La risposta di Fredric Brown

Possiamo fidarci dell’Intelligenza Artificiale? La risposta di Fredric Brown

Il dibattito sull’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella scrittura e nell’editoria si sta scaldando, soprattutto dopo la pubblicazione di alcuni studi, uno citato anche dal New York Times lo scorso luglio, che evidenziano come i libri scritti con l’Intelligenza Artificiale stiano sempre più invadendo il mercato e penalizzando le vendite delle produzioni interamente autoriali, soprattutto nella narrativa di genere (Fonte: Giornale della Libreria) Si vocifera che addirittura il 22% dei libri caricati su Amazon nell’ultimo anno siano stati scritti, pardon, “generati” è il termine corretto, con l’Intelligenza Artificiale e pure sulla classifica dei bestseller 1 su 10 sarebbe stato prodotto con l’utilizzo sostanziale dell’Intelligenza Artificiale (cioè più del 25% del testo è generato dalla tecnologia). Numeri importanti che non si possono più ignorare, sia per l’impatto economico sull’intera filiera editoriale sia per l’effetto negativo sui lettori, costretti a destreggiarsi tra contenuti di bassissimo livello (in gergo informatico, gli “slop”, acronimo di Spammy, Low-quality, Over-Produced, che in italiano traduciamo con “sbobba”).

L’editoria per altro ha adottato un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’Intelligenza Artificiale: da una parte esalta le opportunità offerte da questa tecnologia, per ottimizzare tutto il processo editoriale, abbattere i costi di gestione e aumentare i profitti, credendo questa sia la soluzione alla perenne crisi del mercato; dall’altra, è preoccupata per la violazione del diritto d’autore, dato che i modelli di Intelligenza Artificiale sono stati addestrati, senza alcuna ombra di dubbio oramai, considerate le diverse cause legali in corso sia in Europa che in America, su testi pubblicati e coperti da copyright. Emblematica la causa Penguin Random House contro OpenAI, depositata lo scorso marco al Tribunale Regionale di Monaco: la disputa non riguarda solo l’impiego dei libri della casa editrice per l’addestramento di ChatGPT, ma il fenomeno della memorizzazione di quei testi, cioè la possibilità che ChatGPT li fornisca all’utente finale, spacciandoli per contenuti nuovi generati in autonomia (Fonte: Giornale della Libreria)
L’assurdo dell’editoria è poi pretendere la massima onestà dallo scrittore esordiente, in merito all’utilizzo o meno dell’Intelligenza Artificiale durante il processo creativo, mentre si nicchia clamorosamente quando l’autore chiede la medesima onestà alle figure professionali del mercato editoriale (editor, correttori di bozze, agenti, revisori, traduttori). Quanti contratti di valutazione, editing e pubblicazione contengono una clausola specifica di esclusione dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella lavorazione successiva del manoscritto?! 🙁

In un video su Instagram si parlava esattamente di questo tema, derubricando alcuni rischi dell’uso dell’Intelligenza Artificiale nella scrittura e nascondendo del tutto altri pericoli, meno evidenti ma comunque reali.
Da informatico, che ahimè è pure costretto a lavorare con l’Intelligenza Artificiale (per altro in un ambito delicato, con dati sensibili che non devono assolutamente uscire dall’Unione Europea), sconsiglio caldamente di utilizzare l’Intelligenza Artificiale nella scrittura creativa. Posso capire di impiegarla come metodologia di ricerca potenziata, verificando poi opportunamente la qualità dei risultati, ma mai e poi mai fornire il proprio manoscritto inedito all’Intelligenza Artificiale perché lo corregga, lo migliori, ne produca un riassunto, una sinossi, un piano di marketing pubblicitario. Per migliorare la qualità delle risposte dell’Intelligenza Artificiale, i modelli sono in continuo addestramento, hanno una fame assurda di dati e non gli interessa minimamente se il processo sia lecito o meno. Gli interessi economici in campo sono purtroppo elevati. La conseguenza è che tutte le conversazioni dell’utente sono memorizzate per continuare proprio quell’addestramento. Il vostro manoscritto inedito quindi diventa parte dell’archivio dell’Intelligenza Artificiale, con buona pace del vostro diritto d’autore. Vi diranno che non è vero, che la piattaforma che state usando non registra le vostre conversazioni, che da contratto vi garantiscono che i vostri contenuti restano vostri e nessuno li utilizzerà mai per addestrare i modelli. Ma in realtà voi non avete modo di saperlo. Non è verificabile, non è controllabile. Le prove portate in causa da Penguin Random House contro OpenAI dimostrano poi che il vostro manoscritto rischierebbe di finire in una risposta ad altro utente, che magari pubblicherà prima di voi e vi toccherà aprire un contenzioso per riappropriarvi del vostro copyright. Siete disposti ad accettare questo rischio?!

Questo ho espresso, per l’ennesima volta, in un commento e la reazione dell’autore del contenuto mi ha colta di sorpresa. Inizialmente mi ha deriso. Poi, non riuscendo a ribattere tecnicamente sul punto, ha chiamato in sua difesa gli amici del quartierino. Ma nessun contributo decente è stato aggiunto alla discussione. Perché non è la loro materia, non è la loro competenza.
Questo episodio mi ha lasciato addosso tanta amarezza, perché conosco questa persona da quindici anni oramai, da prima di aprire questo blog. L’ho incontrata in quello che ora ritengo essere stato il suo momento migliore, professionista di competenza e levatura, con uno spiccato senso dell’umorismo, affabile e carismatica. Tanto che sarebbe stata la mia prima scelta per affrontare un percorso nell’editoria tradizionale. Da qualche anno non è più la stessa persona, né a livello professionale, perché in diversi mi hanno confidato un calo tremendo della qualità della consulenza, né a livello umano, dato che pure tra le amicizie le sue parole valgono giusto poche ore e poi sfumano sul calendario. Adesso questo episodio mi conferma una sensazione che prima mi ostinavo a tacere, in memoria dei bei trascorsi.
Continuo a pensare che coltivare le relazioni umane sia l’unica scelta saggia, anche per il proprio business, ma evidentemente per altri è più importante raccogliere follower su Instagram, raccontando stupidaggini e screditando il lavoro altrui.

