L'amore mi è venuto addosso. Un nuovo racconto per San Valentino

L’amore mi è venuto addosso

“Cagnaccio cattivo! Guarda cosa hai combinato!”
Giulia cominciò a raccogliere le scatoline colorate sparse a terra e rimetterle ordinatamente dentro lo scatolone. Contenevano dei piccoli cupcake da regalare agli invitati di un compleanno, la festeggiata si chiamava Rosy e doveva soffiare su dieci candeline. La torta era già al sicuro nel box termico sistemato davanti al sedile del passeggero dell’auto. Questi dolcetti invece erano per i suoi amichetti. Sì, era davvero strana quella nuova usanza. Quando era bambina lei, sua madre preparava un dolce fatto in casa, che si mangiava dopo aver giocato tutti insieme in giardino, gli amichetti le facevano un pensierino, di solito qualcosa di utile per la scuola, un nuovo astuccio, delle penne colorate, una scatola di pennarelli a punta grossa. Ma non si era proprio mai sentito che poi, a loro volta, i bambini ricevessero un regalo da portare a casa. Adesso le mamme gareggiavano sia sull’organizzazione della festa, con soluzioni sempre più sontuose, sia sulla torta, decorata con i personaggi dei cartoni animati o addirittura a più piani come ai matrimoni, e infine sulla magnificenza di questi cadeau per i piccoli invitati. Non discuteva, in fondo per lei erano aumentati gli affari.
“Per fortuna non si sono ammaccate né macchiate. Che cavolo ti è preso, eh?”
A qualche metro da lei, Rufus scodinzolava contento, completamente ignaro del dramma che si era compiuto quando, mentre saltellava tra le piastrelle bianco nere del negozio, l’aveva urtata per sbaglio. Era un cane di razza boxer, ancora un cucciolo le aveva spiegato il veterinario, col pelo corto marrone scuro sul dorso, una macchiolina candida sul collo, che lo faceva sembrare un bavaglino annodato, e un muso nerissimo che nascondeva due occhi cupi. La sua espressione era difficile da interpretare, sembrava esprimere curiosità, pure una felice innocenza nelle sue continue marachelle, ma era la stessa anche quando ringhiava agli innocui passanti.
Giulia uscì dalla porta per caricare lo scatolone ai piedi del sedile posteriore della Panda gialla. Da lì non si sarebbe mosso. Al contrario di Rufus, che si sarebbe scatenato nel bagagliaio, mordicchiando la rete di sicurezza che lo separava dal resto del veicolo. Rientrò in negozio per prendere le ultime cose, cagnaccio compreso. Sonia sarebbe arrivata solo nel pomeriggio per impegni personali e lei aveva questa consegna urgente. Pazienza, la pasticceria sarebbe rimasta chiusa, ma loro lavoravano molto su ordinazione, andavano forte sui social perché Sonia era bravissima con foto e video delle loro creazioni colorate e golose.
“La borsa… dove ho lasciato la bor… Rufus!! Ancora!!” La sua tracolla in pelle morbida giaceva riversa sul pavimento, tutto il contenuto sparpagliato intorno. “Ma cosa ho fatto di male, io!?” Giulia si inginocchiò per recuperare la borsa e riempirla nuovamente delle sue cose disseminate sul pavimento.
Le scappò un singulto. Quanto le mancava zia Augusta, quelle prime settimane senza di lei si stavano rivelando pesanti.
“Non so gestire tutto questo, è troppo per me. Accidenti. Non ce l’ho mai avuto un cane!”
Se n’era andata all’improvviso zia Augusta, con un colpo di tosse. Glielo diceva sempre che fumava troppo, che il fumo faceva male e che, prima o poi, le avrebbe presentato il conto. Ma lei no, non ne aveva voluto sapere. Lasciami vivere a modo mio, ribatteva, ognuno deve avere i suoi vizi, altrimenti che ci facciamo qua? In fondo non aveva avuto torto. Altro che raffreddore, altro che polmonite. Se non se ne fosse andata così, le sarebbero toccati sei mesi di agonia per quella macchia scura ai polmoni. Almeno aveva vissuto come aveva voluto fino all’ultimo istante.
Così Giulia aveva ereditato una Panda gialla, con la quale la zia si spostava insieme a Rufus, il suo unico compagno di vita, e una casetta in collina, non proprio ben messa a dire la verità, ci sarebbe stato qualche lavoretto da fare perché zia Augusta da qualche anno si era limitata alle manutenzioni essenziali, per non dire urgenti. Giulia invece viveva in un bilocale striminzito in città, poco adatto ad un cane di grossa taglia come Rufus, soprattutto se iperattivo come lui. Quel cane non stava mai fermo, mai, nemmeno un secondo. Persino quando dormiva nella cuccia, termine riduttivo visto che era un materassino lungo quanto il suo divano, Rufus si agitava nel sonno, zampettando nell’aria a pancia in su.
Si girò a osservarlo. Se ne stava lì seduto di fronte a lei, tronfio della sua recente conquista, salda tra le sue fauci.
“Che cosa hai in bocca eh?” Giulia allungò la mano per prendere l’oggetto, ma Rufus si tirò indietro con uno scatto. Riconobbe il ciondolo di legno che pendeva dalla sua mascella lunga. “Il mio portachiavi! Dammelo! Vieni qui!”
Corse dietro al cane intorno al bancone, finché non riuscì a recuperare il suo prezioso ciondolo. Non le importava nemmeno tanto delle chiavi di casa, ma del piccolo medaglione in legno, con inciso il quadrifoglio da una parte e un cuore pieno dall’altra. Rappresentavano le uniche cose che contano nella vita: un po’ di fortuna e un po’ d’amore. Glielo aveva regalato Mario, quando erano ragazzi. Ne aveva intagliati due uguali, uno ciascuno. Si conoscevano fin da bambini, quando Giulia passava le estati dalla zia, perché non c’era la scuola e sua madre lavorava in un atelier in città. I giochi e le corse tra i prati si erano poi trasformati in altro, quando erano cresciuti. Era stato il suo primo bacio, e anche quelli successivi.
Ma sua madre non apprezzava, per la sua unica figlia sognava un futuro raggiante nell’alta società e quel ragazzino era troppo povero per quel sogno. Giulia non sapeva ancora nulla del suo domani, le importava solo il presente con Mario. Non avevano niente allora, solo loro due. Quel ciondolo era l’essenza dei loro baci, delle loro mani intrecciate, dei loro sospiri.
Ma si erano persi di vista gli ultimi anni delle superiori, quando lei studiava all’istituto alberghiero e le estati lavorava in una gelateria, soprattutto il weekend. La famiglia di lui si era trasferita all’improvviso, l’impresa di costruzioni del padre era fallita, forse era andato a vivere con i nonni, comunque non ne aveva più saputo nulla. Le notizie erano confuse e frammentate. Non si erano nemmeno salutati. Era sparito nel nulla.
Chissà cosa sarebbero potuti diventare, insieme. Giulia se lo chiedeva spesso.

Con uno sforzo assurdo, Giulia riuscì a trascinare Rufus, quasi prendendolo di peso, dentro il bagagliaio della Panda gialla. Non voleva proprio pensare ai disastri che avrebbe combinato se lo avesse lasciato chiuso da solo dentro il negozio. Già due giorni prima, con Sonia occupata al telefono con una cliente e Giulia chiusa nella toilette per soli trenta, tragici e infausti, secondi, Rufus era saltato sul tavolo del laboratorio ed aveva mangiato, in religioso silenzio, metà della millefoglie personalizzata per i cinquant’anni della madre di Sonia. Quando Giulia ritornò nella stanza, non si aspettava quella scena assurda: il cane stava per pappare la seconda parte del dolce, guardandosi intorno con la circospezione di Arsenio Lupin. Gridargli di scendere dal tavolo non servì a molto. Oramai la torta era rovinata e probabilmente lui credette pure di aver fatto onore alla sua padrona, riconoscendone così i meriti di abile pasticcera.
“Smettila brutto cagnaccio!” Giulia stringeva il volante mentre cercava di mantenersi calma, in mezzo al traffico del centro. Non era abituata a guidare la Panda di zia Augusta, tutta elettronica e così scattante. Anche se doveva ammettere che era stata una vera fortuna ereditarla, aveva potuto così finalmente rottamare la sua vecchia Corsa diesel, che non doveva nemmeno più circolare per quelle strade. Rufus però non la smetteva di agitarsi nel bagagliaio, separato dall’abitacolo dalla rete per cani. Continuava ad abbaiare contro le auto in marcia dietro di loro, quelle che si affiancavano ai semafori per svoltare, quelle che giungevano dal senso opposto e che, chissà per quale ragione, gli davano fastidio. Giulia, sudata e scarmigliata già da prima, per la lotta con lui per farlo salire in auto, si sentiva sempre più stanca. Era pure in ritardo per la consegna, anche se la festa si sarebbe tenuta nel pomeriggio. Stava quasi per attraversare l’incrocio successivo, che Rufus si esibì in un lungo latrato rabbioso. D’istinto Giulia premette con forza il piede sul freno, mentre il semaforo sopra di lei diventò rosso. Subito dopo però sobbalzò sul sedile e sbatté la testa sul volante, mentre Rufus iniziò prima ad uggiolare disperato e poi, ripresosi dallo spavento, abbaiò con maggior forza al veicolo che li aveva tamponati. Ancora più dietro si sentirono diversi clacson suonare con aggressività. Giulia non riusciva a muoversi, avvertiva delle fitte di dolore alla schiena, le mancava il respiro.
Il guidatore dell’auto addossata alla loro, un suv scuro che sovrastava la piccola Panda gialla, uscì sbraitando la propria costernazione, con improperi indelicati rivolti all’anziano che supponeva fosse il responsabile dell’incidente. Cambiò completamente il tono di voce quando si avvicinò al finestrino di Giulia e si accorse di lei. Con gli occhi chiusi e la testa reclinata, sembrava svenuta sul sedile di guida. L’uomo aprì la portiera della Panda e si chinò per parlarle piano vicino al viso.
“Ehi, stai bene?! Chiamo un’ambulanza?!”
Rufus rispose dal fondo con un ringhio basso.
“No, no, solo un momento…” Giulia fece dei lunghi respiri profondi. Non c’era niente di rotto, almeno non credeva, ma si sentiva tanto stanca e dolorante.
L’uomo si risollevò per osservare la situazione oltre i loro due veicoli. Poi si abbassò nuovamente verso di lei.
“Come ti chiami?”
“Giu… Giulia…”
“Ok Giulia. Io sono Leonardo, piacere. Anche se questo non è proprio un buon momento… Aspetta qui.”
Leonardo tornò indietro verso la propria auto, per indossare il giubbotto catarifrangente e il triangolo di emergenza da aprire e posizionare sulla carreggiata dietro di loro, mentre gli altri veicoli di passaggio rallentavano per schivarlo. Poi comparve di nuovo al fianco di Giulia, che nel frattempo aveva riaperto gli occhi.
Sbatté le palpebre un paio di volte, quando vide chi l’aveva tamponata. Due pupille di un grigio intenso la fissavano. Leonardo indossava un completo grigio, una camicia candida e una cravatta Regimental blu e azzurra. Capelli neri come il manto di un destriero Frisone, con un piccolo ricciolo appena accennato sulla fronte, e una barba appena accennata, anche se la colpiva di più il profumo che stava invadendo l’abitacolo della Panda.
“Giulia, è meglio se ti accompagno in ospedale. Sposto la tua auto su quel posteggio laggiù. Se vuoi, facciamo delle foto prima di muoverci, se lo ritieni opportuno. Ma dopo, mi sentirei davvero più tranquillo se ti facessi controllare al pronto soccorso. Non bisogna mai sottovalutare questi colpi alla schiena, al collo, alle spalle. Va bene?”
Ipnotizzata dal suo sguardo, dalle nubi in tempesta racchiuse nelle sue iridi, Giulia riuscì solo a dire di sì, appena col capo.
Rufus invece non era affatto d’accordo con la proposta, uggiolando verso di lei e ringhiando ogni volta che Leonardo proferiva parola.
Con movimenti lenti e sostenuta dalle forti braccia di lui, Giulia scese dalla Panda e salì sull’auto dietro di loro. Rischiando la propria vita, lui riuscì anche ad aprire il bagagliaio ed afferrare in velocità il guinzaglio di Rufus, per strattonarlo e trattenerlo nelle sue mire assassine, mentre Giulia urlava al cane di smetterla di agitarsi. Riuscirono a farlo salire sull’altro bagagliaio. Leonardo arretrò un po’ il suo suv e poi corse a spostare la Panda, lasciandola il più possibile a lato della strada, con le quattro luci di emergenza lampeggianti.
Salì alla guida al fianco di Giulia e poi si sporse verso di lei, sul lato passeggero, per aiutarla con le cinture di sicurezza.
Potrei anche morire qui, pensò Giulia, sentendo il respiro di lui così vicino.

