Cosa si faceva d’estate quando non c’erano i social? Ve lo ricordate?

Cosa si faceva d’estate quando non c’erano i social

L’estate sta finendo, e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va…
Cantavano così i Righeira in una delle estati della mia infanzia, ma quella canzone me la sono poi portata dietro ogni anno, spuntava sempre ai primi di settembre. Me la canticchiava mio padre per ricordarmi, con suo immenso e fastidioso divertimento, che la pacchia vacanziera era finita e stava per ricominciare la scuola.
Continuo a cantarmela ancora nel mondo adulto, per ricordarmi però che la ripresa delle attività scolastiche porterà la fine delle tangenziali semivuote al mattino e il duro ritorno del traffico stressante. Le ferie invece me le sono già dimenticate, erano solo due settimane a luglio, e non mi capiterà più di avere una lunga estate di riposo, pur con i compiti della maestra, come era da bambina. Eppure il tempo mi sembrava sempre poco anche allora. Ma cosa si faceva d’estate quando non c’erano i social? Sembra così lontano quel periodo, quello del telefono con la ruota, della televisione con il tubo catodico, della radio col mangiacassette. Altro che social!
Non c’era la sveglia della scuola, anche se comunque non dormivo fino a tardi, i rumori della casa mi richiamavano alla colazione. Potevo guardare un po’ più di televisione, potevo giocare senza l’ansia dell’indomani, scorrazzavo con la bicicletta tra il vialetto, il giardino e l’orto dietro casa. Nella serra, finalmente svuotata dalle piante, avevo il mio ristorante e la mia cucina, con pentoline in plastica per lillipuziani (creature piccolissime di cui avevo letto sull’ultimo Topolino, ovviamente) con cui preparavo i pasti alle mie bambole, di ogni ordine e grado. Poco più in là, c’era un pezzettino di terreno allo stato brado, qualche ciuffo d’erba e pratoline. Lì tentavo in tutti i modi di spianare e asfaltare la base per il campo da tennis della mia Barbie. Qualcosa però non funzionava, mi pareva di seguire gli stessi passi di papà quando usava il cemento per sistemare il vialetto di casa, ma il mio intruglio di terra e acqua e non so cosa crepava dopo nemmeno mezza giornata. Barbie non era molto contenta del risultato.
Dopo pranzo si fermava tutto d’estate, calava il silenzio per il riposino del pomeriggio. Non mi è mai riuscito di dormire, quindi dovevo trovare giochi o letture più tranquilli in casa. Qualche volta arrivava in visita la nipotina della mia vicina di casa, e allora potevamo starcene fuori, sedute sotto la pergola tra i due giardini, condividendo i nostri giocattoli, chiacchierando e inventando storie. Non c’era abbastanza spazio per correre, ma nel selciato lei riusciva a fare pure la ruota. Ci ho provato tante volte, ma l’idea di stare a testa in giù non mi ha mai convinto, non abbastanza.
Le domeniche erano speciali. Si andava a pranzo dalla nonna in campagna, pollo e patatine arrosto con qualsiasi temperatura, i bignè o le sfogliatine per dolce. La televisione ancora in bianco e nero mostrava la messa del papa da Roma. Nessuno pareva farci caso, ma quando il papa dava la benedizione finale, tutti si fermavano per il segno della croce. Quando avevo finito di mangiare, io che non prendevo il caffè, potevo giocare sul divano di finta pelle dietro il tavolo. Comodo, ma d’estate si attaccava alla pelle e faceva un sacco di rumore. Qualche volta uscivo nell’orto di nonna con lei, andavo a salutare i gatti della corte e le galline libere di razzolare, accarezzavo anche i coniglietti se mamma coniglia era di buonumore, ma cercavo di stare ben lontana dal recinto delle faraone. Erano capaci di starsene zitte zitte per ore, facendomi scordare la loro presenza, ma appena mi avvicinavo, al minimo rumore, mi spaventavano a morte esplodendo di colpo con il loro verso assordante. E io scappavo in casa col batticuore, maledicendo quelle bestiacce.
Dopo il caffè dei grandi si tornava a casa nostra, le stanze tutte in penombra per non far entrare il caldo pomeridiano, la televisione accesa sulla gara di Formula Uno e io distesa sul pavimento fresco a giocare. Le mie domeniche estive le associo proprio al frastuono della frenata e dalla ripresa delle vetture in curva, che echeggiavano nel salotto silenzioso. Il gran finale delle vacanze era proprio il Gran Premio d’Italia sul circuito di Monza, quasi sempre la seconda domenica di settembre, proprio prima del rientro scolastico. In seguito il rombo dei motori in pista veniva sostituito dalla voce rauca di Sandro Ciotti o da quella baritonale di Gian Piero Galeazzi che raccontavano le partite di calcio. Non capivo nulla di sport, ma quelli erano i rumori di sottofondo dei miei fine settimana in famiglia.
