
Perso ogni controllo
(Lost all control)
Eccoci di nuovo nelle misteriose atmosfere di Halloween, che io celebro scrivendo un nuovo capitolo della mia serie preferita, la storia di Liam e Caitlyn, un amore diviso tra due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Sono arrivata all’undicesimo racconto, dunque undici anni di scrittura, e mi sembra incredibile. Tutto è iniziato ascoltando una vecchia canzone dei Seether, Walk away from the sun, e il primo racconto doveva essere conclusivo. Però le lettrici mi hanno spronato a continuare e così, anno dopo anno, ho scelto altre canzoni dei Seether, musiche e parole che mi hanno ispirato altrettante avventure per i miei protagonisti. Dunque a che punto eravamo della loro travagliata storia d’amore? Liam aveva finalmente ritrovato la scatola rossa del nonno, contenente un miscuglio puzzolente di radici, foglie essiccate e polveri colorate. Mentre cercava di capire le istruzioni allegate, Joen aveva chiesto il suo aiuto per un fantasma che infestava il suo nuovo magazzino e impediva i lavori di ristrutturazione. La piccola Anne poi gli aveva svelato di sentire la presenza della sorella di Caitlyn e Liam aveva ammesso di poterla anche toccare. Con la formula del nonno, adesso poteva vederla anche di giorno…
Se avete perso le puntate precedenti, le potere leggere qui nella pagina a loro dedicata: La storia di Liam e Caitlyn
Il velo tra i vivi e i morti si assottiglia nella notte di Halloween. E tu non sai più dove sei.
Devi stare attento. Rischi di perderti in uno dei due mondi, per sempre.
Fuori dalla finestra della camera da letto, l’alba sbiadiva lentamente l’oscurità della notte. Ancora con i pantaloni del pigiama e soffocando uno sbadiglio, Liam uscì dal bagno a torso nudo, stiracchiando i muscoli delle spalle. Davanti a lui, apparentemente seduta sulla poltrona accanto al letto, poteva ammirare Caitlyn, inondata dai tenui riflessi luminosi del nuovo mattino.
“L’hai fatto di nuovo, vero?” gli chiese lei mesta, mentre si rannicchiava, raccogliendo le ginocchia con le mani.
“Che cosa?” Liam le sorrise tranquillo. Si avvicinò per accarezzarle i lunghi capelli dorati, morbidi tra le sue dita.
“La formula del nonno. L’hai bevuta di nuovo. Ti nascondi in bagno per prenderla.”
Si inginocchiò davanti a lei, le sciolse le braccia, le spostò le ginocchia e la abbracciò in vita, affondando la testa sotto il suo collo.
“E’ così straordinario poterti toccare di giorno, e alla mia stessa temperatura. Perché dovrei rinunciarci?”
Caitlyn lo baciò sulla fronte. “Perché il tuo cuore sta esplodendo. Hai continuamente il battito accelerato, lo sento martellare furioso anche adesso. La pressione sanguigna è troppo alta. E poi quelle crisi non sono semplici attacchi di panico. Liam, mi stai davvero spaventando.”
A lui scappò una risata sommessa. “Impossibile. Questo è proprio impossibile.” Alzò il capo per guardarla dritto negli occhi. “Non devi preoccuparti. Sto correggendo il composto, ogni volta la soluzione è migliore, più stabile. Comunque oggi è il mio giorno libero e vorrei trascorrerlo con te. Come due normali innamorati.” La baciò a lungo sulle labbra, calde e affamate quanto le sue.
“Non va bene, non va bene per niente… ” mugugnò lei. “E io cedo pure alle tue lusinghe…”
Dall’ingresso al piano terra giunse il rumore dello scalpiccio di stivali e il tintinnio di chiavi. “Liam, io vado al lavoro” gli urlò la madre. “Ci vediamo a pranzo.”
Lui si discostò dalle vesti di Caitlyn e si alzò in piedi. “Va bene. Buona giornata!” le gridò di rimando. Poi prese jeans e felpa dall’armadio per cambiarsi.
“Ho bisogno di fare colazione. La formula del nonno mi rende più affamato del solito. Ho notato poi che se mangio un po’ di più, sto meglio, spariscono gli effetti collaterali, per così dire”.
“Non ne sono molto convinta…” sussurrò Caitlyn prima di scomparire dietro la porta chiusa.
Quando Liam scese le scale, lei lo attendeva già in cucina, sfogliando lentamente il quotidiano appena consegnato, aperto sul tavolo.
“Ci sono novità?” Liam si riempì una tazza di caffè e mise due fette a scaldare nel tostapane.
“No, dalle cronache direi di no. Eppure ieri pomeriggio per un momento mi sembrava di averlo percepito.”
Liam si sedette accanto a lei. “Forse stiamo esagerando. Forse al tuo assassino non gliene frega proprio niente di tornare qui, magari sta scappando dall’altra parte del paese, dove avrebbe meno probabilità di essere riconosciuto dalla gente del posto.”
Caitlyn lo fissò intensamente negli occhi. “Mi piacerebbe davvero crederci ma, da questa… parte, avvertiamo la presenza del Male senza scampo, il dolore seminato con calma e intenzione. Non lo possiamo confondere con la casualità tragica, quel Male è voluto, è cercato. Questo è ciò che ho sentito la notte in cui sono morta, e questo è ciò che continuo a sentire quando mi si avvicina di nuovo.”
“D’accordo. Allora continueremo a tracciare sulla mappa i luoghi degli omicidi, così saremo pronti” concluse Liam. Si voltò per osservare il prato e poi il marciapiede fuori dalla finestra. Un particolare attrasse la sua attenzione. “Accidenti, Nicholas si è dimenticato di ritirare il bidone della spazzatura…”
Così, terminata la colazione, afferrò il giaccone e uscì fuori in giardino. Erano mattine sempre più gelide, con l’inverno che oramai incalzava e le ragnatele che brillavano di rugiada sull’erba bagnata. Il respiro di Liam si trasformava in piccole nuvole di vapore bianco, mentre Caitlyn lo seguiva silenziosa. Ovviamente non c’era nessuna nuvola ad accompagnare il viso di lei. Non lo perdeva di vista un solo istante, preoccupata che lui potesse avere una nuova crisi cardiaca.
Liam afferrò il manico del cassonetto, lo sollevò da un lato e lo trascinò sulle ruote, portandolo a lato del portico, assieme agli altri.
Era vero, pensò Liam, provava ancora quel dolore nel petto. Il cuore gli pulsava impazzito, come se dovesse prepararsi alla lotta contro chissà quale nemico. Ma era un prezzo onesto e lo avrebbe pagato, ancora e ancora, pur di poter contemplare Caitlyn splendente alla luce del giorno. Si voltò verso di lei, sorridendole.
Il sole si alzò dall’orizzonte, lanciando barbagli di luce tutto intorno. Lei era bellissima, senza più alcuna ombra intorno.
“Oh accidenti. Hanno di nuovo riempito la cassetta della posta…” Liam tornò indietro sul marciapiede e infilò la mano del box in acciaio. “Adesso passano pure la sera per distribuire tutte queste scartoffie elettorali. Ed è sempre lui.”
Caitlyn osservò la foto dell’uomo brizzolato dal sorriso gentile che campeggiava sui volantini. “Ho letto qualcosa di lui sul giornale. Sembra il candidato favorito al momento per diventare il prossimo sindaco della città.”
“William Bleakwood è un nome conosciuto da queste parti.” Liam accartocciò con stizza i fogli di carta patinata. “E’ un insegnante delle scuole medie, ma soprattutto cinque anni fa era su tutti i quotidiani e telegiornali, anche nazionali. La sua unica figlia era scomparsa, il corpo non fu mai ritrovato. Ci fu una ricerca serrata nei dintorni, ma non c’erano indizi. Una bambina di nove anni sparì nel nulla, senza lasciare alcuna traccia. La moglie di Bleakwood è morta di depressione, credo due anni dopo la tragedia. Posso immaginare il dolore.”
“Non aveva altri figli di cui occuparsi… Come mia madre, se non ci fossero Anne e Lize a darle conforto” sussurrò Caitlyn.
Raggiunto il portico, protetti da sguardi indiscreti, Liam la abbracciò stretta. “Le manchi comunque. Nessun figlio può prendere il posto di un altro.”
Poi si irrigidì all’improvviso. “Cazzo, di nuovo…”
Si accasciò a terra, stringendosi il petto con le mani. Il cuore stava galoppando in una corsa serrata, mentre Liam annaspava in cerca d’aria, gli occhi spalancati tra il terrore e lo sgomento.
“Liam! Liam!” gridava Caitlyn senza sosta.
“Dove pensi di andare adesso?!” Caitlyn risoluta gli si parò davanti a braccia conserte, mentre Liam indossava il giaccone per uscire.
“Sto bene, davvero. E’ passata un’ora dalla crisi, non ce ne sarà un’altra. Senti qua.” Le prese una mano e se la appoggiò sul maglione sul petto, all’altezza del muscolo cardiaco che tamburellava placido. “Devo andare da Joen a ritirare un pacchetto. Vieni con me.”
“Certo che vengo con te, figuriamoci se posso lasciarti da solo oggi!” sbuffò lei mentre lo seguiva attraverso la porta principale. “Comunque ti lascio da solo quando so che sei al sicuro, in laboratorio col signor Forrester o in camera tua a studiare. Se ti lascio solo, è per recarmi dalle mie sorelle, e da mia madre.”