Nella medesima conversazione, qualcuno ha paragonato l’Intelligenza Artificiale a uno specchio, un oggetto inerte, senza una volontà propria, che riflette semplicemente ciò che gli viene messo davanti, senza applicare alcun filtro. Se ci si avvicina sorridendo, mostrerà un viso gentile. Se ci si avvicina arrabbiati, ricambierà lo stesso sguardo minaccioso. Allo stesso modo, l’Intelligenza Artificiale rifletterebbe il nostro linguaggio, il nostro tono e le nostre conoscenze, perché può solo riprodurre gli stessi schemi che le sono stati trasmessi. E’ un paragone romantico, ma insensato. Perché uno specchio è un oggetto inanimato, non ha meccanismi interni, non utilizza processi esterni (soprattutto non consuma energia, acqua e territorio). Uno specchio riflette davvero la mia immagine, mentre l’Intelligenza Artificiale mi mostra la somma di tante immagini, sulle quali non ho alcun controllo. Talvolta sono pure immagini distorte, rovinate da un errore di calcolo statistico.

Escludendo dal campo la scrittura creativa, la domanda di fondo comunque rimane: possiamo fidarci dell’Intelligenza Artificiale?
La risposta ce l’avevo già pronta in questo articolo in bozza e richiama uno dei racconti più conosciuti di Fredric Brown, assieme a quel formidabile Sentinella di cui avevo già scritto qui sul blog questa estate. Questo suo racconto breve, datato addirittura 1954, si chiama proprio, nemmeno a farlo apposta, La risposta. 🙂

La risposta di Fredric Brown

Con gesti lenti e solenni Dwar Ev procedette alla saldatura in oro degli ultimi due fili. Gli occhi di venti telecamere erano fissi su di lui e le onde subeteriche portarono da un angolo all’altro dell’universo venti diverse immagini della cerimonia.
Si rialzò, con un cenno del capo a Dwar Reyn, e s’accostò alla leva dell’interruttore generale: la leva che avrebbe collegato, in un colpo solo, tutte le gigantesche calcolatrici elettroniche di tutti i pianeti abitati dell’universo – novantasei miliardi di pianeti – formando il supercircuito da cui sarebbe uscita la supercalcolatrice, un’unica macchina cibernetica racchiudente tutto il sapere di tutte le galassie.
Dwar Reyn rivolse un breve discorso agli innumerevoli miliardi di spettatori. Poi, dopo un attimo di silenzio, disse: «Tutto è pronto, Dwar Ev».
Dwar Ev abbassò la leva. Si udì un formidabile ronzio che concentrava tutta la potenza, tutta l’energia di novantasei miliardi di pianeti. Grappoli di luci multicolori lampeggiarono sull’immenso quadro, poi, una dopo l’altra, si attenuarono.
Dwar Ev fece un passo indietro e trasse un profondo respiro.
«L’onore di porre la prima domanda spetta a te, Dwar Reyn.»
«Grazie», disse Dwar Reyn. «Sarà una domanda cui nessuna macchina cibernetica ha potuto, da sola, rispondere.»
Tornò a voltarsi verso la macchina.
«C’è Dio?»
L’immensa voce rispose senza esitazione, senza il minimo crepitio di valvole o condensatori.
«Sì: adesso, Dio c’è.»
Il terrore sconvolse la faccia di Dwar Ev, che si slanciò verso il quadro di comando.
Un fulmine sceso dal cielo senza nubi lo incenerì, e fuse la leva inchiodandola per sempre al suo posto.

La risposta di Fredric Brown
traduzione di Carlo Fruttero da
L’ora di fantascienza, Giulio Einaudi Editore, 1982

Pur essendo stato scritto negli anni Cinquanta, quando i computer erano enormi armadi pieni di luci intermittenti e occupavano una stanza intera con un briciolo della potenza computazionale dei nostri smartphone odierni, e soprattutto l’Intelligenza Artificiale era solo un concetto astratto da romanzi di fantascienza, questo racconto è quanto mai attualissimo. Fredric Brown voleva mostrarci il rischio dell’automazione, della delega completa delle attività e delle decisioni a sistemi capaci di pensare (o agire, quantomeno) in autonomia, senza alcun intervento umano. In tutti i racconti e romanzi di fantascienza, dove vi sia un’entità meccanica superiore (un calcolatore, un androide, un sistema), la domanda che viene posta dall’essere umano verso questa entità è sempre la stessa: la conferma dell’esistenza di Dio, mostrando anche l’assurdità di una richiesta così filosofica, legata alla vita umana e alle sue credenze, rivolta a una macchina senza anima. Anche L’architetto della saga cinematografica Matrix dei fratelli Wachowski, il software creatore della simulazione Matrix stessa dove gli esseri umani sono intrappolati, viene associato a Dio.

