Notte buia, niente stelle di Stephen King. Quando la Postilla vale più del libro

Quando la Postilla vale più del libro (per chi scrive)

Fino a qualche anno fa nutrivo più di qualche pregiudizio verso Stephen King, non avevo mai incrociato un suo romanzo, anche perché non mi piace il genere horror, nemmeno sapevo che avesse scritto racconti thriller poi racchiusi in varie antologie.
Quando ricomparve la scrittura nella mia vita, ancora prima di aprire questo blog, rintracciai la sua firma nel manuale di scrittura creativa migliore in assoluto, non perché lo dico io, ma davvero tutti sono concordi nel ritenerlo tale. E il destino volle che mi capitò tra le mani una prima edizione destinata al macero (un libro nuovo da buttare, questo sì che è horror!), ve ne ho parlato qui: On Writing. Autobiografia di un mestiere

Illuminata da quell’incontro e curiosa di scoprire quanto fosse bravo King anche con le storie, mi sono poi immersa nella lettura di Stagioni diverse, un’antologia di quattro racconti lunghi: Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, Un ragazzo sveglio, Il corpo, Il metodo di respirazione. Dai primi tre hanno realizzato delle ottime pellicole cinematografiche, rispettivamente Le ali della libertà con Morgan Freeman, L’allievo con Ian McKellen e Stand by Me. Ricordo di un’estate con River Phoenix. Di tutti, il primo è quello che mi ha divertito di più, ma il secondo è quello che lascia in segno, per il tema molto forte del neonazismo.

Subito dopo mi sono avventurata nel romanzo di Dolores Claiborne, da cui è stato tratto un altro film eccellente, L’ultima eclissi con Kathy Bates e Christopher Plummer, che avevo visto in vari spezzoni ma senza ricordare il finale. Dolores Claiborne è me-ra-vi-glio-so! L’eccezionalità di questo testo è la sua costruzione: un lunghissimo monologo della protagonista, Dolores Claiborne appunto, arrestata dalla polizia e sotto interrogatorio, dove spiega tutte le vicende che l’hanno portata al presente. Non ci sono stacchi, non ci sono capitoli, il linguaggio è parlato e spesso sgrammaticato, eppure non risulta mai e in alcun modo noioso o scontato.
Credo sia esattamente qui che ho completamente rivalutato la mia opinione sull’autore.

Così ho chiesto in giro che cos’altro potessi leggere di Stephen King che non fosse proprio del genere horror, perché lui scrive dannatamente bene, adoro il suo stile asciutto, diretto, mai banale. Ti trascina nella pagina e non ti molla più, finché non decide lui che è giunta l’ora di chiudere. Però non mi piace l’horror.
Certo, ho visto anche il film Shining con Jack Nicholson, la prima versione di Carrie. Lo sguardo di Satana del 1976 e quella più recente del 2013 con Julianne Moore, di recente anche It. Capitolo Uno del 2017 mentre ho perso la serie televisiva degli anni ’90, forse qualche altra pellicola che non ricordo, ma non credo riuscirei a leggere nessun romanzo di questo tipo. Non dove il sangue la fa da padrone, sono più interessata dall’aspetto psicologico, dall’enigma.

Mi hanno consigliato Notte buia, niente stelle, un’altra antologia che contiene i racconti lunghi 1922, Maxicamionista, La giusta estensione, Un bel matrimonio. Dalla quarta di copertina si legge: “Quattro romanzi brevi, inquietanti e nerissimi, che parlano di donne seviziate, uccise e messe a tacere per sempre. Una raccolta straordinaria, in cui Stephen King esplora la mente di figure femminili forti e coraggiose, che vogliono a ogni costo trovare la propria rivalsa contro maschi frustati, impauriti, resi folli dalla perdita di potere. Una rivalsa che non sempre coincide con il «lieto fine».”

Il primo racconto “1922” non l’ho digerito bene, non solo perché orripilante nelle descrizioni, con questi terribili grossi ratti che attaccano bestie e uomini vivi, ma pure perché nella storia muoiono due innocenti, costretti alla perdizione dai loro genitori. Anzi, gli innocenti erano tre a ben vedere.
“Maxicamionista” è di sicuro il mio preferito, del resto la protagonista è una scrittrice, prima vittima di una trappola e poi incredibile vendicatrice, fredda calcolatrice, senza scrupoli. Una scrittrice di gialli è bene lasciarla in pace, no?
Il terzo racconto, “La giusta estensione”, non l’ho capito… Non ci ho trovato un senso. Innanzitutto perché non c’è la donna seviziata, uccisa o messa a tacere, quanto un uomo che contratta l’estensione della propria vita, a danno di qualcun’altro. Paradiso e inferno vengono scambiati.

