Thriller paratattico dei tabù: morte e sesso

Uno scrittore dovrebbe essere in grado di scrivere qualunque cosa, senza porsi alcuna limitazione. Che poi gli riesca meglio lo sviluppo di alcune storie rispetto ad altre (un romanzo giallo piuttosto che un libro fantasy) dev’essere una questione di preferenza ed opportunità. Ma non di paura o convenienza. La creatività non deve avere freni.

E’ da questo principio che Silvia Algerino di Lettore Creativo, ospitando il “blog tour” di Michele Scarparo di Scrivere per caso, ci ha invitati a scrivere una versione del “Thriller Paratattico” andando oltre i nostri limiti e divieti inconsci. Del Thriller Paratattico ho già parlato in un precedente post, Piccole soddisfazioni in rosa, quando ho vinto la sfida della scrittura in versione romantica. Questa volta però non è stato affatto così semplice.

Thriller paratattico dei tabù

La mia proposta è di riscrivere il racconto focalizzando l’attenzione su una scena che potrebbe essere origine di tabù, con l’obiettivo di superarli. Sesso, morte, violenza, malattia, omosessualità, pedofilia, etc etc? Quale argomento avete difficoltà a trattare a causa di un tabù? Pescate in quelle acque torbide da cui, con una scusa o con l’altra, vi siete sempre tenuti lontani per paura di sporcarvi. Liberatevi (e liberateci) dai tabù.

Ovvero Silvia ci chiede di scrivere quelle scene che abbiano sempre evitato, per paura, per pudore, per difficoltà, per pregiudizio, perchè mai e poi mai ci sogneremmo di scriverle, per il condizionamento anticipato all’opinione del lettore. Argomenti scottanti o scabrosi, scene macabre o trasgressive. Eliminare i nostri tabù, sia che siano personali che legati alla società odierna.

Il testo di partenza dell’esercizio è sempre lo stesso:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne.
La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»
Alfred Hitchcock con Helgaldo

Sembrerebbe impossibile riuscire a infilare sempre dentro questo paragrafo una così gran varietà di versioni. Eppure le diverse trattazioni hanno toccato lo stupro, la pedofilia, il cannibalismo, la morte, l’occulto.

Da parte mia ho individuato un primo tabù, quella scena che inconsciamente evitavo fin dall’inizio: la morte per annegamento, la più terribile delle dipartite (stando al parere della medicina legale). Non è stato semplice scriverlo, ho dovuto studiarmi tutte le reazioni fisiche dell’asfissia per immersione, ipossia compresa. E’ scritto in prima persona perché la terza persona distacca non solo il lettore, ma anche lo scrittore. Mentre un tabù bisogna guardarlo dritto in faccia, senza remore.

Il secondo tabù è nato per contrapposto al primo: ogni sera rileggevo, mi immergevo, aggiungevo una riga, e poi dovevo respirare e fare altro. Questo “altro” è stata la versione piccante. Il secondo tabù però non è scrivere un racconto erotico, il tabù è darlo “alle stampe” e sorbirne le reazioni del pubblico (“ma è autobiografico?” in questo caso diventa una domanda imbarazzante). Ma mentre il primo l’ho scritto soffocando, il secondo l’ho scritto…ridendo, a crepapelle.

 

