Non voltarti indietro mai e vai. Un nuovo racconto per voi

Non voltarti indietro mai e vai

Accidenti, stamattina sono proprio in ritardo. Meno male che non ho appuntamenti fissati fino a mezzogiorno, ma sento il cellulare vibrare nella borsa dietro il sedile e saranno tutte email in arrivo. Abbiamo una riunione importante nel pomeriggio, i pezzi grossi vogliono un report completo del semestre.
Abbiamo tardato ad uscire di casa solo dieci minuti, ed è tutta colpa mia, ma sono bastati per trovare un paio di semafori rossi e giungere alla scuola di Alice un quarto d’ora di troppo. La maestra ha colto l’occasione per prendermi da parte e ricordarmi gli incontri con i genitori ai quali abbiamo mancato. “Sua figlia va molto bene, in Italiano, Geografia eccellente, un po’ meno la Storia, ma è un disastro in Matematica. Dobbiamo elaborare un piano per coprire questa lacuna. Non può magari venire sua moglie la prossima volta?” Il sorriso che accompagnava la richiesta sembrava quasi voler affondare la lama nelle nostre ferite di famiglia. La Matematica non è mai stata nemmeno la mia materia preferita, perché mi mette sempre in evidenza la realtà dei fatti. I numeri non mentono, le persone invece sì.
Rimuginando su questo e altri pensieri funesti, in una mattinata ancora più grigia del mio umore, mi sono infilato in tangenziale esattamente nell’ora di maggior traffico, con una concentrazione pericolosa di veicoli nervosi. Dopo quaranta minuti sono al cancello aziendale, con un ultimo sprint raggiungo il mio posto assegnato e parcheggio con una sola manovra. Recupero la borsa ed esco dall’auto, un click per la chiusura centralizzata.
Sorrido nell’osservare il blu elettrico cangiante della carrozzeria. L’ha scelta mia figlia Alice, marca, modello e colore. Non avevo proprio in mente di acquistare una sportiva, sono forse più tipo da station wagon e una tinta neutra, il classico grigio scuro. Ma lei ha voluto questo blu acceso, ed è stata una fortuna l’assenza del giallo canarino, altrimenti dovrei guidare un Titty gigante per strada. Marrone no, non avrei mai ceduto sul marrone. Non si può guidare un’auto marrone, mi rifiuto categoricamente.
Il telefonino trilla improvvisamente tutta la sua rabbia, è il numero dell’ufficio. “Sono in parcheggio, arrivo…” rispondo subito.
“Ma che è successo?” mi chiede Nadia, la mia segretaria di area, con un tono preoccupato.
Sono rimasto un minuto di troppo inebetito di fronte all’armadio. Sospiro mentre mi avvio verso l’ingresso. “Niente, l’insegnante di Alice. Tutto a posto.”
La mia collega già conosce la situazione, posso fidarmi e non occorrono tante parole. Mi sento un ragazzo padre a volte, mia moglie Ginevra è troppo assente per lavoro, non rifiuta mai una trasferta, un paio di notti fuori casa quasi tutte le settimane, e io devo gestire tutto il resto.
Quella nell’armadio però non è una mia camicia. Ne sono sicuro. Rosa si occupa di pulire casa e di portare vestiti e camicie in tintoria. Il biglietto appiccicato al colletto era corretto, il nostro codice cliente, quindi nessun errore nel ritiro. Anzi, nemmeno nella consegna, dato che il biglietto lo attaccano prima del lavaggio. Quella camicia da uomo è partita da casa nostra, ma non è mia. Davvero sta succedendo di nuovo?
Sento quasi le sabbie mobili aprirsi sotto i miei piedi.
Non ci siamo sposati troppo giovani, non era un matrimonio riparatore organizzato in fretta e furia, nessuna delle nostre famiglie ci ha messo pressione. Eravamo liberi di sceglierci l’un l’altro e convinti del nostro futuro insieme. Almeno così mi pareva. Ed è andato tutto bene all’inizio, problemi di tutti i giorni, ognuno col proprio lavoro e una vita in comune da organizzare. Ginevra è sempre stata molto dinamica con la sua carriera, e in fondo mi sono innamorato di lei anche per questo, ma eravamo d’accordo che nessuno prevaricasse l’altro. L’arrivo di Alice è stata una gioia immensa per entrambi, eppure qualcosa è cambiato da allora. Spesso mi sono ritrovato da solo con la bambina da accudire, senza nemmeno un minimo di preavviso. Spesso mi sono dovuto inventare le scuse più assurde quando mi chiedeva della sua mamma. Poi una mattina mi è arrivata una telefonata, da un vecchio amico, casualmente di passaggio nella stessa città dove si trovava lei, per seguire un nuovo progetto. Dispiaciuto, mi spiega di aver visto mia moglie baciare un altro, fuori da un ristorante, la sera precedente. Non ci ha dormito la notte, per decidere se chiamarmi o meno. Alla fine, mi invia anche una foto, è scura ma riconosco bene il profilo di Ginevra, ignoro chi sia invece l’altro. Sono quasi impazzito, quando alla fine lei ha ammesso il tradimento. Non ha saputo nemmeno darmi delle motivazioni valide. E’ scoppiata a piangere, quasi in silenzio. Nostra figlia, tre anni appena, dormiva profondamente nella sua cameretta, ignara della tragedia che ci aveva colpiti tutti.
Per la mia pace mentale, di nascosto ho richiesto pure un test di paternità. Mi è bastato uno stick di saliva di Alice, mentre giocavamo e mi versava del té finto. Le ho passato uno strano cucchiaino in bocca, non si è accorta della differenza. Non sarebbe cambiato niente verso di lei, sarebbe comunque rimasta mia figlia nel cuore, solo avevo bisogno di sapere se Ginevra mi aveva già mentito in passato.
Si era lasciata travolgere dal momento, una debolezza momentanea, non sarebbe più successo, aveva promesso. E adesso c’è quella camicia nel mio armadio.
Però sono due anni almeno che il nostro matrimonio è sospeso. Fatichiamo persino a litigare e dirci in faccia quello che pensiamo. Mi sento soffocare dalle sabbie mobili, più mi dimeno cercando di uscirne e più mi sento affondare negli abissi.
Devo pensare prima ad Alice, mia figlia. O forse non riesco a rassegnarmi. E un po’ ho paura, tocca ammettere anche questo. Non ho problemi a rischiare sul lancio di un nuovo prodotto, ad azzardare una campagna di marketing innovativa, imprudente direbbe qualcun altro, per me invece un’opportunità per pochi visionari. Ma nel mio matrimonio il prodotto sono io, oramai datato, pure un po’ usurato e di sicuro poco appetibile alla clientela, un target piuttosto ristretto, mia moglie.
Mi riscuoto quando sono davanti alle porte scorrevoli dell’ingresso principale dell’azienda. Prima di varcare la soglia, mi giro indietro e cerco la sua piccola auto rossa, là nel mezzo. Sì, lei c’è… A quest’ora Linda sarà già sommersa dalle sue scartoffie del magazzino. Non so se avremo tempo per la nostra pausa alla macchinetta del terzo piano.
Mezz’ora dopo, percorrendo il corridoio in direzione dell’ufficio finanziario per un paio di conti da valutare, passando vicino all’ascensore una nuvola di fogli e riccioli castani mi investe. D’istinto l’afferro per la vita, prima che cada rovinosamente al pavimento.
“Buongiorno Linda! Così tanta fretta di offrirmi un caffè?!” Non riesco a trattenere un sorriso compiaciuto nel vederla arrossire. Mi ha squadrato da sotto in sù, e beh, questo completo mi sta proprio bene. L’ha detto anche Alice, mentre uscivamo di casa.
“Ci..cia…ciao Tommaso…” balbetta, mentre l’aiuto a raccogliere tutti i documenti sparsi a terra. “Mi spiace… Devo andare da Eleonora per sistemare questo inghippo…” mi dice alla fine, ancora tutta scarmigliata.
“Non preoccuparti. Prenderemo quel caffè al nostro prossimo… scontro!” Sono costretto a lasciarla lì, perché il collega mi chiama perentorio dall’ufficio.
Mi resterà addosso il suo profumo per tutto il giorno. Mi devo accontentare delle briciole.

