Mi tieni aperta la porta? Un nuovo racconto per San Valentino

Mi tieni aperta la porta?

Oggi lui non c’è. Cerco diverse scuse per uscire dal mio ufficio e passare davanti alle lunghe vetrate verso l’esterno, per sbirciare fuori e controllare, ma di Tommaso ancora nessuna traccia. Sospiro. Sarà una giornata intensa di lavoro, il cielo è grigio e triste per la pioggia, speravo almeno in un caffè in compagnia.
Tutte le mattine, quando giungo nel parcheggio aziendale con la mia auto, cerco la sua tra quelle già posteggiate. Si trova quasi sempre nell’area B mentre io oramai ho il mio posto assegnato nell’area C, ma riconosco anche da lontano il blu elettrico della sua sportiva. Se per qualche congiunzione astrale sono in anticipo e lui non è ancora arrivato, cerco di attardarmi ad uscire dal veicolo, così magari abbiamo la fortuna di entrare insieme nell’edificio e salutarci.
Se proprio Tommaso è in ritardo, tutte le volte che mi sposto verso i fotocopiatori o le toilette, mi accosto alle finestre per guardare giù alla ricerca della sua auto. Mi brillano gli occhi quando la scorgo, e non importa se magari non ci vedremo affatto durante la giornata, ognuno ancorato alla propria scrivania. Mi basta sapere che lui è lì presente, e potrei incrociarlo in ascensore, alla caffetteria o in qualche altro ufficio, piuttosto che saperlo altrove senza questa possibilità. Però il mio cuore perde proprio un colpo quando la sua sportiva, con quei fari ammalianti accesi, segue proprio la mia piccola utilitaria nel vialetto d’ingresso del centro direzionale. Lo intravedo dallo specchietto retrovisore, lui mi sorride con un piccolo inchino della testa e io muoio ogni volta.
E’ tutto sbagliato, mi dico, non dovrei pensare ad un altro, ma da un anno la mia vita sta prendendo una direzione diversa da quella che immaginavo. Ho lasciato tutto, famiglia, amici e luoghi cari dell’infanzia, per seguire la carriera di mio marito in questa città metropolitana. Un nuovo inizio per noi, pensavo convinta. Mi sono licenziata dal mio lavoro ben avviato, la direzione degli approvvigionamenti, e ho faticato per trovare un nuovo impiego, con uno stipendio inferiore e poche prospettive di crescita nell’immediato. Ma mi è parso un sacrificio necessario per la famiglia. Per il mio piccolino Matteo è stato forse più semplice: passando dal nido all’asilo, comunque avrebbe cambiato i suoi compagni di giochi, per cui ha affrontato con entusiasmo la novità. Certo avrebbe visto un po’ meno i nonni, non avrebbero più potuto andarlo a prendere a scuola per pranzare insieme, ma gli avevamo promesso che papà d’ora in poi sarebbe stato a casa per cena la sera, tutto per lui, favola della buona notte compresa.
Non è andata così.
A malapena riesco a vedere mio marito per colazione, Matteo ancora dorme e poi devo arrangiarmi a portarlo all’asilo, senza poter più contare sull’aiuto dei miei genitori qui. La sera rincasa tardi, a volte siamo già tutti a letto, sento solo lo scossone del materasso quando si infila sotto le coperte. Nei weekend, quando magari si presenta l’opportunità di recuperare, anche parte della nostra intimità, è distante, assorto, spesso col portatile acceso o impegnato in lunghe telefonate con qualche nuovo collega. Non riesco nemmeno a coinvolgerlo in una veloce passeggiata al parco sotto casa con Matteo.
A volte penso che il matrimonio sia solo una gabbia piena di solitudine. L’amore, quello vero, deve essere libero di palpitare in ogni momento. E se posso mettere da parte le mie esigenze e soffrire in silenzio, non sopporto di vedere Matteo così affranto per un’altra cena senza il suo papà. E poi osservarlo in pigiamino sul divano, per l’ultimo cartone animato prima della nanna, mentre sbircia continuamente il portoncino d’ingresso.
Il mio cuore spezzato si rianima solo quando incontro Tommaso al lavoro, non so nemmeno io bene perché. Sento il suo sguardo addosso, a volte mi sembra che dica molto di più delle parole che lo accompagnano. Avverto una strana complicità, che non riesco a definire.
Nonostante la giornata cupa di oggi, il mio umore malinconico quanto il cielo plumbeo fuori, mi immergo nel faldone di documenti da smaltire, un problema da risolvere con una fornitura di bassa qualità. Presa dal turbinio delle comunicazioni e delle fatture, trovo un punto di forza per una risoluzione ottimale. Afferro le due cartelline zeppe di carta e mentre scorro velocemente un’ultima mail stampata, esco nel corridoio, inforco l’ascensore e premo il tasto senza nemmeno guardare. Quando le porte si aprono, mi fiondo fuori nel pianerottolo ancora concentrata nella mia lettura e sbatto contro qualcosa di alto e profumato. Due braccia muscolose mi trattengono dallo scivolare a terra.
“Buongiorno Linda! Così tanta fretta di offrirmi un caffè?!” Tommaso mi sorride divertito, mentre io annaspo in cerca dell’equilibrio, soprattutto mentale.
Stamattina indossa giacca e cravatta, un completo grigio scuro che sembra cucito al millimetro sul suo fisico asciutto. Probabilmente una riunione importante con i piani alti, non lo vedo spesso così vestito elegante e… accidenti, è mozzafiato.
Mi sento arrossire fino alle doppie punte dei miei poveri, disastrati capelli di mamma perennemente in corsa. Oddio, nello scontro potrei addirittura avergli macchiato quella camicia candida col mio rossetto, talmente gli sono finita proprio addosso. Avvampo ancora di più all’idea.
“Mi spiace…” farfuglio mentre raccolgo, con il suo aiuto, i fogli caduti a terra. “Devo andare da Eleonora per sistemare questo inghippo…”
“Non preoccuparti. Prenderemo quel caffè al nostro prossimo… scontro!”
Si allontana veloce lungo il corridoio, richiamato da una collega. Respiro profondamente per calmare il mio battito.