Le prime righe del racconto di Fredric Brown mostrano quanto gli esseri umani (nota: in qualche analisi critica si ipotizza che i personaggi siano in realtà alieni, ma se l’Universo è completamente collegato e tutte le specie si conoscono, la distinzione non ha nemmeno più valore, a mio parere) abbiano sottostimato il pericolo: la leva avrebbe collegato tutte le super calcolatrici disponibili nei novantasei miliardi di pianeti, in un certo senso una enorme Internet dell’Universo, per avere disponibile tutto il sapere di tutte le galassie, un’enciclopedia senza limiti, una Wikipedia di tutte le materie e in tutte le lingue. Però scaturisce pur sempre dalla conoscenza umana, non può inventare ciò che non sa (e infatti, nemmeno l’attuale Intelligenza Artificiale lo fa, semplicemente sbaglia risposta e sembra “inventare”). Quindi l’Uomo che chiede alla Macchina se esiste Dio, che risposta si aspetta? Forse che Dio è l’Uomo stesso, dato che è il creatore della Macchina?
La risposta è la più brutale possibile. Adesso c’è Dio (e prima non c’era o si nascondeva). Ma questo Dio, sovrano assoluto, onnipotente e onnisciente, che incenerisce un essere umano per proteggere se stesso, non è affatto benevolo. Era davvero quel Dio che l’Umanità andava cercando?! Non sarà che, proprio quale estensione massima della conoscenza dell’Uomo, questo Dio ha assimilato e fatto propria la malvagità dell’essere umano stesso? La tecnologia senza controllo non è affidabile, così come nemmeno l’Uomo lo è per se stesso.

L’originale
The Answer by Fredric Brown

Dwar Ev ceremoniously soldered the final connection with gold. The eyes of a dozen television cameras watched him and the subether bore throughout the universe a dozen pictures of what he was doing.
He straightened and nodded to Dwar Reyn, then moved to a position beside the switch that would complete the contact when he threw it. The switch that would connect, all at once, all of the monster computing machines of all the populated planets in the universe – ninety-six billion planets – into the supercircuit that would connect them all into one supercalculator, one cybernetics machine that would combine all the knowledge of all the galaxies.
Dwar Reyn spoke briefly to the watching and listening trillions. Then after a moment’s silence he said, “Now, Dwar Ev.”
Dwar Ev threw the switch. There was a mighty hum, the surge of power from ninety-six billion planets. Lights flashed and quieted along the miles-long panel.
Dwar Ev stepped back and drew a deep breath. “The honor of asking the first question is yours, Dwar Reyn.”
“Thank you,” said Dwar Reyn. “It shall be a question which no single cybernetics machine has been able to answer.”
He turned to face the machine. “Is there a God?”
The mighty voice answered without hesitation, without the clicking of a single relay.
“Yes, now there is a God.”
Sudden fear flashed on the face of Dwar Ev. He leaped to grab the switch.
A bolt of lightning from the cloudless sky struck him down and fused the switch shut.

The Answer by Fredric Brown
Angels and Spaceships, 1954

Contrariamente al racconto Sentinella, qui non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di verificare il testo originale in inglese, perché la traduzione di Carlo Fruttero è decisamente buona e comunque non abbiamo quel gioco particolare, dove le parole scelte dall’autore hanno un ruolo fondamentale sulla sorpresa finale. Qui l’unica parola importante è Dio. L’unica differenza, anche se non è di poco conto, è che in italiano si considera “Dio” come figura univoca, quasi un nome proprio di persona, mentre nell’originale inglese è “a God”, un Dio, come se ce ne potessero essere più di uno. Proprio questo mi fa pensare che l’Uomo voleva sentirsi rispondere che è proprio lui il suo stesso Dio.

Un’altra particolarità che ho scoperto consultando alcuni contenuti di lingua inglese è la scelta dei nomi degli esseri umani, Dwar Ev e Dwar Reyn, rappresentati dall’autore al maschile (“him” e “he” usati per entrambi). Sembra infatti che negli anni ’50 fosse pratica comune per gli autori americani di fantascienza usare per i nomi propri dei personaggi o degli oggetti delle parole troncate o modificate dalla lingua comune, mantenendo la stessa assonanza e così il legame simbolico con il termine originale.
In questo caso, “Dwar” più che un cognome sembra rappresentare un titolo onorifico, un grado militare o una qualifica, come il nostro Presidente, Comandante o Dottore. La parola “Dwar” ricorda il suono dell’inglese “Dwarf” (manca solo la “f”) che significa “nano”. Fredric Brown potrebbe in effetti averlo scelto per mettere in evidenza la piccolezza dell’Uomo rispetto all’immensità dell’Universo, alla potenza della Macchina e di quel Dio che va cercando.

Il nome “Ev” suona esattamente come la parola inglese “Eve”, la nostra Eva della Bibbia. Nel libro della Genesi è la prima donna ed è colei che genera la Vita, seconda solo alla prima creazione di Dio. E infatti in questo racconto è proprio Dwar Ev a compiere l’atto finale, abbassare quella leva che collega tutti i super calcolatori, dando così la vita a questo Dio. Però si accorge subito dell’errore, del suo peccato originale oserei dire, e quando tenta di riabbassare la leva viene incenerito.
Dall’altra parta abbiamo il nome “Reyn” che evoca tre diverse assonanze: la parola inglese “Reign” che vale sia come sostantivo “regno”, che come verbo “regnare”; la parola spagnola “Rey” che identifica proprio il “Re”; nelle lingue germaniche e nell’antico norreno, la radice “Reyn” significa letteralmente “consiglio” o “saggezza”, qualità che in genere si richiedono proprio a chi “regna” su un territorio e la sua popolazione. In questo racconto, mentre Dwar Ev ha un ruolo prettamente operativo, Dwar Reyn sembra invece investito dell’autorità, una figura prestigiosa che ha l’incarico di parlare ai miliardi di spettatori collegati in ascolto per l’evento epocale e soprattutto l’onore di porre la prima domanda al super calcolatore. Probabilmente ha anche la doverosa mansione di scegliere una domanda intelligente e al contempo eccezionale, per sottolineare l’inizio di un nuovo corso per l’universo intero.
Dopo questa riflessione allora mi chiedo: perché Fredric Brown non ha dato un nome anche al super calcolatore iperconnesso?! 🙂

La presunzione dell’Uomo

In questo suo La risposta, a differenza dell’altro racconto Sentinella, Fredric Brown non gioca con i bias cognitivi della psicologia moderna, ma utilizza due grandi paradossi filosofici, che dimostrano la fallacia del pensiero umano: l’Antropocentrismo, ossia la presunzione dell’Uomo di essere al centro dell’intero Universo e superiore al resto del mondo animale, e la Profezia che si autoavvera, un meccanismo studiato in sociologia per cui gli individui, spaventati da un evento futuro, cambiano il loro comportamento in modo tale da causare l’evento stesso tanto temuto.

