Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere di Jorge Bucay - Particolare della copertina

Lascia che ti racconti
Storie per imparare a vivere di Jorge Bucay

Questo libro meraviglioso l’ho scoperto tramite un’amica peaker, che ha condiviso nella community una delle storie che leggerete qui di seguito, L’elefante incatenato, per farci riflettere su come a volte i limiti ce li poniamo noi stessi, con le nostre paure.
Mi piacque così tanto che andai subito a sbirciare la provenienza del racconto: Jorge Bucay, medico e psicoterapeuta di Buenos Aires, che aveva scritto questa straordinaria antologia Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere ancora nel 1994, facendola diventare un bestseller in breve tempo.
La copertina dell’edizione italiana di Rizzoli, illustrazione di Roberto Weigand, è bellissima e non ho resistito, ho messo il cartaceo nel carrello di Amazon ed è arrivato per il mio compleanno a dicembre.

L’organizzazione del testo è particolare. Bucay nel suo lavoro di psicologo utilizzava racconti, favole e aneddoti per spiegare ai suoi pazienti l’atteggiamento che avevano nei confronti della vita e fornire una possibile interpretazione dei loro disagi o dei loro bisogni. Condivideva queste stesse storie, alcune antiche prese dalla tradizione popolare, altre contemporanee di scrittori conosciuti e rielaborate per l’occasione, anche con i propri colleghi per chiarire meglio alcuni concetti ed offrire dei suggerimenti. Questa forma di comunicazione gli portava maggiori risultati: tutti ricordavano meglio questi semplici racconti che le analisi psicologiche e le indicazioni terapeutiche.
Per mostrare la funzione di ogni storia all’interno delle sedute in studio, Bucay ha creato il personaggio di un suo giovane paziente, Demiàn (che è poi il nome di suo figlio), e l’ha seguito lungo tutto il suo percorso terapeutico. Ogni capitolo è un incontro tra Demiàn e Jorge, ogni pagina è una difficoltà che affligge il ragazzo, ogni appuntamento si conclude con una di queste storie di Jorge.
Anche il lettore capisce che la saggezza di ogni racconto va oltre le sue sole parole, nasconde più di un significato e sono tutti molto potenti. Sono storie che restano nell’anima per molto tempo.

L’ho letto appena mi è stato consegnato, un po’ in corsa, poi ne ho messo qualche copia sotto l’albero di Natale, perché trovo sia un bel libro anche per ragazzi, proprio per l’età data a Demiàn, studente universitario che abbandona l’adolescenza per affacciarsi al mondo adulto.
E alla fine ho sentito il bisogno di rileggerlo in queste ultime settimane, un momento storico particolare.
Questa volta però l’ho letto lentamente, assaporando pagina per pagina, una sola storia ogni sera, prima di andare a dormire.
Per imparare a vivere il giorno dopo.

Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere di Jorge Bucay

Lascia che ti racconti
Una storia al giorno

Jorge Bucay è un medico e psicoterapeuta della Gestalt (ndr. la psicologia della Gestalt o “psicologia della forma” è una corrente psicologica incentrata sui temi della percezione e dell’esperienza) che ha trasferito la sua esperienza terapeutica, ricca di leggende e racconti per aiutare i propri pazienti, nei suoi romanzi, mantenendo un grande senso dell’umorismo come chiave principale della narrazione. Si definisce un “aiutante professionista” più che uno psicoterapeuta, poiché attraverso i suoi libri cerca di offrire strumenti di auto analisi, in modo che tutti possano guarire se stessi.
Le sue opere sono tra i libri più venduti in Spagna e in molti paesi di lingua spagnola dell’America Latina, come Venezuela, Messico, Uruguay, Costa Rica. Nel 2006 ha vinto il V Premio Novela Ciudad de Torrevieja con il romanzo El candidato (non ancora tradotto per l’Italia).
In italiano sono già stati pubblicati da Rizzoli: Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere, Raccontami. Storie per imparare a conoscersi, Le tre domande della felicità. Curare l’anima con il potere dei racconti, L’ arte di andare avanti. 20 passi per raggiungere la felicità, Il nemico più temuto (narrativa per ragazzi).
Ad oggi il dottor Jorge Bucay non svolge più attività di cura. La sua attività professionale si è spostata nella scrittura dei suoi libri e come editore della rivista di psicologia Mente Sana, in lingua spagnola.