Mi ripeto che non è successo niente con Tommaso, proprio niente. Mi sto immaginando tutto nella mia testa, semplicemente perché quando sei in mezzo alla tempesta, col rischio di affogare tra le onde impetuose, qualsiasi isolotto, anche il più insignificante, ti fa sperare nella salvezza. Non importa se mai lo raggiungerai, potrebbe persino essere troppo lontano e la furia della burrasca potrebbe cessare molto prima, ma il solo vederlo laggiù all’orizzonte è di grande conforto, un aiuto a resistere e nuotare con tutte le forze verso la tranquillità delle sue spiagge.
Tommaso è solo un uomo gentile. Carino, affabile, dannatamente attraente, ma solo un uomo gentile con una collega. E’ colpa mia se la gentilezza, in questo periodo così arido nella mia vita privata, mi crea questo effetto dirompente. E’ colpa mia se mi basta solo un suo sguardo, del tutto innocente, per sentirmi cedere le gambe.
In fondo anche Tommaso è sposato e ha una bambina, in seconda elementare. Mi sono chiesta spesso che padre potesse essere con lei, e poi un giorno l’ho visto. Era il Family Day in azienda, una giornata lavorativa in cui ogni dipendente poteva portare con sé i propri figli e mostrare loro l’ambiente dove mamma e papà di solito passano il proprio tempo, mentre i bambini sono impegnati sui banchi di scuola. Matteo era entusiasta di quella gita, ma dopo mezz’ora nel mio ufficio si stava già annoiando. Lì dentro per lui ci sono solo tanta carta ma niente pennarelli, un computer e uno schermo enorme, ma quello lo abbiamo anche a casa. Così ci siamo avventurati per un giro dell’intero edificio, con l’idea di arrivare al magazzino, con gli scaffali alti alti e magari un viaggio breve sul carrello elevatore. In ascensore trovammo proprio Tommaso, in jeans e maglione blu notte, con sua figlia Alice, vivace e sorridente nella sua salopette fucsia. Si stavano dirigendo proprio al magazzino, per curiosare tra la merce in attesa di spedizione alle filiali.
Quel giorno è stato strano vedere i nostri figli giocare e ridere insieme. Matteo cercava la mano di Alice per muoversi nel corridoio e lei si chinava per allacciargli la scarpa, perché lui da solo ancora non ha imparato. Abbiamo entrambi lasciato che corressero e saltellassero lungo le corsie vuote.
“Alice ci chiede sempre un fratellino, ma mia moglie non ne vuole sapere…” ammette Tommaso a voce bassa.
Scorgo una tristezza profonda dentro il suo sguardo. Si volta verso la bambina, più che altro per sfuggire alla mia compassione, temo.
“Anche Matteo mi chiede sempre di una sorella, solo che la vuole più grande. Gli ho spiegato che “più grande” non è possibile, ma insiste. Per la verità, non credo sia possibile nemmeno “più piccola”… suo padre è sempre più assente…” L’ultima frase mi esce in un sussurro strozzato.
Tommaso si gira verso di me, non dice niente, ma i suoi occhi mi parlano della stessa infelicità. Tra di noi il silenzio conta più delle parole.
Mentre i bambini stavano mangiando i muffin che avevo cucinato e portato per la merenda, Tommaso mi offrì il caffè alla macchinetta automatica.
Parlammo di tutto e di niente. Sorrideva con lo sguardo, sempre puntato su di me. Quando mi prese il bicchiere di carta vuoto per gettarlo, le nostre dita si sfiorarono. Rimasero lì per qualche secondo di troppo.

Un’altra mattina uggiosa. La pioggia è finalmente cessata, ma il cielo malinconico non lascia filtrare la luce. Sono in ritardo sui miei tempi, perché Matteo si è alzato con qualche capriccio di troppo e non voleva proprio saperne di andare all’asilo. Come sempre, mi rincuora quel tocco di blu elettrico dall’altra parte del parcheggio aziendale. Tommaso è arrivato puntuale, in questo periodo è indaffarato con l’allestimento di una fiera importante per la nostra società.
Appena entro nell’ingresso, osservo una certa agitazione in segreteria. Telefoni che squillano, carte sbattute sulle scrivanie, urla tra gli uffici.
“Che succede?” chiedo a Milena, l’unica che sembra mantenere una calma serafica.
“Abbiamo una consegna in ritardo, di quasi tutto il materiale fieristico. Doveva già essere qui, invece la logistica giungerà stasera, verso le cinque. Abbiamo già chiesto ai ragazzi del magazzino se possono fermarsi per scaricare, ma tutto il lavoro di organizzazione che dovevamo fare oggi andrà a stasera. Domani devono già montare lo stand.” Risponde a un telefono rimasto senza sorveglianza e passa una chiamata a un interno, poi torna da me. “Senti Linda, non è che potresti darci una mano anche tu? Solo un paio d’ore, non più tardi delle otto, promesso.”
“Certo, nessun problema.” Il mio cuore perde un battito, so che ci sarà anche Tommaso, e mentirei se dicessi che non lo faccio per lui. “Chiedo ad un’altra mamma se può tenere Matteo per un paio d’ore, spesso ci diamo una mano…” Prendo il cellulare e messaggio subito a Valentina. “Oggi dovrebbe avere il pomeriggio libero, i nostri bambini giocano insieme qualche volta.” Appena finisco di digitare, giunge già la risposta. “Ecco, sistemato. Sarò dei vostri!”
Salgo al mio ufficio con una strana felicità, e al tempo stesso penso di essere una pessima madre.
A mezzogiorno, invece di mangiare un tramezzino veloce al bar, mi concedo una pausa pranzo più lunga con alcune colleghe delle vendite, visto che poi dovrò tardare per aiutare il reparto marketing con questa consegna in arrivo. Ci spostiamo a piedi verso il piccolo centro commerciale, dove ci sono diversi self-service. Mi lascio andare all’insalatona, condita di gossip aziendale.
“Allora, le sapete le ultime? Andrea, quel marcantonio all’ufficio Programmazione finanziaria, se ne va. Si è licenziato, pare che addirittura lasci il preavviso, questo venerdì è già il suo ultimo giorno.” Elena è sempre informatissima.
“Davvero? Accidenti, che peccato. Era un belvedere niente male!” farfuglia Simonetta, mentre sta ancora masticando.
“Si vocifera stia scappando per colpa di Manuela… ” Elena sussurra appena. “Pare l’avesse messo in qualche situazione compromettente con la moglie.”
“Ma Manuela, che poi ha la sua età eh, almeno un dieci anni in più direi,” continua l’altra, “non aveva già una liason con il signor Fausto? Dicevano che le avesse intestato pure delle quote della compagnia…”
“Si ma lui comincia a invecchiare, e lei si annoia…” Elena ridacchia, mentre addenta un altro boccone del suo panino vegetariano.
“Pure noi! Senza Andrea, ci resta solo Ethan da guardare, con quel suo fascino tutto particolare.” Simonetta sospira sognante.
“Certo, è gay!” sbotta Elena. “Puoi guardare fin che vuoi, non se ne accorge proprio di te!”
“Ma come gay?! Che gran perdita… vorrei dire che ci resta Tommaso, ma quell’uomo è impassibile.”
Il suo nome mi fa andare di traverso l’acqua che sto bevendo. Impassibile? Tommaso che mi sorride tutte le volte che mi scorge da lontano?!
Simonetta mi guarda preoccupata, poi prosegue. “Ho sentito da Clarissa, che vive nello stesso quartiere, che beh, non sta messo tanto bene in casa… storie di corna… la moglie, bellissima donna, ma alquanto volubile… lui l’ha anche perdonata, per via della figlia, ma come si dice? Il lupo perde il pelo, non il vizio. E la moglie è sempre in trasferta di lavoro…”
Bevo un altro sorso d’acqua per calmare il mio cuore impazzito. Ecco cos’era quella tristezza nei suoi occhi. E non so se essere felice per me, ma felice di cosa poi?! O molto amareggiata per lui. Purtroppo so bene cosa significa sentirsi incastrati, senza sapere da che parte muoversi per liberarsi.
Nel tardo pomeriggio, quando oramai siamo rimasti in pochi nell’intero edificio, giunge finalmente la consegna tanto attesa. Una collega mi chiama dall’ingresso per scendere ad aiutare, se posso controllare le bolle di consegna mentre viene scaricato il materiale dai camion.
Quando esco dall’ascensore e svolto nel lungo corridoio, scorgo Tommaso chino su uno dei pallet spostati nel pianerottolo, pieno a metà di scatole imballate col cellophane. Senza il maglioncino, le maniche della camicia arrotolate al gomito, sta imprecando a denti stretti mentre con Augusto del magazzino tenta di spostare un grosso pacco, voluminoso quanto una lavatrice. Quando arrivo di fronte a loro, Tommaso alza la testa e mi rivolge uno sguardo e un sorriso radiosi, come se non si aspettasse di vedermi lì, ma la sorpresa gli è assolutamente gradita. Resto un attimo scioccata perché neppure io pensavo di trovarmelo davanti, credevo sarebbe rimasto nel suo ufficio per tutte le altre incombenze associate alla fiera. Soprattutto sono turbata da quel saluto così caldo, che può essere solo per me. Le colleghe sono dall’altra parte del salone, in questa direzione ci siamo solo io e la porta dell’uscita di sicurezza alle mie spalle. E non credo gli possa piacere così tanto il maniglione antipanico. Devo appoggiarmi alla parete per qualche secondo, per non precipitare dall’emozione.