“La mamma non ha chiamato stamattina.” Dallo specchietto retrovisore scorgo Alice assorta, guarda fuori dal finestrino senza vedere davvero.
“Sarà già al lavoro. Purtroppo in trasferta ci si sveglia presto, i colleghi sono lì in albergo con te, a colazione già parlano di affari, ma sono sicuro ti stava pensando.” Sono così stanco di mentire a mia figlia, ma che altro posso fare? Ho mandato a mia moglie un messaggio ieri sera tardi, e un altro appena sveglio, per ricordarle di fare una cavolo di telefonata per Alice, ma niente. Ha dimenticato il cellulare in stanza mentre era al buffet? Ha silenziato la suoneria per errore? Ma come diamine fai a scordarti di tua figlia a casa? Poi cerca sempre di farsi perdonare con qualche regalino, un peluche morbido o una scatola di cioccolatini presi all’Autogrill, con profusione di abbracci quando rientra a casa. Le lascio anche da sole per una serata tra ragazze, in pigiama e popcorn davanti alla televisione. Alice però mi sembra comunque soffrire dell’assenza. Ho provato a parlarne con Ginevra, ma lei minimizza.
Niente a che vedere con Linda, che ha avuto il coraggio di interrompere una riunione di settore, con tanto di amministratore delegato presente, per correre all’asilo dal bambino febbricitante. Stava presentando una relazione, il telefonino sopra il tavolo è esploso in una suoneria bellicosa, è corsa a rispondere riconoscendo probabilmente l’urgenza del numero chiamante. Poi si è scusata, ma doveva assolutamente andare a prendere il figlio e assisterlo a casa, almeno fino all’arrivo di una baby sitter. Avrebbero potuto riprendere la discussione nel pomeriggio, al più tardi l’indomani.
“E lei pensa di andarsene così?” Le ha chiesto il direttore, personaggio alquanto subdolo, da mesi sta intralciando il lavoro di Linda.
A quella domanda impertinente, tutta la sala ha trattenuto il respiro. Ma Linda non si è lasciata intimorire, una leonessa a cui viene toccato il cucciolo.
“Sono certa che la nostra amministrazione comprenderà bene l’urgenza. Così come sono certa apprezzerà il fatto che in un momento critico, io sono presente per dare il mio contributo, senza risparmiare le mie energie. Oggi si tratta di correre da mio figlio, ma il mese scorso invece ero qui ad aiutare i colleghi del patrimonio, con tutte le contabilizzazioni arretrate a causa di un lungo blocco dei sistemi informatici.”
Dio, avrei voluto baciarla in quel momento! No, lo so che non dovrei dirlo, però…
Linda è una donna in gamba, eccezionale davvero. Gentile e premurosa con tutti, ma ferrea nei suoi principi, non arretra di un passo dalle sue convinzioni. Ci siamo incontrati per caso una volta davanti al distributore automatico, in astinenza da caffeina. Abbiamo cominciato a parlare e scherzare, di tutto. Adoro la sua risata cristallina. Ma mi fanno impazzire anche le sue gambe slanciate e quella camicetta fucsia aderente, che lascia poco all’immaginazione.
Non posso permettermi di pensare a lei in quel senso, ma Linda mette in evidenza proprio ciò che manca nel mio matrimonio.
Per altro, anche lei è sposata, con un bambino di quattro anni. E nonostante abbiamo chiacchierato spesso dei nostri figli alla pausa caffé, non abbiamo mai svelato le nostre difficoltà con l’altro genitore, prima di quel pomeriggio tutti insieme nel magazzino dell’azienda.
Per il Family Day i dipendenti possono portare in azienda i propri pargoli e mostrare loro il proprio ufficio, la scrivania, come svolgono le mansioni quotidiane. Alice era già stata qui altre volte e già sapevo che preferiva scorrazzare tra i corridoi alti del deposito, tentando di indovinare le diverse merci negli scaffali. In ascensore ci ha raggiunti proprio Linda, jeans attillati e maglietta colorata, con il suo Matteo in una tuta blu da provetto meccanico. Ci siamo divertiti tutti insieme, mia figlia è letteralmente impazzita per il piccolo, un desiderio che si è avverato, sebbene per poche ore.
“Alice ci chiede sempre un fratellino, ma mia moglie non ne vuole sapere…” Avevo parlato a voce alta senza accorgermene. Seduti in un angolo, sopra un pallet vuoto accatastato, io e Linda osservavamo i ragazzi giocare insieme.
“Anche Matteo mi chiede sempre di una sorella, solo che la vuole più grande. Gli ho spiegato che “più grande” non è possibile, ma insiste. Per la verità, non credo sia possibile nemmeno “più piccola”… suo padre è sempre più assente…” La voce di Linda si era smorzata in un lamento basso.
Ci scrutammo per un istante, riconoscendo le nostre sofferenze. Non mi ha più guardato allo stesso modo, dopo quella conversazione. Ci siamo in qualche modo legati, i suoi occhi non lasciavano più i miei. E io ho davvero faticato a tenermene distante.

