
Terapie di Armando Bisogno
Questo romanzo, e prima ancora questo editore, è stato una delle sorprese dello scorso Book Pride Milano 2026, un incontro fortunato dovuto alla casualità di una frase dell’amica Sandra Faé che mi accompagnava in esplorazione.
Se lei non avesse buttato lì, quasi sussurrando soprappensiero, la frase “Ah, questo è un editore di Padova…”, io non mi sarei bloccata su due piedi a curiosare lo stand alla nostra sinistra di De Tomi Editore, mentre camminavamo lungo la corsia della fiera. “Ma come di Padova? Sei sicura?” le risposi io scettica, mentre scrutavo i poster appesi, le vari locandine, i dépliant sul banchetto, alla ricerca dell’indirizzo che confermasse l’affermazione. “Sì, sì, è di Padova, l’ho visto su Instagram e poi li ho conosciuti al Salone… scommettiamo?!” insiste lei. Non mi permetterei mai di scommettere con Sandra qualcosa sul mercato editoriale, lo conosce così bene che sarebbe una partita persa in partenza. Allora mi sono avvicinata e ho chiesto alla ragazza dietro al banchetto, con uno scambio alquanto divertente, dove già solo i nostri accenti confermavano la stessa provenienza. Sì, sono di Padova, ed esattamente di Cadoneghe, che è una zona a nord della provincia.
Ma non è solo questo, perché a colpirmi sono state soprattutto le copertine delle loro edizioni. In un’epoca invasa da romanzi con tristissime copertine elaborate con l’Intelligenza Artificiale, pressoché anonime per non dire eticamente ripugnanti, trovare delle illustrazioni dipinte con la tecnica, immensamente poetica, dell’acquerello fa davvero la differenza. Bellissime. Anche il banchetto ordinato, i libri organizzati per genere letterario, ogni cartaceo col suo segnalibro coordinato, i talloncini scuri con le indicazioni chiare, dimostravano una cura d’altri tempi. Aggiungiamoci poi i sorrisi carichi di entusiasmo di chi stava lì ad accogliere il lettore, nonostante – lo sappiamo bene – gestire una fiera è sempre faticoso e stressante. Dovevo assolutamente portarmi a casa qualcosa, ma era davvero difficile scegliere cosa.
Le pubblicazioni di De Tomi Editore si dividono in quattro collane: Rivelazioni, storie che abbracciano la vasta gamma di emozioni umane, ovvero la narrativa non di genere; Enigmi, opere che svelino le ombre nascoste della mente umana, ricche di suspense e mistero, ovvero gialli, noir e thriller; Universi, trame che trasportano in mondi straordinari di magia, tecnologia e fantasia, ovvero fantascienza e fantasy; Incubi, storie che tolgono il sonno, incubi densi di paura e terrore, puro horror. Non so perché, ma avevo voglia di un poliziesco, probabilmente anche per compensazione rispetto agli altri acquisti già fatti alla fiera. Così mi sono avvicinata alla parte dedicata agli Enigmi e la ragazza mi ha suggerito questo romanzo, un commissario di Polizia costretto a una terapia psicologica particolare: scrivere!
Come indicato sul sito dell’editore, Terapie di Armando Bisogno non è il solito poliziesco violento con inseguimenti e sparatorie, non ci sono assassini feroci, cadaveri sminuzzati, sangue che scorre in ogni pagina. Niente di tutto questo. Ci sono casi di normale quotidianità, incidenti misteriosi, malintesi verbali, pestaggi e soprusi, avvelenamenti accidentali e morti ahimè naturali. Proprio per questo, sono episodi molto più vicini a noi lettori. Perché il romanzo si chiami “Terapie” lo si scopre proprio leggendo, non solo per le condizioni psicologiche del suo protagonista, ma perché in fondo, un po’ tutti gli accusati avrebbero necessità di un aiuto.
