La signora Manucci. Il gran finale della storia a bivi

La signora Manucci. Una storia a bivi
Il gran finale

La volta precedente mi avete davvero giocato un bello scherzetto! Quasi compatti avete votato subito l’opzione B, anche chi non commentava pubblicamente sul blog (di fatto escludendosi dalla votazione ufficiale): rispondere al cellulare alla signora Gina, mandando a spasso il signor De Angelis e il suo cipiglio arrabbiato. E io stavo già mentalmente cominciando a scrivere, figurandomi la scena nel dettaglio e via via le conseguenze.
Poi gli ultimi commenti hanno ribaltato la situazione, mandando alla vittoria invece l’opzione A: mi sono ritrovata la signora Manucci che sarebbe rimasta lì a discutere con il signor De Angelis, e che cosa mai poteva saltarne fuori? Ho dovuto buttare nel cestino i miei appunti mentali e ricominciare daccapo.
Tutti pronti dunque per il gran finale? Non vi resta che leggere gli ultimi paragrafi qui sotto…

In questo nostro esperimento, se vi perdete una puntata, potrete sempre ripartire dall’indice del racconto a questa pagina: La signora Manucci. Una storia a bivi 

 

La signora Manucci

Ferma sul pianerottolo dell’ingresso, con il signor De Angelis che la osservava alquanto indispettito, quasi da notare una certa somiglianza con la sorella, la signora Manucci ci mise troppo a decidersi e il cellulare smise di squillare. Non aveva più una scusa per fuggire, avrebbe dovuto affrontarlo.
Sorrise, tentando invano di invocare la clemenza della corte.
“Certo, mi dica caro. L’ascolto.”
L’uomo si schiarì la voce, poi proseguì a voce piuttosto bassa.
“Lasci che le racconti una storia, sono sicuro che la interesserà parecchio…” Sospirò e chiuse gli occhi, cercando di rivedere le immagini dei ricordi.
“Quand’ero carabiniere semplice, appena ammesso in servizio permanente, capitò in caserma una giovane donna, molto bella nonostante i suoi vestiti trascurati, con un bambino piccolo, un anno o poco più, tra le braccia. Suo marito era scomparso, aveva prelevato quasi tutto il denaro che avevano in banca, poche lire per la verità, ed era sparito nel nulla, senza lasciare un biglietto o un’indicazione. Amici e parenti non l’avevano più visto. Anche il datore di lavoro lo cercava perché l’aveva lasciato senza terminare gli incarichi. La moglie venne a chiedere il nostro aiuto, disperata.”
Sbatté le palpebre, notando appena un certo rossore sulle guance della signora Manucci.
“Fui incaricato proprio io della ricerca, era considerata un’indagine di poco conto. All’epoca i mariti sparivano facilmente e se non erano personalità importanti, lo facevano di loro volontà. Ci misi solo tre mesi a rintracciarlo, non poteva andare tanto lontano senza denaro. Mi bastò verificare le emissioni di nuove carte di identità a seguito di smarrimento o furto, per i quali non era stata presentata tutta la documentazione anagrafica. Lo trovai con un altro nome, e un’altra famiglia: un’altra donna, più ricca e di buon nome della giovane consorte che aveva abbandonato, e un neonato di pochi mesi.”
