Linguaggio inclusivo per blogger

Il linguaggio inclusivo
tra discriminazioni minori e alibi per agire

Parlare oscuramente lo sa fare ognuno,
ma chiaro pochissimi.
Galileo Galilei, Lettera a Diodati, 18 dicembre 1635

 

Finalmente ho potuto seguire un corso sull’utilizzo del linguaggio inclusivo, in particolare per gli ambienti istituzionali e gli atti amministrativi, condotto senza fanatismi o esagerazioni, ma con cognizione di causa. Tra tutte le giornate di formazione dell’ultimo anno, in diversi ambiti e competenze, non solo quelle informatiche oramai legate quasi esclusivamente all’Intelligenza Artificiale, è quello che mi ha lasciato maggior entusiasmo e soddisfazione.
Avevo partecipato a diversi webinar e convegni in precedenza, ma mi era sempre rimasta la sensazione di “fuffa cosmica”: tante belle parole, onorevole l’intento, ma nella pratica poi ci perdiamo. Quando esci fuori dal palazzo, nella realtà di tutti i giorni, del linguaggio inclusivo nessuno ne sa proprio nulla e gli importa pure di meno, spesso viene confuso con la sola inclusione di sesso o di genere, in altre viene associato alla maggior sensibilità verso le persone con disabilità, che non devono più essere chiamate “disabili” o “diversamente abili” o “handicappato”. Quello del linguaggio inclusivo è decisamente un tema molto più ampio e merita rispetto. Le parole hanno un grande potere: possono sminuire, offendere, denigrare, escludere chiunque, anche se non c’è intenzionalità del gesto.

Il linguaggio inclusivo non considera solo l’identità di genere, cercando di porre rimedio alla nostra lingua, che per sua natura non è neutra: nella lingua italiana, per gli uomini si usa la declinazione maschile e per le donne la declinazione femminile, ma non esistono parole con declinazione neutra. Nonostante l’Italiano sia forse la lingua neo-latina più ricca di termini femminili rispetto alle altre, nell’ultimo secolo si sarebbe affermato un uso maschilista della lingua, preferendo la declinazione maschile anche con valenza generica, come moltitudine di persone di genere differente.
Oggi si cerca di usare un linguaggio inclusivo anche verso altri soggetti fragili, per costruire forme di comunicazione senza stereotipi, pregiudizi e atti discriminatori nei confronti di determinate categorie di persone: persone con disabilità, persone appartenenti a determinate etnie, persone che professano la propria fede religiosa, persone che vivono in uno stato di povertà. Se vogliamo davvero essere inclusivi, dobbiamo includere proprio tutti questi gruppi.

Volete sapere qual è il primo testo inclusivo scritto nel nostro paese? La nostra stessa Costituzione.
Pensiamo a quel periodo funesto, dopo una guerra mondiale atroce, con le divisioni che correvano lungo tutto il territorio martoriato. C’era bisogno di un testo che unisse gli individui, li comprendesse tutti senza alcuna distinzione, li facesse sentire davvero uniti sotto un’unica bandiera, creando una nuova nazione da quelle macerie. Chi ha scritto la Costituzione aveva questo scopo e c’è riuscito, nonostante nella nostra Lingua Italiana il genere neutro non sia presente e il maschile tenda ad essere maggiormente rappresentato del femminile, soprattutto quando utilizziamo il maschile generico o sovra esteso per considerare tutto il genere umano.

Diciamo infatti che “L’uomo è andato sulla Luna” invece di usare la formula più corretta “L’umanità è andata sulla Luna”. Ma in effetti, dal lato pratico, è un uomo quello che ha poggiato il piede sul suolo lunare e una donna lassù non c’è ancora mai stata. Anzi, è pure stato cancellato dal sito della NASA il nome della prima donna che sarebbe dovuta atterrare sulla Luna nella prossima missione Artemis. Però, proprio per rispettare il nuovo corso del linguaggio inclusivo all’interno dell’ente spaziale, dal sito della NASA hanno modificato la frase “Man went to the Moon” in “Humans went to the Moon”. (Fonte: Ansa.it) Questo sì che è un grande passo per tutta l’umanità. 😉

La prima ricerca sull’applicazione del linguaggio inclusivo viene fatta risalire al saggio Il sessismo nella Lingua Italiana di Alma Sabatini, uno studio del 1987 pubblicato per la Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, che comprendeva delle linee guida per un uso non sessista della lingua italiana, delle raccomandazioni scaturite dall’analisi del testo dei libri scolastici, dei quotidiani e delle riviste dell’epoca, anche quelle femminili (se cliccate sul link potete leggerlo e notare come sulla stampa nazionale fossero presenti dissimmetrie grammaticali e semantiche, oltre a pregiudizi e stereotipi sul genere femminile in quell’epoca). Lo scopo di quel lavoro era soprattutto politico, allacciandosi al movimento femminista e alla ricerca della parità tra i sessi, ma ha avuto il merito di allargare il dibattito al pubblico.
La Legge 77 del 27 giugno 2013 ha ratificato ed eseguito in Italia la Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica) come base normativa contro la discriminazione di genere, sebbene non contenga prescrizioni sull’uso di determinate forme linguistiche inclusive. Nel 2018 il Consiglio dell’Unione Europea ha pubblicato delle linee guida sulla Comunicazione inclusiva, per l’adozione di un linguaggio rispettoso dell’identità di genere e libero da qualsiasi pregiudizio. Nel frattempo in rete si accendeva il dibattito sull’utilizzo di simboli (asterisco * , chiocciola @ o schwa ə) come desinenza neutra nella nostra lingua, promosso da linguisti e attivisti come Luca Boschetto e Vera Gheno, mentre gli esperti dell’Accademia della Crusca esprimevano perplessità per queste soluzioni (per approfondire: Un asterisco sul genere).