Se volete dare una sbirciatina a questo Terapie, alla scheda del libro sul sito dell’editore, trovate un breve estratto delle prime 13 pagine del romanzo. Qui invece vi racconto le mie impressioni, che di terapie per mezzo della scrittura ne so qualcosa. 😉

Le terapie del Commissario Malversi
Il protagonista di questo romanzo è il commissario di polizia Andrea Malversi, cinquant’anni, al momento single e con una figlia adolescente, Laura di sedici anni, mentre la madre della ragazza, dapprima contraria al loro matrimonio, si è poi sposata con un altro uomo. Forse proprio per la mancanza di una donna al suo fianco, Malversi si sente inadeguato come padre, incapace di stabilire un confine chiaro tra la responsabilità di genitore, quella di poliziotto e la necessità di rimanere da solo con se stesso, di tanto in tanto.
«Papà, il problema è che a volte tu non ti rendi conto di essere un pezzo di una rete. Un pezzo importante. Sembra che tu pensi alla tua vita soltanto come una specie di videogioco in cui devi portare a termine certe missioni».
“Un’immagine perfetta che sarebbe piaciuta tantissimo al mio terapeuta”, pensò il commissario.
«Ok. Parliamo di questa cosa. Mi dispiace per stanotte. E per stamattina. Forse ho esagerato. Anzi, sicuramente ho esagerato. Ma non mi sembra di essere un irresponsabile. Non vado al lavoro tutte le mattine? Non faccio la spesa? Non cucino? Non pago le bollette? A me sembra che faccia tutto quello che devo».
«E infatti, proprio di questo sto parlando. Quando ti ho detto che sei un irresponsabile non intendevo dire che non pensi a me, alla casa, al lavoro o agli amici ma che ci pensi, come dire, male.[…]
Dovresti smetterla di pensare agli altri soltanto come impegni da rispettare per senso del dovere, tutto qui. A volte ho l’impressione che per te siamo tutti solo delle trottole e che passi la vita cercando di dare un colpetto a tutte prima che si fermino, perché qualcuno ti ha detto che il senso della tua vita è questo: non farci cadere. Così fai finta di non capire che abbiamo bisogno anche di altro. Abbiamo bisogno di sentire che, quando fai delle scelte, noi ci siamo e ci siamo come persone alle quali vuoi bene, non solo come doveri da assolvere.
Ad aiutarlo al commissariato della cittadina di Fossa Etrusca, nella sconosciuta provincia di Lirino, c’è la sua squadra di angeli custodi, l’agente Tonino, soprannominato “per sempre”, e il vicecommissario Graziella, definita “non ancora”.
I capelli e la barbetta, rossi come il radicchio che il padre ancora coltivava a Motta di Livenza in provincia di Treviso, incorniciavano il faccione gentile dell’agente Modun Antonio detto Tonino, trentacinquenne veneto emigrato a sud per un grande amore poco corrisposto, sposato male e divorziato peggio.[…]
Tonino era la devozione fatta ragione di vita. Il commissario era sicuro che, in cuor suo, Tonino avesse deciso che sarebbe rimasto fedele per tutta la vita alla sua ex moglie. Quella stronza, avrebbe aggiunto Malversi. Viveva il lavoro da poliziotto con un’abnegazione totale, come se dalla sua puntualità al mattino o da come metteva in ordine i fascicoli dipendesse la salvezza dell’umanità. Era un ossessivo placido, nel senso che custodiva ogni cosa della sua vita con un ordine maniacale ma senza pretendere che gli altri attorno a lui facessero lo stesso. Lui ne aveva bisogno come disciplina personale ma tollerava con sapienza trevigiana quelli come Malversi, che invece vivevano nelle bolge dell’entropia.
Il vicecommissario Gazzaroti Graziella allontanò dagli occhi la frangetta che il parrucchiere le lasciava sempre di due centimetri più lunga del dovuto e cominciò a fare il punto mentre le gambe, accavallate in jeans a zampa, lasciavano intravedere dei calzini corti fantasia arcobaleno leggermente scoloriti ma comunque in pendant con la maglia a collo alto a righe, regalata dall’eterno fidanzato Bruno.[…]
Il vicecommissario Gazzaroti era, invece, una specie di principessa delle favole dolce e sfigata. Vestiva in modo sempre improbabile, quasi come se cercasse il giusto equilibrio tra elegante e casual finendo per dar vita a un mix di abiti, colori e accessori un po’ clownesco, che però indossava con grande nonchalance. Ogni tanto arrivavano in ufficio mazzi di rose di supporto all’ennesima, inutile proposta di matrimonio di Bruno, un povero cristo che faceva l’autista di autobus, l’amava da tanto ma la capiva poco. Il punto era che Graziella non aveva mai deciso cosa fare da grande, ma viveva con
serenità questa condizione di perenne imperfetta ed evitava le paranoie ansiogene di quelli come Malversi, che si sentivano sempre degli impostori della vita.