Che tipo di terapia sia mai quella seguita da Jorge Bucay, lo spiega lui stesso proprio all’interno del libro:

“Questo è il tipo di terapia che seguiamo, Demiàn.[…] Una terapia che non si prefigge di curare nessuno, in quanto riconosce di poter soltanto aiutare alcune persone a curarsi da sole. […] Una terapia che dà maggiore importanza al sentire piuttosto che al pensare, al fare piuttosto che al pianificare, all’essere piuttosto che all’avere, al presente piuttosto che al passato o al futuro.[…] Nell’Universo della terapia psicoanalitica esistono più di duecentocinquanta metodi terapeutici più o meno collegati ad altrettante posizioni filosofiche. Queste scuole sono tutte diverse tra di loro: per ideologia, per metodologia o per punti di vista. Ma credo che tutte tendano a un unico fine: migliorare la qualità della vita del paziente.[…] Queste duecentocinquanta scuole si raggruppano in tre grandi correnti di pensiero, a seconda dell’accento che ogni modello psicoterapeutico pone sull’esplorazione delle problematiche del paziente: in primo luogo, le scuole che si concentrano sul passato. In secondo luogo, quelle che si concentrano sul futuro. E infine le scuole che si concentrano sul presente.”

Ovviamente anche questo capitolo si conclude con una una vecchia storiella che forse serve a esemplificare queste tre correnti:

Un uomo soffre di encopresi (in lingua corrente: se la fa addosso). Va dal medico il quale dopo averlo visitato e avergli posto alcune domande non trova nessun motivo fisico che giustifichi il suo problema, e allora gli consiglia di rivolgersi a un terapeuta.

Primo finale, in cui il terapeuta consultato è uno psicoanalista ortodosso.
Cinque anni dopo, l’uomo incontra un amico.
“Ciao! Come va la terapia?”
“Fantastica!” risponde l’uomo euforico.
“Non te la fai più addosso?”
“Be’, me la faccio ancora addosso, ma ora so il perché!”

Secondo finale, in cui il terapeuta consultato è un comportamentista.
Cinque giorni dopo, l’uomo incontra un amico.
“Ciao! Come va la terapia?”
“Magnifica!” risponde l’uomo euforico.
“Non te la fai più addosso?”
“Be’, me la faccio ancora addosso, ma adesso uso le mutande di plastica!”

Terzo finale, in cui il terapeuta consultato è un gestaltista.
Cinque mesi dopo, l’uomo incontra un amico.
“Ciao! Come va la terapia?”
“Meravigliosa!” risponde l’uomo euforico.
“Non te la fai più addosso?”
“Be’, me la faccio ancora addosso, ma non me ne frega più niente!”

E questa è la prova finale che una storia, una barzelletta direi in questo caso, arriva dritta al punto meglio di qualsiasi spiegazione complessa. Ed è difficile dimenticarsela se scatena anche una risata! 😉

Storie per imparare a vivere
Le mie preferite

L’elefante incatenato

Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attratto in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.
Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.
Era davvero un bel mistero.
Che cosa lo teneva legato, allora?
Perché non scappava?
Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell’elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato. Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”. Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.
Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.
Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:
l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.
Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l’elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui.
Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora…
Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale accettò l’impotenza rassegnandosi al proprio destino. L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata subito dopo la nascita.
E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.
E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più…

Fonte: dalla fantasia dell’autore.

