
Sentinella di Fredric Brown
e i bias cognitivi
Quello che sto per riproporvi qui è un racconto di fantascienza abbastanza famoso, viene utilizzato spesso nei corsi di scrittura creativa per mostrare come si può sorprendere il lettore, ma la prima volta l’ho incrociato durante un meeting aziendale, in una slide di una presentazione con la quale si voleva evidenziare l’importanza del punto di vista, come può cambiare notevolmente la narrazione di un evento. I miei colleghi di allora, feroci divoratori di romanzi della serie Urania, lo riconobbero subito mentre io, che leggevo classici e romance, ci cascai con tutte e due le gambe. 🙂
L’ho ritrovato poche settimane fa, durante un corso sull’allenamento del pensiero critico applicato all’uso dell’Intelligenza Artificiale sui luoghi di lavoro, corso che prometteva faville sulla carta, ma mi ha lasciato una profonda delusione proprio per la mancanza di competenze adeguate sull’Intelligenza Artificiale. Due volte ho dovuto alzare la manina e la voce per ribattere al consulente “esperto” di AI Generativa, la prima per correggere le percentuali d’errore degli strumenti di AI e la seconda per rispondere ad un collega che sì, di default ChatGPT utilizza le conversazioni degli utenti per continuare ad addestrare il modello, con notevoli rischi della privacy, a meno di opporsi con una richiesta specifica (Fonte: Portale sulla privacy di OpenAI) Chissà perché mi aspettavo che un consulente “esperto” ne fosse a conoscenza…
La parte migliore del corso verteva invece sulla valutazione delle informazioni con metodo critico, sviluppando una maggiore consapevolezza dei nostri processi di pensiero e il pericolo rappresentato dai nostri bias cognitivi, dei meccanismi del nostro cervello, ereditati dall’ambiente o costruiti dalla nostra esperienza di vita, che semplificano la realtà, la distorcono e ci fanno prendere delle grosse cantonate a livello decisionale. Non è una malattia, non è una patologia, non è un problema di intelligenza, solo il nostro cervello cerca di alleggerirci il lavoro e ottimizzare il risultato usando la nostra parte emotiva, quella delle sensazioni. Qualcosa che è insito in noi, quanto l’istinto di sopravvivenza della specie. Ed è qui che si inserisce questo racconto, calzando in maniera perfetta.
Sentinella di Fredric Brown, scrittore e giornalista statunitense, è un racconto del 1954 ed è considerato un classico della fantascienza, apparso in numerose antologie. E’ un racconto brevissimo, una ventina di righe o poco più, come molti dei testi dello scrittore. Fredric Brown scriveva anche romanzi di fantascienza e polizieschi, ma è noto per la sua maestria nel condensare storie potenti in racconti brevi, da una a tre pagine al massimo, con ingegnosi espedienti narrativi, umorismo sopraffino e finali a sorpresa per il lettore.
Aveva compreso come giocare con i bias cognitivi dell’essere umano, ancora prima che il concetto venisse studiato grazie alle ricerche degli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky degli anni ’70. La fantascienza è sempre un passo avanti!
Sentinella di Fredric Brown
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Un sole straniero dava una gelida luce azzurra, e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica.
Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo, e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale.
Stava all’erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…
Sentinella di Fredric Brown
traduzione di Carlo Fruttero da
Le meraviglie del possibile, Giulio Einaudi Editore, 1959
Ecco svelato il mistero in quelle ultime due righe: un plotter twist d’eccezione, un ribaltamento delle conclusioni che vi ha sorpreso (e forse amareggiato per via dell’inganno subito). Fin dall’inizio avete dato per scontato che a narrare fosse un essere umano, tale e quale a voi, e che il nemico dall’altra parte fosse un alieno, qualcosa di diverso da voi. Le parole sono state scelte in maniera molto precisa, dal sole straniero (e quindi siamo su un pianeta sconosciuto) ai riferimenti all’aviazione e alla fanteria, organizzazioni che sappiamo essere umane (perché crediamo che gli alieni possano essere strutturati in modo differente). Fredric Brown qui punta sulla focalizzazione interna per farci aderire emotivamente alla narrazione: quello che prova il protagonista lo sentiamo come nostro, siamo lì con lui a soffrire fame e freddo, non può essere diverso da noi. E invece…
Secondo alcuni, questo tipo di racconto si può leggere solo due volte: la prima da semplice lettore, cadendo nel tranello con ingenuità; la seconda da lettore analitico, per trovare quei punti subdoli che ci hanno ingannato, per capire se davvero potevamo accorgercene. Perché ammettetelo: subito dopo avere letto le ultime due righe, siete tornati indietro per verificare se vi eravate persi qualcosa! 😀
Non sono d’accordo sulle limitazione a due sole letture, perché qui io l’ho ritrovato dopo anni, forse un decennio abbondante, e pur ricordandolo vagamente, non l’ho riconosciuto se non poco prima della caduta. E mi è piaciuto ugualmente!