La signora Manucci cercò di mandare giù quell’enorme groppo in gola che le mozzava il respiro.
“Ero presente quando lo comunicarono alla prima moglie. Avevamo affidato il bambino all’appuntato in segreteria, per lasciarlo tranquillo a giocare. La madre ci seguì dal maresciallo. Ammutolì alla notizia, non mosse più un muscolo, non proferì alcuna parola. Era in completo stato di shock, come se non avesse compreso la situazione. Dovemmo far intervenire i medici d’urgenza. Quando si riprese, tornò in caserma: avrebbe potuto accusarlo di bigamia, era nei suoi diritti, ma alla fine divorziarono e il fascicolo venne chiuso. Cambiai città e non seppi più nulla di quella donna.”
Il signor De Angelis pescò un fazzoletto dalle sue tasche e se lo passò sulla fronte con stanchezza.
Davanti a lui, la signora Manucci contorceva le dita attorno al cellulare, guardando in un punto lontano nella parete di fronte.
“Più di vent’anni dopo mi trovai con un altro caso tra le mani: la ricerca di un uomo, poco più che un ragazzo, scomparso all’estero. Aveva soggiornato nella città dov’ero allora di ruolo, prima di partire per il Venezuela a bordo di un aereo di linea. Aiutai i colleghi a seguire le sue tracce, fu identificato dalle impronte con un giovane caucasico trovato morto in un albergo di Caracas in circostanze misteriose. Riconobbi lo stesso cognome di tanti anni prima, e rividi anche la stessa donna, segnata dal tempo e dal dolore, che venne a verificarne l’identità all’obitorio appena giunse la salma dall’estero.
Lei invece non si accorse di me, aveva certamente altri pensieri per la testa. E poi in divisa siamo tutti uguali…” sogghignò per la triste battuta.
“Anche allora rimase attonita. Le avevano riportato a casa l’unico figlio in una bara, senza tante spiegazioni. Non proferì nemmeno una sillaba, solo un cenno del capo per confermare che era proprio lui. Si presentò da sola, probabilmente sperando che ci fossimo sbagliati.”
La signora Manucci fissava il vuoto del pavimento ai suoi piedi.
“Altri vent’anni ancora, cambio casa e per uno strano scherzo del destino me la ritrovo nuovamente davanti. Pensavo che gli avvenimenti tragici abbattuti sulla sua vita l’avessero resa sì una persona forte, ma non cinica, insensibile alle difficoltà altrui, proprio lei! Chi ha sofferto molto, di solito tende una mano a chi si ritrova nelle stesse condizioni. Per un po’ l’ho studiata da lontano, ma ora non posso più starmene zitto. Glielo dico una volta sola: passi per le finestre aperte durante il temporale, per il suo interesse all’ascolto delle conversazioni private… ma lasci in pace quei due ragazzi. Hanno bisogno di sostegno, non di qualcuno pronto a ballare sulle loro tombe.” La guardò per un altro istante, e poi salì rapido per le scale, diretto al suo interno.
Gelsomina Manucci, per la terza volta nella sua vita, era davvero senza parole.