Sbatto giù la cornetta sul ricevitore, facendo quasi saltare l’apparecchio sulla scrivania. Non è possibile, ci mancava anche questa. Sto impazzendo da giorni per gli imprevisti assurdi di questa fiera. Prima i materiali per lo stand bloccati in dogana non si capisce per quale motivo, poi alcuni prototipi dei prodotti ancora fermi in laboratorio per problemi elettrici, e adesso tutta la parte pubblicitaria, volantini, striscioni e gadget, in ritardo per un incidente in autostrada. Potranno consegnare solo stasera, ben oltre l’orario d’ufficio, quando l’edificio è già chiuso e allarmato. Non ci credo.
Sono stanchissimo e non sono nemmeno a metà del lavoro, la fiera non è manco cominciata. Ho chiesto aiuto a Rosa, per portare Alice a scuola oltre che andarla a prendere, perché cerco di essere qui prestissimo, a risolvere i casini sulla mia scrivania. Ginevra non è in trasferta, ma non ricordo nemmeno più l’ultima volta che ha accompagnato sua figlia di mattina. Scappa in ufficio prima di me, sembra quasi diventata allergica al nostro appartamento.
Se non altro la pioggia ha cessato di tormentarmi, che quando piove qui tutti rallentano e non solo al volante. Io invece sono costretto a correre. Con tutta questa confusione, non sono riuscito a prendermi nemmeno una pausa caffè con Linda per l’intera settimana.
Mentre mi massaggio le tempie, una voce maschile bassa mi chiama dalla porta dell’ufficio. “Tommaso?”
Sbuffo. “Non voglio sentire un No e nemmeno delle scuse insensate. Che c’è, adesso?!” sbraitò senza controllo.
Silenzio. Alzo lo sguardo e vedo Andrea, mio collega della Programmazione finanziaria, osservarmi contrito. “Hai bisogno di staccare… vieni a pranzo?”
“Sì. Scusami, sto dando di matto… Andiamo a prenderci qualcosa.” Prendo la giacca e ci avviamo verso l’esterno. Ci sono diversi bar in zona, qualche self service e piccoli ristoranti, ma oggi scegliamo una pizza al trancio. Niente vale come la pizza per riappacificarsi col mondo intero.
“Allora, quanto hai di preavviso?” chiedo ad Andrea, mentre affondo i denti nella mozzarella filante.
“Due mesi, due mesi lunghissimi… Anche se mi dispiacerà lasciare questo posto, mi ci trovo bene in fondo, ma non posso più rimanere.”
“Sì, è davvero assurdo doversi licenziare per le voci di corridoio e una dirigente sessualmente pericolosa…” Mastico troppo velocemente, me ne accorgo e decido di rallentare. “Ma comprendo in pieno la tua scelta.”
“Che poi non c’è stato niente con Manuela, nemmeno una battutina, zero assoluto. Ma come fai a zittire le malelingue? Prima che arrivi qualcosa a mia moglie… Che poi l’hai vista mia moglie? Mi spieghi perché accidenti dovrei buttarmi via per una cofana attempata, quando a casa ho una donna bellissima?! Quelle voci non hanno alcun senso, non le capisco…” Prende un lungo sorso di Coca cola per digerire il dispiacere.
“Colpa di quei due commerciali di merda, Maurizio e Antonino, il gatto e la volpe. C’è gente che si venderebbe l’anima per il lavoro” concludo mesto.
“Ecco. Parli dei deficienti e spuntano le loro lingue bavose. Stanno entrando.” Andrea fa un cenno verso la porta. Speriamo entrambi che non si fermino con noi, ma purtroppo dirigono il loro passo proprio verso il nostro tavolino.
“Buongiorno! Come va con l’organizzazione della fiera di Milano?” Il sorriso falso di Maurizio evidenzia la domanda trabocchetto.
“Benissimo!” rispondo con lo stesso entusiasmo forzato. “E la vostra presentazione di stamattina? Ce l’abbiamo finalmente un nuovo grosso cliente?”
“Certo, solo questione di ultimi dettagli. Se ne sono andati pienamente soddisfatti. Dovevi vedere la loro responsabile agli acquisti. L’ho fatta miagolare! Stava venendo lì, su quella poltrona, in mezzo alla riunione…” Il gatto e la volpe scoppiano in una risata sguaiata.
Fortuna che i tavolini sono troppo piccoli per quattro persone, così sono costretti a spostarsi nell’altra saletta, lasciandoci in pace.
Quando se ne vanno, Andrea sfoga tutta la sua amarezza. “E io dovrei rischiare il mio matrimonio per colpa di quei due coglioni?!”
“Lascia stare, non ne vale la pena. Se ti servono altre referenze per la nuova società, te le procuro io, non preoccuparti.” Mi dispiace davvero che se ne vada, è una delle poche persone su cui posso contare.
“Grazie. Come va invece a casa tua? Sei riuscito a parlarle?”
“Le ho chiesto della camicia. Ha farfugliato qualcosa, quale camicia, non capisco. L’ho presa dall’armadio. Ha detto che è sua. Che in trasferta era rimasta solo con camicette e magliette macchiate o puzzolenti, vicino all’albergo ha trovato solo camicie maschili e si è presa quella. Le ho chiesto lo scontrino o l’addebito in carta. Lo scontrino l’ha perso, lei che conserva proprio tutto, e l’ha pagata in contanti, lei che paga tutto in carta…”
“Magari stavolta è vero.” Andrea ci prova sempre a risollevarmi il morale.
“Fosse solo questo. Gli alberghi sono diventati la sua casa, e usa invece la nostra casa come fosse un albergo, solo di passaggio.” Finisco l’ultimo boccone dal retrogusto amaro e poi torniamo in ufficio, ognuno con i propri pensieri e affanni.
Arrivo alla sera ancora più stanco e arrabbiato. La segreteria è riuscita ad allertare la sicurezza, per prolungare l’orario di lavoro e ritardare la chiusura dell’edificio. Hanno anche ottenuto la collaborazioni di qualche dipendente, tra magazzino e organizzazione, per ricevere e smistare la consegna in ritardo. Ma i problemi maggiori sono arrivati da Ginevra: non può proprio staccare prima dal lavoro per tenere Alice, così alla fine ho dovuto supplicare la vicina, la signora Aldibrandi, di farle compagnia per la cena. Rosa purtroppo deve rientrare dal marito, che si è bruscato una brutta polmonite.
Finalmente il tir giunge a scaricare la merce davanti all’ingresso, ma io sono oramai una mina vagante di frustrazione, me ne rendo persino conto. La confusione aumenta a dismisura per alcune impiegate, rimaste più per farsi notare dal sottoscritto, come se mi importasse davvero di uno sciocco faccino, che per aiutare davvero. Mi intralciano con frasi idiote, invece di aprire gli scatoloni che togliamo dai pallet disimballati.
E poi, proprio quando sto per esplodere tutto il veleno accumulato, arriva Linda. Solo vederla lì, di fronte a me, mi tranquillizza all’istante.
Subito si mette all’opera: aiuta, organizza, dispone, efficiente come sempre. Mi lascio guidare da lei, mi affido alle sue decisioni perché la mia mente è allo stremo. Dopo due ore, tutto è miracolosamente tornato al suo posto. Ma sono così esausto che non ho la forza di dire niente per ringraziarla.
Nella penombra del parcheggio, la saluto con un baciamano. Mi ha salvato.

