Islanda - Alpingi al Pingevellir Park

…è vicina a Padova l’Islanda!

Sono stata in Islanda. Sì, ci sono stata davvero e ancora fatico a crederci.
Nonostante abbiamo accumulato tonnellate di foto e video a profusione, almeno tre o quattro filmati per ogni cascata, scatti da ogni angolazione possibile, con tre fotocamere differenti, non mi sembra reale. La mia mente ha registrato quel viaggio come una sorta di sogno, quasi un’esperienza extracorporea ricca di dettagli, una sensazione insolita che provavo proprio lassù, e me lo ripetevo anche, tra quei paesaggi dalla bellezza esagerata.
Se qualcuno me l’avesse detto un anno fa, che sarei stata in Islanda una settimana, dopo aver azzardato persino due voli aerei in un giorno, più di cinque ore su quelle scatolette volanti, con tanto di stepover all’aeroporto di Copenaghen, lo avrei preso a male parole. Ma figurati! L’Islanda! Ma che ci vado a fare in Islanda?! Non c’è niente in Islanda! Tanto freddo, tanto buio, poche case, ma nemmeno le strade ci sono in Islanda!

Ci scherzo un po’ su, ma sapevo che l’Islanda, non poco lontano alla mia amata Scozia e dalla sue Highlands, è una terra altrettanto ricca di fascino. In fondo questo viaggio è partito da molto lontano, anche se mai avrei pensato di realizzarlo. In un certo senso, tutto è cominciato dallo Zecchino d’Oro del 1994, quando un divertito Mago Zurlì, dovendo presentare la prossima canzone in gara, chiese al suo assistente, un bimbetto biondo di Vicenza: “Adesso arriva una bambina dall’Islanda… ma tu lo sai dov’è l’Islanda?!” E il bimbetto rispose candidamente: “E’ mooooolto lontano l’Islanda… è vicina a Padova l’Islanda!”
E io che sono di Padova sono poi cresciuta con questa battuta, ribaltandone però i riferimenti geografici quando mi chiedevano quanto è distante Padova dalle altre città, dove magavi mi trovavo per lavoro: “E’ mooooolto lontana Padova… è vicina all’Islanda Padova!” 😀

Quando poi siamo diventati motociclisti (qui il plurale è d’obbligo, perché viaggiamo sempre in due), avevamo visto un video di Mototurismo dove proprio una coppia aveva percorso il periplo dell’isola, il giro completo sulla strada lungo la costa grazie alla Ring Road, nota come Route 1 o Hringvegur in islandese.
Purtroppo quel video non si trova più online, ma ci aveva ispirato per i panorami spettacolari e quel senso di libertà che regalava la natura incontaminata. Negli anni mio marito ha continuato a parlarne, come un’esperienza da provare in un futuro non definito, il sogno proibito del motociclista, mentre io invece scoprivo piano piano la Scozia.
Se n’era riparlato qualche anno fa, in occasione del suo compleanno importante, ma con i festeggiamenti rimandati perché io stavo continuavo a cambiare lavoro e mi ritrovavo sempre senza ferie al momento opportuno.

L’Islanda è ricomparsa nelle nostre vite grazie ai Pinguini Tattici Nucleari, con una canzone che si chiama proprio così, Islanda, e un video girato nel 2023, prima dell’inizio del loro tour negli stadi, quando sono partiti tutti insieme alla scoperta delle meraviglie di quest’isola. Lo abbiamo visto intorno allo scorso Natale, se ben ricordo, probabilmente durante la colazione di un sabato mattina, e ci siamo bloccati con la tazzina a mezz’aria. Incantati.
“Eh, vorrei andare in Islanda, prima o poi” dice lui un po’ affranto. Ci penso un po’ su.
“Magari non in moto, non subito. Un viaggio normale, di ricognizione” dico io.
Resta lì quel pensiero, sospeso nel limbo, ma intanto qualcosa si muove nella mia testa. Diventa piano piano un progetto “possibile”.
Mentre si stava allontanando purtroppo la Scozia (quest’anno avevano annunciato grandi celebrazioni per il decimo anno di My Peak Challenge e tutti speravamo in un nuovo MPC Gala a Edimburgo), si avvicinava lentamente questa nuova scoperta, l’Islanda. Ogni tanto guardavo le tratte aeree, sospirando su quelle cinque ore di volo aereo diretto…

A San Valentino gli ho regalato la guida Lonely Planet e la mappa impermeabile (i motociclisti devono avere mappe impermeabili e antistrappo!) della National Geographic dell’Islanda. “Studia, che poi ti interrogo” avevo scritto sul biglietto. Abbiamo sfogliato insieme la guida, ricca di luoghi incredibili da vedere di persona.
Ai primi di marzo abbiamo inviato la richiesta ad alcuni tour operator, per capire la portata organizzativa ed economica di arrivare lassù, così vicini al Circolo Polare Artico. La necessità di gestire la comunicazione con le agenzie e la curiosità su una terra così diversa dalla nostra mi hanno portato a leggere di tutto e di più dell’Islanda, non solo informazioni turistiche, ma anche la sua letteratura. Nel mentre stavamo chiudendo le ultime formalità, per il noleggio dell’auto, l’assicurazione completa, i posti nei voli, ecco un altro sassolino da dio: lo scrittore Marco Freccero, che nel suo blog ha recensito spesso romanzi del Grande Nord, quelli che io sono andata poi a leggere quest’estate, ecco che mi fa conoscere la pagina Facebook Un Italiano in Islanda, in questi mesi diventata mia fonte primaria della cultura islandese. 🙂

Et voilà. Il mio primo e unico amore resta la Scozia, ma sono stata davvero felice di dare un’occhiatina anche alla cugina Islanda lì vicino. Questo viaggio, che non era nei miei desideri ma in quelli di mio marito, è diventato la nostra seconda luna di miele, stavolta scelta davvero con cura, ogni kilometro che abbiamo percorso e ogni tappa in cui ci siamo fermati, deviazioni comprese causa maltempo o strade bloccate dalla pioggia.

Dall’altra parte, la mia ripresa di Settembre, subito dopo il rientro dalla vacanza, è stata alquanto traumatica.
Passare dal piumino leggero, il vento fresco, le strade libere e una miriade di arcobaleni, alle infradito, il caldo afoso senza respiro, la tangenziale bloccata ogni mattina e il grigiore dell’ufficio… ha richiesto davvero uno sforzo notevole. In una settimana in Islanda abbiamo incrociato solo tre semafori, vi immaginate?! Tutto rallenta in quella terra magnifica e ci si sente davvero esseri umani, invece che criceti impazziti sulla ruota. Vivere una settimana in Islanda, anche se da semplici turisti, è stata un’esperienza mistica, quasi come un viaggio indietro nel tempo, un ritorno alle origini.
Era un progetto che partiva davvero da molto lontano, che non era nemmeno mio, ma sul quale mi sono buttata con entusiasmo, studiando tutto quello che potevo – luoghi, storia, tradizioni, natura e letteratura – sei mesi prima della partenza. Ho respirato la sua essenza molto prima di arrivare, e mi sentivo preparata.
Ma una volta lì, siamo ammutoliti lo stesso di fronte a tanta meraviglia.

Perché scrivo questo post, un po’ fuori dalle mie solite rotte editoriali?
Beh, l’Islanda per me è iniziata soprattutto con un viaggio letterario, perché quella è la vera patria de Il Signore degli Anelli di J.R.R.Tolkien, perché ci hanno girato molte scene della serie Il Trono di Spade presa dai romanzi di George R.R. Martin, perché da lì arrivano il mondo poetico e la narrativa intensa di Jón Kalman Stefánsson.
Poi perché mi sono resa conto che se non metto un punto fermo qui sul blog, un resoconto della mia avventura, non riesco davvero a tornare da quella terra anche con la mente, oltre che con il corpo, e riprendere la mia vita qui. Ci si mette un po’ a tornare alla propria realtà.
Pure se è vicina a Padova l’Islanda! 😉

Islanda: la terra del ghiaccio e del fuoco

Nel nostro immaginario, l’Islanda è piccola, soprattutto perché non è popolosa come il nostro paese. Ma in realtà, l’Islanda è davvero molto vasta, se la si vuole scoprire per bene. La nostra prima idea era di avventurarci anche noi sulla strada principale, effettuare il giro completo dell’isola lungo la Route 1 o Hringvegur (che significa proprio “Ring Road”, strada ad anello). In totale sono circa 1.300 km e permettono di esplorare le diverse zone del paese: i vulcani attivi della penisola di Reykjanes, le spiagge di sabbia nera e le lagune glaciali del sud, con i grandi ghiacciai alle spalle, i villaggi di pescatori delle remote coste orientali, quelle meno abitate, poi le foreste e le cascate della parte settentrionale, considerata la più verde dell’isola, i fiordi occidentali con le loro imponenti scogliere sull’oceano, fino a scendere giù verso la capitale Reykjavík.