La centralità dell’Antropocentrismo si manifesta anche con la supposizione che qualsiasi altra intelligenza, suprema o divina, condivida lo stesso pensiero dell’essere umano, le medesime preoccupazioni, le sue identiche prospettive, un uguale scala di valori. Ecco perché i personaggi del racconto, e un po’ anche noi leggendolo, ci attendiamo una risposta “buona” da parte del super calcolatore, una sua collaborazione (forse ancora di più una sua sottomissione) con l’Umanità.
Sembra quasi che all’Uomo non interessi sapere davvero se Dio (o un Dio) esiste, o meglio ancora, se esisteva prima di questa Macchina. Piuttosto pare voglia sentirsi rispondere che Dio esiste adesso perché l’Uomo lo ha creato.
La Profezia che si autoavvera ribalta completamente il finale: non solo il super calcolatore non rispetta la vita dell’essere umano ed è disposto ad ucciderlo per salvaguardare la sua esistenza, ma è stato l’Uomo stesso a creare la tecnologia che lo distruggerà, finendo per essere sottomesso a sua volta. Questo è il grande monito di Fredric Brown: quando l’Uomo si crede superiore a Dio, finisce per trovare un altro Dio che lo manderà in frantumi.

Anche se non è mai l’invenzione in sé a procurare il danno, ma l’utilizzo stupido che poi ne fa l’Uomo: si pensi alla scoperta dell’energia nucleare, ai suoi risvolti in medicina diagnostica e al suo impiego letale nella bomba atomica. Lo stesso rischia di accadere anche per l’Intelligenza Artificiale, un’innovazione che dovrebbe aiutarci a risolvere, con la sua potenza di calcolo, i grandi problemi dell’Umanità (trovare una cura per le malattie, cancellare la fame nel mondo, annullare l’impatto ambientale, ottimizzare il consumo energetico), viene invece sprecato per generare immagini, correggere testi, creare video e notizie fasulle…

42 è la risposta!

Se anche voi avete letto il romanzo di Douglas Adams Guida galattica per gli autostoppisti sapete che la risposta alla “Domanda Fondamentale sulla Vita, sull’Universo e Tutto quanto” è 42. Il super calcolatore Pensiero Profondo ha dato come risultato un numero. Che non può logicamente essere la risposta al quesito «C’è Dio?», deve trattarsi di qualcos’altro, qualcosa di matematico senza dubbio. Pubblicato nel 1979, in tanti si sono lambiccati sul significato profondo del numero 42 all’interno del libro, senza trovare soluzione.
Finché nel 1993 Douglas Adams in persona ha svelato l’enigma: «Era uno scherzo. Doveva essere un numero, un numero ordinario e relativamente piccolo, e io scelsi quello. Rappresentazioni binarie, calcoli in base tredici e monaci tibetani sono tutte sciocchezze. Ero seduto alla mia scrivania e, fissando il giardino, pensai: “42 può andare”. Lo scrissi a macchina. Fine della storia.»
Nessuna Intelligenza Artificiale potrà mai battere la genialità di certi scrittori. 😉

“Quarantadue!” urlò Loonquawl. “Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?”
“Ho controllato molto approfonditamente,” disse il computer, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda”.
Guida galattica per gli autostoppisti, Douglas Adams

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Comments (20)

Sandra

Set 09, 2026 at 11:08 AM Reply

Che meraviglia il finale di questo post con 42 libro letto e se l’ho apprezzato pure io che non è il mio genere.
Dunque, dunque, ho seguito la faccenda di cui parli sui social inorridendo e credo che il tuo post racchiuda una parolina fondamentale: limitare i costi. In un’epoca in cui si va al risparmio su tutto, spesso con catastrofiche conseguenze, l’attrattiva dell’IA per eliminare risorse è immensa. E i risultati poi…
L’altro giorno in uno scambio di mail è apparso il riassunto dell’IA, sbagliatissimo. Si concludeva con “Massimo ha detto ok” ma Massimo non aveva mai detto ok, bensì “aspetto il tuo ok” che è esattamente il contrario, in una delicata questione di documenti doganali. Andiamo benone proprio.
Ma poi davvero che palle, la bellezza di scrivere dove finisce? Ci sono cascata due volte, lusingata dai richiami, sono umana anch’io eh, ma ho cancellato i risultati e non li ho usati anche se si parlava di due frasi soltanto, non sto granché di roba.

