuoso.
“Senti, poi con calma, vorrei riavere indietro i violini antichi di mio padre, li avevo dati a mio fratello per farli quotare, ma ci ho ripensato e non vorrei venderli.”
I violini! Ancora con questa storia dei violini, non riesco a crederci! Sono nel testamento del vecchio, quei due violini li ha lasciati a me, accidenti! Lei nemmeno li sa suonare! Marco almeno sì, resteranno a mio figlio adesso, brutta befana che non sei altro!
Innervosito mi sposto verso Eleonora, che si tiene più defilata degli altri lungo il vialetto, come se quest’ultima parte non la riguardasse davvero. Vedo le sue dita tremare leggermente attorno ai manici della piccola borsetta che si è portata appresso. Rossa anche questa.
Dopo l’ultima benedizione e qualche amico che decide di buttare una manciata di terra sopra la bara quale saluto, gli addetti del campo santo iniziano a buttare tutta la terra rimanente con le pale. Ogni colpo del terreno sulla cassa suona così definitivo.
I minuti scorrono lenti, qualcuno se ne va, qualcun altro rimane fino alla copertura completa della tomba. Prima di ritirarsi, tutti si fermano a salutare la nuova vedova. Finché anche la famiglia ringrazia il parroco e si avvia verso l’uscita.
Solo allora Eleonora avanza verso la mia lapide per un addio solitario.
Mia moglie Veronica se ne è accorta. Si toglie gli occhiali e quando le passa accanto lancia un’occhiata fendente alla ragazza, la quale però non abbassa lo sguardo. Sfrontata, ribelle, il fuoco nelle vene. Molto più forte di quel che creda.
Mio figlio Marco lascia andare avanti sua madre con un sussurro all’orecchio, e si ferma di fronte alla giovane donna.
“Ciao.” La sua voce è incerta, ma non ostile.
Lei gli sorride, un tocco di gentilezza nei suoi occhi limpidi. “Ciao.”
Sento una strana elettricità nell’aria. Cosa mi sono perso?

 