Stavolta ci ho aggiunto l’analisi della traduzione, perché ho osservato meglio quelle parole e mi sono chiesta se nell’originale l’autore avesse usato davvero riferimenti così umani. Beh, no. Dunque, nella sua versione in lingua inglese l’inganno è ancora più potente.
Ecco che sono andata a cercarmi il testo originale.
L’originale
Sentry by Fredric Brown
He was wet and muddy and hungry and cold and he was fifty thousand light-years from home.
A strange blue sun gave light, and gravity, twice what he was used to, made every movement difficult.
But in tens of thousands of years this part of war hadn’t changed. The flyboys were fine with their sleek spaceships and their fancy weapons. When the chips are down, though, it was still the foot soldier, the infantry, that had to take the ground and hold it, foot by bloody foot. Like this damned planet of a star he’s never heard of until they’d landed him there. And now it was sacred ground because the aliens were there too. The aliens, the only other intelligent race in the Galaxy… cruel, hideous and repulsive monsters.
Contact had been made with them near the centre of the Galaxy, after the slow, difficult colonization of a dozen thousand planets; and it had been war at sight; they’d shot without even trying to negotiate, or to make peace.
Now, planet by bitter planet, it was being fought out.
He was wet and muddy and hungry and cold, and the day was raw with a high wind that hurt his eyes. But the aliens were trying to infiltrate and every sentry post was vital.
He stayed alert, gun ready. Fifty thousand light-years from home, fighting on a strange world and wondering if he’d ever live to see home again.
And then he saw one of them crawling toward him. He drew a bead and fired. The alien made that strange horrible sound they all make, then lay still. He shuddered at the sound and sight of the alien lying there. One ought to be able to get used to them after a while, but he’d never been able to. Such repulsive creatures they were, with only two arms and two legs, ghastly white skins and no scales.
Sentry by Fredric Brown
from Galaxy Science Fiction magazine, 1954
Ho messo in grassetto, sia nella prima traduzione in italiano che qui nella lingua inglese, quelle parole che non mi convincevano:
– il soldato di terra è “the foot soldier” che sarebbe più il soldato semplice (senza il riferimento inconscio alla Terra degli umani);
– “col sangue, palmo a palmo” è un’espressione che richiama sia il sangue umano che il palmo proprio della mano degli uomini, mentre nell’originale “foot by bloody foot” conteneva sì il termine del sangue, ma considerava l’andatura del “passo dopo passo” (passo che può essere fatto anche con sette gambe, per quel che ne sappiamo);
– il nemico nell’originale è proprio “the aliens”, l’alieno, e in questo caso penso che la traduzione italiana sia più subdola, meno pressante e quindi molto più insidiosa;
– “coi denti e con le unghie” è un’espressione dannosa, aggiunta nella traduzione italiana non so per quale motivo, che non trova alcun riferimento in quel semplice “fought out”, combattere amaramente;
– al secondo riferimento della lontananza di cinquantamila anni-luce del piante, si traduce in italiano con il termine “dalla patria” quello che l’autore ha sempre usato, “from home”, da casa;
– “a riportare a casa la pelle” contiene un errore clamoroso di traduzione, in contrasto poi col finale che cita le squame del protagonista (e quindi niente pelle!), mentre nell’originale è solo “to see home again”, per rivedere casa;
– il cadavere è il corpo di un essere umano morto, ma nell’originale c’è solo “the alien lying there”, l’alieno disteso lì.
Che effetto farebbe dunque questo racconto con una traduzione il più possibile fedele alle scelte stilistiche dello scrittore?
Ci ho provato (ma non garantisco e chiedo perdono alla mia insegnante madrelingua Lauren 😉 )
Una traduzione più onesta
Ho voluto provare una traduzione fedele all’idea originale, senza introdurre elementi umani laddove l’autore non li ha inseriti.
Ecco il risultato.
Era bagnato e infangato e affamato e infreddolito, e si trovava a cinquantamila anni luce da casa.
Uno strano sole blu lo illuminava, e la gravità, doppia rispetto a quella a cui era abituato, rendeva ogni movimento difficile.
Ma in decine di migliaia di anni questo aspetto della guerra non era cambiato. I piloti stavano bene con le loro astronavi aerodinamiche e le loro armi sofisticate. Quando però si arrivava al dunque, erano ancora i soldati semplici, la fanteria, a dover conquistare il territorio e difenderlo, passo dopo passo, col sangue. Come questo maledetto pianeta di una stella di cui non aveva mai sentito parlare finché non lo avevano fatto atterrare. E ora era territorio sacro perché anche gli alieni erano lì. Gli alieni, l’unica altra razza intelligente della Galassia… crudeli, orribili e ripugnanti mostri.
