L'orso Teddy è stanco e va a dormire nel lettino - L'odore del legno

L’odore del legno

Sento ancora l’odore del legno, di quella vernice lucida a buon mercato con cui era stata tinteggiata la porta della cucina. Finivo sempre per piangere accucciata a quella porta, con gli occhi fissi sulla cornice che ne teneva fermo il vetro nel mezzo. Ricordo ogni particolare, ogni scalfittura del vecchio legno ricoperta e ogni nuova scheggia dove il colore marrone scuro aveva lasciato scoperto il legno vivo, ogni macchia di vernice scappata alla mano che aveva tinto la vetrata per errore, ogni ansa dei motivi a rilievo sul vetro satinato in parte graffiato dai colpi ricevuti. Una ristrutturazione eseguita alla buona, perché in quegli anni non c’erano soldi ma solo sacrifici.
Potevo rimanere in quell’angolo così per ore, in attesa che dietro di me smettesse la tempesta di urla e schiaffi, in attesa che la schiena e la testa cessassero di farmi male, in attesa di finire tutte le lacrime e i singulti, in attesa dell’oblio.
Avevo solo sei anni e quell’orso lo odiavo.
Stavo imparando a leggere e la maestra ci aveva dato delle frasi semplici, da scomporre e ricomporre in tutti i modi possibili, mantenendo la struttura logica. L’orso Teddy è stanco e va a dormire nel lettino. Era arrivata sera e mi mancava solo questa, ma ero stanca, avevo fame perché avevo saltato la merenda per terminare i compiti, e non mi riusciva l’esercizio corretto. La tavola piena di libri invece della tovaglia apparecchiata aveva lo stesso effetto di un drappo rosso steso davanti al toro già infuriato. Avevo paura, e la paura non aiuta a fare le cose bene.
Al terzo errore mi sentivo trascinare giù dalla sedia per finire nel solito cantuccio.
Il colpo sulla schiena vibrava forte in ogni singola vertebra, facendo scappare l’anima da casa sua. Preferiva separarsi dal corpo che subire l’ennesima umiliazione. Dopo la grammatica, c’era la matematica delle mele, la geografia dei fiumi, le filastrocche da imparare a memoria. Ogni scusa era buona per alzare le mani.
Tanti anni di psicoterapia per capire che quella sbagliata non ero io. Oramai però le cicatrici sono lì, in bella vista, e non c’è chirurgia per rimuoverle. Mi seguiranno nella tomba.
L’odore del legno è lo stesso della mia stanza in questa clinica, dove sono ferma da mesi.
Vernice bianca e pareti bianche mi piacciono molto, solo le sbarre alle finestre mi lasciano qualche inquietudine. Ma io fingo che non esistano.
Dovrei raccontare tutto, esprimere la mia rabbia, le mie angosce, le paure che hanno convissuto con me tutto questo tempo, ma poi dovrei tornare di nuovo là fuori. Chiarire, discutere, scusarmi, difendermi da qualcosa che non è colpa mia. Qui sono finalmente tranquilla, nessuno mi può più far del male. La solitudine è sottovalutata.
Leggo molto. I medici hanno capito che sono molto più serena con un libro tra le mani. E così mi hanno ricoperto di volumi, finché non ho esaurito tutta la biblioteca interna. Ora ricevo i libri nuovi direttamente dalla libreria della città. Me li porta l’anziano libraio appena li riceve dal magazzino e quando viene a cambiarli gli consegno in mano quelli buoni, lascio per terra quelli cattivi, il mio sguardo fisso sulle copertine. Mi ha detto che sono un ottimo aiuto, i romanzi che scelgo piacciono anche ai suoi clienti e così è riuscito a rifarsi dei debiti. Ma io non parlo.
Mi immergo totalmente nelle storie tra le pagine, ma le parole restano confinate nel mio mondo. Nulla di me esce più fuori. Solo così posso sopportare l’odore del legno, persistente nei miei ricordi.
A scuola si lamentavano che parlavo poco o nulla, a casa venivo picchiata perché parlavo troppo o troppo forte. Finché un giorno il mio cervello scoppiò.
Ricordo ancora quel sottoscala buio e tetro, dove tenevamo tutte le scarpe. Mi nascondevo lì, tra il tanfo dei piedi e la muffa delle pareti umide. Smettevo persino di respirare per non farmi trovare e buscarle di nuovo. Pregavo l’angelo custode e gli chiedevo cosa potevo aver fatto di male per meritare tutti questi castighi. Gli altri bambini combinavano pasticci peggiori dei miei e arrivavano a scuola sempre con giochi nuovi.
Ricordo ancora quando mamma mi comprò la scatola della tombola per Natale, così bella e colorata, e io speravo davvero che ci avremmo giocato tutti insieme. Furono dolori, sia per me che per lei, che si era permessa di spendere denaro senza il suo consenso. Ero uscita dal negozio di giocattoli con la felicità e la speranza nel cuore. Ma quella tombola non fu mai aperta. Sequestrata, e negli anni dimenticata.
E poi i medici si chiedono perché. Gli ho dato fuoco perché ero stanca di prenderle.
Mentre mi rincorreva arrabbiato per l’ennesima volta, approfittando dell’assenza di mia madre, l’ho fatto inciampare ed è caduto svenuto a terra. L’ho cosparso della benzina del tagliaerba, l’ho trascinato nel sottoscala buio e lì ho appiccato il fuoco. Poi l’ho chiuso dentro a chiave, certa che si sarebbe svegliato.
Mi trovarono fuori in giardino, con la tanica della benzina in mano, che guardavo estasiata le volute dell’incendio mentre delle urla disumane chiamavano il mio nome.
Gli ho dato fuoco perché la rabbia che ha riversato su di me per tutta l’infanzia, e ancora dopo nell’adolescenza, era davvero troppa e non riuscivo più a contenerla. Ho dovuto restituirgliela.
Mia madre tace, perché in qualche modo sa di esserne complice. E io non parlo più perché oramai non c’è più nulla da dire.