“Un po’ eccentrico come vestito, per un funerale, ti pare?”
Non c’è cattiveria nel tono di mio figlio Marco, forse una punta di divertimento. Ma credo di sentirci più che altro preoccupazione.
“A lui sarebbe piaciuto. Il rosso era il suo colore preferito” risponde lei con apparente tranquillità.
“Come lo conoscevi?”
“Eravamo per così dire… intimi.”
Lo vedo serrare la mascella in preda alla rabbia. Qui finisce male ragazza, non esagerare. Digli la verità, senza giocare.
“Eri la sua amante?” L’ultima parola lui la pronuncia a denti stretti.
Lei non abbassa lo sguardo nemmeno di mezzo millimetro, i loro occhi sono incollati l’uno nell’altro.
“No. Sono la figlia.”
Marco non capisce. Sbatte le palpebre per vedere meglio il senso della frase, ma non ha afferrato il concetto.
“La figlia… di chi?”
“Sua figlia.” Il “sua” Eleonora lo pronuncia mentre con la testa punta nella mia direzione, alla mia foto posta sulla lapide.
“Tu…tu sei mia… sorella?!” esclama lui sbalordito. Sento fino a qui il suo cuore pompare impazzito tutto lo shock. Un po’ è colpa mia, avrei dovuto prepararlo in qualche maniera. Non ne ho avuto il tempo alla fine.
“Sulla carta, sì. Lo sono” chiarisce lei.
“Cristo santo! Noi.. noi due abbiamo…” Marco si passa una mano sui capelli, spostando indietro quel ciuffo sbarazzino che tanto piace alle donne, respira a fondo un paio di volte mentre anche lui lancia uno sguardo cupo alla mia immagine incorniciata.
E poi si gira di nuovo verso di lei, incavolato. “Abbiamo scopato, accidenti!”
Che cosa? Cosa ha detto? Ora sono io, il defunto, a non capire cosa cavolo sta succedendo. Chi ha scopato chi? Eh?!
“Sei venuta a cercarmi apposta? Che gioco perverso è questo?!” Si avvicina al viso di lei, per fissarla dritta nelle pupille.
“No, no, niente di tutto questo. Non avevo proprio idea…”
Cazzo, cazzo, cazzo. Beh, questo sconvolge anche me. Eleonora, sei davvero tutta tuo padre, porca miseria! Te li vai a cercare i guai eh!
Lei gli accarezza la mano destra abbandonata lungo il fianco, ma lui stizzito la toglie da sotto il suo tocco.
“Io non lo sapevo…” continua Eleonora. “Non sapevo che eri tu, suo figlio, mi spiace.”
“Ti ha parlato di me allora.”
“Sì, ma non ho mai visto tue foto. Non potevo riconoscerti. Fisicamente non vi somigliate molto.”
Su questo devo ammettere che ha ragione. Un osservatore attento coglierebbe i tratti in comune con la madre, ma difficilmente potrebbe trovarne qualcuno in comune con il sottoscritto. Del resto alcuni caratteri genetici saltano delle generazioni.
“Avresti almeno potuto chiedermi il cognome prima di portarmi a letto, ti pare?”
“Non credevo ci fosse minimamente questa probabilità. Sono entrata in quel locale solo per non pensare troppo…”
“Me ne sono accorto. Sedotto e abbandonato, con un numero di telefono inesistente.”
“Io però ho il tuo, ed è valido.”
“Già. Perché io non ho niente da nascondere. Comunque adesso lo so chi sei” ribatte stizzito. “Che il matrimonio dei miei genitori fosse difficile l’avevo anche capito, certo non immaginavo di avere …una sorella.”
Marco si allontana senza aggiungere altro.
Con un sospiro Eleonora si avvicina alla mia tomba, accarezza la foto con la punta delle dita.
“Ho combinato un casino eh, Pà?”
Sbuffa fuori tutta la sua stanchezza.
“Davvero, te lo giuro, non lo sapevo che era lui. Però a pensarci… ci ho scorto qualcosa di te nei suoi modi. La stessa gentilezza, lo stesso sorriso sghembo, lo stessa maniera di camminare un po’ goffa. E non si dice che una figlia cerca il proprio padre in ogni uomo che incontra?”
Si inginocchia, prende un sasso più grande dal viottolo e lo deposita ai piedi del marmo. Poi ne prende un altro ancora, e di nuovo un altro. Fino a costruirci un piccolo mucchietto, un minuscolo cairn funebre.
“Beh, però lui non è tecnicamente… Ma tu non gliel’hai mai detto, giusto? Lui non sa tutta tutta la verità. Già.”
Si rialza in piedi.
“Però lui mi piace Pà. Non sarebbe possibile che… Pensi davvero di portarti dietro anche quel segreto? Non potresti lasciarmi l’occasione di… Scusami, sto dicendo stupidaggini. Non avrei mai voluto vivere questo giorno, non così presto almeno.”
Si china per baciare la mia foto sulla cornice incastonata nel marmo. E poi se ne va, eterea com’era arrivata.
Per me non è ancora finita, devo sistemare tutto prima di riposare davvero in pace.

 

