L'ultima settimana di settembre - Lorenzo Licalzi

L’ultima settimana di settembre di Lorenzo Licalzi

Il 22 settembre 2008, giorno del mio ottantesimo compleanno, intorno alle sette di sera, scrivevo la lettera che annunciava il mio suicidio. Non la classica lettera d’addio melodrammatica, infarcita di “mi dispiace”, richieste di perdono o piagnistei di autocommiserazione, ma piuttosto un gioco, un regalo che facevo prima di tutto a me stesso (ammetto che a scriverla mi sono divertito), e in seconda battuta ai miei vecchi lettori, ammesso che venisse pubblicata da qualche parte. Vecchi lettori non solo perché erano secoli che non pubblicavo, ma anche perché, inevitabilmente, erano invecchiati con me. Diciamo che quella lettera poteva considerarsi l’ultima fatica letteraria di Pietro Rinaldi, scrittore (Milano 1928 – Genova 2008). E aggiungerei scrittore di un certo successo, almeno fino al definitivo ritiro avvenuto, già in pieno declino, nel 1990, con la pubblicazione del romanzo: Andate tutti affanculo. Lettori compresi quindi, come avevo spiegato in modo esaustivo nel celebre capitolo finale Tutti quelli che mi stanno sul cazzo, di cui i lettori, o meglio, certi tipi di lettori, erano nondimeno soltanto una goccia nell’oceano mare composto da tutti coloro a cui avevo dedicato il capitolo. Un flop.
Il titolo lo imposi io, l’editore non voleva, insistette fino allo sfinimento per farmelo cambiare, ma fui irremovibile, anche se, col senno di poi, forse non aveva tutti i torti. Cedetti solo per la copertina, sulla quale avrei voluto una foto o un disegno di una mano con il dito medio alzato. Per avere una garanzia di riuscita nel flop (era il mio desiderio, neppure tanto inconscio, così mi avrebbe offerto la scusa per l’addio alle armi e nessuno mi avrebbe più chiesto di imbracciarle di nuovo) avevo fatto inserire nel contratto due interessanti postille: che non ci sarebbe stata alcuna promozione al libro che comportasse la mia presenza e che non avrei partecipato ad alcun premio letterario (del resto, con un titolo così, difficilmente avrei vinto lo Strega). Inoltre, misi bene in chiaro che non avevo la benché minima intenzione di sottopormi alla solita manfrina delle copie firmate e inviate ai critici letterari, alcuni dei quali, tra l’altro, erano citati con tanto di nome e cognome nella classifica del suddetto celebre capitolo. Come logica conseguenza, non uscirono molte recensioni, e quelle che uscirono furono micidiali stroncature. Naturalmente, giusto per restare in tema, nel celeberrimo capitolo finale erano citati anche gli scrittori, intesi vuoi come categoria dello spirito vuoi, in qualche caso, come singole individualità. Avevo acconsentito invece a che la casa editrice facesse pubblicità sui vari quotidiani, ma purtroppo, mi dissero dopo, nessun giornale accettò. Del resto, che “Repubblica” o il “Corriere della Sera”, nel 1990, se ne uscissero in prima pagina con una finestra pubblicitaria dove era scritto “Andate tutti affanculo” era piuttosto improbabile.
L’ultima settimana di settembre, Lorenzo Licalzi

Con un incipit così potevo resistere a questo romanzo? 😀
Avevo già letto Lorenzo Licalzi, e ve ne avevo parlato qui sul blog, nella sua antologia di racconti La vita che volevo, storie davvero particolari, ancora di più il modo in cui l’autore è arrivato a pubblicare il suo primo libro, spiegato in quell’ultimo straordinario capitolo.
La stessa persona che mi aveva portato all’attenzione quella raccolta, mi ha subito dopo consigliato quest’altro romanzo, L’ultima settimana di settembre, premio Selezione Bancarella del 2016, e poco dopo me ne ha regalata una copia cartacea, che è rimasta in attesa sul mio tavolino delle letture in arrivo.
In attesa di cosa? Dell’ultima settimana di settembre!
Sapevo già che c’era un’avventura epica in quelle pagine, ancora di più, un protagonista che mi avrebbe fatto ridere e soffrire al contempo, uno scrittore brusco e scorbutico, con un nome che riporta alla memoria ricordi di una persona della mia vita con lo stesso caratteraccio. L’avevo visto negli occhi del mio amico lettore-poco-lettore quando mi ha consegnato il pacchetto, raramente mi regala un libro e se lo fa c’è un significato profondo.
Abbiamo avuto un Pietro in famiglia fino a qualche anno fa, ci ha lasciato poco prima delle 87 candeline, anche se una zingara gli aveva predetto di arrivare a 99 (e credo adesso sia lassù a cercarla per dirgliene quattro…). Sono talmente tante le coincidenze con il Pietro del romanzo da chiedermi se Lorenzo Licalzi abbia conosciuto lo stesso Pietro o sia il nome a portare qualcosa di ruvido in sé.
Fatto sta che ho riso molto, ma mi è servito il doppio dei fazzoletti…