Questo libro raccoglie quattro indagini del commissario Malversi, non esattamente legate tra loro, anche se seguono un ordine cronologico specifico. Vi lascio solo qualche indizio, per stuzzicare il vostro interesse e invitarvi alla lettura.
1. Catastrofi
Al monastero di Santa Cecilia, arroccato sulla montagna che sovrasta Fossa, è scomparso il confratello Barnaba, senza lasciare alcuna traccia. L’arcivescovo in persona ha richiesto aiuto al questore, che ha incaricato direttamente Malversi di indagare. Nel frattempo, il professor Spiri, classe 1952, in pensione dal Liceo Classico dove hanno studiato quasi tutti lì a Fossa, chiama in commissariato dicendo di aver avvelenato la moglie con il caffè…
L’abate fece segno a Malversi di seguirlo fuori.
«Così se vuole può fumare» disse sedendosi.
«Si sente tanto la puzza?»
«Abbastanza. Soprattutto se fuma quella robaccia industriale».
Malversi lo guardò sorpreso.
«Mi aspetti un attimo qui» aggiunse l’abate alzandosi e tornando nella cella. Dopo qualche minuto, uscì fuori con una scatola di legno liscia e senza decori, ma comunque molto raffinata. La poggiò sul tavolino davanti a Malversi e si sedette.
«Coraggio, apra».
Malversi obbedì come un giovane oblato. Nella scatola, disposti verticalmente e ordinati per misura, c’erano a dir poco trenta sigari, alcuni cubani e molti nazionali che non aveva mai visto in vendita. C’erano almeno cinque Montecristo n. 2, un paio di Davidoff Nicaragua Toro e altrettanti Cohiba. L’abate prese un Behike e cominciò ad annusarlo. Malversi non era un tabagista maniaco, ma sapeva che quel sigaro non poteva costare meno di quattrocento dollari.
«Lo proviamo?» chiese l’abate, sottraendo il trincia sigari allo sguardo perplesso di Malversi. «Commissario, siamo monaci, non fanatici. Se Dio ha inventato il tabacco e il fuoco, non vedo cosa ci sia di male a unire due cose così belle. Del resto, ognuno contribuisce alla vita della Chiesa come può. C’è chi preferisce regalare sigari, invece che lasciare soldi nelle cassette delle offerte».
2. Schiavi
Alle palazzine, edilizia popolare degli anni ’60, un camionista di cinquantasette anni ha tentato il suicidio buttandosi dal terzo piano. Ma qualcosa non torna. Tutti conoscono l’uomo, un tipo sempre allegro, che aiutava molto la comunità, una bella persona. Possibile che la paura del licenziamento l’abbia davvero portato a un gesto estremo?
«Tonino, ancora? Non la puoi difendere la cazzata che hai fatto, vuoi capirlo o no?»
«Non la voglio difendere dottore però…»
«Però niente Tonì. Però niente. Noi non siamo i giustizieri della notte. Io non sono l’Uomo Ragno e tu non sei Hulk. Non possiamo fare il cazzo che ci pare e picchiare la gente, per giunta senza lo straccio di una prova che abbiano commesso un reato! Questo non significa che non avrei preso a bastonate nelle ginocchia anche io quel biondino che mi parlava con quella spocchia del cazzo. Però se cominci a dare mazzate solo perché ti fanno saltare i nervi, diventi proprio come loro e a quel punto, Tonì, è tutto finito. È tutto finito».
