Sei cappelli per pensare - Il pensatore di Rodin

Sei cappelli per pensare (e scrivere)

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io.
Luigi Pirandello

Quando una persona si sente giudicata da noi per le sue scelte, incompresa nelle sue difficoltà, l’espressione più comune è “Mettiti nei miei panni!” O nelle mie scarpe, come dice Pirandello. Quel che ci sta chiedendo è di immedesimarsi nelle sue condizioni per poi capire i problemi che la attanagliano dal suo punto di vista. In sostanza, ci sta invitando a cambiare prospettiva. Il pericolo di condannare un comportamento esiste anche nella scrittura, quando l’autore racconta il personaggio secondo le proprie personali idee.

Ne avevamo già parlato tempo fa, con il guest post Scrittura e cambio di prospettiva di Marco Freccero, ricordate? E proprio allora mi tornò in mente di avere in libreria un libricino particolare, che non avevo ancora letto, solo sbirciato, per aiutarci a pensare in maniera diversa di fronte a una decisione. E questo dovrebbe avvicinarci di più al nostro personaggio, mettersi nei suoi stessi panni.

Cosa c’entrano i cappelli allora? Beh, cambiarsi il cappello è più semplice (e profumato) di cambiarsi le scarpe! (o le mutande! 😛 )
No, davvero l’idea dei cappelli è un’altra: le foto del secolo scorso e i primi film in bianco e nero ci riportano immagini dove tutti indossavano il cappello. Di diversa dimensione e fattura, sia maschili che femminili, difficilmente si usciva di casa senza un cappello. Non serviva ovviamente a protezione del capo, quanto piuttosto a definire un ruolo o un classe all’interno della società. Al giorno d’oggi, l’usanza non è più diffusa, anche se permangono alcuni tipi di cappelli: quello dello chef, quello del comandante di vascello, quello del pilota d’aereo, quello del ferroviere, quello del pompiere, quello del poliziotto e del carabiniere.

Partendo da questo concetto, Edward de Bono ha elaborato il metodo dei Sei cappelli per pensare, ognuno con un suo colore ed una sua funzione, con lo scopo specifico di forzare chi lo indossa ad orientare il proprio pensiero in quella determinata direzione.
Lo so, la prima scettica sono io, ed è questo il motivo che il libro era rimasto da parte. Ma ho indossato il cappello giallo e me lo sono letto in due settimane e il mio scetticismo si è trasformato in entusiasmo.
Del resto, senza saperlo, lo usiamo spesso come criterio di valutazione, quello dei pro e dei contro di una determinata questione, solo che (ed è questo il nostro limite) indossiamo sempre gli stessi capelli. Quelli che ci hanno insegnato ad utilizzare e che ci danno risposte senza sforzi.
Ma difficilmente siamo invogliati a cambiare prospettiva!

 

Sei cappelli per pensare

La maggiore difficoltà che si incontra nel pensare è la confusione… Emozioni, informazioni, logica, aspettative e creatività si affollano in noi. E’ come fare il giocoliere con troppe palle.
Edward de Bono

L’inventore del metodo dei Sei cappelli per pensare, Edward de Bono, laureato in psicologia e medicina, è in realtà maggiormente conosciuto per il concetto di Pensiero laterale, termine da lui coniato nel 1967 e riconosciuto anche dall’Oxford English Dictionary. Normalmente, per giungere alla soluzione di un problema, si utilizza un metodo razionale, con una logica sequenziale delle considerazioni e deduzioni per arrivare ad un un’unico risultato, più veloce e immediato (pensiero verticale). Con questo nuovo metodo, si osserva il problema da lontano (laterale appunto), ribaltando alcune supposizioni, mescolando le ipotesi, negando alcune sicurezze di partenza, servendosi anche di associazioni di idee casuali.

Il metodo dei Sei cappelli per pensare mette in pratica il pensiero laterale, costringendo a scomporre il problema in punti di osservazione differenti, tutti lontani dal pensiero tradizionale. Il cappello serve inoltre a proteggere chi lo indossa da sentirsi giudicato per ciò che penserà: sta coprendo un ruolo, esattamente come un attore che interpreta una parte che gli viene affidata.