Per tutto il pomeriggio, il suo cellulare squillò come un forsennato, ma non aveva proprio voglia di rispondere. Solo con un enorme sforzo di volontà, la signora Manucci si preparò il suo tè delle cinque, senza zucchero e senza biscotti, amaro come la giornata stessa. Ma le fece un gran bene, il liquido caldo ricompose la sua mente disgregata da pensieri funesti. E poi alla fine richiamò la signora Gina.
“Te lo devo dire subito! Sa tutto! Lui sa tutto di te! Sa che tuo marito è scappato con un’altra, che si era nascosto, del resto era un carabiniere, tutti chiacchieroni quelli…”
“Lo so…” mormorò la signora Manucci.
Ma l’altra continuava imperterrita. “…sa che non l’hai denunciato, ma per amore del tuo Giovanni, hai solo divorziato, si fa di tutto per i figli, anche lasciargli un padre indegno, purché sia un padre…”
“Lo so…” ripeté di nuovo.
Ma l’altra non l’ascoltava, continuava dritta senza nemmeno respirare. “…e poi sa anche che tu hai rinunciato a tutto, ma proprio a tutto per salvare Giovanni, ma che le droghe e la cattive compagnie te l’hanno ammazzato, purtroppo anche quello risulta nei loro archivi, ma cos’è la privacy dico io…”
“Lo so, ti dico…” sbottò infine la signora Manucci.
“…come lo sai?” chiese l’altra bloccandosi di colpo.
“Abbiamo avuto una discussione stamattina.”
“Ah…” Ci fu un silenzio prolungato dall’altro capo del filo, si sentiva solo il ticchettare del pendolo nel salotto dell’amica.
“Comunque,” proseguì la signora Gina “io le informazioni te le avevo trovate, avanzo sempre quella teglia di tiramisù.”
Rimasero ferme qualche istante, ognuna nei propri pensieri.
“Beh, non so se ti potrà ancora essere utile, ma conosco qualche particolare anche della sua vita. Non è mai stato sposato, è vero, ma era fidanzato. Una bella ragazza, un’impiegata delle poste, onesta lavoratrice. Pare avessero dato la caparra per la casa e fissato la data. Ma lei non è riuscita a provare nemmeno il suo abito di nozze. Gliel’hanno ammazzata per strada. Incidente, l’auto è fuggita. Ma qualcuno ha pensato ad una vendetta, o nei confronti di lui, o verso il cognato. Sai, il generale.”
“Ah… non l’avrei mai detto.”
“Erano molto giovani. Poi non l’hanno più visto in compagnia di una donna. Probabilmente voleva evitare la pubblicità, e altri incidenti. O forse nessuna voleva prendersi un tale rischio. Per un carabiniere poi!”
La signora Manucci pensò che in quegli anni nessuno voleva prendersi nemmeno una giovane madre con un bambino piccolo, senza lavoro, né casa, né soldi.
Come cambiano velocemente i tempi.