L’ultima settimana di settembre

Eppure la maggior parte delle persone è convinta che la vita sia bella. Lo dice perlomeno, lo sente dire e lo ripete. Si fa condizionare dal pensiero comune, finché non ci sbatte la testa contro, alla vita. Il tramonto, la meraviglia della natura, le emozioni… Tutte scemenze buone solo per poesie di basso livello. Quando la vita ti tocca duro, ed è la regola, non l’eccezione, te ne fotti della meraviglia della natura. Certo, si sarebbe l’amore. Un inganno. E’ proprio l’amore a fotterti. Se vivi perdi le persone che ami, se muori loro perdono te. La vita è crudele, l’unica fortuna che hai è quella di accorgertene tardi e così, se proprio non sei un imbecille, riesci ogni tanto a essere felice. C’è chi se ne accorge subito, in realtà, basta nascere nel posto sbagliato o nel corpo sbagliato, difettoso, per dire. Tutti gli altri se ne accorgono da vecchi.

Pietro Rinaldi ha ottant’anni e vuole essere lasciato in pace, soprattutto il giorno che ha deciso di suicidarsi con una dose esagerata di farmaci, dopo attenta analisi, l’unico modo di morire senza soffrire troppo. Scrittore di successo, ma non troppo, aveva già abbandonato la scena editoriale con un ultimo saggio al vetriolo, mandando tutti letteralmente affanculo. Vedovo da ormai sette anni, è convinto che la sua vita sia arrivata al capolinea, l’unica figlia bene sistemata, un nipote quindicenne che conosce a malapena, un genero che non può soffrire, pochi amici, o forse nessuno. Fatica a sopportare se stesso, figuriamoci sopportare tutti gli altri.
Mentre si accinge a compiere l’infausto gesto, viene interrotto prima dai testimoni di Geova (giuro! e la scena è spassosissima!) e poi dalla figlia Roberta che gli affida il giovane Diego per qualche giorno. Nel giro di poche ore, una tragedia immane si abbatte sulle loro vite, scombinando tutti gli equilibri e rendendo nebuloso il loro futuro. L’idea del suicidio deve essere rimandata per il bene di Diego.

Io credo che le cose vadano come vogliono andare, non perché devono farlo, come fossero guidate da un disegno superiore, ma a causa di una concatenazione accidentale di eventi che le porta inevitabilmente verso una determinata direzione, e siamo noi, semmai, dopo che sono accadute, a volerle interpretare secondo una logica trascendente, quindi, se da un lato siamo artefici del nostro futuro, dall’altro quasi sempre non possiamo far altro che subire le bizze del caso […].

Questa sorta di pessimismo, che era presente anche nei racconti de La vita che volevo sempre di Lorenzo Licalzi, riesco a ricondurlo all’effetto farfalla di Edward Lorenz, quella concatenazione accidentale di eventi sembra richiamare infatti le condizioni iniziali della teoria del caos: “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”
Può un camionista distratto, perché non si è fermato a bere un caffè prima di mettersi in viaggio verso Parigi, innescare un tamponamento a catena che influirà per sempre nella vita del giovane Diego, arrivando persino a bloccare l’idea del suicidio del nonno Pietro e rimettere in gioco tutti i suoi progetti?

Nonno e nipote si ritrovano così in viaggio, da Genova in direzione di Roma, a bordo della meravigliosa vecchia Citroën cabriolet di Pietro, in compagnia di Sid, il “mostruoso gigantesco famelico puzzolente sbavante” cane della famiglia, incrocio tra madre certa San Bernardo e padre incerto con sangue Terranova. Il nome Sid glielo aveva dato proprio Pietro, vedendo il cucciolo appena arrivato molto rilassato (in realtà moribondo) e pensando all’espressione del monaco Siddharta, abbreviandolo in un nome corto da cane. Ma il nipote è convinto si tratti del bradipo Sid, personaggio del famoso cartone animato Era Glaciale.
Diego ha l’entusiasmo tipico degli adolescenti, con tutta una vita davanti da scrivere e la forza di non lasciarsi abbattere dagli eventi, nemmeno da quelli più terribili, e Pietro si lascia ben volentieri zittire da questo nipote, cogliendo l’occasione di scoprirlo a poco a poco, un giovane bruco che promette di diventare una splendida farfalla.