Al quarto racconto mi sono trovata con stupore a leggere un film che avevo visto! Le prime pagine narrano di una coppia alquanto normale, giunti a ventisette anni di matrimonio, due figli laureati, una villetta lussuosa, tre auto e due cene fuori a settimana, senza grossi sconvolgimenti. Finché una sera, lei a casa da sola cerca le batterie per il telecomando nel garage e incidentalmente scopre un nascondiglio, e dentro quello…
Proprio lì mi sono fermata esclamando: “Io questo l’ho visto… se salta fuori Beadie, questo è un film che ho visto!”
La pellicola è A Good Marriage, in Italia uscito solo in dvd e comparso in televisione in canali e orari di poco rilievo, con mio sommo disappunto perché è un bel thriller.

Ho scoperto poi l’esistenza anche dell’adattamento cinematografico del racconto “1922”, lo trovate su Netflix, ma dovete avere uno stomachino forte, vi avviso. Anche di “Maxicamionista” è stata prodotta la pellicola, titolo Big Driver con Maria Bello e Will Harris, anche questo distribuito solo in dvd e programmato come seconda scelta, altro mio sommo disappunto!!

Quindi del signor King non solo si contendono i diritti cinematografici dei romanzi lunghi, ma anche del più minuscolo racconto.
Ma di questa stupefacente antologia, quel che vale di più è quella Postilla in fondo. Quelle tre paginette, per chi scrive, sono oro colato. 😉

 

Solo una Postilla?

Premessa alla Postilla: di qualsiasi libro, io leggo prima i ringraziamenti, in questo caso la postilla, e li leggo due volte, prima di cominciare la lettura del testo concreto, e di nuovo alla fine. Le due impressioni sono diverse, e ovviamente al termine tutto prende senso. O quasi.

Le storie raccolte in questo libro sono molto dure. Forse, in certi momenti, le hai trovate diffìcili da leggere. Ti assicuro che io stesso, in certi momenti, le ho trovate diffìcili da scrivere. Quando qualcuno mi fa domande sul mio lavoro, ho ormai l’abitudine di schivare l’argomento con battute e buffi aneddoti di natura personale (dei quali dovresti diffidare; non credere mai a quel che un autore di narrativa dice di sé, di qualunque cosa si tratti). È un modo di sviare l’attenzione, appena più diplomatico della risposta che i miei avi yankee avrebbero dato a simili domande: «Non sono affari tuoi, compare». Ma dietro la facciata scherzosa, io prendo molto sul serio quel che faccio, ed è sempre stato così, fin da quando a diciott’anni scrissi il mio primo romanzo La lunga marcia.

La prima volta che ho letto questo pezzo ho pensato esagerasse, dopo la lettura ho convenuto che aveva ragione: in certi momenti, è stato difficile leggere, in particolare il primo racconto è abbastanza cruento, per me che i topolini sono quelli della Disney… 😀
Però mi sono divertita immaginando Stephen King che risponde alle solite trite e ritrite domande sulla scrittura, inventando lì per lì altrettante storie fantasiose. Non credere mai a quel che un autore di narrativa dice di sé.

Ho pochissima pazienza nei confronti degli scrittori che non prendono sul serio il proprio lavoro, e proprio nessuna pazienza nei confronti di chi sostiene che l’arte di scrivere storie sia ormai logora. Non è logora, e non è un giochino letterario. È uno dei più importanti modi di cercare un senso nelle nostre vite e nel sovente terribile mondo che ci circonda. È il modo in cui rispondiamo alla domanda: «Come possono accadere cose del genere?»
Le storie ci portano a pensare che a volte (non sempre, ma a volte) vi sia una ragione.

Siamo quindi almeno in due a cercare un senso alle nostre vite: tanto lo scrittore, quanto il suo lettore. Se ci convince la risposta che lo scrittore trova, allora il romanzo sarà un capolavoro.

