La lotteria dei dimenticati. Un nuovo racconto di Natale

La lotteria dei dimenticati

Onorerò il Natale nel mio cuore e cercherò di tenerlo con me tutto l’anno.
Canto di Natale, Charles Dickens

 

Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Susanna strappava la carta con ferocia, la appallottolava in un ammasso indistinto con nastri e bigliettini augurali, e poi ci passava sopra la debole fiamma dell’accendino, prima di gettarla insieme col resto che già bruciava nel piccolo focolare. Non aveva mai usato quel camino. Le era piaciuto subito quando aveva visto l’appartamento per affittarlo, donava un certo carattere alla stanza, con quel suo stile prettamente inglese. Si era immaginata serate romantiche di fronte al fuoco crepitante, con un lieve sottofondo musicale e un bicchiere di vino rosso per accompagnamento, e invece ora ci stava bruciando i regali di Natale. Il suo fidanzato Riccardo non lo sapeva accendere, non era portato per quel genere di attività. Lei ci aveva provato una volta, con l’unico risultato di affumicare il salotto e dover lasciare aperte le finestre per giorni per ricambiare l’aria.
Il suo fidanzato. Il suo ex fidanzato oramai. Un altro singulto la scosse. Afferrò un altro pacco e senza togliere il ciocco, lacerò la carta con le unghie. Era il suo tentativo di smorzare la rabbia: togliere quella confezione colorata che rappresentava il suo amore e lanciarla tra le spire dell’inferno, per vederla poi consumarsi lentamente in cenere. Aveva raccolto anche le loro foto insieme e tutti quegli oggetti, anche gli appunti attaccati al frigorifero, che le ricordavano quel sentimento tradito. Bruciava tutto quel che trovava, mentre camminava frenetica per le stanze, piangendo e imprecando contro se stessa. Come era potuto succedere? Ora si spiegava perché Vanessa aveva rimandato quel loro appuntamento prima delle feste, con una scusa strana, tanto lavoro figuriamoci, proprio lei che non sapeva rispettare impegni e scadenze. Era il loro consueto pomeriggio dei regali, solo loro due, amiche per sempre, a dimostrarsi un affetto da sorelle che si erano scelte. Ora le restavano solo dubbi e bugie.
Li aveva scoperti per caso, pochi giorni prima del Natale. Un corriere aveva sbagliato la spedizione per un cliente, non c’era più tempo per rimediare con un secondo invio e alla fine si era mossa lei di persona, per consegnare quel plico di documenti, con annessi cadeau e auguri natalizi. Era una zona che non conosceva bene, fuori dai suoi soliti giri e infatti si stava perdendo tra diverse strade e incroci. Svoltato l’angolo, loro erano proprio lì, si stavano baciando, la mano di lui sotto la giacca di lei, sul seno. Quell’atteggiamento intimo era inequivocabile. Si bloccò all’istante. Vanessa e Riccardo avvinghiati, una decina di metri più avanti sullo stesso marciapiede. Le mancò il respiro, si sentì sprofondare in una lunga apnea. La sua mente rifiutava quell’immagine. Lei continuava a sbattere le palpebre sperando che la realtà svanisse.
Da quanto tempo andava avanti la cosa? Aveva avanzato quasi in trance verso di loro e li aveva sorpresi con quella domanda perentoria.
Da un po’, aveva ammesso lui imbarazzato. Da tre mesi, aveva risposto l’amica con orgoglio. Quello sguardo fu quello che la ferì, più di tutto il resto.
Quando pensavano di dirglielo? Lo aveva chiesto con fermezza, ma non c’era collera nella sua voce, solo una profonda, inesorabile tristezza.
Erano ammutoliti entrambi, scrutandosi appena l’un l’altro, forse in cerca di una replica comune.
“Non… non… non riesco nemmeno a trovare le parole… voi due eravate quanto di più caro avevo al mondo” aveva ammesso allora Susanna.
Mi dispiace, aveva sussurrato lui. Mentre lei, la sua migliore amica da sempre, nemmeno aveva tentato una difesa. Non sembrava importarle davvero.
Così Susanna aveva voltato le spalle e si era incamminata veloce, per scappare da lì. Non sapeva come era tornata a casa, non ricordava il tragitto del rientro, doveva essere stata in preda allo shock. Non aveva pianto, non una lacrima, non un gemito. Procedeva come un automa. Si era resa conto dell’accaduto solo quando si era tolta il cappotto, leggendo i messaggi sul telefonino, oltre alle numerose chiamate non risposte, degli altri due.
Era stato un errore affrontarli sul posto? Ma che altro avrebbe potuto fare? Scattare una foto e poi attendere Riccardo quella sera e chiedergli spiegazioni? Avrebbe negato o minimizzato quello che lei aveva visto. Era bravo con le parole, era bravo a manipolare le situazioni a suo vantaggio. Lavorava nell’alta finanza, con investitori di rilievo e grandi capitali da gestire. Riccardo, camicie su misura con iniziali e pullover in cachemire, l’aveva tradita con la sua migliore amica Vanessa, disegnatrice di moda a tempo perso. Beh, sì, in effetti si sono trovati, pensò Susanna, Vanessa ha sempre spasimato per capi firmati, gioielli di marca e lussuosi weekend nelle spa. Perfetta per seguirlo ovunque.
Lanciò un altro urlo disperato. Doveva bruciare tutto, tutto quello che glieli ricordava, mandarli in fumo e lasciar svanire tutto quel dolore.
Stava per prendere un altro pacchetto e scagliarlo direttamente sul fuoco, quando si rese conto che quello era un libro. Tirò indietro la mano giusto in tempo. Era il regalo di Natale che aveva scelto per Riccardo, un libro di poesie, un’edizione antica di “Poesie d’amore e libertà” di Jacques Prévert. Quella copia conteneva una bellissima dedica, scritta a mano sulla prima pagina:
Non lasciare questa vita senza aver amato.
Non c’è tesoro più grande di un cuore che batte all’unisono con il tuo.
P.
Non poteva bruciare un libro, suo nonno sarebbe tornato dalla tomba per schiaffeggiarla se l’avesse fatto. Non poteva nemmeno bruciare quel libro, perché quella calligrafia chiara, il tratto pulito quanto le parole, gli aveva dato un’anima. Era stato un regalo fatto con amore, era il motivo per cui lei stessa lo aveva scelto tra tanti altri volumi pregiati, per donarlo con il medesimo messaggio e, sperava, con il medesimo sentimento.
Lo mise da parte. Non poteva tenerlo, non più ora, ma gli avrebbe trovato un’altra destinazione.
Per un momento la sua vista si posò sulla poltrona, dove aveva lasciato cadere il cappotto. Vide il foulard di seta rosso con motivi floreali, il suo preferito in questa stagione, era così bello e caldo. Ma glielo aveva regalato Vanessa, non sarebbe più riuscita a indossarlo senza sentirsi male.
Stava per lanciarlo con stizza sul fuoco, ma si trattenne. Era così morbido, davvero un peccato bruciarlo. Forse poteva donarlo a qualcuno, donare è sempre la scelta migliore, buttare è sprecare. Proveniva da una famiglia di umili origini, era cresciuta con i vestiti dismessi dei bambini più grandi. Buttare qualcosa che poteva ancora servire era peccato mortale. Prese una delle borsette di carta natalizie e ci ripose il libro e il foulard.
Si guardò ancora intorno. In un’altra borsa di carta di un noto atelier del centro, chiuso dentro un sacchetto scintillante, c’era il maglioncino di angora acquistato per Vanessa. Aveva speso un capitale, ma la sua amica lo desiderava tanto e così glielo aveva preso per Natale.
Aprì il pacchetto e lo scontrino di cortesia cadde per terra mentre la morbida lana scivolava lentamente tra le sue mani. Non si era mai regalata una cosa tanto bella nemmeno per se stessa. E se fosse stato proprio questo il suo errore?
La suoneria del cellulare la riscosse dai propri pensieri. Lo prese dal tavolino dove era appoggiato in ricarica. Sua madre, oddio.
“Ciao mamma… sì, scusa, non ti ho richiamato, ma ho finito tardi al lavoro e poi avevo una consegna extra…”
Eccola, adesso me lo chiederà. Quando arrivate per le vacanze di Natale? Restate qualche giorno, vero? Susanna anticipò il timbro acuto della donna.
“Non lo so ancora mamma… abbiamo qualche problema in ufficio…”
Non poteva proprio andare, non senza Riccardo, non senza quel fidanzato che tutti volevano conoscere, non dopo essere stata tradita da lui e dalla sua migliore amica. Non sarebbe riuscita a sopportare né le loro domande né quel clima di festa, mentre lei si sentiva morire dentro.
Il lavoro era sempre un’ottima giustificazione. Avrebbe saltato il pranzo di Natale e Santo Stefano, raggiungendoli solo per Capodanno. Le serviva tempo per tamponare le ferite e costruire una solida corazza contro le frasi di circostanza che avrebbe dovuto ascoltare.
“Sì mamma… farò il possibile, certo… ” Sua madre non poteva ribattere altro, erano orgogliosi di lei e di quanto aveva conquistato, da sola. Susanna lavorava come assistente agli acquisti per una catena di grandi magazzini per l’abbigliamento e la casa. Le piaceva essere in contatto con le altre nazioni per gli approvvigionamenti, aveva modo di parlare lingue diverse e conoscere, senza viaggiare, gli altri paesi. Non era la sua massima aspirazione, ma qualsiasi impiego le sarebbe andato bene, pur di non dover tornare a vivere con i suoi genitori dopo la laurea.
Abitare in un’altra città era una buona scusa per mantenere le distanze, ma pure per sentirsi terribilmente soli.