Seduta sulla poltroncina di plastica blu del pronto soccorso, Giulia si sentiva al centro dell’attenzione, protetta, coccolata e ammirata come non lo era mai stata. Leonardo era carinissimo con lei. L’aveva accompagnata, sorreggendola con un abbraccio, finché non avevano trovato un posto libero dove farla accomodare. Poi si era occupato di rivolgersi all’infermiera al bancone e farla mettere in lista, con codice bianco, che rassicurava sulle condizioni generali ma prospettava una lunga attesa. Poi si era seduto accanto a lei, per aspettare insieme una radiografia di controllo e la visita del medico. Nel frattempo lui si occupò di gestire diverse telefonate di lavoro, dalle quali Giulia intuì che lavorava in una banca d’investimenti o qualcosa di simile. I paroloni in inglese che usava mentre gesticolava per aria erano gli stessi che sentiva al telegiornale quando parlavano delle quotazioni in borsa e di altri indici azionari. Lei non aveva il coraggio di fargli domande personali, in fondo erano due sconosciuti, rimasti invischiati in un incidente casuale. Non voleva passare per una donna instabile con chiacchiere inopportune. Però era inevitabilmente affascinata, e curiosa.
Leonardo le offrì anche un caffè caldo, ma non quello tossico della macchinetta automatica, no, glielo andò a prendere al bar dell’ospedale. Era così premuroso e interessato, forse più del dovuto. Ragazze e signore lì intorno le riservavano degli sguardi carichi di invidia per come quell’uomo così elegante si occupava di lei, come se tutto il resto del mondo non esistesse affatto.
Ma soprattutto Giulia stava apprezzando quella temporanea tranquillità dovuta all’assenza di Rufus.
Lo avevano lasciato fuori dall’edificio, con il guinzaglio legato ad una panchina in ferro del piccolo parco a fianco dell’ingresso. era saldatamente ancorata ad una base in cemento armato, era davvero impossibile che combinasse qualche guaio trascinandosela dietro, aveva osservato Giulia serena. Quando si aprivano le porte scorrevoli del pronto soccorso poteva però ancora sentire il suo abbaiare feroce. Chi arrivava da fuori, sovente chiedeva agli astanti informazioni su quel povero animale.
“Ma di chi è quel cane? Chi l’ha abbandonato?! Forse è il caso di chiamare le autorità?!”
Alla fine rispose Leonardo, con un tono che non ammetteva repliche. “Chiedo scusa per il disturbo. Siamo in una situazione di emergenza, in seguito a un incidente in auto. Abbiamo già chiamato il dog sitter, perché venga a prenderlo in consegna immediatamente e riportarlo a casa, al sicuro.”
Al loro ritorno dal reparto di Radiologia, giunse Sonia tutta trafelata, con la bici pieghevole già dentro il borsone, per recuperare prima Rufus e poi la Panda gialla ancora ferma all’incrocio. Giulia le aveva inviato un messaggio, spiegandole la difficile situazione. Le consegnò le chiavi dell’auto e le ricordò che torta di compleanno e pacchettini dovevano essere ancora consegnati, ma avrebbe fatto in tempo, per fortuna. La salutò dall’ingresso del pronto soccorso e osservò, con una punta di gelosia, le feste che Sonia ricevette da Rufus quando lei lo liberò dalla panchina. Perché quel cane non la trattava allo stesso modo?!
Prima di andare, Sonia ammiccò in direzione di Leonardo, di nuovo al telefono per lavoro. “Bel colpo, socia!” le sussurrò divertita.
Sorridendo a sua volta, Giulia camminò lenta fino alla sua poltroncina, dove tornò a sedersi in attesa. Leonardo chiuse la telefonata. “E per oggi, basta davvero!” esclamò.
Poi si girò verso di lei. “Come stai? Non ti hanno ancora dato nessun farmaco per il dolore?”
“No, mi hanno detto di aspettare il medico. La testa mi duole un po’, martella quando mi alzo in piedi.” Appoggiò il capo delicatamente al muro dietro di lei, per rilassarsi.
“Allora restiamo seduti… E così, sei una pasticcera, eh? Dove lavori?” le chiese a bassa voce.
“Abbiamo un piccolo laboratorio in via Spezia. Si riconosce dalla vetrina con l’arcobaleno.”
“Ah sì, ci sono passato davanti un paio di volte, anche se è una zona fuori dai miei soliti giri. Magari alla prossima occasione, mi fermo per un saluto.”
Il cuore di Giulia ebbe un sussulto. Erano solo chiacchiere innocenti quelle oppure era il suo giorno fortunato? Accidenti a Sonia, che le metteva sempre in testa strane idee! In fondo era normale occuparsi delle persone coinvolte in un incidente con la propria auto. Se fosse fuggito, sarebbe stato accusato di omissione di soccorso, no?!
“Dovremmo anche compilare il modulo per l’assicurazione, per la constatazione amichevole…” Aprì la borsa morbida in pelle, e in mezzo a fascicoli, dépliant e un piccolo portatile, estrasse un plico ripiegato. “Ecco, l’ho preso prima dalla mia auto. Vuoi che le vediamo insieme?”
“Sì certo.” Così Giulia ebbe la scusa per avvicinarsi di più a lui e leggere le frasi scritte in piccolo su quei fogli.
Non avevano ancora completato la prima parte, che il medico lì chiamò per la visita finale. Dopo pochi minuti, uscirono da lì con il collo di Giulia avvolto in un collare cervicale morbido, da portare per una settimana almeno, per contrastare tanto il dolore che i movimenti bruschi.
Leonardo la sostenne di nuovo per non farla inciampare nelle pietre sconnesse del marciapiede fino al parcheggio e poi per salire sulla sua auto, che era leggermente più alta della media dei veicoli in circolazione. Impostò il navigatore a bordo sull’indirizzo che Giulia gli fornì e in breve tempo raggiunsero il condominio di lei.
“Se vuoi, ti accompagno fino al tuo piano. Non ho fretta, davvero.”
“No, no, ti ringrazio. Anche perché ci sarà Rufus dentro casa e non so se riuscirei a tenerlo… Ti ringrazio di tutto. Ci sentiamo domani per il resto.”
“Certo. Riguardati. Hai il mio numero, chiama quando vuoi. Ma non farmi aspettare troppo.” Le rivolse un sorriso furbetto, mentre le appoggiava una mano sull’avambraccio, prima di lasciarla uscire dall’auto.
Giulia si chiese se non fosse l’antidolorifico a regalarle quella straordinaria visione.