Persone ordinarie in circostanze straordinarie

Fin dal principio (fin da prima che un ragazzo che oggi a stento comprendo iniziasse a scrivere La lunga marcia nella sua stanza del college), ho avuto la sensazione che la migliore narrativa fosse propulsiva e aggressiva. Ti arriva dritta in faccia. A volte ti grida in faccia. Non ho nulla contro la prosa «alta», che di solito descrive persone straordinarie in circostanze ordinarie, ma sia come lettore sia come scrittore, mi interessano molto di più le persone ordinarie in circostanze straordinarie.

In effetti per quanto ho letto finora di Stephen King i suoi protagonisti sono persone comunissime, i vicini di casa che ognuno di noi potrebbe avere. E questo in un certo modo amplifica anche il terrore durante la lettura, perché il coinvolgimento è quasi totale. Per la verità, io finisco col pensare che il Maine non dev’essere un posticino così tranquillo dove vivere e fortuna che c’è un oceano di mezzo.
Eppure anche la nostra cronaca nera è densa di casi efferati e di killer seriali, con ritrovamenti di cadaveri nel giardino di casa di insospettabili cittadini o persone scomparse rinchiuse dentro lo scantinato. Chi ricorda per esempio Natascha Kampusch?

Nei miei lettori voglio provocare una reazione emotiva, quasi viscerale. Il mio scopo non è farli pensare mentre leggono. Metto la parola in corsivo per far capire che, se la storia è buona abbastanza e i personaggi sono sufficientemente vividi, il pensiero seguirà all’emozione dopo la lettura e a libro già riposto (talvolta con sollievo). Ricordo che a tredici anni lessi 1984 di George Orwell con crescente sgomento, rabbia e indignazione, avanzando tra le pagine a passo di carica e trangugiando la storia più in fretta che potevo. Che c’è di male in questo? Tanto più che quel libro mi torna in mente ancora oggi, quando un politico (penso a Sarah Palin e alle sue volgari dichiarazioni su presunte «commissioni della morte» previste dalla riforma sanitaria di Obama) riesce a persuadere il pubblico che il bianco è in realtà nero e viceversa.

Beh, se mi sono ricordata di Beadie in quel film visto per caso, probabilmente un sabato pomeriggio mentre pulivo casa, è certamente perché il racconto su ci si basava la pellicola funziona. E mi è tornato alla mente subito, dalla scatola rinvenuta dalla protagonista nel nascondiglio.
Dopo questa lettura, certamente non dimenticherò i ratti di “1922” e la tragicità di tutta la narrazione. Sconvolge e quindi rimane. Se un testo non riesce a produrre emozione, non lascerà niente dietro di sé.

Cercare la verità

Ecco un’altra cosa di cui sono convinto: se entri in un posto molto buio (come la fattoria di Wilfjames nel Nebraska di «1922»), dovresti portarti dietro una luce potente, e usarla per illuminare ogni cosa. Se non vuoi vedere, perché mai avventurarti nel buio? Il grande scrittore naturalista Frank Norris è sempre stato uno dei miei idoli letterari, e da oltre quarant’anni tengo fermo quel che disse sull’argomento: «Non mi sono mai umiliato. Non mi sono mai tolto il cappello in ossequio alle mode per mendicare qualche penny. Per Dio, alla gente ho detto la verità».

In effetti è lo stesso motivo per cui, pur non amandoli, a volte cado nel guardare un film horror. Sai che ci saranno arti mozzati e tanto sangue, sai che la tizia urlerà fino allo sfinimento dei tuoi timpani, sai che il mostro comparirà all’improvviso mandando all’aria il tuo sacchetto di popcorn, sai che dovrai vedere Tom e Jerry prima di andare a dormire e che comunque ficcherai tutta la testa sotto le coperte. Eppure non riesci a cambiare canale, vuoi ostinatamente sapere perché. Vuoi vedere per capire.