Non ci siamo incrociati per quasi tre giorni. La sua auto era posteggiata sia la mattina presto al mio arrivo, che il tardo pomeriggio quando stavo uscendo. Oggi invece è proprio assente dal lavoro, ne sono certa. Dopo la faticaccia di organizzare in corsa lo stand fieristico e poi gestire la presenza con i vari eventi dimostrativi, tutto il reparto del marketing si è preso qualche giorno di recupero. Sono tentata di scrivergli un messaggio. Sì, ho il numero di Tommaso, l’ho conservato da quella volta che il centralino telefonico in azienda è andato in tilt e scrivere una mail non era sempre una soluzione veloce per comunicare. Però non l’ho più usato da allora. Resisto per un paio d’ore, affondo la mia attenzione sulle scartoffie alla scrivania, ma poi nella solitudine della pausa caffè, quando mi manca di più, non riesco a trattenere la sfrontatezza. Mi sento quasi un’adolescente in preda alla prima cotta. “Ciao, come va? Tutto bene?” La risposta arriva quasi un’ora dopo, quando non ci spero più. “Ora sì. Buona giornata anche a te!”
Non riesco a trattenere un sorriso compiaciuto e mi sento decisamente più leggera, forse non sono nemmeno più seduta alla mia postazione, gongolo in una nuvoletta di stupida felicità.
L’effetto faville del mio cuore però dura pochissimo, perché giunge anche un messaggio di mio marito: tarderà in ufficio e non potrà portare nostro figlio al fast food come aveva promesso. Oh che cavolo! Sono settimane che Matteo attende questa occasione per stare da solo col suo papà! Io avevo fissato una videochiamata con la mia amica Juliette, trasferita a Parigi da qualche anno, e poco male, capirà se rinvio ad un’altra serata. Ma Matteo, cosa gli dico?! Uhm, dovrò portarlo io a mangiare fuori e sperare in qualche modo di sopperire all’assenza del padre.
Dopo diverse ore di grattacapi amministrativi, esco dall’edificio stanca e spossata e mentre mi avvio a recuperare Matteo all’asilo cerco nella mia mente qualche scusa plausibile per la serata senza il papà. Diventa sempre più complicato trovare una motivazione mai utilizzata prima. Matteo saltella felice fino all’auto, parlando fitto fitto di tutto quello che ha già immaginato del suo panino e delle cose da dire nonché quelle da chiedere. Lo lascio fare, aspetto di essere a casa per spiegargli l’inghippo. Vorrei fargli telefonare al padre in ufficio, ma ci avevamo già provato tempo fa, per un altro appuntamento saltato, ed essere rimbalzati dalla segreteria non è stato così esaltante. Mentre ci facciamo il bagno insieme e poi ci vestiamo in ghingheri, gli racconto che c’è stato un imprevisto e papà deve rimanere al lavoro, davvero una questione importante. Mento e non sono poi così brava. Ancora prima di finire, Matteo già capisce tutto e comincia con il broncio. Si ammutolisce del tutto, gli scappa una lacrima, anche se gli assicuro che ci divertiremo lo stesso. “Magari dopo il panino, prendiamo il gelato e chiamiamo la nonna, eh?!”
Per tutto il tragitto resta silenzioso nel suo angolino del sedile posteriore. Si rianima un po’ quando arriviamo al parcheggio del fast food e scorge diverse famiglie, con tanti bambini, che affollano il locale. Davanti alle casse, c’è una lunga fila per ordinare e un bel po’ di confusione, decidiamo allora intanto di prendere posto e decidere il nostro menù. Mentre ci muoviamo disordinatamente tra i tavoli, sento una voce squillante gridare verso di noi.
“Matteo! Matteo! Qua! …guarda papà! Ci sono Matteo e la sua mamma!”
Poco avanti sulla nostra destra, la piccola Alice agita le braccia per richiamare la nostra attenzione.
Che probabilità c’era in proprio questo venerdì di trovarci nello stesso fast food, ce ne sono ben tre in questa parte della città, e pure per lo stesso motivo, una serata solitaria con i nostri pargoli?
Sono scioccata. Anche la faccia di Tommaso è alquanto stranita. Credo di averlo pure visto arrossire. O forse sono le luci al neon. Oppure la mia agitazione.
Ci fanno posto al loro tavolo, anche perché sembra impossibile trovare un’altra sistemazione, oltre che cercare di tenere distante Matteo dalla sua “mancata sorella maggiore” preferita. Mi ritrovo seduta proprio di fronte a Tommaso, sorridente oltre ogni misura.
“Allora, anche voi qui per il panino del venerdì sera?” chiedo ostentando tranquillità.
“Mamma è via per lavoro e papà non sa cucinare” sghignazza Alice, nascondendosi poi il viso tra le mani.
“Papà sa cucinare!” risponde piccato Tommaso verso di lei.
“Non gli hamburger! Li bruci sempre! E le patatine sono molli!” lo sgrida lei.
“E’ vero. Gli hamburger e le patatine non sono il mio forte” confessa lui sconsolato. Poi scoppiano a ridere.
Dentro di me qualcosa si incrina, sento quasi il rumore dei vetri rotti. Osservarli così, padre e figlia affiatati, mostra quel che manca nella mia famiglia. E in fondo anche loro sono qui senza la mamma di Alice. Nonostante Tommaso abbia avuto una settimana veramente difficile, lo so bene, stasera è qui per la sua bambina. Quanto vorrei…
“Io voglio Disneyland!” Matteo interrompe il flusso pericoloso dei miei pensieri, puntando sul foglio il menù bambini con giochino compreso.
“Eh, anch’io vorrei Disneyland. E le ferie!” rispondo ridendo.
“Noi ci siamo stati a Disneyland, vero papà? E’ fantastiglioso!” esordisce Alice, per poi stordire Matteo con il racconto particolareggiato di ogni giostra.
“E’ stato tanto tempo fa, quasi un’altra vita…” borbotta Tommaso, per farsi sentire solo da me, credo. “Magari potremmo proporre Disneyland per il prossimo Family Day aziendale! Così potremmo andarci …insieme.” Mi guarda fisso, oltre il foglio del menù. Mi sento avvampare, e qui dentro fa già parecchio caldo.
Galantuomo come sempre, raccoglie i nostri ordini e non vuole nessun aiuto per portarci i vassoi al tavolo. Alice insegna a Matteo a spargere le salse sulle patatine dentro il cartoccio invece di intingerle a parte, ma finisce tutti sui jeans del bambino. Non importa, sta ridendo quasi alle lacrime e io sono contenta per lui. Matteo invece le spiega non so bene cosa dei dinosauri, una delle sue ultime fissazioni. La casa è piena di triceratopi e tirannosauri.
“Allora, chi vuole il gelato?” Tommaso si alza per recarsi di nuovo in cassa. Il coro in risposta non lascia dubbi.
Al ritorno ci sono delle coppette di troppo.
“Due per voi e due per noi.” lascia nel nostro tavolino un vassoio con due dessert cremosi al cioccolato.
“Anche per noi?” gli chiedo sorpresa.
“Perché? Non ce lo meritiamo noi il gelato?!” mi risponde divertito.
Per un attimo guardo la finestra. Non quello che c’è fuori oltre il vetro, ma il nostro riflesso sulla superficie oscurata dalla notte.
Sembriamo una famiglia. Una famiglia felice.