Primo tabù: morte nell’acqua

La luna mi guarda beffarda dall’alto. Luna piena, cattivo presagio. La stessa luna della notte che rimasi orfana.
Continuo a camminare incerta nelle strade buie, la collina di Montmartre è sempre alle mie spalle, probabilmente sto girando in tondo senza accorgermene. Non dovevo scappare dal ristorante in quel modo. Nella foga il cellulare mi è caduto a terra e non da più segnali di vita. Devo trovare un taxi o un telefono, ma qui è un dedalo di vicoli deserti. Non c’è anima viva. E forse è un bene, chissà chi potrei incontrare in giro a quest’ora tarda.
Mi muovo rasentando l’ombra di un edificio senza finestre, finchè scorgo un’insegna sbiadita che indica un bar. Scosto la porta cigolante e poi entro. Una scala angusta e puzzolente ed un lungo corridoio mi portano fino al brusio degli avventori. Fumo, alcool e sudore come benvenuto. No, questo non è il posto giusto dove chiedere aiuto. Nella penombra, due ceffi si voltano dal bancone, lasciando da parte i grossi boccali di birra, e sorridono squadrandomi da sotto in su. “Adesso sì che ci divertiamo…” Altri tre posano le stecche sul tavolo da biliardo e avanzano minacciosi nella mia direzione. Qualcuno da dietro mi strappa la borsa, lo vedo rovistare nel portafoglio. “Un bel bottino ragazzi, non c’è che dire!” Ammutolita, cerco di indietreggiare verso l’uscita, ma con un balzo mi afferrano. Lancio un urlo a pieni polmoni, che viene coperto dalle loro risate sguaiate. Mani toccano, frugano, accarezzano, palpano, premono, sfiorano, spingono, penetrano senza ritegno. Infine mi legano, ai polsi e alle caviglie. Stordita, mi sento trascinare all’esterno, una leggera brezza sul viso accaldato.
Finchè non vengo lanciata nel vuoto. Un paio di metri nell’inconsistenza del nulla e poi l’impatto glaciale con l’acqua scura mi risveglia all’improvviso. Vengo risucchiata brevemente dalla caduta e poi con affanno riaffioro. Tossisco e sputo quanto bevuto, prima di respirare di nuovo. L’impetuosità della corrente però mi fa roteare vorticosamente, così che non ho più punti di riferimento, non distinguo la riva da raggiungere per mettermi in salvo dal corso infinito del fiume. Intravvedo solo le stelle lassù strisciare nel firmamento. La luna è fuggita. Cerco disperatamente di muovere piedi e gambe legate per tenermi a galla, mentre una forza sovrumana mi trascina verso il fondo. Non mi arrendo e lotto furiosamente. Ma sono sempre più stanca, non ho davvero mai imparato a nuotare e mi sembra di combattere una battaglia inutile. Il freddo sta per avere la meglio sul mio fisico, i muscoli cominciano ad intorpidirsi ed inizio involontariamente a tremare. Non sento più le mani strette nella corda dietro la mia schiena. Si fa strada un’atroce consapevolezza: annegare è un modo terribile di morire. Un’ondata di panico mi assale improvvisamente. No. No. NO! Non adesso! E’ troppo presto! Ho talmente tante cose da fare ancora nella vita. Sono così giovane. Solo stasera mi ha chiesto finalmente di sposarlo. E sono scappata. Dalla paura. No. NO! Ho diritto ad una seconda possibilità!
Provo di nuovo a battere violentemente il corpo per rimanere con la testa in superficie. Cerco di incamerare più aria possibile con respiri lunghi e calibrati, così da usare i miei polmoni come salvagente. E’ uno sforzo inconcludente, i miei muscoli sono esausti. Il tremore per il freddo ha lasciato il passo ad uno spasmo lieve. Sola, abbandonata nell’oscurità della notte, sento uno strano torpore invadermi completamente, un senso di tranquillità e distacco. Il corpo si prepara a proteggere la mente dal dolore della morte. Dovrei rivedere la mia vita scorrere come in un film, a malapena riesco a scorgere i titoli di coda.
Mi lascio cullare dalle onde rabbiose, l’acqua irrompe nelle mie orecchie lasciandomi in un silenzio ovattato, il silenzio della mia tomba.
In un’ultima rivendicazione dell’istinto di sopravvivenza, prendo un enorme, finale respiro e serro le labbra con fievole speranza.
Chi potrà mai venire in mio aiuto? C’è troppo buio quaggiù e chi mi sta cercando, ammesso che mi stiano davvero cercando, è dall’altra parte della città. Lentamente il mio corpo naufraga verso l’abisso.
I miei piedi toccano per primi il fondo sabbioso. Sopra di me l’acqua diventa sempre più scura e torbida, la vita si affievolisce in un puntino di luce sempre più piccolo oltre la superficie.
Man mano che passano i secondi avverto sempre più forte il desiderio di respirare. Non potrò trattenermi ancora a lungo. Rimango rilassata per non sprecare ossigeno prezioso. Ma i polmoni bruciano roventi, a corto d’aria.
Non ce la faccio più, davvero. Il momento è arrivato e mi lascio andare.
Apro la bocca e lascio uscire l’anidride carbonica a lungo compressa. Il mio petto collassa, pronto ad inalare l’ultimo istante di vita, liquido stavolta. Lascio che l’acqua mi aggredisca completamente, soffocante nella gola, urticante nei polmoni.
Una fitta micidiale colpisce la testa, stretta in una morsa. Un dolore lancinante rimbomba acuto nelle orecchie.
La fine è vicina. Cala il sipario, senza nessun applauso. Cesserò di esistere. Tutto ciò che sono, che ho fatto o non ho fatto sparirà nel nulla. I ricordi moriranno con il cervello. Nessuno mi rimpiangerà, non ho fatto in tempo a lasciare niente dietro di me.
Oramai rassegnata attendo l’ultimo tonfo disperato del mio cuore.
Piano piano la mia anima si scosta dal corpo e mi osservo serena da fuori, adagiata scompostamente nel fondale.
Un tunnel di luce accecante mi chiama a oltrepassare, scuotendo vigorosamente la mia essenza. Una speranza.
“Su, non fa niente. Adesso andrà meglio.”
Ed è un attimo.
Il lampo investe la mia vista annebbiata, lo splendore mi risveglia.
Davanti a me il dentista sorridente, ignaro: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