“[…]Mi ricordo che da piccolo ogni tanto con nonna mi portavate in giro sulla tua macchina, ricordo che qualche volta aprivamo il tettuccio e io ero incantato… il cielo… il vento, era bellissimo. Ma la cosa che mi faceva impazzire più di tutte era quando mettevi in moto e la macchina si alzava. Ti ricordi che dicevi sempre: “Equipaggio, allacciate le cinture di sicurezza, si decolla!”?”
Ho annuito con un sorriso nostalgico e ho detto: “E tu facevi il saluto militare che ti avevo insegnato e dicevi “Agli ordini comandante”, ti ricordi?”.
“Certo che mi ricordo! E allora tu accendevi il motore e pareva che veramente la macchina volesse staccarsi da terra, e io pensavo che da un momento all’altro si mettesse a volare, ma non ero deluso se poi non lo faceva, perché appena usciti dal garage guardavo subito il cielo ed era come se volassimo. Lo sai che la nonna mi raccontava sempre che quella macchina era magica? Diceva che chiunque entrasse in quella macchina, dopo un po’ si sentiva bene, felice, diceva che era la Macchina della felicità.”

La Macchina della felicità è una Citroën DS 21 decappottabile, regalo della moglie Sara, rimasta ferma in garage dalla sua morte. E sarà proprio la Dea (DS significa Désirée Spéciale, ma si pronuncia déesse, che in francese significa “dea”, nomignolo utilizzato dalla gente per questo modello) a portare nonno e nipote fino a Roma, in un viaggio on the road lungo l’Aurelia, costeggiando sempre il mare. Ma con qualche deviazione e ripensamento, vecchie amicizie ritrovate e nuove conoscenze fortunate.

Come una tappa nella bellissima cittadina di Porto Venere, incastonata tra le Cinque Terre e La Spezia, dove ogni estate Pietro prendeva un appartamento in affitto, il piano superiore della casa dell’amico pescatore Cesare, ma che da sette anni non tornava più a trovare, da dopo la scomparsa della moglie Sara, quando il tempo di Pietro si era fermato alla solitudine. E troveranno proprio il buon Cesare ad accoglierli, lì sulla banchina del porto, sarà sempre lui a far riflettere Pietro sulla sua avventura (e io ho scoperto di capire un poco il genovese, credo).

Siamo stati in silenzio per qualche minuto, a fumare e ad assaporare piccoli sorsi di Sciacchetrà.
Poi Cesare si è voltato verso di me, e mi ha guardato con quei suoi occhi azzurrissimi e sinceri: “Ti posso dire una cosa?”
Ho fatto cenno di sì con la testa.
“Stai facendo una belinata.”
“Cioè?”
“Cioè lo sai.”
“Ma te l’ho spiegato, come faccio? E se tra un anno non ci sono più? Ora sto bene, diciamo bene, ma stasera magari muoio di colpo, o mi viene un ictus di quelli che sei in carrozzina con la bocca storta e non riesci neppure più a parlare… a capire, ne abbiamo visti tanti, no?[…]”
“Belinate, te l’ho detto, sono tutte belinate.”[…]
“Tu una volta mi hai spiegato che il mondo va avanti per l’egoismo della gente, io non la penso così, ma se è vero, perché non sei egoista anche tu?” […]
“Sì Cesare, hai ragione ma…”
“Ma ninte, ô creddo che ò raxon! No ghe n’é descorsci da fâ, ò ti ô capisci ò t’ê scemmo, e sciccomme ti t’ê tutto tranne che scemmo, ti ô devi capî. No gh’ò altro da dîte, pénsighe almeno.”

