Quiet: Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare. Di Susan Cain

Non sono timida, sono introversa. A volte

Hanno sempre creduto che fossi timida semplicemente perché me ne stavo spesso silenziosa in un angolo a giocare o leggere o disegnare, per i cavoli miei, senza creare troppa confusione. Non ho frequentato un asilo nido e non c’erano altri bambini piccoli nella zona dove vivevo, quindi prima dei tre anni di vita il mio contatto era solo con gli adulti, non così disponibili o comprensibili verso le strane idee che girano in testa a una bimbetta fantasiosa.
Giocare per conto mio, con tutte le storie che mi affollavano la mente già allora, era la soluzione migliore. Non ero interessata ai discorsi da grandi, sussurrati per non farsi capire dalla mia ingenuità fanciullesca, e loro erano soltanto incuriositi dai miei gesti e dalle mie facce buffe, ma non di quello che effettivamente andavo blaterando. Se poi si mettevano pure a ridere delle mie parole… no grazie. Voi state là, io sto qua, meglio per tutti.

Il primo asilo era un minuscolo istituto diretto dalle suore, abbastanza rigido e obsoleto già per quell’epoca. Ho detestato con tutte le mie forze quella brandina dove ci obbligavano a riposare subito dopo pranzo. Non sono mai riuscita a dormire al pomeriggio e se per sbaglio mi appisolo, mi sveglio col mal di testa. Anche le attività ludiche non erano poi questo divertimento. Ma dovevo frequentare bambini della mia età, dovevo imparare a socializzare, inserirmi nel gruppo e giocare tutti insieme, perché ero troppo timida. Sono stata per poco in quella scuola materna, per motivi di lavoro della famiglia.
Col secondo asilo, questa volta con tante giovani maestre carine, le vicende andarono abbastanza meglio. Era una bellissima villa antica immersa in un bosco, all’interno delle mura di un vecchio castello. Cosa si poteva volere di più? Avevo anche un’amichetta del cuore, di cui però non conservo il nome, dovrei vedere se dietro alle foto di carnevale, due stupende ballerine in tutù bianco, ci sia scritto qualcosa. Ma socializzai così bene in quel luogo magico che, per gelosia durante una partita di nascondino, un bambino mi spinse contro un termosifone in ghisa e rimediai un bernoccolo enorme in fronte.
Forse forse era meglio rimanere timidi?! 🙁

Le cose si complicarono ancora di più alla scuola elementare, con quelle brutte faccende delle recite di Natale. Solo un anno sono riusciti ad affidarmi un incarico sul palco: prendevo due frasche piene di foglie tinteggiate, le tenevo davanti al viso, mi piazzavo al centro della scena, dietro ai protagonisti della scenetta e facevo …l’albero. Perfetto! Niente testi insulsi da imparare a memoria, niente mimica facciale o gestuale, niente vestiti imbarazzanti, niente prove e controprove. La scambiarono per timidezza, ma nessuno che mi chiedesse cosa ne pensavo dello spettacolo in sé. Invece della solita barbosa natività, non si poteva rappresentare qualcosa di divertente? Un pezzo preso da un cartone animato? Una sigla cantata da Cristina D’Avena?!
Comunque non credo che una bambina timida avrebbe avuto il coraggio di fermare una partita a scacchi e un’intera piazza cittadina, con le parole “Mi scappa la pipì”, giusto per dire.

Poi improvvisamente i grandi decisero che dovevo emanciparmi a tutti i costi, camminare in giro da sola per il quartiere. E scambiarono la mia ritrosia per timidezza, non per la semplice quanto ovvia constatazione che fino a pochissimo tempo prima mi avevano educato all’esatto contrario: non dare retta agli sconosciuti, stai sempre dietro alla mamma o alla maestra, non allontanarti.
Così ricordo ancora oggi le lunghe e tediose controversie, per lo più monologhi altrui, perché andassi in solitudine a prendermi il gelato al bar del paese. Anzi no, ad acquistarlo per tutti, così il motivo delle arrabbiature feroci stava che io non cedevo (la cocciutaggine dicono l’ho ereditata dal nonno) e tutta la famiglia rimaneva senza cono al cioccolato, per colpa mia.
Non era però timidezza.
In quel luogo con le tovaglie a scacchi e denso di tabacco, le persone con una caraffa di vino rosso davanti e le carte in mano mi riportavano alla mente brutte circostanze a cui purtroppo avevo assistito. Un litro di latte acquistato da chi aveva le proprie mucche in stalla nel periodo di Chernobyl, un uomo anziano che sbraitava come un demonio contro di noi, io ero lì davanti, offuscato dai fumi dell’alcool e dall’ignoranza, pericoloso. Il che è pure il motivo per cui io non bevo vino, indelebilmente associato a quel trauma. I bambini sono spugne di emozioni, positive e negative. Quindi sarei andata volentieri a comperare un gelato, ma da un’altra parte.