Tutte le agenzie offrono il pacchetto per 10 giorni, ma sono davvero tirati. Verificato il percorso, si rischia di passare tutto il tempo in auto e non “vivere” davvero la natura e la cultura islandesi. Anche se le distanze sulla mappa non sono notevoli, visto che l’isola come dimensione corrisponde al nostro Nord Italia, il suo territorio è molto più impervio e gli spostamenti richiedono maggior tempo: si guida più piano per la tipologia delle loro strade, con alcuni ponti a singola corsia nelle zone rurali o le strade interne completamente sterrate, ma si deve tener conto anche delle condizioni metereologiche, con pioggia e vento improvvisi che potrebbero richiedere una pausa. Ecco che ci vogliono almeno 15 giorni per visitare decentemente tutti i suoi quattro punti cardinali, fermandosi almeno nelle località principali.
Purtroppo non ce li avevamo e quindi abbiamo deciso di restringere il campo in quella zona che, così dicono anche i locali, concentra tutta la varietà e la potenza di questa terra: l’Islanda del Sud, tra il mare ghiacciato e gli altopiani interni, chiamati (oh ma pensa!) Highlands. 😉

Per comprendere appieno le distanze, anche se Google Maps è davvero preciso con itinerari e tempi di percorrenza, ho provato a confrontare le dimensioni dell’Islanda verso Italia tramite il servizio gratuito di The True Size Questo sito è fantastico, perché si possono mettere uno sopra l’altro diversi paesi, cercando così di correggere la distorsione nella proiezione della mappa mondiale di Mercatore, che esagera le dimensioni dei paesi più vicini ai poli e minimizza quelle dei paesi vicini all’equatore.

Viaggio in Islanda - Confronto dimensioni con l'Italia

Dopo aver fermato i voli aerei e confermato il pacchetto di viaggio, con le sistemazioni in hotel e il noleggio dell’auto, arriva la solita, tediosa domanda, in questo caso giustificata: cosa cavolo mettiamo in valigia?! 😀
Ho seguito i consigli per l’abbigliamento estivo dal sito Islanda Insider, con qualche strato in più d’emergenza, perché la prima settimana di settembre è alquanto variabile, Non è più estate, ma non siamo ancora nell’inverno: si possono trovare ancora un bel sole tiepido, da magliette a manica corta e crema abbronzante, come pure una prima nevicata in anticipo, da imbacuccarsi in sciarpa e berretto di lana. La soluzione è la stessa per i viaggi in Scozia: vestirsi a strati.

Alla fine ho portato l’abbigliamento tecnico che già uso per gli allenamenti, le escursioni e pure le gite in moto sulle Dolomiti: le magliette ad asciugatura rapida, quelle a temperatura controllata, felpe antivento da running, un paio di pile di diverso spessore, pantaloni e scarpe impermeabili, calzini in lana merino, il piumino 100 grammi, la giacca impermeabile. Importante: gli zaini con l’estensione impermeabile (usata due volte). Poi anche un paio di jeans normali, maglioncini e sneakers per le serate in città o la cena al ristorante. Non ho mai usato la sciarpa in effetti, perché mi sono trovata bene con lo scaldacollo antivento da running, quello tubolare che infili e via. Sul cappellino così così, dovevo portare quello più caldo, ma avevo il cappuccio del piumino in aggiunta.

Siamo stati parzialmente fortunati con il meteo: in una settimana di tempo variabile, abbiamo avuto solo un giorno di pioggia un po’ fastidiosa, proprio mentre eravamo alla laguna glaciale di Jokullsarlon. Questo ci ha bloccato per la tappa successiva, perché l’acqua accumulata aveva reso impraticabile proprio il nostro itinerario. Purtroppo le nuvole addensate in cielo, soprattutto durante la notte, ci hanno anche impedito di vedere l’aurora boreale. Osservando il sito che verifica la nuvolosità e le condizioni magnetiche per prevederne l’arrivo, Aurora forecast for Iceland eravamo sempre nel posto sbagliato. Peccato. Ma sapevamo fin dall’inizio che il periodo non era quello migliore per andare a caccia della “dama verde”.

Altra domanda fondamentale, che mi aveva destato preoccupazione per alcuni commenti fuorvianti in rete: che cosa si mangia in Islanda?! Qualcuno scrive che mangiare al ristorante in Islanda è proibitivo come costi, qualcun altro che non si trova niente di davvero locale e appetitoso che valga la pena assaggiare, altri ancora si erano portati pasta e sugo pronto dall’Italia. Uhm.
Quando viaggio, voglio conoscere tutto di quel posto, compreso il cibo che è espressione della sua cultura e tradizione. Mi sono fidata di questo articolo su Bagaglio leggero, Cosa mangiare in Islanda: tra bontà e disgusto, ma devo dire che io ho assaggiato solo bontà.

Qualcuno ha consigliato, per noi Italiani fedeli al caffè espresso, di infilare in valigia qualche bustina del miglior caffè solubile. Perché sì, il caffè c’è in Islanda ma non aspettatevi chissà quale meraviglia. Nel dubbio, visto che poi al caffè del mattino proprio non riusciamo a rinunciare, ce le siamo portate dietro, ma in realtà tutti gli alberghi erano assolutamente ben attrezzati. In ogni camera avevamo sempre un bollitore, tazze, bustine di caffè e tè vari. Nella sala colazione, sempre a disposizione dei clienti a qualsiasi orario, c’erano piccoli distributori automatici che sì, offrivano anche un ottimo espresso. Ho anche trovato una pizzeria (sì, ho provato anche la pizza, buona e ben lievitata) con il caffè Illy!

Altro indispensabile per il viaggio è la borraccia, perché in Islanda qualsiasi rubinetto ti regala l’acqua più pura e più buona della Terra! Ammetto che avevo forti incertezze su questo punto, ma cosa costava portarmi appresso la borraccia che già uso in ufficio? Così ho fatto e ogni mattina prendevo l’acqua dal rubinetto del bagno della camera oppure dal ristorante dove ci eravamo fermati. E anche a tavola l’acqua viene portata sulla caraffa o sulla bottiglia richiudibile dell’Ikea (ve lo giuro: sempre lo stesso modello! l’ho già rivisto all’Ikea di Padova!) E’ davvero buona, non ha quel retrogusto di cloro e residuo fisso. 🙂

Soprattutto, e questa parentesi la voglio proprio scrivere, abbiamo mangiato davvero bene. Innanzitutto lo Skyr, il loro latticino per eccellenza, che ha la consistenza dello yogurt greco, non mancava mai ad ogni colazione. Poi il classico Fish & Chips (che è la mia passione quando sono in Scozia) con una particolarità: le patatine fatte con le patate dolci, una delizia assoluta. Poi tanto pesce fresco: merluzzo, salmone, langa fish (un tipo di salmone bianco del fiume Langa), haddock (eglefino o asinello), accompagnati da verdure grigliate o stufate, con patate arrosto o delicato purè. Hamburger, ma che hamburger! Qui non esistono le catene di fast food, ci sono dei locali che gli assomigliano, come organizzazione e menù, ma il prodotto è di qualità superiore. Qui ho provato ad esempio l’hamburger di agnello, davvero molto gustoso, quasi dolce al palato.
Ho assaggiato anche la zuppa tradizionale, con agnello, carote, cipolla, erbe e riso. Per loro le zuppe sono degli “starters”, antipasti, ma ve le servono con pane fresco e – qui il mio colesterolo ha fatto la ola, ma non ho potuto resistere – il burro salato!
Abbiamo provato anche lo stufato di agnello e la Skyr cake, che assomiglia molto a una cheesecake in effetti. In un alimentari locale ho finalmente trovato anche l’hardfiskur, il pesce essiccato che vendono in bustine, come uno snack. Sono stecche sottili, si spezzano con le dita e si masticano quasi come le patatine in sacchetto. L’ho adorato, l’ho finito tutto e purtroppo qua in Italia non arriva. E per finire un bicchierino di Brennivin, distillato di grano aromatizzato con semi di cumino, detta anche “morte nera” per l’etichetta scura.

Certo l’Islanda costa di più di quanto siamo abituati a spendere qui nel nostro paese.
Per darvi un’idea: una cena in albergo in due, senza alcolici, in media 80 euro; un pranzo con hamburger da fast food e due bibite, in media 40 euro; una cena con pizza, bibite e caffè, in media 60 euro. Se evitate gli alcolici, che qui costano di più per il sistema di monopolio statale e una tassazione elevata per scoraggiarne il consumo, mangiare nei locali è abbastanza affrontabile. Anche perché in alcune zone non avevamo nemmeno alternative possibili, c’era proprio solo il ristorante dell’albergo.
Purtroppo noi soffriamo sia della svalutazione dell’Euro in confronto alla Corona islandese, ma anche degli stipendi italiani che, a parità di mansione, sono davvero molto al di sotto della media europea, oltre che alla nostra inflazione. Questo è uno svantaggio quando ci spostiamo all’estero.