Il giorno dopo, in piedi di buonora come al solito senza nemmeno aver puntato la sveglia, vide nuovamente il signor De Angelis uscire di casa presto, con la borsa da fotografo e vestito in maniera bizzarra, come le altre volte. Si chiese se per caso non stesse raggiungendo un’eventuale compagna di vita, protetta dagli incidenti e dagli sguardi indiscreti. Anche se la macchina fotografica non aveva molto senso in quel caso.
De Angelis aveva anche recintato con della rete oscurante l’angolo del giardino dove si trovava il vecchio barbecue in cemento rovinato dal tempo, aveva portato dentro questa recinzione improvvisata un grosso scatolone con un carrellino e si era messo a lavorare e martellare per diversi pomeriggi.
Era proprio curiosa di sapere che cosa combinava laggiù, ma la signora Manucci non usciva più di casa. Non ne aveva più molta voglia.
Sapeva comunque che del giardino e delle piante delle scale se ne sarebbe occupato lui, non c’era bisogno di lei. Nessuno avrebbe avvertito la sua mancanza dopotutto.
Dopo un paio di giornate sonnacchiose, dove varcò la soglia di casa solo per ricevere il garzone della spesa, fu Gina a spronarla ad andare a parlare con il signor De Angelis e chiarire le situazione. Non poteva mica chiudersi in casa come una reclusa, per diamine, lei che non era colpevole proprio di niente.
Bussò piano alla porta del quinto piano, forse troppo delicatamente, e stava per ritornare sui suoi passi quando qualcuno le aprì. Se era sorpreso non lo diede proprio a vedere. Il signor De Angelis la ricevette con un sorriso.
“Prego, entri signora Gelsomina. Stavo per farmi un caffè. Con la moka s’intende, non quelle diavolerie di macchinette e cialde di plastica.”
Nel suo appartamento c’era un sacco di materiale particolare, non solo la macchina fotografica che aveva intravvisto ma anche altre di dimensioni ridotte, un paio di baffi finti e qualcosa di peloso che poteva essere una barba o una parrucca, difficile dirlo, abbandonati sopra la credenza, e su un tavolino vicino una ventina di occhiali da vista di diversa misura e modello. In una sedia poi giaceva una catasta in indumenti, tra cui la camicia stravagante che lo aveva visto indossare quel giorno.
“Ah, mi scusi per la confusione. Sembra che io vada ad un ballo in maschera…” Prese un paio di oggetti qua e là e li distribuì ordinatamente all’interno di una cassettiera vicino alla scrivania antica nell’angolo del salotto. Afferrò poi la matassa di vestiti e sparì nel corridoio attiguo, che portava chiaramente alle camere da letto.
Quando ritornò, si bloccò un attimo a fissare la signora Manucci. Con il pugno che batteva piano sulle sue labbra, De Angelis stava valutando una decisione.
“Beh, in fondo non è proprio un segreto. Sono un investigatore privato, con regolare licenza del prefetto. Anzi, me l’ha chiesto lui. Del resto lo sapevo bene anch’io che non sarei riuscito a stare senza far nulla in pensione. Così collaboro con i carabinieri. Sono un pedinatore a tempo perso, ecco.”
Questa poi, pensò la signora Manucci, col cavolo che la signora Gina l’aveva scoperto!
“Certo, capisco” gli rispose quieta. “Non voglio disturbare. Magari sua sorella sta… riposando?” Non l’aveva più vista uscire per la posta, ma è anche vero che in quegli ultimi giorni la signora Manucci non era stata un segugio accorto.
“E’ tornata a casa sua, finalmente. Mia sorella mi vuole bene, mi ha aiutato tantissimo, ma anche la mia pazienza ha un limite, sa!” Sbottò in una risata prolungata, avviandosi verso la cucina. “Venga, prendiamo il nostro caffè.”
Mentre l’uomo si affaccendava dietro alla moka e alla polvere bruna, la signora Manucci trovò il coraggio di parlare.
“La pregherei di non dire nulla agli altri, se non l’ha già fatto…” Solo ora intuiva il pericolo che tutto il condominio già sapesse. La voce le morì in un sussurro.
De Angelis si voltò verso di lei, pulendosi le mani sull’asciugastoviglie.
“No, non l’ho fatto. Ma signora Gelsomina…gli altri inquilini conoscono già le sue vicende. Credo sia stato l’amministratore condominiale, il primo che me ne ha fatto cenno.”
La osservò spalancare gli occhi, terrorizzata, e poi affondare il viso tra le mani.
“Non dovrebbe disperarsi per questo, sa? Nonostante tutti i suoi… capricci, le vogliono bene. E’ proprio perché conoscono la sua triste storia che le lasciano piena libertà. Certo, qualche volta li fa arrabbiare, me ne hanno raccontate di ogni, lei è proprio un bel tipino, ma qual è la famiglia che non litiga?”
Rimasero in silenzio per un po’, finché la moka non borbottò il suo profumato lavoro. De Angelis versò il caffè nelle tazzine e ne porse una alla signora Manucci.
Si sedette infine di fronte a lei nel piccolo tavolino del cucinotto.
“Perché non ha cercato di risposarsi? Era così giovane e il bambino così piccolo…” le chiese mentre rimescolava lo zucchero.
“Perché lei non ha cercato un’altra donna da portare all’altare?” ribatté lei mesta.
Si guardarono a lungo.
“No, non avrei potuto avere un’altra donna. Era solo lei l’amore della mia vita. Nel bene e nel male” concluse lui.
“Appunto” sottolineò la signora Manucci.
Parlarono ancora un po’, niente di importante, e alla fine il signor De Angelis la salutò con un invito.
“Questa domenica ci sarà una festicciola in giardino. Ci saranno tutti e ci sarà una bella sorpresa. Ci ho lavorato tanto e mi piacerebbe… ci piacerebbe che ci fosse anche lei. Per favore, cerchi di esserci, ci farebbe davvero piacere.”