3. Maestri
Questa è la mia preferita, davvero una piccola opera d’arte! Alle 3.00 di un venerdì notte il professor Luzi viene sorpreso all’interno della scuola, con sedici studenti, alcuni ancora minorenni, con tre grammi di erba, una bambola gonfiabile e due casse di birra. E dichiara che è una delle sere più belle della sua vita! Tocca proprio a Malversi raccogliere la sua lunga deposizione. Comincia tutto con un certificato medico…
Il segretario continuava a guardarmi, fino a che non mi ha chiesto, molto imbarazzato e scambiandosi occhiate con gli altri impiegati ‘Ma…è vero quello che dicono dall’ospedale?’. Li ho fissati a turno. Che avevano mai potuto dire dall’ospedale? Un infarto è un infarto, no? È il cuore che si ferma e poi riparte. Che c’era da aggiungere? Nulla, no? ‘In che senso?’ mi è sembrata la cosa meno stupida da dire. Il segretario ha prima mormorato un imbarazzato ‘Professore…’ e poi, dopo aver cercato di decifrare la mia faccia impassibile, ha aggiunto ‘forse non si ricorda più nemmeno questo. Legga qui’ e mi ha allungato un foglio che altro non era se non le dimissioni dell’ospedale, con la mia anamnesi completa, diagnosi, terapie e prognosi. Ho notato, sia detto per inciso, che era fin troppo dettagliata per essere una semplice comunicazione di dimissioni. Comunque, in cima al documento la parola anamnesi era cerchiata ed evidenziata. Una volta letto tutto, ho alzato gli occhi e non sono riuscito a essere più prolisso di un ‘embè?’. Lì è cominciata la farsa vera. Ora le leggo quello che è successo. Il segretario mi guarda e, serio serio, mi dice: ‘Ma come embè… professore…’ Pausa. ‘Qua sta scritto che voi avete avuto una anamnesi completa!’. La cosa ha cominciato ad apparirmi fastidiosa e ho insistito ‘Ripeto. Embè?’. ‘Ma come embè? Leggete, leggete: a-n-a-m-n-e-s-i-c-o-m-p-l-e-t-a! Significa che per quella botta tremenda vi siete dimenticato tutto! E mica me lo sono inventato io!’».
«Cioè, mi faccia capire. La sua segreteria aveva…»
«Confuso una semplice anamnesi con una tragica amnesia, proprio così».
«Sta scherzando?»
😀 😀 😀
4. Ricordi
Malversi torna per un paio di giorni a Roccarotonda, nella casa di famiglia della madre e dei nonni, invitato da Giorgino, il sindaco del piccolo borgo. Un invito però interessato: la vecchia cava è stata espropriata per installare un ripetitore 5G, così da portare tecnologia, servizi e turismo in quel piccolo paese a rischio estinzione. Alcuni incidenti hanno bloccato i lavori e Giorgino chiede l’aiuto di Malversi.
«Ti ricordi quando sono stato male, poco dopo la morte di mio nonno? Quelli che venivano a trovarmi mi dicevano tutti ‘non preoccuparti che Alfio ti guarda e ti protegge da lassù’. Che sarà pure vero, non dico niente. Però onestamente preferisco pensare che mio nonno mi guardi, ma non da lassù. Mi guarda da qui dentro», indicò la testa con le due dita tra cui stringeva la sigaretta accesa. «Mio nonno sta qui, nelle cose che mi ha insegnato, in quelle che abbiamo fatto insieme. Anche in quelle per cui l’ho odiato, vaffanculo. Quando vengo qui penso solo a questo. Solo i ricordi restano. I riti. Le cose che hai costruito. Due cose devi fare nella vita tua. Cercare di essere felice e intanto costruire cose belle. Perché per quelli che resteranno io non sarò un’anima ma solo ricordi, quando non ci sarò più. Perciò devi fare cose belle. Per lasciare ricordi. Tu fai cose belle, Andrè? Cose che qualcuno ricorderà quando te ne sarai andato?»
Quest’ultima indagine mi ha incuriosito sui luoghi del romanzo. Fossa Etrusca è infatti un nome di fantasia, così come la provincia di Lirino. Esiste però il comune di Fossa, in provincia dell’Aquila in Abruzzo, e guarda caso vicino si trovano Rocca di cambio e Rocca di mezzo, così simili a quelle Roccarotonda e Roccadisotto (dispregiativo di Rocca Marina), seppure senza il mare di mezzo. Tutte non troppo lontane da Roma, in fondo, che viene nominata come la grande città dove cercare realizzazione e successo. Quindi lì mi sono immaginata la narrazione, forse un pochino spostata verso le Marche, nelle zone che talvolta scelgo per le mie vacanze estive.