Ma Steve, direte voi, tu di penny ne hai raccolti parecchi nel corso della tua carriera e, quanto alla verità, quella è relativa, no? Sì, ho guadagnato un bel po’ di soldi scrivendo le mie storie, ma i soldi sono stati l’esito secondario, mai lo scopo. Qualunque idiota saprebbe scrivere storie per soldi. E, certo, la verità è nell’occhio di chi guarda, ma se si parla di narrativa, la sola responsabilità dello scrittore è quella di cercare la verità nel proprio cuore. Non sarà sempre la verità del lettore, e nemmeno quella del critico, ma finché sarà la verità dello scrittore (e finché quest’ultimo non si umilierà né si toglierà il cappello in ossequio alle mode), tutto andrà bene. Per gli scrittori che mentono di proposito, per quelli che sostituiscono comportamenti non credibili al modo in cui le persone agiscono davvero, io non provo altro che disprezzo. Scrivere male non è solo questione di cattiva sintassi o scarso spirito d’osservazione: si scrive male quando ci si rifiuta di raccontare storie su quel che la gente fa realmente. Quando, mi viene da dire, si rifugge questo dato di realtà: capita che un assassino aiuti una vecchietta ad attraversare la strada.

Precisiamo che Stephen King si riferisce al mercato americano quando butta lì che “Qualunque idiota saprebbe scrivere storie per soldi.” Probabilmente si riferisce a scrittori della tipologia di James Patterson (ne avevamo parlato in questo post: La qualità dell’editoria tradizionale: il caso James Patterson) che hanno creato un impero finanziario sulla scrittura di romanzi come prodotto industriale, avvalendosi sempre di più di ghostwriter, pagati per sviluppare una traccia, mantenendo una struttura pressoché uguale. Nell’editoria italiana è ben più difficile vivere di scrittura (ho già scritto tempo fa un articolo su Quant’è difficile pubblicare un libro).

Le fonti dell’ispirazione

In Notte buia, niente stelle ho fatto del mio meglio per rendere quel che la gente potrebbe fare e come potrebbe comportarsi in certe situazioni estreme. Le persone in questi racconti non sono prive di speranza, ma riconoscono che a volte persino le speranze più fervide (e i migliori auspici per il nostro prossimo e la società in cui viviamo) si rivelano vane. Anzi, succede spesso. Quello che ci dicono, secondo me, è che la nobiltà non sta principalmente nel successo, ma nel cercare di fare la cosa giusta, e che se non riusciamo a farla, o intenzionalmente ci sottraiamo al compito, la conseguenza sarà l’inferno.

Quando ho letto questa frase prima di procedere con i racconti, non si è fissata bene nella memoria, e probabilmente alcuni punti delle vicende narrate mi sembravano irrisolti proprio per questo. Gli innocenti morti in “1922” lo erano davvero? Al di là delle colpe dei loro genitori, hanno avuto la possibilità di “fare la cosa giusta”? In “Maxicamionista” e poi “Un bel matrimonio”, la scrittrice Tess e la moglie Darcy non sembrerebbero aver scelto bene, la vendetta senza giustizia non può essere una “la cosa giusta”, eppure la motivazione non è nella loro vita privata ma nell’evitare altri incidenti futuri. La cosa giusta per le altre donne sulla strada o per la rispettabilità famigliare.
Mi resta ancora da capire il significato del terzo racconto, “La giusta estensione”. Non vedo nessuna scelta corretta, anzi!

«1922» è ispirato a Wisconsin Death Trip, un libro di non fiction scritto da Michael Lesy nel 1973 e illustrato da fotografìe scattate a Black River Falls, una cittadina del Wisconsin. Di quelle immagini mi ha molto colpito l’atmosfera di isolamento rurale, oltre alla durezza e al senso di perdita nei volti di molti soggetti fotografati. Volevo portare quelle sensazioni nel mio racconto.

Vi posso assicurare che c’è riuscito benissimo. La frase “Dentro ogni uomo ne vive un altro” mi ha addirittura aiutato nella scrittura del mio racconto per Halloween, per la serie La storia di Liam e Caitlyn, quando non riuscivo a vedere chi era il cattivo e cosa lo spingesse: Dissolvenza (Fade Out) 

Nel 2007, mentre percorrevo la 1-84 diretto in Massachusetts occidentale per una seduta d’autografi, mi fermai in un’area di servizio per un tipico Sano Spuntino Alla Steve King: una bibita gassata e una barretta al cioccolato. Quando uscii dall’emporio, vidi una donna con una gomma forata. Si rivolgeva seria al camionista che aveva parcheggiato accanto a lei. Lui sorrise e scese dall’abitacolo.
«Serve aiuto?» chiesi.
«No, no, me ne occupo io», disse il camionista.
Sono sicuro che la donna ci guadagnò un cambio di ruota. Io ci guadagnai una barretta Three Musketeers e l’idea per il racconto che sarebbe diventato «Maxicamionista».