Si convinsero poi che la timidezza mi avesse pure bloccato all’orale di maturità. Ci avevano messo un carico notevole su quell’esame, dal voto finale sarebbe dipeso tutto il mio futuro, la mia intera vita, un lavoro ben pagato, la mia indipendenza economica. Quella non è un’età per un peso del genere sulle spalle ancora deboli dopo l’adolescenza e lo sviluppo. Quel giorno la mia testa è semplicemente scoppiata e non ho spiccicato parola. Non era timidezza, era esaurimento, stanchezza assoluta.
Mi sono poi ripresa alla discussione della mia tesi.
Sono andata avanti per quaranta minuti filati, a parlare e spiegare i grafici proiettati alla parete. Dicono che nonostante l’ora tarda, pomeriggio inoltrato di luglio con i professori provati dal caldo e da una giornata di sessioni di laurea e diploma, io li abbia risvegliati dal torpore, forte del tema che portavo in dibattimento: la redditività dei fondi di investimento. Probabilmente qualcuno di loro ci aveva impegnato denaro. L’ultima domanda fu “Allora, lei cosa ci consiglia?” 😉

Ci ho messo un po’. Ho fatto davvero molta fatica. Ma credo di aver oramai lungamente dimostrato che non sono timida.
Se mi chiamano in causa, io ci sono, non mi tiro indietro. Non ho paura di dire quello che penso, con le dovute cautele (in genere dopo aver inspirato a fondo un paio di volte, magari anche sbattuto qualche pugno sul marmo). Non ho problemi a sostenere uno sguardo, ad alzare una mano in una platea di duecentocinquanta persone per dire che no, non è così, quell’affermazione è sbagliata. Ho avuto l’incarico di Presidente di seggio per quasi dieci anni e non te la cavi se sei una persona schiva, peggio ancora esitante.
Sono pure stata una delle tre protagoniste di una recita al camposcuola estivo al termine delle medie, la sceneggiatura comica l’avevamo scritta noi in un pomeriggio, e di quello spettacolo, di canzoni e altre magie, ero pure la conduttrice, truccata come Milly Carlucci. Altro che albero! 😀

Però se non sono timida, perché comunque preferisco starmene per conto mio o in luoghi poco affollati?
Finora ho creduto che la risposta fosse nel ricercare un dialogo concreto: in mezzo al casino di un bar rumoroso non si riesce a parlare, non ci si può conoscere davvero, non si possono scambiare grandi opinioni, perché le parole arrivano disturbate peggio che in una videoconferenza con una connessione lenta, frammentate. E se devo stare da sola in mezzo alla confusione, tanto vale che me ne stia a casa, dove comunque non mi annoio mai, o per conto mio con un buon libro.

La risposta giusta mi è arrivata in una newsletter di Riccardo Scandellari, consulente di marketing conosciuto in rete come Skande. E la scoperta della differenza tra timidezza e introversione, sinonimi molto distanti, nelle rivoluzionarie ricerche di Susan Cain, autrice del saggio, bestseller del New York Times, Quiet: Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare. Spettacolare la sua conferenza TED dove si è presentata sul palco, una sfida difficile per lei, con una valigia piena di libri.
Ecco: non sono timida, sono introversa. E può diventare addirittura un super potere!

Timidezza e introversione

Susan Cain ha studiato alla Princeton University e poi alla Harvard Law School, ha lavorato per sette anni come avvocato a Wall Street, nonostante le sue difficoltà a parlare in pubblico. Abbandonata la carriera nel diritto societario e nella consulenza, ha deciso di concentrarsi sulla scrittura e in particolare nel riuscire a spiegare perché l’introversione può essere considerata una capacità straordinaria, una qualità che può nascondere talenti poco sfruttati in una cultura moderna che sottovaluta i tratti distintivi delle persone introverse.
Non è una psicologa dunque, e nemmeno una ricercatrice scientifica, ma sette anni di lettura, analisi e riflessioni su questo argomento, che le sta molto a cuore avendo sofferto lei stessa di essere un individuo introverso in un mondo che li accetta così poco, le hanno consentito di pubblicare nel 2012 il saggio bestseller Quiet: The Power of Introverts in a World That Can’t Stop Talking (trad. Quiet: Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare). Nel 2018, The Guardian lo ha inserito tra i dieci “migliori libri intelligenti del decennio” tanto si è rivelato rivoluzionario nel suo contenuto.

Tutto parte da un concetto fondamentale: timidezza e introversione non sono la stessa cosa.
La timidezza è la paura del giudizio negativo da parte delle altre persone, mentre l’introversione è una preferenza per ambienti tranquilli e minimamente stimolanti. Alcuni psicologi mappano le due tendenze sull’asse verticale e orizzontale di un grafico, con la variabile introverso-estroverso sull’asse orizzontale e la variabile ansioso-calmo su quello verticale. Con questo modello, ci ritroviamo con quattro tipi di personalità: estroversi calmi, estroversi ansiosi (o impulsivi), introversi calmi e introversi ansiosi.

Se sono quindi considerate delle variabili differenti, perché spesso le due caratteristiche sono scambiate, come sinonime?
Lo spiega Susan Cain in questo suo articolo per Psychology Today, portando anche degli esempi: “Bill Gates è tranquillo e un grande lettore, ma non è affatto turbato dalle opinioni degli altri su di lui: è introverso, ma non timido. Barbra Streisand ha una personalità estroversa, appariscente, ma pure un caso paralizzante di paura del palcoscenico: è una timida estroversa.”