Al termine di ogni indagine, scopriamo da un post scriptum che questi racconti sono scritti direttamente dallo stesso Malversi, come forma terapeutica, insieme a 25 mg di Valdoxan da prendere ogni sera, contro la depressione. Sono esattamente le sue “Terapie”, titolo del libro, comprese le sue personali riflessioni sui casi appena risolti.
Il pregio di questo romanzo è l’umanità, la sua forza e le sue fragilità mescolate con un tocco di malinconia. Ci sono quei personaggi caratteristici, che riconosciamo un po’ tutti come parte della nostra infanzia, e qui vengono tratteggiati in maniera quasi poetica: il religioso integerrimo e quello corrotto, il professore in pensione, avvelenato dalla vita, e quello a scuola, avvelenato dall’ignoranza della scuola, gli amici fraterni che ti ubriacano ma ti salvano anche dalla solitudine, il barista filosofo e acuto osservatore della natura umana.
Questo posto rende immortali, te l’ho sempre detto. Vedi?» indicò le sedie fuori dalla vetrina, sulla strada. «Quello è il mio osservatorio sul mondo. Il mondo di Roccarotonda, dirai. Beh, sì. Un posto del cazzo, certo, ma comunque un posto in cui ci sono le stesse follie del posto del cazzo in cui vivi tu. Sono come mio nonno, Andrè. Sto in trincea e prendo nota. Bevo, mi siedo e guardo gli altri e tutta la roba che si portano dentro. Cose meschine mischiate ad aspirazioni più grandi di loro. Sangue, merda, sogni e qualche incazzatura. E poi l’alcol mi difende da ogni forma di partecipazione sentimentale. Me ne fotto, per dirla in breve. Me ne fotto se sono felici o tristi. Se uno di loro muore o vince la lotteria. Tanto per loro sono solo un alcolista che forse nemmeno li guarda. Io invece li osservo con attenzione, ma anestetizzato dall’alcol e imparo ogni giorno qualcosa su come sono fatto io, guardando come sono fatti loro. È come in guerra, Andrè: ogni giorno c’è una battaglia nuova».
Il blues di Andrea Malversi
Già nella prima parte del romanzo, scopriamo un Andrea Malversi inedito andare in onda ogni domenica sera in una radio locale: “Every week I have the blues. Il blues raccontato” è uno spazio piccolo, appena 15 minuti, gestito assieme al suo amico Lello Aversano.
E vi dirò che questi inframmezzi di storia della musica blues (non è un genere, ma una forma musicale, adesso lo so), la geografia del blues nel territorio americano, soprattutto del rapporto del blues con le donne e delle donne con il blues, mi sono piaciuti parecchio, nonostante siano fuori contesto rispetto alle indagini di Malversi. Ci mostrano però il suo carattere, le sue improvvisazioni, pure le sue intuizioni, come se risolvere un caso di polizia non sia poi tanto diverso dal suonare un blues, senza uno spartito preciso.
Le canzoni citate in ogni puntata di questa trasmissione radiofonica sono raccolte in alcune playlist su Spotify che Malversi invia al suo amico e psicoterapeuta Giacomo, noi le troviamo in ogni post scriptum a fine indagine come link da cliccare (sulla versione ebook) o come QR code da inquadrare (sul cartaceo del libro).
Ecco quindi la musica blues preferita di Andrea Malversi. Non l’ho ascoltata durante la lettura del romanzo, perché esigo il silenzio mentale e queste parole cantate mi avrebbero distratto troppo. Ma é qui in sottofondo, mentre scrivo questo articolo. 😉
Terapie. Catastrofi (Malversi/1)
https://open.spotify.com/playlist/5amxhLA3NR9T6DSVuSbY0D
Terapie. Schiavi (Malversi/1)
https://open.spotify.com/playlist/2KVpjnM3Bpz40Ml8HY4PjD
Terapie. Maestri (Malversi/1)
https://open.spotify.com/playlist/2qy1XT8vV7dhwQwAHwuOpK
Terapie. Ricordi (Malversi/1)
https://open.spotify.com/playlist/4xQc8k0QbgYhr7CjYAIxa2
Le cassette 1990-1991
https://open.spotify.com/playlist/0bQd4791uqnKH15ZMT6NHn
Ma senza avere il romanzo con i link e i QR code sotto il naso, potete andare a spulciare le playlist sotto il profilo pubblico di Armando Bisogno su Spotify (e così io ho fatto! sono una lettrice parecchio curiosa…): https://open.spotify.com/user/si97repvnblypn3ogx8q11vtj
Potete pure ascoltare (in anteprima, se non avete ancora acquistato il libro) di tutti i brani citati in Mosaici, il secondo romanzo sulle indagini del commissario Malversi, questi in un’unica lunga raccolta:
Mosaici (Malversi/2)
https://open.spotify.com/playlist/0qjSxATsDqAGHt7URigbQR
Troverete quest’altra misteriosa playlist, con una copertina sempre acquerellata e quel Malversi tra parentesi tonde. “Paure” era un racconto rilasciato gratuitamente a luglio 2024, un mese dopo la pubblicazione del primo romanzo. Purtroppo non sono riuscita a rintracciarlo, me lo sarei letta volentieri.
