
Il nome della rosa …senza la rosa?!
Ma chi era costei che sorgeva davanti a me come l’aurora? Bella come la luna, fulgida come il sole e terribile come un esercito spiegato in battaglia?
Il nome della rosa, Umberto Eco
Stavo scrivendo tutto un altro post (che arriverà in seguito, lo prometto), ma poi la scorsa domenica in televisione ho visto, assolutamente per caso, facendo zapping nel momento propizio, una scena dal film Il nome della rosa, con l’incomparabile Sean Connery, e subito dopo un’intervista interessante al regista Jean-Jacques Annaud, che rivelava come avesse dapprima rifiutato l’attore legato, più di tutti, alla figura di James Bond, l’agente 007 britannico. Mi ha incuriosita, perché io adoro da sempre Sean Connery, e mi sono fermata a guardare il resto del documentario, ancora più interessante.
Era una replica della puntata numero 33 di Wonderland, magazine settimanale di Rai4 dedicato alla fantascienza, al fantasy e al crime. In questo caso un episodio speciale incentrato sull’incontro straordinario tra lo scrittore Umberto Eco e il regista Jean-Jacques Annaud, che ha diretto il film del 1986 tratto dal romanzo Il nome della rosa, e della loro lunghissima amicizia nata in quel periodo.
Non credo sia necessario presentare questo romanzo di Umberto Eco, il successo de Il nome della rosa è planetario, sebbene non fosse nemmeno il libro preferito dal suo autore. Anzi, lo amareggiava un po’ perché non lo riteneva il suo miglior lavoro: “Non aspettatevi […] che io vi parli troppo de Il nome della rosa perché io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei, gli ultimi cinque sono naturalmente i migliori, ma per la legge di Gresham, quello che rimane più famoso è sempre il primo.”
Per chi non lo avesse letto o non avesse visto il film di Jean-Jacques Annaud, Il nome della rosa è un giallo storico, ambientato nel Medioevo, in un monastero benedettino del Nord Italia, nel mese di novembre, tra il freddo e il gelo. Il monaco Adso da Melk, oramai anziano e in procinto di lasciare la vita terrena, decide di scrivere (e noi stiamo leggendo il suo manoscritto ritrovato) quanto gli accadde da giovane, quando era in viaggio col suo maestro Guglielmo da Baskerville, un frate francescano inglese, arguto e curioso. Diverse morti cruente si susseguirono nel monastero e al suo maestro, con un passato da inquisitore, fu chiesto di indagare su quegli omicidi, per rintracciarne il colpevole, maligno o umano che fosse. Tra le vicende che sconvolgono il giovane Adso anche l’incontro carnale con la “rosa”, una donna povera senza nome, costretta a prostituirsi per fame ai monaci corrotti, ma che si concederà al ragazzo senza chiedergli nulla in cambio. Questa “rosa” è diventata il simbolo del romanzo nel momento in cui Umberto Eco scelse di intitolarlo “Il nome della rosa”, solamente perché tra le varie proposte era quella a riscuotere la preferenza, a chiunque chiedesse consiglio.
Si rifà anche al celebre verso di Bernando di Cluny “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (“La rosa primigenia [ormai] esiste [soltanto] in quanto nome: noi possediamo nudi nomi”), per indicare che alla fine, di tutte le cose, resta solo un misero nome.
Ricordo di avere visto il film quando frequentavo le medie, forse proprio a scuola durante una lezione rimasta scoperta, e di aver atteso le superiori per leggere invece il monumentale romanzo, rammaricandomi però che nella edizione della biblioteca non ci fosse la traduzione delle parti in latino. Conservo anche memoria del mio disappunto sul finale del libro, dove mancava quel dolce addio del giovane Adso alla sua “rosa” mentre sta per allontanarsi per sempre dal monastero (“boh, sarà scritto qua in latino e io non lo capisco…” mi sono detta). Ma ho sempre pensato che quell’amore, così giovane, ingenuo e puro, nonostante tutto, fosse centrale alla storia. In mezzo a tutta quella morte, alla brama di potere, all’invidia, alla malvagità, ancora più terribile perché proveniente da coloro che dovevano difendere l’amore di Dio, poteva nascere qualcosa di effimero ma autentico, una scintilla di vita primordiale, l’amore vero senza costrizioni di sorta. Soprattutto, con estrema ingenuità, me ne rendo conto ora, credevo che quella “rosa” fosse un piccolo tributo a tutte le streghe bruciate ingiustamente dalla Santa Inquisizione in quel periodo funesto.