“Riesci a stare fermo nella tua cuccia per mezz’ora?!”
Giulia era accoccolata sul suo divano di casa, con tutti i cuscini che aveva trovato per contrastare la posizione un po’ innaturale a cui la costringeva quel fastidioso collare cervicale. Ed era pure quello morbido, pensava tra sé, chissà quanto doveva essere terribile dover portare quello rigido!
Il medico di base, sul referto del pronto soccorso, le aveva intimato una settimana di riposo e Sonia era stata altrettanto intransigente sul rispettare quell’indicazione. Non poteva lavorare in pasticceria e pure a casa faticava a muoversi nella sua cucina, così ne approfittava per leggere alcune riviste arretrate e studiare nuove ricette da sperimentare quando fosse tornata all’opera. Rufus però non la lasciava tranquilla un attimo, era sempre più fastidioso perché non poteva uscire a giocare in giardino o passeggiare al vicino parco. Doveva accontentarsi della giraffa in peluche e della palla di spugna rossa, i suoi giocattoli preferiti. Ma dopo aver trascinato la giraffa per ogni angolo dell’appartamento e aver rincorso la palla, lanciata da Giulia, con diversi salti e capriole, Rufus cominciava a guaire in maniera intermittente, camminando sconsolato intorno al divano. Quel suono irritante sembrava il cigolio della catena di una vecchia bicicletta.
“Ma perché accidentaccio zia Augusta non aveva un gatto, eh?!”
Allora Giulia si alzava e gli apriva le tende della portafinestra verso la strada, così da lasciarlo curiosare fuori, anche se dal terzo piano non poteva abbaiare con soddisfazione a nessun essere vivente in movimento. Giusto qualche sconsiderato pettirosso che, ignaro del pericolo, si poggiava sulla ringhiera del terrazzo.
In quei giorni Giulia e Leonardo si messaggiavano spesso, lui per sentire come stava, lei per sistemare le pratiche dell’incidente. Avevano iniziato a compilare il modulo della constatazione amichevole al pronto soccorso, ma poi, tra una visita e l’altra, Giulia non lo aveva più firmato. Così un pomeriggio sul tardi, Leonardo si presentò direttamente da lei, un po’ a sorpresa. Quando aprì la porta, Giulia si trovò di fronte un mazzo di rose variopinte, ma ce n’erano anche alcune rosse al centro, osservò compiaciuta. Leonardo era vestito casual stavolta, con un giubbotto in pelle scura, una camicia nera e un paio di jeans sdruciti, che lo rendevano ancora più sexy, con un’aria da ribelle della strada. Subito dopo averle consegnato quel mazzo profumato, la abbracciò forte e indugiò qualche secondo in più sulla guancia di lei, che si sentì avvampare all’istante. La reazione di Rufus non fu altrettanto idilliaca come quella di lei: appena sentì la voce di Leonardo all’ingresso, il cane accorse tra le gambe della sua padrona e iniziò a ringhiare basso nella direzione dell’uomo.
“Smettila, brutto cagnaccio!” gli intimò Giulia, ma Rufus non voleva desistere dal suo proposito di azzannare quell’intruso.
“Non sembra molto felice di vedermi…” osservò Leonardo, per niente intimorito dalla bestia.
Giulia lo fece accomodare e, tirandosi appresso Rufus per il guinzaglio, cercò un vaso dove sistemare il mazzo di rose.
“Scusalo. Non posso portarlo fuori in passeggiata e quindi è più rabbioso che mai.”
“Sì, immagino che un cane di quella stazza abbia bisogno di correre per sfogarsi… Tieni, ti ho portato il modulo compilato da firmare.” Leonardo le mostrò una busta in plastica trasparente colorata che conteneva alcuni fogli all’interno. “Magari, finché leggi il modulo, posso portare io Rufus nel parco qui di fronte. Giusto un giretto veloce.”
Giulia lo guardò alquanto interdetta. “Sei sicuro?!”
Leonardo alzò le spalle. “Cosa vuoi che succeda? Correrà un po’, ma dovrei riuscire a stargli dietro. Si stancherà prima di me, vedrai.”
Lei non era affatto convinta, ma era davvero molto stanca dell’esuberanza di quel cane. Li lasciò andare entrambi, non senza qualche riserva.
Dopo appena venti minuti, il citofono trillò nuovamente. Quando aprì il portoncino dell’appartamento, Rufus entrò baldanzoso e trionfante, Leonardo comparve tre minuti dopo, ansimante, spettinato e con i jeans macchiati di terra.
“Non ha smesso di correre da quando siamo usciti di qua, non ho mai visto un cane con tanta carica. Posso dire di aver fatto un allenamento extra questa settimana. Mi sono risparmiato un’ora sul tapis roulant della palestra!” ammise ridendo, anche se non aveva ancora recuperato il respiro.
“Mi spiace, guarda come ti ha conciato!” osservò Giulia contrita. “Comunque ho firmato il modulo, eccolo…”
Avanzò verso di lui con il foglio in mano per mostrarglielo, ma Rufus abbaiò forte, scattò in avanti tra loro due e con un salto arrivò a mordere il foglio, strappandolo in diversi pezzi.
Giulia si spaventò e balzò all’indietro d’istinto. Leonardo rimase con la mano a mezz’aria per qualche istante, atterrito da quell’attacco. Trionfante della propria impresa, Rufus uggiolava felice.
“Basta! Sei impossibile! Guarda che disastro!” Giulia, ancora scioccata, lo strattonò per il guinzaglio e lo rinchiuse nello sgabuzzino delle scope.
Era costernata per l’accaduto. Controllò la mano di Leonardo, assicurandosi non avesse alcuna ferita. “Non ho parole… Mi dispiace, davvero… Ho sicuramente un altro modulo, devo cercare tra i documenti della mia assicurazione. Me ne danno uno nuovo ogni anno. Domani lo ricompilo tutto e poi se passi di qui verso sera, lo trovi pronto. E giuro che prima chiudo Rufus nello sgabuzzino!”
Leonardo non poteva, aveva una cena di lavoro con un cliente importante. Concordarono allora per il giorno ancora avanti, quando Giulia aveva il controllo in ospedale e si sarebbe finalmente potuta muovere senza costrizioni.
“Ma allora ti accompagno io, passo a prenderti.” le propose lui, “Non puoi guidare con il collare. Aspetta almeno la conferma del medico per toglierlo.”
Prima di andarsene, Leonardo le stampò un altro bacio sulla guancia, con incredibile naturalezza.
Mentre Rufus continuava a ringhiare feroce dallo sgabuzzino.

Era stata una mattinata alquanto surreale per Giulia. Leonardo era venuto a prenderla a casa puntualissimo. Gentile come al solito, l’aveva accompagnata in pronto soccorso e atteso con lei il responso finale del medico, dopo la nuova radiografia. Era libera di tornare alla sua vita, senza quell’orpello fastidioso al collo, ma con molta cautela nei movimenti della schiena e della testa ancora per qualche giorno.
“Dimenticavo questo”, gli disse mentre stavano uscendo dall’edificio verso il parcheggio.
Aveva compilato un nuovo modulo per la constatazione amichevole, ben due volte. Il primo lo aveva infatti inviato alla sua assicurazione per una verifica, perché non aveva capito cosa era richiesto in alcuni campi. Il suo agente di fiducia, un vecchio amico di suo padre, l’aveva chiamata subito al telefono, facendole notare che, dalle spunte inserite in altre sezioni del modulo, la colpa sembrava per metà di Giulia: aveva segnato di aver frenato bruscamente senza motivo, invece che per rispettare il semaforo dell’incrocio, e di avere avuto le luci degli stop malfunzionanti. A quel punto, era persino scesa a controllare la Panda Gialla in garage: le luci rosse posteriori si accendevano benissimo, nonostante la botta presa dall’auto sul paraurti e il bagagliaio rientrato che non si chiudeva più. Così aveva compilato un secondo modulo, secondo le indicazioni precise del suo agente al telefono, sulla base di quanto lei gli aveva raccontato dell’accaduto.
Aveva spiegato tutto questo a Leonardo, il quale aveva replicato, un po’ seccamente, che sì, forse aveva sbagliato a compilare quel modulo il giorno dell’incidente, in mezzo alla confusione del pronto soccorso. Forse, dopo tutto, aveva accusato anche lui il colpo e si era confuso. Prese il foglio che lei gli porgeva e lo chiuse dentro la sua borsa di lavoro, senza aggiungere altro. Il tragitto verso casa proseguì poi in uno strano silenzio ovattato.
Giulia aveva lasciato Rufus in compagnia del giardiniere, venuto per potare il roseto e aggiustare un po’ la siepe del condominio. Libero di scorrazzare per il prato, stranamente il cane non aveva combinato disastri, almeno finché lei e Leonardo non erano entrati dal cancello principale. Quando Rufus si accorse dell’arrivo di lui, iniziò a ringhiargli addosso rabbioso e Giulia dovette trattenerlo per il guinzaglio, temendo il peggio.
Probabilmente era per colpa dell’incidente in auto: per il cane, quell’uomo era responsabile dei danni alla sua Panda gialla, dei dolori della sua nuova padrona e soprattutto della sua settimana rinchiuso in casa. Ci sarebbe voluto del tempo per fargli dimenticare l’intero episodio e fargli accettare quel nuovo amico nella vita di Giulia. Leonardo le era sembrato un po’ freddo però, quando l’aveva salutata. Forse la presenza del giardiniere lo aveva frenato dal suo consueto bacio sulla guancia. Peccato però.
Le restava un’altra faccenda da sistemare: chiedere un preventivo per la riparazione dell’auto. Fece salire Rufus al suo solito posto nel bagagliaio, e si aspettava di lottare strenuamente con lui e sopportare poi i suoi feroci latrati, ma durante il viaggio fu alquanto tranquillo. Trovò facilmente l’indirizzo dell’officina di fiducia di zia Augusta, il primo tagliando di manutenzione era stato eseguito lì, ed era pure un’officina autorizzata in convenzione con la sua assicurazione. Parcheggiò a lato dell’ingresso, nei posti riservati ai veicoli da verificare. Prese i documenti dell’auto dal cruscotto e gli altri della polizza assicurativa dalla sua borsa. Mentre camminava per raggiungere l’ufficio principale, controllò di avere tutto quel che le occorreva in quei fogli. Si voltò un momento per accertarsi che Rufus fosse quieto dentro la Panda gialla e quando si girò di nuovo per proseguire si ritrovò tra le braccia della tuta blu di un meccanico. Giulia scivolò per lo spavento, perse l’equilibrio, ma lui la afferrò in un lampo, prima che cadesse a terra.
“Tutto a posto?”
Riconobbe quella voce maschile all’istante, anche se proveniva da ricordi lontani, ancora prima di alzare lo sguardo verso di lui. I suoi capelli erano biondi e dritti come allora, i suoi occhi sembravano ancora più azzurri, fascino nordico che aveva ereditato dal nonno materno. I lineamenti invece si erano fatti più adulti, la mascella era più marcata e quella barba incolta era decisamente una novità. Era diventato pure più alto di quanto rammentasse.
“Mario?!” sussurrò appena.
“Giulia! Ma… che sorpresa!” La lasciò andare, ma le regalò un sorriso raggiante. “Come stai?”
“Io… bene.” Giulia si sentì arrossire sotto quello sguardo che sembrava trapassarle i vestiti e raggiungerle l’anima.
“Fatti abbracciare, per bene stavolta.” La avvolse nuovamente, mentre lui rideva contento.
“Non sapevo lavorassi qui” disse lei distaccandosi. Il cuore faceva fatica a restare buono al suo posto.
“Si, beh, prima ci lavoravo, adesso è la mia officina. L’ho rilevata due anni fa.” Mario si voltò per indicarle il nome del proprietario, sotto al marchio principale, sull’insegna sopra il capannone.
“Complimenti allora, è un bel passo…” Avrebbe voluto chiedergli tante cose e raccontargliene tante altre, ma Rufus decise di palesare la sua presenza con un ululato. Era la prima volta che Giulia sentiva quel particolare verso, chissà cosa voleva comunicare.
“Si, ecco, ho un problema con quella Panda laggiù. Mi hanno tamponato…”
Mario la guardò preoccupato. “Ma tu stai bene? Sì, direi di sì. Andiamo a vedere.” Con lunghe falcate si avvicinò al veicolo.
“No, aspetta!” Giulia non fece in tempo a fermarlo. Si coprì il viso con le mani per non guardare.
Mario aprì il portellone del bagagliaio, legato al paraurti con un cavo elastico, ed ecco che Rufus gli saltò addosso. Ma stava uggiolando contento.
Giulia li osservò meravigliata, mentre Mario accarezzava la schiena del cane e questo continuava a leccargli il viso e le mani.
“Ma voi due vi conoscete?” chiese lei.
“Certo! Io e Rufus siamo vecchi amici… Come stai campione? Chi è il cagnolone più bello del mondo? Eh? Eh?”
Giulia era allibita. Rufus scodinzolava felice e lanciava guaiti estasiati. Non lo aveva mai visto comportarsi così, nemmeno con Sonia!
Mario prese un pezzo di legno da un bancale divelto lì vicino, in un angolo. “Guarda… Guarda qua… Vai! Corri a prenderlo!”
Lanciò il bastone lontano, verso alcuni rottami alla fine del parcheggio e Rufus si lanciò alla rincorsa, ansimando entusiasmo.
“Non ci posso credere!” esclamò Giulia.
Rufus tornò indietro esaltato, con il tesoro recuperato tra le sue enormi fauci.
Mario gli accarezzò forte la testa. “E’ il mio fedele aiutante in ristrutturazione… mi porta sempre gli attrezzi giusti! Non è vero?”
Poi si girò verso di lei. “L’anno scorso ho acquistato la casetta a fianco di tua zia, e la sto sistemando, un po’ alla volta.”
“Zia Augusta è morta…” disse lei in un soffio.
Mario le si avvicinò, dopo aver lanciato nuovamente il bastone lontano. “Lo so, ero al funerale.”
“Oh, non ti ho visto, scusa. Ho ricordi confusi di quel giorno…” ammise lei.
“Sono arrivato tardi, ero in fondo alla chiesa.” Le accarezzò una spalla.
Zia Augusta non le aveva detto nulla, pensò Giulia. Che Mario fosse tornato a vivere in collina, addirittura nella proprietà accanto. Ecco perché in quegli ultimi mesi aveva tanto insistito perché andasse a trovarla più spesso. Ma lei non l’aveva ascoltata, che stupida. Forse spiegava perché Rufus continuava a rubarle le chiavi con il ciondolo in legno. Aveva sentito l’odore di Mario? Era possibile? Cominciò a rigirare nella mano destra proprio quel ciondolo, accarezzando con il pollice l’incavo del cuore. E allora, quella volta che le era sembrato di vedere Mario a bordo di un furgoncino, per la stradina in discesa dalla collina, non si era sbagliata. La sua era una villetta un po’ più piccola di quella che lei aveva appena ereditato da zia Augusta, ma comunque con tre camere da letto. Il suo sguardo guizzò alla mano sinistra di Mario, all’anulare ancora libero. Però magari c’era un progetto di vita in corso di realizzazione. La domanda le scappò a voce alta. “Come mai questa scelta?”
Arrossì un poco quando aggiunse, con un tono più basso: “Stai per sposarti? O, che ne so, convivere?”
Lui sorrise, un po’ compiaciuto. “No, no, assolutamente. Non ho nemmeno una ragazza… Ho pensato di tornare là dove sono stato molto felice un tempo… ” Su quell’ultima frase, il suo sguardo indugiò a lungo in quello di Giulia.
Rufus era ritornato dalla sua corsa e scodinzolava a più non posso, uggiolando tra le loro gambe, guardando un po’ l’uno e un po’ l’altro. Poi diede un colpo di muso al ginocchio di Giulia, che rischiò di finire di nuovo addosso a Mario.
“Ahia… stai buono tu.”
“Insomma, adesso siamo vicini di casa” concluse Mario, mentre accarezzava il testone di Rufus.
“Non vivo lì… Non so se trasferirmici. Dovrei sistemarla un po’. Zia Augusta si lamentava del tetto, aveva delle perdite d’acqua in una camera. La caldaia è da cambiare, diceva sempre. Un bagno era spesso intasato, tubi vecchi. E la cucina… sono alquanto esigente per la cucina. Anche se è certamente più grande del tugurio dove vivo adesso.” Aveva parlato velocemente, al ritmo incessante del proprio cuore. Non ha una ragazza. Non ce l’ha.
“Beh, magari quando ho finito di ristrutturare la mia, posso darti una mano per la tua. Non mi manca molto, oramai.”
Rufus abbaiò e saltò con le zampe posteriori, disegnando una specie di capriola.
Mario scoppiò a ridere. “Direi che lui è d’accordo!”
“Ma che gli fai a questo cane?!” disse Giulia divertita. E cosa farai al mio cuore, pensò con un sospiro.