Paure (Malversi)
https://open.spotify.com/playlist/3MqWTq5FYlORanojLM9Gl0
Soprattutto, in questo ultimo elenco, c’è il mio caro John Mayer, le cui canzoni sono anche nella colonna sonora del romanzino ino ino che sto scrivendo io (e sì, ho cominciato la stesura, lo scorso mercoledì! Ma questa è un’altra storia… 😉 )

L’autore Armando Bisogno
(non è uno pseudonimo!)
Ebbene sì, io ero davvero convinta che Armando Bisogno fosse uno pseudonimo per la pubblicazione, perché “terapie” e “bisogno” insieme mi sembravano un conveniente gioco di parole. Invece Armando Bisogno è il vero nome dello scrittore, che è pure filosofo e professore, insegna niente meno che Storia della filosofia medievale all’Università di Salerno, attualmente anche Direttore del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale. Musicofilo abbastanza onnivoro, come avete visto dalle sue playlist su Spotify, chitarrista dilettante (anche se non ne ho trovato traccia), appassionato da sempre di tecnologia, di letteratura (su Instagram si definisce “Italocalvinista della parola”), di videogiochi proprio il suo commissario Andrea Malversi e pure scacchi.
Potete leggere di lui sul suo sito personale www.armandobisogno.it, ben strutturato e ricco di contenuti. Trovate le sue ricerche sulla filosofia dell’alto Medioevo, su Agostino e il rapporto tra politica, religione e filosofia, nonché alcune pubblicazioni gratuite e aperte alla contribuzione, anche una sezione blog interessante, chiamata Post | scriptum. E per me, che mi sono iscritta da poco alla piattaforma, anche uno spazio su Substack, la newsletter Macchine Pensanti, dedicata a una lettura “umanistica” delle nuove tecnologie e in particolare dell’Intelligenza Artificiale (anche se sono in disaccordo con alcuni concetti, come paragonare word processor, correttori ortografici e software di traduzione automatica agli attuali strumenti di IA, è tecnicamente proprio sbagliato, risorse e impatti sono proprio fuori scala).
Particolare anche il suo podcast Parole scelte su Spotify, perché ogni volta che parliamo scegliamo cosa e quanto mostrare di noi, e in questi episodi Armando Bisogno parla dei libri letti e di come quelle parole lo hanno colpito. Come professore di Filosofia, partecipa anche al laboratorio Filosofia al Presente, progetto di terza missione e di divulgazione filosofica, e contribuisce alle pubblicazioni di Dispositivi filosofici, una collana di monografie completamente open e con public review.
Insomma, è uno impegnato su diversi fronti, in questo mi somiglia parecchio. Si dice essere poliedrico, questo aggettivo me lo porto addosso da un po’. 😉
La scrittura ha sempre fatto parte del percorso professionale di Armando Bisogno, ma perché ha deciso di avventurarsi nella scrittura creativa? Da dove arriva questo commissario Malversi e questa idea delle Terapie?
Lo scopriamo in questa Intervista all’autore sul blog A tutto Volume Libri con Gabrio, book blogger molto seguito su Instagram al profilo @gabrio_a_tuttovolume_libri
‘Terapie’ è nato in un momento della mia vita nel quale avevo bisogno di prendermi cura di me, di creare uno spazio nel quale dedicarmi ai miei pensieri. Perché per me la scrittura è, prima di ogni altra cosa, una terapia rivolta a me stesso; è il modo con il quale do forma alle riflessioni che si accumulano e si sovrappongono e che, quando poi finiscono sulla pagina, riesco a ‘leggere’ in modo compiuto.