 

Secondo tabù: racconto erotico

L’ultimo tratto lo faccio a piedi, per questioni di privacy, come sempre. Nella mano destra continuo a rigirare il mio lasciapassare per la serata, la mezza corona d’argento. Non può essere acquistata, ma solo regalata da un membro fondatore del club. Una difficile conquista.
Indosso il vestito da sera nero lungo, con uno spacco vertiginoso, la mia collana di palline in acciaio splendente e null’altro. Niente biancheria. L’intimo è fuori luogo in questa serata di condivisione.
Nella borsetta, la maschera d’ordinanza. Pur conoscendo indirettamente la maggior parte dei presenti, perchè spesso nella foga le maschere si strappano, aggiunge un velo di mistero per i nuovi incontri. Gente che va e gente che viene.
Cammino lenta per non inciampare con il tacco delle Louboutin nuove nei ciottoli della strada, rasentando il muro di cinta della villa ai piedi della Butte Montmartre.
Attraversato l’alto cancello di ferro battuto intarsiato, il profumo intenso del gelsomino al tramonto mi dà il suo sensuale benvenuto. Il viale di ghiaia del giardino è costeggiato di candele accese, molto scenografiche. Sistemo la maschera sul viso e avanzo tranquilla verso la scalinata dell’ingresso. Ad attendermi un valletto che si aspetta di vedere la mezza corona come biglietto d’invito per la festa.
All’interno risuona la melodia di I’ve Got You Under My Skin nella versione Michael Bublè. Nei saloni affrescati del pianterreno gli invitati si intrattengono a chiacchierare, accennare un giro di valzer, accostarsi ai tavoli del rinfresco e dei cocktail. Ma tutti stanno studiando disponibilità e preferenze dei partecipanti.
Mi guardo intorno, in cerca del mio compagno di stanotte. Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, non sono per la promiscuità. Ho bisogno di concentrarmi su un solo uomo per volta. E sarei molto gelosa se lui non facesse altrettanto.
Saluto le mie precedenti conquiste, che si avvicinano per una breve conversazione di cortesia, lasciando io intendere di non essere interessata, almeno per questa sera.
Il mio sguardo cade poi facilmente nel solo ospite in camicia bianca, che risalta in mezzo agli altri in smoking rigorosamente nero. Alto, corporatura atletica, capelli scuri, un po’ scomposti sotto la maschera, mento squadrato. Sta parlando con altre persone, apparentemente come se le conoscesse.
Mi incuriosisce. Il suo fisico promette faville incandescenti.
Mi giro a sbirciare i nuovi arrivi, niente di rilevante, e quando mi volto nuovamente verso di lui lo trovo che mi sta fissando. Anche lui mi ha notato.
Mi sorride. Fa un cenno ai presenti attorno a lui e si dirige al buffet in angolo, dove un cameriere gli prepara due calici di champagne. Lo osservo di spalle. Sotto quei pantaloni c’è nascosto un sedere magnifico. Potrebbe sembrare un’antica statua in marmo, tanto risulta perfetto.
Mi raggiunge attraversando la sala e tenendo lo sguardo fisso su di me. Occhi intensamente verdi come l’increspatura dell’acqua limpida in ombra. Terribilmente magnetici. T’imprigionano e non ti mollano.
“Bel vestito…” mi dice con un’occhiata languida che sembra attraversare il tessuto. Mi offre uno dei calici.