Primo, sorrido perché anche Stephen King si concede dei Sani Spuntini. 😀
Secondo, dopo aver letto il racconto e le riflessioni della scrittrice protagonista sulle conferenze letterarie, ho riso di gusto perché sospetto che qualcosina, magari non tutto, appartenga allo stesso autore. Ad esempio: “Sei o sette persone le domandarono come si trova un agente letterario. Il luccichio nei loro occhi rivelava che avevano pagato i venti dollari extra solo per fare quella domanda. Tess rispose che bisognava continuare a spedire lettere, finché uno dei più famelici non accettava di leggere il materiale. Non era proprio tutta la verità (quando si parla di agenti non c’è mai tutta la verità), ma era una buona approssimazione.”
Terzo, dello stile usato nel testo mi ha colpito la capacità di King di anticipare la trama, senza svelare troppo, ma incuriosendo il lettore. Dopo solo due pagine, mentre Tess concorda il compenso per la conferenza, Stephen King lancia il sasso: “Ovviamente, più tardi, stesa in una canaletta con le labbra tumefatte e il naso rotto, non le sarebbe affatto sembrata adeguata. Ma forse che cinquecento in più avrebbero cambiato qualcosa? E due milioni?”
Davvero, di tutti questo è il suo testo migliore che ho letto. Ma non sarà perché c’è una scrittrice per protagonista? Eh, può darsi… 😉

A Bangor, la città dove vivo, una grande arteria di traffico costeggia l’aeroporto. È la Hammond Street Extension. Io cammino tre o quattro miglia al giorno e, se sono in città, vado spesso da quelle parti. A circa metà dell’Extension, lungo la recinzione dell’aeroporto, c’è una striscia di terreno ghiaioso. Nel corso degli anni, svariati venditori hanno piazzato lì le loro bancarelle. Il mio preferito è noto da quelle parti come Golf Ball Guy, e ricompare a ogni primavera. Quando inizia il disgelo, Golf Ball Guy va al campo da golf municipale e recupera centinaia di palle usate e rimaste sotto la neve. Getta nella spazzatura quelle davvero mal-conce, le altre le vende lungo la Extension. Il parabrezza della sua auto è incorniciato da palle da golf, un tocco di classe. Un giorno, mentre lo guardavo, mi venne l’idea per «La giusta estensione». Ovviamente l’ho ambientato a Derry, già dimora del defunto ma non compianto clown Pennywise, perché Derry non è altro che Bangor nascosta sotto un altro nome.

Questo è il racconto che non ho compreso. Lungo la strada dell’Extension, il protagonista David Streeter, un uomo malato di cancro a cui restano forse sei mesi di patimenti, concorda con un venditore ambulante particolare, di nome Elvid (e lo stesso Streeter riconosce l’anagramma di Devil, diavolo), l’estensione della propria vita, via la malattia e magari un altro decennio, o forse un ventennio di salute, per la modica cifra del 15% di tutti i suoi guadagni futuri. Fosse solo questo, chi rifiuterebbe? Streeter deve anche accollare le sue disgrazie a qualcun’altro e sceglie il suo migliore amico. Questa non è affatto “la cosa giusta” e il finale… non l’ho capito. Se qualcuno l’ha letto, mi illumini che qui la mia torcia non funziona.

L’ultimo racconto mi è stato ispirato dalla lettura di un articolo su Dennis Rader, alias il famigerato assassino BTK {bine!, torture and kill, lega, tortura e uccidi) che uccise dieci persone (soprattutto donne, ma due delle sue vittime erano bambine) lungo un periodo di circa sedici anni. In molti casi, BTK spedì alla polizia documenti d’identità delle sue vittime. Paula Rader è stata sposata con quel mostro per trentaquattro anni, e nella zona di Wichita, dove Rader agiva, molti si rifiutano di credere che abbia potuto vivere con lui e non sapere cosa stava facendo. Io l’ho creduto subito, lo credo ancora e ho scritto questo racconto per capire cosa accadrebbe se una moglie scoprisse all’improvviso l’orribile hobby del marito. L’ho scritto anche per indagare l’idea che sia impossibile conoscere a fondo qualcuno, comprese le persone che più amiamo.