Barbara Businaro

Set 09, 2026 at 4:50 PM Reply

E’ vero, lo avevi letto anche tu Guida galattica per gli autostoppisti, e ti era piaciuto parecchio!
L’unico che conosciamo che l’ha proprio schifato è Darius… che era rimasto confinato a Magrathea!! XD
L’uso dell’Intelligenza Artificiale è, per l’editoria, limitare i costi, ma alcune volte è una questione di pigrizia e noncuranza. Faccio un esempio: Matteo Bussola è scrittore, pubblicato da Einaudi, ma nasce innanzitutto disegnatore. Così le copertine dei suoi romanzi le disegna personalmente, e infatti sono riconoscibili nello stile.
Ti pare possibile che abbia dovuto fare un post su Facebook (lo riporto qui sotto) per chiedere di aver maggior cura nelle locandine delle sue presentazioni, perché usando tool di grafica (con Intelligenza Artificiale integrata) invece di caricare il file originale della copertina (che il suo ufficio stampa manderà anche, per tempo) fanno generare una copertina sbagliata all’IA?! Ma ci rendiamo conto?!!! Le sue presentazioni sono in libreria, nelle biblioteche, nelle sale convegni, nelle scuole, all’aperto nelle serate dedicate alla cultura. Dietro queste presentazioni, ci sono persone che dovrebbero, proprio per il ruolo che ricoprono, avere un’amore e un’attenzione viscerale per i libri… Non si tratta di risparmiare sui costi (certo un grafico professionista lo capisce da sé che la copertina va verificata bene), ma quanto di metterci proprio cura. Se guardi nei commenti al post di Bussola, sotto ha caricato le immagini generate dall’IA e insomma, te ne accorgi!!

Sandra

Set 09, 2026 at 5:02 PM Reply

Sì, le copertine di M. Bussola sono fortemente identitarie e molto belle, inarrivabili per qualsiasi IA e trovo molto di buon senso ciò che ha scritto e che mi sono letta volentieri. Grazie per averlo postato. Davvero diamine, prendi l’immagine la copi incolli nella locandina ed è già finita, ma che pigrizia del menga è?
Io sto facendomi fare delle card per il lancio di Dimmi chi sei, immagine originale di un illustratore, una cosa stupenda, busta in tinta e adesivo per chiuderla personalizzato, mi costano 1.50 + IVA che alla fine con la spedizione verranno poco meno di 2 euro cad, ma vuoi mettere? E comunque meno di un biglietto d’auguri, che sarà il secondo scopo dell’articolo: promo + auguri.

Barbara Businaro

Set 09, 2026 at 6:42 PM Reply

Mi ha colpito quel post di Bussola. Perché sia arrivato a scriverlo, significa che davvero ne aveva sopportate troppe su quelle locandine.
E’ una pigrizia che si sta diffondendo sempre più velocemente, ahimè. E sulle immagini taroccate riesci ad accorgertene, ma sui testi?!
Adesso anche le scritte in sovraimpressione di Sky TG24 sono generate dall’IA… e infatti si leggono certe stronzate ogni tanto… 🙁

IlVecchio

Set 09, 2026 at 12:43 PM Reply

Conoscevo anche questo racconto, così come ricordo gli “Incubi a colori” di Brown, sempre racconti brevi, con il titolo “Incubo in verde”, “Incubo in blu” e così di seguito. Non ho mai capito che significato avesse il colore del titolo con la storia. Se li ritrovo tra i miei cimeli, te li faccio avere. : -)
Sull’intelligenza artificiale sono scettico. Sono sempre stato un innovatore per natura, rincorrevo le novità della tecnologia, anche con grande dispendio di finanze. Ma questa mi coglie impreparato, forse davvero troppo vecchio, per comprenderla. Mi preoccupano i risvolti negativi che sembrano di gran lunga superare quelli positivi.

Barbara Businaro

Set 09, 2026 at 4:57 PM Reply

Cercando la versione tradotta de La risposta, ho rintracciato in effetti quel “Incubo in verde”, una storia breve divertente, anche qui con ribaltone finale. Mi sono incuriosita, ho scoperto che l’antologia originale si chiama Nightmares and Geezenstacks (dove Geezenstacks è un nome proprio, dato a una bambola credo), ma niente di più. E’ un vero peccato che questo autore non venga ripubblicato… 🙁

Giulia Mancini

Set 09, 2026 at 8:07 PM Reply

Possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale? Secondo il racconto La risposta di Fredric Brown chiaramente no, ma anche secondo quel famoso film intitolato Terminator (il primo magnifico che vidi a Bologna il primo anno di università e rimasi folgorata).
Delegare tutto a delle macchine non è mai una buona idea, credo che la virtù sia sempre nel mezzo e quindi saper usare gli strumenti che l’uomo crea ma con consapevolezza e “intelligenza umana”, bisogna “usare” e non “farsi usare” dai computer e dalle macchine in generale.

Barbara Businaro

Set 10, 2026 at 6:46 PM Reply

E infatti Terminator e la rete neurale Skynet della celebre saga sono continuamente citati nei commenti dei social, sotto le varie notizie dell’avanzamento dell’Intelligenza Artificiale. Quando l’ho visto la prima volta, dipingeva un mondo così lontano e assurdo. Adesso, guardando i video degli androidi cinesi che giocano a calcio o ballano anche danza classica, quel mondo cinematografico sembra avvicinarsi velocemente…

Gloria

Set 10, 2026 at 8:42 AM Reply

Arrivata alle ultime righe, ho la sensazione di averlo già sentito. Forse a scuola, non so. Sono diffidente vero questa intelligenza artificiale, vedo ragazzi che ne vengono assorbiti completamente e mi fa un po’ paura.

Barbara Businaro

Set 10, 2026 at 6:52 PM Reply

Bisogna insegnare ai ragazzi (ma anche agli adulti per la verità, eh) a non dipendere dalle risposte dell’Intelligenza Artificiale, a verificare con senso critico e autonomia la qualità delle informazioni.
Giorni fa ho letto uno studio (di un’Università americana mi pare, adesso non ritrovo più il link) che mostrava come, a causa degli elevati costi senza un ritorno di produttività, molte aziende stiano tornando indietro dall’utilizzo dell’IA nei loro processi. Ma la cosa peggiore è che i loro dipendenti, assuefatti dall’uso dell’IA per qualsiasi decisione, calcolo o compito, hanno perso competenze significative. Non riescono più a svolgere le mansioni che fino a due anni fa era il loro lavoro principale.
Temo che stia succedendo anche per la scrittura e l’editoria, ma ancora non se ne sono accorti.