Sì si, ho capito che è ora di andare. Continuo a vedere quella strana luce nell’angolo, che mi attira con il suo calore tranquillo, mi segue ovunque, ma io non posso ancora lasciarli. Devo essere presente oggi. Devo essere certo che i pezzi vadano messi al punto giusto.
Specie con quello che è successo tra i miei ragazzi.
Lo studio del mio avvocato è un po’ troppo moderno per i miei gusti. L’enorme tavolo in vetro trasparente, attorniato da poltroncine di pelle bianca, lo fa sembrava più una sala da pranzo che l’ufficio di un professionista qualificato. Gli invidio però la vista dall’alto sulla città.
Questa volta Eleonora è arrivata per prima, con un abbigliamento normale. Un paio di jeans, una maglietta bianca sotto un giacchino blu leggero, un foulard rosso per non smentirsi. E’ stato proprio l’avvocato Franzetti ad avvisarla del mio trapasso, delle esequie funebri e dell’apertura del testamento.
Il suono del campanello annuncia l’arrivo degli altri parenti. Mia moglie Veronica e mio figlio Marco, seguiti da mia sorella. Ha chiesto lei di essere presente, anche se non convocata. Dev’essere per i violini di nostro padre, ma nel testamento li ho lasciati a mio figlio Marco, come scoprirà a breve. Se ne farà una ragione. A Franzetti ho pure chiesto di fornirle una copia autenticata delle ultime volontà di nostro padre.
Nessuno di loro esprime più sorpresa nel trovare Eleonora in questo posto. Immagino tutti siano informati adesso che si tratta di mia figlia.
“Bene, possiamo cominciare. Il testamento è stato redatto in questa versione all’incirca una decina di anni fa, quando il de cuius inserì la qui presente signorina Eleonora come erede testamentaria di parte delle sue sostanze, nei termini concessi per legge.”
Resto ad ascoltare tutto il testo del mio olografo, punto per punto, senza notare alcuna meraviglia per quanto ho deciso delle mie poche cose, un’auto ancora in finanziamento, un villino cointestato con mia moglie, un conto corrente, un fondo d’investimento, qualche obbligazione. E ovviamente i violini di mio padre, per i quali mia sorella sbuffa pesantemente.
“C’è una lettera del defunto per tutti voi. L’ha scritta di suo pugno in ospedale di fronte a me, al medico e all’infermiera di turno, chiedendomi di darne lettura insieme al testamento.”
L’avvocato Franzetti rivolge un cenno a mia moglie Veronica, che è stata preventivamente avvisata di questo punto particolare. Lei gli restituisce un sorriso d’assenso e lui procede con l’ultimo foglio in mano.
“Carissimi, prima di andarmene vorrei provare a rimettere le cose a posto. Eleonora è mia figlia, anche se non l’ho legalmente riconosciuta alla nascita. Con sua madre ho avuto una relazione breve ma intensa, mi è stata d’aiuto in un momento difficile, una fase depressiva. La donna purtroppo è morta in un incidente e da allora ho aiutato mia figlia come ho potuto. Non è tutto. Chiedo scusa a mia moglie Veronica in anticipo per questa rivelazione, comunque eravamo concordi nel svelare la verità alla morte di uno dei due. Marco non è biologicamente mio figlio, ma non era giusto che pagasse lui le colpe di un matrimonio in crisi, e l’ho fatto ugualmente mio dal primo istante in cui l’ho tenuto in braccio. Spero possiate trovare tutti un modo di andare d’accordo, alla mia memoria. Con affetto, Stefano.”
Marco resta fermo immobile, il volto pallidissimo. Fissa un punto innocuo sul ripiano lucente del tavolo di vetro. Le mani stringono feroci la stoffa dei suoi pantaloni sulle ginocchia. Sembra mancargli il respiro. Sua madre gli poggia delicatamente una mano alla spalla. Lui si gira a guardarla, inebetito.
E’ colpa mia, avrei dovuto dirglielo in vita, trovare il momento giusto. Ma in quale occasione? E con quali parole?
Poi si volta verso Eleonora, seduta di fronte dall’altra parte della stanza. L’espressione serena e pacata di lei gli fa intuire che la ragazza era al corrente pure di questo particolare.
Tossisce e annaspa. La segretaria dell’avvocato gli offre un bicchiere di acqua fresca, lasciando la caraffa a sua disposizione.
“Marco, suo padre mi ha chiesto anche di consegnarle questa, noterà che è sigillata. Non ne conosco il contenuto.”
L’avvocato si sposta e porge una busta al ragazzo, chiusa con una colata di cera rossa.
Ripreso parte del suo colorito, mio figlio, perché è ancora mio figlio, scosta il sigillo e ne estrae un biglietto. So quello che ci ho scritto, con mano malferma: “Ti chiedo di perdonarmi se ho mancato in qualcosa come padre. Mi spiace di andarmene così presto e siccome tu sei l’uomo di casa adesso, ti chiedo un ultimo favore. Prenditi cura di lei. Nemmeno Eleonora deve pagare per le mie colpe. Ti voglio bene. Papà.”
Richiude il pezzo di carta visibilmente commosso.
“Scusate. Ho bisogno di tempo…”
Lascia la stanza e dopo pochi minuti si sente anche il portone d’ingresso chiudersi con un tonfo.