Il contatto con loro era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di una decina di migliaia di pianeti; ed era stata guerra a vista; avevano sparato senza nemmeno provare a negoziare o fare la pace.
Ora, pianeta dopo pianeta, si stava combattendo amaramente.
Era bagnato e infangato e affamato e infreddolito, e la giornata era rigida, con un vento forte che gli faceva male agli occhi. Ma gli alieni stavano cercando di infiltrarsi e ogni posto di guardia era vitale.
Rimase all’erta, con l’arma pronta. A cinquantamila anni luce da casa, a combattere su un mondo strano e a chiedersi se sarebbe mai sopravvissuto per rivedere casa.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e sparò. L’alieno emise quello strano verso orribile che tutti loro fanno, poi rimase immobile. Rabbrividì a quel verso e alla vista dell’alieno disteso lì. Uno ci si dovrebbe abituare dopo un po’, ma lui non ci era mai riuscito. Erano creature così ripugnanti, con solo due braccia e due gambe, una pelle bianchissima e senza squame.
Sentinella di Fredric Brown
Traduzione di Barbara Businaro
L’unica parola che si può tradurre in due modi e mi mette in difficoltà, e non saprei dire qual è l’effetto voluto dall’autore, è “strange”. Può essere sia “straniero” che “strano”, riferito al mondo sconosciuto dove si trova la sentinella. Lo scrittore voleva sottolineare la stranezza o la distanza di questo mondo dal suo luogo nativo? Funzionano bene entrambi, per come lo leggo io.
Quale traduzione preferite tra le due? Quella letterale, pur essendo corretta, mi sembra togliere parte della musicalità della nostra lingua italiana. Resta comunque saldo il gioco che Fredric Brown ha usato per ingannarci tutti quanti. Credere che l’Uomo sia sempre al centro della narrazione.
Giocare con i bias cognitivi
L’efficacia di questo racconto si basa sulla presenza di bias cognitivi nel lettore, in particolare il bias di ancoraggio (cercare un punto di riferimento implicito, l’ancora appunto, per elaborare l’informazione), il bias di conferma (porre maggiore attenzione alle informazioni che confermano le nostre convinzioni, alimentando il pregiudizio), il bias di disponibilità (usare l’esperienza pregressa per valutare l’ambiente circostante), il bias di proiezione (attribuire all’altro i nostri stessi pensieri e reazioni), qui in particolare sfociando nell’antropomorfismo (considerare l’essere umano come il centro dell’universo, abbassando le altre specie o l’ignoto a una categoria inferiore e/o pericolosa).
Fredric Brown gioca con i nostri bias cognitivi, portandoci su una falsa pista: usa appositamente un punto di vista illusorio, nascondendoci parte dell’informazione, ci trascina a identificarci col protagonista, un essere che vive la guerra proprio come l’hanno vissuta in trincea alcuni di noi, lasciandoci cullare il pregiudizio che sia umano come lo siamo noi, e alla fine ribalta le nostre convinzioni, mostrandoci che l’altro ha “solo due braccia e due gambe, una pelle bianchissima e senza squame”. Dunque l’alieno, il mostro, siamo noi. All’improvviso, Fredric Brown distrugge la nostra presunzione, la nostra intrinseca superiorità morale ed estetica, svelando come la nostra percezione del diverso sia solo una stupida e fallace costruzione mentale.
Dopo di lui, in maniera forse meno eclatante, anche altri autori hanno utilizzato lo stesso espediente: portare il lettore verso una direzione, calibrando bene le parole, nascondendo alcuni particolari ed evidenziandone altri, truffaldini, per poi giungere allo stesso ribaltamento sul finale. Ci ho provato pure io, con questo mio racconto breve, per altri pregiudizi da abbattere: Dove porto il mio amore stasera?
Un altro esempio di ribaltamento tratto invece dal cinema, uno dei migliori perché lo anticipa pure all’interno della trama (si chiama depistaggio, ancora più subdolo dei racconti di Fredric Brown), è nel film A Perfect Gateway con Milla Jovovich, Timothy Olyphant e Chris Hemsworth. Gioca sempre con i bias cognitivi e gli stereotipi dei brutti e cattivi, una vera chicca, da recuperare assolutamente se non lo avete visto. Ne ho scritto qui sul blog, perché chiama in causa gli scrittori: A Perfect Getaway – Una perfetta via di fuga. Il depistaggio nella trama
Conoscevate questo racconto?
Avevate già letto Sentinella di Fredric Brown? Oppure avete incontrato qualche altro suo racconto breve?
Io sto cercando di recuperare qualche sua vecchia antologia, a questo punto sono curiosa.
Ma è probabile che, tra altri dieci anni, rileggerò di nuovo questo e ci troverò ancora qualcosa di nuovo. 🙂

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