Un altro punto da risolvere era la telefonia mobile: mi basteranno gli 8 GB di connessione dati disponibili in Europa, fuori dall’Italia?!
Il mio operatore offre ulteriore 5 GB con un pacchetto extra, nel caso avrei attivato quello direttamente dall’Islanda. Ero davvero convinta di consumare molto più traffico, soprattutto utilizzando il navigatore del telefonino per gli spostamenti. Invece l’auto a noleggio, una nuovissima KIA Sportage ben accessoriata, aveva già il suo navigatore di bordo e in Islanda, in qualsiasi luogo vi troviate, anche il bar più piccolino nelle lande sperdute, la connessione wi-fi è sempre gratuita per i clienti. Addirittura senza password!! Beh, non c’è niente nel raggio di 50 km… 😛
Usavo la mia connessione in roaming solo per ricerche varie mentre eravamo tra una tappa e l’altra e alla fine ho usato appena 2 GB in una settimana!

Mentre studiavo tutto questo, compilando il mio fedele quadernetto di viaggio, con tutti gli indirizzi e le indicazioni, soprattutto cercando di dimenticare le due lunghe tratte aeree che mi attendevano prima di toccare il suolo islandese, canticchiavo il ritornello dei Pinguini Tattici Nucleari. E sognavo di andare in Islanda… in Islanda…

Islanda on the road:
cascate, terre desolate, iceberg e arcobaleni

Atterriamo all’aeroporto internazionale Keflavik, a sud della capitale, nel tardo pomeriggio. I due voli aerei non sono stati affatto male, con due decolli corti ma potenti che mi hanno sì stretto lo stomaco, ma poi mi sono rilassata leggendo a bordo. Solo l’ultimo atterraggio al Keflavik è stato un po’ turbolento, a causa del forte vento che poi ci ha accolti all’uscita del terminal. Mi ricorda tanto il vento di Scozia.
Siamo due ore indietro rispetto a casa, quindi riusciremo a vedere giusto qualcosina della città. Prendiamo l’auto a noleggio, una KIA Sportage grigio scuro nuova di zecca, bagagliaio enorme, cruscotto digitale (in tedesco… argh, cambia subito lingua!) e navigatore integrato, un lusso. Puntiamo verso Reykjavík in direzione dell’hotel in pieno centro. Il paesaggio che scorre al finestrino, con la luce dorata del tramonto, sembra quasi lunare. Rocce scure e poche abitazioni, qualche cespuglio coraggioso. Una bellezza quasi primordiale.

L’abitato si intensifica, leggo i cartelli di quelle che sono zone periferiche della capitale, la strada diventa una tre corsie a scorrimento veloce, finché non entriamo nel pieno centro. Il nostro albergo è sulla Laugavegur a traffico limitato e qui sorge il primo problema: il parcheggio è su strada e costa circa 6 euro all’ora. Ci fermiamo giusto il tempo di prendere la camera e scaricare le valigie. Alleggeriamo gli zaini dal viaggio e ci cambiamo per uscire a cena, ma soprattutto spostare l’auto in una zona migliore. In questo caso Parka è vostro amico!
Parka è un’app da scaricare sullo smartphone in pochi minuti, collegare a una carta di credito e pagare comodamente il parcheggio, usando la posizione GPS e la targa del veicolo. In Islanda è l’unico modo per parcheggiare, soprattutto nei luoghi turistici.

Subito dopo mi dirigo verso il mare, pardon, l’oceano! Il lungomare al tramonto è bellissimo, c’è un po’ di vento ma non fa freddo, si sta bene. Lo percorriamo fino all’Harpa, sala concerti e centro culturale della capitale, con la sue vetrate multicolore ispirate alle colonne di basalto islandesi. Siamo poi risaliti verso la chiesa luterana Hallgrímskirkja (che non è la cattedrale, molti fanno confusione su questo punto), la cui incredibile altezza di 75 metri sovrasta l’intera città. Ci siamo affrettati perché stava calando il sole, a malapena l’abbiamo fotografata illuminata dagli ultimi raggi. Particolare la Skólavörðustígur, detta anche Rainbow Street, stradina pedonale con l’arcobaleno dipinto a terra, simbolo dell’impegno della città per l’inclusione.
Ci siamo poi fermati in un locale noto per il Fish & Chips, anche se ero tentata dallo street food vicino alla chiesa. Purtroppo abbiamo saltato l’altra zona della città, con il laghetto Tjörnin e il palazzo comunale. Una sola sera a Reykjavík decisamente non è sufficiente, avrei voluto viverla almeno un giorno in più.

Islanda - Reykjavík

Non ho dormito male, però ho sofferto il caldo. Anche qui come in Scozia si ostinano a usare il piumone pesante, senza lenzuolo e senza coperta alternativa. Morale: durante tutta la vacanza ho litigato con questi piumoni, una gamba fuori, due gambe fuori, butta il piumone e dormi con gli asciugamani lunghi da doccia, tanto abbiamo i nostri accappatoi personali. Ma possibile che devo soffrire il caldo pure in Islanda?! 🙁

Partiamo per il Golden Circle, il cerchio d’oro, che comprende tre tappe imprescindibili dell’Islanda: Thingvellir, Geysir, Gullfoss.
Il secondo giorno però è pesante, con il morale davvero basso perché era prevista un’escursione particolare, lo snorkeling nella fessura di Silfra, una spaccatura formatasi nella dorsale medio-atlantica, il confine tettonico tra le placche nordamericane ed eurasiatiche. Dovevamo nuotare lì, con la muta stagna, nell’acqua assolutamente limpida, tanto che non ci vivono nemmeno i pesci perché è troppo pura, ricca di alghe particolari che creano un paesaggio sottomarino unico. L’escursione ci è stata bloccata due giorni prima della partenza, per motivi medici, anche se risalenti a vent’anni prima. Qui potete vedere foto e video di quello che ci siamo persi: Silfra The Clearest Water On Earth

Ci siamo concentrati sul resto, che era davvero comunque meraviglioso: il Thingvellir National Park, un luogo ricco di storia (qui è nato nel 930 l’Althing, il primo parlamento del mondo), religione (si trova la Thingvallakirkja, la prima chiesa d’Islanda – una sua ricostruzione in realtà), natura (tutto il parco è nella frattura tra le due placche tettoniche, se non si può nuotare si può comunque camminare!) e spettacolo (mi dicono che qui hanno girato qualche scena di Games of Thrones, mi toccherà vederlo prima o poi).
Prima ci siamo fermati al parcheggio della cascata Oxararfoss, camminando in discesa lungo i crostoni di roccia. La cascata era strapiena di turisti, che si inoltravano ben oltre i limiti segnalati, impedendo di scattare fotografie davvero “pulite”. Per tutta la settimana, pur essendo in bassa stagione, osserveremo gli effetti dell’over tourism, come pure la maleducazione soprattutto della popolazione cinese, che ti spintona senza ritegno…
Siamo poi tornati indietro verso il centro visitatori del parco e da lì siamo scesi proprio in direzione della fessura di Silfra, per osservare i gruppi in muta scendere nell’acqua. Abbiamo camminato verso la Thingvallakirkja, con vicino la vecchia residenza del Primo Ministro, un piccolo cimitero d’epoca e le tombe dei poeti Jónas Hallgrímsson ed Einar Benediktsson nel monumento circolare dietro la chiesa.
Siamo poi risaliti lungo la Almannagjá, stavolta sì camminando tra il continente europeo e quello americano (adesso posso dire di aver messo piede in America!), fino alla collina Logberg, Roccia della Legge, dove si trova ora la bandiera che vedete nella foto in cima al post. Qui è dove si riuniva il primo parlamento islandese, completamente all’aperto.

Islanda - Thingvellir National Park

Dopo un pranzo veloce, due sandwich e due muffin presi al cafè del centro visitatori, siamo partiti per le altre due tappe della giornata: l’area geotermica di Geysir e la cascata dorata Gullfoss, la più imponente dell’intera isola. Non so esattamente perché, ma non mi interessava tanto Geysir, mentre non volevo proprio mancare Gullfoss.
In effetti il mio sesto senso aveva ragione: nonostante un parcheggio enorme, un campeggio altrettanto vasto, un paio di ristoranti e un albergo notevole, l’area di Geysir non è poi un gran spettacolo. Ci siamo fermati nemmeno un’ora. Il famoso Geysir, che ha dato nome a questo fenomeno in tutto il mondo e arrivava a eruttare una colonna di acqua bollente fino a 100 metri d’altezza, oggi è dormiente: si può solo osservare il suo continuo gorgoglio spento. Poco più in basso, adesso è attivo lo Strokkur, giovane e puntuale: ogni 10 minuti, il gorgoglio s’intensifica e all’improvviso esplode un getto di acqua sulfurea fino a 20 metri. La puzza di zolfo che mi ha investito subito dopo mi ha ricordato l’aerosol di Fluimucil… 😀
Però finisce lì. Si può camminare nel parco, scrutare le varie bocche, che forse un giorno diventeranno i nuovi geysir, ma altro non c’è.