Qualcosa mi disturbava in tutte quelle conversazioni. Mi chiedevo sempre: ma il linguaggio inclusivo fa solo riferimento al genere oppure c’è dell’altro da considerare? Siamo sicuri di includere nella comunicazione proprio tutti quelli che, per svariati motivi, si sentono esclusi dal nostro linguaggio quotidiano?
Una risposta chiara e concisa l’ho avuta solo con questo corso: c’è molto altro, eccome se c’è. L’inclusione linguistica non riguarda solo il maschile sovraesteso usato per il plurale (voi lettori siete in realtà “lettori e lettrici” di questo blog), che esclude tanto le donne quanto le persone non binarie (chi non si identifica con nessuno dei due generi o è fluido rispetto a questi). Però sono minoranze che non fanno rumore tanto quanto il femminismo o le comunità LGBTQIA+ e allora non interessano a nessuno.
Se vogliamo davvero sviluppare un linguaggio inclusivo, non possiamo accontentarci di qualche vezzoso simbolo disseminato tra il testo. Perché quei simboli non sono “accessibili” proprio per alcune persone fragili e alla fine quell’inclusione fittizia genera altra discriminazione.

 

Il linguaggio inclusivo nella pratica

Per capire come si utilizza nella pratica quotidiana il linguaggio inclusivo, consideriamo due istituzioni autorevoli della mia città, che dopo un’analisi approfondita al loro interno, basandosi su documenti e comunicazioni, hanno redatto delle linee guida complete (con alcuni esempi pratici sulla modulistica così aggiornata e una bibliografia di approfondimento del tema) per i propri dipendenti, per affiancarli nel complesso lavoro di evolvere la loro scrittura verso una maggiore inclusività:
– Università degli Studi di Padova: generi e linguaggi – Linee Guida per un linguaggio amministrativo e istituzionale attento alle differenze di genere
– Comune di Padova, in affiliazione con il Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione, Università degli Studi di Padova: Linee guida per il linguaggio di genere nel Comune di Padova

Sono documenti che mostrano un progetto accurato, tanto di revisione della comunicazione interna ed esterna delle due istituzioni, tanto di formazione ai dipendenti volta a sensibilizzare e aumentare le competenze sul tema. Si è partiti da una fase di monitoraggio della situazione esistente e di indagine su eventuali resistenze del personale al cambiamento, si è proseguito con la raccolta dei testi rappresentativi e delle modifiche da apportare, redigendo al contempo queste linee guida, per poi terminare con la formazione e la verifica dei risultati dopo alcuni medi dall’introduzione delle linee guida. Anche diverse aziende private stanno svolgendo lo stesso lavoro.
Riepilogando qui brevemente, ci sono diverse applicazioni del linguaggio inclusivo di genere, suddivise in due macro aree:

  • Differenziazione, quando si distinguono le parole per singolo genere, usando la forma sdoppiata estesa (“le avvocate e gli avvocati”), la forma sdoppiata breve per i nomi epiceni (cambia solo l’articolo che li precede: “La/Il Presidente”), la forma sdoppiata contratta (“Il/La sottoscritto/a” dei moduli da compilare, dove il maschile si muove in prima posizione) o l’uso esplicito del femminile quando ci si riferisce ad una donna (“La Sindaca” oramai termine sdoganato anche dai mass-media).
  • Neutralizzazione, quando si toglie l’elemento di genere dal discorso, tramite la forma impersonale con i pronomi indefiniti (“chi lavora in azienda” invece di “i lavoratori” al maschile), i nomi singolari privi di referenza di genere (“le persone interessate”), i nomi collettivi (“il corpo elettorale” invece di “gli elettori”), la forma passiva della frase (“la domanda deve essere inviata entro…” invece di “i candidati devono inviare la domanda entro…”), l’utilizzo di simboli al posto delle desinenze di genere (come lo schwa “ə” o l’asterisco “*”).

Linguaggio inclusivo - Strategie di applicazione

Ecco, veniamo appunto ai simboli, a quelli che anni fa hanno pensato bastasse mettere uno schwa o un asterisco alla fine delle parole per risolvere il problema e fare pure bella figura, come per esempio tuttə, ragazzə oppure tutt*, ragazz* volendo intendere tutti e tutte, ragazzi e ragazze. Vi piace vincere facile, perché per non discriminare in base al genere, in modo veloce e senza stare lì a vagliare le conseguenze della vostra scelta, avete finito comunque per discriminare le persone fragili, con disabilità visive, neuro divergenti o con dislessia. Li avete mai considerati?!
Le parole sono come mattoni, possono aiutarci a costruire una comunicazione efficace, ma i simboli sono come picconi che distruggono proprio quel ponte, direttamente alla base.

Queste persone utilizzano gli screen reader, software assistivi che leggono il contenuto dello schermo, documenti, email e pagine web, e lo rendono utilizzabile all’utente in diversi formati a seconda della disabilità, dall’audio con sintetizzatore vocale al Braille in una periferica dedicata. Gli screen reader non riescono a interpretare né lo schwa né l’asterisco all’interno del testo normale, perché sono simboli che in realtà hanno sempre avuto un altro utilizzo. Forse un giorno riusciranno ad adeguarsi, ma non risolveremo comunque il problema perché le persone con difficoltà cognitive lievi, che possono leggere i testi direttamente senza l’ausilio degli screen reader, comunque si trovano svantaggiati di fronte a questi simboli, che di fatto appesantiscono la loro lettura e comprensione. Alla faccia dell’inclusività!