Il motivo è il pregiudizio della nostra società contro entrambe queste caratteristiche. A guardarli da fuori, un timido estroverso seduto in silenzio durante una riunione di lavoro si comporta alla stessa maniera di un calmo introverso, anche se il loro stato mentale è diverso: la persona timida ha paura di parlare, di esprimere le proprie opinioni, mentre l’introverso è semplicemente sovrastimolato, non ha abbastanza quiete per riflettere bene su tutto ciò che viene discusso. Per il mondo esterno, che considera più competente, simpatico e pure più intelligente chi ha la capacità di parlare veloce e senza remore, questi due tipi non piacciono affatto. Chi non parla, per un motivo o per un altro, non sembra partecipare col proprio contributo.

Timidezza e introversione possono sovrapporsi, come gli psicologi hanno dimostrato: molte persone timide sono introverse e viceversa. Ma pure le ragioni di questa sovrapposizione si trovano spesso nel trattamento che la società riserva loro: a parte gli individui che nascono con temperamenti “altamente reattivi” che li predispongono sia alla timidezza che all’introversione, un soggetto timido può diventare introverso perché i disagi della vita sociale lo motivano alla solitudine, e un introverso può a sua volta diventare timido dopo aver ricevuto continuamente il messaggio che c’è qualcosa che non va in lui.
Quest’ultima parta la capisco piuttosto bene: è decisamente fastidioso essere fraintesi, essere definiti qualcosa che non sei. Come quando cammini per strada, immerso nei tuoi rimuginamenti (nel mio caso, sto magari scrivendo mentalmente un racconto), e gli estranei pensano che sei arrabbiato, triste, depresso. No, in realtà, sto creando!

L’HuffPost cita 6 miti sugli introversi a cui dobbiamo smettere di credere (l’articolo originale qui: 6 Myths About Introverts To Stop Believing), che generano appunto il pregiudizio attorno a queste persone:

  1. Tutti gli introversi sono timidi e tutte le persone timide sono introverse. Molti introversi non sono timidi; possono sentirsi sicuri ea proprio agio con le persone, ma richiedono semplicemente più tempo da soli per bilanciare le energie che spendono nelle situazioni sociali. Allo stesso modo, un estroverso può cercare la compagnia degli altri ma sentirsi insicuro o a disagio nei gruppi.
  2. Agli introversi non piace stare con le persone. L’idea che gli introversi siano antisociali o non vogliano la compagnia degli altri è completamente falsa. Tendono semplicemente a godere dell’interazione sociale in un modo diverso rispetto agli estroversi. In genere preferiscono la qualità alla quantità nelle loro relazioni, scegliendo di concentrarsi sulla creazione di una cerchia più ristretta di amici intimi piuttosto che su una vasta rete di conoscenti.
  3. Gli introversi non sono buoni leader o pubblici oratori. Molti introversi apprezzano ed eccellono in ruoli che implicano la guida degli altri, il parlare in pubblico ed essere sotto i riflettori. Bill Gates, Abraham Lincoln, Gandhi e innumerevoli altri leader nel corso della storia sono stati classificati come introversi. Secondo USA Today, circa 4 dirigenti su 10 risultano personalità introverse.
  4. Gli introversi hanno personalità più negative. Poiché in realtà a loro piace stare da soli, a volte gli introversi sono stereotipati come aventi personalità più depressive o con inclinazioni negative. L’equivoco deriva dal fatto che gli estroversi, i quali traggono la loro energia dall’interazione sociale, dichiarano di sentirsi tristi quando non trascorrono abbastanza tempo con le persone. Dunque pensano che la stessa cosa accada anche agli introversi, ma stanno proiettando i loro sentimenti su una diversa personalità.
  5. Gli introversi sono più intellettuali o creativi degli estroversi. Molti degli artisti e pensatori più celebrati nel corso della storia, tra cui Albert Einstein, Marcel Proust e Charles Darwin, erano considerati tipi tranquilli. Ma un introverso non è per natura un pensatore eccellente o un artista innovativo. Anche gli estroversi sono intelligenti e creativi, è probabile che le loro idee migliori arrivino mentre sono in un momento più riflessivo o introverso. Proprio perché i confini non sono così netti.
  6. È facile capire se qualcuno è introverso o estroverso. Ah no, io ci ho messo quasi una vita a capirlo! 😀 Molti introversi si sono abituati a travestirsi da estroversi nelle situazioni sociali in cui è richiesto, magari comportandosi in modo più schietto e socievole di quanto si sentano dentro. Possono facilmente parlare a un’intera platea, e divertirsi pure in quell’occasione. Ma alla fine della giornata, non vedono l’ora di tornare a casa per recuperare le energie, leggendo a letto con una tazza di tè. Eccola!

Il pregiudizio è costantemente intorno a noi. Un esempio su tutti: è stato difficile trovare una foto per questo articolo, perché cercando la parola “introverso” sugli archivi fotografici a pagamento (in genere offrono ricerche più complesse e una maggiore corrispondenza tra le parole chiavi e i soggetti proposti) il risultato erano costituito solo da immagini di persone solitarie ma con volti depressi, senza sorriso, gli occhi spenti, la spalle abbassate. Addirittura sedute sul divanetto di uno psicologo, come se l’introversione fosse un disturbo da curare… Ma stiamo scherzando?!