Liam le accarezzò il braccio. “Non devi giustificarti. Al tuo posto farei lo stesso. E un giorno a settimana mi può bastare.” Le sorrise sornione.
Quando entrò nel vecchio negozio di Joen, l’amico era intento a spostare pesanti scatoloni appena consegnati dal corriere.
“Buongiorno!” esclamò Liam.
“L’importante è crederci…” bofonchiò Joen. Con cautela, appoggiò un grosso cartone sul bancone e lo aprì col taglierino. “Che sia un buongiorno, intendo.”
“Come siamo ottimisti. Novità del nuovo magazzino?” Liam si accomodò su uno sgabello in angolo, vicino alla cassa.
Joen rovistò all’interno del cartone, estraendo e contando diversi componenti elettronici. “I pompieri l’hanno liberato ieri, lo considerano non più pericolante. Adesso dovrebbe rientrare l’impresa edile, contare i danni e mandare il nuovo preventivo all’assicurazione. Sarà lunga.”
“Mi spiace. Però poteva andare anche peggio…” rispose Liam sorridendo davanti a sé.
Dall’altra parte del negozio, Caitlyn era appollaiata sopra una vetrinetta bassa e annuì in silenzio verso di lui, ricordando i fatti dell’ultima caccia.
Liam si alzò per curiosare tra gli scatoloni sparsi vicino all’ingresso. “Allora, è arrivata quella cosa che ti ho chiesto?”
“Oh sì, me ne stavo dimenticando.” Joen scomparve nel retrobottega per qualche minuto, da dove giungevano rumori di oggetti spostati. Ritornò con una confezione in plastica colorata tra le mani. “Ecco lo smartwatch uso medicale che hai ordinato. Può registrare il tracciato ECG continuamente, finché indossato.”
Aprì la confezione sopra il bancone. “Ci avevo già dato un’occhiata. Le istruzioni sono chiare. Puoi usare questi cerotti wireless oppure la fascia toracica elastica, ma deve aderire bene, sennò perde il segnale.”
Liam osservò l’orologio e se lo sistemò al polso. “Pensavo fosse più pesante, invece è comodo.”
Joen scrutò l’amico preoccupato. “Stai ancora male vero? Il medico che dice? Non ti ha prescritto niente?”
“No. E’ tutto a posto” replicò Liam, mentre estraeva il manuale dalla scatola.
Dietro di loro Caitlyn urlò ferocemente. “Bugiardo!” Con uno schiaffo tremendo fece cadere un contenitore vuoto a terra, qualche metro più in là.
Joen si bloccò atterrito, spostando lo sguardo da quella parte. “Che è stato?”
“Caitlyn è nervosa con me…” spiegò Liam, mentre osservava la ragazza avvicinarsi e fissarlo negli occhi furiosa.
“Lei è qui?” chiese l’amico, con voce stridula.
“Sì” sussurrò Liam, inchiodato sul viso di Caitlyn.
Joen si schiarì la gola. “E tu la vedi?”
“Sì” Liam si voltò verso di lui.
“Ma ma… non era solo dopo il tramonto?” L’amico agitò la mano in aria.
“Già. Ma quella formula del nonno, beh, serve proprio a continuare…”
Joen socchiuse le palpebre. “Stai ancora prendendo quella roba? E’ per quello che il tuo cuore è impazzito?!”
“Sì. No. Voglio dire, è solo un effetto temporaneo, finché non l’aggiusto. Il nonno l’aveva calcolata su di sé, e lui era molto più alto e grosso di me, aveva anche già altre interferenze, con medicinali vari per l’età, immagino.”
Joen sbattè entrambe le mani sul bancone. “Ah! Adesso ho capito! Tu stai rischiando la vita per vederla di giorno, e lei è incazzata per questo! Beh, sappi che sono d’accordo con Caitlyn. La dovresti proprio smettere amico!”
Caitlyn sorrise soddisfatta. Concentrò tutta la sua energia per prendere un pennarello posato sul banco e scrivere, in maniera un po’ contorta, sul quotidiano aperto lì vicino. “Grazie” diceva la scritta.
“Ok, bene.” Joen deglutì rumorosamente. “Però questo è troppo anche per me ragazza.” Scosse la testa e si spostò di qualche metro, per sicurezza.
“Comunque, ha ragione lei. Smettila con quell’intruglio. Altrimenti prenderò provvedimenti seri.”
Liam alzò un sopracciglio, con un sorriso di scherno tra le labbra.
“Non mi sottovalutare!” Joen minacciò il cacciavite davanti al naso dell’amico.
“E’ scomparso un altro bambino” li interruppe Caitlyn, che si era messa a leggere proprio il quotidiano su cui aveva scritto poco prima.
Liam si avvicinò alle pagine aperte per scorrere il trafiletto. A fianco c’era la foto di un ragazzino, ben vestito e pettinato per la scuola. “Christopher Noland, dieci anni, non è più tornato a casa dopo essere stato a giocare a calcio con gli amici…” lesse ad alta voce.
“Un’altra vittima del Mostro del lago, così dice la gente” aggiunse Joen.
“Il Mostro del lago?!” chiese scettico Liam.
“Sì, il grande lago a nord est, fuori dalla città. Ci passa vicino la statale, ma c’è anche un lungo sentiero che inizia dietro la chiesa. Se ne parla da quell’anno in cui è scomparsa la bambina di Bleakwood, poi altri due ragazzini non si sono più trovati. Pare che tutti fossero andati a giocare intorno al lago, da qui la storia del Mostro del lago che uscirebbe dall’acqua per inghiottirli. Stronzate comunque. Mio zio lavorava già in Polizia all’epoca, non c’erano evidenze che i bambini fossero stati in prossimità del lago, per questo non è mai stato scandagliato alla ricerca dei corpi. Sono passati quattro anni dall’ultima scomparsa, ma con le due ultime sparizioni, la ragazzina di sei mesi fa e adesso quest’altro, hanno ricominciato a parlare del Mostro del lago…”
“Non sarà un mostro mitologico, ma potrebbe essere lo stesso assassino?” chiese Liam. Si girò verso Caitlyn e lei negò con il capo. Non ne sapeva nulla e certamente non era l’assassino di lei, perché le vittime erano troppo giovani e soprattutto comprendevano dei maschi.
“Se sono tutti morti, forse. Spero che questi ultimi due siano ritrovati, magari sono scappati di casa per uno stupido litigio coi genitori” ammise Joen.
Proprio in quell’istante, Liam alzò lo sguardo dalla foto sul giornale che ritraeva l’ultimo bambino scomparso e gli parve di vederlo sul marciapiede, che scrutava la vetrina, immobile e con un’espressione triste. Liam ci mise un secondo per realizzare meglio l’immagine. Il bambino cominciò a camminare, diretto verso l’angolo dell’edificio. Liam scattò fuori dal negozio correndo, ma il bambino non c’era già più, svanito nel nulla. Chiese agli altri passanti lì intorno, ma nessuno l’aveva visto. Joen e Caitlyn lo raggiunsero e spiegò loro quanto era appena accaduto.
“Sono sicuro. Era lui. Mi ha fissato per un momento attraverso il vetro.”
“Quindi…” mugugnò Joen.
“Appartiene al regno dei morti, già” concluse Liam.
“Stai svanendo…” osservò Liam, mentre sentiva le dita di Caitlyn diventare sempre più sottili e il suo corpo invece riacquistare un po’ le forze. L’effetto della formula del nonno non riusciva a durare oltre il primo pomeriggio, ma erano comunque ore regalate da trascorrere insieme a lei alla luce naturale, pensò Liam.
“Ci vediamo più tardi” sussurrò Caitlyn prima di sbiadire del tutto. Il lato positivo dell’inverno era che le giornate si accorciavano, mentre le notti si allungavano, lasciando maggior spazio per la loro strana esistenza insieme.
Avevano passeggiato tra i sentieri del parco, dove nessuno avrebbe fatto caso a un ragazzo dinoccolato che parlava da solo, gesticolando e ridendo, abbracciando e baciando l’aria come l’esercitazione di un mimo di altri tempi. Il tragitto li aveva poi portati vicino all’azienda del signor Forrester e Liam pensò di approfittarne. Era il suo giorno libero, ma non incontrava il suo responsabile da una settimana e c’era quel problema di ventilazione sui nuovi prototipi, parte del progetto universitario che il Liam portava avanti insieme al professor Schnitzler. Dovevano risolvere quella questione.
Mentre stava discutendo col signor Forrester dei risultati di alcune prove in laboratorio, l’orologio al polso di Liam prese a vibrare rapido. Lo osservò distratto, senza focalizzarsi sulle ragioni del segnale, preso dal dibattito e dal confronto dei dati sui fogli stampanti. Ma dopo dieci minuti, mentre ancora parlava col signor Forrester, Liam ebbe un capogiro, la stanza ruotò su se stessa e la vista gli si offuscò. Si accostò con la spalla destra al muro, mentre l’uomo lo aiutò a sorreggersi e sedersi su una poltrona lì vicino. Il cuore di Liam ruzzolava impazzito, correndo da un lato all’altro dello sterno, mentre lo smartwatch emetteva adesso un allarme severo.