 

Il cimitero al tramonto si ricopre di romantica malinconia. Marco ci è venuto quasi correndo e ora se ne sta dritto davanti al mio sepolcro. Sembra volermi parlare, ma dacché sono arrivato non ha proferito parole. Dei passi sul viottolo sassoso annunciano l’arrivo di un’altra persona.
“Come hai fatto a trovarmi?” le chiede ancora prima di guardarla.
“Non ci vuole un detective a immaginare che saresti voluto venire qui” gli risponde Eleonora.
Restano in silenzio qualche minuto. Lontano delle campane suonano i vespri. Due colombi tubano il loro richiamo, prima di volare altrove.
“Quindi alla fine, tu sei sua figlia. Ma non sei mia sorella.”
“No, non sono tua sorella. Ti dispiace?” Lei gli dà una gomitata buffa al fianco.
“Ehm, no…” Marco sogghigna divertito. “Tu sapevi tutto, vero?”
“Si.”
“Secondo te, perché lui non me l’ha detto prima?” Il ragazzo continua a rigirarsi la busta tra le mani.
“Troppo complicato, credo. Ti voleva molto bene, lo so. Considera che l’hai avuto tutto per te per l’infanzia e l’adolescenza. Io lo vedevo ogni tanto da bambina. Solo quando è morta mia madre, ha cominciato ad essere sul serio mio padre.”
“Tutte quelle trasferte con pernottamento…”
Eleonora annuisce col capo. “Veniva a prendersi cura dei miei casini. Mamma mi ha lasciato che avevo compiuto da poco diciott’anni. Ero maggiorenne, ma non ero pronta. Non ho altri parenti in zona. Di me si occupava una vicina, ma non era la stessa cosa.”
Lungo una stradina laterale un’anziana signora si reca con l’annaffiatoio alla fontanella più vicina, canticchiando sommessa una litania. Un alito di vento scuote le fronde del salice piangente sopra la mia lapide.
“Per questo non eri scioccata di essere stata a letto con tuo fratello, vero?” Marco ridacchia.
“Sì. Avrei dovuto comunque starci attenta, scusami, però ero conscia di non infrangere alcuna legge divina, se fosse successo.”
Il ragazzo si volta verso di lei. Alza lento la mano e col dorso le accarezza una guancia.
Beh, forse qualcosa l’ho fatto di buono dopotutto. O forse il destino è stato più bravo di me.
Approfittando della brezza serale forse potrei, vediamo… Sollevo appena l’ultimo pezzo di foulard rosso di lei e lo avvolgo un po’ intorno al collo di lui. Poi lo trascino così in un volazzo fino alla lapide. Magari riesco pure a tracciare una S. Dovrebbero capire che mi sta bene. Come fantasma non valgo granché, è uscito fuori uno schifo. Non è leggibile.
Eleonora però osserva incuriosita la seta così disposta. “Forse sono impazzita… è come se lui fosse qui.”
Guardandola negli occhi, Marco intreccia la sua mano con quella di lei, stringendola forte.
“Nel biglietto lui mi ha scritto “Prenditi cura di lei.” E intendo farlo.”
Le si avvicina lentamente con il viso, mentre i loro sguardi si fondono. Si baciano, con tenerezza.
Adesso me ne posso andare. Tutto è luce. Tutto è pace.