Mi premeva invece raggiungere Gullfoss, una cascata magnifica, con diversi salti dell’acqua che poi scompare dentro un canyon profondo 70 metri. Questa cascata ha anche una storia da raccontare, ed è il motivo per cui è diventata riserva naturale, proprietà del governo islandese. Nel 1907 investitori stranieri cercarono di acquistare il terreno e sfruttare la potenza di Gullfoss per produrre elettricità. Sigríður Tómasdóttir, figlia di un contadino, si oppose con tutte le sue forze, in tribunale prima e minacciando poi di buttarsi nella cascata. Riuscì ad attirare l’attenzione pubblica sul bene prezioso di quelle acque (è considerata la prima ambientalista islandese) ed oggi Gullfoss è protetta per sempre da ogni sfruttamento umano.
Giunti sul posto, abbiamo avuto la sensazione che questo luogo sia poco considerato. Forse era tardi, ma non era affollato come Geysir, nonostante questa cascata meriti decisamente di più. Gullfoss è stupefacente, si può sentire il fragore dell’acqua dal parcheggio (per altro gratuito, sempre perché l’intera area non può essere sfruttata economicamente). Occorre scendere per un tratto lungo la collina, avvicinarsi al fiume, ma si resta alla stessa altezza delle acque prima dello strapiombo. Era nuvoloso e piovigginava, oltre alla quantità di spruzzi della cascata stessa, ma col sole deve sembrare un diamante splendente. Capisco perché Sigríður Tómasdóttir abbia lottato duramente per proteggerla. Gullfoss ha raggiunto subito il podio tra tutte le cascate viste nel nostro viaggio.

Islanda - Geysir e Gullfoss

Abbiamo poi percorso più di 100 chilometri verso sud, attraversando distese di sola tundra, campi coltivati a foraggio, pecore a zonzo nelle valli, qualche allevamento dei famosi cavalli islandesi (una razza pregiata, più piccoli ma più resistenti al freddo), una moltitudine di palle di fieno ricoperte per l’inverno. Diverse fattorie ma disseminate nel nulla, con poche cittadine lungo la strada, in genere con un benzinaio, un alimentari e una farmacia. Il navigatore ci indicava l’hotel a pochi minuti, lungo una strada sterrata, e di fronte a noi solo il buio. Un attimo di panico, prima di intravvedere un edificio basso, che potrebbe sembrare un enorme container, e invece è la caratteristica dei moderni edifici: strutture in legno e materiale isolante, protette da lamiere ondulate, spesso colorate vivacemente. Al suo interno, uno dei migliori alberghi della settimana, l’Hotel Selja, con stanze belle ampie, bagno attrezzato di tutto, asciugacapelli pure con il diffusore, per dire. Abbiamo cenato lì, perché eravamo troppo stanchi per uscire di nuovo, nel vuoto assoluto, alla ricerca di… un altro ristorante in albergo! Ci hanno servito salmone e merluzzo con contorno di verdure in un letto di purè cremoso, caldo fumante, da favola!
Era il luogo ideale per l’aurora boreale, e ci siamo anche svegliati alle 2 di notte, ma niente, cielo troppo coperto.

La comodità dell’albergo l’abbiamo valutata nei pochi minuti per raggiungere la cascata Seljalandafoss, nemmeno 8 chilometri di distanza, dove il minuscolo parcheggio si stava già rapidamente riempiendo. La cascata è mozzafiato davvero per la particolarità di poterci camminare dietro, lungo un percorso battuto abbastanza facile, dove ci si bagna però completamente. L’acqua infatti salta giù proprio davanti ad una caverna, così si ha l’occasione di ammirarne il fragore proprio da vicino. Purtroppo il camminatoio è stretto, per una o due persone al massimo in alcuni punti, e abbiamo constatato la maleducazione dei turisti cinesi giunti in massa con i pullman organizzati. Sono ovunque, non hanno il minimo rispetto per gli altri, ti passano davanti rischiando di farti scivolare sul bagnato, ti spintonano pur di scattare diecimila foto e girano con questi selfie stick estesi per girare il video completo della passeggiata, incuranti di infilarti il bastone in un occhio… 🙁
Li abbiamo lasciati andare avanti, per poterci godere il tragitto in tranquillità. Se Seljalandafoss è impressionante per la sua posizione, ancora più incredibile è l’altra cascata, sebbene non goda della medesima attenzione: Gljúfrabúi, la cascata nascosta.
Qui l’acqua del ghiacciaio Eyjafjallajökull precipita per 40 metri da una parete lavica in un piccolo laghetto, incorniciato dalle pareti scure di una fenditura stretta. Non si vede quasi nulla dall’esterno, ma si sente lo scroscio potente di questa meraviglia. L’ingresso al piccolo canyon è scivoloso e accidentato, ho preferito non avventurarmi, sia per la mia claustrofobia sia per i turisti ammassati. Mio marito è andato per scattare qualche foto e infatti l’hanno travolto, si è ritrovato con i piedi nel torrente.

Islanda - Seljalandafoss e Gljúfrabúi

Dopo esserci asciugati al sole caldo nel prato antistante (si stava bene in felpa leggera), siamo tornati al parcheggio, dove le auto in fila attendevano si liberasse qualche posto, just in time! Dato che il cielo terso prometteva bene, ci siamo diretti sulla costa, pochi minuti di strada dritta, verso l’imbarco di Landeyjahöfn per le isole Vestmannaeyjar, considerate la terra dei puffin o pulcinella di mare (vero nome Fratercula arctica) Non avevamo speranza di incontrarli, perché proprio il giorno prima era stata confermata la fine della migrazione verso il mare aperto, ma le isole Vestmannaeyjar sono interessanti da vedere anche per la loro storia geologica. Abbiamo preso il traghetto delle 13.15 con ritorno alle 17.00 (quello successivo alle 19.30 era davvero troppo tardi, con un altro hotel da scovare nella “nowhere land”), senza l’ingombro dell’auto. Abbiamo scoperto che la nave è elettrica, viene ricaricata tra un viaggio e l’altro alla sua colonna di ricarica, aggancio plugin tutto automatico. Sono 35 minuti in mare, andatura molto tranquilla che mi sono goduta all’aria aperta dal ponte più alto, mentre si passava in mezzo alle varie isole dell’arcipelago. L’unica abitata è Heimaey, la cui cittadina fu quasi sepolta da lava e ceneri nel 1973 a causa dell’eruzione del vulcano Eldfell. Non abbiamo visto molto dell’isola, troppo poco tempo per girarla tutta a piedi, comprese le escursioni in cima ai vulcani spenti (per darvi un’idea, qui potete vedere la mappa dell’isola Heimaey) Abbiamo pranzato al ristorante Tanginn direttamente sul porticciolo, ne avevo tanto letto in rete e ha ragione. Poi abbiamo camminato per le strade della cittadina, soprattutto la zona est colpita dall’eruzione del 1973, dove sono presenti alcuni punti informativi con le fotografie del disastro. Sullo sfondo svetta il color rosso mattone delle cime dei vulcani, che ancora non si ricoprono di vegetazione. Mentre tornavamo al porto, beh, un puffin l’abbiamo incontrato… 😉

Islanda_ - Isole Vestmannaeyjar

Scesi dal traghetto, veniamo sorpresi dalla pioggia che ci accompagna per mezz’ora fino all’hotel successivo, proprio davanti alla cascata Skogafoss. Siamo stanchi ed è già il tramonto oramai, quindi rimandiamo la visita all’indomani. Al ristorante finalmente assaggiamo un bicchierino di Brennivin, ristoro divino. Addormentarsi poi con il panorama della cascata alla finestra è davvero eccezionale.
La mattina successiva, usciti subito dopo colazione e con solo cinque minuti a piedi, troviamo la cascata già affollata di turisti, che rischiano di cade sulle acque del torrente pur di azzardare lo scatto più vicino alla colonna d’acqua. Originata dal fiume Skógaá, la cascata Skogafoss fa un salto di circa 60 metri per una larghezza di 25 metri, con la particolarità di generare in continuazione degli arcobaleni alla sua base. Davvero! Per nostra fortuna era un’altra giornata assolata e ogni 15 minuti circa compariva un nuovo arcobaleno, talvolta si vedeva pure il secondo arco esterno. Siamo saliti anche per i 527 scalini che costeggiano la cascata sul lato destro, per ammirarla dall’alto. In tempi remoti questa era una scogliera, ora il mare è ben distante.