“Oggi si torna al lavoro, forza Rufus!”
Giulia si alzò prima della sveglia e di buonumore, sentendosi addosso l’euforia della primavera, anche se le finestre dell’appartamento mostravano solo un tetro mattino di nebbia densa. Scattò in cucina per prepararsi una colazione veloce e riempire la ciotola di Rufus, che la seguì placido e silenzioso, con la stessa andatura svogliata di un bambino costretto ad andare a scuola. Contrastava con l’allegra spensieratezza di Giulia.
In garage salirono sull’auto sostitutiva che Mario le aveva consegnato, la migliore delle tre utilitarie in servizio per i clienti, in attesa che la sua Panda gialla venisse sistemata: una Panda assolutamente identica, con il cambio automatico come quella di Giulia, ma di un brioso blu elettrico. La cosa ancora più straordinaria è che Rufus, a bordo del nuovo veicolo, non faceva un fiato, non un lamento, nemmeno uno sbadiglio. Si accucciava tranquillo sul fondo e Giulia non lo vedeva nemmeno dallo specchietto retrovisore. Stava quasi pensando di chiedere a Mario una permuta, scambiare la sua Panda gialla con questa blu elettrica, che doveva per forza nascondere qualche magia.
“Passa a trovarmi quando vuoi. Adesso sai dove lavoro. E anche dove abito.” Quella frase e quello sguardo erano fissati nella sua mente. Giulia rivedeva la scena mille e mille volte, in continuazione. L’aveva abbracciata di nuovo e fosse stato per lei sarebbe rimasta là per un tempo infinito, respirando il profumo dei suoi capelli in mezzo all’odore della benzina. Quando si era voltato per rientrare in officina, si era pure resa conto di quanto gli stava bene addosso quella tuta blu. Non sapeva di soffrire il fascino della divisa da meccanico.
Giunta in pasticceria, Sonia festeggiò il suo arrivo con un cappuccino caldo ed un cupcake con la scritta “Bentornata”. Lasciarono Rufus libero di scorrazzare nel cortiletto sul retro del negozio, giocare con un vecchio pallone in plastica sgonfio, rincorrere gli uccellini che si tenevano a debita distanza, abbaiare ai gatti che passeggiavano sull’alto muretto di confine. Loro due invece recuperarono tutte le chiacchiere in arretrato di quella settimana perduta e tutto il lavoro da recuperare, per far fronte alle ordinazioni. Sonia si era destreggiata benissimo, ma alcune torte richiedevano quattro mani per essere strutturate e decorate come si deve.
Giulia indossò il grembiule con la pettorina e si mise all’opera, ma doveva ammettere di essere un po’ sovrappensiero.
Salutata una cliente, dopo averle consegnato una torta chantilly per un anniversario, Sonia si avvicinò al tavolo del laboratorio.
“Questa crema è moscia e quella panna lì non sta montando per niente… a cosa stai pensando?!” Sonia passò un dito di crema sul naso di Giulia.
“Scusa… è che… uhm, troppi pensieri!” Sbuffò lei, passandosi il dorso del braccio sinistro sul naso che adesso le prudeva.
“E questi pensieri sono alti un metro e ottanta, indossano giacca e cravatta scuri, un dopobarba da svenimento e un fondoschiena da urlo?” Sonia ridacchiò, mentre mimava in aria le sembianze che stava descrivendo.
“Eh? Ah. Leonardo. No.”
“Come no? Guarda che se non ti interessa, mi faccio avanti io eh. Senza tanti complimenti. Basta dirlo!” Sonia indossò l’altro grembiule appeso al gancio e cominciò a togliere il pan di spagna dalle teglie.
Silenzio. Si sentivano solo le fruste di Giulia che giravano veloci. Ancora si ostinava a non usare la planetaria professionale che era costata così tanti soldi. Sonia lasciò andare la paletta sulla ciotola lì vicino e si piazzò davanti all’amica, a braccia conserte. “Deve essere proprio grave. Allora? Di che si tratta?”
Giulia sospirò, senza rallentare il giro delle fruste. “Sono stata in officina ieri. E ho trovato un vecchio amico.”
“Un vecchio amico, eh? Che significa qualcosa di più di un semplice amico. Bene. La cosa si fa molto interessante. Racconta!”
“Io non… Ecco. Eravamo giovani, forse troppo giovani. Giocavamo insieme da bambini, tutte le estati quando vivevo con zia Augusta. Siamo cresciuti insieme, in un certo senso… E’ stato il mio primo bacio.” Strinse le labbra a quel dolce ricordo. “E’ stato anche il mio secondo, il terzo, il quarto bacio… E’ stato il mio primo amore.” Sbatté le palpebre, per ricacciare indietro quella malinconia lucida. “Ma poi se n’è andato, senza una parola.”
“Ti ha mollato?” le chiese Sonia, che era tornata ad armeggiare con il pan di spagna.
“No, no. Non esattamente. Ha dovuto seguire i suoi genitori, si sono trasferiti. Ma non mi ha detto niente, né prima, né dopo. Semplicemente sparito. Come se avesse preso l’occasione per lasciarmi. Se vuoi bene a una persona, mica te ne vai così, no?!”
“Un vero peccato” commentò Sonia.
Giulia alzò le spalle. “E’ andata così.”
“Lo dici come se fosse finita, ma magari non lo è. Anzi, credo che quella panna sciupata sia lì a dirti che per te non lo è di sicuro!”
Giulia lasciò andare le fruste nella ciotola con stizza. “Sono passati cinque anni. No, scusa, sono sei anni!”
“E forse questo era il tempo di cui lui aveva bisogno. E’ sposato? Fidanzato? Hai sbirciato le foto in giro sui social?”
Giulia rispose con una risata isterica bassa. “Gliel’ho chiesto. Non ha nemmeno una ragazza.”
Sonia lanciò la paletta in aria con allegria. “Ah beh! Gliel’hai pure chiesto! E lui è libero! Di cosa stiamo parlando, scusa?!” Sonia prese in mano la ciotola con la panna e si mise a lavorarla lei. “Su, ricominciamo dal principio. Raccontami bene, per filo e per segno, cosa ti ha detto ieri…”
Quasi un’ora dopo, quando Giulia stava terminando la cronaca minuto per minuto dell’incontro con Mario, il suo telefonino trillò un messaggio. Lo prese dalla mensola dove lo teneva in carica. Era Leonardo. “Che cosa fai questa sera? Ti va di uscire a cena?” lesse ad alta voce.
“Mah. Non sono molto convinta, ma magari ti aiuterà a schiarirti le idee” rispose l’amica.
“Ma come faccio con Rufus? A chi lo lascio?”
Sentendosi interpellato, il cane rientrò dalla porta aperta sul retro e sollevò la testa di lato.
“Io un’idea ce l’avrei…” Sonia sorrise sorniona. “Questo tuo vecchio amico, che va così d’accordo con questo cane… Mario, giusto?!”
Rufus fece un salto in avanti, uggiolando contento.
“Dai, non scherzare, su! Come posso chiedere proprio a Mario di tenermi il cane, quando esco con un altro uomo?!” rispose stizzita Giulia.
“Me lo domando anch’io, in effetti…” Sonia batté le dita sul bancone, ammiccando.