 

(c) 2019 Barbara Businaro

 

Non c’è musica per questo racconto. E mi rendo conto che non è particolarmente adatto al periodo, ma non sempre chi scrive sceglie cosa scrivere. Si potrebbe dire che i racconti capitano.
Questo è partito da una frase del mio coach Sam per My Peak Challenge in un’intervista (e non so se sono davvero parole sue o interpretazione giornalistica), dove raccontava il suo bisogno di isolarsi dal mondo scalando le montagne scozzesi: “La solitudine è sottovalutata”. Questa frase ha continuato a ronzarmi in testa. Spero di avere occasione di chiedergli cosa intendeva davvero.

Poi ci si è aggiunta una zaffata di vernice fresca, ma di bassa qualità, tipica purtroppo anche di certi ambienti pubblici, che mi ha riportato alla memoria alcuni luoghi dell’infanzia con lo stesso odore forte. Infine il ricordo di Lisbeth Salander, protagonista femminile della serie Millennium di Stieg Larsson, che dà fuoco al padre per le violenze subite, una scena particolarmente intensa nei due film che sono stati tratti dal primo libro, Uomini che odiano le donne (che no, non ho letto, ma sono già dentro il Kobo in attesa). Stavo rivedendo il film e avevo il quadernetto delle idee tra le mani…
Come dicevo, i racconti capitano.

Comments (23)

Nadia

Apr 20, 2019 at 6:47 AM

E certi racconti devono essere scritti, letti e assaporati. La donna in questione potrebbe essere Lisbeth, ma calzare anche su Nikita o qualunque altra incappata in un mostro. E quell’odore che riporta alla memoria vecchi dolori… Un tocco azzeccato. Brava Barbara

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Barbara Businaro

Apr 20, 2019 at 10:56 PM

Grazie Nadia. Non avevo pensato a Nikita, forse perché qui io ci vedo una ragazza ancora, mentre per Nikita, film e serie tv, c’erano giovani donne, direi trentenni.

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Elena

Apr 20, 2019 at 7:21 AM

Un racconto intenso e scritto senza fronzoli. L’odore del legno ce l’ho ancora addosso. Brava. Ti auguro una buona Pasqua all’aria aperta. L’anima ne ha bisogno

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Barbara Businaro

Apr 20, 2019 at 10:57 PM

Grazie Elena, Buona Pasqua anche a te. L’anima ha sempre bisogno di luce e sole.