Ogni cappello ha poi un suo colore identificativo: bianco, rosso, nero, giallo, verde e blu. Quando si stampa un’immagine a colori, la stampante utilizza cartucce separate per ogni colore. E’ l’insieme di questa sovrapposizione a dare forma e sostanza all’immagine come noi la vediamo sullo schermo. I sei cappelli corrispondono esattamente alle cartucce della stampante (anche se non è quadricromia): ognuno di loro rappresenta una parte del pensiero, un colore dell’immagine. Solo mettendoli insieme avremo un quadro perfetto. Un solo colore non basta. La prevalenza di un colore sugli altri rovina la resa. Tutti insieme devono collaborare, perché ognuno è importante per il risultato finale.

I cappelli sono a due a due in contrasto tra di loro, nell’esercizio delle loro funzioni. Mentre il cappello bianco si occupa dei soli dati oggettivi, il rosso dà sfogo alle proprie emozioni ingiustificate. Il nero rappresenta il pessimismo in netto opposto con il giallo che simboleggia l’ottimismo. Il cappello verde è chiamato a liberare senza limiti la sua creatività più folle, mentre quello blu ha il compito di coordinare il processo e organizzare strettamente le risorse.
Vediamo in particolare ognuno dei loro ruoli.

Sei cappelli per pensare - Schema
Cappello Bianco
Il bianco è il colore della neutralità: nello spettro visibile il colore bianco riflette tutti i colori (il nero invece li assorbe tutti). Il cappello bianco deve esporre fatti e cifre in maniera neutra e oggettiva, senza mai esprire un parere personale. Sono quindi esclusi sentimenti, intuizioni, giudizi basati sull’esperienza, impressioni e opinioni. Il cappello bianco deve imitare in tutto e per tutto un computer.

Cappello Rosso
Il rosso è il colore della rabbia e della passione, entrambi emozioni fortissime. Nel pensiero del cappello rosso rientrano proprio le emozioni, i sentimenti e ogni aspetto non razionale del problema. Non deve mai giustificare con dati o informazioni una precisa sensazione, ma solo riportarla. Si ritiene che l’aspetto emozionale dovrebbe essere escluso dal pensiero, ma dopo tutto decidere è sempre una questione emotiva. Anche dopo aver ascoltato tutti i cappelli, sarà sempre uno stato emotivo personale (seppur considerando tutte i differenti punti di vista) a prevalere.

Cappello Nero
Il nero è l’assenza completa di luminosità, un tono cupo e tenebroso. Al cappello nero competono le valutazioni negative della questione. Il pensiero del cappello nero è però sempre logico e pertinente, negativo ma non emotivo (le emozioni, positive o negative, sono del cappello rosso). Suo compito è indicare i punti deboli, i rischi, i pericoli, i difetti in maniera obiettiva. Concentrandosi esclusivamente sulla negatività, il cappello nero di fatto la limita, la inserisce all’interno di confini precisi. Non si tratta però di criticare a spron battuto, lasciandosi andare al pessimismo: le valutazioni devono essere serie e argomentate.

Cappello Giallo
Il giallo è il colore solare per eccellenza, simbolo di ottimismo e speranza. Il cappello giallo si occupa delle valutazioni positive, in netto contrasto con il ruolo del cappello nero. Il punto chiave sta nel valutare i fatti che conseguono all’ottimismo: se sono solo speranze, l’ottimismo è fuori posto; se si intravvedono vantaggi e progressi, per quanto incerti, devono essere riconosciuti. Un altro compito del cappello giallo è la correzione dei punti deboli segnalati dal cappello nero, così da migliorare l’idea. Tende però all’efficienza di idee vecchie, individua le opportunità, perché l’innovazione è invece materia del cappello verde.

Cappello Verde
Il verde è il colore della vegetazione, della fertilità e dell’abbondanza. La generosa creatività della natura è il simbolo per la creatività del pensiero. La funzione del cappello verde è di produrre nuove idee e nuovi modi di vedere le cose. Il suo obiettivo è il cambiamento, la necessità di un metodo più semplice e migliore per far funzionare le cose. La creatività non è una dote naturale, come si ritiene, ma una capacità che si acquisisce dedicandovi tempo e metodo. Per essere creativi occorre affrontare l’ignoto, le provocazione, i rischi, uscendo dagli schemi mentali precostituiti che ci mantengono al sicuro. Il cappello verde è autorizzato di proporre idee “folli”, sospendere il proprio giudizio sulle stesse idee lasciandole libere di muoversi per raggiungere altre idee, superare la prima soluzione cercando vie alternative, anche attraverso provocazioni che sbalzino il pensiero fuori dagli schemi.