 

(C) 2021 Barbara Businaro

 

Note:
Il primo titolo di questo racconto era “L’ora buia”, qualche riga di appunto sul quadernetto delle idee scritta ancora lo scorso luglio. L’ora buia è quella dopo la morte, quando l’anima vaga ancora tra i vivi in attesa che le arrivi la chiamata alla luce, al tunnel del dopo. Allora non avevo chiaro chi fosse il defunto narratore, solo che nascondeva un segreto e che quel segreto si sarebbero scoperto al funerale.
Quando al telegiornale ci hanno annunciato che l’indomani il Veneto tornava rosso, chiuso per pandemia, ho iniziato a canticchiare: “Rosso, è un vestito rosso, oggi quello che indossi, per il mio funerale… bella senza più pensieri, come sei tranquilla, nel giorno del mio funerale…” Mi è tornata subito in mente quella stupenda canzone di Niccolò Fabi. Ma chi è la donna misteriosa col vestito rosso a quel funerale? Quale intricato mistero nasconde?
In un certo senso questo racconto è stato la mia “passione quaresimale”, l’ho scritto durante la settimana santa, in ogni micro ritaglio possibile di tempo, sistemando la struttura, aggiungendo pezzettini, a volte solo una parola, appiccicando un cumulo di post-it dentro il quadernetto, riportandoli poi a tarda sera sul computer. Il grosso del testo però ha trovato la sua forma finale, dalla prima frase fino all’ultima riscritte, riorganizzate e revisionate, tra il venerdì e il sabato santo (sono le 22:17 e ho avuto l’ok dalla mia super-beta). In un periodo di lavoro e studio intensi, su cose fin troppo pratiche e razionali, avevo assoluta necessità di sfogare la mia vena creativa.
Credo di aver ascoltato la canzone qualcosa come cinquanta volte mentre scrivevo il racconto. Mi ha aiutato a forgiare meglio la narrazione, a vedere cosa stava saltando fuori sotto lo scalpellino e la polvere rimossa dal pennello. Come ringraziamento, ho inserito alcuni parti del testo proprio della stessa canzone: oltre al vestito rosso di Eleonora “bella senza più pensieri”, ci sono “la figlia del dottore seduta in terza fila che piange e non si fa notare” e Carlo il “migliore amico che mentre il prete parla sta nel letto suo a dormire”, mentre “la donna del tuo cuore che assiste alla funzione senza il minimo dolore” è la moglie Veronica, dissociandola dalla ragazza vestita di rosso. Diciamo che scrivere questa storia è stato un divertente rompicapo.
La scena numero 6 (perché io nelle bozze numero le scene che qui vedete solo separate da spazio bianco) l’ho scritta piangendo. Perciò se vi scappa qualche lacrima, è colpa mia. Chi scrive ci mette il cuore, un po’ gli cola dentro.
E poi ho almeno due vestiti da sera rossi dentro l’armadio, uno risale alla festa della mia laurea, e l’altro è in attesa della sua serata… 😉

Comments (26)

Sebastiano

Apr 04, 2021 at 9:31 AM

Brava, molto brava, forse usando una sola parola si direbbe bravissima! Complimenti: i personaggi escono dalle righe, si vedono realmente.
Auguri di Buona Pasqua

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 3:54 PM

Caspita, quando ho letto ieri mattina il commento a colazione, mi è andato di traverso il caffè dall’emozione! Grazie, grazie, grazie!
Buona Pasquetta oramai. Arrivo tardi a commentare perché ieri toccava a me cucinare. 😛

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Elena

Apr 04, 2021 at 11:32 AM

Forse il tuo racconto più bello. Tanti auguri di Buona Pasqua Barbara, rossa si ma d’amore

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 3:55 PM

Le stesse parole della mia beta. “Questo è il tuo racconto migliore!” Solo che me lo dice ogni volta… 😀 😀 😀
Auguri anche a te, godiamoci le ultime ore di Pasquetta.