Non aveva dormito benissimo quella notte. Si era rigirata sotto il piumone fino all’alba, incapace di fermare le feroci elucubrazioni della mente, ma soprattutto del cuore. Cosa aveva sbagliato in quella storia con Riccardo? Come era possibile che lui l’avesse tradita proprio Vanessa? Lei gli aveva messo gli occhi addosso fin dall’inizio? Il suo cervello aveva analizzato ogni momento dei loro incontri, tutti e tre insieme, cercando di trovare un indizio di colpevolezza, controllando il linguaggio dei corpi e le espressioni dei loro volti. Ma oramai a cosa serviva?!
Aveva sempre riso della stupidità delle ragazze che nei film venivano tradite tanto dal fidanzato quanto dalla migliore amica, un cliché così abusato nelle pellicole romantiche. E toh! Era caduta nella stessa situazione assurda, a pochi giorni dal Natale per giunta.
Si alzò dal letto con fatica, ben oltre il solito orario della sveglia. Dalle finestre giungeva attutito il traffico della città già sveglia da un pezzo. Era in ferie quel giorno, lo aveva programmato per sbrigare alcune faccende, compreso un piccolo bagaglio per il viaggio verso i genitori.
Controllò il cellulare sul comodino: un’altra telefonata persa di sua madre. Subito di seguito, un suo messaggio nella chat di famiglia: le chiedeva quando arrivavano, se alla vigilia o direttamente la mattina di Natale, perché aveva già preparato le camere per lei e il fidanzato, oh era così entusiasta di conoscerlo, poi ci sarebbero stati sua sorella con il bambino piccolo, suo fratello con gli altri due nipoti, e relativi consorti. Un bel ritrovo in grande stile, come nelle migliori occasioni, funerali compresi. I suoi abitavano in un casale in collina, attorniati da boschi e vigneti. Una natura meravigliosa da assaporare, ma pure troppo spazio per ospitare in contemporanea tutta la prole.
Sotto a quello della madre, c’era un altro messaggio, l’ennesimo di Riccardo. Le chiedeva di nuovo perdono, ammetteva di avere sbagliato, non se ne era reso conto finora, si era comportato da stupido idiota. Ecco, su questo Susanna era d’accordo. Giurava di amare lei, Susanna, la sola e unica, e voleva disperatamente ricominciare daccapo. Seguivano diverse immagini di loro due insieme, scatti di momenti felici. Poi concludeva con una frase assurda: “Dobbiamo andare dai tuoi genitori per le feste, quando vogliamo partire?”
“Ma sei scemo?” esclamò a voce alta Susanna, ridestandosi completamente dal torpore del mancato sonno. “Davvero credi che io voglia presentarti ai miei genitori, dopo che mi hai tradito? Con la mia migliore amica?!” Lasciò cadere il cellulare sul letto, e si infilò in bagno per lavarsi e cambiarsi. Continuava a borbottare improperi incomprensibili, mentre si lavava il viso, mentre si vestiva per uscire, mentre sorbiva al volo un caffè caldo dalla macchinetta e addentava un paio di biscotti, mentre scendeva le scale dal terzo piano fino all’ingresso principale.
Qualcosa però attirò la sua attenzione: un foglio appeso nell’androne, in bella vista sopra la fila delle cassette postali. Un’immagine colorata con un albero addobbato, pubblicizzava un pranzo di Natale aperto a tutti, con scambio di regali anonimi. Doveva essere come il Secret Santa che organizzavano in ufficio. Sotto ai caratteri stampati, una grafia femminile elegante aveva scritto “Chiedere alla signora Franca, appartamento all’ottavo piano.”
Susanna abitava in quel condominio da meno di un anno, quindi non aveva idea di cosa fosse quell’invito. Era in affitto, non partecipava alle riunioni condominiali, ma la proprietaria dell’appartamento, che adesso viveva con la figlia in una villa in campagna, si lasciava andare a qualche pettegolezzo sugli altri inquilini del palazzo. Sapeva che all’ottavo piano c’era un attico, con una vista meravigliosa sulla città, e ci viveva una donna senza figli, rimasta vedova da giovane, su per giù dell’età di sua madre.
Aprì la sua cassetta della posta, conteneva solo pubblicità spazzatura. Dall’ascensore di fronte uscì Karolina, una badante polacca che viveva col signor Guidotti del quinto piano, un vecchietto simpatico ma non più autosufficiente. “Buongiorno Zuzanna!” la salutò con un sorriso largo. Si era presentata lei qualche mese prima, molto affabile, quando si erano incrociate per le scale la prima volta. Karolina aveva tre figli ancora in patria, il più grande aveva già vent’anni, ed era nonna di un nipotino piccolo, Klaus. Le aveva mostrato tutto il repertorio fotografico sul portafoglio.
“Scusa Karolina, cos’è questo?” Susanna indicò il foglio alla parete.
“Oh, pranzo di Natale della signora Franca, ultimo piano. Chi non ha familia, chi è solo, chi lavora fino tardi, o chi ha parenti lontani come me, andiamo a mangiare casa sua. Portiamo qualcosa, se cucini porti cibo, io faccio una torta al cioccolato speciale. Se no cucini, porta una bottiglia o della frutta. E regalo incartato per altri. Ci scambiamo regali che non vogliamo, che non ci servono, che sono in più. Ma se vai da lei, spiega meglio.”
Karolina prese la corrispondenza del signor Guidotti dalla sua cassetta postale, qualche lettera di auguri era anche per lei, con timbro straniero.
Dal pianerottolo del primo piano, arrivò di buona lena la signora Ersilia, Susanna la riconobbe dalla descrizione puntuale che le aveva fornito la sua proprietaria di casa: una di quelle vecchiette così arzille alle quali non si riusciva a dare un’età. Quei solchi sul viso raccontavano di molte avventure già vissute, ma era ben truccata, non all’eccesso, anzi, con affascinante moderazione, e ben pettinata, forse merito di una parrucca di ottima fattura. Scendeva le scale sicura, senza bastone, e sorrideva sempre con un guizzo di entusiasmo nello sguardo.
“Buongiorno Karolina. Oh, e tu… devi essere Susanna, la ragazza nuova del terzo piano. Susanna, tutta panna, come i formaggini…”
“Beh sì, mia madre il nome l’ha preso proprio da là…” ammise Susanna divertita. Sua madre in gravidanza mangiava quei famosi formaggini reclamizzati in televisione, con una bambina bionda sorridente sulla scatola. Alla fine si convinse che era un’ottima scelta anche per la sua piccolina.
“Cesare come sta? Gli è passata quella brutta infreddatura?” chiese la signora Ersilia all’altra donna.
“Sì si, sta bene. Ma lamenta sempre, anche quando sta bene. Adesso arrabbiato con filii, anche questo anno non vengono per Natale.” Karolina alzò le spalle con rassegnazione. “Chi può, non vuole. Chi vorrebbe tanto, come i miei, non può fare viaggio.”
“Ci saremo noi Karolina per te.” Le posò una mano sulla spalla. “Per il pranzo di Natale porterai quel tuo dolce eccezionale con cioccolato e amarene?”
“Oh sì, certo, è dolce tradizionale del mio paese. Senza, non è Natale!”
“Bene bene. Sto andando ora a prendere vino e fiori per la tavola. Chissà quanti saremo quest’anno!” La signora Ersilia si voltò verso Susanna.
“Ci sarai anche tu, dolcezza? Oh, immagino di no. Voi giovani avete un mondo intero da vedere, come è giusto che sia.”
“Tornerò dai miei genitori per qualche giorno, assieme ai miei fratelli e qualche nipote” confermò Susanna. Questa era la versione ufficiale per chi continuava a chiederglielo. Ancora non aveva deciso davvero. Forse alla fine si sarebbe chiusa in casa per quattro giorni, con le serrande abbassate.
“Bene bene. Karolina, Susanna, buona giornata!” La signora Ersilia alzò la mano in aria e avanzò verso il portone principale.
“Mi chiami Suzy, tutti mi conoscono come Suzy oramai.”
“Mi piace molto di più Susanna! Pitupitumpaaaa!” esclamò l’arzilla vecchietta, come nella pubblicità originale.
La sua risata cristallina riecheggiò per la tromba delle scale.