Quel venerdì pomeriggio Giulia lo trascorse in velocità, indaffarata tra il lavoro in pasticceria e l’organizzazione della serata. Non era affatto convinta della decisione, ma uscire con Leonardo sarebbe stato comunque meglio che rimanere lì a rimuginare sul da farsi. Tra la preparazione di una Chantilly e una Ganache, mandò un messaggio a Mario, chiedendogli se poteva sorvegliare Rufus un paio d’ore a casa di lei, per un impegno. Non scese in dettagli sulla tipologia della sua uscita, preferì rimanere sul vago. Mario le confermò subito la disponibilità, di non preoccuparsi del cane, ci avrebbe pensato lui senza problemi. Mentre aspettava la cottura dei muffin doppio cioccolato in forno, chiamò la sua parrucchiera di fiducia e la pregò, anzi la supplicò proprio in ginocchio, di trovare una mezz’ora sul tardi per i suoi capelli disfatti. Qualsiasi acconciatura che la facesse sembrare almeno ordinata sarebbe andata benissimo, dato che non c’era tempo sufficiente per sistemare il taglio e usare la piastra per una messa in piega tutta boccoli e riccioli tirabaci. Mentre Eva si destreggiava con la chioma indomita di Giulia, Rufus attendeva fuori, il guinzaglio legato al portabiciclette saldato al marciapiede sotto il porticato e lui accasciato a terra, stranamente tranquillo. Comunque le due ragazze vigilavano attraverso la vetrina.
Una volta rientrata nell’appartamento, Giulia si fece una doccia veloce e indossò il suo vestito migliore, un tubino nero che le era costato pochi euro al mercato rionale del sabato, ma che le stava d’incanto. Terminò di truccarsi proprio quando Mario suonò al citofono giù in strada.
Non lo aveva ancora visto in abiti civili, osservò Giulia quando lui attraversò l’ingresso con un paio di jeans chiari e una felpa nera col cappuccio. Gli donavano un’aria sbarazzina, sembrava un giovane studente universitario. Lui si fermò di blocco, trovandosela davanti già vestita per uscire.
“Ti stanno molto bene i capelli raccolti… chi è il fortunato?” le chiese, senza riuscire a nascondere l’espressione un po’ contrita.
“Una nuova conoscenza. Ma non c’è niente, tra noi, ecco” si schermì Giulia, arrossendo non poco. Perché doveva giustificarsi, poi?!
Riconoscendo la voce dell’ospite, Rufus scattò sulle zampe dalla sua cuccia e trotterellò tutto contento verso di loro. Si strusciava ora sui jeans di Mario, ora sulla gonna scura di Giulia, lasciando sul tessuto ciuffetti del proprio pelo chiaro. Mario lo trattenne per il collare, staccandolo da lei, che spazzolò subito via i peli con le mani.
“Buono Rufus. Non vedi quanto è bella Giulia? Non le rovinare vestito e serata, su!”
Che cos’era quel groppo in gola improvviso, si chiese Giulia. Perché adesso non provava più entusiasmo per quell’appuntamento e quasi agognava a rimanere lì, con loro? Era meglio uscire. Leonardo la aspettava giù, l’auto parcheggiata di fronte all’edificio. Il passato non torna mai indietro, pensò amaramente. Mario le stava solo facendo un favore quella sera, niente di più.
Prima di andare, gli mostrò i menù della pizzeria all’angolo e della hamburgheria sull’altra strada. “Se dici che è per me, la consegna è gratis. Sono una buona cliente. A dire il vero, ultimamente il loro miglior cliente è proprio Rufus!”
“Non ti preoccupare. Noi due ce la caveremo benissimo, vero Rufus?” Il cane uggiolò in risposta, guardando la sua ciotola al momento vuota.
“Vai e divertiti…” Mario le richiuse la porta alle spalle.
Giulia trasse un respiro profondo e si avviò verso un altro futuro.
Leonardo le aprì la portiera e la fece salire sulla sua auto, tenendole la mano. “Sei davvero incantevole stasera.”
Lui indossava un completo blu scuro, con una camicia grigio chiaro e una cravatta rosa. Elegante come il giorno che si erano incontrati. Il suo profumo riempiva l’abitacolo, e Giulia pensò che forse aveva esagerato. Era un buon profumo, niente da dire, ma le impediva di respirare. Abbassò appena il finestrino dal suo lato, per lasciar entrare un po’ d’aria fresca.
Leonardo aveva scelto un ristorantino in periferia, un locale tranquillo, con i tavoli appartati, dove si poteva chiacchierare senza essere sovrastati dalla musica o dal baccano degli altri commensali. Dopo aver scelto dal menù e ordinato entrambi un secondo di carne al cameriere, Leonardo svelò il contenuto di quella piccola cartellina in pelle che si era portato dietro. C’erano un paio di fogli stampati. Le spiegò che si trattava di un’integrazione per la gestione dell’incidente, un formulario che l’assicurazione di lui gli aveva chiesto di far firmare all’altra parte.
“E visto che siamo qui, possiamo toglierci questo ultimo impiccio” disse, prendendo una stilografica dal taschino interno della sua giacca.
Giulia stava sbocconcellando un grissino. “Ci penserò domani… non roviniamo questa bella serata con altre scartoffie.”
Leonardo si rabbuiò un attimo, ma poi rimise il plico dentro la cartellina. “Hai ragione, domani.”
Parlarono amabilmente per tutta la cena, accompagnata da un ottimo vino rosso. Leonardo le descrisse le sue ultime imprese lavorative, ma Giulia forse era troppo lontana da quel mondo per condividere lo stesso entusiasmo. Lei provò a esporgli due metodi di cottura che stava sperimentando in laboratorio, e sebbene lui sembrasse partecipare con convinzione alla chiacchierata, guardava troppo sovente lo schermo del cellulare che aveva poggiato sopra il tavolo. Giulia invece aveva lasciato il suo in modalità silenziosa, nella borsetta. Mancava il sale in quell’impasto. Come quando stai preparando un dolce e ti aspetteresti che occorra solo lo zucchero per dargli sapore, e invece no, ci vuole sempre un pizzico di sale. Né troppo, né troppo poco. Quanto basta.
Più tardi, quando la riaccompagnò a casa, Leonardo stava per baciarla, nella penombra dell’ingresso esterno del condominio. Con una mano le cingeva il fianco, avvicinandola al suo petto, con l’altra le accarezzava il viso. Ma scattò la serratura, la porta di aprì di colpo e spuntò fuori Rufus che cominciò a ringhiare. A fatica, Giulia riuscì a trattenerlo.
“Ma che cos’ha questo cane contro di me?” sbottò stizzito Leonardo, ritraendosi verso la strada.
“Niente. Ce l’ha con tutti, figurati. Mi saluta così tutte le mattine… Mi spiace. Ci sentiamo domani.”
“Magari ci vediamo per pranzo domenica, ok?” Le diede un bacio veloce sulla guancia. Sbrigativo. Nessun tentativo di spostarsi appena un po’ a sinistra e baciarle le labbra. L’incanto di pochi secondi prima era svanito.