Questo è il film che ho letto e ho riconosciuto all’istante. Non sapevo fosse ispirato a sua volta ad una storia vera: un lungo matrimonio durante il quale una moglie non si è mai accorta di vivere con un assassino seriale. E l’ha scritto davvero bene, perché Stephen King ha ragione: è impossibile conoscere a fondo una persona, ci sarà sempre qualche lato che rimarrà in ombra, specie se quella persona è meticolosa nel nascondersi e nel dissimulare l’altra natura che si porta appresso. In questo racconto poi l’assassino è un commercialista… 😀

E per finire…

Bene, credo di essere rimasto quaggiù al buio abbastanza a lungo. Ce un altro mondo al piano di sopra. Prendi la mia mano, Fedele Lettore, e sarò lieto di riportarti fuori al sole. Anch’io sono contento di andarci, perché credo che la maggior parte della gente sia fondamentalmente buona. Io so di esserlo.
È di te che non sono del tutto certo.

Adesso vai a dormire tranquillo tu, con una chiusura del genere! 😀

 

Comments (26)

Paola

Nov 29, 2020 at 9:11 PM

Ho notato che non hai citato il quarto racconto di Stand by me Non ho letto il libro di cui alla postilla, titolo bellissimo, ma hai perfettamente ragione: postilla preziosissima e molto bella.
Ciò che ho sempre amato e mi ha sempre sconvolto di Stephen King è la sua profonda conoscenza dell’animo umano, sia dei suoi angoli più bui che di quelli diffusi da una tenue luce; sia i suoi libri che quasi tutti i film che ne sono stati tratti sono indimenticabili, sfido chiunque abbia letto o visto IT a non provare una certa inquietudine alla presenza di un clown.
E comunque mia Cara, nel caso decidessi di andare nel Maine, guardati le spalle che lì vive la Sig.ra Fletcher e dove c’è lei ci sono delitti

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Barbara Businaro

Dic 01, 2020 at 11:08 PM

Sì che è citato il quarto racconto di Stagioni diverse: 1. Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, 2. Un ragazzo sveglio, 3. Il corpo e appunto 4. Il metodo di respirazione. Ma da quest’ultimo non hanno tratto nessun film e non deve avermi colpito particolarmente perché non lo ricordavo affatto, ho dovuto leggere la trama su Wikipedia!
In quanto al clown, sembra che il pagliaccio di IT abbia contribuito alla discesa sia di Ronald McDonald, il clown della catena fast food, negli Stati Uniti e sia, quale conseguenza, del Mago G di Galbusera, che ne riprendeva l’idea. Diversamente dai veri clown del circo che vogliono solo far ridere il pubblico, quei clown erano impiegati per la vendita di un prodotto, per convincere il consumatore… e sembra che al consumatore ricordavassero troppo il personaggio di IT.
Ecco, mancava solo la signora Fletcher! 😀 😀 😀

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Giulia Mancini

Nov 29, 2020 at 10:14 PM

Questo post mi è piaciuto moltissimo, il film A good Mariage l’ho visto anch’io, bellissimo, così come ho apprezzato molto altri film tratti dai libri di King (Dolores Claiborne, Stand by me). Purtroppo non ho letto molto di King anzi ho un paio di romanzi sul mio iPad che non mi sono ancora decisa a cominciare. Ho letto il romanzo breve Laurie e On writing. Certo gli horror non li amo, preferisco i thriller, credo comunque che King sia un maestro in entrambi.

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Barbara Businaro

Dic 01, 2020 at 11:18 PM

Oh dai, l’hai visto anche tu A good marriage, ricordo che mi attirò subito, ma non avevo visto la sigla iniziale e quindi non ho visto che era basato su un testo di King. E poi i titoli di cosa li tagliano sempre in televisione.
Non conoscevo invece Laurie, racconto breve gratuito che, leggo da Google, anticipava l’uscita di The Outsider. Magari ci do un’occhiata, tanto è breve. 😉

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Stefano Franzato

Nov 30, 2020 at 11:18 AM

“persone ordinarie in circostanze straordinarie” Nulla di nuovo. basta guardarsi la serie televisiva degli anni Sessanta “Ai confini della realtà”.