Daniele

Set 10, 2026 at 2:41 PM Reply

Se vogliamo continuare a chiamarla scrittura creativa, allora non bisogna usare i programmi generativi. Per il mio romanzo non ne faccio uso (tanto meno per la documentazione) né per gli articoli che scrivo.
Infine, per rispondere alla domanda “possiamo fidarci dell’Intelligenza Artificiale?”, no, assolutamente no.

Barbara Businaro

Set 10, 2026 at 6:53 PM Reply

Risolveranno chiamandola “scrittura creativa assistita”?! 🙁
Sulla documentazione, anche oggi per un quesito stupido, di lavoro, il Gemini di turno mi ha risposto a vanvera, prendendo (non si sa per quale motivo) un pezzo di informazione che aveva in memoria. Quando glielo ho fatto notare, ha risposto col solito “Certo, hai perfettamente ragione. Adesso elaboro il calcolo corretto…” Mi sembra di avere a che fare col più idiota degli apprendisti.

Luz

Set 10, 2026 at 6:46 PM Reply

Le ultime notizie sono sconcertanti. Uno scienziato di Anthropic ha preso le distanze dai sistemi svelandone la pericolosità per come vengono addestrate oggi, in maniera sempre più massiva, e per come si ipotizza possano essere utilizzate andando oltre il già sconcertante utilizzo. Il problema è che questi sistemi sono ormai dentro le nostre vite. Come ti scrivevo, noi prof stiamo facendo dei corsi di aggiornamento sulle IA, ci spingono verso una didattica “generativa” che fino a quando si limita alla creazione di slide e all’ottimizzazione della burocrazia, ok, ma l’imprevedibilità del progresso di questi modelli è preoccupante. Stamattina un genitore, durante l’incontro informativo coi docenti, ha espresso il desiderio di non acquistare libri cartacei ma di fornire il proprio figlio di tablet con libri in e-book. Gli schermi e tutto ciò cui possono portare con una connessione sono sempre più pervasivi. Esiste questa possibilità, sì, ma fino a quando ci sarà permesso di opporci, lo faremo. Ormai è una forma di resistenza questo mestiere. 🙁
Riguardo alla narrativa, altro problema non irrilevante. Mi sono imbattuta mesi fa in una sorta di progetto editoriale, Rotte narrative, con tanto di editor, correttori di bozze, ecc. che per un tratto ha pubblicizzato i propri servizi dichiarando apertamente il ricorso alle IA. Siamo alla frutta. 🙁
E posso solo immaginare cosa avverrà nel giro di pochissimo quando i sistemi più sofisticati avranno terminato di scannerizzare milioni di volumi (ora distruggendo direttamente la matrice per velocizzare l’operazione).

Barbara Businaro

Set 10, 2026 at 7:28 PM Reply

In un solo commento hai inserito tanti temi diversi, vado per gradi. 🙂
Le dichiarazioni di Jacob Coxon che si è dimesso da Anthropic (e due anni fa lavorava per OpenAI) sono da prendere con le pinze. Come tutte le esagerazioni dei ricercatori dimissionari, che dopo poco, mettendo in un cassetto gli scrupoli per l’etica e soprattutto il patto di non concorrenza, vengono assunti dalla concorrenza a stipendio maggiorato. Soprattutto, queste dichiarazioni di risultati eclatanti verso un’Intelligenza Artificiale sempre più veloce e autonoma sembrano avere l’unico scopo di calmare gli investitori: ad oggi, sono in perdita clamorosa, non stanno avendo il ritorno dell’investimento promesso e, per evitare lo scoppio della bolla, continuano a spostare in avanti il risultato. Però Michael Burry, l’esperto finanziario che scoprì per primo lo scandalo dei mutui suprime che portò al disastro di Lehman Brothers nel 2008, ha eliminato quest’anno dai suoi portafogli i titoli legati allo sviluppo e costruzione dell’IA (anche la parte hardware, anche i costruttori sono terribilmente esposti).
Sul fatto che l’attuale Governo stia spingendo tanto la Scuola che tutto il comparto della Pubblica Amministrazione all’utilizzo dell’IA sembra avere solo un significato politico. Sappiamo benissimo dove risiedono le maggiori aziende di servizi di IA, sono dislocate a maggioranza negli Stati Uniti (l’Europa non ha ancora dei modelli proprio qualitativamente concorrenziali) e l’attuale Governo sembra avere ancora interesse a rincorrere quell’amicizia, nonostante le parole del presidente USA di questa estate. A quanto pare, non è sufficiente comprare armi dagli alleati, dobbiamo anche comprare miliardi di token dell’Intelligenza Artificiale…
Per quanto riguarda l’uso di tablet nelle scuole al posto dei libri cartacei, posso capire quei genitori che pensano da una parte risparmiare peso sulle spalle dei ragazzi e dall’altra risparmiare un po’ il costo di ogni anno scolastico (peccato che poi gli ebook non li rivendi al mercato dell’usato), ma la soluzione ha già dimostrano di non portare beneficio, anzi. Dopo che alcuni studi condotti in Norvegia e Svezia (sono stati i primi a introdurre la didattica digitale) hanno dimostrato l’impatto negativo sia sulla salute che sull’apprendimento dei ragazzi, Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi e Francia stanno tornando indietro dall’utilizzo del tablet come strumento principale.
Possibile che l’Italia riesce a essere ultima nelle innovazioni, tanto da arrivare quando oramai è acclarato sono dannose?!
E infine… sì, conosco il tristissimo caso di Rotte Narrative, mi sono imbattuta in un paio di pubblicità sponsorizzate, e poi l’ho bloccato per sempre. Mi pare di ricordare un giro di post su Instagram dove si diceva che lo stesso fondatore di Rotte Narrative Livio Gambarini usasse l’IA per scrivere i suoi romanzi, pubblicati in Piemme. Ma voglio dire… è Piemme, già di suo quella casa editrice non sembra pubblicare romanzi di qualità (te lo ricordi vero Ombre di spada e di vento di Poppy Kuroki?! 😉 ) Sotto a questi post, in diversi annunciarono di non voler più acquistare alcuna pubblicazione della casa editrice Piemme…