Non faceva così caldo. Non ricordo proprio di aver mai patito tanto caldo da bambina come in questi ultimi anni. Anche quando il sole picchiava forte e l’afa non lasciava scampo, bastava entrare nell’ombra di casa, i balconi tutti chiusi, solo qualche fessura di luce a illuminare le scale. Nella stanza più a nord si stava anche bene, la piastrelle fredde sotto i piedi scalzi, le scale della cantina che inviavano un refolo ghiacciato. Era lì che leggevo i Topolino, i Super Almanacco Paperino, i Grandi Classici Disney, li divoravo senza sosta, intervallandoli con le storie create invece con le mie bambole. Come la piscina di Barbie immaginata su una vecchia bacinella perché quella vera, appena tirata fuori dalla scatola originale, era risultata bucata in un angolino e avevo allagato il bagno di casa, senza nemmeno accorgermene. Nelle estati con la cuginetta in visita da lontano, su sua esplicita richiesta, ci lasciavano anche giocare sotto il tavolo da pranzo, le sedie accostate disegnavano le innumerevoli stanze del favoloso palazzo-tavolo, dove distribuire i mobili di Barbie. Purtroppo tutto veniva interrotto dal pranzo o dalla cena, le sedie reclamate dagli adulti.
Ricordo il gelato preso al bar davanti casa, rigorosamente il croccantino, cioccolato e nocciola fuori, cuore di amarena dentro. Lo prendevamo al bar, lo scartavamo nei duecento metri di marciapiede e poi lo mangiavamo sugli scalini di casa tiepidi dopo la giornata assolata, mentre il cielo era ancora chiaro. Ricordo anche gli ultimi giri di altalena in parrocchia, nella collinetta silenziosa al calar della sera, io che abitavo lì proprio a tre passi. Poco più in là il campetto in cemento armato dove mi sono sbucciata spesso le ginocchia durante le partite di pallavolo. Noi ragazzine sognavamo di diventare delle grandiose schiacciatrici guardando Mila e Shiro alla televisione. Mi allenavo anche a casa, da sola contro il muro a sud, l’unico sgombro dalle finestre con uno spiazzo abbastanza largo davanti. Mi avevano anche regalato un pallone vero da pallavolo e non capivo perché, quando lo colpivo più forte che potevo, non si piegava a metà come nel cartone animato. Faceva un male cane invece, mi distruggeva i polsi con poche battute e alla fine, per divertirmi davvero, ci rinunciavo. Andavo a recuperare, abbandonato in un angolo, il Super Tele blu, o rosso, o forse giallo. Cambiavo spesso colore perché si bucavano in continuazione contro le spine delle rose di mia madre. Quanto ho odiato quelle rose. Ma proprio lì dovevano stare?!
Ho anche cambiato casa nel mezzo dell’adolescenza, perdendo tutti i miei amici d’infanzia, irraggiungibili senza un adulto automunito che mi accompagnasse altrove, e andando ad abitare in un paese dove non conoscevo nessuno e soprattutto non avevo interessi scolastici o sportivi in comune con altri. Forse per questo un decennio dopo ho apprezzato subito l’uso della rete per poter fare amicizia in base alle proprie idee, oltre la geografia limitata dai mezzi di trasporto.
Lì le mie estati sono un po’ cambiate, seguendo anche il cambiamento confuso della crescita. Ho dato fondo ai vecchi gialli di Agatha Christie in soffitta, ammuffiti dal tempo, dalla polvere e dall’umidità, ma troppo belli da leggere, dovevo arrivare all’ultima pagina per scoprire l’assassino insieme a Poirot. Quando non leggevo, pedalavo veloce sulla mia prima mountain bike. Quanti chilometri ci ho macinato, per starmene un po’ in pace nelle stradine in campagna o per raggiungere gli amici che abitavano in città. Senza patente, senza motorino, senza telefono, non restava che la bicicletta.
La sera tardi mi rintanavo in un angolo del terrazzo al buio, a godermi il fresco e guardare le stelle, col walkman e le cuffiette al massimo volume. Il Grande Carro si muoveva lassù nel mio cielo, quell’unica costellazione che so riconoscere perché assomiglia a una padella. Cercavo stelle cadenti per esprimere desideri, ma le uniche a sfrecciare erano le luci degli aerei e spostavano i desideri di altri.
Nella memoria ho anche impresse le pazze cene d’estate, con gli zii acquisiti e le loro ultime fidanzate. Qualcuno che a sorpresa aveva portato il Super Liquidator e ci aspettava in giardino, qualcun altro che rimediava con un catino rubato a mia madre, mio padre che per far contenti tutti usava direttamente il tubo dell’irrigazione del giardino e alla fine ci trovavamo tutti fradici di fronte al dolce, la torta di panna e fragole.
Non c’erano i social, le comunicazioni erano rallentate e certe amicizie restavano sospese fino al rientro a scuola. Nonostante questo, oppure proprio grazie a questo, ho scoperto altri interessi e costruito le mie passioni.
Rimpiango quelle estati? Non esattamente. Posso rimpiangere la giovinezza fuggita così in fretta, ma mi sento più felice e serena ora di quanto lo ero in realtà a quei tempi. E se proprio dovesse sopraggiungere un po’ di malinconia, il rimedio è semplice.
Basta spegnere i social e aprire un buon libro. 😉