La sera in città brulicava di vita come non mai, tutte le vie addobbate di alberi decorati e illuminate dalle decorazioni appese sopra le teste dei passanti, indaffarati tra un negozio e l’altro. Ma Susanna era stanca, era uscita tardi dall’ufficio, dove l’avevano richiamata per un’urgenza con un fornitore inglese. Visto che non aveva niente di meglio da fare, si era impegnata per risolvere quel piccolo contrattempo. Però adesso era stremata e non aveva né tempo né voglia di spostarsi verso l’ipermercato dell’altro quartiere per una spesa veloce. Il frigorifero di casa era pressoché vuoto, anche perché sarebbe dovuta essere a cena fuori con Riccardo e l’indomani in partenza insieme per andare dai suoi genitori, secondo il primo programma.
Il suo cellulare squillava di continuo, si alternavano sua madre, Riccardo e Vanessa in parti uguali. Alla fine lo aveva addirittura spento. Stava pensando di ordinare una bella pizza fumante a domicilio, quando notò al marciapiede opposto il piccolo alimentari. Ci passava davanti tutti i giorni in effetti, ma mai aveva pensato di approfittarne. Lei apparteneva alla generazione della grande distribuzione, pensò, eppure un tempo i suoi nonni si servivano regolarmente in queste piccole botteghe di paese. Doveva sbrigarsi però, perché certamente non sarebbero stati aperti fino a sera inoltrata.
Quando entrò, il classico campanello appeso alla porta per annunciare i clienti la riportò alla sua infanzia.
“Buonasera” la salutò un ragazzo che stava sistemando dei pacchi di pasta sullo scaffale. “Sono Fatos. Cosa posso servirle?”
Susanna sospirò. “La mia dispensa piange, letteralmente. Se avete del pane di giornata, un po’ di affettato magari…” Poi si accorse che il lungo banco frigo di fronte ospitava anche alcune teglie con dei piatti già pronti. “Beh, anche una porzione di… quello, qualunque cosa sia!”
Il ragazzo si mise a ridere. Era alto e ben piazzato, ma con uno sguardo gentile, di chi è abituato a lavorare sodo e con soddisfazione. “Certo. Abbiamo lasagne al forno, del merluzzo grigliato, patate arrosto e mi è rimasta una porzione di cicoria.”
Solo a sentire nominare quelle prelibatezze, a Susanna stava salendo una fame improvvisa. “Prendo tutto…”
Il ragazzo si voltò verso una porta aperta, chiamando qualcuno. “Donika, hai un minuto?”
Dal retrobottega giunse una giovane donna, con un pancione voluminoso che annunciava un lieto evento imminente. I lunghi capelli neri erano chiusi in una coda bassa. La salutò con un Buonasera appena sussurrato e un cenno del capo. Ciabattando stancamente, si accomodò sullo sgabello davanti al registratore di cassa. Si accarezzava la pancia con un lento movimento circolare, quasi volesse trasmettere una ninna nanna al piccolo ospite.
“Tutto bene?” le chiese Susanna, avvicinandosi.
“Sì, sì. Solo che oggi Luljeta scalcia un po’ più del solito…” le rispose Donika, con un sorriso dolce rivolto verso il suo ventre.
“Secondo me è arrabbiata perché per poco non si perde questo Natale!” sogghignò Fatos, mentre riempiva diverse coppette e le metteva da parte.
“Quanto manca per la nascita?” Susanna era incantata da quella ragazza, a guardarla sembrava avere la sua stessa età.
“Ancora due mesi, arriverà con la primavera…”
“Se non ci fa una sorpresa e arriva prima” aggiunse Fatos. Aveva impilato tutti i contenitori, ben chiusi, e stava prendendo un sacchetto di carta per il pane. Fece un cenno a Susanna per indicarle le pagnotte scelte, se le andavano bene. Lei annuì col capo.
“Non scaldare tutto a microonde” le spiegò Donika. “Meglio se usi una padella o il forno, così si mantengono meglio.”
“Eh, è Donika a cucinare tutto qui. Deve ringraziare lei. Se viene al venerdì sera, abbiamo anche la pizza in teglia, quella alta e morbida.”
“Ne terrò conto, grazie. Mi può dare anche del prosciutto cotto e del parmigiano? Forse ho finito pure le uova…”
Mentre Susanna ricordava cosa le mancava in dispensa, Fatos recuperava subito il prodotto e lo aggiungeva nelle borse che stava preparando. Al termine, Susanna pagò il conto battuto da Donika alla cassa. Li ringraziò molto, avevano salvato la sua cena. L’unico problema adesso era riuscire a portare a casa quelle due enormi buste, visto che lei ne aveva altre due dall’ufficio, alcuni cataloghi da studiare per mantenere la mente occupata.
“Abita lontano?” le domandò Fatos, mentre puliva il bancone prima della chiusura serale.
“No, poco più avanti, nell’edificio giallo, al civico 42.”
Fatos e Donika si guardarono sorridendo. “Allora tu sei Susanna, finalmente ci incontriamo!” esclamò la ragazza entusiasta.
“Noi abitiamo al primo piano” spiegò Fatos allegro. “Però siamo sempre qui in negozio, dal mattino presto.”
Poi il ragazzo prese lo scatolone che aveva appena svuotato della pasta e ci mise le due borse di Susanna. “Checcooooo!” chiamò a gran voce.
Dal retrobottega comparve un uomo brizzolato, i capelli arruffati e lo sguardo malinconico. Indossava una tuta da ginnastica rovinata dalla vernice sotto un cappotto un po’ logoro. Ai piedi delle scarpe da corsa parecchio usate, con i lacci di diverso colore. Non era uno straccione, ma si capiva che stava attraversando momenti difficili.
“Checco, eccoti… Allora questa borsa qui è per la signora Franca, che ti aspetta a cena ha detto.” Fatos gli consegnò una busta di plastica gialla.
“Oh grazie. Sempre così gentile la signora Franca. Si mangia di lusso allora stasera.”
“Mentre questo scatolone è della signorina” continuò Fatos. “Ti presento Susanna, abita nello stesso nostro condominio, al terzo piano.”
Checco le fece un inchino alla vecchia maniera. “Enchanté!”
“Così devi fare un giro unico” gli spiegò Fatos. “Porti lo scatolone al terzo piano e poi vai su dalla signora Franca. Va bene?”
Ma Checco mormorò qualcosa verso l’orecchio del ragazzo. “E per stanotte?”
“Non ti preoccupare. Sei ospite di Franca, mi ha detto che non puoi rifiutare.” Fatos gli diede una pacca sulla spalla.
“Oh, troppo buona, troppo buona davvero.” Checco afferrò lo scatolone dal bancone e si avviò verso l’uscita. “Signorina, mi segua.”
Susanna ringraziò nuovamente Fatos e Donika e seguì Checco sulla strada verso casa. Lui chiacchierava amabilmente.
“Lei è molto fortunata ad abitare in quel palazzo, sono davvero tutti gentili. La signora Franca sopra tutti. L’ha conosciuta? Oh, una cara signora. Si prodiga per tutti, senza mai risparmiarsi. Coccola anche me, che insomma, lo vede cosa sono. Sfortunato, ecco. Una cattiva stella la mia. Ogni volta che mi sembra di uscire dal pantano, mi faccio male…”
Giunti all’edificio, Susanna gli aprì il portone dell’ingresso e poi chiamò l’ascensore col pulsante. Al terzo piano, Checco non voleva, ma lei lo fece entrare in casa. Posò lo scatolone sul ripiano della cucina, mentre lei sistemava le altre borse di lavoro sulle sedie.
Prese il portafoglio per pagarlo del servizio, ma lui sollevò le mani in aria e si allontanò.
“No. No davvero. Li spenderei in cose che mi fanno male signorina. Se vuole farmi un favore, vada ogni tanto da Fatos a fare la spesa. Se lui lavora, io lavoro e tutti stiamo bene.”
Però Susanna non poteva lasciarlo uscire a mani vuote. Doveva dargli qualcosa, e se non voleva denaro, qualcosa che potesse essergli utile in qualche modo. Si ricordò di suo nonno, che durante la guerra al fronte, le aveva detto quanto un piccolo libro gli avesse tenuto compagnia e regalato speranza.
“Le piace leggere?” gli chiese allora.
Checco sollevò il volto e si illuminò. “Oh sì. La signora Franca ogni tanto mi presta uno dei suoi libri. Ha tanti libri lassù.”
Susanna infilò sicura la mano dentro la piccola libreria all’ingresso, dove sapeva di avere un doppione de “Il libro di Natale” di Selma Lagerlöf. Un dono di qualche anno addietro, che non si era sentita di rifiutare all’epoca. Perfetto per la stagione, perfetto per l’occasione.
“Questo non è un prestito. Questo è un regalo.” Gli porse il volumetto.
Lui lo prese tra le mani come se fosse stato un diamante prezioso.
“Un libro. Tutto mio. Grazie. Grazie davvero.” Si inchinò e se ne andò, lo sguardo leggermente luccicante di emozione.