I tre giorni successivi sono stati sì caotici, ma non così pesanti. Lo stand era pronto giusto in tempo per l’inaugurazione della fiera, i turni di presenza erano già organizzati, pure con qualche collega in reperibilità per qualsiasi evenienza. Non sono però riuscito a vedere Linda e ringraziarla meglio per il suo aiuto quella sera. Oggi è venerdì e me lo sono preso di ferie per recuperare un po’. Rosa, gentilissima come sempre, anche stamane ha accompagnato Alice a scuola, così mi hanno lasciato dormire fino a tardi. Ginevra invece… Ero convinto sarebbe stata a casa, così ancora l’altro giorno le avevo chiesto se potevamo fare qualcosa insieme, se poteva prendersi una giornata di permesso. Magari eccezionalmente Alice poteva saltare la scuola, un’assenza giustificata non sarebbe stata questa tragedia, ma almeno avremmo avuto un momento tutto per noi. Oramai anche i sabati e le domeniche ci sfuggono tra mille impegni.
Invece mia moglie ha cominciato a riempire la valigia, sarebbe partita nel pomeriggio, altri due giorni via di casa.
Rientra domani mattina, di sabato, il che mi sembra davvero inusuale.
Oramai è certezza matematica che ci sta evitando. Me per primo direi. Non ricordo più l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore. La sera la cerco sotto le lenzuola, ma si discosta subito, dicendo di essere stanca. Oppure finge di dormire, ma il respiro irregolare, in attesa del sonno, mostra la menzogna. Ho anche spiato il contenuto del suo trolley, mentre era impegnata al telefonino aziendale: trovo strano si porti dietro lingerie tutta pizzi e merletti, mentre nel nostro quotidiano indossa biancheria comoda o addirittura sportiva. Non dovrebbe essere il contrario?
Tutti segnali importanti. Ma se davvero vuole troncare questo matrimonio, perché non lo fa una volta per tutte? O è talmente codarda da lasciare a me la decisione finale? Così da riuscire pure a prendersi il ruolo della vittima? Beh no, non ci sto. Non credo neppure di poter dimenticare una seconda volta.
Appena acceso, il cellulare vibra per la ricezione di un messaggio. Lo prendo dal comodino. Sorrido, è il numero di Linda. “Ciao, come va? Tutto bene?”
Vorrei essere svegliato così tutte le mattine. Un’immagine malandrina si affaccia nella mia mente, lei distesa al mio fianco, ma non mi posso permettere di pensarci. Mi lascia però una bella sensazione. “Ora sì. Buona giornata anche a te!”
Il resto del tempo lo dedico alle faccende rimaste in arretrato. Riparo l’anta dell’armadio di Alice, prima che si stacchi del tutto. Sistemo lo scarico intasato della doccia di servizio. Metto in ordine le ultime bollette e verifico gli estratti conto. Telefono a mia madre, che non mi sente da una settimana, ascoltando tutti i suoi rimbrotti. Porto l’auto al lavaggio, ritiro i vestiti puliti in tintoria e poi sono fuori dalla scuola di Alice in attesa della sua uscita. Sale in auto, sul sedile davanti e mi abbraccia per cinque minuti buoni.
“Ciao papooooo!!!” Quando le prendono questi momenti affettuosi non sono più “papà”, ma divento “papo”.
Il pomeriggio facciamo insieme i suoi compiti, maledetta Matematica. E per la cena non ci sono storie, siamo solo noi due e andiamo al fast food, come le avevo promesso. Anche perché al cinema non c’è proprio nulla di interessante.
Seduti al nostro solito tavolo d’angolo, mentre stiamo scegliendo l’hamburger più alto che esista, all’improvviso Alice salta in piedi e agita le braccia sopra la testa. “Matteo! Matteo! Qua! …guarda papà! Ci sono Matteo e la sua mamma!”
Alla nostra sinistra, compare Linda che cerca di stare dietro al piccolo Matteo, oramai in corsa nella nostra direzione. L’ho pensata tutto il giorno e ora me la ritrovo proprio qui, materializzazione dei miei desideri. Anche lei da sola con suo figlio, l’altro genitore assente. Se non è un segno questo.
Quando i nostri sguardi si incrociano, mi sorride senza controllo, e mi può solo fare piacere.
“Allora, anche voi qui per il panino del venerdì sera?” ci chiede, sedendosi di fronte a me.
“Mamma è via per lavoro e papà non sa cucinare” Alice ridacchia sorniona, mentre si nasconde alla mia occhiata feroce.
“Papà sa cucinare!” Le rispondo fingendomi offeso. Un po’ lo sono davvero, non voglio fare brutta figura con Linda.
“Non gli hamburger! Li bruci sempre! E le patatine sono molli!” Mi dà una gomitata al fianco, tirando fuori la lingua.
“E’ vero. Gli hamburger e le patatine non sono il mio forte!” Alzo le mani in resa.
Linda è divertita dalla nostra scenetta mentre Matteo sembra in soggezione. Deve mancargli una figura paterna, in occasioni come questa. Così come mi rendo sempre più conto di come Alice stia crescendo molto all’ombra di Rosa, la nostra governante, quasi più una nonna acquisita, invece della sua vera mamma.
A me invece manca il contatto fisico con una donna che mi desideri. Sono pur sempre un uomo, con le sue debolezze. Sentirsi respinti non è il massimo, a lungo andare segna anche il carattere più forte. Così non sposto il mio ginocchio quando entra in contatto con la gamba di Linda. Nemmeno lei si muove, forse nemmeno si rende conto di essersi avvicinata ancora di più verso di me.
Non riesco a toglierle gli occhi di dosso, mentre la mia mente elabora frenetica. E’ una serata davvero insolita. Scherziamo e ridiamo tutto il tempo. Matteo corre in braccio di Alice e le mostra non so cosa dal suo tablet giocattolo. Mi ritrovo ad accarezzare la mano di Linda sopra il tavolo, quasi soprappensiero. Lei mi lascia fare. Sembriamo una famiglia, agli occhi degli altri, senza nemmeno esserlo. Ma cosa ci manca per diventarlo davvero?