 

Comments (10)

Sandra

Set 10, 2022 at 12:23 PM Reply

Agatha Chrisite, Topolino (e relative raccolte)e pure i pentolini di sicuro hanno caratterizzato anche le mie lunghe estati senza social.
Sono stata molto ma molto fortunata: fino alla maturità, l’estate successiva già lavoravo, 2 talvolta anche 3 settimane in Romagna tra giugno e luglio e poi via, fino alla fine di agosto, talvolta sforando in settembre, in Valle, nell’enorme casa dei nonni prima e nella nostra quando poi l’acquistammo, ma ero già alle superiori.
Pochissime settimane a Milano, con il grande patrimonio ormai perduto dei cortili.
Stiamo parlando di un’epoca davvero defunta, sopravvivono appunto solo i tre elementi fissati nella prima riga.
I social hanno l’indubbio vantaggio di unire, come ben sottolinei tu, geografie lontane e comune sentire, ideologie e passioni, per il resto purtroppo proprio in estate danno il peggio. Gente ingombrante che in giro pensa solo al miglior scatto instagrammabile monopolizzando scorci (una ad Hallstatt l’ho letteralmente mandata a…) per questo in Austria ho sospeso Instagram e a Cesenatico ho pubblicato poco. L’obiettivo spesso non è una condivisione sana, bensì esibirsi perseguendo l’obiettivo patetico di mostrare agli altri quanto ci si diverta e che si è ricchi. Questa cosa dello status diventa esponenziale in vacanze, in una maniera svilente e falsa. Un piattone di pesce non significa essere ricchi (e se poi lo fosse, un grande chissene) perché essere benestanti, è una sommatoria di fattori di certo non ascrivibile anche nel frequantare il migliore ristorante.
E naturalmente croccantino anche per me, tassativo col ripieno di amarena, da non confondersi con Alebon col ripieno cioccolatoso.

Barbara Businaro

Set 10, 2022 at 4:11 PM Reply

Sì, sei stata molto fortunata nel poter godere da bambina e ragazza la Romagna, e anche poterti rifugiare dai nonni in Valle. Probabilmente i tuoi genitori hanno compreso il valore del viaggio come esperienza formativa. Non ha nemmeno tanta importanza il dove, ma spostarsi e conoscere luoghi diversi dal proprio aiuta ad aprire la mente.
Io ricordo solo una settimana al mare coi nonni e un’altra settimana al mare con mia madre, forse un’altra tutti insieme nei miei 11 anni. E basta. Tre settimane di ferie, per altro nello stesso identico edificio a Sottomarina Lido. Poi solo gite in giornata, faticose e limitate. Così anch’io d’estate rimanevo da sola mentre le compagne di classe se ne andavano in villeggiatura con le famiglie. Un vero peccato. Da quando sono indipendente economicamente, cerco di godermi più viaggi che posso, ma oramai il danno è fatto. Tanto che sono sempre lì a sgridare le amiche con prole che non vogliono viaggiare e/o non vogliono lasciar viaggiare i figli.
Sugli influencer improvvisati c’è poco da dire. I veri ricchi non condividono le loro vite sui social, fateci caso. Ci sono le foto dei paparazzi, ci sono le immagini promozionali, dai prodotti sponsorizzati ai bikini delle modelle, ma non hanno bisogno di condividere sul serio i loro momenti privati. 😉

Stefano Franzato

Set 10, 2022 at 12:34 PM Reply

E’ un pezzo in cui si vede la tua dote di scrittrice perché pur essendo tuo. l’hai talmente generalizzato che può essere un pezzo di tutti o meglio. in cui tutti si possono riconoscere… almeno un po’. Mi è piaciuto leggerti. Brava, complimenti.