Cappello Blu
Il blu è un colore freddo e distaccato. E’ il simbolo del controllo e della supervisione, essendo il tono del cielo che sovrasta tutto sulla terra. Il cappello blu è il direttore d’orchestra che manovra l’utilizzo degli altri cappelli, stabilendo la sequenza con cui i cappelli intervengono nella discussione, osservando le direzioni prese dal pensiero e decidendo quando è il momento di cambiare cappello. Deve far rispettare le regole del gioco, richiamando alla propria specifica funzione un cappello che ha sconfinato in un altro ruolo. Inoltre il cappello blu deve anche aiutare gli altri cappelli con domande specifiche per lo sviluppo del loro pensiero. Impone la disciplina ed appiana le controversie tra gli altri cappelli.
Pensare da soli, alternando su di sé tutti i ruoli, richiede un maggior uso del cappello blu, per limitare il proprio stesso punto di vista (o cappello dominante).

 

Naturalmente qui abbiamo visto un riassunto del ruolo di ogni cappello, ma già potete capirne il potenziale.
Per approfondire il metodo dei sei cappelli e il suo funzionamento al lato pratico, potete leggere lo stesso libro di Edward De Bono: Sei cappelli per pensare

 

Sei cappelli per scrivere

Come può tornarci utile il metodo dei Sei cappelli per pensare nella nostra scrittura?
Essendo i diversi ruoli dei cappelli già componente del nostro pensiero (in maniera però ingarbugliata), noi già li utilizziamo senza accorgercene nelle varie fasi della scrittura creativa:

  • Quest’idea è folle…ma potrebbe uscirne una storia bellissima! (cappello verde)
  • In un mese ho scritto solo mezza cartella. Con questo ritmo, non finirò in tempo la prima stesura. (cappello nero)
  • In un mese ho scritto solo mezza cartella, però ho abbozzato tutta la struttura e definito a pieno i personaggi. (cappello giallo)
  • Statisticamente, sono più letti i racconti d’amore e quelli thriller. La fantascienza è una lettura di nicchia. (cappello bianco)
  • Questo paragrafo non mi convince. Non so perché, ma andando avanti potrei bloccarmi a un punto morto. (cappello rosso)
  • Basta con il pessimismo. Ho dato a fondo alla creatività e mi merito una pausa di relax. Domani comincerò con la revisione. (cappello blu)

Ma la funzione che mi è venuta in mente quando si è parlato del cambio di prospettiva è proprio questa: forzare l’uso dei cappelli quando dobbiamo delineare un personaggio, senza assumere un ruolo giudicante nei suoi confronti, ma esaminandolo attentamente, scomponendo la sua “immagine” con i diversi colori. Perché anche un personaggio è fatto di informazioni (bianco), emozioni (rosso), negatività (nero), positività (giallo), unicità (verde, l’elemento creativo) e struttura che lo tiene insieme (blu).

Al contempo, possiamo decidere il comportamento stesso del personaggio rispetto ad un dato problema all’interno della storia. In altre parole, ci mettiamo nelle sue scarpe, indossando i vari cappelli. Analizzando tutti i punti di vista, troveremo il suo e arriveremo a comprenderlo meglio. Questo, per lo meno, è il metodo che intendo provare in futuro.

 

Dite la verità…

…quale cappello indossate più spesso mentre siete intenti a scrivere? Qual è il vostro colore dominante?
Prenderete in considerazione questo metodo, per evitare che il vostro cappello diventi anche il cappello dei personaggi?

