
Il cuore della scrittura
Pochi giorni fa l’AIE – Associazione Italiana Editori ha presentato gli ultimi dati di vendita del mercato editoriale italiano: Il mercato del libro in Italia nel 2025 Non va molto bene, con un calo generalizzato delle copie vendute nel 2025 rispetto all’anno precedente nella maggior parte dei mercati europei, con l’Italia che ha registrato addirittura un brutto -3%, penultima rispetto alla Germania con un -4,9% (ma i dati in questo caso sono da fonti differenti, quindi da considerare con cautela).
Va sempre ribadito che le vendite non rappresentano le letture e la spesa per i libri nel nostro paese è strettamente collegata alla spesa generale delle famiglie. Per la congiuntura economica attuale (leggasi: le famiglie di ceto medio-basso sono in crisi già per i beni di prima necessità), sono cambiati i comportamenti di approvvigionamento dei libri: si attinge molto al mercato dell’usato, dove un cartaceo a sei mesi dall’uscita può costare già solo la metà del prezzo ci copertina, oppure si ricorre al prestito, sia nelle biblioteche pubbliche che ai unti di bookcrossing, che stanno nascendo anche nel nostro territorio (vedesi la rete nazionale di Lascia un libro, prendi un libro). Anche chi legge in digitale ha imparato ad attingere al prestito bibliotecario, perché l’acquisto del formato digitale in Italia è veramente ridicolo: un esempio preso dalla classifica dei più venduti, per altro, L’ultimo segreto di Dan Brown in cartaceo 26 euro prezzo medio, contro i 28 euro di copertina, e in digitale addirittura 18,99 euro, un salasso, per un oggetto senza fisicità, che non puoi nemmeno donare, regalare o rivendere nell’usato una volta terminata la lettura.
Però non si è smesso di leggere, anzi. Proprio in un momento storico critico come quello attuale abbiamo bisogno di storie, che ci diano forza e speranza, o quanto meno di regalino un attimo di tregua dalla quotidianità.
Dato che calano proprio le copie vendute delle novità pubblicate durante l’anno, scatta di sguincio la solita polemica: si pubblicano troppi nuovi titoli (70.409 nel 2025, con un aumento di ulteriori 1.241 titoli rispetto all’anno precedente). Si pubblica troppo e si pubblica male, aggiungono in tanti come commento nei social media: la sensazione, che all’inizio sentivo solo mia ma che vedo sempre più condivisa, è che non solo si stiano sfornando troppi nuovi titoli ogni anno, ma che parecchi libri siano scritti con l’intervento dell’Intelligenza Artificiale (specie in fase di editing), con una percentuale maggiore nel self-publishing (qui proprio in fase di scrittura pura).
Non è un’esagerazione se considerate che più di qualcuno ha pensato addirittura di farne un business, lanciando veri e propri corsi per imparare a scrivere con l’IA, workshop per utilizzare l’IA per le prime bozze narrative, laboratori per superare il blocco dello scrittore con l’IA e così via. Su questo punto, ho trovato interessante, e assolutamente condivisibile, la riflessione di Daniela Barisone sul blog Ultima Pagina, versione moderna e consapevole del Writer’s Dream, un tempo il maggior forum per scrittori e aspiranti tali: La scrittura ai tempi dell’AI
Dall’altra parte, sempre più amici lettori si lamentano della bassa qualità dei testi, secondo loro piatti nello stile e aderenti, in maniera troppo stringente, al genere o sottogenere letterario in cui si inquadrano. Questo fa sospettare, anche i più ingenui sul tema, dell’intromissione dell’Intelligenza Artificiale sul testo, proprio allo scopo di renderlo più appetibile tanto all’editore quanto al lettore medio, ma di fatto privandolo del guizzo umano davvero creativo. Qualcuno è arrivato a confidarmi di non voler più leggere romanzi pubblicati dopo il 2022, anno dell’avvento in modalità gratuita dell’IA generalista. Chissà, magari torneremo a leggere solo i classici del secolo scorso, per essere davvero certi di avere tra le mani romanzi scritti interamente da esseri umani!