Il mattino seguente Susanna uscì di casa con uno scatolone pesante, un pacco da spedire tramite il corriere espresso in fondo alla strada. Aveva impiegato due ore a confezionarlo per bene, senza dimenticare di inserire nulla all’interno. Ma quando girò l’angolo del suo pianerottolo, trovò un avviso attaccato alle porte dell’ascensore.
“Non ci credo! In manutenzione! Proprio oggi che devo portare questo macigno!” Sbuffò stizzita, perché l’imballo le stava scivolando dalle braccia. Lo appoggiò per un momento contro la parente, per bloccarlo e afferrarlo meglio da sotto. Poi si voltò per scendere a piedi con le scale, ma si scontrò con un’altra persona che stava salendo con una cassetta di bevande alla stessa altezza del pacco di Susanna. Per un attimo lei perse l’equilibrio, ma riuscì a riprendersi puntando i piedi. Alla fine si chinò per poggiare lo scatolone sul primo scalino verso il piano superiore. Dietro di lei qualcuno imprecò a denti stretti, prima di adagiare l’altro carico sul pavimento, con un leggero tintinnio di vetro.
“Mi spiace, sono stata presa alla sprovvista dall’ascensore bloccato…” Susanna si risollevò e si girò verso l’altra persona. Due meravigliosi occhi verdi la stavano fissando preoccupati. Conosceva di vista quel ragazzo, si erano salutati diverse volte nel palazzo, senza però mai presentarsi.
“Scusa tu, mi sono distratto e non ho guardato davanti a me…”
Capelli scuri un po’ lunghi e scompigliati, con una barba molto curata in stile hipster. Susanna doveva alzare la testa per guardarlo perché era piuttosto alto, con un fisico delineato. La mascella sicura, i lineamenti marcati del viso e un sorriso distintivo. Non passava decisamente inosservato.
“Per caso, sai quando sistemano l’ascensore?” gli chiese lei indicando le porte chiuse.
“Il tecnico ci sta lavorando proprio adesso, al piano terra. Dubito però che ci metterà meno di mezza giornata…”
Susanna sospirò, indispettita. “Oh accidenti. Rimanderò la consegna.” Si chinò per sollevare di nuovo il suo scatolone e riportarlo dentro il suo appartamento. La presa però non era sicura, sentiva un dolore acuto al polso sinistro e stava per lasciare andare il grosso peso rovinosamente a terra. Il ragazzo si avvicinò in tempo per afferrare lo scatolone da sotto e poggiarlo di nuovo sullo scalino senza danni.
“Grazie…” Susanna si massaggiava il polso dolorante.
“Se mi dai cinque minuti per portare quella su da mia zia,” e indicò la cassetta con le bottiglie, “poi ti aiuto con il tuo pacco. Lo porto dove vuoi.”
“No, io non posso chiederti questo… Non ci conosciamo nemmeno.”
“Lorenzo. Mi chiamo Lorenzo.” Le porse la mano per presentarsi.
“Susanna.” Lei strinse quella mano grande e calda.
“Sì, lo so. La ragazza del terzo piano. Qui le notizie girano veloci.” Scoppiò a ridere divertito. “Torno subito.”
Quando Lorenzo sollevò la sua cassetta di bevande, solidi muscoli guizzarono sotto il suo pullover. Per un attimo Susanna si immaginò come sarebbe stato essere abbracciata da quei muscoli. Sentì il viso avvampare, quando lui le rivolse un’ultima occhiata prima di salire le scale, senza grande sforzo.
Lei attese in silenzio sul pianerottolo, rispondendo all’ennesimo messaggio di sua madre e confermando che il viaggio era stato spostato alla mattina di Natale. Non aveva rivelato nulla di quanto accaduto, per cui scriveva ancora di lei e del suo fidanzato. Stava ancora prendendo tempo, perché non riusciva a decidersi. Nonostante fosse una compagnia difficile da sopportare, le spiaceva non tornare a casa dai suoi genitori per le feste.
Quando Lorenzo scese nuovamente per le scale, lo accompagnava la signora Ersilia, stranamente insicura dei suoi passi. La donna si appoggiava al braccio che il ragazzo le offriva come sostegno, rimirandolo con un sorriso sornione. Salutò Susanna e le strizzò l’occhiolino di nascosto, quando le spiegò come Lorenzo si fosse offerto di aiutarla, perché quel mattino aveva uno strano dolore al polpaccio. Ci stava davvero provando con lui?!
“Oh lasciami pure, tesoro. Mi fermo qui al terzo piano da Cristina, che devo chiederle un consiglio per una ricetta.” La signora Ersilia, appoggiandosi con una mano alla parete, suonò il campanello dell’appartamento di fronte a quello di Susanna. Lì abitava una piccola famiglia: la mamma Cristina faceva l’insegnante alle scuole elementari, il marito Raffaele era un infermiere e avevano un bambino di circa dieci anni, Mirko, sempre molto educato.
“E’ tutto tuo adesso, Susanna tutta panna!” Con un risolino, la signora Ersilia salutò loro due e poi ringraziò Mirko che le aveva aperto per entrare.
Lorenzo sollevò lo scatolone di Susanna dallo scalino, se lo dispose bene tra le braccia e si stiracchiò appena i muscoli della schiena.
“Pronti. Possiamo andare. Dove lo devi consegnare?” le chiese mentre già scendevano per le scale.
“Lo faccio spedire dall’agenzia in fondo alla strada” spiegò Susanna.
Attraversarono l’androne e lei gli tenne aperto il portoncino per uscire. Lui non sembrava trasportare lo stesso scatolone che Susanna aveva tentato di spostare giusto fino all’ascensore. Tra le braccia di Lorenzo sembrava non avere alcun peso, non mostrava la minima difficoltà. Beh certo, lei non sapeva nemmeno come era fatta una palestra, al massimo si concedeva una corsetta al parco ogni tanto, con la bella stagione.
Glielo disse candidamente e lui scoppiò a ridere.
“No, è comunque un pacco pesante, ma sono abituato. Deve esserci un gran bel regalo dentro.” La guardò con curiosità.
“Tutte le cianfrusaglie del mio ex fidanzato. Gliele rimando a casa, con corriere espresso, in giornata.” Susanna non riuscì a nascondere la rabbia.
“Ex fidanzato… ex recente quindi?” Lorenzo stava rallentando il passo, interessato dal discorso.
“Ho scoperto due giorni fa che da tre mesi mi tradiva con la mia migliore amica.”
“Uhm, brutta storia… e a pochi giorni dal Natale. Sono stato mollato anch’io in questo periodo. Non è il massimo” ammise lui, abbassando la voce.
“Cosa è successo? Se posso chiedere…”
“Certo che puoi…” Le sorrise amabilmente, prima di concentrarsi sulla risposta. Alzò le spalle rassegnato. “Non volevamo le stesse cose. Lavoro in un pub, sì ho un pub in società con alcuni amici. Questo attira un certo tipo di ragazze. Che però non sono quel tipo di ragazze che cerco io.”
“Beh, almeno non ti ha tradito.” Il tradimento era la parte che faceva più male, pensò Susanna.
“Non ci giurerei… Quando me l’ha detto aveva già dei biglietti aerei prenotati per Parigi. E lei non viaggiava mai da sola.”
Furono interrotti dallo squillo imperioso del cellulare di Susanna. Lo prese dalla tasca del cappottino.
“Ancora mia madre.” Premette il tasto rosso di rifiuto e sospirò. “Conosci qualcuno disposto a fingersi il mio fidanzato per il solo giorno di Natale?!”
Lorenzo la scrutò per un lungo istante. “Dovevi presentarlo in famiglia?”
“Eh già. Sorpresa, sorpresa. Anche quest’anno sono da sola. Che poi ci si aspetterebbe un po’ di conforto dalla famiglia, no? Invece è pure peggio. Devo sopportare le frecciatine di mia madre, il silenzio grave di mio padre e la cattiveria di mia sorella. Più qualche battuta stupida di mio fratello.”
“Certe famiglie non sono facili, no. Però adesso, che non c’è più, mi manca litigare con mio padre. Non eravamo mai d’accordo su niente.”
“Mi spiace, non volevo…”
“Non preoccuparti.” Lui le sorrise tranquillo.
“E’ che… tutto è successo in poco tempo. La cosa strana è che non so se sono più arrabbiata con il mio ex fidanzato o con la mia migliore amica. Ancora più strano è che, non so, non mi importa più niente di loro due. Forse sono arrabbiata più con me stessa” sbottò Susanna.
Attraversarono la strada, l’agenzia di spedizioni era oramai a pochi metri sulla sinistra.
“Così stai cercando un fidanzato temporaneo, eh?” continuò Lorenzo più allegro.
“Già. Giusto per il giorno di Natale, poi con una scusa torniamo in città. Toccata e fuga, questo sarebbe il piano.”
“Peccato che non posso muovermi per lavoro, il pub apre regolarmente sotto le feste… altrimenti mi candiderei all’istante.” Lorenzo le lanciò un lungo sguardo, di quelli che sciolgono qualsiasi essere umano femminile nel giro di qualche chilometro.
Eh già, che peccato. Proprio proprio un gran peccato, pensò tra sé Susanna.
Entrarono nel piccolo negozio del corriere espresso. Non c’era nessun altro cliente, così Lorenzo posò il pacco direttamente sul bancone.
“Grazie per il tuo aiuto” gli disse lei.
“Figurati, è stato un piacere. Ci vediamo presto”. Lui si volse e fece qualche passo per uscire dall’agenzia. Ma poi tornò indietro.
“Susanna… ” le posò una mano sull’avambraccio. “Se per caso, alla fine, tu decidessi di non andare dalla tua famiglia, beh, c’è il pranzo di Natale dalla signora Franca, è aperto a tutti. Ci sarò anch’io. Le ho appena portato le bevande e il vino per quel pranzo. Pensaci.”
Le strinse appena il braccio e poi lo lasciò andare. Le sorrise e la salutò di nuovo, prima di uscire fuori e lasciare lì Susanna attonita.