“Chiamate il medico!” udì gridare nel corridoio mentre la sua coscienza calava nel nulla.
Si ritrovò disteso sul lettino dell’infermeria del laboratorio, con due dottori del pronto intervento che verificavano le sue condizioni di salute. Gli misurarono la pressione sanguigna, ancora alta, mentre il battito era rientrato nei valori normali.
“Anche se sta meglio, le raccomando di tenere monitorato il cuore. Intanto le prescrivo un calmante e un vasodilatatore.” Il dottore più anziano terminò di scrivere sul blocco, strappò il foglio e glielo consegnò. “Forza ragazzo, lei è troppo giovane per cominciare adesso queste battaglie.”
Se sapesse a quali battaglie sono abituato io, pensò Liam abbattuto.
Quando uscì dall’edificio, il tramonto infuocava già l’orizzonte, mentre avanzava veloce l’oscurità della notte. Il cielo si punteggiava di stelle, sempre più vivide, come tante piccole lucciole che si risvegliano dal torpore diurno. Ma Caitlyn non era lì fuori ad attenderlo. Di solito appena l’ultimo raggio di sole abbandonava la terra, la mano di lei afferrava salda quella di Liam e l’ultimo tratto di strada, ovunque lui si trovasse, lo facevano insieme.
Quella sera no, Caitlyn non c’era e Liam sapeva che era arrabbiata con lui. Tornò a casa camminando lentamente, immerso nei propri pensieri.
Attraversato il parco giochi colorato del suo quartiere, un fastidioso rumore meccanico lo distrasse.
“Giovanotto, stai attento!” disse qualcuno dietro di lui.
Liam si voltò per lasciarlo passare. Era il vecchio Rufus, con la sua bicicletta nera sgangherata, che cigolava a ogni passo claudicante dell’uomo.
Lo aveva sempre visto così, a piedi e con il mezzo portato a mano. Forse non ci era mai salito sopra, non ci aveva davvero pedalato, ridotta male com’era. Era ricoperta di fango e erba bagnata, le ruote macchiate di ruggine e il sellino scucito ai lati. La catena doveva essere secca e scattava come se le mancasse una maglia o fosse deformata. Legato al manubrio, reggeva un cestino di metallo, pieno di cianfrusaglie raccattate qua e là. Non era un senza tetto, Rufus una casa ce l’aveva, era pure un uomo benestante. Ma la vita lo aveva trattato male. Aveva perso la giovane moglie in un incidente, la nipote era scomparsa da bambina e poi la sorella gli era morta di crepacuore. Rufus era infatti il cognato di William Bleakwood.
“L’acqua è torbida, ragazzo. Stai attento! Ma per l’amor di dio, devi fermarlo. Tu solo puoi fermarlo, io lo so.” Annuì col capo con fervore.
“Non capisco…” gli rispose Liam interdetto. Rufus sembrava parecchio peggiorato dall’ultima volta che lo aveva incrociato per strada.
“Quell’uomo è un mostro, mi hai capito? Non potete eleggerlo, dargli in mano la città! Per l’amor di dio!” tuonò l’altro di rimando.
“Di chi sta parlando? Bleakwood?” azzardò Liam, mentre il vecchio Rufus lo stava oltrepassando sulla via.
“Un mostro! Un assassino! Ah, la mia povera Evelyn… e poi Henrietta… e la piccola Madeleine, mio dio che orrore!” L’uomo si bloccò e si voltò verso di lui. “Devi assolutamente fermarlo! Ma stai attento all’acqua, è profonda e pericolosa!”
Liam non riuscì a dare un senso a quelle parole sconclusionate, il dolore doveva aver intaccato anche il cervello di quel vecchio.
Quando imboccò il vialetto di casa, Caitlyn lo stava aspettando sotto il portico, le braccia rigide, i pugni serrati e lo sguardo feroce.
“Dovrei avere paura di lei, non c’è niente di più pericoloso di uno spirito infuriato. Invece la amo.”
Liam sorrise con amarezza. “La amo da morire.”
“Ma dobbiamo restare qui ad ascoltare tutto il discorso?” chiese Liam imbronciato, mentre passava a Joen il grosso cavo verde che gli aveva indicato.
“No no. Quando tutto è collegato e il check audio è positivo, lascio il campo a Steve e Marvin, se ne occupano loro. Poi mi chiamano quando è tutto finito, per smontare e portare via il materiale noleggiato.” Joen era chinato a terra per sistemare i collegamenti alla consolle audio.
Nella piazzetta della vecchia fontana era stato allestito un piccolo palco, un gruppetto di sedie e altrettanti microfoni, due enormi casse acustiche ai lati. Il candidato favorito delle elezioni cittadine avrebbe presentato lì nel tardo pomeriggio le sue idee e il suo programma, proprio come indicavano i volantini che intasavano ancora la cassetta delle posta di casa di Liam.
Joen si alzò in piedi e si tolse la polvere dai jeans. “Non vuoi ascoltare che cosa ha da dire il professor Bleakwood?”
Liam scrollò le spalle. “Bah. Non mi convince molto quell’uomo.” Per altro, il candidato era già arrivato e stava chiacchierando con alcuni suoi accoliti nel bar prospicente la piazzetta. Non vestiva di tutto punto come i classici politici di carriera, in completi firmati e cravatte esclusive. Indossava un paio di jeans scuri, una camicia bianca e una giacchetta in pelle scamosciata. Più sportivo, più alla mano, vicino agli elettori che voleva conquistare.
“Considerazioni politiche a parte, è comunque benvoluto qui in città, anche dall’opposizione. Una persona gentile e affabile, sempre al servizio degli altri. Con tutto quello che gli è successo poi.”
“Già. Troppi sorrisi. O è perennemente sotto anfetamine, o non mi spiego come riesca a essere così sorridente.” Liam si appoggiò con la schiena al furgone parcheggiato dietro di loro. “Poi il vecchio Rufus, con quella sua bicicletta scassata, mi ha fatto un discorso strano. Sembrava più rintronato del solito eh, ma ce l’aveva proprio con suo cognato, William Bleakwood.”
Joen lo guardò stranito. “Quando lo hai visto Rufus, esattamente?”
“Ieri sera, era ancora in giro per la città col buio.”
Joen scosse la testa, mentre armeggiava con la consolle audio, per accendere i microfoni. “Odio dovertelo dire… ma Rufus è morto una settimana fa. Una brutta polmonite. Era già parecchio debole di suo, acciaccato dal lavoro in fabbrica, dal lutto della moglie, la scomparsa della nipote, poi si è trascurato completamente dalla morte della sorella.”
“Cazzo. Allora… ” mormorò Liam.
“Eh, è diventato uno dei tuoi.”
Liam alzò gli occhi verso il cielo, infastidito. “La smetti di chiamarli ‘miei’?!”
La piazzetta intanto si stava velocemente riempiendo di gente. Qualche famigliola in passeggiata dopo il lavoro, diversi anziani che si ritrovavano anche per chiacchierare in un luogo differente dal solito tavolino del bar, parecchie donne che trainavano passeggini o tenevano i bambini più grandi per mano.
“Uhm, questo candidato pare attirare più le mamme con i pargoli, che i loro papà” osservò Liam con un ghigno.
Joen diede anche lui uno sguardo alla platea riunita sotto il palco. “Eh sì, Bleakwood è un giovane vedovo, è ancora un bell’uomo, è bravo a trattare con i ragazzini, e quindi va forte tra il mondo femminile. Che ci vuoi fare!” Saltò sul palco e batté un paio di colpi sui microfoni. “Prova, prova, uno, due, tre!”
Tornò giù dalla scaletta di fianco e raggiunse di nuovo Liam. “Insomma, pensi che Rufus avesse ragione ad avercela con Bleakwood?”
“Non lo so. Ho una strana sensazione. Bleakwood non mi piaceva quando andavo a scuola e adesso pure di meno.”
“Ma se non era nemmeno uno dei nostri insegnanti!” sbottò ridendo Joen mentre raccoglieva il materiale avanzato.
Liam prese gli scatoloni vuoti che l’amico gli stava passando e li depositò in furgone. “Per fortuna! Non credo ci sarei andato d’accordo. Non mi fido delle persone troppo felici.”
“Stai diventando cupo… Capisco che tu non possa essere felice nelle tue, ahem, condizioni… ma sai, noialtri umani normali possiamo anche essere felici. Che cavolo, io sono felice con Lize.”
Liam sbuffò. “Ho detto sempre felici, sempre. Eri felice quando hai visto il tuo nuovo magazzino in fiamme?”
Joen gli rispose con l’eco dal fondo del furgone dove era salito. “Certo che no!”
“Appunto. Ci sono momenti felici e momenti no” continuò Liam. “Bleakwood sembra sempre troppo felice e io non ci credo.”
Stava intanto calando la sera e, oltre ai lampioni della piazzetta, vennero accesi pure i riflettori per illuminare il palco. In quell’istante una mano solida, delicata e morbida strinse quella di Liam, mentre tutto intorno lui poteva odorare il profumo dell’iris. “Bentornata” le sussurrò, mentre si portava la mano di Caitlyn alle labbra. Poi qualcos’altro attirò la sua attenzione: un bambino si muoveva tra la folla senza che nessuno si scostasse per lasciarlo passare. Poi scomparve e Liam pensò di esserselo immaginato. Forse stava accusando la stanchezza. Doveva davvero sospendere l’assunzione della formula del nonno, almeno per qualche tempo.