Che futuro potrà avere la nostra scrittura in questo triste scenario? Saremo costretti a riporre le nostre penne nel cassetto dei sogni?! No, non lo credo affatto. Semmai è proprio adesso che bisogna tenere salda la propria creatività. Come avevo scritto sull’ultimo post dell’anno scorso, La complessità del guerriero nel 2025, sono convinta che, alla fine di questa sbornia da Intelligenza Artificiale, resterà solo chi è rimasto autentico, coltivando le connessioni umane senza alcun intermezzo, un dialogo diretto e sincero con i propri lettori, errori ed imperfezioni comprese.
Mentre mi arrovellavo ancora su queste mie considerazioni, ecco giungere un’illuminante newsletter del Writer’s Digest, una rivista americana rivolta a scrittori esordienti o pubblicati, attiva addirittura dal 1920 (per l’ennesima volta stavo pensando di disiscrivermi, perché i contenuti mi sembrano troppo tagliati sul mercato americano, et voilà, per l’ennesima volta mi devo ricredere! 😀 ) con un articolo che attira la mia attenzione: The Heart of Writing. Why Your Voice Still Matters in the Age of AI (trad. Il cuore della scrittura. Perché la tua voce è ancora importante nell’era dell’intelligenza artificiale), con questo sottotitolo che mi ha afferrato subito “Dr. Finnian Burnett explains why your writing voice matters in the age of AI… maybe even more than it’s ever mattered before.” (trad. Dott. Finnian Burnett spiega perché il tono della tua scrittura è importante nell’era dell’intelligenza artificiale… forse più di quanto non sia mai stato importante prima).
E’ quello che penso io, e non solo io tra gli amici blogger della mia cerchia. Chissà se questa persona, dall’altra parte del globo (mi pare viva in Canada) e all’interno del mercato editoriale anglosassone, è giunta a questa conclusione seguendo il mio stesso percorso…
Perché la tua voce è ancora importante
nell’era dell’Intelligenza Artificiale
Partiamo dalla biografia, prima di leggere il suo articolo tradotto. Finnian Burnett scrive esplorando le intersezioni tra corpo umano, salute mentale e identità di genere. Ha ricevuto una borsa di studio del Canada Council for the Arts nel 2023, finalista del premio CBC per la saggistica nel 2023, tra i candidati al Pushcart nel 2024. I suoi lavori sono pubblicati su Blank Spaces Magazine, Reflex Press, Geist, Pulp Literature, CBC books e altri. I suoi due romanzi brevi, The Clothes Make the Man (Gli abiti fanno l’Uomo) e The Price of Cookies (Il prezzo dei biscotti, un’antologia di racconti), sono disponibili rispettivamente tramite Ad Hoc Fiction e Off Topic Publishing. Finnian sostiene gli scrittori emergenti attraverso l’insegnamento, il coaching e il mentoring. Vive nella British Columbia, nel Canada occidentale, con la moglie e una quantità incredibile di libri. Ama le passeggiate al freddo, Star Trek e i meme sui gatti. Potete leggere le sue imprese sul suo sito finnburnett.com
Breve parentesi a proposito di linguaggio inclusivo e identità di genere: nella biografia sul suo sito è indicato: “Finnian Burnett (they/them) is a keynote speaker…”; nella lingua inglese si usa infatti il “singular they”, pronome di terza persona plurale, ovvero il “loro” utilizzato come singolare neutro, per riferirsi a una persona senza assumerne il genere o quando il genere è sconosciuto; non è una moda passeggera, risale addirittura all’epoca vittoriana!
Ora vi lascio alle sue parole: perché, secondo Finnian Burnett, questo è il momento in cui la nostra voce umana conta più che mai.