Aveva ricevuto delle minacce concrete se non si fosse presentata all’appuntamento. Dato che il signor De Angelis aveva invitato anche la signora Gina, come ci fosse arrivato non si sapeva, l’amica le aveva promesso che se non fosse stata in giardino al suo arrivo sarebbe andata lei direttamente a stanarla dentro quel suo buco di appartamento.
Dalla finestra non si vedeva granché. Avevano tolto la rete oscurante poche ore prima, avevano appeso dei festoni tra gli alberi, tra le fronde si intravvedeva qualcosa di metallico e qualcos’altro in legno, ma la signora Manucci non capiva cosa fossero. Aveva poi visto scendere gli altri inquilini, ognuno portando un contenitore per cibi o un paio di bottiglie colorate. In frigorifero c’era la famosa teglia di tiramisù promessa proprio alla signora Gina, non se ne sarebbe avuta a male se l’avesse portata a questa festa no? In fondo c’era anche lei, avrebbe avuto la sua fetta.
La signora Manucci si fece forza, mise il suo vestito più bello e scese giù dabbasso, facendo attenzione al prezioso carico.
Appena giunse sul prato, si meravigliò di quello che avevano preparato. Nell’angolo risplendeva il barbecue rimesso a nuovo, pulito dalla muffa, la base tinta in color mattone e col camino di vernice bianca. Le ceneri ardenti stavano abbrustolendo vari pezzi di carne e qualche patata al cartoccio. Il profumo di legna e rosmarino era inebriante. Vicino avevano messo un lungo tavolo da esterno con varie sedie, qualcuna anche prestata dai set da campeggio degli inquilini, perché nessuno rimanesse in piedi. Anche Giorgio e Martina hanno aggiunto il loro piccolo tavolino colorato con seggioline da bambini, spostandolo dal loro terrazzo dove stava troppo stretto.
Dall’altra parte c’era invece un grosso oggetto voluminoso, ancora avvolto nel telo oscurante, con un grosso fiocco da regalo in cima. Doveva essere la sorpresa che il signor De Angelis aveva promesso.
“Signora Manucci!” esclamò proprio lui. “Benvenuta, venga avanti!”
Le prese il pacchetto freddo dalle mani e sbirciò sotto la copertura in alluminio. “Oh buon dio, ci ha portato il dolce!”
Anche gli altri esplosero in un coro di ringraziamento, la signora Sforza arrivò a darle un breve abbraccio, l’ingegnere Franchetti le porse un bicchiere riempito con il punch che aveva preparato lui stesso, niente alcool per carità, Martina le consegnò il cappellino di carta colorato col suo nome.
C’erano anche i coniugi Colandro, stranamente vicini, che si guardavano negli occhi, oh si, teneramente. Doveva essere stata stabilita una tregua, pensò la signora Manucci, e magari era intervenuto lo stesso De Angelis, chissà.
La signora Gina giunse poco dopo, Giorgio corse ad aprirle il cancelletto del condominio. L’amica le lanciò una lunga occhiata di approvazione, avrebbe davvero fatto una scenata se non l’avesse trovata lì, ne era certa.
Le si avvicinò anche il signor Torsini, lo scapolone del condominio, accompagnato da una bellissima ragazza dai lineamenti esotici. “Signora Manucci, le presento la mia fidanzata Manila.”
Nascondendo il suo stupore, perché era davvero convinta che gli piacessero i maschi a questo qui, la signora Manucci strinse calorosamente la mano alla giovane donna.
“Oh piacere cara, benvenuta tra noi.”
“Starà qui per qualche mese” aggiunse Torsini. “Poi mi trasferirò definitivamente da lei, a Tenerife. Ecco, se dovesse sentire di qualcuno interessato ad acquistare il mio appartamento, la prego, me lo faccia sapere.”
“Certamente caro.” Ecco perché se ne andava continuamente all’estero, altro che motivi di lavoro, pensò tra sé la signora Manucci.
Davanti all’enorme pacco infiocchettato, De Angelis si schiarì la voce. “Bene, adesso che ci siete tutti, possiamo aprire la nostra sorpresa. Signora Gelsomina, a lei l’onore!”
La signora Manucci fu colta di sorpresa. Lei? Perché proprio lei? Forse era per farla partecipare a questa festa, per scusarsi del loro litigio.
Tolse il fiocco e poi delicatamente con la forbice da giardino tagliò il telo oscurante che nascondeva la cosa. In cima vide spuntare sotto le sue mani del rigido tessuto a righe biancoverdi. Martina e Giorgio, più abili nello scartare i regali, l’aiutarono a togliere tutto, ma proprio tutto e lanciarono un grido acuto quando videro cosa nascondeva. Nemmeno la signora Manucci era preparata a quella sorpresa.
Guardò De Angelis, nell’angolo a controllare la cottura della carne. Lui ricambiò con un cenno di assenso del capo.
Il divano a dondolo, lo stesso che avevano visto al vivaio quel giorno, brillava al sole in tutto il suo splendore.
“Lo provi signora Manucci” dissero tutti in coro.
Si sedette con cautela, e poi si lasciò andare a un leggere rollio. Un lacrima le sfuggì al controllo.
La signora Gina, giunta al suo fianco, le porse un fazzoletto dei suoi.
“Tu centri qualcosa, vero?” le chiese la signora Manucci.
“Lo ammetto, quest’ultima settimana mi sono data al controspionaggio. Ma per una buona causa.”
“Anche perché dopo il tuo tiramisù” continuò l’amica “mi mancavano tanto le grigliate del vecchio Santini…”
Si abbracciarono e risero sommessamente.
“Senti, se il giovane Torsini vende l’appartamento, che ne dici se mi trasferisco qui con te?” le chiese la signora Gina.
“No, assolutamente no” rispose secca la signora Manucci, abbandonando la testa al comodo divano del dondolo.
Si era appena liberata di una vecchia megera, ed era stato un periodo veramente tormentato, non aveva bisogno di un’altra tra i piedi. Giammai.
Di signora Manucci ce n’è una sola.
Per condominio.