“Possiamo andare” esclamò Joen sbattendo forte le ante posteriori del furgone.
Liam si voltò verso l’amico per raggiungerlo, quando si sentì tirare per il giaccone. Si girò nuovamente e quello stesso bambino era lì di fronte. Riconobbe il ragazzino davanti alla vetrina del negozio e lo stesso della foto sul giornale.
“Puoi aiutarmi?” piagnucolò il bambino, prima di scappare nuovamente in mezzo alla gente accalcata sotto il palco.
“Ma cosa…” Liam rimase impietrito, mentre Caitlyn si lanciò velocissima all’inseguimento.
Tornò indietro dopo circa dieci minuti, da sola. “L’ho perso. Eravamo proprio di fronte al lago quando si è dissolto.”
“Il lago. L’acqua è torbida, profonda e pericolosa, aveva detto Rufus… ” bisbigliò Liam assorto.
“Toccava a te questa sera. Sì, sono sicuro!” berciò Liam uscendo dalla portafinestra della cucina sul retro della casa. “Ogni sera la stessa storia” mugugnò afferrando il bidone della plastica riciclabile per trascinarlo giù in strada. Litigava sovente con Nicholas per chi fosse incaricato dello smistamento dei rifiuti dopo la cena. Era contento che il fratellastro si fosse oramai trasferito in pianta stabile da loro, che si trovasse bene nella scuola locale, finalmente sereno per i miglioramenti della sorellina Julie, con la madre dall’altra parte del paese. Ma certe volte il ragazzino se ne approfittava.
“Cosa hai da guardare? Mica devi buttare la spazzatura tu!” Liam sorrise a Caitlyn, seduta sugli scalini del portico.
Lei si alzò per corrergli allegramente incontro. “Sai, sono proprio le piccole cose, anche quelle fastidiose, come la spazzatura, le ripicche con Lize o le ruote sgonfie della bicicletta, che mi mancano di più.”
Stava per risponderle, quando si bloccò a metà del vialetto. Lungo il marciapiede in fondo alla via stava avanzando una sagoma informe, malamente illuminata dai lampioni della strada. Sembrava un grosso animale, si muoveva lentamente, come se strisciasse sulle zampe, mentre allungava il lungo collo verso di loro. Qualsiasi cosa fosse era ricoperta di alghe e fango, e li stava fissando con due enormi occhi vuoti.
“Oh cazzo…” deglutì Liam. “Il mostro del lago.”
Caitlyn rise divertita. “E’ una bambina. Guarda meglio.”
Mentre si avvicinava verso di loro, l’ingombrante forma andava rimpicciolendosi. Liam riuscì a distinguere le gambe di una ragazzina, nascosta da una vecchia coperta sgualcita che le copriva le spalle e strusciava per terra dietro di lei, insieme a una vecchia rete da pesca. Come copricapo usava il teschio di un bovino, con le corna ricoperte di erba acquatica. Solo quando li raggiunse, Liam poté scorgere il piccolo viso e i lunghi capelli castani. Sapeva di averla già vista, ma non ricordava dove o in quale occasione.
“E poi voglio incontrare mio padre. Devi aiutarmi.” La sua voce era limpida come l’acqua fresca, gorgogliava allo stesso modo.
“Non c’è pericolo” gli sussurrò Caitlyn al suo fianco.
“Chi sei?” chiese allora Liam alla strana bambina.
“Madeleine Josephine Bleakwood” Si tolse il teschio dalla testa per poggiarlo sull’erba. Solo allora Liam la riconobbe. Era esattamente come nelle foto segnaletiche che cinque anni prima avevano invaso la città, la contea e poi l’intero stato.
“Sei scomparsa. Ti hanno cercata a lungo. Cosa è successo?” Liam non notava ferite sul suo corpo, segni di lotta, squarci o altri indizi sull’accaduto.
La ragazzina chinò la testa, fissando i suoi piedi nudi. Indossava lo stesso vestitino azzurro che indossava l’ultimo giorno, prima di sparire per sempre.
“E poi l’Orco è uscito dalle favole… Stavo tornando a casa, ho percorso il sentiero lungo, vicino al lago.”
Liam lanciò un’occhiata a Caitlyn, perché gli spiriti comunicavano direttamente, e lei annuì. “I suoi pensieri sono confusi. Anch’io fatico a capirla.”
“Chi è l’Orco? Il tuo assassino?” suggerì Liam.
La bambina sospirò. “E poi mi ha ucciso perché si vergognava di come mi amava… Ho sofferto per un amore strano, un amore crudele, il peccato più grande.”
“Quindi lo conoscevi? Sai chi è?”
Madeleine annuì lentamente. Sollevò una gamba e poi l’altra, quasi volesse pestare con i piedi il suo carnefice. “E poi l’amore vuole i suoi sacrifici. Non esiste sacrificio senza sangue. Il mio e il suo. E poi il nostro.”
Liam scosse la testa interdetto per quel discorso senza significato logico. “Dobbiamo prenderlo. Stanno sparendo altri bambini. E’ sempre lui, vero?”
Madeleine alzò il capo e fissò Liam negli occhi. Annuì lentamente di nuovo. “E poi toccherà al mio assassino. Prima voglio rivedere mio padre.”
Caitlyn prese il braccio di Liam. “Devi trovare il suo corpo, ovunque sia. Allora potremo portare il padre da lei.”
“Certo è proprio il momento giusto, in piena campagna elettorale, andare da Bleakwood e dirgli di aver rintracciato la figlia…” bofonchiò lui.
La bambina riprese il teschio e se lo rimise sulla testa. “E poi devi seguire me. Io ti porto.”
“Dove?” chiese Liam, presagendo già una terribile risposta.
“E poi verso il lago…” Madeleine si voltò per tornare indietro, da dove era venuta.
Liam mollò il bidone della spazzatura sul marciapiede e corse a prendere la bicicletta in garage. Già che c’era, afferrò anche lo zaino attrezzato, quello che Joen chiamava “Pronto Soccorso Fantasmi”. Scese giù in strada e cominciò a pedalare con forza dietro alla bambina, al Mostro del lago. Caitlyn lo seguiva, correndo veloce al suo fianco, ma i suoi piedi non avevano bisogno di toccare l’asfalto.
Non ci misero molto, Madeleine lo aveva guidato per il percorso più veloce, la strada statale che fiancheggiava la riva del lago. Si fermarono proprio lì.
“Adesso? Dove sei?” domandò lui, guardandosi intorno. Pochi lampioni illuminavano la zona.
“E poi devi venire tu da me” spiegò la bambina mentre si immergeva nelle acque oscure, lasciando dietro di sé una lieve increspatura.
“Non mi è mai piaciuto nuotare. Al buio poi ancora meno.”
Ma nella sua mente, Liam continuava a sentire la voce del vecchio Rufus.
“Ecco qua! Ci ho messo una settimana a convincerlo, ma sono riuscito a farmi prestare tutto quello che mi hai chiesto da mio cugino.” Joen si muoveva veloce tra le scatole di legno del retrobottega. “Ha voluto darmi ogni cosa in tre pezzi. Quindi tre mute stagne, tre maschere, tre coppie di pinne, tre bombole già cariche, tre erogatori, tre giubbotti per l’assetto.” Si spostò alla vecchia scrivania, rovistando in un cartone aperto. “Qui ci sono tre computer subacquei, tre manometri, tre torce, tre gruppi di zavorra, tre coltelli, tre boe di segnalazione. Beh, forse queste non ti serviranno.”
Liam ammirava la merce che gli stava mostrando. All’amico aveva detto che il materiale gli serviva per un altro progetto universitario, la raccolta di alcuni campioni del lago, insieme ad altri studenti del suo corso. Ma era ovviamente una bugia e ora doveva spiegargli il reale utilizzo, dopo la strana visita del Mostro del lago, lo spirito della piccola Bleakwood. Si sedettero sulle due sedie girevoli del retrobottega e Liam cominciò a parlare.
Mentre lo ascoltava, Joen sbatteva continuamente le palpebre, incredulo di fronte a quelle rivelazioni. Aspettò che l’amico terminasse, per mettere tutto insieme.
“Momento, momento. Fammi capire bene. A cosa accidenti ti serve tutta questa roba? Non la useranno i tuoi compagni, esperti sommozzatori?!”
“Beh no. Voglio immergermi io per cercare il cadavere di Madeleine” ammise Liam tranquillo.
“Cosa vuoi fare tu?!! Ma sei completamente impazzito!” Joen roteò le mani per aria. Quando era nervoso, gesticolava più del dovuto. “E vuoi andare di notte?!”
“No, non posso scendere nel lago con l’oscurità. Potrei vedere i movimenti della ragazzina, e di Caitlyn ovviamente, ma non riuscirei ad orientarmi là sotto, non ci sarebbe visibilità. Devo per forza immergermi di giorno, per avere il massimo di luminosità sott’acqua. Allora però, per poterle inseguire, devo bere la formula del nonno. Avrò un’autonomia di almeno quattro ore sicure.”