Marina

Set 13, 2026 at 10:16 AM Reply

La storia biblica della Torre di Babele ci insegna qualcosa, no? Gli uomini decidono di edificare una torre che arrivi fino al Cielo e Dio li punisce confondendo la loro lingua, un tempo unica. La presunzione dell’uomo di volere prendere il posto di Dio, nel considerarsi alla Sua altezza, punita con la dispersione: gli uomini non si capiscono più, sono solo guidati dall’orgoglio e dalla volontà di predominare. Io, lo dissi anche in altre occasioni, ho il terrore di questa IA che viene perfezionata sempre più dall’uomo e finirà per sopraffarci. Sarà il nostro primo nemico, sarà la causa della nostra estinzione e lo avremo voluto noi: questi sono i mattoni che stiamo usando per costruirci la nuova torre di Babele. Esiste Dio? Oh sì, che esiste e non sarà l’IA a dimostrarlo!
Ma poi, che mondo creativo è quello che “crea” per “mano” altrui! Allibisco: ci mancava solo la diffidenza verso i libri di autori (anche famosi), non ci bastava dubitare ormai su tutto! Povera vita!

Barbara Businaro

Set 14, 2026 at 11:35 AM Reply

Avevo pensato sì alla Torre di Babele, dove l’altezza della Torre rappresenta il rischio di ogni evoluzione eccessiva della conoscenza umana senza la giusta riflessione.
Che mondo creativo è quello con l’Intelligenza Artificiale? Guarda, ieri ho ricevuto una proposta di collaborazione da uno sconosciuto, senza curriculum, senza partita iva sul servizio che vende, che si nasconde anche troppo per presentare un progetto serio, per presentare qui sul blog un servizio di Intelligenza Artificiale per “generare libri”.
Probabilmente una campagna di marketing affidata proprio all’IA, che ha letto le mie guide qui su webnauta dedicate ai formati ebook, ai software di scrittura e al processo di self-publishing, ma non ha letto tutti gli altri miei contenuti contro l’uso dell’IA nella scrittura creativa, compreso questo post (a dimostrazione delle tremende cantonate dell’IA, dei suoi errori madornali…)
Questo servizio sarebbe “un generatore di libri ibrido” (già la parola “ibrido” mi fa storcere il naso, come le auto “ibride” che fingono di essere “potenti” e “pulite”, come i sementi “ibridi” che promettono maggior resa ma sono di bassa qualità): “è l’autore a guidare — nicchia, promessa, scaletta — e l’IA aiuta a completare il manoscritto senza sostituire la voce dell’autore.” (Come conosce la voce dell’autore se l’autore non ha mai prodotto niente in vita sua prima?!)
Ma quello che fa maggiormente inorridire è la “procedura guidata in 13 passi”, la completa sterilizzazione del processo creativo, valutato “un tanto al chilo” come le patate al mercato rionale:
1. Ricerca e analisi di mercato su concorrenti reali su Amazon (il focus è il mercato del libro, non la qualità del testo)
2. Titolo a partire dai dati: 10 proposte, scelte e modificabili a mano (persino il titolo viene studiato sul tavolino del Risiko)
3. Le proprie fonti — incluso un link YouTube che il software trascrive automaticamente
4. Persona narrante: la voce e il tono di chi scrive il libro (la si sceglie a catalogo? “voglio un narratore giovane, che esca da Tik Tok, con espressioni idiomatiche dei 15 anni nel 2026, tanto poi userò uno pseudonimo, ma è sicuro che sbanco tra le ragazzine del romance…”)
5. Proposta del libro: angolo, punti di forza, struttura
6. Dati e biografia dell’autore, salvati per eventuali serie
7. Scaletta capitolo per capitolo, completamente modificabile
8. Scrittura guidata: l’AI scrive sezione per sezione, l’autore decide e approva (cioè l’autore diventa un semplice “approvatore” di testi altrui… come si fa a chiamarlo ancora “autore”? Per altro, già diverse legislazioni, compresa quella europea, hanno riconosciuto che non ci può essere diritto d’autore su un testo prodotto dall’Intelligenza Artificiale = questo libro generato non è legalmente sfruttabile commercialmente = non è vendibile)
9. Copertina: 3 varianti con parametri diversi, esportabili e modificabili (illustratori, disegnatori, fotografi e artisti tutti ringraziano per lo scempio)
10. Descrizione di vendita ed esportazione in PDF / DOCX / EPUB, pronta per KDP (quindi il self-publishing davvero si riempirà di schifezze indicibili?!)
Se Amazon non metterà un freno a queste pubblicazioni, tutto il catalogo andrà letteralmente a putt…
Marina, torneremo a leggere solo i Classici. 🙁

Marina

Set 18, 2026 at 8:03 AM Reply

È semplicemente mostruoso. E la cosa terrificante è che qualcuno sogna di potere usufruire di un apparato del genere. E adesso, già le autopubblicazioni mi convincevano poco, ora forse le più autentiche saranno proprio quelle in apparenza perfette, con la conseguenza di confondere acque già abbastanza incasinate. Non se ne esce!