(C) 2019 Barbara Businaro

 

Ringraziamenti

(Non li ho mai scritti, sarà ben ora che cominci a fare pratica…)
Questo è stato un racconto difficile, una bella sfida decisamente, in un periodo purtroppo ancor più arduo, con qualche sorpresa (niente dondoli!) a rompere gli schemi.
Ho iniziato questa storia senza sapere dove mi avrebbe portata, lo giuro! Quando ho scritto la prima puntata non conoscevo ancora il passato della signora Manucci, non c’era. Né sapevo esattamente perché il signor De Angelis fosse lì, chi ce l’avesse portato (la risposta è il caso, che qualcuno chiama anche destino, a volte beffardo). Mi sono ritrovata a cercare informazioni al pari della sua amica Gina, ma le idee mi venivano proprio dai commenti dei lettori.
A voi ho chiesto solo di scegliere il bivio, eppure qua e là, molto più in privato che qui nel blog pubblico, avete espresso le vostre opinioni, le vostre congetture scatenando la mia fantasia. La vecchia megera è apparsa dal nulla, qualcuno ha detto la moglie, qualcun’altro la sorella zitella. La sorella mi piaceva, ma perché mai una signora arcigna deve per forza essere zitella? No no, ci sono anche quelle sposate. Certo devono avere pane per i loro denti e chi mai potrebbe sposarle? Un generale, almeno un generale dev’essere! Visto come lavorano veloci le idee?
Mettiamoci anche qualche bel film visto, o rivisto, quest’estate quando finalmente saltano via tutti i reality inutili, e pure gli strani fatti o incontri che capitano casualmente per strada, come quell’insalata chiacchierona al ristorante, la signora Manucci in persona seduta al mio fianco! Insomma, le storie sono in mezzo a noi, basta solo mettersi a scriverle.
Ringrazio i lettori dunque, senza ognuno di voi il racconto non sarebbe arrivato al gran finale. E in qualche modo mi avete anche obbligato a scrivere con regolarità in un momento in cui non ne avevo proprio voglia. Era sempre difficile fermarsi alla scrivania a raccogliere le parole, tante sere avrei abdicato al divano (bruto!) o peggio al gelato (satana!). Ho tenuto duro e ho scritto, ringraziando anche il condizionatore, che accidenti è stata un’estate davvero troppo calda.
Bene, godiamoci la nostra teglia di tiramisù, dietetico. Lo fanno dietetico, no?! 😀

 

Comments (16)

Daniela Bino

Ago 31, 2019 at 1:34 PM

Sono commossa! Mi piace il finale: di signora Manucci ne esiste una sola per condominio. È quasi sempre in OGNI condominio. L’ho conosciuta anch’io. Ed era proprio come la protagonista di questa storia a bivi. Bravissima, Barbara! E grazie per averci deliziato in questa estate così afosa.

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Barbara Businaro

Set 01, 2019 at 8:26 PM

C’è anche di peggio della signora Manucci, eh! Giusto ieri sera sul canale Paramount c’era una delle vecchiette più dispotiche del cinema, la signora Connelly. E se non conosci questo film, regia di Danny De Vito, una garanzia, è da recuperare assolutamente!

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Giulia Mancini

Ago 31, 2019 at 7:58 PM

Bellissimo finale, insomma se uno diventa arcigno magari un motivo ci sarà, forse anche difendersi dai colpi bassi della vita.
Devo dire che quanto hai spiegato nei ringraziamenti conferma ciò che si afferma di solito riguardo la scrittura di una storia, a volte si comincia a scrivere senza avere la trama del tutto chiara, ma poi man mano che si scrive personaggi ed eventi prendono quasi l’autore per mano e lo conducono al finale. Una storia a bivi comunque è più complessa da scrivere, sei stata molto brava Barbara!

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Barbara Businaro

Set 01, 2019 at 8:30 PM

Grazie Giulia! C’è da dire che scrivere in questo modo non è mia abitudine, in genere lavoro prima sulla struttura, sulla trama, almeno devo sapere dove vado a parare, e poi mi metto lì a completare i paragrafi, scrivere le scene, introdurre nuovi dettagli o toglierne altri. Scrivere così di getto, diciamo, mi ha generato non poca ansia. Anche perché nel momento in cui pubblicavo e davo la scelta del bivio, per lasciare margine ai lettori mi ritrovavo con sole 2/3 sere per scrivere la puntata successiva.
Una faticaccia! 😀

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Nadia

Set 01, 2019 at 8:34 AM

Ti sei superata. Il racconto è stato bello da leggere e anche originale, ma il finale con il botto delle rivelazioni la famosa ciliegina. Complimenti per la tenacia e la perseveranza, meriti un grande applauso.