“Tu sei fuori di testa! Qualcuno te lo deve dire! Io non la so manco usare questa attrezzatura! A mio cugino ho detto che abbiamo il brevetto, ma non è vero… Se poi ci succede qualcosa?! Chi cavolo viene a cercarci?!”
Liam lo prese per le spalle per fermarlo. “Qualche lezione l’abbiamo fatta, e proprio con tuo cugino! Comunque vado giù da solo, tu resti a riva.”
“Ah no, no! Non ti posso lasciare andare giù da solo! E vuoi anche prendere quella brodaglia di tuo nonno!” Joen colpì la scrivania con un pugno.
“Non puoi venire con me, Joen. Stavolta no. Se ti succede qualcosa, Lize mi ammazza!”
“Oh bene. E’ quello che vuoi, no?!” sbuffò l’amico. “Stai anche ammettendo che potrebbe ‘succedere’ qualcosa…”
Joen incrociò le braccia risoluto. “No, questo piano non mi piace. Chiamerò mio cugino e gli chiederò se può venire ad assisterci. Faremo finta che i tuoi compagni hanno avuto un imprevisto e quindi io scendo con te, lui invece rimarrà a riva. Per darci soccorso, sperando non ce ne sia proprio bisogno. Non gli diremo ovviamente nulla del nostro vero intento, vorrei evitare l’ospedale psichiatrico.” Scosse lentamente il capo, negando l’immagine distorta che gli passò un momento per la mente.
“Ok, ci serviranno allora delle provette per raccogliere dei finti campioni. E se troveremo qualcos’altro là sotto, sarà puramente casuale” aggiunse Liam.
“Perfetto. Ci siamo imbattuti in un cadavere, stava qui da cinque anni, una fortuna sfacciata… Non vedo l’ora poi di trovare uno scheletro rinsecchito!”
Liam rise divertito.
Joen sospirò abbattuto. “Sono stanco di fare l’acchiappa fantasmi. Non possiamo trovarci un hobby più tranquillo? Anche gli scacchi mi vanno bene. Io, te e una stupida tavoletta di legno! Cosa può accadere con gli scacchi?!”
“Che Caitlyn si diverte a spostarti le pedine…” concluse Liam con un sogghigno.
Anche se Liam ostentava calma e tranquillità, nelle notti successive i suoi sogni furono alquanto agitati. Si contorceva nel letto, tra le braccia di Caitlyn, mugugnando sillabe tra loro sconnesse. Al mattino non sempre ricordava la materia di quelle visioni disturbanti, ma un sogno in particolare era stato alquanto vivido, reale fino a quasi toccarlo. Il nonno era seduto sulla sua poltrona nell’angolo del salotto e in grembo, tra le mani, reggeva la sua scatola rossa, proprio quella contenente le erbe e la straordinaria formula per entrare nel regno dei morti senza attendere l’oscurità della notte.
“Ti raccomando cautela” gli diceva mostrandogli la scatola. “Questa è solo per i casi di necessità. Non devi abusarne.”
Glielo aveva ripetuto ancora e ancora, fino al risveglio all’alba, quando Liam si era alzato di soprassalto un attimo prima che Caitlyn scomparisse al suo fianco. Da allora ci pensava spesso. Reale o meno, il nonno aveva voluto avvisarlo di prestare attenzione e questo lo aveva colpito nel profondo. Avrebbe usato la formula per trovare la piccola Madeleine e poi avrebbe riposto la scatola al sicuro, lontano dalla tentazione? Non conosceva la risposta giusta.
Giunse finalmente il sabato mattina per il quale il cugino di Joen aveva dato disponibilità ad aiutarli nell’immersione. Liam era in garage e stava preparando lo zaino con tutto il necessario, quando comparve Anne davanti alla porta spalancata. Quel giorno le scuole erano chiuse per festività nazionale. Pure Nicholas era in casa a dilettarsi in cucina con una nuova ricetta dolce. Aveva deciso di voler diventare uno chef e Liam ne andava orgoglioso.
“Che cosa stai combinando?” gli domandò Anne con un tono alquanto perentorio, senza alcun preambolo.
“Vado al lago per un progetto di ricerca. Campioni dell’acqua per studio degli inquinanti industriali” le rispose sorridendo. Una bugia protegge chi amiamo dalla verità, pensò tra sé.
“No, non intendo questo.” La sua voce era durissima, mentre gli si avvicinava. “Lei è inquieta, lo sento. Delle mattine è rabbiosa e fa saltare tutte le cassette della posta mentre cammino in direzione della scuola. Altre mattine è triste, mi sembra quasi di udire i suoi sospiri nella brezza. Comunque, c’è qualcosa che non va tra voi. Ripeto: che cosa stai combinando?!” All’ultima frase gli puntò un dito sul braccio teso.
“Niente. Sono cose da adulti. Bisticci fra innamorati.”
Anne borbottò qualcosa di incomprensibile, prima di alzare nuovamente il tono. “Ah no, non trattarmi da stupida, perché non lo sono.”
Liam si appoggiò al vecchio tavolo da lavoro. “Certo che non lo sei, e non ho detto questo.” Esausto per un’altra nottata inquieta, si passò una mano sulle palpebre chiuse e poi sui capelli della fronte, prima di trovare le parole corrette. “Io voglio fare una data cosa, perché ritengo sia giusta. Ma diciamo che ci sono dei rischi, per la mia salute. Per me sono bassi, per Caitlyn sono molto più alti. Quindi non vuole che io faccia questa data cosa. Ecco.”
Spostando il peso da una gamba all’altra, quasi in un balletto lento, Anne stava soppesando quanto le aveva detto. Sospirò, prima di esternare i suoi pensieri.
“Hai mai pensato che forse quel poco che avete è l’unica cosa certa che potete davvero avere voi due?”
Liam rimase attonito. Quella ragazzina sì possedeva la straordinaria capacità di farlo sentire un idiota. “Eh? Cosa intendi?”
Anne sbuffò allargando le braccia. “Mi spiego: non sei certo di poter avere di più. Se tu dovessi avere un incidente grave… e tu… morissi… ” Si fermò a fissarlo negli occhi prima di proseguire. “Potresti finire da un’altra parte, non dove sta lei in questo momento e allora la perderesti per sempre.”
“No” rispose subito lui. Ripensò a quell’ipotesi, ci aveva riflettuto spesso nei mesi addietro, ma era oramai convinto di poterla escludere. “No, non credo funzioni così. Nel caso in cui io… dovrei rimanere esattamente nel suo stesso piano… dimensione… alternativa o come accidenti vuoi chiamarla.”
Anne scosse la testa sconsolata. “Non lo sai. Non lo puoi sapere. Non c’è alcuna certezza. Non è Matematica questa.”
Lui non ribatté nulla, ma sorrise perché Anne era bravissima in tante cose, ma in Matematica era proprio una schiappa.
“Probabilmente è proprio questo ciò di cui mia sorella ha paura. Lo capisci o no?!” continuò lei con un filo di disperazione nel tono.
Calò un lungo silenzio. Finché con uno scatto improvviso, Anne abbracciò Liam alla vita, seppellendo il suo viso tra le pieghe del maglione di lui.
“Non voglio perderti nemmeno io. Perciò, per favore, stai attento.”
Quando Anne si ritrasse diversi minuti dopo, Liam notò i suoi occhi appena arrossati e un po’ lucidi.
“Adesso vado a mangiare il dolce che Nicholas mi ha promesso” affermò con sicurezza.
A Liam scappò un risolino. “Eh già… Nicholas… ne vogliamo parlare?”
Lei non si scompose minimamente. “D’accordo, mi piace Nicholas, lo ammetto.” Alzò le spalle con noncuranza. “Ma non esageriamo eh! Non ho mica detto che lo sposerò, il mondo è grande là fuori!”
Liam esplose in una risata liberatoria. “Ma da dove salti fuori tu, piccolo diavoletto?!”
“Bene ragazzi, adesso siete pronti!”
Anthony, il cugino di Joen, li aveva aiutati a infilarsi la muta stagna e tutto il resto dell’equipaggiamento necessario per l’immersione subacquea. Era giunto con il suo furgone direttamente di fronte al lago, sul piazzale attrezzato per la sosta dei turisti, con le panchine in legno e due barbecue in muratura. Da lì scendeva il sentiero di un centinaio di metri verso la riva, proprio dove quella sera la piccola Madeleine era sparita nell’acqua scura.
Joen era passato a prendere Liam a casa, perché l’amico aveva già bevuto l’intruglio preparato con la formula del nonno e Joen non voleva rischiare che Liam avesse una crisi cardiaca proprio alla guida in direzione del lago, anche se lo preoccupava di più doverlo soccorrere sott’acqua. Liam gli aveva assicurato di aver calcolato bene i tempi, di aver ingerito la formula in anticipo proprio per scongiurare un attacco una volta in immersione.
“Aspettate, vi ho portato anche questa, così me la provate.” Rovistò all’interno di un borsone grigio, rinvenendo una scatola di plastica trasparente. “Fotocamera digitale subacquea, ad alta risoluzione. Me l’ha inviata il produttore in test.” La estrasse dalla confezione e la consegnò nelle mani Joen. “L’ho già configurata, ha la memoria vuota. Per scattare, basta premere qui, vedi?”