Questo non è un articolo sui pericoli dell’IA generativa. A meno che non viviate su un’isola deserta senza Wi-Fi, senza accesso a giornali o riviste e con un deciso disinteresse per i costumi sociali del nostro tempo, probabilmente sapete già che l’IA generativa è stata costruita sul lavoro rubato, che la tecnologia che la alimenta sta danneggiando il pianeta e che, secondo i ricercatori del MIT, potrebbe uccidere le cellule cerebrali delle persone o quantomeno privare gli utenti della loro capacità di pensare in modo critico.
Ho la sensazione che probabilmente sappiate già tutto questo. Quindi, no, questo non è un articolo contro l’Intelligenza Artificiale. È un articolo a favore dell’umanità.
Ultimamente ho sentito dai miei studenti quanto siano spaventati dal fatto che l’IA generativa possa sostituirli. E se siete come i miei studenti, forse anche voi siete preoccupati.
Non è una paura infondata. Le persone stanno inondando le librerie di romanzi interamente generati dall’Intelligenza Artificiale. Post scritti da macchine spuntano ovunque sulle mie pagine dei social media con immagini chiaramente generate dall’Intelligenza Artificiale, con storie edificanti su un ragazzo di 10 anni che consegna i giornali e risparmia i suoi centesimi per salvare un cane anziano, o storie del tipo “lezioni di vita”, come una donna che indossa un abito da principessa all’aeroporto perché non ha più paura di brillare e occupare spazio.
Questi post hanno tutti uno stile comune: mancanza di interiorità, grammatica e struttura uniformi, lo stesso invito all’azione finale che costituisce la morale della storia. Caratteristiche comuni che li fanno sembrare tutti scritti dalla stessa persona. E in un certo senso è proprio così. Sono stati scritti da un insieme di tutti noi, le cui opere sono state originariamente utilizzate per costruire i modelli di apprendimento linguistico, e da tutti coloro che continuano a inserire il proprio lavoro in questi sistemi, consentendogli di evolversi per scrivere in modo sempre più simile a noi.
E sebbene le opere mi sembrino insipide, generiche e del tutto prosaiche, è chiaro, dai migliaia di “mi piace” che molti di questi post raccolgono, che esiste un mercato per qualcosa che può sfornare lavori che sono, più di ogni altra cosa, immediati e poco interessanti.
Ma è proprio questa uniformità e gratificazione immediata dei lavori scritti dalla macchina che rende la tua scrittura umana, strana e diversa, ancora più importante in questa era dell’Intelligenza Artificiale. In un certo senso, l’ondata di testi di persone che non sono scrittori, ma semplici inseritori di “prompt” (ndr. nell’IA generativa, la domanda che l’utente pone all’Intelligenza Artificiale si chiama tecnicamente “prompt”), mi ha portato a rivalutare il mio lavoro, ad apprezzare la lentezza del mio lavoro, ad amare le frasi sconclusionate che il mio editore spesso vuole tagliare. La scrittura automatica è tecnicamente perfetta dal punto di vista grammaticale, sì, ma non è indisciplinata.
La tua scrittura non deve essere per forza più veloce, più pulita o più uniforme. Anzi, direi che ci stiamo muovendo verso un’epoca in cui la stranezza prevale sulla pulizia, in cui l’umano prevale sulla monotonia, in cui affidarsi alla propria anima significa produrre opere che sfidano la banalità. Personalmente, ho intenzione di dedicarmi alla mia epoca della stranezza come stile di vita. Continuerò a produrre i miei libretti scritti precariamente, i miei romanzi non lineari e le mie storie che impiegano un’eternità a trovare una casa perché hanno bisogno di un editore un po’ fuori dagli schemi per essere veramente apprezzate. Continuerò a scrivere con l’anima.
