Parola di Mosè

Ho sentito dire che i gatti hanno sette vite. Se siano proprio sette non lo so. Ma io sono alla mia seconda vita.

Mi chiamano Mosè, anzi, Moseeeeeeeeè. Con gli umani funziona così: quello che ti urlano dietro ogni momento, sia di gioia che di orrore, allungando paurosamente l’ultima vocale per farsi sentire a distanza quando sei lì a due metri con le orecchie tese, è il tuo nome.
Prima ero Gedeone, e prima ancora Stronzetto. Occasionalmente mi hanno nominato con Bestiaccia, Puzzone, Diavolo pulcioso e Figlio d’un cane (quel cuoco aveva le idee confuse, ma la salsiccia era buona).

Sono nato in una scatola, sopra una coperta che profumava di fiori in primavera. Ultimo di cinque fratelli, ho sempre dovuto litigare per il mio posto a tavola. Finivo sempre in fondo alla fila, vicino alla coda, e ho dovuto imparare a usare presto denti e artigli per farmi largo. Tiravo le orecchie a mio fratello Bigio, il quale però se la prendeva con sorella Nanetta, la quale colpiva invece il muso dell’altra sorella Macchiolina, che calpestava per errore nostro fratello Moro, e mentre loro s’azzuffavano, io mangiavo tranquillo.
Sono cresciuto forte e sono stato il primo ad alzarmi sulle zampe posteriori per superare l’alto bordo del cartone e fuggire via. La coperta della scatola odorava ormai di urina e latte rancido, e cominciavamo a stare tutti stretti lì dentro. I miei fratelli proprio non li sopportavo più, mi svegliavano di continuo. Dall’esterno invece giungeva un profumino strano che mi faceva gorgogliare lo stomaco.
Appena sono riuscito a saltare fuori da quella gabbia e a vedere un po’ di mondo, cose incredibili per i miei occhi cuccioli, mi hanno rapito. E sono finito in una nuova casa.

 

Eravamo solo io e nonno Cecco e non so chi fosse a guardia dell’altro. Tutto quello che ho imparato nella mia prima vita lo devo a lui, che mi battezzò Gedeone. Non era un tipo molto socievole con gli altri essere umani, ed aveva le sue ragioni: i bipedi sono insopportabili e terribilmente stupidi.
Tranne lui, ma sono convinto che fosse un gatto, alla sua ultima vita magari, con qualche malefatta da scontare in sembianze umane.
I primi tempi la convivenza non fu facile. Nonno Cecco aveva le sue abitudini, che non comprendevano le esigenze di un gatto, né io avevo familiarità con le richieste di un bipede. Le fusa ad ogni grattino, strofinarsi ai suoi piedi, acciambellarsi sulle sue gambe sedute, miagolare alle sue chiamate. Utilizzai ogni stratagemma e alla fine ottenni che la mia ciotola fosse sul tavolo vicino al suo piatto, alla pari.
Aveva una figlia e dei nipoti, che gli facevano visita una volta al mese, ma gli telefonavano ogni giorno per sapere come stava. Sempre tra i piedi, interessati solo ai suoi soldi, diceva tutte le volte che l’auto ripartiva ed eravamo di nuovo tranquilli nel nostro paradiso. “Se non ci fossi tu Gedeone!”

 

E poi un giorno quel mondo perfetto finì. Stavo al mio terzo pisolino, poco prima del pranzo, nella mia poltrona preferita del salotto, a quell’ora inondata dal caldo sole della finestra. Nonno Cecco stava trafficando in cucina per il nostro desinare, borbottando fastidioso come suo solito. All’improvviso un tonfo metallico e un rumore sordo, una sedia che sbatte contro il tavolo. Saltai su quattro zampe e gonfiai la coda all’istante. Sentii un altro rantolo e poi silenzio assoluto. Il pelo ancora tutto dritto sulla schiena, cercai di farmi coraggio e andare a vedere cosa fosse successo. Nonno Cecco giaceva per terra, la faccia contorta in una smorfia, lo strofinaccio stretto alla mano destra, la padella col sugo rovesciata sullo zerbino sotto il lavandino. Mi avvicinai piano, miagolai leggero, ma non mi rispose.

 

Fu una giornata lunga. Mangiai tutti i croccantini rimasti nella ciotola e tornai subito al suo capezzale. Gli leccai la faccia svariate volte, ma non aprì mai gli occhi. Stupido vecchio, non era tempo di giocare! Cercai di uscire per chiamare aiuto, ma la porta era chiusa a chiave e le finestre sigillate. Miagolai a tutto volume dalla veranda verso la strada, ma nessuno mi sentì e nessuno mi vide.
Arrivò l’imbrunire e la casa s’immerse nel buio. Avevo di nuovo fame, ma accidenti a lui e la sua mania di riporre le mie scatolette nello stipetto in alto. Tentai più volte, ma inutilmente. Suonò il telefono, probabilmente la figlia che cercava il padre. Squillò più volte e poi smise. Passò altro tempo, infinito, e il telefono ricominciò a farsi sentire nel vuoto. Andò avanti per un pezzo, restò muto qualche attimo e poi riprese nuovamente. Poco dopo un’auto frenò brusca nel cortiletto, il portoncino si aprì e corsero tutti al suo capezzale. Io mi presi un calcio nel sedere e me ne restai acquattato in un angolo. Arrivò un grosso furgone con luci lampeggianti ed entrarono degli uomini vestiti di bianco e arancione, che alla fine se lo portarono via.
La figlia prese la scopa e la usò per trascinarmi all’aperto, gridandomi a squarciagola di andare fuori. Provai a giocare la carta del miagolio lungo e disperato, ma non c’era cuore nei suoi occhi e dovetti uscire.
Passai la notte nella casetta degli attrezzi, avevo un’altra cuccia lì che usavo d’estate, ma niente cibo.