Con le pinne già ai piedi, camminarono come delle misteriose papere aliene verso la riva del lago e lì si fermarono in attesa. Dall’acqua splendente sotto i raggi del sole del mattino emersero due figure che solo Liam poteva vedere: Caitlyn, nella sua consueta lunga veste bianca, e la piccola Madeleine, ancora camuffata da temibile Mostro del lago. Fece un cenno a Joen di seguirlo e avanzò verso di loro. Dopo qualche metro, controllarono gli erogatori e si infilarono in bocca i boccagli per respirare, prima di immergersi completamente.
L’acqua era davvero torbida, come aveva detto il vecchio Rufus, perché le correnti lasciavano la sabbia in sospensione. Nuotarono diversi metri verso il fondale, incrociando qualche pesce solitario e residui di alghe morte. Liam si muoveva dietro alla piccola Madeleine, con Caitlyn che gli stava sempre al fianco. Non avrebbe saputo dire da quanto tempo fossero là sotto, ma raggiunsero un crostone roccioso, ricoperto di piante filamentose e muschi acquatici.
Madeleine si sedette sopra quella roccia e indico con la mano sotto di lei. “E poi sono qui. Guarda bene.”
Liam nuotò più in basso. Il crostone nascondeva una minuscola grotta, una rientranza di appena un metro. Nascosto da diverse alghe fluttuanti alla lieve corrente lacustre e semi sepolto dal fango e dalla sabbia, intravide un piccolo corpicino.
“Oh cazzo…” esclamò Liam tra sé. Fece un cenno con il braccio a Joen che gli arrivò appresso.
Non poteva sentire le esclamazioni dell’amico, ma era chiaramente sconvolto quanto lui. Entrambi erano convinti di dover rintracciare uno scheletro, un piccolo teschio con tutte le sue ossa rovinate dal tempo. Non si aspettavano invece di trovare quella cosa, in un certo senso più orribile e tremenda a vedersi.
Sembrava una bambola di ceramica, con gli occhi spalancati verso il cielo. Aveva mantenuto la sua forma originale: si distinguevano chiaramente braccia e gambe, forse mancavano alcune falangi dalle manine, parzialmente nascoste dai sedimenti e dalle piante. Il volto aveva un colore bianco grigiastro, ma aveva conservato i tratti somatici. Solo il naso si era ridotto e le labbra erano scomparse, ma la bocca era serrata in una smorfia di terrore. La testa aveva conservato i capelli, una massa rigida e feltrosa, come una parrucca di bassa qualità. Non erano castani come nelle foto segnaletiche, ma sbiaditi verso un biondo rossastro opaco. I brandelli di tessuto appiccicati al corpo erano di un azzurro stinto, lo stesso vestitino con cui era scomparsa.
Erano passati cinque anni dalla sua scomparsa ma sembrava non fosse trascorso nemmeno un giorno.
Liam allungò una mano verso il braccio scoperto dalla sabbia.
“Non toccarlo! E poi lascia il mio corpo dove è!” gridò lo spirito di Madeleine sopra di lui. “Se lo tocchi, e poi si sfalda.”
Allora Liam si girò verso Joen, aprì e chiuse il palmo della mano per indicargli di scattare qualche foto al cadavere. L’amico, riluttante di fronte a quel panorama raccapricciante, cominciò a usare la fotocamera subacquea, inquadrando la scena da diverse angolazioni.
“E poi prendi la coperta, laggiù. Digli che l’hai pescata. Portala a mio papà.”
Liam si spostò sulla sinistra. Appena fuori dal crostone roccioso, impigliata in un pezzo di legno, trovò la coperta sgualcita usata come mantello dallo spirito di Madeleine. Doveva essere stata rosa, con una stampa a motivi floreali, ma era rimasto davvero poco del suo colore originale. Il padre William Bleakwood l’avrebbe riconosciuta?
“E poi lascia che sia lui a venire da me, per favore. Voglio rivedere mio papà, non mi interessa altro” aggiunse lei.
Con cautela per non strapparla, Liam tolse la coperta dal legno e la ripose dentro una retina per riportarla in superficie. Qualcosa però si agitava sul suo polso, lo smartwatch stava vibrando un allarme. Joen si bloccò nello stesso momento e si voltò verso Liam, giusto qualche minuto prima che lui perdesse conoscenza e lasciasse andare il boccaglio.
“Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo! Guarda qua!”
Joen aveva riportato in superficie in tutta fretta Liam. Con l’intervento di Anthony, lo aveva trascinato a riva. Il cuore aveva ripreso il suo consueto battito tranquillo e adesso stava aiutando Liam a sputare l’acqua entrata nelle vie respiratorie durante la risalita.
“Sto bene…” mormorava Liam, tra un colpo di tosse e l’altro.
“No, che non stai bene! Per fortuna ho installato un’altra app di controllo del tuo ECG sul mio smartwatch. Lo percepivo vibrare sott’acqua. Se non l’avessi fatto, non mi sarei neanche accorto che eri svenuto!” Joen parlava a bassa voce per non farsi udire dal cugino. Non capiva se si sentiva più arrabbiato, spaventato o terrorizzato per ciò che sarebbe potuto accadere a Liam, ma lo aiutò a togliersi la muta stagna ed a rivestirsi con indumenti asciutti e, soprattutto, caldi. Era comunque una giornata fredda, anche se assolata. Caitlyn restava seduta accanto a Liam, in silenzio. Gli accarezzò un’ultima volta la mano, prima di dileguarsi nel suo mondo nascosto alla luce.
Anthony avrebbe preferito chiamare il pronto intervento medico, ma lo convinsero che non era necessario. Gli mostrarono i valori dello smartphone ECG indossato da Liam, assolutamente sotto controllo. Allora cominciò a sistemare con ordine l’attrezzatura dentro il suo furgone.
Rimasti in disparte da soli, seduti sulle panchine di legno del piazzale, i due amici osservavano il risultato delle loro ricerche.
“Ho scattato qualche foto” disse Joen, mostrando la fotocamera. “Certo che dà i brividi quella cosa. Come ha fatto a conservarsi in quel modo?”
“Credo di averlo letto in un romanzo, un thriller di qualche anno fa” ammise Liam. “La chiamano saponificazione dei cadaveri, ma non credevo fosse davvero possibile. Pensavo fosse un’esagerazione della scrittrice, a scopo letterario. Però tecnicamente è possibile. Ho studiato quel processo in Chimica.”
Joen spalancò gli occhi. “Saponificazione?!”
Liam si passò la mano sui capelli ancora umidi. “Sì, in determinate condizioni, come assenza di ossigeno, umidità permanente, basse temperature e presenza di tessuto adiposo, il corpo si trasforma in una sostanza simile al sapone o alla cera, bloccando la normale decomposizione degli organi e della pelle. Diventa come quelle statue di cera dei personaggi famosi. Di fatto, congela il cadavere nel tempo. Una volta che il processo è concluso, il corpo può rimanere in quello stato per anni. Forse addirittura per decenni.”
Joen lasciò andare il respiro a lungo trattenuto. “Diventiamo sapone… Ma che cavolo! Adesso non riuscirò più a lavarmi le mani! Che schifo!”
“Non è un corpo morbido. Sembra malleabile alla vista, ma in realtà è un guscio solido” aggiunse Liam. “se poi avessero scandagliato il lago, non l’avrebbero trovata. Era protetta dal crostone roccioso. Forse proprio quello le ha consentito il processo di saponificazione.”
“Si vabbè, non voglio sentire altro. Però cosa facciamo adesso?”
Liam accennò col capo alla retina per terra davanti a loro. “Porteremo la coperta a suo padre, come mi ha chiesto Madeleine.”
Joen scosse la testa. “Non sarebbe meglio andare dalla polizia? Così recuperano il corpo e tutto il resto.”
“No, lei vuole prima incontrare suo padre, questo glielo dobbiamo. Poi ci dirà chi è il suo assassino e in qualche modo diremo anche quello alla polizia.”
Joen non era convinto del piano, traspariva dalla sua espressione. “Ma come accidenti farà suo padre a vedere il fantasma? Io non la vedo, tu solo la vedi…” Poi si voltò preoccupato verso l’amico. “Non vorrai mica fare bere a Bleakwood quell’intruglio?!”
Liam sorrise. “No, trascineremo Bleakwood qui al tramonto, quando il velo si assottiglia.”
“E che accidenti cambia?! Ho visto un sacco di tramonti senza fantasmi, per mia fortuna!” esclamò Joen alzandosi in piedi per stiracchiarsi le gambe.
Liam ripeté le stesse parole che Caitlyn gli aveva riferito giorni addietro, anche se per lui avevano un significato diverso.
“Se lei lo vorrà, suo padre potrà vederla e parlarle. Ci sono dei legami che sono più forti della morte.”
Suonarono il campanello della residenza di Bleakwood nel primo pomeriggio. Era una casa a due piani in stile vittoriano, ma modesta nelle rifiniture. Tutto intorno il giardino era ordinato, con l’erba tagliata di fresco, ma senza fiori o arbusti come ornamenti che lo abbelissero. L’insieme trasmetteva al contempo sobrietà e malinconia.
“Buon pomeriggio ragazzi, cosa posso fare per voi? Qualche intervista per le elezioni? Richiesta di contributi per progetti giovanili?”