“Scusa Giulia. Ho aperto giù perché ho visto l’auto del tuo accompagnatore parcheggiata, così non dovevi cercare le chiavi. Ma Rufus è schizzato fuori come un razzo…” Mario la attendeva all’ingresso dell’appartamento, mentre lei avanzava trascinando quasi a forza il cane su per le scale.
“Sì, si vede che aveva fretta di sbranare Leonardo” rispose lei seccata.
Mario richiuse la porta alle sue spalle sorridendo. “Oh beh, stava difendendo la sua padrona… è andata bene la serata?”
“Sì… credo di sì…” Dalla borsetta Giulia tirò fuori il nuovo documento da firmare. Lesse le prime righe velocemente. “Boh, non ci capisco niente… lo guarderò domani con calma.” Lo posò sul tavolino dell’entrata, vicino allo svuotatasche.
“Che cos’è?” chiese incuriosito Mario, mentre l’aiutava a togliersi il cappottino.
“L’ennesima scartoffia per l’incidente. Me l’ha dato Leonardo da firmare.”
“Ah. Quindi la nuova conoscenza è il tizio che ti ha tamponato? Mai pensato di tamponare una donna per uscire con lei…” Non riuscì a trattenere una risata amara, mentre Giulia si mordeva le labbra per essersi lasciata scappare quell’informazione.
Lui prese il plico di fogli e cominciò a scorrere veloce il testo, borbottando appena le parole. Poi lo rimise al suo posto, scuotendo la testa severo. “Non firmare. Mandalo domattina in visione alla tua assicurazione, ad occhio e croce è una manleva… con questa dichiarazione sembri rinunciare al recupero dei danni subiti alla tua auto.”
Giulia riprese quei fogli e stavolta li scrutò con maggior attenzione. “Perché? Perché dovrebbe farmi una cosa del genere?!”
Mario provò a rassicurarla, non gli piaceva accusare nessuno. “Magari non lo ha letto nemmeno lui, glielo ha passato l’azienda dove lavora. Dalla proprietà dichiarata vedo che è un’auto aziendale quella che guidava, ma affittata con un lungo noleggio, e magari la società del noleggio sta facendo qualche storia per non pagare il danno. Ma non è tua responsabilità, ok? Lascia lavorare il tuo agente, queste cose le sa di sicuro.”
Mentre Giulia scorreva i fogli sconcertata, Rufus si intromise tra loro due, elemosinando un po’ di attenzioni.
“Stai buono tu… hai combinato abbastanza danni anche stasera…” Giulia lo spinse via con la mano.
Mario invece gli accarezzò il testone. “Sai, ha ragione lui invece. Basta pensieri.” Con delicatezza, le tolse il documento dalle mani e lo appoggiò sopra il tavolino. Poi la spinse verso la penisola della cucina. Afferrò una bottiglietta di birra aperta e gliela porse.
“Non l’ho ancora toccata. Sto finendo ancora questa…” Ne prese un’altra che era già a metà del suo contenuto. “Alla salute! Non ti sei fatta niente nell’incidente, la tua auto adesso è riparata, tutto il resto si risolve.” Toccarono le bottiglie tra loro con un tintinnio, prima di berne un sorso.
“La mia auto è riparata?” chiese poi lei.
“Sì, è qui sotto in strada. Sono venuto con quella stasera, così poi mi porto via l’altra. Servizio completo.” Mario fece un inchino irriverente.
Giulia bevve un altro sorso soddisfatta, la birra fresca scorreva come un balsamo ristoratore. Poi osservò le confezioni del cibo per asporto lasciate sul tavolo. “Hai preso un hamburger alla fine? Sono davvero buoni, vero?”
“Decisamente. Ne ho presi due, ha apprezzato anche Rufus. Se vuoi ci sono delle patatine, sono ancora calde.” Le mostrò la scatoletta chiusa.
“No, grazie. Però… manca il dolce. E questa è pur sempre la casa di una pasticcera!” Giulia lasciò la birra sul bancone e si diresse verso il frigorifero, per controllare una delle sue ultime creazioni. “Semifreddo al pistacchio e nocciolato. Può interessare?” esclamò tutta orgogliosa.
“A me sicuramente si. Lui non lo so se lo può mangiare…” rispose Mario indicando il cane che scodinzolava incuriosito dal cibo in arrivo.
“Per Rufus ci sono questi…” Giulia prese la scatola dei biscotti di Rufus e gliene lanciò uno bello grande, a forma di osso.
Si accomodarono insieme sul divano per gustare il semifreddo, mentre guardavano un vecchio film in bianco e nero in televisione.
Sarà stato il picco degli zuccheri nel sangue, sarà stato il momento così intimo tra loro due, seduti così vicini da toccarsi, ma Giulia non riuscì più a trattenere quel pensiero che da giorni la tormentava. “Ti avevo cercato… quando vi siete trasferiti.”
Lo sentì irrigidirsi lì al suo fianco. Passarono diversi lunghissimi secondi di silenzio prima che lui rispondesse, con voce bassa e roca.
“Lo so. Mi era giunta la voce. Ma non volevo farmi trovare.”
“Perché?” sussurrò Giulia, anche se avrebbe voluto gridarglielo addosso con rabbia.
Lui posò il cucchiaino sul piatto. “Mio padre aveva perso tutto, e noi insieme a lui. Tutto. Ho dovuto vendere la mia bicicletta per pagarmi i libri di scuola… Sono stato arrabbiato per molto tempo per questo. E mi vergognavo.” Mario sospirò lentamente.
Si fissarono negli occhi a lungo, ma nessuno dei due aggiunse più nulla a quel discorso.
Inopportuno come sempre, Rufus spuntò tra le loro gambe, uggiolando e annusando i piatti che tenevano in grembo.
“No, non c’è niente per te, bello. Hai già mangiato il tuo biscotto, giù a cuccia!” gli intimò Mario sorridendo.
Chiacchierando piano, si appisolarono davanti alla tivù. Si risvegliarono solamente verso le due, quando rientrò il figlio dei vicini e il suo passo pesante risuonò per la tromba delle scale del palazzo.
“Cavolo…” Mario si passò una mano sul viso e sui capelli. “Devo tornare a casa.”
Anche Giulia si ridestò, stiracchiandosi. Aveva dormito con la testa appoggiata alla spalla di lui, mentre Mario le stava abbracciando la vita.
Lei si voltò, per leggere l’orologio appeso alla parete.
“Rimani qui e dormi sul divano. E’ tardi. E sei stanco. Non puoi metterti in auto adesso e rischiare un colpo di sonno.”
Mario provò ad alzarsi, ma non vi riuscì. “In effetti sono distrutto… ma soprattutto Rufus non vuole togliersi dai miei piedi!”
Il cane si era acciambellato intorno alle sue gambe e non voleva saperne di spostarsi. Lo dovette sollevare di peso, mentre lui mugolava infastidito.
Mario poi la aiutò a riordinare piatti e bottiglie lasciati sul tavolino basso.
“Ti prendo una coperta, aspetta.” Giulia andò veloce in camera e prese un pile morbido dall’armadio. “Ecco, tieni. Buonanotte…”
Si baciarono, quasi sovrappensiero, come una coppia sposata da tempo.
“Scusa. Non volevo.” Mario si staccò subito.
Lei ci rimase male e lo fissò delusa.
“No, voglio dire… Volevo. Ma solo se lo vuoi anche tu…”
Allora Giulia gli si avvicinò e gli diede un altro bacio, così che non ci fossero più dubbi.

La mattina di sabato il risveglio profumava di caffè e pancake. Non era mai accaduto prima di sentire quel profumo stando tra le lenzuola. Di solito, era Giulia a preparare i pancake stando in cucina davanti ai fornelli. Uscì soddisfatta dalla propria camera e trovò il divano già tutto ordinato. Sospirò un po’ delusa. Doveva ammettere di aver avuto un paio di pensieri impuri durante la notte, la tentazione di intrufolarsi in quello stesso divano quando era ancora caldo e occupato era stata forte, ma lei non era così coraggiosa. Aveva anche immaginato che potesse essere lui a raggiungerla nel suo letto, non l’avrebbe certo respinto. Ma Mario era un gentiluomo d’altri tempi, non avrebbe mai fatto una cosa del genere, lei lo sapeva bene.
“Ti sei anche fatto una doccia?” esclamò lei quando giunse in soggiorno. Mario stava girando i pancake con la paletta. Indossava un altro paio di jeans e una maglietta a maniche corte stirata. Oltre all’aroma dei pancake, nell’aria aleggiava la fragranza di un bagnoschiuma maschile.
“Sì, ho sempre un cambio di emergenza in auto, se mi sporco davvero troppo in officina. Ho fatto installare delle docce nei bagni di servizio.” Quando si girò per salutarla e posare un pancake cotto sopra gli altri già pronti, il cuore di Giulia smarrì un battito. Era bello da togliere il fiato, ed era lì, stava cucinando per lei. C’era niente di più sexy al mondo?!
Fecero colazione insieme, seduti sugli sgabelli alti di fronte alla penisola. Un paio di volte, mentre parlavano dei loro progetti per il weekend o del tempo incerto di quel periodo o della musica in sottofondo sul canale radio, Mario le accarezzò la schiena, un gesto così semplice eppure così confidenziale. Aveva lo straordinario potere di farla sentire protetta, considerata, amata. Lo stesso effetto lo doveva avere anche su Rufus, che se ne stava tranquillo, accucciato lì sotto, mordicchiano un altro osso-biscotto.
Quando ebbero terminato, Mario si riprese le chiavi della Panda blu elettrico e riconsegnò a Giulia quelle della sua Panda gialla.
“Te ne vai in officina adesso?” gli chiese lei. Non era ancora uscito e già avvertiva la sua mancanza.
“No, tengo l’auto sostitutiva per il fine settimana, la riporto lunedì.” Lui infilò la felpa nera del giorno precedente e poi si fermò pensieroso. “Se non hai impegni, puoi passare su a casa nel pomeriggio. Da tua zia Augusta. E da me, sarò lì a fianco. Oggi mi aspetta il caminetto da sistemare, lo sto rifacendo in mattoni. Se farà sole caldo, mi metterò anche a costruire la tettoia nuova in legno per le auto. Devo pure fare spazio alle assi per il portico che mi consegneranno tra qualche giorno.”
“Ma come ci riesci? Dopo un’intera settimana in officina?!”
“Quello è lavoro. Questo invece è per me. E poi mi rilassa.” Sorrise di soddisfazione, mentre strattonava la testa di Rufus che non voleva lasciarlo andare via. Quando aprì la porta dell’appartamento, il cane si mise pure a ringhiargli contro. Finì col latrare disperato contro Giulia, che non aveva fatto nulla per trattenere Mario.
“Si, lo so, Mario ti piace, l’ho capito.” Il problema è che piace anche a me, pensò con una fitta al cuore.
Rigovernata la cucina, Giulia decise di risolvere una volta per tutte l’incresciosa storia dell’incidente. Scattò delle foto ai fogli che le aveva consegnato Leonardo la sera prima e le inviò con una mail alla sua assicurazione, all’attenzione dell’amico di suo padre. Nemmeno dieci minuti dopo, lui la chiamò subito al cellulare. “Certo che quell’uomo è veramente un farabutto, scusa se te lo dico cara…”
Le spiegò dettagliatamente quali risvolti poteva avere la sua firma su quel documento e, in breve, Giulia capì che Mario aveva ragione: Leonardo stava cercando di incastrarla, ma secondo l’assicuratore era ben cosciente di ciò che le proponeva. “Considerato il suo lavoro cara, è ben difficile che non sappia comprendere cosa significa una dichiarazione scritta in questo modo.”
Giulia decise allora di chiamare subito Leonardo al telefono e affrontarlo direttamente. All’inizio lui provò a negare, che assolutamente non era sua intenzione metterla nei pasticci, ci mancherebbe, era totalmente ignaro che quel documento fosse così insidioso. Per cosa poi? Per un tamponamento che aveva prodotto così pochi danni? No, era ridicolo. Ne avrebbe parlato in azienda e avrebbe chiarito la questione. Ma quando Giulia gli comunicò che d’ora in avanti avrebbe lasciato la gestione del sinistro solo in mano alla propria assicurazione, che lei assolutamente non se ne voleva più occupare, perché non era di sua competenza, Leonardo cambiò il tono della conversazione.
“Capisco Giulia. Perfetto. Allora lascerò anche io che sia l’azienda a gestire la pratica. Meglio così per tutti.”
“Bene. Siamo d’accordo.” Lei prese un ampio respiro e cercò di ritrovare un po’ di allegria. “Allora, ci vediamo domani per pranzo?”
“Direi che non ha più alcun senso. Dovevamo vederci per quel documento. Ora non serve più. Le nostre strade si dividono qui. Buona giornata a te.”
Giulia rimase diversi secondi immobile prima di capire che lui aveva chiuso brutalmente la comunicazione.
Osservò lo schermo del cellulare tornare alle sue consuete icone colorate. “Non ci posso credere…”
Si sedette sul divano inorridita. L’aveva accompagnata in ospedale solo per paura? Poi era uscito con lei solo per sistemare il sinistro?
Calde lacrime di amarezza le scapparono mentre ripercorreva tutti quei momenti. “Come ho potuto essere così sciocca?!”
Accasciò la testa tra le ginocchia, mentre si lasciava andare a un pianto soffocato.
Per la prima volta da quando vivevano insieme, Rufus cercò a modo suo di consolarla. Infilò il muso tra le sue gambe e le diede dei buffetti sul capo, uggiolando piano. “Si, lo so, tu me lo avevi detto che era cattivo…” mormorò Giulia.
La testa le scoppiava dalla rabbia contro se stessa. Che razza di stupida era stata.
Si risollevò. “Ho bisogno di uscire… andiamo via? Una passeggiata?” chiese al cane.
Rufus scodinzolò placido fino all’ingresso, con un salto e una zampata fece cadere lo svuotatasche con le chiavi, le batterie e le altre cianfrusaglie.
“No, Rufus, ma che hai combinato adesso?!” piagnucolò lei. Giulia sprofondò all’indietro tra i cuscini del divano.
“Un gatto, zia Augusta! Dovevi prenderti un gatto! Accidenti!”
Rufus tornò verso di lei con qualcosa di solido tra le sue fauci. Lo depositò vicino alle mani di Giulia.
Lei lo prese per osservarlo. Era il ciondolo di legno di Mario, con le chiavi dell’appartamento. “Usciamo allora? Andiamo al parco?”
Ma il cane rimase seduto di fronte a lei. Inclinò la testa di lato in attesa. Quando si comportava così, la faceva sentire un’idiota, come se fosse lei a non arrivarci. Era chiaro, no?! Giulia guardò l’incisione sul ciondolo in legno. Il cuore, quel cuore.
“Andiamo …da Mario?”
Rufus abbaiò tre volte con decisione, saltò in avanti e le poggiò le zampe anteriori sulle mani.
“Sì, mi sa che hai proprio ragione tu!”