Le persone che scrivono con l’IA, le persone che producono racconti e romanzi con l’IA, non attingono alla loro anima. L’IA potrebbe essere in grado di scrivere un saggio superficiale sul dolore, ma non era lì quando tuo padre ha esalato il suo ultimo respiro. L’IA può produrre una storia sulla risata del tuo migliore amico, ma non può scrivere del tuo migliore amico. Non può approfondire le esperienze di vita che hanno contribuito a creare la persona che scrive storie, che solo tu puoi scrivere. Questo è ciò di cui parliamo quando diciamo che un’opera ha una voce. Sono le gioie e i dolori di una vita, sono le lezioni che hai imparato, sono le volte in cui hai riso così tanto da farti male alle costole per giorni, o le notti in cui hai pianto fino ad addormentarti e ti sei svegliato con un mal di testa lancinante e un senso di vuoto desolante. Sono tutti i tuoi momenti di disperazione, gioia, desiderio, solitudine e meraviglia assoluta.
Quei momenti costituiscono la tua voce e quando li metti sulla pagina, i lettori non possono fare a meno di reagire.
Ci sono ancora molti lettori che non cercano l’uniformità e la banalità. E credo che ce ne saranno ancora di più che, dopo aver provato la novità delle opere generate da macchine, torneranno a cercare la scrittura che proviene dall’anima umana. Noi non siamo macchine. Io non sono una macchina. Sono uno scrittore lento. Sono disordinato, pieno di dubbi. Sono un progetto in corso e penso di poter dire con certezza che non raggiungerò mai la perfezione.
L’intelligenza artificiale mi ha fatto capire che non desidero nemmeno la perfezione. Desidero essere troppo. Desidero essere imperfetto, reale e sconclusionato.
Se anche tu sei così, se scrivi in modo strano, disordinato, se a volte passi settimane senza scrivere perché hai paura di non riuscirci, beh, congratulazioni, sei un essere umano. Quella complessità fa parte dell’essere umano. Ed è ciò che rende il tuo lavoro così glorioso e unico.
Non voglio leggere le sciocchezze noiose scritte da qualcuno che ha chiesto a un computer di raccontargli una storia. Voglio leggere qualcosa su di te, qualcosa che scrivi perché hai vissuto, amato e perso. Voglio sentire la tua voce nelle tue parole.
Non ho bisogno dell’intelligenza artificiale, amici. Ho bisogno di voi.
Finnian Burnett
Ditemi se questa non è una bella riflessione, che meritava di essere tradotta in italiano e salvata qui per tutti noi. Per me, di sicuro.
Ho commentato sulla pagina originale di Writer’s Digest e ringraziato Finnian Burnett per questo suo contributo. Mi ha fatto sentire meno sola. E per lo stesso motivo ho deciso di condividerlo qui con voi. 🙂
L’imperfezione umana è un tesoro
Sul valore dell’imperfezione ne avevo scritto in occasione del tema della maturità dedicato alle parole della nostra Premio Nobel Rita Levi-Montalcini, Elogio dell’imperfezione in questo tempo di false perfezioni Era solo giugno del 2024, tutti si sperticavano ad applaudire la sua riflessione ed osannare l’imperfezione come caratteristica unica della Natura Umana, che la portato l’Umanità a risultati straordinari, Rita Levi-Montalcini come fulgido esempio su tutti, e poi in pochi mesi siamo arrivati a rincorrere la perfezione (o l’illusione della perfezione) a colpi di interrogazioni all’Intelligenza Artificiale, facile, veloce e comoda. Abbiamo davvero una memoria molto corta.
Come Finnian Burnett, sono convinta che l’imperfezione renda viva la scrittura. Se prima ci affannavamo all’illusione della scrittura perfetta, oggi dobbiamo quasi lavorare in contro tendenza: scegliere l’umanità e la sua imperfezione, i suoi innumerevoli difetti, i suoi errori madornali, la complessità, ma soprattutto l’ambiguità, delle sue intense emozioni, rabbia compresa. Da lettore, mi sono proprio resa conto di aver cominciato ad apprezzare uno stile imperfetto, i concetti ripetuti quando le suggestioni si accavallano, i pensieri ingarbugliati come se fossero i miei, persino gli errori lievi di grammatica e ortografia (se non è un problema di traduzione automatica di qualche autore estero). Ho smesso di leggere saggistica, perché gli ultimi testi pubblicati capitati tra le mie mani sembravano proprio una brodaglia presa dall’AI Overview di Google…
Voglio leggere storie umane, storie vere come la mia vita, storie finte che nascondono storie vere, perché la verità nuda può diventare insopportabile, storie belle perché abbiamo bisogno di colore e speranza, storie brutte perché non dobbiamo mai perdere la memoria, storie che fanno ridere per l’umore, storie che fanno piangere per rispetto. Storie imperfette, come in fondo lo siamo tutti.