“Mi han detto se ti senti così vivo, non guardare indietro mai, e vai uh uh! uh uh!”
Tutte le mattine, in auto con Alice, cantiamo questa canzone, la sua preferita dall’ultimo Sanremo. Le piace così tanto, ora anche a me.
Quando finisce, prima di premere nuovamente il tasto per risentirla, per un attimo la vedo diventare cupa, con quell’espressione corrucciata quando deve dirmi qualcosa di importante. Ma non sono pronto ad ascoltare la sua curiosa richiesta.
“Papà, forse dovresti divorziare e cercare un’altra mamma…” Mi punta addosso due occhioni tristi e profondi.
“Ma cosa dici Alice?!” Non riesco a trattenere la mia incredulità.
“Lo vedo bene che qualcosa non va. Sembra proprio quello che ci raccontava Sebastiano un anno fa, solo che in quel caso lui stava sempre e solo con la mamma e il papà non lo vedeva mai. Noi siamo al contrario…”
“Alice…” Mi sento affondare ancora più nelle sabbie mobili, sento quasi la gola soffocare, il mio respiro annaspa in cerca d’aria.
“Mamma ha il suo lavoro,” alza le spalle con rassegnazione. “Ma tu papà sei da solo. La mamma di Sebastiano adesso ha un compagno, e stanno bene tutti insieme. Sebastiano è contento, voglio dire. Dal papà ci va durante le vacanze. Non potremmo fare lo stesso anche noi?”
“Alice, io voglio bene alla mamma…” Le accarezzo la testolina bionda. Se non avessi la certezza biologica che è mia figlia, dubiterei davvero di esserne il padre, talmente è intelligente e arguta a volte, da sorprendermi.
“Lo so che tu vuoi bene alla mamma, ma lei non sembra volerne a te.” Poi abbassa lo sguardo ai suoi piedi. “A volte nemmeno a me…”
“No Alice, la mamma ti vuole bene. Non lo dimostra o lo fa a modo suo. Su, siamo arrivati a scuola. Vai in classe e non pensarci più.”
L’abbraccio e la lascio correre lungo il vialetto, mentre il mio cuore sprofonda nel buio assoluto. Se pure mia figlia arriva a dirmi tanto, devo cominciare a ragionare seriamente sul nostro futuro. Dovrò affrontare Ginevra, senza scampo.
La mattinata trascorre lentamente in ufficio, non riesco a concentrarmi su nulla, le parole di Alice mi hanno colpito duramente. Così vado a cercare Linda nel suo ufficio, per offrirle un caffè. La trovo in una strana posizione, seduta sulla sedia accostata alla finestra spalancata, le sue mani avvinghiate al davanzale, la testa reclinata poggiata sul marmo.
“Stai bene Linda?” Corro spaventato verso di lei. Si volta a guardarmi, è terribilmente pallida. Le sento il polso, battito regolare.
“Si… no… leggi la mail…” mi risponde confusa.
Senza lasciarla, scruto lo schermo del suo computer. Una comunicazione dell’ufficio Risorse umane, dove le confermano di aver ottenuto un nuovo incarico, presso un’altra filiale. Per un attimo il respiro manca anche a me. Ma poi più sotto leggo che la nuova destinazione è solo dall’altra parte della città, non così lontano. Non è un addio, ma soprattutto è una bel riconoscimento per il suo lavoro eccellente qui.
“Caspita, è una buona opportunità per te, devi andare e farti valere! So che puoi farcela!” Sono orgoglioso di questo risultato, se lo merita davvero.
“Sì, lo so. Eppure…” I suoi occhi esprimono una profonda tristezza. “Adesso mi trovo bene qui…” mormora appena, prima di arrossire.
Se ascoltassi il mio egoismo, dovrei dirle di non accettare, di restare qui, con me. Ma non posso, non ne ho il diritto. Ha lavorato duramente e non posso fermarla, se voglio essere suo amico. “Uhm, capisco. Le novità spaventano sempre, ma questa è un’ottima offerta, credimi. Conosco i nostri colleghi di quell’area, sono molto capaci. E simpatici.”
Mi fissa con quei suoi occhi color cioccolato e ci leggo una supplica. So che cosa intende, lo capisco, ma non posso incatenarla in questo modo.
“Non simpatici quanto me, d’accordo. Ma ci si può lavorare…” Le sorrido con fiducia, mentre la lascio andare.
Lei sospira affranta, continua a contorcersi le mani, in maniera compulsiva, come se le stesse trattenendo.
“Avanti, ti offro un caffè!” L’aiuto ad alzarsi dalla sedia e ci avviamo verso il corridoio. “Anzi no, oggi cioccolata calda. Pardon, “bevanda al gusto di cioccolato” è la definizione corretta.”
Si lascia andare ad una risata cristallina, finalmente. E io penso che mi mancherà terribilmente. Tutto intorno a me sta cambiando e io non so quale direzione prenderà la mia vita di conseguenza. Soprattutto non so se Linda mi stia aprendo la porta del suo cuore.