Comments (44)

grilloz

Ott 28, 2016 at 9:27 AM

Mi ricorda un po’ quei metodi che periodicamente propongono i manager alle riunioni aziendali, metodi che hanno sentito all’ultimo corso e che sarà la chiave del successo, finchè non passerà di moda. Il problema temo sia sempre il filtro del manager di turno, perchè questi metodi hanno fondamenti interessanti.
Tornando ai cappelli, l’approcio in qualche modo è quello che adotta ognuno istintivamente nel prendere le decisioni, ciò che lo rende interessante è che ti spinge a farlo consapevolemente, evitando che alcuni lati della nostra indole prendano il sopravvento.
Interessante l’idea di applicarlo nella creazione dei personaggi, forse un po’ macchinoso, ma se provi facci sapere com’è andata 😉

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 1:43 PM

E’ proprio perchè ogni tanto salta fuori un nuovo modello da utilizzare, che darà la svolta definitiva alla vostra carriera, e regalandovi più tempo per voi stessi…che ero scettica quando mi hanno mostrato questo libro sui Sei cappelli per pensare.
Però non mi arrivano dal mondo del lavoro, anzi. In molte aziende italiane ce ne sarebbe bisogno, di cambiare un po’ mentalità. Soprattutto nel nord est siamo fermi al Paleolitico. E quando anche riescono ad oltrepassare il muro della dirigenza, adottano il sistema in maniera sbagliata. Comunque i Sei cappelli per pensare sono addirittura degli anni 70, quello che sta girando ora è il Why di Simon Sinek, del 2009, mai sentito?

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grilloz

Ott 28, 2016 at 3:53 PM

No, mai, lo cerco.
Ti posso dire, non solo del nordest e non solo italiane. Ma poi dipende anche da come certi approci vengono implementati.
Nella mia ex azienda italiana ad un certo punto è arrivada la psicologa “santona” che avrebbe rivoluzionato tutto e le cose hanno iniziato ad andare male 😛

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 10:16 PM

Perchè certe aziende cominciato la rivoluzione. Quanto poi vai a destabilizzare alcuni capisaldi della dirigenza…Dietrofront!
L’unico formatore i cui libri mi hanno davvero rivoluzionato è Anthony Robbins, e la sua PNL (Programmazione Neuro Linguistica) Suona male, ma ha delle potenzialità. Lui lo si vede nel film Amore a prima svista con Gwyneth Paltrow e Jack Black, nella parte di se stesso: è colui che in ascensore sottopone Jack Black all’ipnosi e da allora vede solo donne bellissime. Ovviamente la PNL non funziona così! 🙂

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grilloz

Ott 28, 2016 at 10:21 PM

all’inizio pensavo che la PNL fosse tutt’altra cosa 😀 però è un tema che non ho mai approfondito.
Quanto alla mia ex azienda (non per niente ex) la rivoluzione l’han portata a termine, infatti adesso non esiste più (io me ne sono andato prima però) e hanno fatto fuori tutti il management, dal CEO in giù, proprio colui che la rivoluzione l’aveva iniziata.

Barbara Businaro

Ott 29, 2016 at 12:00 PM

Eh, anche Robespierre, padre della Rivoluzione Francese, è stato ghigliottinato! Sono pericolose le rivoluzioni!

grilloz

Ott 28, 2016 at 9:27 AM

P.S. quel 28 all’inizio della citazione ti è scappato, vero? 😛

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 1:43 PM

Quale 28?? 😀
Era la data, che si è copi-incollata a zonzo. Che a chiudere un post la sera tardi qualche danno lo si fa sempre. Vedi pure la newsletter doppia di stamattina!

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grilloz

Ott 28, 2016 at 4:01 PM

ah, io pensavo che la newsletter doppia fosse effetto della birra di ieri sera 😀

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 10:16 PM

La birra? Il whisky!! 😀

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grilloz

Ott 28, 2016 at 10:18 PM

Rum, sai, noi vecchi lupi di mare abbiamo un debole per il rum 😛

Barbara Businaro

Ott 29, 2016 at 11:57 AM

VOI vecchi lupi di mare 😛 Io preferisco lo scozzese! 😉

nadia

Ott 28, 2016 at 9:40 AM

Sempre più brava mi diventi?!
Indosso il cappello rosso e credo non potrei farne a meno. Nemmeno volendo quello blu mi resta in testa per più di qualche istante o ci pensa il vento o lo getto via io. Gli altri a rotazione li metto un po’ tutti, ma sinceramente il rosso è quello con cui mi trovo meglio. E tu?