Comments (12)
Sandra
Feb 04, 2026 at 9:57 AM ReplyBel post con riflessioni importanti tue e di quel Finnian tanto simpatico. Il mio editore di Conero Noir ha sintetizzato l’uso dell’IA in editoria dicendo che se un lettore non particolarmente forte legge un libro pessimo fatto appunto con l’IA poi lo perdiamo, cioè dice “vabbeh dai sta robaccia, io non leggo, faccio altro!” Che leggere, si sa, consta soprattutto concentrazione, quella rubata dai cellulari e non è una battaglia verso la tecnologia bensì, una constatazione chiara di chi vedo di fronte a me. La stanchezza dopo una giornata dura di lavoro è chiaro che viene gestita meglio con quattro scemate scrollando o giochini, fare un salto, dirsi “ok, sto su questa pagina ancora un po’, prendo in mano il libro e non il telefono” potrebbe rivelarsi uno sforzo appagante se poi incappiamo in un ottimo testo, non se poi approdiamo a una schifezza.
Ho letto dati ancora più sconfortanti circa le vendite, oltre 85 mila nel 2025, non ricordo la fonte, in ogni caso vediamo il ricambio velocissimo in libreria. Altro dato su cui soffermarsi sull’editoria più che sull’intelligenza artificiale è che la perdita è quasi tutta per i piccoli editori e le librerie indipendenti. I grossi gruppi che hanno librerie proprie oltretutto e che detengono il maggio distributore di libri, che chiede percentuali altissime per portare i volumi dei piccoli editori in Mondadori per dire, ce la fanno ancora e questo va a discapito di una reale bibliodiversità, I piccoli hanno un compito arduo e importante, fare sempre libri migliori, scegliendo autori capaci e non l’IA. Siamo complessi sì, siamo umani.
Barbara Businaro
Feb 04, 2026 at 6:13 PM ReplyMi conforta molto sapere che il tuo editore, credo nella categoria dei piccoli editori per dimensione, ha ben capito qual è il rischio dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella scrittura. Eh sì, anche su questo fronte vediamo una bella differenza tra i grossi gruppi, a cui interessa più la vendita massiva, un tanto al kilo direi, che la piccola editoria, che deve puntare su qualità dei testi e connessioni umane per fidelizzare il cliente il più possibile. Leggo di una discussione che si è tenuta alla giornata conclusiva del Seminario della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri, lo stesso seminario dove l’AIE ha pubblicato i dati del mercato editoriale: “Intelligenza artificiale e intelligenza editoriale” il titolo. C’erano rappresentanti di grosse case editrici e distributori (GeMS e Fondazione Mauri; HarperCollins; Association of American Publishers; Hachette; Waterstones; Barnes & Noble; Federazione europea degli editori), ma mi fanno rabbrividire le considerazioni che sono state fatte. Fonte: Il Giornale della Libreria
Stefano Mauri: “Non posso immaginare un mondo in cui tutti usino l’intelligenza artificiale, tranne gli editori.” Io sì, lo posso immaginare, tanto per la creatività quanto per l’etica, ma l’Intelligenza Artificiale è associata dagli imprenditori all’aumento della produttività e al taglio dei costi, soprattutto in risorse umane. Però c’è lo snodo sul copyright, perché lo sanno anche i sassi che l’Intelligenza Artificiale è stata addestrata anche con libri piratati, reperiti direttamente in rete.