Islanda - Skogafoss

Riprendiamo l’auto e ci dirigiamo verso la cittadina di Vík í Mýrdal, conosciuta per le sue spiaggie di sabbia scura, prodotto delle eruzioni vulcaniche del passato. Lungo il tragitto il paesaggio cambia in continuazione, tra distese verdi dove si perdono felici le pecore (come faranno a tornare a casa la sera?! Semplice: non ci tornano, vengono radunate solo in autunno!) e terreni brulli, scuri di roccia, dove non cresce niente. Alla nostra sinistra, il ghiacciaio Mýrdalsjökull si nasconde tra le nuvole.
Raggiunta la zona, puntiamo allo spettacolo che avevo scoperto tramite Google: il viewpoint Dyrholaey dove si può camminare tutto intorno al faro e ammirare le spiagge nere e i faraglioni da quella alta scogliera a strapiombo sul mare. Un vero incanto di pace e armonia.
Scendiamo sulla strada principale e decidiamo di dare un’occhiata veloce alla famosa spiaggia Reynisfjara, quella con le colonne di basalto più fotografate al mondo, ma con onde anomale altamente pericolose, tanto da dover installare un semaforo per regolare l’afflusso dei turisti sul bagnasciuga. Poche settimane prima è morta una bambina di 4 anni, trascinata in acqua sotto lo sguardo incredulo di tutti i presenti. Non volevo fermarmi, ma mio marito ha insistito. Il semaforo era arancione, quindi non camminare sulla sabbia bagnata. Comunque mentre eravamo lì tre cinesi si sono avvicinati troppo all’acqua e una signora è stata trascinata sulla sabbia, l’hanno tirata per lo zaino. Solo per una fotografia.
Ce ne siamo andati al villaggio di Vik, con la bellissima chiesetta sulla collina. Abbiamo mangiato un hamburger delizioso da Smidjan Brugghus e poi abbiamo camminato nel silenzio del lungomare Vikurfjara. Bellissimo, tranquillo, silenzioso, raccolto, vera pace per l’anima. Per altro si vedono meglio da qui i faraglioni!

Islanda - Dyrholaey, Vik e Reynisfjara

Nel tardo pomeriggio abbiamo proseguito lungo la Route 1, per incrociare la strada F206 che doveva portarci al Lakagigar, una lunga fessura vulcanica con circa 130 crateri allineati e campi di lava risalenti all’eruzione del 1783. Avevamo consultato la praticabilità della strada sul sito road.is, perché le strade “F” sono sterrate e soggette ad allagamenti improvvisi. Risultava libera e magari non avremmo proprio raggiunto il Lakagigar perché erano già le 17.00, ma almeno la cascata Fagrifoss più vicina. La strada però era davvero impervia anche per il nostro 4×4, uno sterrato stretto e pieno di buche. Non riuscivamo nemmeno a fare i 70 km/h previsti, quando saremmo mai arrivati?! Non si vedeva anima viva e non c’era nemmeno campo per una chiamata d’emergenza, in caso di bisogno. Uhm.
Siamo tornati indietro e ci siamo fermati al canyon Fjadrargljufur, con una cascata spettacolare dentro una gola strettissima, vista dall’alto di una bellissima passeggiata. Perché qui nella regione del Katla, ovunque ti giri, ci sono tesori nascosti da scoprire. 🙂

Islanda - Canyon Fjadrargljufur

La sera ci troviamo nel buio sconfinato della piccola cittadina di Kirkjubæjarklaustur (provate a pronunciarlo!) e fino all’ultimo non vediamo il nostro hotel, edifici scuri che si confondono con le colline basse. L’Hotel Magma è il migliore di tutta la settimana, un villaggio di piccole casette, ognuna una stanza ben accessoriata di tutto, macchinetta Nespresso, bollitore Kitchenaid, cassa bluetooth Marshall compresi. La bellezza unica è la portafinestra col patio sul laghetto… un sogno.
La mattina successiva abbiamo un tragitto ricco di meraviglie. Appena fuori dall’abitato, nascosto in un prato erboso, c’è una formazione di basalto alquanto curiosa, Kirkjugólf. Sembra il pavimento di una chiesa con piastrelle esagonali, ma nessun edificio è mai stato costruito lì e quel pavimento è opera solo della natura. Non è molto conosciuto e quindi regna un silenzio magico.
Lungo la strada poi è impossibile non notare l’imponenza del Lomagnupur, una delle montagne più fotografate con la sua forma a… panettone! 😀
Davanti a noi la riserva naturale di Skaftafell, situata nel Parco Nazionale di Vatnajökull, il terzo ghiacciaio più grande del mondo che occupa il 10% dell’intera isola. Il sole ci accompagna per parte del sentiero che dal parcheggio del centro visitatori ci porta in cima alla collina, circa 2 km di camminata in salita, per ammirare la cascata nera Svartifoss, chiamata così perché incorniciata da scure colonne di basalto. Da metà percorso comincia a piovigginare, ma quando arriviamo sotto la cascata riusciamo a fotografarla con qualche raggio di sole. Devo ammetterlo: me l’aspettavo più grande! Dalle immagini sulla guida e sui vari siti, la percezione era di una dimensione quasi al doppio del reale. Questo non toglie nulla allo spettacolo della natura, sia chiaro. E’ un piccolo gioiello perfetto.

Islanda - Kirkjugolf, Lomagnupur e Svartifoss

Dopo un pranzo veloce, ci avviamo verso un altro pezzo forte del Vatnajökull: la laguna ghiacciata di Jokullsarlon In questa regione dalla Route 1 si possono ammirare le diverse lingue del ghiacciaio che si protendono a valle, qualcuna anche raggiungibile con escursioni a piedi. Ciò che mi colpisce è l’azzurro intenso del ghiaccio in alcuni punti.
Mentre attraversiamo il lungo ponte stradale della laguna Jokullsarlon, che avevamo già apprezzato nei video in rete, a mio marito sfugge un’esclamazione spontanea. “Non me l’aspettavo così… è tutta un’altra cosa essere qui…”
Jokullsarlon è un luogo di enorme fascino. La lingua del ghiacciaio si protende nell’acqua e, per l’effetto del mare, della stagione e purtroppo del cambiamento climatico, enormi iceberg si staccano e cominciano a navigare per la laguna. Sono giganteschi, gli scatti dalla riva non rendono bene le loro dimensioni, un paio erano alti come edifici (e ricordiamoci che la parte emersa è solo una piccola porzione del volume complessivo!) E’ soprattutto impressionante sentire il rumore sordo del ghiaccio che si stacca dagli iceberg, che possono rimanere lì nella laguna per settimane, prima di uscire nel mare in pezzetti più piccoli. Questo ghiaccio ha la bellezza di 1000 anni sulle spalle e chissà quante storie potrebbe raccontare!

Parcheggiamo e raggiungiamo subito la riva, da dove partono anche le escursioni in gommone o col mezzo anfibio. Qualche coraggioso si avventura anche in kayak, ma fa davvero freddo qui e purtroppo comincia anche a piovere forte, tanto da dover coprire gli zaini con l’impermeabile. Mentre sto trafficando con lo zaino, il cappuccio e lo smartphone, perché non riesco a smettere di scattare foto al ghiaccio blu blu, spunta una cosa scura nell’acqua, in mezzo ai gabbiani. Forse ghiaccio sporco di sabbia nera? Un pezzo di legno vecchio? Spunta una testina che mi sorride entusiasta (non è questa foto, quel momento l’ho perso). “Cos’èèèèè quelloooo?!” “E’ una foca!” esclama divertito mio marito. Una foca! Io non l’ho mai vista da vicino una foca!!
Stava nuotando qua e là, in cerca di pesce succulento, litigando con i gabbiani (che vengono da Venezia e vorrebbero strapparle il cibo di bocca…)
Quando finalmente la pioggia ha smesso, ci siamo spostati nella spiaggia nera poco avanti, la Diamond beach (vero nome Fellsfjara). Qui si fermano i pezzi di ghiaccio più piccoli che hanno raggiunto già il mare, ma vengono trasportati a riva dalle onde. La trasparenza luminosa del ghiaccio sulla sabbia nera crea un effetto spettacolare, sembrano tutti enormi diamanti incastonati sulla spiaggia. Con il sole d’estate dev’essere ancora più intenso.
Torniamo verso l’hotel infreddoliti più che mai, ma assolutamente contenti della giornata, indimenticabile nonostante la pioggia. Per festeggiare, ci gustiamo una pizza calda fumante da Systrakaffi Oh, quest’islandesi fanno bene pure la pizza!

Islanda - Jokullsarlon e Diamond Beach

Islanda - Una foca alla laguna Jokullsarlon

Il giorno successivo si rivela il peggiore di tutto il viaggio, sotto un tempo disturbato, un pallido sole poco convinto. In programma ci sono gli altopiani interni, chiamati proprio Highlands, attraversando la riserva naturale Landmannalaugar. Abbiamo fatto rifornimento di benzina e riempito gli zaini di panini perché ci attende la lunga strada sterrata F208 fino al campeggio Landmannalaugar, con vicino laghetto termale, e poi un altro pezzo verso nord per raggiungere l’albergo per la notte. Controlliamo la strada sul sito road.is e risulta aperta. Il primo tratto sembra anche buono, poi inizia lo sterrati e in effetti il nostro SUV non sembra proprio adatto. Ogni tanto pioviggina e poi smette, ma il terreno sembra abbastanza asciutto. Lo scenario intorno è davvero strano: paesaggio bellissimo, ma davvero poco abitato, poche tracce umane. Mi prende il panico all’idea di bloccarci lì in mezzo al nulla, incrociamo anche pochi veicoli e sono tutti molto più grossi del nostro. Uhm.