“Eccoci, ci siamo. Guarda Rufus, è proprio qui.”
Giulia parcheggiò la Panda gialla sul vialetto della casa nuova, proprio dietro all’altra blu elettrico di Mario. Non lo aveva avvertito che sarebbe arrivata, voleva fargli una sorpresa, sperando che fosse gradita. Aveva anche temuto di non trovarlo, magari all’ultimo aveva cambiato i propri piani e si trovava in città, chiuso in officina. La vista dell’auto parcheggiata lì davanti le fece sobbalzare il cuore.
Una volta scesa e liberato Rufus dal bagagliaio, si girò ad osservare la villetta di zia Augusta sulla destra, oltre lo steccato di legno. No, quel dolore non era ancora passato. Non era più stata capace di entrare là dentro, dopo il funerale della zia. Ci sarebbe voluto ancora un po’ di tempo.
Sospirò e tornò sui suoi passi, ammirando invece quest’altra casa tinteggiata di fresco, con le nuove grondaie in rame splendenti e il tetto rimesso a nuovo. Anche i serramenti erano stati cambiati, ricordava quelli vecchi in legno scuro consumati dalle intemperie. Il giardino era ancora una boscaglia di erba alta, con in mezzo bancali in legno accatastati e qualche rottame in ferro. La porta dell’ingresso principale era accostata e sentì una voce entusiasta provenire dall’interno. “Rufus! E Giulia? Dove l’hai lasciata Giulia, eh?!”
“E’ permesso?” Lei avanzò lungo un enorme stanzone vuoto, che odorava ancora di pittura per interni. Nel mezzo della parete più lunga, Mario era accovacciato intorno allo scheletro di una canna fumaria, che stavo ricoprendo con dei mattoni rossi e del cemento liquido.
Rufus gli trotterellava intorno incuriosito, annusando ogni oggetto.
“Avanti, avanti…” Mario si alzò e batté le mani per togliersi la polvere. “Sono proprio contento che tu sia venuta. Mi fa molto piacere.” Non riuscì a trattenere un sorriso largo. Sembrava davvero emozionato di averla lì.
“Avevamo bisogno di una gita fuori porta, io e Rufus.” Giulia alzò le spalle allegra. “Ho portato anche un po’ di cibarie…” gli mostrò le grosse buste di carta tra le sue mani. “Pizza fatta in casa, crocchette di patate e qualche bibita. Anche una piccola torta al cioccolato.”
Si guardò intorno, nel vuoto assoluto della stanza. “Ma al momento dove vivi? Dove nascondi il mobilio?”
Mario ridacchiò. “Di qua. Vieni, ti faccio vedere.”
Aprì una porta vetrata sulla sinistra e si ritrovarono in un’altra sala, con una cucina moderna completa di tutto, compreso un enorme frigorifero a due ante. Saranno almeno dieci metri di superficie, calcolò velocemente Giulia stupefatta. La stanza aveva una forma ad L e di fronte al tavolo della cucina, un bel tavolo ampio, si trovava un salottino con un divano, probabilmente un divano letto, notò Giulia, un tavolino basso al centro e un comodino di lato, pieno di libri e riviste. Davanti al divano, un mobile basso reggeva un enorme televisore piatto.
“Davvero un bel posticino” commentò lei, posando le buste di carta sopra il bancone liscio in marmo.
“Gli impianti sono tutti finiti, riscaldamento, elettrico, c’è anche il fotovoltaico sul tetto” le spiegò Mario con orgoglio. “Anche i bagni sono a posto, uno con la doccia, l’altro con doccia e vasca idromassaggio.”
“Ah, vizioso!” lo canzonò lei. Rufus le ciondolava tra le gambe, annusando gli odori che uscivano da quelle buste lassù.
“La camere non sono finite, sto terminando i pavimenti in legno al piano di sopra. Poi con calma penserò al resto dei mobili.”
“E’ davvero un gran bel lavoro, complimenti.”
Mario le aprì il frigorifero e la aiutò a riporre le bibite. “Diciamo che questa ristrutturazione ti mostra come potrebbe diventare anche la casa di zia Augusta. Se vuoi venderla, puoi far vedere questa agli acquirenti come esempio…”
Giulia scosse la testa. “No, sto pensando di tenerla e di accettare la tua offerta, per aiutarmi a sistemarla, dietro compenso si intende. Sono stanca di abitare in città e non c’è spazio per Rufus nel mio appartamento.”
“Quindi terrai anche lui…” Mario si appoggiò alle ante chiuse del frigorifero, sorridendo.
“Oppure è lui che terrà me, non l’ho ancora capito” Giulia ridacchiò, mentre Rufus le si strusciava tra le gambe tutto gioioso.
“Vuoi un caffè intanto? La macchinetta espresso è nuova, ma collaudata, garantisco.” Mario si avvicinò all’altra parte della cucina per armeggiare con le cialde e le tazzine. “Hai mandato poi quel documento all’assicurazione?”
“Sì, e ci avevi visto giusto.” Giulia si accomodò in una delle sedie. “Così subito dopo ho chiamato Leonardo e non è stata una telefonata esaltante… Non credo ci vedremo più.”
“Mi spiace.” Mario le dava le spalle, ma Giulia avrebbe giurato dalla voce che stava ridendo soddisfatto.
“A me no, non più di tanto almeno”, aggiunse lei. “Mi sento solo stupida per esserci cascata. Forse Rufus aveva capito tutto, molto prima di me.”
Sentendosi nominato, Rufus si palesò velocemente tra loro, dopo essere stato in esplorazione altrove.
“I cani riconoscono subito le persone di cui fidarsi… ”
Rufus fece un salto e si alzò sulle zampe posteriori, il suo testone quasi all’altezza del petto di Mario.
“Ma quanto intelligente sei tu, eh? Adesso però stai buono giù… che mostro il mio maniero a Giulia, finché la macchinetta si riscalda.”
Fecero il giro di tutta la casa, anche del primo piano. Lei era davvero impressionata da quanto lavoro e tempo lui vi aveva impegnato.
Rufus intanto gironzolava per le stanze, annusando ogni angolo, e saltellava su e giù per le scale.
Quando tornarono in cucina, Mario le preparò il caffè. Un intenso aroma invase la stanza, mentre la macchinetta lo rilasciava sulle tazzine.
Rimasero in piedi, uno accanto all’altro, mentre assaporavano il tepore della bevanda.
“Aspetta, ho una cosa per te.” Mario si spostò, aprì un cassetto e vi prese qualcosa. Era un sacchettino di velluto rosso.
Giulia lo soppesò, non era molto pesante. Rovesciò il sacchetto e nella mano le cadde un grande ciondolo in legno. Un nuovo portachiavi fatto da lui, un po’ più grande del precedente. Da una parte erano intagliati due cuori incrociati, l’uno dentro l’altro, tinti di rosso lungo la scanalatura, e dall’altra la sagoma di una casetta, un po’ diversa dall’altra sul vecchio portachiavi. Questa aveva sia la porta che il camino.
“Per la nuova casa. Devi cominciare a sentirla tua, a cominciare dalle chiavi” le sussurrò lui.
Giulia rimase senza parole, erano tutte bloccate lì, tra il cuore e la gola.
Mentre cercava qualcosa da dire, Rufus prese la rincorsa dall’altro salone e urtò Giulia con prepotenza, facendola finire addosso a Mario.
“Rufus!! Cattivo cagnaccio!! Scusami…” Lei cercò di allontanarsi, ma Mario la trattenne.
“Rimani qui…” La abbracciò stretta e le baciò i capelli sulla nuca.
Restarono così a lungo, con Giulia che ascoltava il battito costante del cuore di Mario.
Dopo un sospiro, lei si discostò appena, per guardarlo in viso. “Te ne andrai di nuovo, all’improvviso, senza dirmi niente?”
“No, te lo prometto. Sono tornato per restare.” Le accarezzò i capelli, portandoglieli dietro l’orecchio. “Tutto questo, quello che vedi, l’ho fatto per te. Per noi. Non me ne sono reso conto finché non sei entrata da quella porta oggi…”
Giulia si sentì avvampare. Era una dichiarazione importante quella.
All’improvviso Rufus abbaiò forte. Ringhiò basso in direzione di Mario, poi uggiolò disperato e di nuovo abbaiò, in una sequenza impaziente.
“Ma che gli prende adesso?!” si lamentò lei.
Mario sorrise invece divertito. “Sta dicendo che devo sbrigarmi…”
“Sbrigarti? E per cosa?”
“Per questo…” Le affondò la mano tra i capelli dietro la nuca e la avvicinò ancora di più. Le loro labbra si toccarono, prima lievemente, più volte, poi con maggiore intensità. Alla fine si dischiusero, in un bacio appassionato. A Giulia sembrò di essere salita sulla macchina del tempo e di essere nuovamente in quella sera d’estate, al crepuscolo, abbracciati vicino al muretto della stradina verso casa. Erano le stesse labbra di allora, la stessa bocca che respirava dentro la sua, la stessa lingua che la cercava con insistenza, lo stesso cuore che batteva all’unisono col suo. Non era cambiato niente, non era passato un solo giorno tra loro.