William Bleakwood si presentò alla porta con un paio di pantaloni da lavoro, quelli con mille tasche dove inserire gli attrezzi, e una camicia di flanella grossa a quadri. Indossava gli occhiali da lettura che gli conferivano proprio l’aria del professore pronto a interrogare i propri alunni.
Si fece avanti Liam, presentando entrambi e spiegandogli che quel mattino avevano condotto delle ricerche per un progetto universitario. Joen se ne stava in disparte, perché temeva di dire qualche parola di troppo e mandare in fumo tutto il piano dell’amico.
“Non sappiamo se lei possa riconoscere questa.” Liam tirò fuori da un grosso sacco di plastica il tessuto sgualcito della copertina di Madeleine. L’avevano lavata con l’acqua pulita del rubinetto, togliendo detriti e fango, così ora si distingueva parte della fantasia floreale, con piccole nuvole rosa.
“Non volevamo disturbarla, ma ci ricordavamo del caso di sua figlia, scomparsa anni fa. Uno dei dettagli riportati dai giornali era che la bambina era sparita insieme alla sua copertina. Potrebbe forse essere questa.” Liam aveva scelto tutte frasi ipotetiche, anche se lui e Joen avevano la certezza assoluta su quell’oggetto, ma non avrebbero potuto spiegare all’uomo perché ne fossero certi.
“Oh mio dio… ” sussurrò appena Bleakwood. La prese tra le mani, la girò più volte e infine la annusò, respirando a fondo.
“Dove l’avete trovata?” chiese dopo un lungo silenzio.
“Sul fondo del lago.”
L’uomo per un istante perse il suo consueto sorriso ed apparve smarrito alla parola “lago”.
Liam notò quell’ombra improvvisa sul suo viso, anche se Bleakwood tornò subito alla sua solita espressione affabile e gentile.
“Se vuole, la portiamo sul luogo dove l’abbiamo rinvenuta. Quanto meno, sulla riva. Poi deciderà lei come agire, con la polizia e tutto il resto. Sappiamo che è un momento particolare per lei, con le elezioni e la campagna in corso” aggiunse Liam. Doveva convincerlo a seguirli fino al lago, dove Madeleine li attendeva.
“Sì, sì, certo. Andiamo subito. Anche se sta già calando la sera, non vedremo granché con il buio.”
Forse proprio per questo vedremo di più, pensò Liam.
“Noi siamo scesi in acqua da questa parte e poi abbiamo proseguito leggermente verso sinistra.”
Erano giunti al piazzale di fronte al lago proprio quando il sole aveva lasciato l’orizzonte. Potevano ancora approfittare della luminosità del tramonto, ma non sarebbe durata a lungo. Avevano camminato lungo il sentiero e si erano fermati proprio dove quella mattina avevano preso l’attrezzatura. Liam stava indicando a Bleakwood il percorso che probabilmente avevano seguito sott’acqua, come si poteva anche vedere dal tracciato della navigazione inerziale, un marchingegno che Anthony aveva agganciato alle cinture delle mute. Joen stava mostrando la mappa del lago dal suo tablet e il loro tragitto era segnato con un tratteggio rosso sull’area colorata di blu dello specchio lacustre.
“Quindi, là sotto, avete trovate la coperta di mia figlia. E lei non c’era?” chiese l’uomo con un filo di speranza.
Liam non sapeva esattamente cosa rispondergli. Stava cercando di prendere tempo, quando Caitlyn gli apparve al fianco.
“Sta arrivando” gli disse in un soffio.
L’acqua gorgogliò a qualche metro di distanza dalla riva. Lentamente emerse prima la testa, con i due enormi occhi vuoti, e poi tutto il resto del Mostro del lago. Avanzò piano verso di loro fino a raggiungere le acque più basse e lì restò immobile per un attimo. Lasciò cadere il suo travestimento e rivelò le forme della piccola Madeleine. Con le sue gambette, proseguì la camminata verso il terreno asciutto.
“La mia bambina! La mia piccola Maddy!” esclamò il padre in un singulto.
“Ciao papà” disse lei. La sua voce era incolore e neutra come l’acqua limpida.
L’uomo avrebbe voluto abbracciarla, ma aveva timore ad avvicinarsi troppo. Era sua figlia, era lì davanti a lui, ma non era possibile. Sua figlia era morta.
“La mia bambina! Madeleine, quanto mi manchi!” Giunse le mani in una preghiera, trasognato a quella visione.
“E poi ti manco io o ti manca quello che mi facevi? Davvero papà?” Lei rimase immobile, i piedi ancora nell’acqua.
L’uomo sbatteva le palpebre incredulo. “No, ma cosa dici…”
Madeleine continuò senza alcun turbamento. “E poi come fai a vivere nella menzogna? Come riesci a sorridere ai genitori dopo aver ammazzato i loro figli?”
Bleakwood si contorceva nervoso le mani. “No, no, non è così. Io ti voglio bene, ti ho sempre voluto bene. A te, a loro, a tutti…”
“E poi è morta anche la mamma, quando ha scoperto il tuo schifoso segreto. La chiudevi a chiave nella vostra camera. E poi venivi da me. Ti infilavi nel mio lettino. Io adoravo il mio papà. E poi quello nel mio lettino era un orco. Mi metteva le mani ovunque, mi faceva male.” Il suo tono basso veniva dall’oltretomba.
“No, no, no!” L’uomo si tappò le orecchie con i palmi.
“Oh cazzo… ” borbottò attonito Liam di fronte a quella rivelazione.
Anche Joen stavolta vedeva la bambina, tanta era l’energia che il fantasma stava impiegando. Ma la curiosità di comprendere quanto lei diceva superò la sua paura per gli spiriti molesti. “Ma che cosa?! L’ha uccisa suo padre?” chiese all’amico al suo fianco.
“Peggio, molto peggio” rispose Liam.
Caitlyn gli si avvicinò, prese il suo braccio e affondò la testa nell’incavo della sua spalla. “Non riesco a crederci” mormorò sconvolta.
“E poi mi baciavi tutta. Mi dicevi che era il nostro piccolo gioco, solo io e te. Sapevo che era male. E poi piangevo, ma tu non mi guardavi mai in faccia.”
L’uomo cadde a terra sulle ginocchia, piangendo a dirotto. “Io non volevo. Non volevo. Giuro che non volevo. Ti amavo troppo… ho perso il controllo…”
Madeleine mosse lentamente la testolina. “E poi quello non era amore. Nessun papà degno avrebbe mai fatto quello che tu mi hai fatto. E poi eri dentro di me.”
“Ti chiedo perdono. Non volevo, davvero” supplicò Bleakwood, scosso dai singhiozzi.
“E poi hai continuato. Ancora e poi ancora. Su di me. E poi su di loro, quando sono morta. Quanti altri ne hai ammazzati, te lo ricordi? E poi sono tutti qui, in fondo al lago, a farmi compagnia.”
“Adesso capisco perché non voleva dirci nulla dell’assassino, ma chiedeva solo di incontrare suo padre. La stessa persona” mormorò Liam.
Dal profondo del lago avanzavano adagio altre quattro minuscole forme indistinte. Man mano che si avvicinavano alla riva, si riconobbero gli altri quattro ragazzini scomparsi dopo Madeleine, tre maschi e un’altra bambina. Tra di loro c’era anche Christopher Noland, il bambino che aveva chiesto aiuta a Liam, prima di sparire nel nulla. Si fermarono dietro allo spirito di Madeleine.
“Siamo tutti qui per te” dichiararono all’unisono.
L’acqua del lago cominciò a risalire la riva, gorgogliando sempre più velocemente, come se una forza più potente della marea la stesse muovendo.
“E poi siamo stati in silenzio per troppo tempo. Non possiamo più permettere che tu continui. E poi è giunta la tua ora!” gridò ferocemente Madeleine.
Bleakwood si riscosse dal proprio pianto. Si asciugò le lacrime con la manica della camicia. Osservò i dintorni guardingo. “Cosa? Chi?”
Tornò a guardare sua figlia e gli altri bambini che lo fissavano con espressione severa.
“E poi verrai con noi. Il lago è così grande…” Mentre Madeleine pronunciava le ultime parole, gli spiriti scomparvero scendendo nel lago sempre più scuro.
Bleakwood cercò di alzarsi in piedi velocemente, ma scivolò sull’acqua che era risalita fino alle sue caviglie.
Puntò le mani sul terreno sottostante, ma non riusciva a rialzarsi. Qualcosa lo stava trascinando verso il fondo.
“Aiuto! Aiutatemi!” gridava in preda al panico. “Sono impigliato!”
Liam e Joen si avvicinarono per soccorrerlo. Tastarono le sue gambe e in effetti un vecchio cavo di ferro arrugginito era aggrovigliato al suo piede destro e qualcuno lo stava tirando dall’acqua. Sembrava una di quelle catene agganciate ai corpi morti per ormeggiare al largo le barche, ma era da parecchio tempo che nessuno navigava più in quella porzione di lago.
“Credo proprio che Madeleine lo voglia affogare, portarlo laggiù con sé” disse Caitlyn lì vicino a loro.
“Dobbiamo impedirglielo, dobbiamo salvarlo” borbottò Liam inginocchiandosi accanto all’uomo e tastando il suo corpo in acqua.
“Aiutatemi! Per favore, aiutatemi!” continuava a gridare Bleakwood.