Dopo circa un’ora di sterrato, su e giù per le valli e incrociando torrenti, ci troviamo in uno spiazzo aperto, con una casetta dei ranger. Esce una ragazza alta e bionda e ci avvisa che la strada non è messa bene per le piogge della scorsa notte. Davanti a noi infatti c’è infatti il primo guado, lungo 5 metri e profondo non so quanto. Il nostro SUV è un 4×4, ma purtroppo non è molto alto e il motore è ibrido, con la batteria proprio sotto il pianale, a rischio di contatto con l’acqua in attraversamento. Non è bene. La ranger ci spiega che ci sono almeno altri 4 guadi, forse più profondi di questo e ci sconsiglia vivamente di proseguire. Guardo con invidia il suo bestione Toyota Hilux lì parcheggiato. Sigh.
Il problema è che l’albergo prenotato è comunque alla fine di questa strada… Un po’ arrabbiati, torniamo indietro. Ripercorriamo tutto lo sterrato già fatto, e stavolta piove di cattiveria, fino alla Route 1 sulla costa. Da lì aggirare l’ostacolo ripassando per le cittadine di Vík í Mýrdal, Hvolsvöllur e Hella, da lì prendere la strada F26 verso l’hotel The Highland Center Hrauneyjar. Per altro, 14 km della F26 sono sterrati con il cantiere per un nuovo ponte in costruzione, ci tocca passare vicini a scavatori e ruspe in movimento.
L’unica cosa buona è il pranzo a Vík í Mýrdal, dove gustiamo una zuppa deliziosa da The Soup Company. Non ci fermiamo in altri luoghi lungo il tragitto, perché abbiamo premura di arrivare prima del tramonto. Però tra una pioggia e l’altra fotografo una miriade di arcobaleni.

Islanda - Landmannalaugar

L’ultimo giorno cominciamo a sentire la stanchezza, o forse è la malinconia per aver avuto solo un assaggio di questa isola magnifica e dover già ripartire verso casa. Non abbiamo un tragitto programmato per oggi, perché dovevamo tornare al Thingvellir National Park se la prima visita fosse stata presa dallo snorkeling nella fessura di Silfra. Decidiamo di scendere a sud verso la cittadina di Selfoss, per una strada differente.
Lungo il percorso avevo rintracciato qualche punto interessante: la cascata Hjalparfoss, incastonata nella valle, con una scenografica forma ad U (il getto viene diviso da un crostone di roccia nel mezzo), e il cratere Kerid, un lago vulcanico dalla conformazione particolare. Si pensa che il Kerid fosse un vulcano e che le sue pareti siano implose all’interno quando la camera magmatica si è svuotata. Nei secoli successivi si è riempito d’acqua: il suo lago ha una profondità variabile a seconda delle precipitazioni che lo alimentano. La colorazione è assolutamente d’impatto: i minerali del fondo del cratere gli conferiscono una tonalità acquamarina, che contrasta sia con il rosso acceso dei pendii che lo circondano, sia con il verde della vegetazione, tendente anche al giallo con le fioriture in primavera.
Si può camminare tutto intorno al cratere Kerid e scendere fino al suo laghetto. Siamo arrivati con la pioggia, ha smesso quando siamo entrati per la visita, ma ha ricominciato poco prima di toccare l’acqua sul fondo. Mannaggia.
A Selfoss, cittadina universitaria, ci siamo fermati per una passeggiata nel piccolo centro pedonale, dove sono stati ricostruiti oltre 50 edifici storici provenienti da tutto il paese, distrutti da incendi o demolizioni. E’ davvero caratteristico camminare per quelle stradine. Abbiamo pranzato lì, al Mjólkurbúið Mathöll, che raccoglie diversi ristoranti e bar, dal tailandese al messicano, con un angolo speciale per lo Skyr.

Islanda - Hjalparfoss e cratere Kerid

E poi siamo tornati all’aeroporto Keflavik, per riconsegnare l’auto, cenare con tutta calma, riorganizzare le valigie (le cui dimensioni raddoppiano sempre durante la vacanza…) e dormire qualche ora prima dell’alzataccia per il volo di rientro.

Abbiamo visto tantissimo, eppure è davvero nulla di questa terra sconfinata, se guardiamo il tracciato dei percorsi sulla nostra mappa. Torneremo un giorno per tutto quello che abbiamo lasciato indietro? Chi lo sa. Niente di tutto questo era deciso, solo un anno fa. Il futuro è uno scrigno ancora da aprire.

Viaggio in Islanda del Sud

Islanda come viaggio letterario

Già dalle prime blande ricerche in rete, dalle immagini popolari dell’isola e da qualche curiosità carpita qua e là, mi sono resa conto di quanto l’Islanda nasconda una storia e una cultura molto differenti dalle nostre, non solo per l’unicità del suo territorio. Sentivo di voler entrare in contatto con la sua parte più profonda tramite la sua letteratura. Ho acquistato per prime la guida turistica e la mappa, perché mi portano sempre bene: prima di ogni viaggio, anche solo fantasticato, avere lì nella mia libreria quel luogo in bella vista su una copertina scatena degli eventi che alla fine mi porteranno proprio laggiù.
Però poi ho iniziato a sbirciare sul catalogo Iperborea i titoli e le trame degli scrittori islandesi. Andate a rileggervi il mio post sul Book Pride dello scorso marzo: Danzare sull’orlo del mondo. Book Pride Milano 2025 Non avevo forse fotografato l’Islanda?! 😉
Ecco dunque i libri che ho letto per trarne ispirazione, perché questo è stato soprattutto un viaggio letterario:

Jón Kalman Stefánsson è stato una rivelazione, uno stile inconfondibile tra poesia e prosa, a tratti disordinato, con trame dense di personaggi e salti cronologici, solo in apparenza casuali, ma assolutamente coerenti. Mi ha mostrato l’Islanda nella sua essenza, dalla solitudine dei fiordi fino alla vivacità della capitale. Il mio preferito è Crepitio di stelle, ma conto di leggere altri suoi romanzi in futuro.
Il pastore d’Islanda di Gunnar Gunnarsson è invece una novella quasi biblica (ispirata per altro da una storia vera): un pastore che prima di Natale affronta la bufera per cercare le pecorelle smarrite e riportarle all’ovile ci fa entrare nella natura violenta dell’isola e nella perenne sfida dell’uomo per sopravviverle. Ambientato nel periodo dell’Avvento, può essere anche un ottimo regalo di Natale, prendete nota.
L’Atlante leggendario delle strade d’Islanda è un libricino interessante, con una mappa estensibile in ultima pagina: si ripercorre tutto il territorio dell’isola scoprendo le sue leggende, i misteri e le creature mitologiche, nonché l’origine delle tradizioni che vi sono associate. Lo sto terminando in questo momento, un’ottima lettura anche per traghettarmi ad Halloween grazie agli spiriti del Nord.

Un italiano in Islanda invece è il libro che mi ha distratto dall’ansia durante i lunghi voli aerei. Ho scoperto il suo autore tramite la sua omonima pagina Facebook, quasi 300 mila follower, e un altrettanto fornitissimo blog, con lo stesso nome: unitalianoinislanda.com Roberto Luigi Pagani è un italiano, di Cremona, che circa dodici anni fa si è trasferito in Islanda, dapprima per proseguire il suo percorso universitario (lingue scandinave a Milano ed Edimburgo, poi studi medievali islandesi all’università d’Islanda) e poi perché questa terra gli è proprio entrata nel cuore, trovandola molto più vicina al suo carattere e alla sua personalità. Oggi insegna lingua islandese e manoscritti medievali nella stessa università, ma collabora anche con l’Istituto Árni Magnússon, centro di ricerca per la cultura islandese. In questo suo testo si fondono tantissime materie per raccontare la sua esperienza in Islanda: scopriamo parti di storia dell’isola (no, gli islandesi non sono vichinghi! è offensivo!), di letteratura, anche degli scritti medioevali islandesi, la società del passato e quella moderna, l’evolversi della cucina, sempre molto più ricca di quel che credevamo, le tradizioni, il costume e pure la mentalità degli islandesi.
Uno sguardo acuto e sincero, pure sui difetti della società islandese, non così perfetta come ci piace pensare. Resta comunque un bel luogo dove vivere.