“Bella cravatta…” rispondo sorniona. Sapevo che giacca e cravatta erano d’obbligo in queste occasioni. Accetto lo champagne che mi porge.
“Le cravatte sono oggetti molto pericolosi. Volevo evitare il rischio di essere legato.”
Uhm, anche il suo sorriso è disarmante.
“Non ci siamo mai incontrati. Prima volta in questo club?” Dov’era nascosto? Dove? mi chiedo.
“In questo, si. Ho fatto un piacere ad un amico e questo è il suo modo di ringraziarmi.”
Devo ringraziarlo anch’io, quel suo amico, penso.
Un altro mio conoscente passa davanti a noi e mi saluta con un inchino plateale. Nel labiale leggo un “ci vediamo dopo”.
Il mio accompagnatore misterioso se ne accorge e molto bruscamente interviene.
“Devo dichiarare subito che non sono per la condivisione, milady.”
“Nemmeno a me piace avere intorno assistenti. O concorrenza.” sostengo risoluta.
“Direi che c’intendiamo a meraviglia, allora.”
Il suo atteggiamento ritorna rilassato come prima.
Mi porge la mano. “Vogliamo ballare?”
E mi lascio condurre da lui nelle danze.
Poi lentamente saliamo al piano superiore, in una delle camere messe a disposizione degli ospiti. Siamo qui per questo.
Arredata in stile settecentesco, con un letto a baldacchino, non solo la stanza sembra eccessiva ma pure scomoda.
Una grande specchiera dalla cornice dorata restituisce le nostre immagini ammaliate, affascinati l’uno dell’altro.
Accarezza il mio collo e le sfere da geisha incastonate nella catenella che lo ornano.
“Collana interessante. Però sono sicuro che non ce ne sarà bisogno. Magari la prossima volta.”
E il mio vestito scivola a terra senza che io me ne accorga.
Inizia a baciarmi adagio e io ne approfitto per spogliarlo a mia volta. Sbottono la camicia e i pantaloni.
Davanti allo specchio, non posso fare a meno di notare la sua mano sinistra sul mio seno. Nel dorso dei piccoli nei formano la costellazione del Grande Carro dell’Orsa Maggiore. Che strana cosa, penso, mentre lui entra di prepotenza nel mio corpo.
Dio…è così…meraviglioso. Si muove in un crescendo spasmodico, finché non sono ad un passo dall’esplosione e poi si frena di colpo, riprendendo con una lentezza esasperante. Le sue mani si avvinghiano e poi rifuggono allo stesso modo sui miei fianchi. I nostri respiri si rincorrono. Lo vorrei. Ogni sera. Potrei scoprire facilmente chi è…ma se poi è sposato? Meglio non sapere. Resta solo il qui e ora.
Si discosta completamente da me, mi osserva estasiato, si china a baciarmi e poi riprende con più vigore. Questa volta sembra non volersi fermare per nulla al mondo. Non mi lascia tempo per respirare, quasi sono in affanno, annaspo in questa mare di sensazioni assolute. Non mi da tregua. E io sto per…oddio…sto per…
Una mano mi scuote delicatamente per una spalla. La voce vellutata del dentista mi riporta al presente.
«Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»
Mi guarda intensamente con i suoi occhi verdi mentre la sua mano sinistra stringe la mia. La osservo inebetita.
Il Grande Carro. Nessuna fede nuziale. Sorrido.

 

E adesso votate!

Tutte le versioni senza tabù sono tornate nel blog di Michele Scarparo per la votazione. Potete leggere i testi degli altri autori ed esprimere la vostra preferenza qui: Thriller senza tabù: la votazione

Ma intanto, che ne pensate delle mie?