“mi ha molto colpito l’atmosfera di isolamento rurale,” lo sa fare – benissimo – anche il ravennate Eraldo Baldini (“Gotico rurale”, Einaudi, 2000),

Anche quello di Jean Claude Romand sembrava “Un buon matrimonio”… finì alquanto male: vedi “L’avversario” di Emmanuel Carrère, Adelphi

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Barbara Businaro

Dic 01, 2020 at 11:20 PM

Ottimi spunti di lettura, grazie Stefano! 🙂

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IlVecchio

Nov 30, 2020 at 4:14 PM

Anche se non ho (ancora) letto Stephen King, mi accompagna la sensazione che sarebbe molto più apprezzato se togliesse la parte horror dai suoi romanzi, coma talvolta si concede. Il post sulla postilla vale più di un post sul libro. :- )

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Barbara Businaro

Dic 01, 2020 at 11:30 PM

Probabilmente Stephen King si diverte di più con l’horror, ma questo non significa che sappia scrivere altro. Anzi, credo che scrivere per il genere horror sia più difficile, perché si devono mettere in campo emozioni davvero forti.

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Brunilde

Nov 30, 2020 at 6:59 PM

“Scrivere è uno dei più importanti modi di cercare un senso alle nostre vite…”
Credo che sia tutto qui, nella postilla.
Io ho paura di tutto, figurati se frequento gli horror. Però un romanzo di Stephen King l’ho letto, stavo scrivendo una storia in cui raccontavo di uno scrittore in crisi, completamente bloccato, e il protagonista di ” Mucchio d’ossa ” faceva giusto al caso mio.
Così ho capito che Mr King scrive bene assai, non avrebbe alcun bisogno di spaventare nessuno ed ho apprezzato molto il romanzo ( saltando le pagine horrorifiche e paranormali) .
Alla fine ho anche scritto la mia storia, che però sta ancora dormendo in un file del mio pc, in attesa di revisione.
Se le farò vedere la luce vedrò di nominarti nella postilla, Barbara!

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Barbara Businaro

Dic 01, 2020 at 11:35 PM

Oh addirittura nella postilla mi metti!! Allora caldeggio che tu riesuma quella storia, magari ci sono altri scrittori in crisi come il protagonista curiosi di leggerla, no? 😉

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Marina

Dic 01, 2020 at 3:25 PM

Devo recuperare qualcosa di King. Mi vergogno di essere così ignorante in merito: che è un grande scrittore lo so, che ha scritto storie incredibili lo so, che ha la penna facile, che ha dato consigli preziosi, che non delude mai… so tutto, eppure io non lo conosco. Anzi un po’ sì, grazie agli articoli che leggo e lo riguardano. Adesso anche grazie a questo. Certe volte prefazioni o postille sanno essere interessanti persino più di quello che spiegano o descrivono.

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Barbara Businaro

Dic 01, 2020 at 11:40 PM

Per quello che ho letto io finora di lui, ti consiglierei Dolores Claiborne. Non c’è alcun elemento horror, ma è un testo così particolare che merita la lettura, e mi piacerebbe sentire poi la tua opinione. Io invece sono indecisa se leggere Il miglio verde, tutti mi dicono che tanto il romanzo quanto il film con Tom Hanks sono bellissimi.

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Marina

Dic 03, 2020 at 3:49 PM

Segnato. Ci faccio un pensierino.

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sandra

Dic 01, 2020 at 3:43 PM

Mamma mia veramente, pure io Team non ho letto nulla.
Ma come si fa?
L’hai reso davvero appetibile, Barbara.
Ricordavo Natascha Kampusch e ho pure letto un libro sugli orrori del Belgio, vediamo le lo ritrovo facilmente, eccolo, scusa il link di 7 chilometri
https://www.lafeltrinelli.it/libri/sabine-dardenne/avevo-12-anni-ho-preso/9788845257131
E’ che ho un passato da lettrice davvero costellato di sangue, ho frequentato un corso di Criminologia e ho paccate di appunti miei e in fotocopia sui serial killer, poi boh, ho smesso. Ma durante non so perchè non ho letto King, ecco. Dico assolutamente no ai topi, magari parto con Dolores.

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Barbara Businaro

Dic 01, 2020 at 11:51 PM

Ho gli occhi a stellina a pensare alle tue paccate di appunti. Sicura di non voler aprire una nuova rubrica sul tuo blog? 😀
Comunque si, ti direi di iniziare da Dolores Claiborne, come ho scritto a Marina. Magari potreste provare con una lettura condivisa.