Questa non ci voleva. Fisso la comunicazione appena giunta per email, la leggo per la decima volta almeno, ma la vista comincia ad annebbiarsi. Sento il battito accelerare furiosamente, mentre afferro la bottiglietta dell’acqua per un sorso di calma e razionalità. Ricordo bene il giorno in cui ho inviato la richiesta per ricoprire un altro incarico, adeguato alla mia esperienza di lavoro precedente, e dando pure la disponibilità allo spostamento di sede. Avevo cominciato in questo ufficio solo da tre mesi, non mi ero ancora ambientata e cercavo già un cambiamento, una via di fuga lavorativa invece che una rivoluzione nella vita privata. Soprattutto allora non conoscevo lui, non ci avevano ancora presentati, ignoravo quell’auto blu cangiante in parcheggio e quegli occhi verdi così sensuali. Non potevo immaginare tutto quello che è accaduto dopo e quanto mi sarei sentita a casa tra queste mura.
Adesso che mi hanno recapitato la conferma della mia promozione, non sono così tanto felice come mi aspettavo. Questa è l’occasione che attendo da mesi, ho lavorato duramente per ottenerla. Ma non posso proprio pensare di andarmene. Il mio cuore sobbalza, inizio ad annaspare in cerca di ossigeno. Con uno scatto sulla sedia a rotelle della scrivania mi avvicino alla finestra e la spalanco. Respiro a larghe boccate l’aria frizzantina di febbraio. Non che io vada chissà dove con questo spostamento, non cambierò nazione, sarà solo dall’altra parte della città, però non ci vedremo più, sarà un altro microcosmo e non avrò più scuse per salutare Tommaso alla macchinetta del caffè. Resteranno solo le serate al fast food, se sarò ancora così fortunata.
In mezzo alla mia tempesta personale, finalmente una barca è giunta in soccorso. Potrei salire a bordo e lasciare per sempre l’idea di raggiungere quell’isolotto laggiù. Ma sono così vicina, le sue spiagge sono così dorate, la sabbia sembra fina ed accogliente, le palme promettono un riparo sicuro. Non so davvero cosa fare.
Mentre sono ancora aggrappata al davanzale, guardando il cielo azzurro lassù, una voce preoccupata giunge dalla porta alle mie spalle.
“Stai bene Linda?” Tommaso mi raggiunge in due falcate appena. Mi appoggia una mano sulla spalla, come per trattenermi.
“Si… no… leggi la mail…” riesco appena a mormorare, mentre sento un brivido a quel nuovo contatto.
Si volta verso lo schermo del computer, senza togliere la sua presa salda su di me.
Quando torna a guardarmi è entusiasta, più di quanto vorrei. “Caspita, è una buona opportunità per te, devi andare e farti valere! So che puoi farcela!”
“Sì, lo so. Eppure…” La sua euforia quasi mi infastidisce. “Adesso mi trovo bene qui…” aggiungo in un soffio, avvampando per quello che intendo davvero.
“Uhm, capisco. Le novità spaventano sempre, ma questa è un’ottima offerta, credimi. Conosco i nostri colleghi di quell’area, sono molto capaci. E simpatici.”
Lo fisso nelle iridi verdi, cercando di dirgli qualcosa che non posso esternare a parole. Deve capire, accidenti!
“Non simpatici quanto me, d’accordo.” Tommaso mi restituisce un sorriso tirato. “Ma ci si può lavorare…”
Sospiro, mentre le mie mani si contorcono tra loro, senza soluzione alcuna. In realtà le sto trattenendo, perché vorrebbero muoversi verso di lui, così vicino.
“Avanti, ti offro un caffè. Anzi no, oggi cioccolata calda. Pardon, “bevanda al gusto di cioccolato” è la definizione corretta.”
Scoppiamo a ridere entrambi perché disquisiamo spesso sulla qualità dei nostri distributori automatici. Tutto questo mi mancherà… Lui mi mancherà.
Ho un mese di tempo per decidere, anche se mi sembra troppo poco in questo momento.
Quando verso mezzogiorno mi muovo verso l’ufficio contabilità, nell’altra area dell’edificio, ritrovo Tommaso venirmi incontro con diverse scatole impilate tra le braccia. Da come si muove e dall’espressione, direi che i contenitori sono alquanto pesanti. Apro la massiccia porta di vetro che isola questa parte del piano, per contenere i rumori provenienti dal magazzino, e sto per avanzare verso di lui quando mi ferma, parandosi davanti.
“Mi tieni aperta la porta, per cortesia?”
“Certo…” Fermo l’anta prima che si richiuda alle mie spalle.
Si ferma un attimo al mio fianco, prima di passare attraverso il varco.
“Spero mi terrai sempre aperta la porta…” lo sento sussurrare.
Poi Tommaso si allontana in un lampo, richiamato dalla voce stridula di un collega che lo attende, visibilmente ansioso.
E io resto qui, a chiedermi cosa intendesse davvero.