Le ranocchie nella panna

C’erano una volta due ranocchie che caddero in un recipiente di panna. Immediatamente intuirono che sarebbero annegate: era impossibile nuotare o galleggiare a lungo in quella massa densa come sabbie mobili.
All’inizio, le due rane scalciarono nella panna per arrivare al bordo del recipiente però era inutile, riuscivano solamente a sguazzare nello stesso punto e ad affondare. Sentivano che era sempre più difficile affiorare in superficie e respirare.
Una di loro disse a voce alta:
“Non ce la faccio più. È impossibile uscire da qui, questa roba non è fatta per nuotarci. Dato che morirò, non vedo il motivo per il quale prolungare questa sofferenza. Non comprendo che senso ha morire sfinita per uno sforzo sterile”.
E detto questo, smise di scalciare e annegò con rapidità, venendo letteralmente inghiottita da quel liquido bianco e denso.
L’altra rana, più perseverante o forse più cocciuta, disse fra sé e sé:
“Non c’è verso! Non si può fare niente per superare questa cosa. Comunque, dato che la morte mi sopraggiunge, preferisco lottare fino al mio ultimo respiro. Non vorrei morire un secondo prima che giunga la mia ora”.
E continuò a scalciare e a sguazzare sempre nello stesso punto, senza avanzare di un solo centimetro. Per ore ed ore!
E ad un tratto… dal tanto scalciare, agitare e scalciare… La panna si trasformò in burro. La rana sorpresa spiccò un salto e pattinando arrivò fino al bordo del recipiente. Da lì, non gli rimaneva altro che tornare a casa gracidando allegramente.

Fonte: Cuentos rodados di M.Menapace

La gallina e gli anatroccoli

C’era una volta un’anatra che aveva deposto quattro uova.
Mentre covava, una volpe attaccò il nido e la uccise. Ma per chissà quale ragione non riuscì a divorare le uova prima di fuggire, e queste rimasero nel nido, abbandonate.
Passò da li una chioccia e trovò il nido abbandonato. L’istinto la spinse ad accovacciarsi sulle uova per covarle.
Poco dopo nacquero gli anatroccoli e com’era logico scambiarono la gallina per la loro madre, e cominciarono a zampettare dietro di lei, tutti in fila.
La gallina, felice della nuova prole, li portò alla fattoria.
Ogni mattina, al canto del gallo, mamma gallina raschiava per terra e gli anatroccoli cercavano di imitarla. Quando gli anatroccoli non riuscivano a strappare da terra neanche un misero vermetto, la mamma provvedeva a nutrire tutti i pulcini, divideva ogni lombrico in diversi pezzi e nutriva i figlioli porgendo loro il cibo con il becco.
Un giorno la gallina andò a passeggiare con la sua nidiata nei dintorni della fattoria. I piccoli la seguivano disciplinatamente tutti in fila.
Ma tutt’a un tratto, giunti sulle rive di un lago, gli anatroccoli si tuffarono nell’acqua con grande naturalezza, mentre la gallina starnazzava disperatamente per farli uscire.
Gli anatroccoli sguazzavano tutti contenti, mentre la mamma saltellava qua e là e si disperava temendo si affogassero.
Sopraggiunse il gallo attirato dalle grida della madre e si rese conto della situazione.
“Non si può far affidamente sui giovani” sentenziò. “Sono degli imprudenti”.
Uno degli anatroccoli che aveva sentito le parole del gallo si avvicinò a riva e disse: “Non date a noi la colpa delle vostre limitazioni”.

Fonte: La sabidurìa del caminante di R.Trossero

(Nel caso ve lo chiedeste: nessuno dei personaggi ha torto, semplicemente vedono la realtà da diversi punti di vista. 😉 )

A chi servono queste storie?

Credo che tutti possiamo trarre beneficio da questa lettura, forse anche i bambini come favola della buonanotte.
Sono storie antiche e moderne, racconti popolari provenienti da ogni parte del mondo, leggende della tradizione cinese o indiana, rielaborazioni di poesie o di vecchi proverbi, folklore che si tramanda di generazione in generazione e che rischia anche di andare perduto.
Non ci sono storie dei vostri nonni che ancora oggi avete ben stampate nella memoria e vi hanno aiutato in più occasioni?