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 1:43 PM

Macchè brava! Se bastasse leggere un libro per diventare bravi! 🙂
Credo di usare i cappelli a seconda delle mie diverse occupazioni. Nel lavoro sono sicuramente un cappello bianco, avendo a che fare proprio con i computer. Nella vita privata sono un cappello blu, perchè mi è richiesto un po’ di controllo e ordine, per incastrare tutto nel poco tempo libero che avanza. Se mi fanno arrabbiare, con un cappello rosso in escandescenza (presente Rabbia nel film Inside Out, quando preme il bottone rosso?). Il cappello verde a volte cala da solo mentre sto facendo altro. Sul giallo e il nero dipende dove mi trovo: se sono in compagnia di brontoloni pessimisti, indosso la pazienza e il caschetto giallo. Se invece sono immersa di ingenui ottimisti, sparati a tutta velocità contro un muro, mi metto il nero. Che poi il nero è sempre stiloso. E smagra! 😉

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salvatore

Ott 28, 2016 at 9:46 AM

Conoscevo già questo metodo. Più o meno tutti noi quando scriviamo cerchiamo di immedesimarci nei vari personaggi, o nelle situazioni. Quale prevalga è una questione più complessa. Io non saprei rispondere. Non sono abbastanza obbiettivo con me stesso.

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 1:44 PM

Se non sei abbastanza obiettivo con te stesso…non è che manca il cappello bianco? 🙂

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Chiara (Appunti a Margine)

Ott 28, 2016 at 10:21 AM

Anche io conosco questo metodo, per motivi poco piacevoli. Se devo essere sincera, non ho bisogno di “forzare” l’uso di un cappello piuttosto che l’altro, perché ho una mente piuttosto flessibile, forse troppo. Anzi: questo mio utilizzo di troppi cappelli è, forse, la principale causa del mio stress perché mi porta ad assorbire troppe informazioni, fare troppe valutazioni e, di conseguenza, non saper scegliere. 🙂

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 1:44 PM

La decisione finale, dopo aver ascoltato tutti gli altri cappelli e aver coordinato la discussione, spetta al cappello blu. E’ come se tu avessi un eccesso di colori, il bianco (le informazioni), il giallo e il nero (le valutazioni, positive o negative), il rosso (lo stress è una risposta psicofisica ad un eccesso di emozioni). Manca il controllo del dosaggio del colore, che è il cappello blu. Quello che limita l’azione degli altri cappelli allo stretto necessario.

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Giulia Manncini

Ott 28, 2016 at 2:14 PM

Io quando scrivo indosso spesso il cappello rosso e il cappello verde (in fase di revisione quello blu). Nel resto della mia vita qualche volta prevale il cappello nero e spesso il bianco e il blu, però almeno nel tempo libero e negli affetti per fortuna il cappello giallo prevale…

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 10:15 PM

Direi che te la giostri bene tra i vari cappelli, a tuo uso personale. E provare ad utilizzare anche gli altri, oltre al rosso e al verde, durante la scrittura, personaggio per personaggio?

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Giulia Mancini

Ott 29, 2016 at 7:06 PM

In quello che sto scrivendo adesso appare spesso il cappello nero, ma c’è anche il rosso e il blu, i miei protagonisti oscillano tra passione e razionalità. Voglio provare a cambiare cappello chissà che non riesca a procedere meglio…

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Sandra

Ott 28, 2016 at 3:22 PM

Scrivendo forse indosso rosso e giallo creando un mio personalissimo cappello arancione!
Bella analisi! Grazie.

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 10:15 PM

E mai quello verde? Non ci credo! Il cappello verde di sicuro lo indossi quando scrivi le quarte di copertina da Michele 😉

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Sandra

Ott 29, 2016 at 11:01 AM

Giusta osservazione, sì da Michele decisamente in verde fecondo, potessi scrivere sempre così sarei felice, adoro la Biblioteca Scarparo 😀

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Lisa

Ott 28, 2016 at 6:29 PM

Che bella idea!
Ho applicato i sei cappelli al mio romanzo e ho notato che in momenti diversi avevo già considerato tutte le prospettive possibili. Metterle insieme mi ha offerto una visione più chiara, più completa.

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 10:17 PM

Oh bene! Allora la tua è una testimonianza positiva, che questo metodo applicato alla scrittura funziona!