Ci siamo. Questo è il mio ultimo giorno qui dentro, prima di passare all’altro ufficio nella nuova sede. Il mio morale è davvero basso. Dovrei essere felice per l’opportunità, l’ho cercata, a lungo desiderata, ho lavorato duramente per emergere da una lunga lista di colleghi agguerriti. E invece a stento trattengo le lacrime. Avevo un mese per accettare la promozione o rifiutare definitivamente l’offerta. E in questo periodo, durante il quale passavo al microscopio anche i miei sentimenti, Tommaso sembrava quasi volermi evitare. Sì, abbiamo preso dei caffè insieme, ma qualcosa era cambiato tra noi. Sembrava distante, quasi che volesse lasciarmi lo spazio e la tranquillità per decidere. Oppure per farmi capire che non aveva proprio motivo di trattenermi.
Arrivo in parcheggio, sono pure in ritardo questa mattina, e la sua auto sportiva è già posteggiata un centinaio di metri più in là. Ho un tuffo al cuore. Con passo pesante, quasi trascinato, entro nell’edificio e scorgo proprio Tommaso all’ingresso che sta parlottando con alcuni colleghi e superiori.
Saluto tutti, ma lui a malapena contraccambia il mio buongiorno. Per un attimo mi guarda storto, un’occhiata davvero truce. Normalmente si sarebbe staccato dal gruppo per rivolgermi una parola simpatica, invece proprio non mi considera. Forse ha già discusso al telefono con qualche cliente mattiniero, forse è concentrato sulle questioni di lavoro di cui stanno discutendo, forse non mi ha nemmeno riconosciuta. E’ successo così spesso in questi ultimi giorni.
Con l’umore sempre più torbido, mi dirigo verso il mio piano, per organizzare il passaggio di consegne e prendere i miei pochi effetti personali, giusto il portapenne costruito da Matteo con la pasta modellante e un paio di sue piccole foto incorniciate.
Quando salgo al piano superiore per consegnare alcuni documenti alle risorse umane e prendermi un caffè, ritrovo Tommaso lungo il corridoio. Quando mi vede, si ferma per un attimo, come se volesse dirmi qualcosa. Prende tempo, si guarda intorno, fissa il pavimento, torna a scrutarmi, ma poi prosegue. Il suo viso è cupo, indeciso, contratto. Il mio stomaco si contrae in uno spasmo di angoscia, tanto che alla fine il caffè non riesco proprio a berlo.
Per tutta la mattina continuo a ripetermi mentalmente la stessa frase. “Non può finire così, non può finire così!” Ma finire cosa, esattamente? Non c’è niente tra di noi, è solo nella mia testa. Non è successo nulla in fondo, solo qualche gentilezza, una bella amicizia. Ci rivedremo per lo scambio di auguri natalizi, quando tutto il gruppo societario si riunisce per un aperitivo. E per allora non si ricorderà davvero più di me. Stupida io che mi sono illusa.
Al termine del mio orario, saluto le altre colleghe della mia area, le abbraccio tutte, promettiamo di chiamarci ogni tanto, comunque qualche volta dovrò sentirle per gli ordini del nuovo incarico. Ma non sarà come dividere le stesse stanze, le stesse difficoltà, le stesse confidenze.
Prendo le mie ultime cose dalla scrivania e mi avvio verso l’ascensore. Al piano terra, intravedo dalle lunghe vetrate la sua auto blu ancora in parcheggio. Tommaso è ancora qui, potrei salutarlo? Ma con che scusa? Il mio cuore diventa pesante e sento qualcosa pungere tra le mie palpebre, la vista diventa liquida mentre mi avvio all’uscita, per l’ultima volta.
Quando sono fuori, prendo un lungo respiro, aria fresca di primavera, profuma di nuovi inizi. Che io non volevo però. Non ora, non così. Mi incammino verso la mia auto, lenta. I miei piedi vorrebbero tornare indietro sui propri passi.
“Aspetta!” sento qualcuno correre sul marciapiede alle mie spalle. Riconosco all’istante la sua voce. Quasi senza respiro, mi volto. Smette di correre, si ferma a pochi metri da me, continuando a camminare piano, incerto. Finché i suoi occhi non raggiungono i miei, incatenandoli. “Te ne vai così?!”
La sua voce è roca, profonda, eppure solo un sussurro nella brezza della sera. E poi resta solo il silenzio tra noi. Non riesco a rispondere, un groviglio di parole si è incastrato nella mia gola e rischio di soffocare.
“Non hai niente da dirmi?” insiste Tommaso, ancora più vicino.
“Io… non… cosa?” farfuglio e il petto che vorrebbe esplodere tra gioia e paura.
“Lo sai tu e lo so io… cosa… non credi?” Si fa serio, guardingo.
Una lacrima mi scappa malandrina lungo la guancia destra, prima che riesca a ricacciarla. Traditrice. Vorrei fossimo in un altro tempo e un altro luogo, esserci incontrati prima, senza questi altri legami complicati, che bloccano questa nostra felicità all’angolo.
“Oh accidenti…” mormora affranto. In un attimo mi accoglie in un abbraccio caldo e la sua bocca è sulla mia, prima delicata, quasi a chiedere ancora conferme, e poi famelica perché sappiamo di avere solo un istante per noi, rubato a tutto il resto delle nostre vite.
Il suo bacio sa di caffè e menta. Un dopobarba sconosciuto rimanda a terre lontane. Le nostre mani si intrecciano, ed è qui che si scontrano le nostre rispettive fedi agli anulari, simbolo di qualcosa in cui entrambi, per diversi motivi, non crediamo più.
Ci stacchiamo per respirare, le dita delle nostre mani avvinghiate si accarezzano frenetiche. I suoi polpastrelli giocano con la linea del cuore nel mio palmo.
“E’ complicato…” rispondo alla richiesta che scorgo nei suoi occhi, o forse sto cercando di convincere me stessa.
“Forse no…” mormora lui, cercando nuovamente le mie labbra. Qualcuno però sta uscendo dall’ingresso del magazzino. Ci stacchiamo velocemente, mettendo nuove distanze tra i nostri corpi. Per ultime si sganciano le nostre mani. Le nostre dita resistono, fino all’ultimo, flebile tocco.
Rimaniamo così per un altro minuto, in silenzio, incapaci di muoverci, di tornare alla realtà. Chiudo gli occhi, prendo un gran respiro e mi volto. Con passo forzato vado verso la mia auto. Il mio cuore vola verso tutte le direzioni possibili.
Sono felice, incredibilmente felice, e affranta nello stesso momento. Sento che succederà. E’ solo questione di tempo e tutto si sistemerà.