Questo è esattamente il motivo per cui non ho partecipato a questa moda di disseminare i miei post di “e” rovesciate in ogni angolo o asterischi come stelline sulla pagina: non riesco a leggerli. Non li vedo davvero, il mio cervello li percepisce come elemento di disturbo, come una mosca che si è poggiata sopra lo schermo. Mi blocco e rileggo, un paio di volte, prima di afferrare davvero il concetto. Oppure, se sono particolarmente stanca, mi si nasconde la parola intera che comprende quel simbolo, vanificando comprensione e riflessione del testo. Non è come un errore di stampa, una “v” al posto di una “u” che il mio cervello sostituisce in automatico. No, quel trucchetto non funziona. Così alla fine non leggo più quelle newsletter e quei blog che avevano infarcito i loro testi di simboli “inclusivi”. Apprezzabile l’intenzione, pessimo il risultato. Se non riesco a leggerli io, come posso propinarli alle lettrici e ai lettori di questo blog? (e si noti la forma sdoppiata estesa) Per approfondire il tema vi consiglio questo articolo: ​L’accessibilità digitale è uno strumento, l’inclusività un modo di pensare

A livello istituzionale, l’uso dei simboli è assolutamente deprecato proprio per questo motivo. Sopravvive ancora invece in qualche luogo della rete, un po’ per politica, un po’ per status symbol (symbol, appunto 😛 ). Se cerchi di far notare come questo tentativo di inclusione di una minoranza sia in realtà esclusione di un’altra minoranza, le risposte sono stizzite e talvolta pure vaghe. Di recente mi è capitato di incrociare su Facebook un post di condivisione di un articolo, anche interessante, sullo stato dell’editoria italiana. Però il testo conteneva simboli, misti per altro, un po’ ə (lo schwa appunto) e di ɜ (vocale centrale semiaperta non arrotondata, come il suono “er” nella parola inglese bird) messi a casaccio, senza seguire una pseudo regola grammaticale precisa. Qualcuno l’ha fatto notare, che lo schwa non va più di moda, ma soprattutto che quel linguaggio discrimina le persone con disabilità, che non riconoscono le parole o non possono audioleggere quell’articolo con uno screen reader. L’autrice ha replicato che è stanca dei maschili sovraestesi e che semmai sono i software di trascrizione vocale (e quindi tu, persona con disabilità) a doversi adeguare. Però, che inclusione!

Questo dimostra come la questione del linguaggio inclusivo sia trattato da alcuni più come un vezzo artistico che un argomento reale da approfondire con cura. La contrapposizione non è dicotomica tra l’uso dei simboli e il maschile generico, e chi scrive dovrebbe saperlo benissimo. Come spiegano bene diverse linee guida, comprese quelle da me citate sopra, possiamo rovesciare le frasi, usare pronomi indefiniti, termini e nomi collettivi opachi rispetto al genere, usare la seconda persona, la forma impersonale o quella passiva per evitare la parole scomode. In secondo, non si conosce affatto il mercato terribilmente costoso degli screen reader, senza contare che adeguarli con la pronuncia di un suono neutro non aiuterebbe comunque la comprensione delle persone con particolari disabilità cognitive.
Alla fine, si perde pure il punto focale del tutto: la comunicazione. Si scrive non per compiacere se stessi, ma per comunicare verso qualcun altro, in uno scambio di informazioni e riflessioni tra chi scrive e chi legge. Non ci possiamo lamentare che il nostro messaggio non arrivi ovunque, se decidiamo di usare un linguaggio non accessibile a tutti.

Alle parole devono seguire i fatti

La motivazione potente per l’adozione di un linguaggio inclusivo è la convinzione che i comportamenti umani possano essere modificati dalle specifiche parole che si utilizzano per comunicare. Il nostro pensiero e la nostra comprensione della realtà sono influenzati dal modo in cui il linguaggio ci rappresenta determinati concetti: la nostra lingua italiana, concependo nella sua grammatica solo i generi maschile e femminile, ci obbliga quasi a pensare che non esista niente altro oltre queste due categorie determinate.
L’idea che il linguaggio influenzi il comportamento viene chiamata “ipotesi Sapir-Whorf”, dal nome del linguista Edward Sapir e del suo allievo, e poi successore in cattedra, Benjamin Lee Whorf. Conosciuta anche come ipotesi della relatività linguistica, afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Se il nostro pensiero si sviluppa con il linguaggio che usiamo, viceversa modificando il linguaggio possiamo anche modificare il pensiero stesso (e da qui il nostro comportamento sociale). Quindi adottare un linguaggio inclusivo per determinate categorie di persone, che finora si sono sentire escluse, discriminate e pure offese dai nostri comportamenti quotidiani, dovrebbe aiutarci a migliorare l’atteggiamento e la considerazione nei loro confronti.

Un esempio che viene citato spesso nei corsi sul linguaggio inclusivo di genere è quello dell’annuncio di lavoro, dove per il profilo ricercato viene scritto solo il termine “un ingegnere” al maschile e di conseguenza si presentano alla selezione un numero inferiore di donne, nonostante ci siano più donne laureate in Ingegneria, pure con voti migliori, ancora alla ricerca di un posto di lavoro. Quindi la soluzione sarebbe di modificare l’annuncio di lavoro, esplicitando “un ingegnere o una ingegnera” (dal 2023 l’uso del femminile “ingegnera” è stato validato dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri e dalla Accademia della Crusca come forma grammaticalmente corretta, tanto che viene utilizzato anche nei timbri per le professioniste). Ma il problema è davvero il linguaggio utilizzato nell’annuncio o la società che costringe ancora le donne a scegliere tra lavoro e cura dei figli?!