Il pacco era stato spedito e le era costato un capitale. Susanna ritornò in fretta a casa, perché aveva ancora diverse faccende da sbrigare, compresa quella di sistemare i regali di Natale senza più destinatario. Aveva preparato due borse di carta nell’ingresso del suo appartamento e le prese prima di dirigersi su all’ottavo piano, dalla fantomatica signora Franca. Suonò il suo campanello e attese i passi che veloci si avvicinavano al portoncino.
“Buongiorno! Susanna vero? La ragazza nuova del terzo piano. Prego entra, mia cara!”
Era una signora piuttosto bassa di statura, un po’ paffutella, come indice di un’ottima cuoca ai fornelli. Susanna notò una certa somiglianza nei modi con la sua nonna paterna. Lo stesso sguardo dolce, che non fa mai domande e tutto comprende proprio dai silenzi degli altri. Indossava un grembiule rosso da cucina, di quelli con la pettorina e le balze sulla gonna. Profumava di biscotti al burro e vaniglia. Il suo unico trucco era un largo sorriso.
“Buongiorno. Scusi se la disturbo, ma ho visto il foglio attaccato giù all’ingresso, quello del pranzo di Natale qui da lei.”
La donna si animò come un folletto. “Oh certo! Vuoi venire a pranzare con noi cara? Sai è una vecchia tradizione qui nel palazzo. Mio marito Carlo amava davvero tanto il Natale, era la sua festa preferita. Io un po’ meno per la verità, c’è sempre così tanto da fare. Purtroppo lui mi ha lasciata presto, ma ho deciso di onorare il Natale ogni anno nel suo ricordo, così mi sembra di averlo ancora qui con me, almeno per il pranzo di Natale. Sembra una cosa sciocca, lo so bene, ma gli riservo sempre un posto vuoto accanto a me.” La sua voce era incredibilmente melodiosa, nonostante la triste nostalgia.
“Allora, verrai a pranzo con noi?” chiese di nuovo.
“No, io no, non credo. Ma ho letto che raccoglie anche dei regali e beh, volevo contribuire all’occasione.” Susanna le porge una delle borse di carta.
La signora Franca la prese e osservò con curiosità il suo contenuto. Immerse una mano all’interno e sollevò un capo di lana morbida.
“No, scusi, questo lo devo cambiare, non mi sta bene.” Per sbaglio, Susanna le aveva consegnato la borsa con il maglioncino destinato a Vanessa.
“Certo cara, tieni. Devi proprio cambiarlo, il giallo non è il tuo colore. Ti vedrei meglio con un bel rosso acceso, anche un amaranto o un bordeaux, che valorizzi la tua carnagione. Ma decisamente un cremisi sarebbe la scelta migliore. E prendi una taglia S, una 42 italiana, per far risaltare meglio le tue forme. Quella che hai addosso, direi una 50 addirittura, ti nasconde troppo.”
Susanna rimase stupita, come poteva conoscere pure le sue taglie?!
“Scusami, non volevo offenderti. Ho fatto la sarta per tanti anni, ho vestito grandi signore, anche molte spose di bianco e tulle, mi viene naturale.”
Le consegnò di nuovo la borsa col maglioncino e prese l’altra che la ragazza le porgeva.
“Ecco, sono questi. Ci sono un libro, un foulard e una sciarpa da uomo.” All’ultimo momento si era accorta di aver dimenticato di inserire nel pacco per Riccardo la sua sciarpa di lana grigia. Poco male perché Riccardo non l’aveva mai usata dacché lei gliela aveva regalata. “Li ho incartati già, come si usa per i Secret Santa, gli scambi di doni anonimi, va bene?”
La signora Franca si illuminò. “Benissimo! Li metteremo nella cesta e faremo la nostra solita lotteria. Ti ringrazio molto.” Controllò i pacchetti all’interno della borsa. “Sono proprio ben fatti. Ma tu, che cosa farai a Natale, cara? Tornerai dalla tua famiglia presumo.”
“Non lo so. Al momento ho dei problemi in ufficio. Vedremo.” Susanna preferì anticipare la possibile decisione di rimanere in città, nel caso avessero poi visto che lei era nel suo appartamento la mattina di Natale, con le serrande alzate e la luce accesa in cucina. Aveva almeno una scusa verosimile.
Aveva chiesto a qualche collega di accompagnarla dai suoi genitori, ma erano tutti impegnati. Siamo a Natale, ovvio. Tra i pochi amici che la sua famiglia non conosceva c’era Michael, che sarebbe stato ben felice di accontentarla. Ma oltre ad essere clamorosamente gay, era già partito per Londra. E adesso si aggiungeva anche quella proposta di Lorenzo. Avrebbe potuto considerarla dopotutto. Doveva ammettere che la stava tentando.
Dalla porta ancora aperta si affacciò il piccolo Mirko a distogliere la sua attenzione.
“La mamma sta uscendo, mi ha detto che posso restare qui per un po’” spiegò il bambino, dopo averle salutate entrambe.
“Certo, entra pure. Vai in cucina e prepara una bella cioccolata calda, io arrivo subito.” La signora Franca gli diede un simpatico sculaccione.
Poi tornò a parlare con Susanna. “Ti ringrazio molto per questi regali, cara. Se non riuscirai a tornare a casa per Natale, ci farebbe piacere averti a pranzo qui con noi. Non credere alle malelingue. Lo so che la chiamano la lotteria dei dimenticati, ma qui nessuno viene dimenticato, anzi. Qui tutti trovano un posto e un abbraccio. Vieni qui…”
Susanna si lasciò abbracciare, abbassandosi un po’ perché la signora Franca era davvero piccolina e lei invece quel giorno indossava gli stivali alti.
Ora le rimaneva quest’ultima incombenza: cambiare il maglioncino firmato acquistato per la sua ex amica Vanessa. L’ultimo capitolo di una triste storia che sperava di lasciarsi alle spalle quanto prima. Avrebbe scelto qualcosa per sé, per una volta. Magari proprio un maglioncino rosso da indossare il giorno di Natale, perché no? Scese di corsa le scale, le preferiva all’ascensore quando non aveva pesi o ingombri, e uscì fuori in strada, diretta verso il centro della città, dove si trovava il negozio.
Ma giunta di fronte alle vetrine dell’atelier incrociò proprio lo sguardo di Vanessa, che stava ammirando i capi esposti sotto le luci.
Non è possibile, pensò Susanna. Beh, è il suo negozio preferito, ma proprio adesso dovevo incontrarla?!
“Ciao!” esclamò entusiasta l’amica.
“Ciao.”
“Ti ho chiamato, ti ho scritto, ma tu non rispondi. Sei ancora arrabbiata?”
“Abbastanza sì. Non è qualcosa che si digerisce con un calice di spumante.”
Vanessa sbuffò la sua noia. “Ma è meglio così, no? Se è venuto da me, non eravate poi così innamorati. Dai!”
Più la sua amica mostrava indifferenza per l’accaduto, più Susanna aveva voglia di schiaffeggiarla lì, seduta stante. Respirò a fondo, prima di risponderle. “Hai ragione. Mi hai fatto un favore. Magari pensi che dovrei pure ringraziarti.”
“Sì, esatto!” ammise Vanessa contenta. “Oh, capisco la tua rabbia iniziale, ma non possiamo buttarci tutto alle spalle? E’ solo un uomo, ne troverai un altro. Ma tu mi manchi come amica, ho bisogno di te. Io non ti manco nemmeno un po’?”
Più che uno schiaffo, era meglio un pugno in pieno viso, pensò Susanna. “Mi spiace, ma no. Riccardo non era così innamorato, d’accordo, ma tu dovevi tirarti indietro. Io l’avrei fatto, per un’amica vera.”
L’altra sbottò di nuovo, incrociando le braccia al petto. “Ma ma… oh insomma, eravamo ubriachi!”
“La prima volta forse… ” Susanna strinse le palpebre. “Ma poi avete proseguito per tre mesi, alle mie spalle. Tre mesi!” scandì bene le ultime parole.
“Non sapevamo come dirtelo! Io lo volevo anche, ma lui insisteva, e insomma…” Vanessa continuò a blaterare diverse scuse inconsistenti.
Susanna alzò la mano in aria per zittire quello squittio inutile. “Non mi interessa. E’ finita. E’ finita con lui ed è finita anche la nostra amicizia.”
“Ma io ti ho pure comperato un regalo di Natale! E adesso che me ne faccio?!” esclamò l’altra stizzita.
“Donalo a qualcuno che non ha niente. Per una volta, nella tua vita, fai una buona azione.”

Era la mattina della vigilia di Natale. Susanna stava uscendo, non voleva rimanere a casa proprio quel giorno, a rimuginare troppo sugli ultimi eventi. Avrebbe provato nuovamente a cambiare il maglioncino di angora e poi si sarebbe fermata a mangiare qualcosa di caldo in qualche bar del centro. Magari anche un veloce passaggio in libreria, in cerca di qualche storia scaccia pensieri per la serata in solitudine che l’attendeva al rientro. E no, non aveva ancora deciso nulla per l’indomani. Sua madre la tempestava di telefonate e messaggi, come un mitragliera in prima linea al fronte che scagliava il suo arsenale contro di lei. Susanna aveva silenziato il cellulare per non sentire più nessuno.
Stava indossando il cappotto quando qualcuno suonò il campanello al pianerottolo. Una, due, tre volte, con una certa irruenza. Susanna trattenne il respiro per ascoltare ogni singolo movimento. Non aspettava nessuno in visita. I corrieri lasciavano i pacchi giù nell’androne. Nessun vicino del condominio avrebbe suonato in quel modo. Dall’altra parte della portoncino cominciarono anche a picchiare forte sull’infisso.
“Susanna aprì! Sono io. Lo so che ci sei. Non me ne vado da qui finché non apri!”
Maledizione! Era la voce tonante di Riccardo. Che diamine ci faceva lì? Susanna sentì il panico aumentare, al pari del battito del suo cuore. Fece un respiro profondo. In fondo lui non era tipo da scenate, e lei certo non si sarebbe fatta intimorire. Lei era la tradita, lui il fedifrago bastardo.
Terminò di vestirsi e poi aprì la porta per uscire.
“Finalmente!” sbottò lui stizzito.
“Buongiorno Riccardo. Cosa vuoi?” rispose lei con calma.
“Cosa voglio? Cosa voglio, mi chiedi? Parlare con te, accidenti. Sono giorni che ci provo, ma tu sembri avermi cancellato.” Si passò una mano tra i capelli. Era chiaramente furioso. Vestito da ufficio, con un completo elegante, le scarpe lucide, la cravatta annodata alla perfezione, il soprabito appena un po’ sgualcito. Solo il viso tradiva qualche nottata insonne, osservò Susanna.
“Non ho niente da dirti, Riccardo. Mi sembra sia tutto abbastanza chiaro, no? Tu mi hai tradito con Vanessa. Non una volta, non due volte, ma per tre mesi di fila. E io non voglio saperne più niente, né di te, né di lei.” Alzò le spalle con noncuranza. Era la verità, pura semplice verità.
“No, non è così!” urlò lui. La sua voce riecheggiò per la tromba delle scale dell’intero palazzo.
Susanna immaginò che più di qualcuno fosse in ascolto, dietro il portoncino del proprio appartamento. Beh, non era colpa sua, lei non aveva fatto niente, non aveva nulla di cui vergognarsi.
“Devi ascoltarmi. Lei… quella… si è infilata fra noi. Era la tua migliore amica, come potevo pensare che… si è approfittata di me… accidenti!”
Riccardo continuava a parlare con un tono sostenuto, pieno di rabbia e rancore.
“Scusami Riccardo, ma io devo andare. Lascia perdere. E’ finita…”
“NO. NON E’ FINITA!” Riccardo sbatté un pugno forte sul portoncino, passando rasente alla spalla sinistra di lei.
Rimase scioccata da quel gesto, le si mozzò il respiro e si impietrì all’istante. Non era più lui.
Un uomo sul pianerottolo tossì per chiedere di passare. “Scusate…” Era il signor Moreno, un uomo separato da poco che abitava da solo al quarto piano, proprio sopra l’appartamento di Susanna. Lo aveva talvolta salutato insieme ai suoi due figli, quando passavano il weekend con lui.
“Prego…” mormorò appena Riccardo. Poi attese che l’uomo avesse salito tutti gli scalini fino al piano successivo, prima di proseguire il discorso.
Le si avvicinò ancora di più, mentre Susanna indietreggiò tremante, fino a toccare con la schiena il portoncino del suo appartamento.
“Non è finita. Ho sbagliato, va bene. Uno stupido errore, che non farò mai più. Ma non puoi lasciarmi, stiamo così bene insieme noi due…”
Susanna non riusciva ad ascoltarlo. Coglieva si e no una parola ogni quattro, perché quel pugno l’aveva spaventata, mostrandole qualcosa che forse non aveva mai colto prima in lui. Quali altri segnali aveva ignorato, accecata dall’amore? O solo dall’innamoramento stesso?
“Lasciami andare… ” sussurrò appena.
Qualcuno dall’ultimo piano corse giù in fretta per le scale, con passo deciso e pesante.
“Susanna! Scusa il ritardo! La signora Franca mi stava trattenendo con le chiacchiere…” Lorenzo squadrò Riccardo dalla sua altezza, lo superava di una bella spanna, oltre che di muscoli sotto il giaccone. “Tutto a posto?” chiese rivolto a Susanna.
“Sì sì, me ne stavo giusto andando. Ho un altro impegno” rispose Riccardo, mostrando fiero il suo Rolex al polso. Poi entrò nell’ascensore e sparì alla loro vista. Susanna sperava di non rivederlo davvero mai più, nemmeno per caso.
“Mi hai salvata. Grazie, grazie, grazie. Sei arrivato al momento giusto.” Cominciò a respirare di nuovo.
“Devi ringraziare Moreno. Quando vi ha visti sulle scale, ha compreso subito la situazione pericolosa ed è corso su ad avvisarmi, sapeva che ero da Franca per spostarle il tavolo del soggiorno per domani. Sai, ho fatto anche il buttafuori per alcuni locali, prima di aprire il pub. Deve averlo capito anche il tuo amico.” Ammiccò soddisfatto. “Quello era l’ex fidanzato, immagino.”
Susanna annuì col capo.
“Stavi uscendo o rientrando?”
“Uscendo. Devo andare a cambiare questo maglioncino…” sollevò la borsetta. “Ieri non sono potuta entrare nel negozio… non ho fatto in tempo.” Stava mentendo, non era questo il motivo. Ci ripensò, non voleva cominciare un’altra amicizia con le bugie. “Sai, lo avevo preso per quella mia amica, quella mia ex amica che mi ha tradito con il mio ex fidanzato. Ma sono arrivata davanti al negozio e lei era lì davanti. Abbiamo litigato e sono venuta via.”
Lorenzo fischiò a lungo. “Veramente troppe emozioni questo Natale. Dovresti prenderla con un po’ più di calma, no?”
Susanna si lasciò andare a una risata liberatoria. “Sono d’accordo, ma… sembro attirare disgrazie ultimamente.”
“Allora vengo con te. Se mi vuoi beninteso.”
Susanna stava per replicare “Certo che ti voglio”, quando lui la prese sottobraccio.
“Vediamo se le disgrazie hanno voglia di affrontare anche il sottoscritto.”
Passeggiarono spensierati fino in centro, parlando di tutto, commentando le vetrine e i propri gusti su quanto esposto. Giunti al negozio, Lorenzo entrò con lei, perché poteva essere utile un giudizio prettamente maschile, no? Susanna consegnò il maglioncino giallo acquistato e lo scontrino di cortesia e si fece indicare dalla commessa altri capi simili, ma con colori e taglie differenti.
“No, il nero no, ti prego. C’è sempre tempo per vestirsi di nero, ma non adesso…” Lorenzo scosse la testa di fronte alla scelta di Susanna.
“Nemmeno il verde smunto o quel grigio. No. Questo! Provatelo!” Staccò un appendino dall’espositore e le consegnò un pullover rosso scarlatto, con alcuni inserti argentati nella filatura.
Susanna gli lascia cappotto, cellulare e borsa, prima di infilarsi nel camerino. Indossò quel bellissimo rosso incandescente e si rimirò allo specchio.
“Allora?” chiese lui da fuori impaziente. Quando finalmente uscì così vestita, rimase colpito. “Mmmm, molto carina. Il rosso ti accende.”
Lei si sentì avvampare ancora di più, proprio tono su tono con la maglia. L’aveva convinta e scelse proprio quel capo.
Si lasciarono dopo un pranzo veloce, in un piccolo locale lì vicino che lei conosceva perché comodo anche al suo ufficio.
“Ci vediamo al pranzo di Natale allora?” le chiese prima di andarsene.
“Non lo so… non conosco nessuno…”
“Ah no. Non usare questa scusa. Conosci me adesso.”
Susanna era ancora titubante. Rischiava di finire come la carta da parati, muta e silenziosa in un angolo.
“Hai anche il mio numero di telefono” continuò lui.
“Ah si?”
“Sì, te l’ho salvato prima in rubrica, mentre eri in camerino. Sotto la voce “Lorenzo quello carino”, non puoi sbagliare.”
Susanna ridacchiò contenta. Prese il cellulare, scorse la rubrica e fece partire una telefonata vuota. “Adesso hai anche il mio.”
“Oh ma ce l’avevo già. Mi ero già fatto uno squillo.” Lorenzo le mostrò il display, dove si leggeva “Susanna tutta panna”.
“Per favore…” la pregò. “Se non vieni tu, stavolta rischio davvero con Ersilia. Quella mi mette le mani addosso! Devi venire a salvarmi!”
Susanna scoppiò a ridere. In effetti quella arzilla vecchietta poteva riservare sorprese inaudite.
“Prometto che ci penserò.”