 

Il potere degli introversi
secondo Susan Cain

La timidezza è la paura del giudizio sociale. Essere introversi ha più a che vedere con come si risponde agli stimoli, compresi gli stimoli sociali. Gli estroversi hanno un disperato bisogno di stimoli, mentre gli introversi si sentono molto più vivi e più attivi e più capaci quando sono in ambienti più tranquilli e informali. Non sempre, non sono concetti assoluti, ma quasi sempre.
Susan Cain, The power of introverts, TED 2012

Dopo aver pubblicato il suo saggio, credendo sarebbe passato alquanto invisibile in libreria e invece fu conteso da parecchi editori americani, Susan Cain è intervenuta alla conferenza TED del 2012, proprio l’ambiente avverso per un introverso come noi, dopo essersi preparata a lungo con un corso intensivo di public speaking con i consulenti TED e pure con un insegnante di recitazione nella settimana precedente all’evento. Le è riuscito così bene, lei stessa esempio della teoria che stava portando al pubblico, che il suo discorso è stato visto più di 25 milioni di volte, rendendolo uno dei più popolari TED di tutti i tempi.

Tutto comincia proprio da un campo estivo e mi ci sono immedesimata subito:

“Quando avevo nove anni sono partita per la prima volta per il campo estivo. Mia madre mi ha fatto una valigia piena di libri e a me sembrava del tutto naturale. Perché nella mia famiglia, leggere era un’attività fondamentale. E questo potrebbe sembrarvi antisociale, ma per noi era un modo diverso di socializzare. C’è tutto il calore della famiglia accanto a voi, ma si è anche liberi di vagare nel mondo avventuroso della propria mente. E avevo questa idea che il campo sarebbe stato proprio così, anzi migliore. Immaginavo 10 ragazze comodamente sedute in uno chalet a leggere libri, in camicia da notte.
Ma fu più che altro una mega festa senza alcool. E il primo giorno la nostra capogruppo ci riunì e ci insegnò un grido di battaglia che avremmo cantato ogni giorno, fino alla fine dell’estate per infondere lo spirito del campo. E faceva così: “K-I-A-S-S-O, è così che si scrive kiasso. Kiasso, kiasso, facciamo kiasso”. Già! Non riuscivo proprio a capire perché dovevamo fare tanto chiasso, o perché dovevamo scriverlo in modo sbagliato. Ma recitai il grido. Insieme a tutti gli altri. Feci del mio meglio. E aspettavo solo il momento di sparire e andare a leggere i miei libri.
Ma la prima volta che tirai fuori il mio libro dalla valigia, la ragazza più popolare del campo venne da me e mi chiese: “Perché sei così tranquilla?” Tranquilla, ovviamente era l’esatto opposto di K-I-A-S-S-O. E poi la seconda volta che ci provai, la capogruppo venne da me con lo sguardo preoccupato ribadendo la questione dello spirito del campo e mi disse che dovevamo tutti lavorare sodo per socializzare.
Quindi rimisi i miei libri in valigia, li misi sotto il letto, e lì rimasero fino alla fine dell’estate. Ma mi sentii in colpa. Era come se i libri avessero bisogno di me, come se mi stessero chiamando mentre io li abbandonavo. Ma li abbandonai e non riaprii più quella valigia fino al mio rientro a casa dalla mia famiglia a fine estate.
Vi racconto questa storia del campo estivo. Avrei potuto raccontarvene altre 50 come questa — di tutte le volte che ricevevo il messaggio che in qualche modo il mio essere calma e introversa non era necessariamente il modo giusto di fare, che avrei dovuto sembrare una persona un po’ più estroversa. E ho sempre sentito dentro di me che era sbagliato e che gli introversi erano invece eccezionali così come sono.”

Sono troppo felice di aver scoperto Susan Cain, il suo lavoro e soprattutto la sua conferenza. Credo sia un piccolino sassolino da dio, che risponde ad una delle mie tre parole per una rotta del 2021, awareness, consapevolezza.
Si è presentata sul palco proprio con una valigia voluminosa, in stile Mary Poppins. Ma quella valigia è anche una metafora dei tesori, ricordi, attività e pensieri che fanno di noi esattamente quello che siamo: unici.
E sì, alla fine contiene dei libri, ma dovete guardare il video per scoprirli. 😉

 

Quiet power fin dall’adolescenza

In realtà è qui che veniamo al punto focale del mio articolo e al motivo per cui ho deciso di scriverlo.
Come Susan Cain anch’io credo sia ora di dare il giusto apprezzamento agli introversi ed evitare che i ragazzi di oggi debbano in futuro ripercorrere le mie stesse fatiche, con la possibilità di perderli lungo la strada, obbligarli a nascondere il loro vero valore.