Ieri sera ho avuto una discussione feroce con mia moglie, sempre più chiusa nelle sue posizioni. “Il lavoro è tutta la mia vita, lo capisci?” mi ha urlato dietro. Nostra figlia era al cinema con un’amichetta di scuola e i genitori di lei, l’occasione giusta quindi per chiarirmi con Ginevra senza remore.
“No, non lo capisco affatto. Dovrebbe essere Alice tutta la tua vita, se proprio non vuoi comprendermi nel quadro.”
Ha sussultato al nome di Alice, come se improvvisamente si rendesse conto di essersene dimenticata. “Non metterla in mezzo! Non intendevo questo!”
Dopo esserci gridati ogni cosa, rimasti senza voce e senza fiato, ho provato a raggiungere ugualmente un compromesso. “Dovremmo tornare in terapia…”
“Non intendo sprecare tempo e soldi per farmi dire da un estraneo come vivere la mia vita!” Si è rifugiata in camera da letto, chiudendosi a chiave.
Mi è rimasto il divano del salotto per dormire, ma mi sono coricato tardi, per non far capire ad Alice come stava la situazione.
Stamattina continuo a rimuginare sulle parole di Ginevra, tutto l’odio che mi ha riversato, e su quelle di Alice, il suo suggerimento di “cercare un’altra mamma”. Anche il ritornello di quella canzone suona imperterrito nella mia testa. Non voltarti indietro mai. E vai. Già, ma dove vado?!
Oggi è anche l’ultimo giorno di Linda in questa sede. In questo periodo me ne sono tenuto un po’ distante, non volevo rifiutasse la promozione a causa mia. Volevo lasciarle lo spazio di decidere per sé stessa, in autonomia. Non ho diritto di intromettermi nel suo futuro, di lei e del piccolo Matteo.
Però devo salutarla e non so con quali parole. Sono combattuto, tanto sul mio matrimonio quanto sulla mia amicizia con Linda. Diverse volte la incrocio per i corridoi, indaffarata con gli ultimi documenti da sbrigare e nei ringraziamenti verso gli altri colleghi. Sono risoluto di andarle a parlare, ma all’ultimo momento tergiverso e alla fine torno sui miei passi, sempre più indeciso.
In pausa pranzo, mi incontro con Massimiliano, amico d’infanzia e testimone di nozze, nonché avvocato specializzato in diritto del lavoro. Visto che è di passaggio per la zona, ne approfitto per ascoltare il suo consiglio, dopo la litigata avvenuta con Ginevra.
“Te l’avevo detto di non sposarla, che qualcosa non mi convinceva nei suoi modi. E ancora non mi capacito di come tu abbia avuto la forza di superare quel suo tradimento. Ma adesso dovresti davvero darci un taglio. Sei ancora giovane e in gamba, trovati una donna che meriti davvero il tuo tempo.” Il suo tono è quanto meno severo, ma siamo più che fratelli e comprendo benissimo quando sia preoccupato per me e per Alice.
Mi ha passato un biglietto da visita, un suo collega allo studio, avvocato divorzista.
“Chiamalo, oggi stesso. Ti fisserà un appuntamento anche domani, a qualsiasi orario. L’ho già avvisato io.”
“Un decisione difficile…” mormoro mentre prendo il cartoncino con la mano un po’ tremante.
“Non ti sto dicendo di decidere già domani, ma almeno vai a parlargli, chiarisciti un po’ le idee su tutte le eventualità del caso. Meglio essere preparati. Magari in questo stesso istante, Ginevra sta già firmando i documenti per la separazione. Non aspettare. Fallo per Alice.”
Ci lasciamo con un lungo abbraccio fraterno, mentre continua a suonare nella mia mente la canzone del mattino. Non voltarti indietro mai e vai.
Il pomeriggio sbrigo la corrispondenza urgente, ma fatico a concentrarmi. Tra le mani giro e rigiro quel biglietto da visita, vagliando ogni possibilità. E ancora non so come salutare Linda, provo diversi discorsi nella mia mente, nessuno così convincente come vorrei.
Quando finalmente mi decido di andare a parlarle, trovo il suo ufficio vuoto. Non dev’essere uscita da molto. Mi precipito giù per le scale di sicurezza, senza perdere tempo ad attendere l’ascensore. Dalle lunghe finestre la intravedo giù, nel vialetto verso il parcheggio. Salto i gradini due a due per non lasciarmela scappare. Finalmente esco dall’ingresso posteriore e corro a perdifiato. “Aspetta!” grido con tutto me stesso.
Lei si ferma e si volta. La raggiungo veloce, gli ultimi passi sono però insicuri, finché non le sono davanti e posso fissarla dritto negli occhi. Sono lievemente arrossati. Deve avere pianto e anche ora le iridi brillano di lacrime in attesa. “Te ne vai così?!” La mia voce è spezzata dall’emozione.
Cala il silenzio. Più volte prende un respiro profondo, tentando di rispondermi, ma poi si blocca senza proferire un suono.
“Non hai niente da dirmi?” Mi avvicino ancora di più, solo pochi centimetri ci separano.
“Io… non… cosa?” balbetta sconnessa. Le sue dita si attorcigliano intorno alla cinghia della borsa.
“Lo sai tu e lo so io… cosa… non credi?” Sono conscio di essere in un terreno pericoloso, mi sto giocando il tutto per tutto, col rischio di un rifiuto.
Una lacrima scende lungo la sua guancia, la conferma che tanto ho desiderato. Il mio cuore diventa un tamburo al ritmo di quella canzone. Non voltarti indietro mai e vai. Adesso. E vai adesso!
“Oh accidenti…” Scatto in avanti e l’avvolgo nel mio abbraccio. Cerco la sua bocca e incontro le sue labbra così morbide. Non solo non oppone alcuna resistenza, ma risponde in pieno al mio bacio. Chissà da quanto tempo lo volevamo entrambi, senza nemmeno saperlo. La delicatezza diventa passione frenetica e le nostre lingue finiscono col dirsi tutto quello che le parole non possono spiegare completamente. Il tempo si dilata nei nostri respiri.
Prendiamo fiato un istante, mentre le nostre mani continuano a baciarsi in altro modo.
“E’ complicato…” mormora appena. Più che un’affermazione convinta, sembra una domanda a sé stessa. Continua a strofinare il suo naso contro il mio.
“Forse no…” le rispondo in un soffio, prima di baciarla di nuovo. Vorrei poter fermare in eterno questo istante, ma purtroppo un rumore sospetto alle nostre spalle, qualcuno in uscita dal magazzino, ci costringe a staccarci in fretta. Non possiamo farci vedere a quel modo, non ancora.
Arretro di un passo, mentre le nostre mani faticano a lasciarsi, così pure le nostre dita.
Restiamo a fissarci ancora a lungo, in silenzio, finché lei chiude gli occhi e si volta, camminando verso la sua auto.
Ora so cosa voglio. Farò quella telefonata. E poi l’aspetterò, tutto il tempo che serve.

