Luglio col bene che ti voglio... Ciabattine in valigia!

Luglio col bene che ti voglio

Quanti di voi in questi giorni stanno canticchiando questa melodia per il mese di Luglio?
Io finisco sempre la strofa con “ahi ahi ahi ahi ahiiii” e un sospiro di stanchezza. Luglio, col bene che ti voglio, ma qui sono disastri e dolori. Vuoi darmi un po’ di tregua?!
Ai primi di maggio vi avevo raccontato dell’anno cominciato con diverse tempeste sovrapposte, in questo mio post sull’utilizzo di Una Lista della Gioia per la Scrittura Sembrava dovesse finire tutto proprio verso la metà dell’anno, con finalmente padre Giove a favore nel cielo di noi intrepidi Sagittario. E invece no, gli intoppi continuano a susseguirsi, come se la tempesta mi stesse seguendo al pari della nuvoletta di Fantozzi, ma molto più estesa, ovviamente.
Per cui mi sto chiedendo se questo 2026 non sia un anno di sfida alla mia pazienza, se qualcuno lassù non mi abbia iscritto, a mia insaputa, a una challenge di sopportazione degli imprevisti, delle continue brutte sorprese che si accavallano l’una con l’altra in una gara a contendersi la mia esplosione di rabbia. Che poi tanto non serve a niente e occorre invece proprio la calma per riuscire a sbrogliare le situazioni complicate.
Oltre agli interventi straordinari del condominio dove viviamo, in perenne ritardo grazie alla lentezza bradipica del nostro amministratore, avevamo programmato anche dei lavori nella nostra proprietà privata, diverse cosucce da sistemare, niente di eclatante, ma ci siamo già incastrati ai primi due. Dopo un anno intero di showroom e rappresentanti vari che spariscono al preventivo, quando chiedi delucidazioni sulle misure prima di procedere all’ordine, avevamo finalmente trovato come e quando cambiare la cabina doccia del bagno, oggetto delicato e parecchio costoso, scelto proprio per metterci al riparo da sciagure annunciate. Nonostante tutte le mie precauzioni, da tre mesi abbiamo una bellissima cabina doccia che perde acqua proprio quando hai terminato di lavarti e non si capisce perché. Anzi, il mio sesto senso, la motivazione continua a mostrarmela nella mia testa in una scritta al neon a caratteri cubitali. Ovviamente, quando le cose vanno male, i responsabili si dileguano, fingendo di non leggere le mail e negandosi al telefono. Così siamo arrivati alle minacce di intraprendere le vie legali prima di pianificare un sopralluogo. Un altro piccolo lavoretto era la recinzione del mio scalcagnato giardino privato, trenta metri lineari se ci sono tutti, che volevamo finalmente sistemare con dei bei pannelli coprenti, per la privacy, dato che dopo una riqualificazione del quartiere siamo esposti a una via di passaggio. Vorrei potermi stendere al sole a leggere un libro senza espormi al pubblico ludibrio, sia della sottoscritta che del romanzo stesso s’intende. Dopo tanto peregrinare, anche qui mi sembrava di aver rintracciato un’impresa edile decente, anche se che mi avevano fissato un appuntamento e io sono rimasta mezz’ora ad attendere invano, quando poi al telefono mi si risponde “Ci siamo proprio dimenticati!” Vabbè, la giornata storta capita a tutti. Però dopo la verifica in loco, anche questi si sono volatilizzati. Puff! Dovevano mandarmi un preventivo via mail e invece silenzio. Non rispondono al telefono, non rispondono ai messaggi. Ma dove accidenti è finita l’educazione?! Se non si vuole un incarico, per mille diverse ragioni imprenditoriali che ignoro, tra cui anche un lavoro microscopico rispetto alle loro economie di scala, basta dirlo con sincerità. Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Ma in questo ultimo anno sto osservando solo tanti professionisti che davvero non meritano più questo nome. Sono davvero cresciuta in un’altra epoca, dove la serietà si dimostrava innanzitutto nella relazione umana col cliente.