Nella sua seconda conferenza TED del 2014 (potete vedere il video qui, con i sottotitoli in inglese: Blueprint for a quiet revolution), Susan Cain ha annunciato formalmente la nascita di Quiet Revolution, una società “basata sulla missione e sostenuta da un’impresa” il cui obiettivo è “sbloccare il potere degli introversi a beneficio di tutti noi”. L’organizzazione si pone obiettivi concreti per trasformare l’architettura degli uffici da spazi aperti ad aree dove gli introversi possano esprimersi meglio, fornire programmi di formazione per sviluppare le capacità di leader introversi, aiutare ragazzi, genitori e insegnanti all’interno delle scuole, con differenti modelli di partecipazione in classe che tengano conto anche del potenziale degli studenti introversi.

Da quest’iniziativa nel 2016 Susan Cain ha pubblicato il suo secondo libro, come co-autrice: Quiet power. I superpoteri degli introversi, una guida utile per bambini e adolescenti introversi, che si rivolge anche ai loro educatori e genitori. Questo nuovo saggio raccoglie anche testimonianze di celebrità dello spettacolo che rivelano essere personalità introverse: come l’attrice Emma Watson, che si dichiara “timida, impacciata nei rapporti sociali. Una frana nelle chiacchiere inutili, a disagio in pubblico e nelle feste rumorose” oppure la cantante Beyoncé che di sé svela “ho grandi capacità di ascolto e mi piace osservare, questo a volte viene preso per timidezza”.

Il primo consiglio di Susan è per i genitori dei bambini introversi: “Le mamme e i papà devono stare dalla parte dei figli. Gli introversi hanno bisogno del loro appoggio, più degli altri. Non bisogna forzarli, ma rispettarne tempi e passioni. Non vanno alle feste e preferiscono la pizza con due amici? Va bene così. Se seguiranno la loro strada, riusciranno a eccellere. Basti pensare a Steve Martin o a Bill Gates: per niente timidi, ma introversi. O a J.K. Rowling, che scriveva tutta sola e triste il suo Harry Potter in un pub”. (Fonte: iodonna.it)

Ai ragazzi introversi invece Susan Cain suggerisce di cercarsi una “comfort zone”, un rifugio mentale e fisico dove ricaricare le proprie energie sociali, senza aver timore della solitudine: “Essere isolati è doloroso. Puntare su poche amicizie profonde, e non su alleanze traballanti, può essere vincente. Gli introversi sono tanti: tra un terzo e metà della popolazione mondiale. Ai ragazzi dico: abbiate fiducia in voi stessi”.
Mi unisco alla sua esortazione: noi introversi abbiamo bisogno di tempo e silenzio per decomprimerci. Vagare con la mente, lasciarla correre a briglia sciolta è il nostro modo di elaborare ed essere creativi.

Qual è il vostro super potere?

E voi lettori, vi sentite introversi o estroversi? Più timidi o solamente calmi?
Qualunque caratteristica vi appartenga, in misura più o meno marcata, abbiate il coraggio e la forza di tenervela stretta e usarla come un super potere. Perché lo è, anche se ancora non l’hanno riconosciuto. 🙂

 

Comments (22)

Brunilde

Apr 18, 2021 at 5:44 PM

Lo sai che mi hai messa in crisi? Nel senso che non mi ritrovo nelle definizioni di introverso/ estroverso.
O forse io, tanto per cambiare, sono un caso anomalo.
Non sono timida, mi sono sempre ritenuta estroversa, sono una casinista nata, amo kiasso, feste e baldorie di ogni genere, adoro avere gente intorno.
Eppure…
Sto bene sola con me stessa, ho spesso bisogno di silenzio, amo leggere, meditare, pensare, coltivare un mondo interiore non sempre condivisibile con altri. Sono portata all’ascolto e pur piacendomi la compagnia sono molto selettiva nei mei rapporti umani. Spesso, in una conversazione, anche se non sono d’accordo me ne sto zitta, perchè non voglio sprecare fiato se ritengo che il mio interlocutore non lo meriti.
Mi sorge un dubbio: oltre a essere una falsa magra ( molto falsa ultimamente ), una ragazza dentro e attempata fuori e una pigra pentita ( si, ho ricominciato ad allenarmi..) sarò anche una finta estroversa?

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Barbara Businaro

Apr 19, 2021 at 1:29 PM

Quel che descrivi è esattamente un comportamento da introverso non timido. Ti diverti alle feste (pensare che un introverso non possa stare bene a un party è uno dei pregiudizi più diffusi, la stessa Susan Cain si è divertita a quel camposcuola, come anch’io al mio!), poi però stai bene da sola, hai spesso “bisogno di silenzio”. E’ quel “bisogno” che gli estroversi puri non sentono, anzi, lo soffrono.
Tra l’altro, quel che sto notando in questo particolare periodo di reclusione forzata, è che gli introversi sembrano cavarsela meglio. Ovvio, non ci piace stare in solitudine perenne, ma stiamo affrontando il momento come una sorta di “lunga ricarica”. Sono la prima a dire che quando mi lasceranno uscire dalla gabbia, ben vaccinata, andrò in giro saltellando impazzita come il coniglietto della Duracell, abbracciando forte forte tutti quelli che mi capitano a tiro. 😀

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Sandra

Apr 18, 2021 at 6:51 PM

Molto illuminante questo post che finalmente getta luce su timidezza e introversione così spesso considerate la stessa cosa.
Non ho mai pensato che tu fossi timida, ma ti ho conosciuta adulta.
Personalmente non sono mai stata timida e neppure troppo introversa, mi rivedo un po’ anche nella descrizione di Brunilde, poi in realtà siamo in continua evuluzione, credo.
Ho fatto per 15 anni vacanza nei villaggi turistici, in prima linea a fare casino, giochi aperitivo, recite serali, di tutto.
Adesso se vedo un animatore mi nascondo.
E le vacanze sono solo in posti preferibilmente con meno di 10 camere.
Puntare su poche amicizie profonde, e non su alleanze traballanti, può essere vincente, Caspita quanta consapevolezza importante in questa frase.
Mai come quet’anno sui rapporti umani solidi e magari pochi potremmo scriverci dei trattati.