Non ci era poi voluto molto a convincersi. Quella sera stessa Susanna si era presentata alla porta della signora Franca, chiedendole se poteva partecipare al pranzo di Natale, anche se non aveva niente di pronto da portare e nemmeno qualcosa in frigorifero da cucinare. La donna la rassicurò, che c’era comunque molto cibo per tutti ed era sufficiente che lei venisse a dare una mano, per organizzare la cucina e la tavola.
Così, la mattina di Natale, Susanna si svegliò di buonora, sorridente e contenta nonostante tutto. Telefonò alla madre e le comunicò che no, non sarebbe tornata da loro in tempo per il pranzo tutti insieme, ma che non doveva preoccuparsi, perché non sarebbe rimasta da sola. Le spiegò di questo pranzo all’ultimo piano del condominio e di come avesse scoperto di avere dei vicini di casa meravigliosi. Un vero tesoro, di questi tempi.
La madre si lamentò un po’ della lontananza, però si sarebbero comunque visti per Capodanno ed era già qualcosa.
Susanna fece colazione in fretta, si vestì di tutto punto, proprio con quel maglioncino rosso fiammante scelto da Lorenzo. Gli aveva mandato un messaggio veloce, un semplice “Ci vediamo a pranzo” e lui aveva risposto con un semplice cuoricino.
Fu Salvatore ad aprirle la porta dell’appartamento della signora Franca, lo riconobbe perché era il ragazzo che si occupava del giardino condominiale e avevano scambiato qualche parola mentre lui potava le rose o sistemava le siepi. Sapeva che lavorava come macellaio in un supermercato del centro e che aveva una compagna da qualche mese. Il giardinaggio era la sua passione nel tempo libero.
Nell’ampio salotto, la grande tavola coperta con una tovaglia rossa e punteggiata di stelle bianche stava già cominciando a riempirsi. Karolina era già affaccendata ai fornelli, in cucina con la signora Franca, mentre Cesare, il suo anziano assistito, era seduto in poltrona a dirigere le operazioni come un vecchio generale. Salvatore si occupava dei regali sotto l’albero, degli addobbi e delle bottiglie di vino da mettere in fresco per il brindisi.
“Benvenuta Susanna! Buon Natale!” La signora Franca la accolse con un abbraccio portentoso. “Tu mia cara ti occuperai delle stoviglie. Dentro la credenza troverai tutto, piatti, bicchieri, posate. Da qualche parte ho posato anche il centro tavola che mi hanno regalato in fioreria. Trovalo!”
Susanna si mise all’opera, per altro preparare la tavola di Natale era sempre stato il suo incarico anche in famiglia.
“Karolina, hai poi sentito i tuoi ragazzi?” chiese la signora Franca.
“Sì, questa matina presto. Mi hanno chiamato i miei filii, molto contenti dei regali che ho spedito.”
“I miei invece sempre muti come pesci, codardi!” Il vecchio Cesare batté il bastone per terra.
“Ma no, Cesare” replicò Karolina. “Hanno detto che chiamano nel pomeriggio, perché Alberto è in ristorante e Nicola è da suocera svizzera.”
“Sì, vedremo. Salvatore, ma la tua Giada lavora anche lei?”
Il ragazzo stava sistemando le bottiglie di acqua naturale e frizzante sulla tavola, distribuite in più gruppi. “Eh si. Per lei oggi giornata piena, hanno esaurito le prenotazioni. Noi festeggiamo quando gli altri finalmente hanno finito…” alzò le spalle rassegnato.
Qualcuno suonò al campanello e visto che era lì vicina, fu proprio Susanna ad aprire. Era Moreno, con un bel cesto di frutta tra le mani.
“Buongiorno a tutti e Buon Natale! Sono venuto a dare un aiuto, con gli assaggi!”
“Ciao caro!” La signora Franca accorse ad abbracciarlo. “Come stanno i ragazzi?”
“Bene bene, sono con la madre e i nonni materni. Io li avrò con me da Capodanno fino all’Epifania, invece.”
“Sono contenta, vieni, abbiamo bisogno del tuo giudizio in cucina…”
“Fatos e Donika quando arrivano?” chiede Cesare dalla sua postazione di comando.
Karolina gli rispose dall’altra stanza. “Questa mattina hanno deciso di tenere aperto negozio, sai, qualcuno sempre in ritardo. Quindi appena chiudono vengono qua. Anche Checco con loro, certo.”
Susanna sentì qualcuno scalpicciare per le scale e aprì la porta ancora prima che qualcuno suonasse il campanello. Erano la signora Cristina col piccolo Mirko, che saltellava dalla gioia, con una grossa scatola tra le mani.
“Guardate cosa mi ha portato Babbo Natale stanotte?! Il trenino della Lego!”
Cesare lo richiamò dalla sua poltrona. “Fai vedere? Che belli i trenini. Ah, tutte quelle diavolerie tecnologiche non batteranno mai i trenini.”
Moreno si avvicinò a Cristina per prenderle la borsa termica e il cappotto. “Non c’è Raffaele oggi?”
“Oggi mio marito ha il turno in ospedale fino a sera. Ma domani partiamo e andiamo giù a Roma per festeggiare con i suoi genitori e mia mamma.”
Susanna stava predisponendo i piatti sulla tavola, quando le venne un dubbio.
Qualcuno le sussurrò all’orecchio. “Siamo in tredici, ma metti un piatto in più, per mio zio, anche se non lo vediamo.”
Si girò e salutò Lorenzo, appena arrivato. “Tuo zio?”
“La signora Franca è mia zia, la sorella di mia madre. Mi tratta come un figlio da quando vivo qui in città. Mia madre vive ancora in Toscana, nel podere di famiglia, con i miei fratelli, che mandano avanti l’azienda vitivinicola.”
“Ah ora capisco. E comunque… Buon Natale!”
“Buon Natale!” La abbracciò stretta, una sensazione meravigliosa convenne Susanna tra sé, e la baciò sulla guancia. “Bel maglioncino!” ammiccò poi lui.
“Oh sì cara, non te lo avevo detto” giunse anche la signora Franca a salutare il nipote. “Hai proprio scelto un bel rosso! Brava!”
Strimpellando tanto il campanello dell’ingresso quanto una vecchia campana di Natale in mano, la signora Ersilia comunicò a tutti il suo arrivo.
“Buongiorno e Buon Natale! Vi ho portato un po’ di musica, altrimenti voi qua siete un mortorio! Ecco tesoro. Mi sono fatta preparare da mio nipote un ciddì di Natale. Mettilo su, da qualche parte, ci sarà qualcosa per ascoltarlo no?”
Salvatore prese il cofanetto che lei gli porgeva, per usarlo nell’impianto stereo sotto al televisore.
“Susanna tutta panna! Ci sei anche tu tesoro! Ma che gradita sorpresa! Sono proprio felice!” La signora Ersilia la abbracciò forte, quasi la stritolava. Poi si volse verso Lorenzo. “Uh, vedo che non manca nemmeno il dolce quest’anno, perfetto!” Inutile dire che l’abbraccio con Lorenzo fu ben più lungo.
Finalmente giunsero anche Fatos, Donika e il buon Checco, così poterono mettersi a tavola, guarnita di tutto punto, e cominciare con gli antipasti.
La signora Franca sedeva in testa, sul posto d’onore. “Prima che diciate qualcosa… Non siamo tredici a tavola! Contate per bene per favore!”
“Qui c’è Luljeta che scalcia, quindi siamo in quattordici” ridacchiò Donika.
Il pranzo scivolò veloce nel primo pomeriggio, tra una portata e l’altra, tra tante chiacchiere e diverse risate. Non erano mai realmente seduti, perché l’andirivieni di piatti verso la cucina e di bottiglie da versare da un posto all’altro era continuo. Susanna sedeva tra la signora Franca e Lorenzo, mentre dall’altra parte lui aveva proprio la signora Ersilia al suo fianco. Notò come lui avvicinasse sempre di più la sua sedia verso quella di Susanna, e non capiva se stava scappando dalle mani di Ersilia o cercava invece le sue.
Prima di scartare i regali, Fatos e Checco si alzarono in piedi e proposero un brindisi per la signora Franca.
“Io ringrazio tutti voi invece. Mi fate un gran regalo ogni anno, riempite la mia casa e la mia vita. Questo pranzo è il minimo che io possa fare.” Poi si alzò e cominciò a distribuire lei i pacchi di Natale. Conosceva il loro contenuto e sapeva di cosa ognuno di loro aveva bisogno.
Il foulard di Vanessa fu ritrovato da Donika, molto contenta perché ammise di non avere niente di così bello da indossare.
La sciarpa di Riccardo era nel pacchetto per Checco. Se la mise subito intorno al collo. “Non ho mai avuto una sciarpa così calda!”
Il libro di poesie fu consegnato a Lorenzo. Susanna riconobbe subito la carta da regalo. Lo osservò mentre scartava il libro, con estrema cura. Sul suo viso scorse poi un momento di incredulità nel vedere la copertina. lo rigirò più volte, infine lo aprì incuriosito. Si fermò sulla prima pagina, a leggere lì dove era scritta la dedica a mano. La sua reazione di Lorenzo fu davvero strana. Rimase bloccato per diversi istanti. Gli occhi luccicavano una commozione potente. Chiuse il libro con un colpo e si passò le dita sulle palpebre chiuse. Stava piangendo e si asciugava le lacrime in fretta, per non farsi vedere. Susanna non ebbe il coraggio di dire nulla.
“Tutto bene caro?” gli chiese finalmente sua zia Franca.
Lui annuì e le passò il libro, senza aggiungere una parola.
La signora Franca lo prese e lo esaminò, incuriosita. Anche lei lo aprì e si fermò sulla prima pagina. “Oh buon dio! Questo è un miracolo!”
Poi si voltò verso Susanna. “Cara, dove hai trovato questo libro?”
Susanna incrociò lo sguardo sconvolto di Lorenzo, che la fissava. “Io… l’ho trovato in una libreria antiquaria. Perché?”
Lui raccolse tutte le emozioni che lo scuotevano e le mise da parte, per riuscire a parlare.
“Quella dedica… P. sta per Papà. Era mio padre. Era un suo regalo. Che avevo perduto. Tu me l’hai riportato.”