 

Rimasi in quel giardino per alcune settimane, gironzolando dai vicini che ogni tanto mi concedevano un pasto veloce. Ogni giorno attendevo il ritorno di nonno Cecco seduto sullo zerbino di casa, nonostante il vento furioso e la pioggia battente che spesso guastavano l’arrivo della primavera. Mi allontanavo solamente quando lo stomaco non mi lasciava pace. Al ritorno da uno di questi viaggi, vidi arrivare di nuovo la figlia e appendere un cartello al cancello principale. Non so leggere, ma c’era la foto di nonno Cecco e una grande croce.
Lei mi vide e rabbiosa peggio di un cane a cui ho invaso il territorio mi gridò di andarmene, che non c’era più posto per me.
Ero rimasto solo. E senza una casa.

 

Non ricordo per quanto tempo vagai, percorrendo campi aridi, attraversando strade trafficate e costeggiando tortuosi canali, affamato come mai prima. Qualsiasi cosa recuperavo dai rifiuti, un pezzo di pane vecchio, qualche osso di pollo da rosicchiare, il fondo di una latta di tonno, pure i broccoli che ho sempre detestato, non era mai abbastanza per saziarmi. Purtroppo arrivavo sempre tardi e i topi si erano già portati via il meglio. Provavo anche molta rabbia a vedere quanto cibo gli esseri umani buttavano via, come potevano essere così egoisti? Se ogni sera mi avessero lasciato da parte tutto quello che rinvenivo già putrido dentro i loro sacchetti colorati, avrei cenato da re! Nel mio vagabondare conobbi altri gatti nomadi, randagi, animali poco affidabili e ottusi. Mi sbeffeggiavano perché non sapevo cacciare, non seguivo l’istinto felino, non faceva parte di me. Ma ero più furbo di loro e rimasero di stucco quando in due salti afferrai una salsiccia dal bancone, mentre il cuoco era distratto da un’avvenente cameriera in quella trattoria del borgo. Non divisi nulla con loro ma ripresi veloce il cammino, diretto nemmeno io so dove. E ben presto anche quella salsiccia fu solo un ricordo.

 

Ero allo stremo delle forze ormai. I mesi di affanni mi avevano ridotto a pelo ed ossa. Il caldo feroce del primo sole d’estate mi consumava ogni energia. Bevevo spesso, ma non sempre l’acqua era buona e mi faceva stare male di più. Ero di nuovo in campagna, più fresca di sera rispetto al cemento della città e con molti alberi dove riposare all’ombra, anche se il cibo era difficile da reperire.
Cercai di richiamare l’attenzione di un’anziana signora affacciandomi all’uscio della sua cucina che riversava sulla strada profumi intensi. Rimediai solo un paio di colpi forti alla schiena con la sua scopa di legno. La carità cristiana colpisce duro da queste parti.
Fu allora che sentii una voce dentro la testa, un miagolio dolce che mi diceva di non mollare, che la fine era vicina. Mi esortava a seguirla e mi guidava lungo viottoli e giardini, finché giunsi ad un enorme casa accucciata, contornata da una lunga siepe. Mi sentivo il cuore stanco, ma lo spirito era qui, tutto intorno a me, disse che ero arrivato ed ero al sicuro. Eppure non vedevo nessuno, solo qualche lieve suono dall’interno. Miagolai con l’ultimo fiato che m’era rimasto, debole e disperato.

 

E’ qui che io sono rinato, che sono passato alla mia seconda vita.
Mamma Teresa mi ha chiamato Mosè, perché sono stato salvato dalle acque. Cioè dalla coppetta di acqua fresca che lei mi ha portato appena mi ha visto sotto la sua finestra in un torrido mezzogiorno di giugno. Seguirono latte e pane bagnato. Poi del formaggio cremoso e altra acqua. Avevo così tanta sete che sembrava non finire mai, la gola ardeva furente. Continuavano a riempirmi la ciotola, linfa sempre fresca e abbondante. Il giorno seguente mi offrirono anche delle crocchette, ma i miei denti erano malati e non riuscivo a masticare. Con rammarico dovetti lasciarle lì. Tornarono il latte, il pane bagnato e si aggiunse il tonno. Non mi lasciavo avvicinare, mangiavo quand’ero solo e al termine mi nascondevo sotto la siepe. Dopo una settimana mi lasciai accarezzare, dopo un mese potevo oltrepassare la porta e accedere al cucinotto, due mesi dopo dovetti scendere in taverna dove stavano pranzando per salutarli, ai primi freddi salii per le scale in salotto dove c’era una poltrona calda e morbida. Adesso ho la mia cuccia, il mio plaid e la mia sedia a dondolo. Anche il divano, e qualche volta, se ne nessuno se ne accorge, mi metto anche al fondo del letto. Sono di nuovo a casa mia.