Anche quando le persone sono occupate stabilmente all’interno di un’azienda, il loro percorso lavorativo rischia di essere limitato da valutazioni che non dipendono né dalla produttività né dalla performance: si parla allora di Glass ceiling (traduzione letterale: soffitto di cristallo), una metafora per indicare una barriera invisibile che blocca l’avanzamento di carriera alle posizioni elevate per discriminazioni di diversa natura, proprio come un cristallo da infrangere per salire ai piani alti. Qui in Italia viene spesso riferito agli ostacoli che impediscono alle donne di raggiungere i livelli dirigenziali nel proprio lavoro, osservando la discrepanza tra il numero di donne laureate e il numero di donne in posti dirigenziali. Come se competenze, esperienza e meriti conseguiti sul campo non avessero alcun valore rispetto a pregiudizi, stereotipi di genere e cultura aziendale tradizionalmente maschile. Siamo davvero convinti sia una questione di parole oppure le donne rinunciano all’avanzamento di carriera, rinunciano persino a chiederlo conoscendo i sacrifici che comporta, per dedicare maggior tempo alla famiglia?
Dove sono gli asili nido aziendali, visto che quelli statali non coprono assolutamente il fabbisogno nazionale? Perché non vengono imposti per legge alle aziende, sul totale del personale assunto, senza distinzione di genere? Perché le donne devono sacrificare se stesse e lottare ogni giorno per bilanciare il difficile equilibrio casa-lavoro?

Le parole sono importanti, ma alle parole devono seguire fatti concreti. Si devono attuare politiche adatte allo scopo, promulgare leggi che non mostrino solo un vano intento ma un vero impegno sul campo, soprattutto si deve governare un cambiamento strutturale nelle aziende. Non può essere che una dipendente venga penalizzata perché durante l’anno è rimasta a casa qualche giorno in più del collega maschio per seguire la malattia dei propri figli. La produttività di chi lavora non è direttamente proporzionale alla presenza in ufficio. Nemmeno chi regala ore di straordinario dovrebbe essere premiato, se poi risulta che in realtà impiega il doppio del tempo per quello che gli altri concludono nel consueto orario di lavoro.
Solo quando le donne saranno nelle condizioni di lavorare senza ansie per la cura dei figli, o dei genitori anziani perché anche questo viene spesso demandato alla figura femminile di casa, allora non dovremo nemmeno romperlo quel soffitto di cristallo, semplicemente si dissolverà da solo nell’aria in una nuvola di polvere fina.
Qui mi sono occupata di ciò che conosco meglio e ahimè osservo tutti i giorni come donna, ma il Glass ceiling non si applica solo alla discriminazione di genere: gli stessi concetti valgono anche per le minoranze razziali, le persone con disabilità, che raramente hanno gli strumenti adeguati alla loro condizione per lavorare, e i lavoratori maturi (generalmente sopra i 50 anni), che sono considerati più un peso che un valore per l’azienda.

In realtà, riprendendo l’ipotesi Sapir-Whorf sopra citata, modificare il nostro linguaggio non ci assicura di modificare davvero i nostri comportamenti. In una delle ultime lettere scritte proprio dall’ingegner Benjamin Lee Whorf (era infatti ingegnere chimico di mestiere, ma antropologo e linguista per passione), ammise che il linguaggio è solamente uno dei fattori che contribuiscono allo sviluppo della cognizione umana. A formare il comportamento degli individui sono altrettanto importanti il contesto culturale, l’ambiente fisico circostante, l’interazione sociale. Prima ancora di essere quello che parliamo, siamo quello che viviamo. (Fonte: Le lingue modificano il modo in cui guardiamo il mondo?)
Ecco che le parole devono essere accompagnate da azioni tangibili, da interventi nel nostro habitat quotidiano, altrimenti il linguaggio inclusivo diventa solo un alibi per le coscienze sporche, una scusa per non agire mai davvero.

E se avete dubbi, consultate Dubby!

Uno dei progetti interessanti che mi hanno segnalato per il linguaggio inclusivo è il portale dubby.it, il vocabolario dell’inclusione realizzato da Sky in collaborazione con Parole O_Stili (quelli del Manifesto della comunicazione non ostile, ve lo ricordate?) Questo è un vocabolario condiviso, sempre in evoluzione perché le parole si aggiornano, se ne aggiungono di nuove, migliorano (o peggiorano) i loro significati, per combattere gli stereotipi nella nostra lingua, trasformare il “dubbio” in “responsabilità”: esiste un modo più rispettoso per dire questa cosa, definire questo concetto? sto usando la parola giusta per questa persona o condizione?
Dubby è uno strumento digitale gratuito e accessibile (il suo font è stato sviluppato per essere leggibile anche da chi ha un disturbo specifico dell’apprendimento – già, loro ne hanno tenuto conto, chapeau!) per aiutare chi scrive e chi parla in pubblico a scegliere parole più consapevoli. Su Dubby ogni termine viene spiegato con chiarezza, specificando l’ambito di discussione (Salute, Generale, Età, Multiculturalità, Lavoro, LGBTQIA+, Razzismo, Disabilità, Genere, Migrazione) e indicandone con un semaforo la qualità rispetto all’inclusione: verde per “Inclusivo”, arancione per “Da usare con attenzione” o rosso per “Ostile”. Sotto alla parola vengono elencati anche gli altri termini correlati, indicando la qualità di questi altri per capire se sono utilizzabili come sostituzione.
Per esempio, la parola “boomer” ha perso il suo significato di riferirsi a una determinata generazione, i nati durante il “baby boom” del secondo dopoguerra, per rivestirsi di una connotazione negativa, verso una persona considerata vecchia per idee o mentalità, talvolta usata proprio come discriminazione per chi ha opinioni differenti.