 

(C) 2024 Barbara Businaro

Note.
Questa storia non è esattamente nuova. I miei lettori affezionati si saranno resi conto che la trama ripercorre gli stessi eventi dell’ultimo racconto di San Valentino, Mi tieni aperta la porta? Tra i commenti di quel racconti infatti, Stefano mi aveva “sfidato” a mettermi nei panni del protagonista maschile Tommaso, descrivere i suoi sentimenti verso Linda, ricostruire le stesse vicende ma dal suo punto di vista. Il che in realtà mi ha portato a scrivere una storia differente, perché Tommaso aveva molto altro da aggiungere, tutto quello che Linda non aveva modo di sapere. Non è la prima volta che mi immergo in una voce maschile, e del resto non credo alle distinzioni nette tra i generi, con i personaggi femminili presi da romanticismo assoluto e quelli maschili votati al cinismo e alla razionalità. Per nostra fortuna esistono molteplici sfumature.
In questo esercizio, ho deciso di mantenere la stessa divisione delle scene e conservare il più possibile i dialoghi originali tra i due protagonisti. Però rischiavo di annoiarmi, così di tanto in tanto ho ceduto alla tentazione di aggiungere qualcosina di nuovo. Tranne il finale, che resta ancora alquanto aperto, sebbene Tommaso si mostri alquanto risoluto sul suo futuro.
Mi mancava il tema portante, che poi per me è quasi sempre un tema musicale. E un mattino, mentre sono in auto diretta al lavoro e ascolto la radio, ecco che spunta fuori questa canzone, con un ritornello che personalmente mi fa impazzire (ebbene sì, Alice che canta a squarciagola sono io! 😛 ) Ho visto solo qualche pezzo dell’ultimo Festival di Sanremo, non è uno spettacolo che prediligo, e fatalità mi ero proprio persa questa esibizione. Ma tutte le cose belle arrivano solo al momento opportuno, e così è comparsa giusto in tempo per diventare colonna sonora, nonché titolo, di questo racconto.
Non voltarti indietro mai e vai. Credo sarà anche il mio mantra nei prossimi mesi a venire. Il futuro è ricco di possibilità.