In effetti, Terapie non è un romanzo poliziesco come tanti altri, offre molti più spunti di discussione profonda, sulla vita, sulla religione, sull’umanità, sulle paure e le fragilità che si nascondono tanto nelle vittime quanto negli indagati. Ora sono curiosa di leggere il secondo romanzo Mosaici, che prosegue le vicende del commissario Malversi.
Oltre che sul suo sito personale, potete seguire lo scrittore Armando Bisogno su Instagram al suo profilo @arbisogno
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L’editore De Tomi
Voglio spendere un paio di considerazioni anche per l’editore De Tomi, che mi ha fatto davvero un’ottima impressione.
Sono decisamente giovani nel panorama editoriale, sono “nati” solo nel 2023 e inseguendo un sogno, che di questi tempi è quanto mai azzardato. Potete leggere la loro avventura, un briciolo di pazzia mista a tanto coraggio, in questa lunga confessione: Siediti, devo raccontarti una storia
Ecco, partiamo dal loro sito: il mio lato webdesigner (sì, avrei anche quella competenza, come informatico senior) apprezza moltissimo l’attenzione che ha messo l’editore in questa vetrina online, dove c’è davvero tutto, prontamente disponibile, scritto chiaramente. Ci sono siti di case editrici, anche big, che fanno davvero pena, sono impossibili da navigare, e non per motivi tecnici. Non si tratta di investimento in denaro, quanto di progettazione e aggiornamento continuo, nell’interesse dei lettori, e dunque delle proprie stesse vendite (e anche gli autori immagino ringraziano, no?)
Sempre sul sito si trovano poi spunti davvero accattivanti: un Test del libro per aiutarvi con alcune domande a scegliere la prossima lettura; una Academy con alcuni corsi per scrittori, per perfezionare l’editing o la promozione; una sezione Notizie, con le interviste agli autori, le fiere in programmazione ma anche alcuni articoli di riflessione sul mercato editoriale (uno fra tutti, Editoriale: l’annosa questione dei “libri costosi”); il Premio De Tomi rivolto a opere edite, sia da altre case editrici che in self-publishing, o inedite; la Fantafiera, un gioco a punti per prevedere le vendite al Salone del Libro di Torino (qualcosa di simile al Fantacalcio, credo); la Foresta di De Tomi Editore, perché per ogni libro venduto si impegna a far piantare un albero, tramite l’organizzazione internazionale Tree-Nation.
L’edizione cartacea dei loro libri è altrettanto curata: carta spessa e profumata (lo so, lo so, che stereotipo il profumo della carta, ma ci sono alcune edizioni che puzzano di chimico), pubblicate da Rotomail e distribuite da Terminal in cartaceo (StreetLib invece in versione digitale). Le illustrazioni delle copertine, così come pure le immagini del sito web, sono realizzate con la tecnica dell’acquerello, grazie all’artista Ann Nadine Van Mierlo, autrice anche di libri illustrati per bambini (e padovana pure lei! 😀 ) La trovate sul suo sito www.ann-nadine.com e su Instagram al profilo @ann.nadineart
Anche quelle copertine lì mostrano un approccio davvero differente di fare editoria.
In tutto questo ci vedo innovazione, fantasia, entusiasmo. Caratteristiche che rischiano di perdersi col tempo e la stanchezza (forse anche le altre case editrici erano nate con questo spirito e poi l’hanno perduto negli anni). Il mio augurio, da conterranea, è di mantenere questa freschezza, non mollare mai il timone. 🙂
Un altro Commissario?!
Immagino quello che state pensando: c’era proprio bisogno (Bisogno!) di un altro commissario?
Beh, secondo me, sì. I commissari, gli investigatori, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, i medici legali e pure le vecchiette impiccione, i pensionati al bar o i ristoratori detective non sono mai abbastanza, tanto nella letteratura che nella realtà quotidiana.
Anche se accomunati dallo stesso ruolo, sono personaggi sempre diversi, ognuno con storie altrettanto differenti da raccontare, e soprattutto misteri da risolvere, a modo proprio.
Non ci stancheremo mai di leggerli e di scoprirne di nuovi. 🙂

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