Dubby - Il vocabolario dell'inclusione

Per approfondire ulteriormente la questione sul linguaggio inclusivo, consiglio soprattutto la lettura degli articoli, le interviste e la rassegna stampa dell’Accademia della Crusca, che ha prontamente raggruppato tutto in un’unica sezione: L’Accademia della Crusca e la questione del genere nella lingua

La mia scelta sul blog

Sono consapevole della mia difficoltà tanto a leggere i simboli adottati da altri, quanto a modificare il mio linguaggio per renderlo maggiormente inclusivo. La mia generazione soffre certamente dell’uso preponderante del maschile sovraesteso, è un’abitudine cristallizzata nella nostra mente, nemmeno ce ne accorgiamo più. Essere consci della questione è già di per sé un aiuto, ma temo non sarà sufficiente per la nostra scrittura. Questa evoluzione dovrà passare per i giovani, per le scuole primarie e secondarie, e confido molto in loro. Quando parlo con i miei nipotini, perché sono la zia giocherellona preferita dei bimbi delle mie amiche, mi accorgo di come siano già anni luce avanti rispetto ai miei tempi e ne vado molto orgogliosa. Mi scopro ad imparare sempre molto dai bambini.
Quello che posso fare qui sul blog è prima di tutto una dichiarazione di intenti. Non posso correggere tutti gli articoli già pubblicati, sarebbe un lavoro immane e non saprei nemmeno come velocizzarlo, allora ho aggiunto un paragrafo sul Disclaimer del sito:

Quando in questo blog, unicamente a scopo di semplificazione, è usato il maschile (ad esempio: i lettori) la forma è da intendersi riferita in maniera inclusiva a tutte le persone, senza alcuna distinzione o discriminante (per lo stesso esempio: tutte le persone che leggono questo blog). Non vengono utilizzati simboli, come schwa o asterisco, per sostituire le desinenze di genere maschile e femminile perché rendono inaccessibili i contenuti alle persone fragili che li leggono tramite software assistivi o screen reader.

Poi una curiosità per voi: lo sapete qual è l’unico vero linguaggio inclusivo a nostra disposizione?
La lingua dei segni che comunica i significati (non possiamo chiamarli proprio “parole”) attraverso un sistema codificato di segni delle mani, delle espressioni del viso (che rappresentano lo “stile” di comunicazione) e dei movimenti del corpo (che esprimono i diversi “sentimenti” della comunicazione, quando il segno è lo stesso ma il significato è differente). Questa lingua è utilizzata dalle comunità dei “segnanti”, a cui appartengono in maggioranza persone con disabilità uditiva. Nella lingua dei segni non esistono le parole “professore” e “professoressa”, ma il segno che indica “colui che insegna”. Nessun segno ha una declinazione di genere, perché punta all’azione, non a chi la fa.
Conoscete la provenienza della lingua dei segni? Sono stati i nativi americani i primi a svilupparla, perché era l’unico modo di comunicare in distanza, visivamente, tra le diverse tribù, puntando a forme e cose che fossero subito riconoscibili. Erano molto più evoluti dei loro conquistatori. 🙂

Ma tu come ti senti?

Tempo fa qualcuno mi fece notare che, in un lungo commento scritto, mi ero riferita a me stessa come “un informatico”, al maschile. Mi è venuto spontaneo, ma per quale motivo? Beh, non riesco a definirmi “un’informatica” perché la parola al femminile è la materia stessa (e trovo meraviglioso che tutte le materie insegnate all’uomo – pardon, all’umanità – siano declinate al femminile). Soprattutto sul luogo di lavoro io mi sento “un informatico”, penso e agisco al maschile (questo “al maschile” potrebbe sembrare uno stereotipo perpetrato dalle generazioni precedenti), anche se il più delle volte vesto in rosa Barbie, senza proprio nascondere la mia femminilità. Potrei forse considerarmi “una consulente informatica”, ma nel nostro settore “consulente” è diventato un termine dispregiativo, usato per chi finge di saper tutto e al lato pratico non sa proprio niente. Nell’informatica poi l’Inglese è la vera lingua madre (uhm, dovrei forse dire lingua padre adesso?!) e lì il problema non si pone proprio, perché l’Inglese usa definizioni neutre, come “IT specialist” senza alcuna desinenza di genere. Non mi sento discriminata se qualcuno, in italiano, usa il termine “informatico” al maschile, dentro di me assume l’accezione di un termine neutro. Ma capisco che per altre persone questo possa essere un problema.

Mi rendo conto che il linguaggio inclusivo deve essere insegnato fin da piccoli, dai primi giochi tutti insieme all’asilo. Questo è un cambiamento che deve partire dalle scuole, perché spesso le famiglie imparano nuove forme di comunicazione e nuovi concetti del vivere civile proprio dai loro bambini e bambine, che sono ancora una mente aperta, da formare, non già configurata e “bloccata” come la generazione precedente. Quand’era arrabbiata, mia madre mi ricordava che lei ai suoi genitori era obbligata a dare del “voi”, mica tutta questa confidenza dei nostri giorni. Per me invece era normale usare il “tu” verso i miei genitori, mi sembra inconcepibile l’uso del “voi”.
Chi oggi è tra i banchi di scuola sta costruendo la vera rivoluzione che li proietterà verso il futuro, speriamo ancora migliore del nostro. 🙂