Sempre Stefano Mauri: “Compagnie miliardarie rubano i libri, li hanno presi e non li hanno neanche comprati.” A maggior ragione, non andrebbe usata l’Intelligenza Artificiale, no? E invece la soluzione proposta è un’altra: scendere a patti col diavolo, con la scusa che le cause per i diritti d’autore sono troppo lunghe (chiedere al legislatore europeo di accelerare una regolamentazione no? Tutti insieme i grandi BIG non hanno una voce potente per essere ascoltati?) “Dobbiamo dimostrare che esiste un mercato per la concessione dei diritti” ha dichiarato Brian Murray di Harper Collins, che ha appena siglato un accordo con OpenAI proprio su questo tema.
Quindi i grandi BIG possono negoziare accordi economici vantaggiosi con le piattaforme di IA, ma la piccola-media editoria non avrà la stessa forza e resterà, di nuovo, quella più colpita da questo caos. Poi, se leggete l’articolo citato, ecco saltare fuori l’idea di certificare i libri scritti da esseri umani. Dove l’ho già sentita questa?! 😀
Questo è un dato molto più interessante: in un sondaggio condotto da Hachette, il 70% delle persone intervistate dichiara di non voler leggere libri scritti con Intelligenza Artificiale, 80% nel caso dei libri per ragazzi. Bene, direi che siamo proprio in tanti a pensarla allo stesso modo!
IlVecchio
Feb 04, 2026 at 11:51 AM ReplyQuesta tecnologia ci sta sfuggendo di mano in maniera pericolosa, molto più insidiosa di altre scoperte del secolo scorso. Sta entrando nella vita di tutti i giorni con risvolti che oso definire bestiali. Ho ricevuto una telefonata da mio figlio, disturbata certo, ma quella era la voce di mio figlio, eppure non era mio figlio, dato che per un imprevisto ce l’avevo proprio di fronte. Quella voce falsa mi stava chiedendo di inviargli denaro su un conto dell’Agenzia delle Entrate perché doveva pagare con urgenza una cartella esattoriale, pena indicibili conseguenze. Non sono uno sprovveduto per mia fortuna, ma quante persone fragili rischiano di essere raggirate oggigiorno? Poi vado dal panettiere e trovo il vicinato che sta disquisendo sulla situazione politica internazionale con per informazioni lette dai quotidiani o ascoltate dai telegiornali, ma per averne chiesto un riepilogo veloce a ChatGPT. Anche per il prossimo referendum costituzionale sulla Giustizia di marzo si consultano con questa Intelligenza Artificiale, quasi come fosse un moderno oracolo. Già le stesse parole rappresentano di per sé un ossimoro eclatante: “intelligenza” è soprattutto capacità di ragionamento, ma quella “artificiale” non ha affatto questa capacità, può processare dati in maniera più evoluta e ampliata dei vetusti IBM a schede perforate dei miei tempi, ma non è intelligente come vogliono farci credere. La stortura più grave è quando nella sala d’attesa del medico li senti confabulare sulle diagnosi, sui referti, sulle cure applicabili. Lo hanno chiesto a ChatGPT.
Applicata alla creatività, l’Intelligenza Artificiale diventa infamia. Concordo con l’editore della signora Sandra, rischiamo di perderci i lettori e il piacere della lettura. Sono diventato io stesso diffidente sulle nuove uscite editoriali, mentre il mio edicolante di fiducia si è allineato alla schiera dei lettori di vecchi romanzi, prima di questo intrigo. : -)
Barbara Businaro
Feb 04, 2026 at 6:28 PM ReplyQuello che hai descritto sta diventando realtà quotidiana: prima era “ho cercato su Google”, poi è diventato “l’ho letto su Facebook” e adesso “me l’ha detto ChatGPT”. Solo che la definizione stessa di “Intelligenza Artificiale” sembra per alcuni una sorta di bollino autorevole, una verità assoluta, non contestabile. Se gli dici che le IA conversazionali hanno un 10% di errore sulle risposte, ad essere ottimisti, ti ridono dietro. In realtà, a seconda del prompt, della materia trattata, del modello usato, si va dal 15% al 52% ancora oggi (Fonte: AIMultiple)
Ci possiamo fidare della lettura di un referto medico col 52% di errore? Mi fido molto di più dell’intuito del medico con esperienza.