Quando l’orologio a pendolo batté le cinque del pomeriggio, cominciarono a salutarsi e ritornare ognuno nel proprio appartamento. Susanna, Lorenzo e la signora Ersilia si attardarono ad aiutare la signora Franca per sistemare il salotto e la cucina.
“Grazie di tutto zia, devo andare ad aprire il pub.”
“Non fai mai un po’ di ferie tesoro?” chiese la signora Ersilia. “Pure a Natale ti tocca lavorare? E che sei tu il proprietario!”
Lorenzo ridacchiò. “Uno dei soci si è infortunato, si è rotto un ginocchio giocando a calcetto, e dobbiamo coprire anche i suoi turni.”
“Ma sei da solo caro?” gli chiese la zia Franca.
“Ci siamo io e il cuoco. Non ho nemmeno un cameriere. Ma non credo verranno molte persone, non abbiamo musica dal vivo stasera.”
La signora Ersilia si intromise di nuovo. “Ti ci vorrebbe un aiuto femminile…” E lanciò una lunga occhiata, strizzando le palpebre, a Susanna.
Lei non colse il riferimento e allora la signora Ersilia mosse la testa in direzione di Lorenzo, mimando un “VAI” con le labbra.
Susanna si riscosse. “Ehm, io… non ho nulla da fare stasera. Non ho mai servito ai tavoli, ma posso cavarmela.”
Lorenzo la guardò incuriosito. “Davvero verresti?”
Susanna sorrise, ricordando una sua frase. “Se mi vuoi beninteso.”
“Certo che sì” I suoi occhi non poterono nascondere la soddisfazione. Abbracciò sua zia, abbracciò nuovamente la signora Ersilia e poi prese sottobraccio Susanna. “Babbo Natale mi ha regalato una cameriera!” Uscirono di casa entrambi ridendo felici, nonostante stessero andando al lavoro.
Passarono una serata diversa dal solito, prendendo le ordinazioni ai tavoli, per le quali Susanna era negata, o portando piatti e boccali di birra ai vari clienti, e questo le riusciva decisamente meglio, bastava sorridere ed erano subito tutti contenti. Della cassa si occupava solo Lorenzo, perché il sistema per battere lo scontrino non era facile da imparare in così poco tempo. In compenso, lei puliva velocemente il bancone, sistemava piatti e bicchieri nella lavastoviglie e ricordava dove erano le varie bottiglie degli alcolici. Per fortuna Susanna si era prima fermata a casa per mettersi delle comode sneakers, invece degli stivali alti col tacco. Il locale era davvero grande e c’era parecchio da camminare.
Chiusero il locale alle due di notte, quando anche l’ultimo cliente, un signore molto solo che era rimasto a chiacchierare con loro, finalmente li salutò. Lorenzo prese due bicchieri puliti e versò del vecchio brandy per loro due. “Direi che ce lo siamo meritato. Cheers!”
Susanna prese il bicchiere e lo fece oscillare, osservando il liquido scuro. “Cheers!” Lo assaporò fino all’ultima goccia.
“Bene, andiamo a casa?”
“La tua o la mia?” disse lei ridendo frastornata. Poi tossì. “Scusa, battuta fuori luogo. Ho bevuto un po’ troppo, temo.”
Si infilarono lei il cappotto e lui il giaccone, prima di avvicinarsi all’uscita del locale.
Erano quasi giunti all’ingresso, quando Lorenzo si fermò e le prese la mano.
“Susanna… ” sussurrò piano senza guardarla. “Il libro di poesie che mi hai regalato era di mio padre. Era finito per sbaglio in una scatola di libri da donare a qualche associazione, non so come sia poi stato messo in vendita nel negozio dove l’hai trovato tu… ma non è questo il punto.”
Stava giocando con le dita di lei, accarezzandole una ad una, e poi disegnando un cerchio sul palmo.
“Il punto è che mio padre non c’è più, mi manca moltissimo, a volte vorrei tanto sapere cosa mi consiglierebbe, nella vita, negli affari. E adesso, tu mi hai riportato questo libro.” Sospirò. “Forse sarò l’ultimo dei romantici,” sorrise un po’ imbarazzato “ma credo che non sia un caso. Tu mi hai riportato il libro. O forse mio padre ha portato te, qui da me.”
Poi sollevò lo sguardo su di lei. Infine alzò il capo verso l’alto. Sopra le loro teste pendeva il vischio di Natale. “Come da tradizione…” aggiunse.
“Come da tradizione”, confermò lei.
Le prese il viso tra una mano, mentre con l’altra l’abbracciava per avvicinarla a sé. Le baciò prima una guancia, poi l’altra, e infine le labbra.
“Comunque non mi spiacerebbe vedere casa tua… ” le sussurrò qualche minuto dopo all’orecchio.
“Non stiamo correndo troppo? Mi sono appena lasciata col mio ex fidanzato e la mia ex migliore amica… ” disse lei ridendo.
“Magari guardiamo un vecchio film in bianco e nero, chiacchierando sul divano fino a domattina… ” propose lui, mentre ancora non la lasciava andare. “Probabilmente mi addormenterò prima, sono davvero stanco… ma non voglio che questa notte finisca adesso.”
Si baciarono di nuovo, perché il vischio mica si muove ma chiede un po’ di rispetto.
Susanna si staccò un momento da quel bacio e scrutò Lorenzo negli occhi.
“Sai accendere un camino, vero?”