Letture consigliate per un viaggio in Islanda

Sempre parlando di romanzi, quel che non sapevo ma ho compreso proprio lì, mentre ci spostavamo da un villaggio all’altro, è come l’Islanda sia la vera patria de Il Signore degli Anelli di J.R.R.Tolkien. Ricordavo che Tolkien aveva attinto dalla letteratura nordica, pensando però a Norvegia, Svezia e Finlandia, magari un po’ di Scozia visto che l’autore era inglese. L’Islanda non l’avevo proprio contemplata, errore madornale! Mentre ci avvicinavamo al Thingvellir National Park, immersi nella brughiera battura dal sole, con tutte le sfumature brune della terra, mi sembrava di essere nel regno di Rohan, mancavano solo i cavalieri giungere al galoppo. Quando giorni dopo stavamo attraversando il campo di lava Eldhraun, lungo la Ring Road vicino a Kirkjubæjarklaustur, e tutto intorno c’erano queste rocce tondeggianti dell’eruzione del 1700, ora ricoperte da un muschio unico al mondo, un verde pallido tendente al giallo per qualche sporadico minuscolo fiorellino, continuavo a pensare alle terre desolate di Mordor.
Non solo i paesaggi, ma l’intera toponomastica dell’Islanda ha la stessa sonorità della Terra di Mezzo. Leggevamo i nomi sui cartelli stradali e le indicazioni del navigatore con una sorta di stupore mistico. “Secondo me lì dietro c’è Minas Tirith…”

Tolkien è stato profondamente influenzato dalla letteratura islandese. Oltre ai romanzi d’avventura letti da ragazzo, durante gli studi all’Università di Oxford, Tolkien lesse l’Edda di Snorri (dove si trovano Bifur, Bafur, Bombor, Nori, Ori, Oin e Gandalf!), l’Edda poetica e le principali saghe islandesi. Nel 1920 accettò pure un incarico all’Università di Leeds e tenne un corso di linguistica in islandese. Quando iniziò a scrivere Lo Hobbit, ascoltava, insieme ai suoi figli, storie di troll e elfi da una ragazza alla pari islandese che viveva in famiglia con loro. Quindi sì, non c’è alcun dubbio: anche se le trasposizioni di Peter Jackson ci hanno portato in Nuova Zelanda, la vera Terra di Mezzo è l’Islanda. Vi lascio giusto due link per approfondire la vostra personale ricerca sul tema:
Tolkien’s Icelandic au-pair
Did Gandalf and the Hobbits come from Iceland?

Un’altra saga ha trovato casa qui in Islanda, anche se non ho ancora letto questi libri: Games of Thrones, Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per ben quattro volte nelle diverse stagioni, la troupe televisiva si è spostata in Islanda per girare alcune scene importanti. Molti di questi luoghi sono facilmente raggiungibili dalla Route 1 e sono anche indicati talvolta tra le informazioni turistiche sul posto. Ho avuto la fortuna di vederne diversi, come il Thingvellir National Park (nella serie le terre selvagge oltre la Barriera), il ghiacciaio Vatnajökull (le regioni remote di Westeros), la spiaggia di sabbia nera di Vik (le coste esterne di Westeros). L’elenco completo qui: Trono di Spade Islanda. Le location della serie tv Magari quando mi prenderà la nostalgia dell’Islanda, comincerò a leggere questo Games of Thrones…

Tornare dall’Islanda è difficile…

Come vedete l’intero mese di settembre se n’è andato e io sto solo ora chiudendo davvero questo viaggio, con molta fatica.
Mio marito si ostina a guardare le previsioni del tempo della costa sud dell’isola o le indicazioni per l’avvistamento dell’aurora boreale. Facebook continua a mandarmi le notizie dell’Islanda, come pochi giorni fa quando la Route 1 è stata devastata dalla portata eccessiva dell’acqua, che ha distrutto circa 50 metri di strada. Instagram poi è di una cattiveria unica, mostrandomi foto e video dei panorami favolosi che ci siamo persi…
Pure la televisione ci si mette, perché una sera di zapping casuale ecco che trovo un vecchio documentario di Overland, toh, proprio in Islanda! Siccome ci siamo persi l’inizio, siamo pure andati a ripescarlo su RaiPlay: Overland 21 Il Grande Nord Europa
Guardatelo, perché l’Islanda merita davvero un assaggio. 🙂

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Comments (18)

Marco

Ott 04, 2025 at 9:17 AM Reply

Insomma, l’Islanda ti ha rubato un pezzo di cuore. Ma a questo punto è d’obbligo un secondo viaggio per capire se è un amore solido oppure no. Forse ti sei sbagliata. Non sei stata obiettiva ;))))

Barbara Businaro

Ott 04, 2025 at 12:34 PM Reply

Ahahahaha!! Potresti anche avere ragione eh! 😛
Intanto sto riempiendo nuovamente il porcellino salvadanaio per il prossimo viaggio e poi vedremo. Magari torno in Scozia la prossima primavera per il Gala My Peak Challenge, magari no (perché il management non sta lavorando bene quest’anno e non si capisce quale sarà il futuro della community). Allora potrei tornare in Scozia in estate e finalmente girarmela un po’ in auto, fin su su nelle Highlands e poi nelle isole Orcadi, chissà! 😉
Però quello dopo ancora potrebbe proprio essere l’Islanda, ci manca tutta la costa est, la parte nord e i fiordi occidentali, da scoprire.

Sandra

Ott 04, 2025 at 11:40 AM Reply

Che post ricco! Tra foto e descrizioni di posti davvero straordinari ci hai accompagnati, e questo testo rimarrà qui per chi vorrà fare lo stesso viaggio.
Il piumone senza lenzuolo – quindi o caldo e freddo zero vie di mezzo – praticamente appena varchi le Alpi te lo ritrovi ovunque, Germania e Austria con il sacco che è pure peggio.
Fantastico che abbiate anche mangiato bene, la mia esperienza con Scandinavia, che nell’immaginario collettivo magari si associa, fu pessima.
Adorabili le foche, era proprio lì e tu incappucciata in ogni angolo del Sud Dell’Islanda ormai nel tuo cuore, medaglia d’argento dopo la Scozia.

Barbara Businaro

Ott 04, 2025 at 12:37 PM Reply

Lo so, è un post davvero lungo e ci ho messo quasi un mese a scriverlo, raccogliendo tutti gli appunti sparsi, con una bella dose di malinconia.
Ma ho scritto proprio quello che avrei voluto leggere io prima di partire, ecco. Un unico articolo, con tanti link per approfondire. 🙂
Sì, hai detto bene: medaglia d’argento, un secondo posto da non sottovalutare, dopo la Scozia.
Infatti ho sorriso quando in aereo stavo leggendo il libro di Un Italiano in Islanda e salta fuori che aveva studiato a Edimburgo e da lì, dalla Scozia, che già gli piaceva tanto, ha poi scoperto la sua vera terra d’adozione, l’Islanda. Quante connessioni si scoprono nei libri!

Rosy

Ott 04, 2025 at 9:54 PM Reply

Bellissimo post e descrizioni puntuali e illuminanti e foto meravigliose. Me lo salvo, non sia mai che in futuro non mi venga utile.

Barbara Businaro

Ott 05, 2025 at 12:51 PM Reply

Benvenuta nel blog Rosy. 🙂
Anche se questo post resta innanzitutto a me come ricordo del viaggio (anche stamattina mi sono svegliata pensando: Ma davvero sono stata in Islanda?!), ho cercato di mettere tutto quello che può essere utile per chi volesse esplorare gli stessi luoghi. Dopo che l’agenzia viaggi mi ha dato il percorso e gli alberghi fissati, io comunque mi sono spazzolata tutte le zone con Google Maps, trovando fuori anche altri luoghi da visitare (in caso di maltempo, ci sono tanti bellissimi musei sparsi).