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Brunilde

Apr 04, 2021 at 12:00 PM

Veramente bello. Una storia avvincente, e anche molto dolce. Grazie per questo regalo d Pasqua!

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 3:56 PM

Grazie a te Brunilde di esserti fermata un momento a leggerlo. Felice che ti sia piaciuto! 🙂

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Giulia Mancini

Apr 04, 2021 at 12:46 PM

Bellissimo racconto, anche se parla di una morte, il messaggio di speranza che lascia lo rende un perfetto racconto di Pasqua, tanti auguri.

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 3:58 PM

In effetti ci ho pensato su parecchio. Ma posso pubblicare una storia del genere per Pasqua? Beh, è un festività di morte e resurrezione, nel mezzo della Natura che si risveglia a nuova vita. E in questa storia qualcuno se ne va, ma lascia dietro di sé qualcosa di nuovo. E poi, è la storia che comanda, c’è poco da fare. 😉

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Marina Guarneri

Apr 04, 2021 at 4:55 PM

È piaciuto anche a me, che di solito non li leggo i racconti, ma solo per pigrizia mia e perché sono viziata (mi distrae leggerli in formato post. No, vabbè, sono strana e camurrusa, lo so bene!)
Invece, mi hai beccato con l’incipit, non ho potuto fermarmi e l’ho letto, senza distrarmi, d’un fiato. Brava, è scritto molto bene e i colpi di scena sono ben gestiti e nascosti al punto giusto. Bella l’idea di inserire pezzi di canzone: la conosco, molto particolare. Fabi è un cantautore di talento.
Che dire, applausi e tanti auguri di Buona Pasqua.
(Avevo un vestito rosso anch’io, ma sapessi! Mio marito, all’epoca fidanzato, mi aveva detto che quella sarebbe stata una cena importante, invece era solo un pomeriggio cocktail e io mi sono presentata con un vestito lungo, scollato, rosso fiammante. Sono stata tutto il tempo schiacciata a una parete, senza muovermi da lì, incazzata nera con il mio lui male informato… Ogni tanto ce lo ricordiamo e com’è che dopo vent’anni ancora avrei voglia di strozzarlo?)

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 4:08 PM

E pensare che a rileggerlo questo incipit mi sembrava senza forza, guarda te alle volte! 😀
Seguo poco la musica italiana, perché preferisco perdermi nelle parole straniere che non capisco e così lascio andare l’immaginazione. Ma quando una canzone italiana mi piace, è per la vita, ecco. “Rosso” è ricorrente: dei periodi me la dimentico e dei periodi la ascolto tutti i giorni.
(Mai, mai, mai fidarsi del “dress code” interpretato dagli uomini. Ripeto: MAI!! 😛 )

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Paola

Apr 04, 2021 at 7:18 PM

Grande incipit, ti tira dentro la storia come le sabbie mobili. Il racconto è un vero dipinto, i personaggi spiccano nitidi su uno sfondo tenue. Bravissima

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 4:21 PM

Grazie Paola. Credo che i funerali, più dei matrimoni o dei battesimi, tirino fuori il vero delle persone. Come dice la canzone: “Hai presente quando sogni di morire, per vedere chi verrà al tuo funerale, per capire chi ti ha voluto bene, e chi ti ha voluto male, hai presente?”
Poi ho giocato con la curiosità per “il segreto”. I lettori non resistono ai segreti, lo so bene! 😉

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Darius Tred

Apr 04, 2021 at 10:02 PM

Il caso ha voluto che leggessi il tuo racconto dopo aver guardato in streaming “Cena con delitto”.
Dunque? Niente: alcuni tuoi personaggi hanno assunto le sembianze degli attori e sono rimbalzati fuori dalle righe.
Specialmente alla lettura del testamento.