Siccome poi non mi faccio mai mancare nulla, dopo una lunga, doverosa sospensione, nella medesima settimana sono incappata nella nuova terapia ormonale (sì, lo dico senza vergogna: sto combattendo la perimenopausa e non intendo indietreggiare) e nel nuovo piano di nutrizione (non si chiama più “dieta”) a ridotto contenuto di carboidrati. Se la prima è un farmaco con un bugiardino grande come un poster musicale, la seconda è un documento di 17 pagine da leggere, studiare, misurare, pesare e soprattutto capire cosa comprare al supermercato, tra le lamentele del resto della famiglia, che loro mica stanno in “dieta”, appunto. Ci ho messo due pomeriggi a comprendere come scardinare completamente le mie abitudini alimentari, molte delle quali sbagliate ed ereditate da vecchie concezioni famigliari. Il primo impatto è stato destabilizzante, ora va un po’ meglio, anche se sono ancora un vampiro assetato di carboidrati e quindi mi dovete nascondere cracker e grissini. L’altro giorno poi mi stava per cadere una nocciolina, dei miei 25 grammi di frutta secca giornaliera, e i colleghi mi hanno visto saltare sulla sedia come Gollum rincorre “il suo tesssssoro”. La felicità poi nello scoprire che avevo sbagliato i calcoli e mi spetta una fetta di pane da 70 grammi anche durante il pranzo, e non solo alla cena!
Vorrei dire che mi sto ancora consolando con la scrittura, e in parte è così. A fine aprile sono finalmente ritornata a mettere le mani sul mio romanzetto etto etto, nome in codice IPDP (qualcuno dice “I Ponti Di Padova” ma non c’è il nome della città nel titolo 😛 ) Ho ristampato tutto il materiale, che la scorsa estate ho riordinato, terminando quella che è la struttura della storia, dal primo capitolo fino all’epilogo, con tutto quello che c’è nel mezzo ancora da scrivere. Adesso procedo leggendo un capitolo alla volta direttamente dal cartaceo, inorridendo al mio stile di oltre un decennio fa, ma sorprendendomi ancora per la bellezza di alcune scene e dei miei due protagonisti. Dopo aver riempito i fogli di note a margine, torno al computer e rivedo quello stesso capitolo sul file di Word, continuando la fase di editing o scrivendo la prima bozza di ciò che manca del tutto. Cerco di non farmi prendere dall’ansia pensando a tutto il lavoro che mi attende, perché il rischio è di bloccarmi di nuovo. Posso dire di procedere con la stessa calma di Virginia Valian, anche se Il potere di 15 minuti sperimentato da lei è diventato per me il potere di un pomeriggio alla settimana, un paio d’ore circa.
Però ci sono giornate di questa estate in cui fa davvero troppo caldo, e sono mentalmente troppo spossata per restare alla scrivania a scrivere, con i polsi appoggiati alla tastiera del portatile rovente. Anche questo mi fa molta rabbia. Rimpiango le estati della mia gioventù, dell’Anticiclone delle Azzorre che ci assicurava il sole per la spiaggia, ma pure il cardigan per uscire la sera. Si parlava del surriscaldamento climatico ancora quando ero alle elementari io, diversi eoni fa. Cosa abbiamo fatto nel frattempo? Come ci siamo mossi di fronte a questo rischio? Si vede che i nostri politici attuali sedevano all’ultimo banco e giocavano con temperino e matita o con i soldatini di piombo nascosti nell’astuccio. Intanto però adesso ci siamo e no, questa non è l’estate come lo è sempre stata, e la soluzione non è vivere attaccati al climatizzatore perché nemmeno a notte fonda si riesce a trovare un po’ di refrigerio. I Caraibi vanno bene solo per una settimana di villeggiatura, mentre io sono nata in dicembre tra il ghiaccio e la bruma.
Luglio col bene che ti voglio, ma un po’ meno afa almeno, no?!

Nel mentre leggerete questo post però, io sarò in viaggio. Un tragitto lungo, tra treno, navetta e sì, di nuovo l’aereo mannaggia, e poi ancora bus e taxi. E no, non ho messo le ciabattine da spiaggia in valigia, ma ci sono le scarpe da workout, gli scarponcini da escursione (perché il weather forecast ci avvisa di “Light rain and a gentle breeze”) ma soprattutto il tacco 12 regolamentare. Vado a respirare un po’ di aria fresca e ricaricare le mie energie. Ne ho davvero un bisogno estremo.
Luglio m’ha fatto una promessa…

 

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Comments (1)

Marco Freccero

Lug 22, 2026 at 5:01 PM Reply

Per caso la destinazione del viaggio è… La Scozia?

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