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Marco

Ott 28, 2016 at 6:32 PM

Mai sentito parlare di questo metodo. Forse, anzi quasi certamente uso quello nero e quello blu. E gli altri? Non so rispondere. Probabilmente anche il rosso, e poi anche tutti gli altri, ma credo che quelli che predominano sono appunto il nero e il blu. Il “trucco” è di ricorrere più spesso a quelli che si trascurano. O no? 🙂

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Barbara Businaro

Ott 28, 2016 at 10:17 PM

Si Marco, per cambiare prospettiva dovresti sforzarti ad usare gli altri cappelli, gli altri colori. Se penso ai tuoi racconti, ci vedo il nero (perchè parliamo di erbacce, a non gliene va veramente mai una dritta), il rosso (perchè comunque provano emozioni), il bianco (perchè l’osservazione che ti ha portato a creare i personaggi è precisa quanto un computer). Di sicuro manca il giallo, un po’ di ottimismo, una giornata di sole dopo quei momenti bui, un lieto fine qua e là per dire. Forse una spruzzata di verde potrebbe aiutarti ad amalgamare il giallo al resto! La prossima trilogia? 😉

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Tiziana

Ott 29, 2016 at 10:12 AM

Ciao,Barbara. Ti leggo dopo,con più calma. La frase di Pirandello mi ha sempre colpita. Ho un debole per Pirandello, credo che sia merito della professoressa di italiano.
Interessante il metodo dei cappelli.
Per parlarne insieme devo leggere il post con tranquillità.
A dopo.

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Barbara Businaro

Ott 29, 2016 at 12:02 PM

Benvenuta nel blog Tiziana! Ripassa quando vuoi, noi siam qui ad aspettarti.
Pensa che non sapevo che quella frase fosse di Pirandello. La vedo continuamente passare sui social, nelle immagini virali, ma mai nessuno che gli avesse dato potestà. Le citazioni dovrebbero sempre recare l’autore.

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Tiziana

Ott 29, 2016 at 12:09 PM

Grazie a te dell’ospitalità.

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Gale

Ott 29, 2016 at 9:38 PM

Ciao a tutti,
nemmeno io avevo mai sentito parlare dei “Sei cappelli”. Interessante da applicare ai diversi personaggi di una storia per coglierne tutte le sfaccettature e farne dei caratteri completi a trecentosessanta gradi.
Buon fine settimana.

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Barbara Businaro

Ott 30, 2016 at 11:28 PM

Esatto Gale, l’intento è proprio quello. Anche se i sei cappelli forniscono un metodo, non vuol però dire che sia semplice applicarlo. Penso ci voglia pratica.

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Marco Amato

Ott 30, 2016 at 5:27 PM

Uff… e a me che i cappelli non piacciono?
Queste schematizzazioni mi però sembrano un po’ troppo rigide. Anziché aprire come vorrebbero, rischiano di irrigidire e ingabbiare il pensiero.
Una volta m’ero inventato un gioco per cambiare le mie prospettive.
Mi dicevo:
E se fossi Dio cosa farei? (modesto eh?)
E se fossi il capo cosa direi?
E se fossi il figlio di un boss che ha visto la gente morire sin dall’infanzia come mi comporterei?
Ma presto mi son reso conto che ogni processo che prova a cambiare prospettiva, in realtà sta solo ingabbiando la prospettiva stessa.
Dato che ciascuno di noi ha esigenze e predisposizioni diverse, è probabile che il metodo possa funzionare in certi casi. Io ad esempio nell’età adulta sono troppo anarchico dentro per auto-limitarmi ancora.

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Barbara Businaro

Ott 30, 2016 at 11:58 PM

Per poter cambiare prospettiva, occorre definire un punto di partenza e da questo variare. Anche per creare una foto panoramica a 360 gradi devi definire un inizio e una fine, se vuoi stamparla. Questa schematizzazione è, per proprietà degli schemi, una semplificazione. E’ nell’uso di tutti i cappelli che il pensiero, anzichè essere ingabbiato sempre nel cappello che ci è più semplice portare, si espande negli altri. E’ probabile che per te sia visto come una gabbia perchè magari sei già abituato ad utilizzarli, senza definirli. Le persone dalla mentalità aperta infatti usano i diversi cappelli facilmente. All’opposto, la difficoltà a cambiare prospettiva nasce nelle persone che hanno ricevuto un’educazione rigida e delimitata da molti paletti mentali. A loro maggiormente dovrebbe servire un metodo come questo, che li forza ad orientare il pensiero in un’altra direzione.