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Comments (11)

Giulia Mancini

Mar 31, 2024 at 8:00 PM Reply

Questa canzone ha un bel testo e l’ho scoperto dopo Sanremo ascoltandola meglio alla radio, un ottimo spunto per il tuo racconto ma anche per la vita in generale, brava Barbara e buona pasqua

Barbara Businaro

Apr 01, 2024 at 1:06 PM Reply

Grazie Giulia e Buona Pasquetta per oggi, qui giornata uggiosa, buona per leggere e scrivere. 🙂
Secondo me questa canzone di Alfa doveva vincere Sanremo, la trovo più d’ispirazione per i nostri ragazzi, l’entusiasmo della loro età, il mondo che li attende. E’ anche quello che dico sempre io, quando i vari figliocci mi chiedono un consiglio su questo o quel progetto di vita: Vai! Non tentennare, hai tutti gli strumenti per riuscire! Vai!
La noia mi è venuta a noia subito. La canzone della Mango sembra mostrare una certa gioventù annoiata dalle comodità, non certo la maggioranza. Gli altri la noia non se la possono proprio permettere…

Darius Tred

Mar 31, 2024 at 10:37 PM Reply

Ancora un bel finale aperto!



Buona Pasquità!

Barbara Businaro

Apr 01, 2024 at 1:08 PM Reply

Per il finale aperto ho proprio pensato a te, Pesce d’Aprile! 😛
No dai, ho aggiunto un passettino in più: c’è la decisione di Tommaso, alquanto risoluto. Non ti basta?!

Daniela Bino

Apr 05, 2024 at 6:59 PM Reply

Un Tommaso imprevedibile protagonista di una storia non tutta al femminile. Mi piace assai. Anche la bimba: così matura nel proporre la sua soluzione ai mali del mondo adulto che le si para davanti giorno dopo giorno. Questo racconto è toccante. Brava!

Barbara Businaro

Apr 06, 2024 at 5:24 PM Reply

I bambini vedono molto più a fondo degli adulti, nel bene e nel male. Ricordo una bambina di 5 anni, andava all’ultimo anno dell’asilo, che di fronte ad una mia amica, in lacrime per un fidanzato stronzo, le disse preoccupata: “Non devi piangere per i maschi, non ne vale la pena!” E poi l’abbracciò forte. Quanta saggezza!! 🙂

Marina Guarneri

Apr 07, 2024 at 11:14 PM Reply

No, questo non è più un finale aperto: lascia intendere tutto il resto, è un finale socchiuso, diciamo, ecco!
Ci sono storie così al mondo, ne sono certissima, ma io non posso fare a meno di chiedermi come possa una madre mettere al primo posto tutto meno che una figlia/o: il tradimento, il lavoro, la fine di un amore, tutto è ammissibile, ma non provare il minimo desiderio di stare con una figlia/o per me resta impensabile. L’istinto di maternità non si compra al supermercato e se proprio ti manca non lo fare un figlio!
Aggiungo: come sarebbe bello se qualcuno fosse in grado di dirci cosa pensa una persona che ci piace! Leggere, come in un racconto, le reazioni che noi non riusciamo a tradurre, sapere se ben riponiamo le nostre aspettative… Sai quante delusioni sarebbero evitabili!

Barbara Businaro

Apr 08, 2024 at 8:14 PM Reply

Potremmo anche definirlo un finale “con l’occhiolino”! 😉
Come può una madre pensare prima al lavoro e poi alla figlia? La risposta la si può cercare solo caso per caso. A volte è semplicemente il prosieguo del rapporto che la madre ebbe prima con la sua, una relazione poco affettiva a sua volta, così da convincersi che quello è il solo modo di amare. Altre volte la convinzione che se la madre non è realizzata per sé stessa, non può essere né un grande esempio né un grande supporto alla prole. In altre circostanze ci sono madri che lo diventano solo per avere un potere economico sul maschio, i figli usati per ricatto e/o riscatto sociale. Dall’altro canto, consideriamo ancora “normale” una madre con dedizione assoluta ai figli, mentre un padre può anche essere assente per motivi di lavoro. Perché non dovrebbe essere anche il contrario? Conosco più di qualche “mammo” (brutto termine coniato per sopperire proprio allo stereotipo del “papà” impegnato fuori casa) che gestisce famiglia, casa e pure smart working.
Sulla tua aggiunta: non ne sono mica convinca, sai quante prime impressioni errate, una volta rivelate, potrebbero rovinare una bella storia d’amore? Meglio di no… meglio tenersi il mistero. 😛

Marco Amato

Apr 12, 2024 at 10:13 AM Reply

Uhm… non mi sembra credibile come racconto da un punto di vista maschile. Fra i suoi pensieri non c’è mai un apprezzamento nei confronti del fondo schiena delle colleghe. 😛
Scherzo. XD
Direi che fa il pari con il racconto di lei. E fa riflettere su tutte le volte che, effettivamente, non riusciamo a esprimere si sentimenti che abbiamo dentro.

Barbara Businaro

Apr 14, 2024 at 1:01 PM Reply

“Che te ne fai di un fondoschiena perfetto se quella che lo porta in giro è un’emerita stronza?”
Direttamente dai miei appunti, frase che è stata alla fine tagliata, perché avrei dovuto aggiungere parecchio di più, tutto il comparto dell’aspetto fisico, tra la moglie Ginevra perfetta in gonna e tacco assassino e la povera Linda con i capelli sfibrati dalle corse tra asilo e lavoro. Ho lasciato solo quell’indizio: “Ma mi fanno impazzire anche le sue gambe slanciate e quella camicetta fucsia aderente, che lascia poco all’immaginazione.”
La parte più rude dei commenti maschili è rimasta in carico ai due colleghi, più sotto: “Dovevi vedere la loro responsabile agli acquisti. L’ho fatta miagolare! Stava venendo lì, su quella poltrona, in mezzo alla riunione…” Per altro questo è un pezzo vero, origliato da un tavolo a fianco nella mia pausa pranzo. 😛

Marco Amato

Apr 14, 2024 at 9:51 PM Reply

Uh, non so che darei per origliare i commenti delle donne sui colleghi maschi.
Occorrerebbe proprio un manuale su ciò che si dicono gli uomini fra loro, a uso delle scrittrici, e ciò che si dicono le donne, a uso degli scrittori.
E francamente… così su due piedi, non so se a commenti spinti vincerebbero gli uomini. Ho sentito certe donne commentare su certi manzi da mungere… XD

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