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Barbara Businaro

Apr 19, 2021 at 1:29 PM

“Non ho mai pensato che tu fossi timida, ma ti ho conosciuta adulta.”
Questa è una frase chiave, importante quanto quello che mi ha poi scritto Il Vecchio sotto.
Da adolescente mi capitava di conversare con la carta da parati a qualche festa, se non cambiare la musica a richiesta e provvedere ai rifornimenti di cibo e bevande in cucina. Da una festa me ne sono pure scappata, perché ero stata obbligata e non ero in sintonia con l’ambiente. Poi quando trovavo quelle che mi piacevano, alla mia dimensione, ecco che mi toccava tornare a casa anzitempo, sul più bello.
Quando mi è capitato di organizzare delle festicciole ho cercato che non fossero troppo affollate e che nessuno si sentisse mai escluso.
Non sono mai stata in un villaggio turistico, sono più un esploratore dei dintorni, e anch’io se vedo un animatore giro l’angolo. Però in vacanza parto sempre con un carico di romanzi e finisce che sono la prima a dire “Oggi dove andiamo? C’è questo da vedere… e anche quest’altro… ma potremmo pure… Andiamo?!”
E in quanto all’animazione, chiedi alle mie peaker chi ha fatto più casino nel 2020 o chi era la prima a portare la bandiera, con tanto di bastone alto tre metri sopra tutti, alle maratone del 2019? Penso che in Scozia nel 2022 dovranno tenermi al guinzaglio… 😀 😀 😀

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IlVecchio

Apr 18, 2021 at 7:11 PM

Penso tu sia introversa di nascita e una timida per costrizione, perché hai ricevuto nell’infanzia segnali ambigui, non ti hanno permesso di sviluppare adeguatamente le tue qualità, specie quelle creative. Ci avevi rinunciato, lo so.
Non è un caso ritengo, che tu sia fiorita completamente quando hai smesso di frequentare quella cerchia di persone che ti sminuivano. : -)

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Barbara Businaro

Apr 19, 2021 at 1:30 PM

Potrei anche essere una timida per nascita e un’introversa per evoluzione? Estroversa non lo sono, questo è un dato di fatto. 😉

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Giulia Mancini

Apr 19, 2021 at 6:23 AM

Cara Barbara, questo tuo articolo è davvero illuminante!
Credo di essere introversa anch’io, però mi sembra di avere comunque un fondo di timidezza.
Ho sempre preferito la pizza con gli amici piuttosto che una festa rumorosa e caotica in cui spesso mi annoiavo profondamente, ho sempre amato i momenti di silenzio con me stessa in cui liberare la mia creatività. Penso, comunque, di essermi evoluta, ero una introversa ansiosa e oggi sono una introversa calma, forse perché apprezzo di più il mio modo di essere.

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Barbara Businaro

Apr 19, 2021 at 1:32 PM

Grazie Giulia, sono contenta di avere acceso una lampadina! 🙂
Penso che la timidezza dei bambini e dei ragazzi sia dovuta anche alla ricerca del proprio posto nel mondo, all’insicurezza di non trovarlo o di finire in quello sbagliato. Poi con l’età adulta, gli studi terminati, un lavoro, una casa, l’indipendenza, gli affetti corrisposti, aver dimostrato innanzitutto a sé stessi che ce la possiamo cavare bene, ci dia un po’ di quiete. Ecco perché ho voluto scriverne: i ragazzi devono prendere coscienza che non è la fine del mondo essere introversi, anche se gli adulti non lo capiscono.
Io l’ho capito dal mio professore di Statistica, Economia e Finanza, che mi fece da relatore in associazione col professore esterno di Finanza Aziendale. Mi presentai al suo studio per i documenti da firmare per la tesi, era stato consegnato tutto oramai. Era al telefono credo con la moglie, mi fece sedere e attesi che finisse. Stavano discutendo, o meglio, la moglie doveva essere arrabbiata, lui tranquillo e flemmatico. Al termine, mi chiese scusa e mi disse, più o meno: “Mio figlio è stato bocciato, dovrà ripetere l’anno, mia moglie l’ha presa malissimo… ma cosa vuole che sia, si rifarà l’anno, stavolta imparerà, anzi sono sicuro che imparerà a non farsi bocciare più. Fossero questi i problemi… ho degli studenti brillanti che sono stati bocciati alle superiori, non vuol dire niente.”
Ricordo quel momento come una svolta.
E se mi guardo indietro, posso confermare le parole del professore. Dei diplomati del mio anno, se la sono cavata meglio nella vita, con un risultato decisamente migliore, quelli che hanno avuto un voto mediocre. Probabilmente perché sono stati costretti a lottare, a mettere da parte la timidezza, per ottenere qualcosa, ma hanno avuto molto di più dei diplomati usciti col massimo punteggio, che si sono fermati al primo impiego.