Immaginatevi poi il mio stupore quando sono arrivata alla fine del libro e ho trovato Bucay parlare proprio dei miei Sassolini di Dio! 😀

Queste storie che hai finito di leggere
Sono soltanto sassolini.
Sassi verdi,
sassi gialli,
sassi rossi.
Queste storie
Sono state scritte soltanto
Per indicare un punto o un sentiero.
Il compito di cercare all’interno,
nel profondo di ogni racconto
il diamante nascosto…
è affidato ad ognuno di noi.
Jorge Bucay

 

Comments (18)

Lisa Agosti

Apr 04, 2020 at 8:20 AM

uuuhhh che belloooo l’ho scaricato subito! La storia dell’elefante è meravigliosa e quella della rana, che avevo già sentito ma dimenticato, è un ottimo promemoria di questi tempi. ù
Anche la copertina è dolcissima.
La gestalt è una corrente che non va molto più di moda ma ha offerto le basi per le tecniche moderne, sono curiosa di vedere come possa aver influenzato questi scritti, non ci vedo molto il nesso quindi sono curiosa.
Grazie della dritta!
Stay safe!

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Barbara Businaro

Apr 05, 2020 at 5:59 PM

Già, questo è proprio un “libro promemoria”, di quelli da rileggere ogni tanto per ricordarsi certi concetti fondamentali. 🙂
Ho pensato anch’io che la Gestalt era magari una terapia vecchia (mi si passi il termine), ma del resto questo testo è del 1994 in prima edizione, anche se è arrivato in Italia solo nel 2004 (e quindi anche da noi sono già passati 16 anni!). Lo hanno poi ristampato con una nuova copertina nel 2014, quando uscì anche il nuovo L’arte di andare avanti. 20 passi per raggiungere la felicità. Magari il prossimo che leggerò sarà quello, chi lo sa…

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Giulia Mancini

Apr 04, 2020 at 10:49 AM

Bellissima la storia dell’elefante, anche la ranocchia che trasforma la panna in burro, la terza storia mi ricorda quella del brutto anatroccolo, anche lui era un cigno che, in mezzo agli anatroccoli, sembrava brutto finché non scopre la sua vera natura. Le storie sono fantastiche e ci salvano la vita. Una favola che ho amato tantissimo da bambina riguardava un soldatino con una gamba sola e una ballerina, struggente. Poi ce n’era un’altra “Il vestito nuovo dell’imperatore” molto istruttiva, imparava a non fidarsi delle apparenze e a non essere troppo ingenui.

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Barbara Businaro

Apr 05, 2020 at 6:06 PM

Quella che citi tu dev’essere Il soldatino di stagno (in qualche versione di piombo), una fiaba di Hans Christian Andersen. Molto struggente sì.
Anche I vestiti nuovi dell’imperatore è sempre una fiaba di Andersen. E’ da questa favola che usiamo l’espressione “il Re è nudo” per evidenziare come un fatto sia oramai dimostrato anche se altri fingono di non vederlo, proprio come il Re è nudo ma è convinto di indossare un vestito talmente bello da non risultare visibile agli occhi di nessuno. 🙂
Le favole di Andersen seguivano proprio l’idea di Bucay: spiegare ai bambini (ma siamo sicuri che le favole siano solo per i bambini?) qualcosa di importante attraverso una metafora che sia più immediata da ricordare. 😉

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Brunilde

Apr 04, 2020 at 11:24 AM

Non lo scarico, perchè un libro così è da tenere fra le mani, da sfogliare, sottolineare, fare note a margine, o nella pagina finale, sempre rigorosamente a matita ( sono tutte mie abitudini con i libri che mi parlano ). Quindi me lo procurerò cartaceo, appena sarà possibile.
Interessante suggerimento, grazie Barbara. In questo momento abbiamo bisogno di ispirazione, per andare oltre, coltivare la nostra umanità e prepararci al futuro, qualunque esso sia.

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Barbara Businaro

Apr 05, 2020 at 6:08 PM

Oh si, Brunilde, questo è un libro da acquistare in cartaceo. Fidati poi che la copertina è magnifica, da mettere in evidenza nella vetrinetta della libreria, non di costa.
Ammesso che tu riesca a toglierlo dal comodino, perché secondo me va riletto più volte. 😉

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Sandra

Apr 05, 2020 at 3:00 PM

Non conoscevo questo libro e le storie che hai riportato seppur nella loro tristezza intrinseca sono davvero suggestive e portano a galla problemi che tuti abbiamo affrontato, magari non nella maniera giusta.