Giulia Mancini

Ott 05, 2025 at 10:48 AM Reply

Fate i viaggi con due moto? Che meraviglia, non avevo capito che fossi così “on the road” che bello! ho sempre sognato di imparare a guidare la moto, ma ormai ho desistito e continuo a fare il passeggero. Comunque avete fatto proprio bene a fare questo viaggio (in aereo) l’Islanda sembra un paese bellissimo dalle foto che vedo, una mia collega ci è stata anni fa ed ero rimasta estasiata dai suoi racconti. Semmai dovessi andarci (cosa che vedo piuttosto difficile per ora) verrei a ripassare il tuo racconto sul blog.
P. S. Troppo carino il bambino dello zecchino d’oro! Meraviglioso il video dei Pinguini tattici nucleari

Barbara Businaro

Ott 05, 2025 at 12:58 PM Reply

No Giulia, non facciamo viaggi con due moto, perché dopo 6 mesi di foglio rosa purtroppo non ho più preso la patente, per cavilli burocratici prima e per problemi seri di salute dopo. Ma siamo due motociclisti, potrei comunque guidare una piccola cilindrata, solo che non fai viaggi lunghi con quelle. Ergo, marito guida (ha la patente da quando aveva 16 anni) e io sono il navigatore dietro (lui si perde cartelli e senso dell’orientamento 😛 )
Abbiamo fatto bene ad andare in aereo in Islanda, perché in moto in effetti richiede preparazione. In uno dei parcheggi abbiamo anche trovato un gruppo di motociclisti: un tour operator che organizza il viaggio di gruppo in moto, e ci siamo segnati il sito web. 😉

Franco

Ott 06, 2025 at 8:46 AM Reply

Splendido reportage!! Mi hai fatto ritornare meravigliosamente al nostro pur breve excursus, tramite crociera, comunque bastevole per farci riempire occhi e cuore di spsrpresa, bellezza e meraviglia.. grazie per questa ampia “rinfrescata”, letta con piacere e un pizzico di malinconica nostalgia!! Ecco il mio post a proposito.. un goccio rispetto al mare della tua profonda e appassionata analisi, ma testimone di eguale entusiasmo!!
https://francobattaglia.blogspot.com/2022/06/qualcosa-di-islandese.html

Barbara Businaro

Ott 06, 2025 at 8:33 PM Reply

Sono andata subito a curiosare il tuo link! Certo che vedere l’isola dalla costa deve avere un fascino tutto particolare, e poi in giugno avete trovato un sole meraviglioso, si vede dalla luminosità delle foto. Fa impressione vedere quante ore di luce, alba alle 1:41 e tramonto alle 0:02 :O
Però sarei curiosa di andare in inverno, magari vedere solo la capitale durante le festività natalizie. Chissà!

brunilde

Ott 06, 2025 at 10:26 AM Reply

Un modo alternativo di viaggiare è proprio seguire gli amici in vacanza, prima con post e foto in tempo reale, poi coi reportage e i racconti, al loro ritorno. Quindi: grazie Barbara per avermi fatto fare un bel giro in Islanda! Ho adorato la tua fochina…
Non capirò mai gli imperscrutabili meccanismi della mente umana, che portano qualcuno come te ad appassionarsi al nord del mondo, con freddo ghiacci e nuvole grigie, e altri come me ad essere attratti dai luoghi caldi, possibilimente fra tropici ed equatore, ma va bene anche un sud più domestico.
Ho letto con interesse il tuo racconto, ho qualche romanzo di Iperborea nella mia libreria, ma la mia fascinazione anche letteraria per quei mondi è davvero limitata. Pure Tolkien non mi piace, eppure ci ho provato, perchè mi sembrava di essere l’unica a non apprezzare il signore degli anelli, ma mi sono annoiata a morte, che devo fare?
Certo però, che vedere l’aurora boreale sarebbe un sogno… never say never!

Barbara Businaro

Ott 06, 2025 at 8:43 PM Reply

Felici di averti portato un po’ a spasso con me nel mio bellissimo Grande Nord! 🙂
Non sopporto il caldo, è semplice, altro che imperscrutabili meccanismi! Soprattutto non sopporto il caldo umido qui in pianura, che in Puglia invece ci stavo benissimo! Se è quello che tu intendi per “Sud domestico”, mi basta che sia sul mare e che, se proprio proprio, ci sia un boschetto dove riparare dall’arsura (e infatti il Gargano è un gioiello proprio!) Dopo aver patito tanto un luglio e agosto qui in Italia, con un’afa opprimente per tanti giorni consecutivi, settembre in Islanda col piumino è stato un regalo unico.
Però mi è mancato il mare, l’acqua salata, i miei scogli, le onde e il loro profumo, leggere al rumore della brezza… la prossima estate sarà casalinga. 😉

Brunilde

Ott 07, 2025 at 5:49 PM Reply

Allora è molto semplice: io non sopporto il freddo! Sono felice di sapere che, in fondo, ti è mancato il nostro mare! (..la fochina però valeva il viaggio…)

Barbara Businaro

Ott 07, 2025 at 8:19 PM Reply

Comunque ti posso assicurare che ho più freddo questa settimana qua in Italia (la mattina 8 gradi con l’umidità nelle ossa) che lassù alla laguna ghiacciata!! 😀
Sì, la fochina resterà l’emblema di questo viaggio, anche se davvero tutto valeva questo viaggio.
…fino a che non tornerò in Scozia! 😛

Marina

Ott 08, 2025 at 9:14 AM Reply

Tanta, tantissima roba! Io ho con piacere seguito le tue tappe via facebook e con la tua approfondita descrizione del viaggio, qui, ho come la sensazione di conoscere un po’ anch’io questa misteriosa terra. Misteriosa perchè i colori sono quelli che mi sono rimasti più impressi: provo a immaginare come dev’essere vivere lì e trovo tutto così lontano da me e proprio per questo cosi terribilmente affascinante!
Peccato non avere potuto assistere all’aurora boreale, altro spettacolo incredibile, ma già avere visto la bellezza di quella natura incontaminata è un bel regalo che vi siete fatti… e pure la foca (che nella foto sembra un alieno sbucato dalle acque: il mostro di Loch Ness in gita dalla vicina Scozia, ahahahah!)
Io adoro Stefansson e ti consiglio di leggere anche Paradiso e Inferno e La tua assenza è tenebra, due libri bellissimi.
Comunque, ci credo ciecamente che posti così ti restino per sempre nel cuore. Vabbè, ora che sai che voli prendere, cosa portarti dietro e cosa mangiare puoi organizzare in tutta calma un secondo giro!

Barbara Businaro

Ott 09, 2025 at 9:44 PM Reply

Ecco, al mostro di Loch Ness in gita proprio non avevo pensato!! E mi hai ricordato che ancora non sono riuscita a visitare il lago in Scozia…
Ma quando ero lì, e vedevo questi gabbiani accanirsi contro una cosa scura in acqua, che si avvicinava, e ogni tanto sbucava qualcosa, lì per lì ho detto: “Ma non è che, oltre ai gabbiani di Venezia, abbiamo esportato pure le nutrie?!” XD
Comunque ho appena seguito il tuo consiglio e, ringraziando Libraccio che mi fa risparmiare qualcosina con l’usato, ho appena ordinato proprio Paradiso e Inferno e La tua assenza è tenebra. Penso me li gusterò per le feste di Natale (perché ho comunque una pila da smaltire sul comodino).
Oh, mio marito continua a guardare il meteo di Reykjavík… non è ancora tornato a casa! 😛

Luz

Nov 17, 2025 at 6:36 PM Reply

Barbara, finalmente ho potuto gustare nei dettagli questo tuo magnifico reportage (ho settimane folli alle spalle). Quanta roba, quanta bellezza! Ho apprezzato in modo particolare l’accuratezza di ogni tappa, niente affidato al caso se non il puro gusto di offrirsi a scenari che possono avere tutto il fascino dell’imprevisto.
Fra i libri letti, anch’io ho fatto l’esperienza di leggere Crepitio di stelle, Luce d’estate e il bellissimo Il pastore d’Islanda di cui ancora conservo un ricordo dolcissimo (sarà pure perché amo i paesaggi immersi in quelle tormente di neve).
Questo è un viaggio che vorrei fare anch’io un giorno, mio marito non ci pensa più di tanto e io invece ho l’Islanda fra le mete straordinarie che voglio scoprire. Mi colpì molti anni fa una collega che praticamente aveva viaggiato in molta parte del mondo (non si era fatta mancare Australia, Indonesia, Sudafrica, Perù, ovviamente tutta l’Europa) e che mi disse che proprio l’Islanda era stata la terra che l’aveva colpita maggiormente.

Barbara Businaro

Nov 19, 2025 at 4:31 PM Reply

Beh, l’accuratezza di ogni tappa è merito innanzitutto dall’agenzia di viaggi alla quale mi sono rivolta, specializzata in viaggi e trekking nel Nord Europa e fondata da un gruppo di geologi e naturalisti. Ci hanno davvero assistito in tutto e per tutto prima della partenza e avevamo, all’occorrenza, anche le loro guide lì in Islanda per appoggio. Anche perché se scegli un viaggio on the road in una terra così estrema, tra ghiaccio e fuoco, non puoi davvero lasciare niente al caso. Non è una capitale europea dove hai tutti i servizi comodi allungando una mano, qui ci sono zone senza presenza umana per chilometri e chilometri. Bellissime da attraversare, ma bisogna essere preparati.
Dall’altra parte qui c’è la Natura vera, incontaminata, e quindi capisco la tua collega. L’Islanda è sempre stata poco antropizzata, per la sua posizione isolata, per il suo clima freddo e per la minaccia dei suoi vulcani. Ghiaccio e lava hanno spazzato via secoli di storia umana di quel territorio, poco si è conservato e forse è stato anche un bene perché lì la Natura ottiene molto più rispetto che da noi. Il risvolto è anche la vita meno frenetica della popolazione, un ritmo differente che accoglie da subito i visitatori.
E poi nessun museo al mondo potrà mai eguagliare lo spettacolo di un ghiacciaio millenario. Ti lascia senza fiato.

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