“Non riesco a liberargli il piede, accidenti” esclamò Joen. “Ci vorrebbe una sega circolare, ma non abbiamo tempo.”
Liam cominciò a tirare il cavo verso la riva, per contrastare l’azione verso l’acqua, come in un drammatico tiro alla fune. “Oh cazzo…”
Anche Caitlyn aggiunse la sua forza alla sua, ma gli spiriti del lago dovevano essere davvero furiosi.
“Aiutatemi! Non lasciatemi morire!” urlò l’uomo a squarciagola.
Qualcuno sentì le loro grida nella notte. Diverse persone accorsero dalle case più vicine. “Che succede?” domandò un passante dalla strada statale.
“Chiamate i soccorsi, la polizia!” urlarono i ragazzi insieme.
Degli uomini scesero giù per il sentiero per aiutarli. Non capivano quale fosse la forza indicibile che stava trainando quella catena e non riuscivano in alcun modo a liberare Bleakwood dal suo artiglio. L’uomo, oramai impazzito, sbraitava a tutti la sua innocenza.
Non morì affogato, perché l’acqua alla fine si ritirò e la catena giacque morta sulla terra bagnata. Ma ebbe comunque un infarto fatale.
Subito dopo i cadaveri dei bambini, compresa la bambola di ceramica che era diventata Madeleine, vennero a galla e si ammassarono sulla riva, vicini al corpo dello stesso
Bleakwood. Le vittime avevano finalmente ottenuto la loro vendetta.
“Tutti quei sorrisi nascondevano davvero qualcosa di grave” mormorò Liam.
Le indagini per la morte degli altri bambini sarebbero state più lunghe e complesse, ma per quanto riguardava la piccola Madeleine il suo cadavere saponificato aveva trattenuto e protetto una prova inconfutabile e aberrante: lo sperma di suo padre dentro il suo minuscolo corpicino. Il dettaglio aveva sconvolto l’intera cittadina, appena la notizia era trapelata fuori dalle fonti investigative, prima ancora di finire sulla stampa.
Liam non poteva affermare che la storia lo avesse lasciato indifferente. Anche se era oramai abituato alle peggiori crudeltà umane, erano morti cinque innocenti, cinque piccole anime che avevano un’intera vita davanti a loro. Questo lo riportava in un attimo alla tragedia subita anche dalla sua Caitlyn.
Si svegliò presto per andare in bagno, era di nuovo il suo giorno libero e non aveva rinunciato all’idea di prolungare la presenza di lei alla luce del sole. Stavolta però Caitlyn si era preparata. “No!” gli gridò, mentre con la mano scaraventava a terra il bicchiere con la formula.
Liam si riscosse dal torpore del sonno. “Ma perché?!”
“La devi smettere si usare quella roba, altrimenti io sparisco per volontà mia, dico sul serio.” Caitlyn incrociò le braccia risoluta.
Lui sospirò. “Mi dispiace. Oggi volevo la tua compagnia, tutto qui.”
Lei allora lo abbracciò stretto. “Ti amo, non posso vederti distruggere la tua vita a questo modo.”
“Ancora pochi minuti e mi lascerai fino al tramonto” mormorò lui abbattuto.
“Che oggi sarà poco prima delle quattro del pomeriggio. Ce la puoi fare!” sorrise lei.
Liam le sollevò il mento per baciarla intensamente. Erano gli ultimi momenti insieme e le loro labbra diventavano di fuoco.
Ma Caitlyn iniziò a tremare, rovesciò la testa all’indietro e spalancò lo sguardo atterrita.
“Sta arrivando! Sta arrivando!” urlò con voce acuta.
“Chi sta arrivando?” chiese Liam anche se già indovinava la risposta.
“Lui… il mio assassino… sta arrivando… vuole vendicarsi sulle mie sorelle…”
Liam cercò di trattenere Caitlyn tra le braccia, ma l’alba se l’era già portata via.
(c) 2026 Barbara Businaro
Note finali:
Ce l’abbiamo fatta. Anche quest’anno ce l’abbiamo fatta. Lo scrivo al plurale perché questa serie è un gioco di squadra: io, Liam, Caitlyn, Joen (che se ne esce sempre con battute inopportune, come quella degli scacchi) e pure Anne, piccola e impertinente. Un ringraziamento speciale va anche alla mia beta reader, che legge e verifica i miei orrori ortografici quasi in diretta, scene per scena. Talvolta i suoi commenti finiscono nel testo, come la battuta di Joen sul non riuscire più a lavarsi le mani col sapone, variazione dell’originale “Non so se ce la farò più a fare il bucato!” 😀
Questa storia è stata un processo lungo, anche perché siamo alle ultime battute, il racconto numero 11 in una serie di 13 e quindi tocca riannodare tutti i fili sparsi. Se ricordate, due anni fa mi ero chiesta se terminare con la decina, ma poi avevo scelto di arrivare al numero 13, che ha molti significati simbolici: è legato alla trasformazione e alla rinascita, rappresenta anche la ribellione contro la vita eterna, ma soprattutto è associato alla figura di Sant’Antonio da Padova, mia città adottiva. Qui abbiamo un enorme rispetto per il Santo e chissà che non ci metta una buona parola per far pubblicare un giorno questa storia!
Questo racconto parte da lontano, dal fantasma in bicicletta, ovvero il vecchio Rufus. L’idea mi era venuta in ufficio, un anno fa: stavamo stampando con il plotter un’enorme bicicletta, da utilizzare come biglietto per il buono regalo di una bicicletta vera per una nostra collega in pensionamento. Dovendo stampare una foto di grande dimensioni, ho impiegato il mio abbonamento a Depositphoto, che di solito è per le foto del blog, per scaricare un’immagine decente. Ricordo di aver detto “Ecco, dovrò scrivere un racconto con una bicicletta per usarla sul blog!” e l’altro mio collega ha risposto “Beh, un fantasma in bicicletta, no?” Lui rideva, e intanto l’idea prendeva forma nella mia testa malata. Però ho capito poi che quel fantasma lì era solo un messaggero, non lo spirito alla ricerca di giustizia (o di vendetta) del racconto da scrivere. Quindi sono rimasta in attesa di scoprire chi fosse lo spirito protagonista e cosa volesse davvero da Liam.
Negli episodi precedenti c’erano già stati il fantasma di un cane, quello di un vascello, un intero cimitero arrabbiato, tre ragazzi evirati con il fronzolo in mano, una partoriente in travaglio e un’anziana demente. Cos’altro potevo aggiungere ancora?!
Il Mostro del lago e la bambina che ci si nascondeva sotto mi sono apparsi mentre rivedevo la partecipazione del mio coach Sam Heughan alla cerimonia di apertura dei Commonwealth Games questa estate (ne ho scritto qui, per il mio viaggio in Scozia lo scorso luglio: Glasgow al centro del mondo. The MPC Gala 2026). La mia cara Nessie, il mostro di Loch Ness, mi ha regalato l’idea. Il difficile è stato ascoltare ciò che aveva da raccontarmi questo fantasma, qual era il terribile dramma che aveva portato quella bambina sul fondo di un lago profondo. Purtroppo nel 2026 gli abusi sessuali nei confronti di figli e nipoti consanguinei sono ancora orrendi fatti di cronaca. Dove finisce l’uomo e comincia la bestia?! Mi chiedevo anche quali conseguenze poteva aver avuto su una bambina un dolore, fisico e morale, così grave. Volevo caratterizzare il personaggio con qualcosa e la risposta mi è giunta da una frase in una newsletter: «E poi…» è tipico dei racconti che fanno i bambini, che non sono ancora in grado di vedere e mettere in luce le relazioni di causa e conseguenza. (Fonte: Bottega di narrazione) Chiaramente Giulio Mozzi aveva altro intento quando l’aveva scritta, ma poco importa, è servita al mio scopo. Quando l’infanzia viene spezzata brutalmente, diventa in effetti impossibile mettere nella giusta collocazione causa, colpa, conseguenza e riparazione. Ecco perché Madeleine parla in maniera confusa, iniziando le sue frasi con «E poi…» e mescolando l’ordine temporale.
Poi dovevo incastrare tutto quanto in maniera plausibile: come può un cadavere ripescato dall’acqua cinque anni dopo fornire l’indizio concreto e incontrovertibile del suo assassino? In questo mi ha aiutato Kay Scarpetta, l’anatomopatologa forense più famosa della narrativa, dalla penna di Patricia Cornwell. Non che sia stata lei a scrivere proprio della saponificazione, ma ci sono arrivata per caso, conducendo alcune ricerche online sui cadaveri sepolti nelle acque profonde, lì dove possono soggiornare quietamente anche i mostri lacustri. Tra i vari processi, spiegavano anche la trasformazione del grasso corporeo in adipocera, sostanza simile alla cera o al sapone. Arrivare il lunedì mattina in ufficio, sentirsi chiedere “Cosa hai fatto nel weekend?” e rispondere con calma serafica “Ho studiato la saponificazione dei cadaveri in acqua” e godersi le facce atterrite, giusto prima di Halloween, non ha prezzo. 😉
Ora vado a festeggiare, magari con dei biscottini al cioccolato a forma di bara!
Volete sapere come continua? Trovate l’indice di tutta la serie qui: La storia di Liam e Caitlyn

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