La parabola del farsela addosso con i tre tipi di terapia m ha ovviamente strappato un grosso sorriso perché ho intravisto quei lunghi percorsi di terapia piuttosto inconcludenti che svuotano il portafoglio, mentre la terapia di soli 5 giorni perlomeno ha risolto in parte il problema.
Splendida copertina e naturalmente W i sassolini oggi più che mai!
Visto quello che mi ha passato
Un grande abbraccio

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Barbara Businaro

Apr 05, 2020 at 6:19 PM

Come ad un’amica a cui hanno proposto un anno di terapia, una seduta di un’ora a settimana, a 70 euro/ora, per un totale di 3.640 euro.
E tutto per convincersi di non essere sbagliata, come purtroppo persone cattive per decenni le hanno fatto credere.
Cosa le ho risposto io, da buona ragioniera? “Con quei soldi lì, ti porto in Scozia almeno tre volte, e vedrai che ti passa tutto lo stesso!” 😀 😀 😀

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Grazia Gironella

Apr 05, 2020 at 10:31 PM

Questo libro sembra proprio carino! La storia dell’elefantino è bellissima, molto triste e molto vera.

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Barbara Businaro

Apr 05, 2020 at 10:58 PM

La storia dell’elefantino mi ha fatto acquistare questo libro al volo. Quante volte anch’io ho creduto di non poter fare una cosa, solo perché qualcuno mi aveva legato ad un palo invisibile? 😉

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Rebecca Eriksson

Apr 06, 2020 at 11:50 AM

Adoro le storie semplici e significative. Mi procurerò anch’io il libro.
La storia dell’elefante mi ha messo malinconia, è bellissima.
Per l’ennesima volta grazie del suggerimento.

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Barbara Businaro

Apr 06, 2020 at 6:55 PM

Sono contenta se è un buon suggerimento. Mi è sembrato un libro troppo bello per tenerlo nascosto.
E in un certo senso, così come è stavo condiviso con me, anch’io lo sto condividendo con altri, sto “passando il favore”. 😉

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Maria Teresa Steri

Apr 07, 2020 at 10:41 AM

Che bel libro sembra questa raccolta! Mi piace molto l’idea di base della storia come “cura”, insomma favole per tutte le età. Ho già in mente anche a chi regalarlo… Grazie per avercene parlato Barbara.

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Barbara Businaro

Apr 07, 2020 at 1:52 PM

Questo è un libro che facilmente incontra i gusti delle persone, anche quelli che leggono poco.
Sono racconti brevi di fatto, e non sono scritti per fare la morale, semmai perché ognuno trovi la propria giusta riflessione. 🙂

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Elena

Apr 07, 2020 at 7:55 PM

Wow Barbara, che chicca ci hai regalato oggi! Non conoscevo questo grande uomo, mi hai molto incuriosito e sicuramente lo leggerò. Adoro le storie che curano l’anima, e adoro l’idea che assomiglino un po’ ai sogni, altro sentiero che gli psicologi, psicoterapeuti hanno percorso per raggiungere l’intimo sé dei loro pazienti e insieme decodificarlo.
Una sola tristezza: sono storie che lasciano di stucco, qualcosa di irrisolto, sono quasi senza speranza. Forse perché è compito di chi le ascolta riconquistarla.
Grazie cara

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Barbara Businaro

Apr 07, 2020 at 10:48 PM

Non direi che sono storie senza speranza, tutt’altro. Se qualcuno convince l’elefante a tirare di nuovo il paletto, lui lo farà. Così come noi possiamo superare i nostri limiti, se smettiamo di pensare di averli, se capiamo che sono solo un piccolo paletto. Sono storie per cambiare prospettiva, ecco. 😉

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Marina

Apr 08, 2020 at 1:18 PM

Bellissimo! La storia dell’elefante è stupenda: certe volte bastano degli esempi narrati attraverso un raccontino per capire di noi e di molte persone determinate cose.
Mi ha convinto subito e so anche a chi regalarlo. Lo compro.
Grazie, una piacevolissima scoperta.

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Barbara Businaro

Apr 08, 2020 at 6:40 PM

Ottimo Marina, chissà che a furia di copie di questo libro di Bucay non facciamo ripartire l’editoria e le librerie! 🙂
Devo prendere anch’io altre copie, ma aspetto che riapri la libreria qui vicino, piuttosto che ordinare ora online.

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