Un abbraccio anche al tuo edicolante. Ma ricordagli che le mie storie vere sono scritte da io me medesima e che non mi fido manco del correttore ortografico. 😀
Daniele
Feb 04, 2026 at 1:01 PM ReplyA parte l’imperfezione – che non è umana né, di conseguenza di una macchina creata dall’uomo – il problema è di natura etica e professionale. Sui romanzi scritti dai programmi c’è solo da compatire chi li mette in vendita e chi li legge.
Io avevo pensato di smettere di leggere romanzi e saggi pubblicati negli ultimi 10-15 anni per un altro motivo: i troppi anglicismi presenti nei testi rispetto al passato.
Come al solito, escono nuove tecnologie e nessuna autorità si prende il disturbo di regolarne l’uso.
Domani uscirà anche un mio articolo sulla presenza dell’IA nell’editoria.
Barbara Businaro
Feb 04, 2026 at 6:42 PM ReplyNon posso compatire chi legge romanzi scritti con l’Intelligenza Artificiale, se non è dichiarato in copertina o non hanno strumenti per riconoscere il suo utilizzo nel testo. Deve essere responsabilità di chi scrive, di chi pubblica e di chi vende semmai. Magari anche dei lettori forti di proteggere quelli più deboli (anche se non mi piacciono queste definizioni, “forti” e “deboli”, a volte suonano un po’ presuntuose, forse potremmo dire “lettori più critici” ecco).
Le autorità non sanno come regolare questa tecnologia: o non la capiscono, o sono tra quelli che ci guadagnano…
In quanto agli anglicismi, durante l’ultima lezione di Inglese mi è capitato un interessante articolo del The Guardian: Could the English language die? La lingua Inglese potrebbe morire? Pare di sì, proprio come è accaduto al Latino e all’Egiziano. Magari un giorno gli Inglesi si troveranno gli italianismi nei loro romanzi. 😀
Darius Tred
Feb 04, 2026 at 9:06 PM ReplyL’imperfezione è umana. Umanissima. E, come te, penso che sia un tesoro. E’ anche, se non “soprattutto”, l’imperfezione a renderci diversi gli uni dagli altri. E la diversità secondo me è sempre ricchezza. Se fossimo tutti perfetti, saremmo tutti uguali. Che noia. E scriveremmo tutti romanzi perfettamente-perfetti.
Un po’ come quei film di Natale che continuano a dare in tv, ancora oggi, nonostante Natale sia passato da un pezzo.
Sempre case perfette. Ordinate. 18 alberi di Natale in ogni angolo, ghirlande in ogni dove.
Sempre un camino acceso: nessuno che ci bada e sempre sto fuoco allegro.
Sempre la scena dell’emporio all’aria aperta dove ci sono gli alberi di Natale veri da comprare (che fastidio quella strage di alberi…).
Sempre la scena di lui/lei che se ne va, lui/lei che la raggiunge all’ultimo.
Sempre la scena finale che si baciano.
E comincia a nevicare.
Che tristezza.
Che tristezza!
Ma che ci mettano un po’ di sana imperfezione… 🙂
Barbara Businaro
Feb 05, 2026 at 7:36 PM ReplyAhahaha, sono le stesse cose che penso io quando, scorrendo i canali, trovo ancora questi film di Natale! XD
Siamo in pieno Carnevale, sbocciano le prime giornate di primavera (oggi qui sembrava marzo, sole tiepido e aria frizzantina) e ancora con questi film melensi?