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Barbara Businaro

Set 01, 2019 at 8:33 PM

Grazie, grazie, grazie! Ti direi che sei troppo buona, ma questo giro è stato un lavorone quindi l’applauso me lo prendo volentieri! 😉

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sandra

Set 01, 2019 at 12:18 PM

Bel finale, ricco di suggestioni sui rapporti umani complicatii. Sei stata brava a tenerci compagnia in questa calda estate, quindi grazie.

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Barbara Businaro

Set 01, 2019 at 8:34 PM

Grazie a te di avermi seguita, nonostante il caldo feroce e le gite in valle.
E poi ancora grazie per avermi dato l’idea all’epoca! 😉

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Brunilde

Set 01, 2019 at 2:54 PM

Grazie x la compagnia e il divertimento! La storia è stata interessante e il finale non scontato. Mi hai fatto venire voglia di scrivere qualcosa sulla mia signora Manucci, la vecchiaccia perfida dell’ultimo piano che seppellirà tutti noi condomini e continuerà a rompere le scatole in eterno…
Comunque: brava! Davvero.

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Barbara Businaro

Set 01, 2019 at 8:37 PM

Non stavo scrivendo una stupidaggine all’ultima riga, che c’è una signora Manucci per ogni condominio, lo so! Raccolgo tante di quelle esperienze sulle signore Manucci altrui (oltre alle mie, ne ho ben due, diciamo che ho sia la signora Manucci che la signora Gina… ma “ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale”! 😀 )
Grazie Brunilde!

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Darius Tred

Set 01, 2019 at 3:05 PM

Deluso: mi aspettavo un pezzo di Scozia, da qualche parte…

P.S.: sto scherzando, naturalmente! 😀 😀 😀 Complimenti…

Vedo riferimenti nascosti: Manila è un nome preso in prestito da Ragione e Pentimento (di Sandra…)
Per non parlare di De Angelis, il velista che una navigatrice come te senz’altro conosce.
E poi la “patata al cartoccio” è un chiaro omaggio a The Martian che hai appena letto: lui sì che di patate se ne intende… 😀 😀 😀

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Sandra

Set 01, 2019 at 5:06 PM

Complimentoni per la memoria, Darius.
Manila è una mia vera amica, ogni tanto appare nel mio blog, con i suoi video canterini.

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Barbara Businaro

Set 01, 2019 at 8:50 PM

Ah ecco, pure la tua amica con quella voce stupenda si chiama Manila, più facile che mi sia rimasto in memoria dal suo ultimo video! 😀

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Barbara Businaro

Set 01, 2019 at 8:49 PM

Ossignor! E’ proprio vero che i lettori vedono molto più lungo dell’autore stesso! Hai trovato dei riferimenti che io non ho proprio messo, né pensato cioè sono davvero un caso!! 😀
Manila per me è un’isola delle Filippine, anche se poi la provenienza della ragazza l’ho messa a Tenerife (io e la Geografia, un rapporto infelicissimo…) De Angelis l’ha elaborato la mia mente, partendo da “angelo”, quale cognome che foneticamente facesse pensare ad una persona cortese (perché mi veniva “Santini” da “santo”, ma l’avevo già usato per il defunto che aveva lasciato vuoto l’appartamento stesso). Col cavolo che mi era venuto in mente il velista! Nonostante abbia anche seguito un paio delle sue regate storiche! (oppure il mio subconscio è più intelligente del mio conscio… 😀 )
E le patate…ahuhauhauah, ti odio!! No, le patate non erano per The Martian, ma perché quando facciamo il barbecue a casa ce le metto sempre in un angolino.
Sulla Scozia infine, beh, è già a sufficienza nei miei sogni, la bandiera del Clan sta per ritornare in Italia e lassù c’è un posto vacante, una terribile tentazione…

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Renato Mite

Set 14, 2019 at 5:06 PM

A me piacciono le storie a bivi, purtroppo non ho potuto influenzare questa alle varie scelte, ma devo dire che hai fatto un gran bel lavoro, è una storia intensa e coinvolgente. Complimenti.

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Barbara Businaro

Set 15, 2019 at 5:58 PM

Grazie Renato! Sarebbe stato bello riuscire a sviluppare ogni volta tutti e due i bivi, ma il tempo è sempre tiranno, quindi ho optato per questa soluzione intermedia. 🙂

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