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Paola

Apr 19, 2021 at 10:08 AM

Ahhhh, che dilemma. Ho riletto il post 3 volte, ieri sera lo lascia arrivata a Skande perché mi resi conto che il tema era serio, complesso e mi riguardava da vicino ed ero però troppo stanca per affrontarlo con l’attenzione dovuta.
Adesso che l’ho letto e riletto credo di poter affermare con assoluta certezza di essere ed esser sempre stata TIMIDA ma non riesco ad inquadrarmi nel grafico ossia non so se TIMIDA TIMIDA o TIMIDA INTROVERSA…mi sa che ti chiederò di scansionarmi e darmi la tua valutazione

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Barbara Businaro

Apr 19, 2021 at 1:32 PM

Timida e introversa, con una gran senso della giustizia, per cui se sai che una cosa è giusta da fare, sei disposta a passare sopra alla tua timidezza e rimettere le cose a posto. Potrei sbagliarmi, del resto ho sbagliato su me stessa per lungo tempo, ma dall’esterno mi sembra così. Comunque possiamo lavorare sulla tua proverbiale “timidezza da social”. 😉

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Marina Guarneri

Apr 19, 2021 at 5:10 PM

Io decisamente timida. Credo che oltre al carattere, abbiano influito le esperienze durante la preadolescenza e l’adolescenza, in cui la mia personalità era tutta un fiorire di complessi e di insicurezze. Crescendo, ho solo imparato a gestire entrambi, ma non li ho superati, così non cerco solitudine, solo uno spazio in mezzo agli altri invisibile. La cosa bella è che sono socievole e questo dovrebbe essere un controsenso, invece mi sono accorta che è la mia arma proprio contro la timidezza: se sono io a farmi avanti, magari lo faccio a modo mio ed evito, così, che siano gli altri a tirarmi in ballo, cosa che mi metterebbe a disagio. Faccio un esempio: nel gruppo di lettura di cui faccio parte, mi propongo io per dire la mia, non aspetto che qualcuno dica, alla fine: “Marina, tu ancora non hai detto niente… che ne pensi, allora?”, perché questo “accorgersi” di me mi farebbe sprofondare ancora di più nell’imbarazzo. Altro esempio: agli esami o in una discussione, io parlo ad alta voce, mi impongo con la voce e lo faccio proprio per celare la verità che in quel momento vorrei essere sotto una coperta o dietro una tenda, ma il fatto di essere richiamata perché non mi si sente, mi farebbe morire di vergogna. Non so se mi sono fatta capire…Ehm sì, sono questo!
E comunque, una cosa che detesto della timidezza, perché per il resto non la vivo come una caratteristica così brutta, è quell’orribile reazione fisica che è il diventare rossa peggio della mela di Biancaneve. Porca miseria, mi sento avvampare e non so controllare questo accesso di emozione che mi impeperona il viso. Una sensazione che odio sul serio e che è impossibile evitare.

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Barbara Businaro

Apr 19, 2021 at 7:14 PM

Ricordo che ne avevi scritto anche sul tuo blog, tra i commenti credo. E faccio in effetti fatica a credere che tu sia timida, forse proprio per il meccanismo che hai ben spiegato, farti avanti per prima a modo tuo. Ma anche perché non conosco persone timide che provengano dalla Sicilia, mi sembra persino impossibile!! 😀
Beh, sull’avvampare ricordo un episodio di Grey’s Anatomy, dove una ragazza diventava rossa per davvero pochissimo, compresa l’entrate in stanza del Dottor Stranamore (eh, chi non avvampava anche davanti al televisore?!), che doveva eseguire proprio l’operazione di chirurgia sul nervo del rossore.
Io non ci faccio più caso, divento rossa dopo solo quattro salti in palestra, a volte con il mal di testa mi si accendono le orecchie che potrei farmi trovare nella nebbia più fitta, e visto che soffro il caldo facilmente divento rossa, posso essere utilizzata come un termometro… 😉

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Grazia Gironella

Apr 20, 2021 at 9:22 PM

Introversa, presente! Grazie per questo articolo, in cui hai affrontato in modo così interessante un argomento a me sconosciuto… cioè, molto ben conosciuto, ma senza che la consapevolezza arrivasse a fare luce. Mi hai dato materiale su cui riflettere. (Il primo TED è ottimo, il secondo ancora non l’ho visto.) 🙂

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Barbara Businaro

Apr 21, 2021 at 10:50 PM

Anche tu nel club Grazia? Sarebbe interessante sapere quanti introversi scrivono, quanti di loro trovano nella scrittura il giusto luogo per il proprio carattere. Sospetto siano molti, anche se non tutti. La stessa Susan Cain ha dichiarato, ridendo, che avrebbe preferito passare altre sette anni in tranquillità a scrivere un nuovo libro piuttosto che impegnarsi in interviste, presentazioni e addirittura un discorso per l’evento TED! 😀

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Grazia Gironella

Apr 22, 2021 at 9:55 AM

Credo che gli introversi, tra chi scrive e anche in generale, siano davvero tanti, solo che l’idea di essere “sbagliati” li ha sempre spinti a cercare di uniformarsi al trend più riconosciuto, o quantomeno a camuffarsi il meglio possibile, perciò sono poco visibili.