 

(C) 2024 Barbara Businaro

Note:
Questa storia ha avuto il suo inizio quasi un anno fa, come avevo raccontato in questo mio post dell’epoca: Non sono mai dove vorrei essere tranne quando scrivo Stavo cambiando nuovamente lavoro, la mente aggrovigliata di mille pensieri e quella canzone dei Linkin Park partita per caso una mattina dal lettore dell’auto. Ricordo molto bene le emozioni pesanti di quella scrittura, ancora più ricordo le mie speranze per un finale migliore, che allora non riuscivo a vedere. Ero rimasta alle mani che si staccano lentamente, senza sapere perché e soprattutto se si sarebbero incontrate di nuovo. Dopo quasi un anno, pur avendo smorzato quell’intensità, anche per continuare a scrivere la storia con il giusto raziocinio, quel lieto fine non è arrivato. Ho preso la torcia e sono andata alla ricerca dei miei protagonisti, chi sono, cosa fanno, cosa provano. Ma non sono riuscita andare oltre quell’addio – ma sono convinta sia un arrivederci – che era in verità il primo pezzo scritto in assoluto. E’ una storia quasi scritta a ritroso, dall’ultima scena verso l’inizio. Non vedo però il futuro oltre quell’ultimo momento, forse non c’è, non ancora. Forse perché sono internamente combattuta. Chi può dire quale sia veramente un lieto fine, tra un matrimonio che finisce e un nuovo amore all’orizzonte? Mi tocca lasciare la risposta alla libera scelta del lettore, alla sua immaginazione. E pensare che io detesto i finali aperti! 😛
L’amore ha molte forme e molte distanze. Ma se un cuore batte, niente potrà davvero fermarlo.

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Comments (33)

Sandra

Feb 14, 2024 at 8:16 AM Reply

Non l’ho ancora letto tutto, mi sono bloccata all’incipit: Tommaso, collega, scontro con la protagonista. Giuro identico a una scena del romanzo che sto scrivendo, pure io Tommaso, pure io fogli che volano, solo il nome di lei è differente. Non lo vedo come scarsa originalità, sia chiaro, bensì come connessione top level tra noi!

Barbara Businaro

Feb 15, 2024 at 10:36 PM Reply

Club dell’11 dicembre forever!! 😀
Tommaso è un nome che ho usato credo anche in un altro racconto, eppure non conosco nessun Tommaso, pensa un po’. Forse era in qualche romanzo e in qualche modo è rimasto nella mia memoria. Per quanto riguarda la scena dei fogli volanti, penso sia un classico di certi uffici dove ancora girano molte scartoffie, con protagoniste concentrate e dal passo veloce. Un altro classico è il ritrovarsi bloccati in ascensore, ma è una scena abusata al cinema. E oramai gli ascensori bloccati hanno un meccanismo che li riporta in sicurezza al piano terra (così mi han spiegato, ma non ci tengo a sperimentarlo!)

Stefano Franzato

Feb 14, 2024 at 9:36 AM Reply

Molto brava! Soprattutto nel descrivere un amore che nasce in una donna… anche se proprio “nasce” non direi, già all’nizio Linda appare già innamorata di Tommaso. Comunque sei molto brava a descrivere i suoi sentimenti. Finora, se non mi sbaglio, te lo visto fare solo con personaggi femminili, sapresti farlo anche con personaggi maschili? Magari riscrivere questo bel racconto ma mettendo Tommaso al posto di Linda, scambiandone i ruoli in pratica. Sei molto brava anche nel descrivere l’ambiente di gossip tra colleghe: sapresti fare altrettanto con i colleghi? Te lo dico perché penso ce uno scrittore debba essere capace di descrivere tutti i ruoli, dev’essere capace di immedesimarsi in tutti i suoi personaggi. Io l’ho fatto spesso nei racconti che ho scritto, anche in donne più o meno giovani per di più. Per quanto riguarda il finale pur smorzando il tuo immarcescibile ottimismo – anzi proprio perché l’hai smorzato – hai reseo il finale più realistico. Brava!