 

Perché gli esseri umani vanno istruiti. E’ parecchio complicato e ci vuole una bella dose di pazienza, ma ci si può riuscire. Se volete punirli, rifiutategli le coccole, assolutamente vietate le fusa. Quando vi parlano, girategli le spalle come se non esistessero. E appena tentano di accarezzarvi, scansatevi e andatevene da un’altra parte. Vi assicuro che capiscono che siete arrabbiati e inizieranno a riservarvi un sacco di attenzioni, compresa la busta di salmone della Norvegia, per scusarsi di qualsiasi torto. Lo so, occorre precisione e tempo per addomesticarli, ma sono esseri semplici, non credo si evolveranno in breve tempo. Dobbiamo tenerceli così.
Devo dire che chi è stato qui prima di me, credo lo spirito guida che mi ha salvato, ha eseguito un ottimo lavoro, pur con qualcosina da sistemare.

 

L’unico che mi brontola sempre è papà Gildo. Io e lui abbiamo un rapporto d’amore e odio. Quando mi coccola mi sfracassa tutte le ossa. Con le sue mani grandi e ruvide sembra volermi stritolare. Allora mi volto indietro e minaccio di graffiarlo. Però ogni tanto tocca accontentarlo, perché è lui che ricorda a mamma Teresa quando sono terminate le mie scatolette e se necessario guida di corsa fino al supermercato, anche due se uno è chiuso, per fare scorta. Dice a tutti che gli costo cinquanta centesimi al giorno. Sarà per quello che spesso mi allunga qualche cosina buona, la pelle del pollo, mezza fetta di prosciutto, un pezzo di grana, direttamente dal suo piatto? Per risparmiare?! Questi bipedi sono terribilmente controversi.

 

Ogni tanto passano anche le figlie, Valeria la Ruffiana e Barbara la Stronza (così le chiama papà Gildo). E allora sono tonnellate di fusa e grattini, non mi mollano un attimo e ognuna di loro vorrebbe portarmi a casa propria. Loro mi chiamano Masterchef perché quando mamma Teresa si mette ai fornelli io sono il suo assistente fidato, l’unico a cui concede l’assaggio di ogni piatto. Adoro il suo minestrone (lei non ci mette i broccoli!) e i suoi involtini di carne. Sia chiaro però che ci tengo all’etichetta, sono un gatto pulito, e quindi mangio solo quando anche la mia tavola è imbandita, il mio giornale e le mie due ciotole, di fianco alla sedia di mamma Teresa.

 

Dicono che ho sempre fame, anche ora che ho ripreso tutta la mia ciccia e il pelo è più lustro che mai. Ma mica lo sanno quante energie ci vogliono a sorvegliare il mio… ehm, nostro territorio tutta la notte. Ammetto che ogni tanto passa qualche gattina, e l’istinto mi tradisce. Ma litigo per mantenere saldo il confine, mica per una codina che mi scodinzola sotto il naso.
E quando la mattina torno in casa tutto acciaccato hanno pure da ridire. Ingrati! Io che mi preoccupo di dare la sveglia all’ora giusta.
Fare il gatto di casa è proprio difficile.
Perché rimango qui? Perché qui il padrone sono io. E hanno bisogno di me.

 

Mosè
(il gatto, non il predicatore)

Parola di Mosè - firma gatto

 

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13 commenti su “Parola di Mosè

  1. Molto piacere Mosè. Una storia con un passato rocambolesco degno di un post. Scommetto che non hai raccontato tutto proprio perché sei un gentil gatto e hai omesso di dire quanto bene vuoi alla tua ultima nuova vera famiglia.
    Sono certa che appena fai due fusa a Barbara anche lei nomignolo o no si scioglie in smancerie e carezze meglio di una scatoletta.
    Buona vita Mosè.

    1. Ah beh, Mosè è un ottimo compagno di lettura. Con una mano giro le pagine del kobo, con l’altra coccolo lui. E se mi fermo, arriva il suo muso a girare le pagine! Allora? Perché ti sei fermata?? 😀

  2. Zia Bibi è un’eccellente racconta storie 🙂
    Mi piace il titolo biblico e la storia che un pò rattrista, un pò diverte e un pò ci fa pensare. È questo in fondo ciò che deve fare un racconto… Buona giornata

    1. Grazie Elena! (che adesso mi chiamerai sempre zia Bibi, vero? 😀 )
      E mentre pensavo Parola di Mosè mi tornava in mente il ritornello Parola di Jahvé su Born to be Abramo degli Elio e le storie tese! Originale, quanto questo gatto.

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