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Barbara Businaro

Apr 24, 2021 at 2:40 PM

In una società “disegnata” per gli estroversi, gli introversi sono stati costretti ad adeguarsi, concordo con te. 🙂

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Darius Tred

Apr 20, 2021 at 9:37 PM

Non saprei dire se sono più timido o introverso. Forse nessuna delle due cose. Ma una cosa è certa: non amo le luci della ribalta, non mi piace essere al centro dell’attenzione. Amo l’ombra, insomma. Quell’essere al corrente delle cose della vita senza che si sappia necessariamente che sia al corrente.

E’ difficile essere chiari, quindi ricorro a un esempio concreto: mi piace scrivere libri ma non mi piace dire che lo faccio. Chi lo sa tra i miei amici viene a saperlo casualmente, perché non faccio pubblicità a questa cosa, non parlo mai del mio blog, del mio sito ecc… Quei pochi contatti che ho sui social infatti sono per un buon 95% al di fuori delle mie cerchie di conoscenze reali.

Sono stato spiegato ?!? 😛

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Barbara Businaro

Apr 21, 2021 at 11:37 PM

Tu sei stato spiegato e io ti ebbi capito! 😛
Direi che si comprende dall’utilizzo di uno pseudonimo, riservare alla scrittura una dimensione precisa, lasciando intatta la dimensione della vita quotidiana. Ma anche se uso il mio nome reale, non è che tutti gli amici mi chiedano del blog e di quello che scrivo. C’è chi ha iniziato a seguirlo, perché sono lettori, amano i libri già da prima, e c’è anche chi ogni tanto si ricorda e casca dalle nuvole. “Ah si, tu hai un sito, vero? Di cosa tratta?”
Spesso sono indecisa se rispondere “Scrittura creativa” o “Raccolte punti dei supermercati”. 😀

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Maria Teresa Steri

Apr 21, 2021 at 2:46 PM

Un bellissimo post che ti dico avrei voluto leggere un po’ di anni fa, quando mi era difficile accettarmi così come sono. Credo di essere entrambe le cose, sia timida che introversa. Tempo fa avevo scritto un post su scrittori estroversi e introversi, proprio perché penso che ognuno affronti i vari campi della vita in modo diverso, ma non c’è un modo giusto e uno sbagliato. Forse gli estroversi sono più avvantaggiati in alcune situazioni, ma noi introversi ce la caviamo meglio in altre ^_^

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Barbara Businaro

Apr 21, 2021 at 11:43 PM

Avrei voluto leggere di questo tema molto tempo prima, probabilmente alle scuole superiori il discorso di Susan Cain mi avrebbe fatto sentire meno incompresa. Proprio perché non c’è un modo giusto o sbagliato, ma capire che essere introversi non è un difetto aiuta anche a sfruttare questa caratteristica per il meglio. Gli estroversi non avvantaggiati in alcune situazioni sociali, ma rischiano di muoversi troppo velocemente, senza valutare i rischi, perché non se ne prendono il tempo. Noi introversi ce la caviamo meglio nei casi in cui la riflessione solitaria ci aiuta ad elaborare le strategie vincenti. 😉

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Gabriele

Apr 23, 2021 at 12:03 PM

Ho letto tutto quel che Susan Cain ha pubblicato e ho guardato con piacere l’intervento che hai reso disponibile nell’articolo. È stato utile a dir poco: i suoi libri mi hanno chiarito (meglio tardi che mai!) alcuni aspetti che molta gente cerca di far passare come difetti tuoi ma che nella realtà – e l’ho visto anche in questo periodo di forzata solitudine – sono in effetti punti di forza.
Mi spiega meglio anche certi atteggiamenti nei miei confronti quand’ero in ben più tenera età.
p.s.: detesto gli uffici open space!

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Barbara Businaro

Apr 24, 2021 at 3:01 PM

Benvenuto nel blog Gabriele. E ti dico subito che anch’io detesto gli uffici open space!! 😀
Ecco perché spero che la rivoluzione di Susan Cain arrivi presto qui da noi, magari prendendo l’occasione di ripensare il mondo del lavoro proprio a causa delle restrizioni fisiche introdotte dalla pandemia. Quand’ero in telelavoro anni fa, mi mancava scambiare qualche battuta con i colleghi. Poi però cambiando azienda mi sono ritrovata in un open space con 24 scrivanie, occupate per due terzi. A momenti mi riusciva impossibile ascoltare i miei stessi pensieri!
Adesso in smart working lavoro di più e meglio, mantenendo lo stesso orario. Sarebbe un peccato che le aziende non comprendessero quest’opportunità.
Dei due libri, vorrei acquistare quello per i ragazzi, credo potrebbe essere un buon regalo per qualche adolescente introverso che ha bisogno di fiducia. 🙂

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