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Marina

Ott 31, 2016 at 11:46 AM

Porca miseria, mi stava sfuggendo il post sui cappelli!
Lo avevo visto e mi ero ripromessa di leggerlo e invece me ne sono dimenticata. Oggi m’è venuto il flash e sono corsa sulla tua nave.
Bello questo post. A me tutto ciò che ha attinenza con il pensiero o la psicologia piace e non conoscevo questa suddivisione dei colori dei cappelli. Direi che nella vita lì indosso tutti in momenti e occasioni diversi, quando scrivo il rosso mi rappresenta molto e il nero è sempre lì che mi guarda da lontano. Il blu dirige benissimo tutto, è un ottimo direttore d’orchestra. Sono però più per le sfumature: il nero che si mescola con il bianco e diventa grigio, il blu che va verso il celeste, il rosso… no, quello rimane rosso!

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Barbara Businaro

Ott 31, 2016 at 3:35 PM

Ma il post è sempre qui, tranquilla che non scappa! 🙂
E il giallo? Com’è che hai dimenticato di menzionare il giallo? Guarda, se ti piace l’argomento, c’è anche un altro libro dello stesso autore, però a scorrerlo mi sembra più tosto da leggere (ho anche il cartaceo di questo): Creatività e pensiero laterale: Manuale di pratica della fantasia
Mi incuriosisce come si possa “praticare” la fantasia, ma in fondo facciamo pratica anche di quella, scrivendo.

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Marina

Ott 31, 2016 at 4:19 PM

Sì, giusto, il giallo. Anche quello, come il rosso, conosce poche sfumature.

Praticare la fantasia, magari come capacità di maneggiarla con più dimestichezza. Si è spesso così tirati a cacciarla fuori!

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Darius Tred

Ott 31, 2016 at 9:14 PM

Io tendo a mettermi nelle scarpe dei personaggi. Se necessario mi metto anche nei loro panni e persino nelle loro mutande, se fosse necessario! 😀
Per scrivere qualcosa di avvincente penso si debba passare per forza dalla credibilità (delle situazioni, dei comportamenti, delle conseguenze) e quindi i personaggi devono comportarsi in modo coerente nelle situazioni imposte dalla finzione narrativa. Farei fatica a definire quali cappelli tendo a utilizzare mentre scrivo: scrivo e basta! 😀

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Barbara Businaro

Nov 01, 2016 at 1:24 PM

E se il personaggio è femminile, dev’essere pure stuzzicante mettersi nella sua balconette (il thong è però scomodo per i maschietti!) 😛
A te scrivere e basta probabilmente viene bene perchè sei di mentalità aperta, dalla reincarnazione agli alieni di Focus, no? Però ci sono persone che faticano a concepire una realtà diversa dalla propria vita e anche quando la scrivono, osservando i comportamenti altrui, non la interpretano appieno. Ecco a cosa server il metodo dei Sei cappelli: cambiare prospettiva forzatamente.

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Maria Teresa Steri

Nov 01, 2016 at 6:40 PM

Come ti accennavo su Fb, qualche tempo fa mi era venuto in mente di applicare alla scrittura questo discorso dei cappelli, soprattutto nella speranza di uscire da una situazione di stallo in cui mi trovavo. Poi non l’ho più fatto, il cambio di prospettiva è arrivato in un altro modo (inaspettatamente, e ti pareva!), però mi è rimasta la curiosità di provare.
Mi è piaciuto molto comunque come hai abbinato i vari cappelli agli atteggiamenti che assumiamo nei confronti della scrittura e mi ha colpito molto quello che hai detto sul cappello blu, come una sorta di direttore d’orchestra. Personalmente tendo a usare spesso un approccio bianco o nero, gli altri sono decisamente più rari, soprattutto il giallo, purtroppo 🙂

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Barbara Businaro

Nov 02, 2016 at 7:34 PM

Per quel che ho visto io, quel cambio di prospettiva inaspettato arriva quando stiamo usando un altro cappello per fare altro. A me capita al lavoro, o in pausa pranzo, quando sono impegnata in tutt’altro che scrivere.
Si, il cappello blu Edward de Bono lo indica come il controllore degli altri cappelli (il blu dalla tuta del meccanico che fa funzionare tutto il marchingegno). In effetti, il primo cappello di cui dobbiamo forzare l’uso è proprio il suo, che ci deve forzare a usare gli altri.

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