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sandra

Dic 02, 2020 at 12:11 PM

Mi hai dato un’ideona, Barbara.
Solo che gli appunti sono da mia mamma, non ero ancora sposata ai tempi del corso, non li recupererò a breve, ma lo farò, grazie.

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Barbara Businaro

Dic 02, 2020 at 11:23 PM

Quando ti servono idee, sai dove bussare! Non c’è fretta, potrebbe essere un ottimo progetto per un 2021 di rinascita! 😉

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Daniela Bino

Dic 04, 2020 at 7:45 PM

Di Stephen King ho letto tantissimi romanzi. “L’ombra dello scorpione” è stata una rivelazione che mi ha trascinato in una realtà post pandemia. Un tema, ahimè, attuale. Mi piace tantissimo lo stile di Stephen: trascina il lettore di capitolo in capitolo. “Shining” è sconvolgente e così “It”. “Stand by me” è toccante. Barbara, come sempre sai invogliare tutti a leggere di più. Io riprenderò sicuramente “L’ombra dello scorpione”: mi hai ispirato e ora desidero riprovare le emozioni di quando lo lessi la prima volta. Super Barbara!

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Barbara Businaro

Dic 04, 2020 at 11:18 PM

Sapessi che ho appena controllato in libreria e ho di tutto di Stephen King: Shining, Carrie, IT, Christine La macchina infernale, Cell, Il gioco di Gerald, 22/11/63, Mucchio d’ossa, Insomnia, Cuori in Atlantide, anche L’ombra dello scorpione che il proprietario non ha terminato, mi dice, e Pet Sematary consigliato da Paola. Ecco, forse il prossimo potrebbe essere Cuori in Atlantide, un’altra antologia di racconti. 🙂

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Daniela Bino

Dic 19, 2020 at 12:13 PM

Direi che manca all’appello ”Misery non deve morire”.

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Daniela Bino

Dic 19, 2020 at 3:48 PM

P.S. “Misery” è il titolo del romanzo, il cui protagonista è uno scrittore. “Misery non deve morire” il film, interpretando il quale Kathy Bates vinse l’Oscar.

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Barbara Businaro

Dic 20, 2020 at 12:04 AM

Conosco “Misery” e il corrispettivo film, devo anche averne visto qualche spezzone, ma proprio perché il protagonista è uno scrittore che non se la passa mica tanto bene, non mi convince molto alla lettura… 😀

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Grazia Gironella

Dic 04, 2020 at 10:34 PM

Che voce ha quest’uomo! Sa raccontare e tenerti lì di qualunque cosa parli. Devo conoscerlo meglio; anzi, conoscerlo e basta, visto che di suo ho letto soltanto On Writing e La bambina che amava Tom Gordon. Troppo poco davvero.

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Barbara Businaro

Dic 04, 2020 at 11:24 PM

King è dannatamente bravo, altro ché! Ti dico che sul primo racconto di questa antologia ero partita abbastanza tranquilla alla lettura. Sì, c’è un po’ di sangue ma come in un banalissimo thriller. E poi con una sola frase, buttata lì, mi ha fatto rizzare tutti i capelli!! Tanto che prima ho esclamato “Ecchecavolo!!!” e poi sono scoppiata a ridere! 😀 😀 😀

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Luana Petrucci

Dic 06, 2020 at 6:55 PM

Questi grandi scrittori hanno sempre qualcosa da insegnarci, mi piacciono tutti i passaggi, inducono alla riflessione e se ne può imparare qualcosa. Sono fortemente attratta dalla visione di “1922”, ma anche da come lo descrivi tu… temo di non reggerlo. Sai che da quando abito, da luglio, in un villino su tre livelli non riesco a vedere nessuno, dico nessun film o serie thriller? Ho paura!! XO

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Barbara Businaro

Dic 06, 2020 at 11:22 PM

Come quando guardavo Buffy l’Ammazzavampiri in casa da sola, quando vivevo dai miei genitori (sempre un villino a più piani), e iniziavo a sentire tutti i sussurri e gli scricchiolii dentro e fuori l’abitazione! 😀
Però “1922” è ambientato nelle grandi campagne americane di quell’epoca, difficile immedesimarsi con le nostre casette, dai!

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