P.S.: Quindi al prossimo giro, con l’emisfero veneto in arancione, il prossimo racconto s’intitolerà “Arancio rafforzato” ? 😉

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 4:27 PM

“Cena con delitto” è un bellissimo film, me lo sono gustato sotto Natale. Peccato solo che lì Chris Evans mi faccia la parte del cattivo, mannaggia…
Eheheh, con la lettura del testamento si va sul sicuro, qualche scheletro nell’armadio salta sempre fuori.
No Darius, niente “Arancio rafforzato”, nessuno ci ha scritto una canzone! 😛

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Marco

Apr 05, 2021 at 9:01 AM

Bello. Credo anche io che sia uno dei migliori. Devi esercitare il “muscolo” della scrittura. E lasciar perdere gli altri 😉

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 4:28 PM

Ehhhhhhh, non posso lasciar perdere gli altri muscoli, ordini del medico. Anzi, per quel che mi riguarda, è proprio mentre mi alleno che mi vengono certe strane idee scrittorie! 😉

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Daniela Bino

Apr 05, 2021 at 12:38 PM

Rosso come l’amore, come il fuoco che scalda e brucia… mi sono persa tra le righe e ho sofferto e gioito, in fondo al cuore sapevo che qualcuno avrebbe inopportunamente fatto una richiesta per il proprio tornaconto. Perché è così che funziona ai funerali: l’imbarazzato, il sofferente, il triste perché è così che lo vogliono vedere, l’inopportuno perché non sa trattenersi e teme che gli venga portato via l’oggetto dei suoi desideri che in realtà non gli serve ma lo vuole comunque, anche se del defunto non gliene importava nulla,… hai descritto tutto con sentimento e accuratezza, in un turbine di emozioni che toccano il cuore e che fanno riflettere. La silouette rossa entra in scena con la prepotenza della verità: impagabile davvero! Come sempre, brava Barbara! Un racconto molto ben costruito che trattiene il lettore fino alla fine.

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Barbara Businaro

Apr 05, 2021 at 5:56 PM

Diciamo che in ogni funerale si riconoscono degli “archetipi”, dei modelli di comportamento alquanto standard, a seconda dei rapporti intrattenuti col defunto. Come dici tu: l’imbarazzato, il sofferente, il triste per finta, il disperato che non ti aspetteresti, l’inopportuno, il calcolatore, l’indifferente, ecc. Il vestito rosso a un funerale è come l’abito bianco della migliore amica della sposa. Un segnale. 😉

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Grazia Gironella

Apr 05, 2021 at 9:16 PM

Scrivi proprio bene, Barbara. Complimenti. 🙂

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Barbara Businaro

Apr 06, 2021 at 10:41 PM

Caspita, grazie! Adesso mi fate anche arrossire. Giusto per stare in tema col titolo! 😛

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Sandra

Apr 05, 2021 at 10:36 PM

Arrivo, arrivo, dopo un bel numero di commenti lusinghieri assolutamente meritati! Brava, è piaciuto molto anche a me.

“Eri la sua amante?” L’ultima parola lui la pronuncia a denti stretti.
Lei non abbassa lo sguardo nemmeno di mezzo millimetro, i loro occhi sono incollati l’uno nell’altro.
“No. Sono la figlia.”
Urca, complimentoni per il colpo di scena da vera maestra!

C’è un dettaglio tecnico – scusa – sbagliato, purtroppo non ho potuto non sovrapporre l’immagine della sepoltura a quella di mio padre, anche perché è mancato il giorno di Pasqua (i2014). La lapide viene posta dopo, anche molto dopo, perché il terreno si deve assestare. Prima, in caso lo si voglia, di solito la gente lo fa, si fa un giardinetto con la ghiaia, poi dipende dai comuni. Quindi non c’è neppure la foto.

Te lo dico perché il racconto merita molto, e magari allungato potrebbe essere proposto (es. a Delos).