Sharing is caring! Condividi questo post:

Comments (16)

Marina

Gen 27, 2026 at 8:37 AM Reply

Come tutte le rivoluzioni culturali, anche questa avrà bisogno di tempo per sostanziarsi. E non di mesi o anni, stiamo parlando, forse nemmeno di decenni! Per una vita intera abbiamo usato l’italiano per come ce lo hanno insegnato o per come è stato tramandato, è impensabile cambiare parametri e abitudini dall’oggi al domani. Ecco che tutti i tentativi sono fallibili, come la ricerca di soluzioni possibili o l’uso di segni e simboli. Guardo come una interessante possibilità alle aree del linguaggio inclusivo, quelle che hai proposto nello schema: usare la neutralizzazione, per esempio, potrebbe risolvere molti equivoci e mettere d’accordo tanti, ma sulla convinzione di essere inclusivi usando asterischi o -e- al contrario sono del tutto scettica esattamente come hai detto tu: anch’io provo lo stesso disagio e lo stesso fastidio quando leggo un testo mal trattato dalla schwa. Poi, a livello soggettivo, non mi vergogno di dire che non ho alcuna difficoltà a usare il maschile plurale per generalizzare, intendo dire che non me ne faccio un cruccio (ho sorriso pure durante la messa, la prima volta che ho recitato il “confesso” iniziale, perché ho trovato superfluo la precisazione: “Confesso a Dio Padre Onnipotente e a voi fratelli E SORELLE…”), basti pensare che il mio blog si chiama “Il Taccuino dello Scrittore” e non della Scrittrice, proprio perché trovo che per generalizzare la categoria di chi ama scrivere sia più evocativo usare il maschile. Inoltre non credo per niente che l’abitudine a usare un linguaggio più inclusivo aiuti a cambiare atteggiamento anche nella vita: lì serve un altro tipo di educazione e quella parte da altri input (che sia la famiglia, la scuola, qualsiasi forma di aggregazione sociale…). Che poi, a pensarci, anche abituare l’orecchio a certe parole nuove è questione di tempo: all’inizio trovavo terrificante parlare di “sindaca”, ora lo trovo meno cacofonico. Sarà così per tutto il resto, ma non so se avrò abbastanza vita per ricredermi e adeguarmi a 360 gradi. Lascio che siano le nuove generazioni a farlo 😉

Barbara Businaro

Gen 27, 2026 at 3:13 PM Reply

Mi hai fatto tornare in mente Oriana Fallaci, che non voleva assolutamente essere chiamata “scrittrice” al femminile. Lei era inevitabilmente uno scrittore, al maschile, prestato al giornalismo, diceva. Ma ha anche dichiarato di aver subito diverse discriminazioni, nel mondo giornalistico ed editoriale, in quanto donna. Solo il suo carattere duro, inflessibile, le avrebbe fatto superare diverse barriere.
Sul “sindaca” ricordo un’intervista del compianto Luca Serianni, filologo e linguista dell’Accademia della Crusca: spiegava che alcune professioni sono grammaticalmente corrette nella versione femminile, come “avvocata” e “sindaca” appunto, ma che talvolta sono le donne a preferire la versione al maschile, e si doveva tener conto anche di questa sensibilità personale.
Mi era invece completamente sfuggita la nuova formula della confessione, “fratelli e sorelle”, all’inizio della Messa per i cattolici. Forse non ci ho mai fatto caso, essendo comunque oramai poche le occasioni di partecipare. E’ comunque giusto, se ci pensi bene: la Chiesa si adegua ai suoi fedeli, così come i nostri nonni avevano solo una Messa in latino, così distante e poco compresa, mentre ora si usa l’Italiano (o la lingua corrente del luogo dove viene officiata).
L’Accademia della Crusca lo ha ribadito spesso, non solo per questo tema ma anche per altre parole in evoluzione: le innovazioni linguistiche persistenti sono quelle che emergono dal basso, dall’uso popolare della lingua stessa. Quindi sì, ci vorrà ancora molto tempo prima che queste nuove formule – simboli a parte, sono già considerati deprecati nelle istituzioni e nelle scuole – prendano piede nel linguaggio corrente. 🙂

Daniele

Gen 27, 2026 at 10:33 AM Reply

“L’uomo è andato sulla Luna” significa che è il genere umano, non il maschio (anche se di fatto gli astronauti allunati erano tutti uomini). Non la vedo affatto come una discriminazione.

La differenziazione e la neutralizzazione le ritengo ridondanti e non fanno altro che allungare i testi. Esistono determinati sostantivi per esprimere dei concetti, quindi è assurdo scrivere “chi lavora in azienda” e non “i lavoratori”, come mi suona ridicolo quando sento dei politici (a sinistra come a destra) dire “gli italiani e le italiane”.

La forma passiva è sempre stata criticata e adesso si vuole usarla per evitare il maschile?

Riguardo all’uso di asterisco e schwa ho parlato ampiamente nel mio blog. Il primo ha un uso specifico nella lingua, l’altro non fa proprio parte della nostra lingua. E a questo proposito avevo tuonato contro queste soluzioni proprio a causa di chi deve usare i lettori di schermo (e pare che a molti non freghi proprio nulla di queste persone, visto che ogni tanto mi imbatto in blog o testi sui social che fanno uso di asterischi e schwa). Il fatto da considerare è che non esiste nessuna discriminazione a usare il maschile plurale. Continuo a ritenere il linguaggio inclusivo una scelta politica.

Ho dato un’occhiata al dubby e anche quello mi sembra un progetto ideologico, proprio in virtù dei semafori.