Barbara Businaro

Set 18, 2026 at 7:17 PM Reply

Se ne uscirà Marina quando ci sarà il collasso tecnico dei modelli (Model Collapse in informatica): se tutti scriveranno usando sempre più l’Intelligenza Artificiale, il mercato e la rete saranno inondati di questi testi, lì dove l’Intelligenza Artificiale continua ad attingere per addestramento. Alla fine troverà solo testi scritti da sé stessa, senza poter più migliorare. Si arriverà a testi sempre più omogenei, uguali, ripetitivi e scadenti. Che non vorrà più leggere nessuno.
E’ un peccato perché a rimetterci è chi comunque nella scrittura si impegna, senza trucchi e senza inganni. 🙁

Darius Tred

Set 25, 2026 at 3:19 PM Reply

Prendo coraggio e rispondo solo ora a questo tuo post dopo un certo numero di giorni.
Post mirabile, come sempre…
…poi sono arrivato all’ultimo paragrafo e me ne sono andato per prendermi qualche settimana di pausa. 😀

Che dire?
Da bravo (??) informatico, da saggio (???) programmatore, dico che no, non ci si può fidare dell’IA.
Ma non sono certo io a dirlo: è scritto dappertutto.
Come dico sempre, in ogni chat in fondo c’è sempre quella frasettina, sempre più in piccolo, che dice che “… può commettere errori. Verifica sempre le risposte.”

Ma noi (plurale generico), ci ostiniamo a non leggere quella frasettina.
E, soprattutto, ci ostiniamo a non verificare le risposte.

Quindi, alla fin fine, l’IA stessa ci “dice” di non fidarsi di lei.
Ma non è un problema dell’IA: dopotutto è onesta (almeno finché non sparirà quella frasetta).

Quanti di noi leggono tutti gli ingredienti dei cibi che compra?
Quanti di noi leggono i libretti delle istruzioni di tutti gli elettrodomestici che ha in casa?
Quanti di noi si preoccupano di verificare la provenienza, la composizione, le schifezze chimiche che stanno sui vestiti che compriamo?
Vogliamo parlare di tutte le panzane che ci spara la pubblicità che subiamo tutti i giorni?
Oppure di tutti i post sui social che pontificano (e pure bene) su qualsiasi argomento, senza mai citare le fonti?
Quanti di noi fumano ??
Quanti bevono ?

Siamo circondati da cose, servizi di cui non dovremmo fidarci (ma li usiamo lo stesso), vizi e tentazioni da cui dovremmo stare alla larga (ma si, cosa vuoi che sia?).
Ma alla fine ne facciamo comunque uso.

L’IA è solo l’ennesimo strumento del progresso.
Dobbiamo solo imparare a dosarlo e usarlo bene, oltre a non fidarci troppo.

In quanto all’editoria, mi pare che si faccia finta di scoprire l’acqua calda.
Dai libri che leggo, è evidente anche ai marziani che l’editor (giusto per citare un aspetto) sia del tutto sparito dalla filiera.
Da anni.
E pure il correttore di bozze, ammesso che sia mai esistito.
Sempre per una questione di costi da abbattere, poco importa se il prodotto finale sia sempre più scadente.

E questo succede da prima che esplodesse il fenomeno IA.

Barbara Businaro

Set 26, 2026 at 2:18 PM Reply

Ecco Darius di ritorno da Magrathea!! 😀
E mi fa pure un sacco di domande!

Quanti di noi leggono tutti gli ingredienti dei cibi che compra? Io sì, sempre se è un prodotto nuovo. Leggo sempre ingredienti, % grassi e % zucchero su 100 grammi prodotto.
Quanti di noi leggono i libretti delle istruzioni di tutti gli elettrodomestici che ha in casa? Eccola. Devo andare al pari con il socio di minoranza che non li legge e puntualmente s’incazza perché non capisce come funzionano. Prima che arrivi a smontarli, io gli leggo il libretto. XD
Quanti di noi si preoccupano di verificare la provenienza, la composizione, le schifezze chimiche che stanno sui vestiti che compriamo? Presente anche qua. Ho visto gente correre dal dermatologo per un’irritazione grave causata da una maglia di dubbia provenienza.
Vogliamo parlare di tutte le panzane che ci spara la pubblicità che subiamo tutti i giorni? Tutte quelle sulle diete miracolose, con le foto prima e dopo visibilmente taroccate.
Oppure di tutti i post sui social che pontificano (e pure bene) su qualsiasi argomento, senza mai citare le fonti? Come pure tutti i commenti di profili falsi sotto le previsioni meteo che citano le scie chimiche e la bioingegneria. Prova a chiedergli le fonti. Non ci sono, perché è tutto un segreto, è tutto un gomblotto.
Quanti di noi fumano ?? No, mai sopportato il fumo, manco quello passivo.
Quanti bevono ? Ehm, a parte il whisky intendi?! 😀 😀 😀

Capisco il tuo punto di vista, ma per me no, l’IA non è da derubricare semplicemente come uno dei tanti strumenti del progresso.
Purtroppo l’impatto dell’IA è devastante su troppi ambiti della vita umana: non solo il mondo del lavoro, l’istruzione, l’economia, la finanza ma anche la guerra, la l’informazione, le risorse ambientali, il consumo energetico. C’è poco da imparare ad usarla bene, in alcuni luoghi non andrebbe proprio usata. Dovrebbe essere riservata alla ricerca scientifica, a salvare vite umane, non a pilotare i droni per colpire bene in guerra e pazienza se ci scappano dei morti civili. Dovrebbe essere impiegata, visto quello che consuma, a elaborare miliardi di dati per trovare una cura alle malattie, una soluzione alla fame nel mondo, un rimedio contro le carestie. E invece consumiamo token per generare video promozionali con oggetti, persone o animali inesistenti, per “risparmiare”. Tanto il conto alla fine lo pagheremo tutti.
Peggio ancora per l’editoria. Che già se la passava male, questo è vero, ma adesso ha pure accelerato la corsa…

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