 

12 commenti su “Thriller paratattico dei tabù: morte e sesso

  1. Grazie per la citazione e per la partecipazione con ben due racconti. Riprenderò questo discorso in un post, ma già ora vorrei dire che sono molto soddisfatta dell’esercizio che abbiamo fatto e che a me, personalmente, è stato molto utile.
    Quanto ai tuoi racconti, sarò un po’ di parte perché, come già ho avuto occasione di dirti, il tuo stile mi piace molto. Tra i due, forse perché così diversi fra loro, difficile scegliere il migliore. Ho faticato a finire di leggere il primo perché davvero mi mancava l’aria e mi ha lasciata seriamente tormentata. Ben costruito anche il fatto che si capisca solo alla fine che la protagonista è scappata da una richiesta di matrimonio da cui è terrorizzata. Forse io avrei lasciato il finale tragico, tanto per farmi ancora più del male.
    Del secondo, che dire? Anche qui c’è da trattenere il fiato, ma in modo del tutto piacevole. E perfetto il finale.
    In ogni thriller diventa sempre più difficile votare.

    1. Anche a me questo thriller paratattico è stato parecchio utile. Essendo pure un po’ claustrofobica, immagina la difficoltà mia a scrivere la prima versione. Direi che in questo caso il tormento è passato in punta di penna al lettore! La fuga dal ristorante l’ho immaginata subito, il perché è venuto così, quando cercava la seconda occasione.
      Sul finale, mi sono autoimposta una regola ferrea: dove scrivo io, non muoiono giovani innocenti! Non diventerò mai Shakespeare, ma pazienza! 😉
      Sul secondo…ho appena trovato un refuso, ma oramai resta lì! Se lo si legge bene bene, non è che ci sia poi molto. Solo illusioni.

  2. Ottimi svolgimenti. Io tendo sempre a rimanere molto sul pezzo originale, anche come lunghezza di testo. Martedì dal dentista mi ha ribaltata perchè stavo per soffocare per la troppa acqua che mi è andata dove non doveva andare durante la ablatura, “soffoca, soffoca!” ha esclamato e io ho troppo pensato al Thriller.

    1. Io non riesco a contenermi. Anche partendo da un pezzo breve, poi mi scivolano le parole, s’ingarbugliano le immagini, e come faccio a fermarmi?
      La situazione dal dentista è proprio quella Sandra! Lei stava semplicemente sognando per un eccesso di sedazione. L’annegamento è un riflesso del subconscio. Il dentista usa la fresa con raffreddamento ad acqua, ma ti mette la canula dell’aspiratore in malo modo e ti si accumula l’acqua in gola. Ecco…il suo soffocamento, arrivava da lì. Per conto mio, dal dentista, la canula sta dall’altra parte della zona di lavoro, e se occorre me la sistemo da sola 😉

  3. C’è un particolare, che mi sembra interessante: a parte Sandra, che rimane ligia all’originale, tutti gli altri sono testi lunghissimi. Non so se tutto ciò sia per l’abitudine a frequentare il testo o perché chi scrive abbia avuto bisogno di tempo e spazio per lavorare sui tabù. Quasi per girar loro attorno, piuttosto che per attraversarli.

    1. Credo sia dovuto all’obiettivo che si vuole raggiungere. Pensa alla tua versione. Sarebbe stato difficile far sentire la noia del protagonista (e un po’ la noia del lettore) con un testo breve come l’originale. Nel caso dell’annegamento, il testo più intenso deve rendere quei 90 secondi (sembrano pochi? inizia a contare!) in cui si arriva alla morte, sapendo di morire. L’asfissia di liquidi la danno più grave dell’asfissia da arresto cardiaco, quando si entra prima in coma. Quindi in realtà non è un girarci intorno, è uno starci dentro con tutti e due i piedi!

  4. A parte la faccenda dentista, secondo me si potrebbe fare una puntata su Come ti riscrivo il Thriller, dove chi ha partecipato almeno una volta cerca di raccontare come agisce sul testo originale. Ecco magari sta roba la dovrei dire a Michele, vediamo se non ripassa di qui, copio incollo per lui/da lui.

    1. Sarebbe interessante. Ognuno descrive il processo mentale che l’ha portato a precise scelte stilistiche o di trama. Come è scaturita l’idea di focalizzarsi su una scena, piuttosto che un’altra. Io, come lettore, vado sempre in cerca di queste curiosità per uno scrittore che mi abbia particolarmente emozionato.

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