Anche quando nella trama cercano di inserire qualche ostacolo (conflitto no, è una parola troppo grossa), è talmente ridicolo… saranno tutte sceneggiature scritte con l’IA?! Che tristezza e che noia!
Però… potresti avermi dato un’idea per il prossimo racconto di Natale… qualcosa tipo “Va tutto storto a Natale”. Potrei prendere quelle trame lì perfette e far capitare il peggio del peggio (e quindi raccontare davvero cosa succede a noi poveri mortali nel periodo natalizio). Che ne dici? 😀
Darius Tred
Feb 05, 2026 at 10:50 PM ReplyCi sta come racconto di Natale. Tira fuori il Grinch che è in te- 🙂
Barbara Businaro
Feb 06, 2026 at 4:44 PM ReplyTu sì che mi conosci! Non faccio proprio fatica a scatenare il Grinch! XD
Però adesso sto scrivendo per San Valentino, quindi lasciamolo riposare…
Giulia Mancini
Feb 06, 2026 at 2:57 PM ReplyPost interessante ma il mercato editoriale non è del tutto collegato alle letture, ci sono molti lettori che leggono ma usano quasi esclusivamente attraverso il prestito bibliotecario che, peraltro, ultimamente si è molto evoluto e offre davvero molto di più.
è un peccato che le case editrici non se ne rendano conto, per esempio io una volta compravo molti ebook perché avevano un prezzo accessibile e mi piaceva averli nella mia libreria virtuale per poterne rileggere alcune parti, invece ora leggo quasi esclusivamente attraverso la biblioteca digitale, proprio perché pagare un ebook al prezzo di 10-11 euro quando va bene o addirittura 16-20 euro mi sembra un’esagerazione, quindi compro solo se trovo l’offerta, altrimenti mi prenoto il libro presso la biblioteca digitale.
Riguardo alla scrittura con l’intelligenza artificiale, sono perplessa, davvero si può scrivere un intero romanzo con l’IA? non so, forse il risultato è piatto e finto e si sente.
Secondo me l’IA può aiutare, ma non può sostituire la voce umana, né il centro del processo creativo. L’IA può forse essere uno strumento utile, ma non il cuore della scrittura. Il cuore resta l’esperienza umana, con le sue imperfezioni e la sua voce unica, fatto di memoria, emozioni e sguardi unici sul mondo.
Barbara Businaro
Feb 06, 2026 at 5:19 PM ReplyIn realtà, conversando con chi coordina le biblioteche della mia provincia, il mercato editoriale è collegato anche alle letture in prestito: il maggior ricorso dei cittadini alle biblioteche ha fatto sì che, almeno per alcuni titoli molto richiesti, queste abbiano aumentati gli acquisti. Probabilmente questo ha “tenuto” un po’ il calo delle vendite: hanno acquisto meno i lettori, hanno acquistato più le biblioteche, anche se comunque il saldo è negativo, è meno negativo di quel che poteva essere senza le biblioteche.
La maggior offerta delle biblioteche poi è dovuta anche al coordinamento territoriale, dato che alcune biblioteche vicine riescono a movimentare anche i cartacei a seconda delle diverse richieste, così da diminuire, per quanto possibile, le liste di attesa di ognuna. 🙂
Sì, i prezzi del digitale sono lievitati in maniera spropositata. Come informatico, non riesco a trovarne alcun senso, né logico né pratico. Sembra solo una mera speculazione.
Davvero si può scrivere un intero romanzo con l’IA? Eh, direi proprio di sì. Organizzano corsi e laboratori per usare l’IA nella scrittura, non solo per la revisione. Del resto, tecnicamente parlando, non ci sono limiti né nelle porzioni di testo che puoi sottoporre all’IA per la revisione e nemmeno nella quantità di testo che l’IA può restituirti, sotto forma di storia, secondo le caratteristiche che le richiedi. Immagino si possa partire da una sinossi e chiederle di scrivere l’intero testo, per un totale di 200 mila battute, spazi compresi… Che tristezza però. E’ scrivere questo? Dov’è il divertimento?!