Barbara Businaro

Set 10, 2022 at 4:16 PM Reply

Grazie Stefano! E anche questo è stato scritto quasi di getto, scavando nella memoria e tenendo solo le cose belle. 🙂

Giulia Mancini

Set 10, 2022 at 2:22 PM Reply

Un bel post effetto nostalgia (almeno per me) che ho apprezzato moltissimo. Le mie lunghe estati dei tempi della scuola assomigliano un po’ alle tue, anch’io lèggevo Topolino, Superalmanacco Paperino (il mio preferito) e poi i libri vari presi in prestito nella biblioteca comunale del paese. Ricordo la penombra pomeridiana della “controra” quando non dormivo affatto ma leggevo godendomi il silenzio (e qualche volta scrivevo). Di quelle estati ricordo anche la noia, perché non sempre avevo delle cose da fare, il periodo peggiore era quando le mie amiche “più ricche” si trasferivano nella casa al mare e io restavo sola senza compagnia. Oggi rimpiango quella noia che invece ha spronato la mia creatività…

Barbara Businaro

Set 10, 2022 at 4:29 PM Reply

Anch’io ho sempre preferito Paperopoli a Topolinia. Se poi ragioniamo sulle storie, le mie preferite sono tuttora quelle di Paperinik (ma è mai possibile che non si accorgano che è Paperino? E’ lui, è uguale, solo vestito di nero!! 😀 ) e le stramberie assurde di Pippo (“E’ strano come una discesa, vista dal basso, somigli tanto a una salita, yuk!”). Però anche le invenzioni incredibili di Archimede. Chi non vorrebbe una lampadina come Edi per amico? 😉
Purtroppo niente biblioteca vicino a casa, anche per quello dovevo attendere il passaggio in auto di un adulto e da bambina proprio non era possibile. Solo alle superiori, qualche pomeriggio lo passavo in biblioteca, finché gli altri terminavano le loro commissioni in città. Ho ancora i vecchi segnalibri con le date di prestito.

Giulia Mancini

Set 10, 2022 at 6:26 PM Reply

A proposito di Paperino, ebbene sì, anch’io adoravo Paperinik, con il senso di rivincita che lo accompagnava. Il libro che avrei voluto avere era il Manuale delle giovani marmotte di Qui, Quo, Qua sembrava davvero che contenesse la soluzione a qualsiasi problema, pensa che bello se esistesse un libro così

Barbara Businaro

Set 10, 2022 at 8:33 PM Reply

E’ vero, il Manuale delle Giovani Marmotte!! Che poi io lo avevo ereditato, una copia usata di qualche altro zio, come questa che viene ristampata oggi da Giunti: Manuale delle Giovani Marmotte
Lo leggevo e lo rileggevo, ma non trovavo le risposte che dicevano di leggerci Qui, Quo e Qua. Qualcosa non tornava… Mi regalarono anche il 2° Manuale delle Giovani Marmotte (arrivarono mi pare fino a sette volumi, li vedevo pubblicizzati nei Topolino), ma la mia delusione permaneva. Era chiaro che il vero Manuale era qualcos’altro e se non eri una vera Giovane Marmotta non lo potevi avere! 😀

Daniela Bino

Set 13, 2022 at 9:25 AM Reply

Io adoravo leggere. Era il mio momento felice e, per goderlo appieno, mi nascondevo agli occhi di tutti coloro che avevano incombenze da assegnarmi e che mi avrebbero distolto dalle avventure del Corsaro Nero e di sua figlia Jolanda, o da “Il Signore delle ferriere” di George Ohnet. I libri sono stati la mia salvezza, in quelle estati che ricordo calde, con le cicale che frinivano costantemente; alle due del pomeriggio, non si sentivano auto transitare ma solo le cicale. Ricordo il profumo dei tigli e le campanule che occhieggiavano arrampicandosi sui bossi. Non ho nostalgia del passato se non di questo: libri, profumi, colori e cicale.

Barbara Businaro

Set 13, 2022 at 4:35 PM Reply

Libri, profumi, colori e cicale. Mi piace questo ricordo. 🙂
Dove stavo io, le cicale c’erano ma non proprio così rumorose. Non quanto le ho sentite questa estate appena varcata la soglia della Puglia, in una piana alle porte della Foresta Umbra, enormi distese di ulivi da entrambi i lati della statale. Dall’interno dell’abitacolo all’improvviso uno strano ronzio, talmente forte da averlo scambiato per un problema all’auto. Spegniamo il climatizzatore, c’è ancora. Abbassiamo i finestrini, per sentire meglio. Ma che cavolo è?! Rallentiamo l’andatura e restiamo in ascolto. Cicale. Milioni di cicale. Un concerto assordante, irreale. Se le nostre qui al nord sono dei soprani con la voce spenta, laggiù sono dei baritoni spaccavetri! 😀 😀 😀

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