La sconcertante verità la svela proprio il regista Jean-Jacques Annaud in questo passaggio, che è il motivo per cui sono andata a ricercarmi questo episodio di Wonderland in rete, per rivederlo nella segreta speranza di aver capito male:
Il finale fu probabilmente l’unico punto di disaccordo con Umberto. Anche lì lui mi disse: “Fai quello che vuoi”. Però ricordo che aggiunse: “Perché vuoi finire il film con la donna?” E io risposi: “Ma Umberto, in un film non posso semplicemente farla sparire!” Lui replicò: “Ma io l’ho fatta sparire, in modo letterario.” “Che significa in modo letterario?” risposi. E lui: “La dimentico!” “Ascolta,” gli dissi, “il tuo libro richiede 16 ore di lettura per una persona veloce. A metà del mio film, più o meno dopo un’ora, appare il personaggio della ragazza… e la voce narrante del ragazzo, ormai anziano, dice che dopo tutti quegli anni di studio, l’unica cosa che ricorda davvero è quella ragazza. Per il pubblico quella scena d’amore avrà un’enorme importanza, non puoi perderla! Se la perdi, gli spettatori penseranno “Che fine ha fatto la donna?” Questa è una regola del cinema: ogni volta che introduci un attore che ha un ruolo importante nella storia devi portare a termine il suo arco, devi chiudere la storia, per sapere cosa gli è successo. E io semplicemente non riuscivo a immaginare di fare diversamente.”

Il nome della rosa …senza la rosa?! Ma non scherziamo! Non puoi dimenticare un personaggio! Questo lo so pure io! Che poi, è l’unica donna dell’intero romanzo e l’hai pure abbandonata all’oblio?! (Qui la mia anima femminista comincia a scalpitare e sproloquiare improperi alquanto coloriti, eh!)
Dopo aver smaltito la rabbia, cerco di ragionare nuovamente sulla presenza della “rosa”. Capisco che per Umberto Eco questo libro fosse più un rompicapo letterario, espressione del suo genio nell’imbastire un romanzo giallo denso di mistero, un’ambientazione storica sopraffina, sebbene con diversi errori e anacronismi, una complessa tessitura di citazioni e referenze ad altre opere letterarie, con pure una componente esoterica. Non c’è spazio per la semplicità banale di una storia d’amore, me ne rendo conto. Ma allora perché inserire l’incontro carnale tra il giovane Adso e la sua “rosa”? Non era funzionale, men che meno necessaria, giusto un vezzo stilistico, un interludio per riprendere il Cantico dei Cantici dalla Bibbia. Poi ritroviamo Adso sconvolto per l’accusa di stregoneria verso la ragazza, che dopo un processo feroce rischia di bruciare ingiustamente sul rogo. Dopo tutto questo angustiare del nostro Adso per la sua “rosa”, non meritiamo di sapere quale sarà il futuro di lei? Si salverà? E lui proseguirà il suo cammino della fede, senza di lei?
Ha assolutamente ragione il regista Jean-Jacques Annaud: se quel personaggio interagisce col tuo protagonista, in maniera così profonda da cambiare la sua prospettiva addirittura sull’intera sua esistenza, quel personaggio, per quanto secondario, ha diritto ad avere la sua conclusione all’interno della stessa storia, e lo spettatore ha ugualmente diritto di sapere cosa farà quel personaggio verso il finale. Una regola del cinema dice Jean-Jacques Annaud. Beh, non sono d’accordo, per me è una regola di ogni storia, anche di quelle scritte.
Così ora sono qui a chiedermi: se non avessi prima visto, e amato così profondamente, il film di Jean-Jacques Annaud, anche per merito del suo finale aggiunto, mi sarei poi immersa tra le pagine del romanzo, ricercando le stesse atmosfere e gli stessi significati?
Probabilmente no. Dunque questo è uno dei rarissimi casi in cui il cinema ci regala qualcosa in più del libro.
Grazie Jean-Jacques Annaud per aver difeso l’esistenza della “rosa”.
Dell’unico amore terreno della mia vita, non sapevo, e non seppi mai, il nome.
Il nome della rosa, Umberto Eco


Comments (1)
Lisa
Giu 30, 2026 at 6:48 PM ReplyHo sempre pensato che la donna avesse un ruolo troppo piccolo per dare il nome al libro. Apprezzo la tua curiosità che dà finalmente risposta a questa annosa questione!
Ammetto anche di aver letto altri due romanzi di Umberto Eco (Baudolino e Numero Zero) e aver pensato che avesse rubato la storia de “Il nome della rosa” a qualcun altro, perché c’è un abisso tra questo capolavoro e gli altri, che ho finito a fatica.