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SILVIA

Apr 20, 2019 at 8:16 AM

Sbaglio o quest’anno stai dedicando più spazio ai racconti qui sul tuo blog? Beh, comunque sia, continua a farlo che ne vale la pena. 😉

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Barbara Businaro

Apr 20, 2019 at 10:57 PM

Uhm, in realtà credo di aver scritto più racconti l’anno scorso, e pure più lunghi. Però mi sto lasciando portare di più dalla corrente della “quasi” improvvisazione. 🙂

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Stefano Franzato

Apr 20, 2019 at 1:21 PM

S’intuisce il personaggio del padre soltanto per riferimenti quasi indiretti. In un primo momento sembrerebbe che le punizioni e gli schiaffi siano dati dalla madre. Bisognerebbe descrivere i ricordi in piccoli episodi staccati fino all’ultimo risolutivo dell’assassinio del padre. Il meccanismo dei ricordi che sono messi in moto da un odore è di origine proustiana. Per il resto l’atmosfera mi ricorda la grande Shirley Jackson (vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Shirley_Jackson leggi la biografia e guarda come è simile a quella della bambina del tuo racconto), musa per qualche suo romanzo, di Stephen King. La scena dell’incendio della casa in “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (spero di non sbagliarmi: cito a memoria) è da antologia. Questo romanzo ispirò a King “Carrie l’incendiaria” che, guarda caso, dedicò proprio a Shirley Jackson. Hai stoffa, Barbara, te l’ho già detto: curala e raffinala sempre. Buona Pasqua. (chissà che sorpresa nell’uovo in queste atmosfere!)

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Barbara Businaro

Apr 20, 2019 at 10:58 PM

Volevo usare una rappresentazione ordinata degli eventi, ma poi ho pensato alla condizione mentale di lei, all’odore del legno che la fa ancora soffrire per gli eventi passati. E come quando si sta male le immagini si mischino, un ricordo si lega ad un altro, a volte vi si confonde. Il nostro subconscio non è così ordinato come crediamo.
Mi pare di aver letto di Shirley Jackson proprio in On Writing di Stephen King, e Carrie – Lo sguardo di Satana l’ho rivisto una settimana nella nuova pellicola del 2013, con Julienne Moore nella parte della madre. Devo dire però che non ho pensato a Carrie, perché lì lo scatenante è la derisione delle compagne di scuola.
Buona Pasqua anche a te.

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Daniela Bino

Apr 20, 2019 at 2:25 PM

Emozioni, odori, suoni, un’infanzia tormentata, una killer in erba. Qui non c’è nulla da affinare: il tuo stile immediato, la narrazione fluida e aggressiva restituiscono la cruda realtà che colpisce, fa male,… leggendo ero anch’io in ginocchio, accanto alla bimbetta.
Brava, Barbara! Che emozioni! Finalmente ho letto qualcosa di vero, sincero ed emozionante!

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Barbara Businaro

Apr 20, 2019 at 10:58 PM

Finalmente? Nel senso che finora non avevo scritto nulla di vero, sincero ed emozionante? 😀 😀 😀
No, lo so che tu vuoi che tiri fuori solo killer dalla mia penna, ma lo sai che preferisco le gradazioni del rosa…

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Daniela Bino

Apr 21, 2019 at 12:24 AM

Finalmente nel senso che ultimamente leggo romanzi molto”commerciali “. Una raccolta di racconti scritti da un autore che ho sempre apprezzato mi ha lasciato indifferente… un peccato davvero. Questo tuo racconto, cara Barbara, mi ha emozionato! Grazie!

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Giulia Mancini

Apr 20, 2019 at 2:47 PM

Wow, molto bello questo racconto, mi è piaciuto un sacco, brava Barbara. Io credo che tu abbia la stoffa per scrivere un noir/giallo psicologico. I racconti capitano e capitano bene!

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Barbara Businaro

Apr 20, 2019 at 10:59 PM

Ma ci credi che mi aspettavo proprio questo commento da te?
“Vedrai che Giulia mi dice di passare al giallo!” 😀
Eppure io non mi ci sento portata.