Riguardo al brano sul disclaimer: non credo proprio che qualcuno pensi che per lettori tu intenda soltanto gli uomini. Dai, questa è un’esagerazione.

Da parte mia continuerò a esprimermi come ho sempre fatto, in totale libertà di linguaggio. Un’altra pecca del linguaggio inclusivo è l’appiattimento linguistico, perché finirà per creare uno stile amorfo a cui tutti debbano adeguarsi.

Barbara Businaro

Gen 27, 2026 at 3:18 PM Reply

Comprendo la tua posizione, ma la trovo un po’ rigida. La differenziazione e la neutralizzazione sono già utilizzate da anni a livello istituzionale e personalmente le trovo corrette in quell’ambito. Non richiedono chissà quale sforzo, sono comprensibili a tutte le persone, occorre solo fare maggior attenzione per utilizzarle. Non stiamo ovviamente parlando di scrittura narrativa: le storie devono seguire il proprio registro linguistico, a seconda del genere in cui si inquadrano, e quelle contemporanee, partendo dall’osservazione della realtà, non possono mostrare un linguaggio che ancora viene utilizzato da poche persone. Certo un bambino dell’asilo di oggi parla già in maniera differente di come parlavo io all’asilo, eoni fa. Ma quando entra la mattina non esclama “Ciao a tutti e tutte!”

Il linguaggio inclusivo con i simboli sembra anche a me una scelta prettamente politica, specie perché lo usano più come vessillo che come vera inclusione (vedesi la reazione di quando ho fatto notare che così si escludono le persone con disabilità, che mi ha ricordato Sordi ne Il Marchese del Grillo: “Perché io so io e voi non siete un ca…!! :O ). Ricordo i tuoi articoli sul blog, ricordo anche qualche scontro tra i commenti, mentre la maggior parte degli interventi esprimeva le tue stesse perplessità. Dopo più di cinque anni da quando scoppiò il caso, oggi si è un filino ritornati alla ragione. Non basta inventarsi il termine “petaloso” per entrare stabilmente nei dizionari e nell’uso comune della nostra lingua, e certo non ci arriveranno i simboli.
Però la lingua è in continua evoluzione e quindi, anche se tu dissenti, un giorno anche il maschile sovraesteso potrebbe essere cancellato dalle grammatiche. Ma come dice Marina, ci vorrà parecchio tempo, non credo proprio saremo qui a viverlo. 🙂

IlVecchio

Gen 27, 2026 at 1:03 PM Reply

Osservo questo appropinquarsi del linguaggio inclusivo con scetticismo, diffidenza e un filino di ostilità. Sono certamente troppo vecchio per questa rivoluzione, però sono anche consapevole che le rivoluzioni, per loro natura, non sono positive. Ritengo che una rivoluzione imposta sul linguaggio lo sia ancora di meno. Appartengo ai tempi del “voi padre”, meno usato invece il “voi madre”, e sono stato contento di poterlo togliere a mio figlio e ai nipoti. Però ci sono state due guerre mondiali di mezzo, a testimonianza che l’ambiente circostante modifica il linguaggio e l’umanità stessa molto più di quanto il linguaggio da solo potrà mai fare. : -)

Barbara Businaro

Gen 27, 2026 at 3:21 PM Reply

Ti dirò, rispetto al linguaggio inclusivo, mi sento parecchio vecchia anch’io. 😛

IlVecchio

Gen 27, 2026 at 6:10 PM Reply

avete finito comunque per discriminare le persone fragili, con disabilità visive, neuro divergenti o con dislessia. Li avete mai considerati?!
Grazie per averlo detto. Perché a volte mi fanno sentire stupida e io non sono stupida. Un abbraccio

Barbara Businaro

Gen 27, 2026 at 6:50 PM Reply

Cara Serena, mi spiace per la sofferenza che traspare da queste tue poche parole. No, tu non sei stupida e non permettere a nessuno di fartici sentire, mai.
Non se ne rendono conto, purtroppo. Un abbraccio grande lo mando io a te. ❤

Sandra

Gen 28, 2026 at 10:45 AM Reply

Forse come retaggio dell’epoca a cui appartengo, gen. X, più che della mia indole, non mi sono soffermata tantissimo sulla questione, né come blogger né nel parlato.
Sono un’impiegata, e una scrittrice, parole declinate al femminile piuttosto comuni quindi nessun problema nel sceglierle rispetto ai vari discorsi su presidente/presidentessa.
In quanto ai simboli leggendoli sinceramente non mi fanno impazzire.
Vivo ancora nel mondo del lavoro in cui capita spesso che gli uomini siano chiamati col cognome e le donne col nome anche nella forma scritta, per cui siamo molto indietro, altro che inclusione.

Barbara Businaro

Gen 28, 2026 at 3:16 PM Reply

Mi ha colpito questa cosa del cognome per gli uomini e nome per le donne, che proviene dallo stereotipo che l’uomo è il titolare dell’ufficio, dottor Tal dei Tali, e la donna la sua assistente, signorina Gentile.
Stavo cercando di ricordare se mi è mai capitato, ma no. Nel settore informatico, uomo e donna non sembra contare: se sei in confidenza, ti chiamano per nome, altrimenti per titolo (chi lo usa, io non ne sento necessità) e cognome. Sarebbe interessante fare un’indagine statistica per scoprire ad oggi se questa particolarità resiste in alcuni settori molto più che in altri. Mi è capitato, ecco questo sì, di sentirmi dire da una dirigente, in pensione da qualche anno (questo vi fa inquadrare la generazione), che non avrei avuto problemi con la documentazione amministrativa perché “le donne sono ordinate”. Mi sono sentita discriminata due volte: la prima perché mi ha tolto la qualifica di informatico (che se permettete mi ha richiesto – e mi richiede tuttora – molto più studio e fatica che gestire documenti, per altro non tecnici), la seconda perché ha associato una qualità comune (l’ordine) al genere femminile specifico, quasi associato alla cura della casa, alla donna delle pulizie, alla governante, alla segretaria, ecc. Forse dovrebbero sentirsi maggiormente discriminati gli uomini, che a quanto pare sarebbero di natura disordinati (e non è vero), ma non ho apprezzato quella sua frase.
Siamo molto indietro sì, hai ragione.