 

(C) 2025 Barbara Businaro

 

Note:
Quelli più bravi tra di voi avranno riconosciuto l’incipit famoso che ho riutilizzato per questa storia: «Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse.» Questo pezzo appartiene al romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451. Questa estate c’era un gioco letterario tra blogger che proponeva di continuare alcuni incipit più o meno famosi con una storia differente dall’originale. Io non ho potuto partecipare perché ero già impegnata in un altro progetto di scrittura, ma questo incipit di Ray Bradbury mi è rimasto appiccicato addosso. Qualcuno pensava non potesse essere riutilizzato per un altro tipo di storia. Quando ho cominciato a scrivere questo racconto di Natale, che partiva da molto lontano, questo incipit ci stava sopra perfettamente, come i marshmallows che si sciolgono sopra la cioccolata calda, regalandole maggior cremosità e dolcezza.
Se vi sembra così severo bruciare regali non consegnati (comunque qui Susanna alla fine brucia solo carta colorata, biglietti e nastri, nonostante il suo primo proposito di bruciare tutto), sappiate che io l’ho fatto lo scorso aprile e mi è stato consigliato da una terapeuta per lasciare andare una volta per tutte la rabbia di un regalo rifiutato, per l’esattezza erano tre differenti pacchetti, ma soprattutto di un’amicizia tradita. Non ho bruciato il contenuto, quello l’ho donato, proprio come Susanna, a chi ha saputo goderselo di più. Il dono è un gesto bellissimo che regala più gioia a chi lo fa rispetto a chi lo riceve. Temo che questo concetto ce lo siamo un po’ perso con il consumismo dilagante dei nostri giorni.
Veniva poi da sé che uno degli oggetti che Susanna salvava dal fuoco dovesse essere proprio un libro. Ray Bradbury li faceva bruciare nel suo romanzo, io invece ne salvo uno dalle fiamme e diventa lo strumento dell’arco circolare del racconto stesso. Altro che miracolo di Natale!
Questa è pure una mezza storia vera perché la signora Franca esiste, non con questo nome ovviamente, così come esistono questi suoi particolari pranzi di Natale, con lotteria di regali compresa, quella che oggi viene chiamata Secret Santa nel mondo anglosassone. Mi è giunta l’eco delle sue imprese, per così dire, e mi sembrava doveroso scriverne. Chissà, magari un giorno prenderò il suo testimone e continuerò questa speciale tradizione di Natale.
E poi mi sono esplosi i personaggi. Non riuscivo più a tenerli a freno, a partire dalla signora Ersilia che si è presa da sola le batture dei dialoghi. Quando ho iniziato a contarli, mi sono trovati con tredici nomi. No dai, non scherziamo, non possono essere in tredici a tavola al pranzo di Natale! E qui mi ha ripreso la signora Franca. Conta bene, non siamo in tredici! C’è la piccola Luljeta che scalcia e il posto vuoto del signor Carlo. Ammetto anche che mi è presa un po’ la mano con Lorenzo, eh. Non doveva essere un romance, ma alla fine, cosa vuoi…
La canzone natalizia di quest’anno è il ritorno in grande stile per Gwen Stefani, con questa sua “Shake The Snow Globe”, colonna sonora del film “Oh. What. Fun.” con una fa-vo-lo-sa Michelle Pfeiffer nei panni di una casalinga stressata dai preparativi natalizi, che viene addirittura abbandonata dalla famiglia. Lo trovate su Amazon Prime, qui potete vedere il trailer: Oh. What. Fun. | Trailer Ufficiale In pochi attimi è diventato il mio film di Natale preferito! Mentre ascoltate la canzone, potete sentire Susanna canticchiare parte del ritornello: ‘Cause I don’t want to be alone this Christmas, No, don’t forget about me, Ho, ho, there’s no place like home this Christmas, No, don’t forget about me (trad. Perché non voglio restare sola questo Natale, No, non dimenticarti di me, Oh, oh, non c’è posto come casa questo Natale, No, non dimenticarti di me) Veniamo ai titoli di coda.
Credo di aver scritto una bella storia quest’anno. Difficile da strutturare, con tanti personaggi, ma una bella storia. Un racconto scritto con la gastroenterite, per altro. Pare proprio che il mio Natale sarà in bianco stavolta, e non per la neve fuori dalla finestra! 😛
Eh vabbè, dopo Natale c’è sempre Santo Stefano. Non è importante il giorno, non è importante il cibo, non è importante il regalo.
Le persone attorno alla tavola fanno la differenza.
Buon Natale a tutti voi che passate di qui a leggermi. 🙂

 

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Comments (8)

BRUNILDE

Dic 25, 2025 at 8:46 PM Reply

Grazie per questa storia: il tuo ormai consueto e sempre gradito regalo di Natale! Io quest’anno sto vivendo feste alternative con la mia famiglia atipica e neanche tanto allargata( siamo solo in 5 ). Abbiamo preso un aereo per trascorrere fuori vigilia Natale Santo Stefano . Fuori ma soprattutto tutti insieme! Alla fine è solo questo che conta. Però l’esperimento sembra riuscito: già stanno parlando di instaurare la tradizione del Natale fuori per l’anno prossimo si stanno già ipotizzando le destinazioni! Tanto sappiamo che a casa in freezer ci aspettano i nostri homemade tortellini!
Grazie ancora per questa storia un grande abbraccio e auguri di felici feste a tutti i webnauti!

Barbara Businaro

Dic 26, 2025 at 8:38 PM Reply

Evviva le feste alternative, Brunilde! Spero proprio che questi viaggi diventino per voi una nuova tradizione di Natale! L’importante è essere insieme, ma l’esplorazione di un’altra città aggiunge sicuramente un pizzico di avventura e vivacità. I tortellini possono anche aspettare, mica scappano! 🙂

IlVecchio

Dic 26, 2025 at 7:10 PM Reply

Grazie di avermi intrattenuto con questo racconto, così carico di gioia e speranza. Ogni palazzo dovrebbe poter beneficiare di una signora Franca e di un convivio natalizio di tale sorta. Ci sono molte più famiglie infelici di quel che immaginiamo e le luci di Natale che illuminano alcuni mettono in ombra proprio gli altri, i più sfortunati.
Spero che tutti possano avere un po’ di conforto, è l’unico augurio sensato che mi sento di fare.
Buone Feste anche a te, che qui le fatiche da tavola sono appena iniziate. : -)

Barbara Businaro

Dic 26, 2025 at 8:40 PM Reply

Sante parole! Mi unisco al tuo augurio. In fondo era questo l’intento del mio racconto: non far sentire solo chi è solo in quanto a legami famigliari.
Se ne possono cercare e costruire degli altri. Buone Feste. Eh sì, qua è ancora lunga! 😉

Sandra

Dic 26, 2025 at 11:57 PM Reply

Eccomi,
bella storia, bel condominio, dove tutti vorremmo abitare!
Ci sono diverse suggestioni a me care, riconducibili a un paio di romanzi pubblicati e uno in divenire, umanità tra le scale di un palazzo di gente normale.
Natale è accoglienza, quella che Maria e Giuseppe non ebbero e che oggi stride più che mai vista l’attualità della Palestina.
Invece tra Ersilia, Franca, Susanna e tutti quanti l’ospitalità è quella che scalda il cuore di cui abbiamo bisogno, ecco soprattutto abbiamo bisogno ancora di speranza, in questo anno giubilare ad essa dedicato spesso abbiamo rischiato di perderla, ma la brava gente c’è, non solo in questo racconto.
Mannaggia per la gastroenterite natalizia, ma ci sono ancora diversi giorni per recuperare e io te lo auguro, di ricevere centuplicato quanto hai donato tu con questo racconto.

Barbara Businaro

Dic 28, 2025 at 4:22 PM Reply

Arrivo solo ora a rispondere perché i giorni dopo Natale si confondono sempre… non sai se è venerdì o domenica, non sai che giorno è, non ti ricordi la cena tanto la colazione è diventata un brunch lungo, scorrono i film in televisione, le passeggiate per smaltire (beh, io mangiato proprio poco quest’anno, sto recuperando ma con fatica), e poi in uno sbadiglio siamo già ai fuochi d’artificio del nuovo anno!
Sì, questo è un condominio dove vorremmo abitare tutti, qualcuno fortunato ci si avvicina anche, per gli altri invece i vicini restano dei perfetti sconosciuti, ci si incrocia raramente, ognuno con la propria vita complicata. Sempre che non ci si ritrovi a comunicare tramite avvocato perché quei lavori urgenti non si possono più procrastinare oltre.
A te ha ricordato sicuramente il tuo Le cene per ritrovarsi, io invece mi sono accorta, dopo aver terminato di scrivere, che ho ripreso un pranzo caotico di un altro racconto, La felicità del cappotto rubato. Vedremo il prossimo anno, ho già appuntato una nuova idea.
Speranza, ne abbiamo bisogno tutti. Uno dei tanti film natalizi visti, questo un po’ sul filo dell’horror, mostrava l’arrivo di un cattivissimo Krampus, per qualcuno il fratello di San Nicola / Babbo Natale, in questo un demone venuto per punire i bambini che non credono più al Natale, che hanno perso la Speranza. Krampus se ne va, rimettendo tutto in ordine, solo quando i bambini finalmente la ritrovano. Il film è ancora su RaiPlay in questi giorni: Krampus – Natale non è sempre Natale
Speranza sì, perché la brava gente esiste, anche se fa meno rumore di tutti gli altri. 🙂

Giulia Mancini

Dic 31, 2025 at 10:19 AM Reply

Arrivo in ritardo, ma avevo letto il tuo post a metà a Natale, poi tra la malattia (sono stata malissimo proprio per Natale) e il tempo passato in famiglia non ero mai riuscita a finire di leggere il racconto. Avevo riconosciuto l’incipit e mi ero ricordata del gioco letterario. È proprio un bel racconto natalizio! Sono in tempo per farti gli auguri di fine anno, buona fine e buon principio

Barbara Businaro

Dic 31, 2025 at 5:08 PM Reply

Grazie Giulia! Grazie anche di essere passata nuovamente per finire il racconto.
Natale sottotono anche per me, con lo stomaco bloccato dal virus, gli altri che mangiano e io che guardo, quindi ti capisco benissimo.
Ma come si dice? Natalia in malattia, ma Capodanno da follia!! Buona fine e buon principio anche a te! 🙂

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