Barbara Businaro

Feb 15, 2024 at 11:35 PM Reply

Mi tenti. Eccome se mi tenti, Stefano! 🙂
Ho scritto anche dal punto di vista maschile, ma fatico ricordarmi in quali racconti. Sicuramente in questa brevissima scena, un esercizio di scrittura basato su una canzone: Young and Naïve
E poi anche ROSSO è stato scritto in prima persona maschile, dal punto di vista del defunto che assiste al suo funerale.
Considera che come informatico sono cresciuta in un ambiente prettamente maschile, cameratesco. Quando poi rimanevo silenziosa e concentrata sul mio lavoro, i colleghi si dimenticavano pure della mia presenza, e quindi si lasciavano andare al loro slang e alla differente prospettiva sulle cose. Era interessante ascoltarli. Però non sono convinta ci siano così tante differenze, a livello di sentimenti. Anche nei personaggi maschili ci sono quelli di poche parole, irrazionali, istintivi, a tratti sciocchini, come ci sono invece quelli che pensano, pensano, pensano e non si muovono mai, come pure ci sono quelli fissati sulla fisicità, la muscolatura, l’apparenza.
Cosa ci sarà nascosto nell’animo di Tommaso? Una sbirciatina potrei anche dargliela… vedremo. 😉

Barbara Businaro

Apr 05, 2024 at 5:48 PM Reply

Alla fine, la sfida è stata accettata caro Stefano. 🙂
Ho scritto una nuova storia, ripercorrendo la stessa trama ma dal punto di vista di Tommaso. La trovi in questo nuovo post: Non voltarti indietro mai e vai
Sicuramente migliorabile (cosa non lo è?!), ma mi è davvero piaciuto scriverlo. Qualche elemento è preso in prestito da vita vera, non mia personale. Diciamo che bisogna stare attenti a dove si va in pausa pranzo e cosa si dice, soprattutto in presenza di chi. Sai mai di avere uno scrittore alle spalle… 😛

Marco Amato

Feb 14, 2024 at 10:24 AM Reply

Mi è arrivata la notifica della pubblicazione del racconto e me lo sono fatto leggere da Siri mentre ero in macchina. Solo che l’imbranata si pianta e io in mezzo al traffico, a sbraitarle non puoi lasciarmi con il racconto a metà. Ho dovuto accostare, vedere dove fosse arrivata con la lettura, selezionare la parte mancante del testo e via, fino alla fine.

Fra l’altro, giusto per fare una parentesi, ogni libro su Kindle può essere letto da Alexa. Non siamo ai livelli di un audiolibro professionale, ci mancherebbe, ma Alexa se la cava bene nella lettura. Io sto sfruttando Alexa lettrice per la revisione. Quando sono in macchina, o a correre, o quando mi serve, tanto è sul cellulare, faccio leggere ad Alexa i vari capitoli così da percepire, attraverso un lettore esterno, le parti che possono funzionare o meno. Vabbè, chiusa parentesi.

Il racconto mi è piaciuto, molto. Fra l’altro mi ha ispirato vari miglioramenti sulla teoria dell’amore per una mia sceneggiatura. Quindi, che dire, finale aperto o no, complimenti.

Barbara Businaro

Feb 15, 2024 at 11:43 PM Reply

Guarda, potrei accettare di ascoltare Siri, Alexa, Google o compagnia, solo se hanno una voce maschile convincente, tipo Pierfrancesco Favino, Luca Argentero, Edoardo Leo… 😉
Certo che se il racconto ti è piaciuto nonostante Siri, ho proprio scritto un capolavoro! XD
Teoria dell’amore? Ho paura di chiederti quale teoria dell’amore, tra le diverse enunciate nei millenni…

Silvia

Feb 14, 2024 at 10:30 AM Reply

La tua scrittura mi ha catturata ed ho dovuto leggere fino alla fine.. 🙂 attendo il seguito !!! Non può che essere un arrivederci… 😉

Barbara Businaro

Feb 15, 2024 at 11:46 PM Reply

Benvenuta nel blog Silvia! 🙂
Non può che essere un arrivederci, dici. Quindi tu sei del team “facciamoli stare insieme” 😀

Giulia Mancini

Feb 15, 2024 at 6:16 AM Reply

Non ho letto tutto il racconto, devo prepararmi per il lavoro e quindi lo finirò stasera, però ci tenevo a scrivere le impressioni che mi ha trasmesso nella prima parte. La nascita di un amore in ambiente lavorativo, quando la vita non va come dovrebbe e il caffè alla macchinetta con il collega diventa la luce in un giorno buio. L’ho vissuto anni fa e mi ha riportato indietro nel tempo. Molto brava!

Sandra

Feb 15, 2024 at 8:45 AM Reply

Vero, io mi ci sono persino sposata così.

Barbara Businaro

Feb 15, 2024 at 11:50 PM Reply

E’ vero! Quindi anche tu sei nel team “facciamoli stare insieme”? 😀

Barbara Businaro

Feb 15, 2024 at 11:48 PM Reply

Oh grazie Giulia! Contenta di averti riportato a rivivere delle emozioni nel cassetto dei ricordi!
Tu pensa che invece io sono cresciuta con l’idea che “assolutamente al lavoro no!” Se qualcosa va storto, troppa confusione. 😛

Brunilde

Feb 15, 2024 at 5:49 PM Reply

Non puoi farmi questo!!! Io non ce la faccio con i finali aperti, ho bisogno che mi si racconti, per filo e per segno, come va a finire! E, ovviamente, pretendo il lieto fine.
Quindi che si fa? Un meteorite uccide in contemporanea i coniugi dei protagonisti e loro, dopo una breve vedovanza, si sposano, vivendo per sempre felici e contenti? Considerando i casini che comportano i divorzi, mi permetto di suggerire questa soluzione: semplice, pulita, direi chirurgica.
Ma so che non mi darai retta…
Brava Barbara, i tuoi racconti sono sempre godibilissimi, molto scorrevoli e coinvolgenti, con i personaggi ben definiti.
Quindi complimenti, e …vedi di lavorare per il sequel: mica puoi lasciarli così quei due!

Barbara Businaro

Feb 16, 2024 at 12:01 AM Reply

Romanticona che non sei altro, Brunilde!! 😀 😀 😀
Certo, il meteorite per togliere di mezzo i coniugi mi sembra un po’ troppo drastico, così sconfiniamo pure nella fantascienza.
Non hai idea di quanto vorrei vederli insieme quei due (e infatti Stefano mi ha sgamato, quando ha scritto nel commento “pur smorzando il tuo immarcescibile ottimismo” 😛 ), ma come gli facciamo affrontare appunto un divorzio ciascuno? Come ne escono? Speriamo in due procedure consensuali, senza tragedie?!

Giulia Mancini

Feb 15, 2024 at 7:42 PM Reply

Ho letto il resto della storia, mi sa che ci sarà un seguito, prima o poi

Barbara Businaro

Feb 15, 2024 at 11:51 PM Reply

Grazie di essere ritornata. Insomma, siamo già a quattro votanti del team “facciamoli stare insieme”.
Nessuno che voglia difendere i rispettivi coniugi dall’altra parte?! 😛

Darius Tred

Feb 17, 2024 at 5:08 PM Reply

Brava. Bel raccontino fantastiglioso.
Però non puoi lasciare un finale così aperto e troncato: sembri me! 🙂

Chiunque potrebbe scipparti la storia e scriverci un finale diverso da quello che ti immagini.
Non credi?