Giulia Mancini

Gen 28, 2026 at 9:43 PM Reply

Il fatto di voler creare un linguaggio inclusivo può comunque considerarsi positivo, anche se asterisco e schwa non sono efficaci ed escludono altre minoranze. Ti confesso che ogni tanto ho usato l’asterisco, mentre la schwa ho faticato a capire cosa fosse fino a qualche tempo fa, del resto sono nata nel 1964, quindi sono una boomer e me ne vanto.
Comunque l’asterisco non mi è mai piaciuto granché quindi tornerò al sistema di non usare nulla, prediligerò le forme impersonali, cosa che già facevo prima.
Tuttavia il mio pensiero è che il linguaggio é importante, ma sono più importanti i fatti come tu stessa fai presente nel post. Mi sembra che su questo fronte ci sia ancora molta strada da fare.

Barbara Businaro

Gen 30, 2026 at 2:52 PM Reply

Pensa che non mi ricordo di aver incrociato gli asterischi leggendo il tuo blog. Probabilmente tra i diversi simboli, gli asterischi li digerisco meglio perché per me sono un ibrido con il linguaggio informatico (nei linguaggi di interrogazione dei vari sistemi è un carattere jolly, rappresenta le diverse occorrenze del carattere o del modello precedente). Quindi in effetti per me, come informatico, la scritta “tutt*” diventa tutto, tutti, tutte, tutta, tuttu e anche tuttb, tuttc… tuttz, come pure tutt1, tutt2… tutt0. Non è simpatico comunque, e in ogni caso vale solo per chi lavora tanto con i sistemi informatici. 🙂

Darius Tred

Gen 29, 2026 at 4:02 PM Reply

Be’, mettila così: sei “un cervello informatico”. Quindi non possiamo abbreviare dicendo che sei “un informatico” ? 🙂
Parlo da informatico, non da accademico.
Soprattutto parlo per rompere il ghiaccio.
O l’avete già rotto?

Barbara Businaro

Gen 30, 2026 at 2:53 PM Reply

Aspettiamo l’inizio dei Giochi Invernali Milano Cortina 2026 per rompere il ghiaccio! XD
Mi seguirò le partite del Curling, che – sicuramente tu lo sai, o quanto meno lo immagini – è un gioco nato in Scozia!!

Luz

Feb 03, 2026 at 5:50 PM Reply

Nell’arco di venticinque anni, cioè più o meno da quando svolgo il lavoro di insegnante, il linguaggio è cambiato moltissimo. Ricordo per esempio il passaggio a “diversamente abile”, perché quell’anno ero l’addetta ai verbali durante i gruppi operativi per la disabilità. Arrivò tanto di circolare con l’avvertimento di non utilizzare più il termine “disabile”, quindi dovemmo incamerare subito il “passaggio”. Poi, nel tempo, molto altro è cambiato, in linea con il politicamente corretto, la revisione dei linguaggi, la creazione di nuovi termini.
Come mi regolo io: in classe dico “ragazzi” per riferirmi a tutti e a tutte. Adopero il maschile sovraesteso senza farmene un problema, però in diversi altri ambiti mi viene spontaneo comprendere anche il femminile. “Alunni e alunne” nelle comunicazioni ai genitori (pur rivolgendomi a “genitrici”, ma esisterà?), “carissime e carissimi” nella chat di teatro. In fondo, uso distinguere in particolare nel linguaggio scritto. Non mi piace il termine “maestra” di laboratorio, nel mio ambito di insegnamento della pratica del teatro, preferisco “maestro”, dire “noi maestri di laboratorio”. Non me ne faccio un problema. Stamattina, una mia ex alunna mi ha detto di voler diventare “medico” e non mi è parso strano.
Insomma, mi affaccio ai linguaggi inclusivi ma senza estremismi. 🙂

Barbara Businaro

Feb 03, 2026 at 7:16 PM Reply

Ai tempi dell’università (quindi circa trent’anni fa, credo, non voglio fare il conto XD ) ero volontaria in un’associazione di disabili e quindi sì, ricordo molto bene il periodo del passaggio al “diversamente abile”, che molti di loro non hanno digerito bene, sentendola quasi come una presa per i fondelli. Anche adesso hanno da ridire con la nomenclatura “persone con disabilità”, in maniera anche alquanto colorita, quando si trovano comunque a litigare per i parcheggi riservati ma occupati abusivamente, per le esenzioni ridotte, le agevolazioni fiscali complicate, l’assistenza sanitaria claudicante, il mercato immobiliare che non li considera, ecc.
Il termine femminile “genitrice” esiste nel nostro vocabolario, anche se poco utilizzato. Ne accenna brevemente anche l’Accademia della Crusca in diversi suoi articoli. Ci suona strano, è vero, ma non è sbagliato. Chissà, arriveremo ad usare anche quello col tempo. Poi eh, ho un collega che, in merito alle questioni scolastiche del figlio, chiama se stesso “genitore beta”, mentre la moglie è “genitore alfa”, come dire che tanto in casa decide lei… 😀

Leave a comment