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SILVIA

Apr 21, 2019 at 6:00 PM

Se posso permettermi, concordo con Giulia. Mi piace questa tua vena: forse più che giallo classico, appunto il noir. Hai anche, nella tua scrittura, una punta di ironia dolce-amara che impreziosisce i tuoi racconti.

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Barbara Businaro

Apr 22, 2019 at 6:16 PM

Se è corretta la definizione, il noir è quel giallo dove il protagonista non è un investigatore o un poliziotto alla ricerca dell’assassino o delle prossime mosse del serial killer, ma una possibile vittima o un sospettato, che devono indagare per difendersi, o addirittura l’assassino stesso. Proprio ieri, parlando di libri gialli, è saltato fuori uno dei miei preferiti (più il film, ma dovrò anche leggermi il libro appena riesco): Il collezionista di ossa di Jeffery Deaver. Quello si che ti incatena alla sedia finché non sei all’ultima pagina! Così vorrei saper scrivere. 🙂

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Marco Amato

Apr 22, 2019 at 6:41 PM

Se posso aggiungere, ma dare definizioni esatte è impossibile, ciò che noi chiamiamo giallo, che deriva dalle copertine Mondadori, è il Crime.
Il crime quindi si divide in detective novel (quel che chiamiamo giallo), il noir col suo fratello hard boiled e il thriller.
Sul noir, oltre a ciò che hai detto, bisogna anche aggiungere altre caratteristiche. Ovvero nel noir non è di primaria importanza scoprire il colpevole, così come nel giallo, ma è più importante l’atmosfera della storia, il perché si sviluppano tali crimini nella società, o il semplice perché del delitto. Perché è stato commesso, quali passioni umane ne erano coinvolte.
Quindi sì, il racconto rientra bene nel noir.
Poi è chiaro che oggi giorno trovare generi puri è complicato. Il mio secondo Pietrasanta è il classico detective novel, con con una spolverata di noir, e un’aggiunta di spizzichi di thriller, giusto per non farmi mancare niente. XD

Barbara Businaro

Apr 23, 2019 at 11:18 AM

Diciamo che come al solito il confine di un genere è labile. Penso ad alcuni romanzi di Agatha Christie, che vennero pubblicati sia come i classici del Giallo Mondadori o Oscar del Giallo Mondadori (copertina gialla) che come Segretissimo Mondadori (copertina nera, quindi noir-thriller), alcuni dello stessa serie di Poirot per dire. C’è stata un’estate in cui li divoravo a colazione con le fette biscottate e la marmellata. 😀

newwhitebear

Apr 20, 2019 at 6:01 PM

I racconti vanno scritti e tu l’hai scritto benissimo raccontando le pene che una bambina e poi diventata grande ha dovuto subire fra le mura di casa. Una rivolta contro il padre padrone mai nominato ma che aleggia nell’aria minaccioso e cattivo.
Mi è piaciuto moltissimo.
Serena Pasqua

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Barbara Businaro

Apr 20, 2019 at 10:59 PM

Grazie Gian Paolo, sono contenta ti sia piaciuto. Buona Pasqua anche a te. 🙂

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Marco Amato

Apr 20, 2019 at 7:27 PM

Sappi che mi hai commosso. Sappilo. Brava e tanti auguri per una lieta Pasqua.

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Barbara Businaro

Apr 20, 2019 at 10:59 PM

Addirittura commosso! Grazie Marco, Buona Pasqua anche a te e a quel tuo amico, Riccardino… 😉

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Luz

Apr 26, 2019 at 2:04 PM

Che bel racconto, Barbara.
Ha quello stile essenziale che mi piace, senza fronzoli. Concordo con chi ha scritto che dovresti fare un pensiero al thriller o noir che dir si voglia. E ci aggiungo pure che si presterebbe a essere un monologo teatrale.

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:48 AM

Caspita! Addirittura un monologo teatrale?!
Beh, sentiti libera di usarlo nel tuo corso come “esercizio” se ti può servire. Magari se lo fai, ti chiedo solo di mandarmi il video, perché sarei parecchio curiosa di vedere come esce recitato. Non riesco a immaginarmelo su un palco, anche se probabilmente la voce è la stessa che ho sentito, cadenzata, nella mia testa quando l’ho scritto. 😀

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