Barbara Businaro

Feb 17, 2024 at 5:39 PM Reply

Grazie. Sul finale aperto e troncato, lo so, non è nelle mie corde. Ma vedi? A frequentare certi zoppi, si finisce col zoppicare… 😀
Non ci provare Darius, a scrivere un altro finale. Primo, non so che finale mi immagino io, il mio istinto punta da una parte, la mia ragione da un’altra.
Secondo, a giocare con i finali degli altri, specie nei romance, si rischia grosso! 😛

Darius Tred

Feb 17, 2024 at 5:59 PM Reply

….Oooooooooops!
😉

Barbara Businaro

Feb 18, 2024 at 12:04 PM Reply

Eh, lo dovevo sapere che quando Darius annuncia una marachella, in realtà l’ha già combinata!! XD
Così mi è giunta la notifica del nuovo post sul tuo blog: Chi mi ama, mi segua (frase che ai miei tempi si scriveva nei diari scolastici, solo che completa era così: “Chi mi ama mi segua! E fu così che mi incamminai da sola…”)
Però non sono mica certa che questo tuo finale sia più chiuso del mio. Magari Tommaso era lì per lavoro, si era dimenticato del primo giorno di Linda, e stava pure sorridendo ad un’altra! Ma comunque bravo Darius, abbiamo scoperto il tuo lato romanticone! 😛

Daniela Bino

Feb 17, 2024 at 6:29 PM Reply

Arrivo un po’ in ritardo a lasciare il mio commento ma, con un San Valentino “stranito” alle spalle (a quanto pare, le rose non le fanno più e nemmeno i cioccolatini), leggere questa storia mi ha commosso.
Questo racconto fa bene al cuore perché, a quanto pare, c’è speranza per tutti, pure per quelli che lasciano le cose come stanno, anche se fanno male. Di buono c’è che questa signora ha avuto il coraggio di cambiare lavoro, malgrado un possibile amore che promette bene. L’amore vero resiste anche a questo. E, secondo me, questo finale che lascia la porta ancora aperta, sembra un preludio ad un futuro promettente per entrambe i protagonisti. La vita va avanti e non aspetta! Si prosegue e chi ci ama sa attendere. Ma potrebbe anche essere che nuovo lavoro e nuovo amore, così!!!

Barbara Businaro

Feb 18, 2024 at 12:12 PM Reply

Eh Daniela, questo San Valentino cascava male nel calendario. Altro che rose e cioccolatini, a noi sono rimaste solo le Ceneri… XD
Con la scusa che l’amore non si festeggia un solo giorno all’anno, alla fine qualcuno non lo festeggia per niente, nemmeno gli altri giorni. E allora bisogna prendere coraggio. Dopo che si è tentato tutto il possibile, bisogna per forza abbandonare il campo e guardare in un’altra direzione. 🙂

Daniela Bino

Feb 18, 2024 at 2:03 PM Reply

Concordo! San Valentino l’ho festeggiato lavorando e leggendo. Un cioccolatino ci sarebbe stato bene ma, mettiamola così, forse la dieta non ne ha risentito. Piuttosto, leggendo nuovamente questo racconto, mi piace il finale in sospeso: ha il sapore di aspettativa, di nuove avventure, di sorprese… bello! Mi piace così!

Barbara Businaro

Feb 18, 2024 at 10:19 PM Reply

Grazie! Evviva le aspettative! 🙂

Marina

Feb 17, 2024 at 10:19 PM Reply

Sarà pure un finale aperto, ma io me lo sono scritto benissimo, perché per me allude a questo: i due si vedranno ancora. Devono per forza stare nello stesso ufficio per frequentarsi? Direi finale socchiuso; per essere aperto aperto Tommaso avrebbe dovuto lasciarle il dubbio, tu avresti dovuto chiudere con qualche suo sguardo interpretabile in vari modi mentre lei saluta tutti e fa per andarsene. E in questo caso ti avrei odiata, perché i finali aperti mi fanno in… parecchio! 🙂
Dunque per me la storia è chiara e la conclusione va più che bene così: non svela ma ammicca, non dice ma fa capire. W San Valentino!
P.s. La lunga gestazione del racconto ha dato i suoi buoni frutti 😉

Barbara Businaro

Feb 18, 2024 at 12:20 PM Reply

Non so se la lunga gestazione del racconto ha davvero dato buoni frutti. Per me scriverlo così e lasciarlo lì è stata sofferenza. Mi sono scontrata con quella frase del Nuovo Testamento: “Ciò che Dio ha unito, l’uomo non divida” (Vangelo di Matteo… e che nome ho dato io, senza pensarci, al bambino di lei?!) Mi sono bloccata lì e non c’è stato verso di andare avanti.
Poi è arrivato Darius e ha fatto un passetto in più. Vai a leggere il suo post… mi sa che alla prossima lettura condivisa dobbiamo proporgli un romance! XD

Darius Tred

Feb 19, 2024 at 12:11 AM Reply

Sto già leggendo Filippo.
E sto già pensando che un romance sarebbe stato meglio.
Sapevatelo.

Barbara Businaro

Feb 19, 2024 at 11:39 PM Reply

Vedi che succede a leggere in anticipo una lettura condivisa?! Eh, te le cerchi, anche tu!! 😀 😀 😀

Marina Guarneri

Feb 20, 2024 at 4:27 PM Reply

Letto. Anche lì ho proposto un’altra soluzione ancora che dovresti andare a sbirciare 😛

Barbara Businaro

Feb 20, 2024 at 5:14 PM Reply

Sono andata a sbirciare… Mi illumino all’idea della BMW M coupe, che ad oggi può essere solo una Serie 8, davvero spettacolare.
Però il nome Corrado mi fa venire l’orticaria, ve lo dico. Non lo posso sentire! 😛
Niente. Nella mia testa, Linda – se proprio deciderà per quel passo importante – tornerà a cercare Tommaso e solo lui.
Non si possono cambiare i colleghi così facilmente come si cambiano… i sedili. 😎

paola sposito

Feb 20, 2024 at 5:21 PM Reply

Ciao Barbara. Bellissima storia e io ci vedo un finale positivo per Tommaso e Linda perché il destino li vuole insieme. Certo liberarsi di un coniuge non è cosa da fare con leggerezza ma, dato che con la penna si può fare quasi tutto, forse si può sorvolare su un matrimonio infelice e dare a queste due anime la serenità che si meritano? Noi anime romantiche nell’amore ci speriamo sempre!

Barbara Businaro

Feb 21, 2024 at 10:03 PM Reply

Anche tu nel team “facciamoli stare insieme” quindi. Noi anime romantiche qui stiamo spopolando direi! 😀

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