Ho fame. Ho giocato, ho corso, ho saltato. Ho fame. Buio fuori, ora di cena. Accidenti, ho fame.
Come faccio a staccarli adesso? Con tutta la fatica che ci ho messo poi. Ho fame e non ci sono ciotole in giro.
Nessun odorino buono. Bah. Che vita da cane mi è toccata. Però sono felice. Ho fame, ma sono felice.
Questa sarà casa nostra, io già lo so. Non c’è ancora la cuccia, ma è nostra. Whoff!

 

(C) 2026 Barbara Businaro

 

Note:
L’idea alla base di questo racconto risale al 19/10/2022, in una serata felice sotto la doccia. Giuro. Nel tempo lungo di una doccia bollente, dopo allenamento, con shampoo e balsamo in posa per i capelli, ho pensato il titolo, “L’amore mi è venuto addosso”, e immaginato l’incidente in auto all’inizio della storia. Ma non era quello l’amore che si scontrava con la protagonista, c’era qualcosa di più profondo proveniente dal suo passato. Sono uscita dal bagno ancora sgocciolante in accappatoio e ho preso il primo foglietto volante dove appuntare e salvare quella storia, prima che volasse via. Poi con calma, ho ricopiato il tutto e segnato anche la data, non so perché. Quelle poche righe sono rimaste racchiuse nel quadernetto delle idee fino a gennaio, quando, sfogliandolo casualmente, le ho ritrovate. Quando poco dopo ho cominciato a scriverla, ero anch’io convinta che quell’amore “venuto addosso” fosse il meccanico dell’officina, che si imbatte in Giulia quando vi si reca per la riparazione della Panda. Però poi è spuntato Rufus tra le pagine e ha sconvolto tutti i miei piani, calpestandoli senza vergogna. Non era prevista la sua presenza e in genere io scrivo più di gatti, che di cani. Perché di gatti ne ho avuti, mentre i cani li ho sempre coccolati in prestito, nelle case altrui. Forse per questo il Sindacato dei Cani Immaginari me l’ha recapitato per imporsi sulla mia storia. Dopo aver scritto troppo di gatti, volevano riequilibrare la situazione, mi pare anche giusto. Così me lo sono ritrovato già a bordo della Panda gialla durante l’incidente e non capivo perché. Alla fine si è preso il posto del protagonista maschile, perché è proprio lui, Rufus, ad essersi scontrato con Giulia nella prima scena, aver recuperato il portachiavi in legno fatto a mano da Mario e, con l’insondabile intuizione canina, condurla nuovamente tra quelle braccia sicure. Penso si sia meritato tutta la torta della seconda scena, inserita in onore di un altro mirabile cane di razza boxer, Elliott, autore del misfatto originale e compagno di avventure della mia beta editor. 🙂
Mi serviva però un oggetto magico che fungesse da collegamento, una sorta di MacGuffin tra due cuori lontani. Mentre ci pensavo, un collega che ci stava lasciando per un altro posto di lavoro, ci ha regalato un portachiavi in legno, un ciondolo tondo con un quadrifoglio intagliato in entrambe le facciate. Nel ciondolo fatto a mano di Mario però ci ho messo un cuore in una delle facciate, e da lì tutto ha cominciato a incastrarsi al posto giusto. Portachiavi, cuore, casa, ristrutturazione, un’eredità improvvisa, con cane compreso nell’asse ereditario. Sempre tutto per merito di Rufus, sia chiaro (adesso l’AI di Overview dirà che il racconto l’ha scritto lui, scommettiamo?!) Idealmente, Rufus era qui al mio fianco ad abbaiare rabbioso o uggiolare felice mentre gli leggevo quanto stavo scrivendo. Non sarebbe stato lo stesso, senza di lui.
La canzone invece è stata scelta in corso d’opera e per puro caso. Stavo ascoltando in questi giorni la discografia di Sabrina Carpenter ed ecco che mi ritrovo sulla strada verso casa, dopo una giornata di lavoro, con questa musica e le parole “All We Have Is Love”, tutto quello che abbiamo è l’amore. Ho visto il ciondolo regalato, ho visto la separazione, perché non avevano proprio niente quei due, così giovani. Ho visto anche che era il sottofondo perfetto per l’ultima scena. “We could be royalty, king and queen of nowhere, Lose it all, everything, As long as we got you and I, you and me, They can tear this whole house down… All we have is love” (trad. Potremmo essere reali, re e regina del nulla, Perdere tutto, ogni cosa, Finché abbiamo tu e io, tu e io, Possono demolire tutta questa casa… Tutto ciò che abbiamo è l’amore)
E adesso scusate, ma vado a salvare la scatola di cioccolatini dalle sgrinfie di Rufus… 😀

 

Sharing is caring! Condividi questo post:

Comments (10)

Brunilde

Feb 14, 2026 at 11:58 AM Reply

Che bello il tuo racconto Barbara!
Io sono un po’ in crisi : proprio oggi, san Valentino, sono stata vittima di violenza domestica. E’ stato il mio convivente.
Lo so, non avrei dovuto mettemelo in casa così in fretta: è norvegese ( altra mentalità, altro carattere ) è molto giovane…
Però, sai : l’amore a prima vista. E lui, invece, oggi mi ha aggredito. E’ stato terribile: mi ero avvicinata, volevo soltanto pettinarlo, sai, è un gesto di cura, di affetto. Lui invece era di cattivo umore, mi si è rivoltato contro e mi ha colpito: sulla bocca, capisci? Mi è uscito un po’ di sangue. Che faccio adesso? Lo denuncio? lo lascio? Lo rimando in Norvegia?
Forse, contrariamente a quello che hai scritto nel tuo racconto, era meglio se … mi fossi presa un cane come Rufus, e non questo grosso gattaccio intrattabile ( e a pelo lungo ) !

Barbara Businaro

Feb 15, 2026 at 3:12 PM Reply

Ammetto di aver preso paura alle prime righe. Ma poi a quel “è norvegese” ho capito subito, e sono scoppiata a ridere! XD
Perdonami, ma l’hai scritto talmente tanto bene che non ho resistito!
E comunque anche i conviventi nostrani possono essere molto violenti. La mia Simba (una delle poche storie vere personali che ho scritto, la puoi leggere qua: Simba, un gatto con un nome) affondava i suoi artigli nelle mie spalle, quando era adirata e non voleva che la prendessi in braccio (per spostarla o trattenerla da qualche malefatta). Da una di quelle artigliate feroci mi sono pure presa una micosi, sai quelle macchie rosse pruriginose. E così, tutte e due in cura a suon di creme e lavaggi.
Ma cosa vuoi… all’amor non si comanda! 😉

IlVecchio

Feb 14, 2026 at 6:29 PM Reply

Divertente, intelligente, ben scritto e immagino anche di un certo gusto per chi apprezza il rosa. Credo di essere leggermente fuori scala per questa lettura. Ben gestita l’ingombrante figura di Rufus. Ho avuto cani, anche se non della sua razza, e posso confermare che da cuccioli, specie se di grossa taglia, sono esattamente così. Non si salva nessuna ceramica. : -)

Barbara Businaro

Feb 15, 2026 at 3:22 PM Reply

Grazie, grazie, grazie! 🙂
Mi spiace molto per le tue ceramiche. Devo dire che ero alquanto incerta sulle malefatte di Rufus, conosco poco l’indole della razza boxer, ce l’aveva una compagna di classe alle superiori, ma ho avuto a che fare più con cani meticci di piccola taglia, barboncini, pinscher, bassotti, qualche meticcio di media taglia, i pastori tedeschi di mio nonno, che adoravo, qualche border collie (quello della pubblicità di Infostrada con Fiorello di un decennio fa) e collie scozzesi a pelo lungo. La fortuna è stata scoprire, in revisione, che la mia beta reader ha sempre avuto cani di razza boxer. Per lei sono stata anche troppo buona: il suo Elliott avrebbe divelto la panchina anche se in cemento armato e non avrebbe mai leccato le mani a nessuno dalla contentezza, già un buffetto sarebbe stata una grande concessione. 🙂

Giulia Mancini

Feb 14, 2026 at 9:22 PM Reply

Che bel racconto di San Valentino, con la complicità del cagnolone Rufus.
A volte gli amori irrisolti del passato ritornano a bruciare con passione per riprendere il discorso amoroso interrotto dagli eventi.

Barbara Businaro

Feb 15, 2026 at 3:30 PM Reply

Grazie Giulia! Felice che ti sia piaciuto. 🙂
Per altro i nomi dei protagonisti li ho “riciclati” dall’ultimo romanzo appena letto, Non so di Lorenzo Licalzi. Mi sono rimasti addosso in qualche modo e ci stavano bene.
Sì, qualche fortunato amore giovanile riesce a ripresentarsi dopo giri assurdi, è sempre una questione di destino, io credo.

Sandra

Feb 16, 2026 at 7:16 AM Reply

Sembrava un Leonardo invece era un Mario, eh la vita e l’amore vanno spesso così, abbagli, colpi di auto e di cuore e intrusioni canine molto tenere. In quanto alle macchine del tempo c’è solo la super mitica DeLorean, noi possiamo solo sperare che il passato bussi per destino alla porta e di essere in grado di aprirla.

Barbara Businaro

Feb 16, 2026 at 8:47 PM Reply

Sì, questo racconto appartiene al trope “Second Chance At Love”, una seconda occasione per l’amore. In questo articolo Il Libraio ha elencato i tropi più utilizzati nel romance: Romance trope: i topoi più celebri della letteratura rosa (io però non riesco a usare la parola “topoi” perché lo associo a… Topolino XD Per altro, il singolare “topos” arriva dal greco, significa luogo, qui inteso come “luogo comune”)
Guarda caso Il Libraio cita uno dei miei romanzi preferito sul tema: It starts with us. Siamo noi l’inizio di tutto di Colleen Hover, seguito di It ends with us. Siamo noi a dire basta. Mentre il primo libro si focalizza sul rapporto malato tra i due protagonisti, lui uomo violento come fu il padre di lei, il secondo finalmente vede la protagonista rincontrare il primo amore, Atlas, proprio una seconda occasione, una rinascita e il destino che si compie. Decisamente adoro quel secondo libro, ma non lo avrei apprezzato senza leggere le tempeste del primo. 🙂

Paola Amoruso

Feb 16, 2026 at 11:09 AM Reply

E citando un famosissimo film e due grandissimi attori, il compianto Massimo Troisi ed il vivacissimo Roberto Benigni… “Grazie Mario!”

Barbara Businaro

Feb 16, 2026 at 9:43 PM Reply

Non ricordavo questa scena… E grazie Mario!! XD

Leave a comment

Rispondi a Brunilde Annulla risposta