Per il resto ottimo intreccio di parentele/non parentele, dettagli, emozioni. Bello, bello. E la canzone di N. Fabi piace molto anche a me.
Baci

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Barbara Businaro

Apr 06, 2021 at 10:58 PM

Qua i colpi di scena sono stati un “ma sì, esageriamo, dai!” 😀
Lei non poteva essere l’amante, era troppo banale, doveva esserci qualcos’altro. La figlia mi sembrava più giusto.
Ma poi ho “visto” il dialogo tra la ragazza in rosso e il figlio di lui, che si conoscevano. Ma come si conoscevano? Un’avventura di una notte.
E se il figlio non fosse proprio il figlio? E allora chi è?! Tombola! La prima a tradire è stata la moglie. E nessuno lo sa.
Quindi torna indietro e verifica le varie frasi, per non cascare mai nella rivelazione:
“Eleonora è forse l’unica persona che ha tutto il diritto di stare qui.”
“Ho avuto una seconda vita, mi pare ovvio, perché la prima mi stava troppo stretta.”
“Il romanticismo l’ha preso da me, in qualche modo.”
“Convivere tutti i giorni con un tradimento non ti aiuta a dimenticarlo.”
“Un osservatore attento coglierebbe i tratti in comune con la madre, ma difficilmente potrebbe trovarne qualcuno in comune con il sottoscritto.”
…e così mi sono dimenticata la lapide!!! 😀 😀 😀
C’è da dire che per alcuni funerali, anche se erano urne e non bare, le lapidi più piccole erano già presenti, magari solo la cornice con la foto e le parole incise venivano messe in seguito. Poi in altri cimiteri ho visto ci sono dei posti a terra preparati, sono già dei “cassoni” da riempire e la lapide ce la infilano da una parte. Però in effetti, toccando ferro, non conosco nessuno del settore a cui chiedere. 😉

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Manuel

Apr 05, 2021 at 11:10 PM

Bersaglio centrato! Mi hai fatto piangere e io, uomo adulto quasi a 50, non sopporto piangere. Sarà il periodo un po’ nero, sarà che pesso sogno questo racconto e anche li mi commuovo ma devo dirti che davvero mi è piaciuto.
Ora spero di superare il mio blocco che dura da quasi 1 anno per finire gli ultimi capitoli del mio primo, poi sarò io a far piangere te.
Grazie per questo regalo. Un caro saluto

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Barbara Businaro

Apr 06, 2021 at 11:32 PM

Benvenuto nel blog Manuel. 🙂
Non sopporto nemmeno io piangere, ma se una scena è scritta col cuore, senza artifici, è inevitabile che l’emozione di chi scrive arrivi a chi legge.
Sono contenta che ti sia piaciuto. Spero tu possa superare il blocco dello scrittore (hai provato con il sapone o con il caffè creati allo scopo? Li trovi in questo mio post: Il blocco dello scrittore 😉 ) e finire il tuo primo romanzo. Io preparo i fazzoletti, su.

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Luz

Apr 07, 2021 at 6:16 PM

Tutta la prima parte si presta perfettamente a diventare un monologo teatrale.
Mi ci vedo, uno di quei monologhi che le persone ascoltano con attenzione, perché un tema come un funerale e addirittura la salma parlante, o quello che resta o si può immaginare della sua anima, suscita sempre una certa attenzione.
Poi il monologo si spezza all’ingresso della donna in rosso. Lì non è più un monologo, diventa un racconto con i crismi della narrazione del racconto breve.
Molto bello, Barbara.

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Barbara Businaro

Apr 07, 2021 at 11:44 PM

Grazie Luz. Il defunto ha sicuramente qualcosa da svelare, non ha niente da perdere oramai. Probabilmente è per quello che incuriosisce il lettore. Cosa può aver da raccontare un morto? Un segreto, sicuro. L’ingresso della donna in rosso è l’entrata stessa del conflitto nella storia. In rosso acceso contro tutti gli altri vestiti di scuro. Anche il defunto non se l’aspettava, secondo me. 😉

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