Citroen DS 21 cabriolet- La "dea"
Questa dovrebbe essere la famosa Citroën DS21 cabriolet, modello Chapron del 1970. Immaginatela colore blu artico (sulla scala Pantone è un azzurro cupo) e con gli interni color biscotto chiaro. 🙂

 

Pietro Rinaldi
scrittore burbero ma carismatico

[…]il suddetto capitolo finale, in realtà un’appendice pseudo saggistica al romanzo, è composto da quattro paragrafi: “Tipi psicologici”, nel quale erano descritti i caratteri o gli atteggiamenti che il protagonista del romanzo, tale Lorenzo Perfido, diventato spudoratamente il mio alter ego, non sopportava.
Secondo paragrafo: “Quelli che”.
Terzo paragrafo: “Varie”, nel quale rientravano sottocategorie come “Mestieri”, “Hobby” e “Sport amatoriali”.
Quarto paragrafo: “Persone”, suddiviso in due parti, “Famosi” e “Meno famosi”, questi ultimi, personaggi di una certa famosità, ma probabilmente sconosciuti ai più.
Ogni voce dei primi tre paragrafi era solitamente accompagnata da una dettagliata descrizione delle ragioni per cui gli stavano sul cazzo, mentre il paragrafo “Persone” era semplicemente un elenco di nomi in ordine alfabetico senza alcuna spiegazione (anche perché quasi mai conoscevo le persone citate, si trattava semplicemente di una questione, come dire… istintiva), con l’unica particolarità che accanto ai nomi c’erano tre, due o un asterisco. Purtroppo, dato che la suddetta classifica è ormai decisamente datata (andrebbe continuamente aggiornata, come faccio, del resto, ma in un’agenda che tengo sulla scrivania), la maggior parte di loro, essendo delle new entry, non è citata. Il grado di famosità non incideva sul numero degli asterischi anche perché le ragioni, seppur spesso istintive, erano variegate, con un unico denominatore comune, e cioè fino a che punto erano intimamente convinti di essere amati dal (loro) pubblico, che in alcuni casi, a prescindere appunto dal grado di famosità, sfiorava la patologia. Già che ci sono, vorrei dirvelo una volta per tutte: il pubblico non vi ama, neppure i vostri fan più scatenati vi amano. Vi cercano, vi scrivono, quando vi incontrano per strada vi fermano, vogliono autografi, foto, dediche su foglietti, vi fanno scoppiare l’ego dai complimenti, ma fondamentalmente se ne fottono di voi. Se a tutti coloro che dicono di amarvi offrissero cento euro per non amarvi più, per spegnere la televisione, ad esempio, ogni volta che comparite, il 90% accetterebbe i cento euro (molti anche meno), il 9% tratterebbe sul prezzo, ma alla fine arriverebbe a un accordo, e solo l’1% non scenderebbe ad alcun compromesso, ma quelli si chiamano “stalker”, voi li denunciate, di solito.

Pietro Rinaldi è uno scrittore burbero, scontroso, non fa sconti a nessuno delle sue frecciatine. Dalla scomparsa della moglie, l’unico elemento che lo teneva ancorato al mondo e alla famiglia, è sempre di malumore e non sopporta più nessuno. Ma è davvero così? O il suo continuo provocare è solo un mezzo per raggiungere più facilmente la verità e il cuore delle persone?
Lungo tutto il romanzo Pietro ci strappa delle sonore risate perché nei suoi ottant’anni ha il coraggio di dire e di fare quello che molti di noi pensano solamente. Spudorato perché non teme più nulla, men che meno la morte.
La parte migliore dei suoi malumori da scrittore è sicuramente l’incontro con l’autostoppista (“Rompicoglioni peggio che i tassisti”), per giunta suo accanito lettore. E lì iniziano le domande fastidiose per uno scrittore, ma anche la conversazione più interessante, uno sguardo sull’autore Pietro e sui suoi pensieri più profondi, non sempre così negativi.

“Pietro! Di Genova, come il mio scrittore preferito. Pietro Rinaldi, lo conoscete?”
Io ho scosso la testa, e ho aggiunto anche: “No, no”, ma Diego, che non ha capito il mio messaggio subliminale, o più probabilmente lo ha capito ma è stato più forte di lui (un bruco, l’ho detto, forse già crisalide, certamente non ancora una farfalla), come colto da folgorazione ha urlato: “E’ lui!”.
[…]”E’ lei, è lei, ma certo che è lei! Come ho fatto a non accorgermene prima, ora riconosco la foto su Internet e anche quella sui suoi libri, era molto più giovane ma è lei, incredibile… Lei non si rende conto… ho letto tutti i suoi libri…”
Non è quasi mai vero, spesso ne hanno letto uno solo perché glielo ha prestato un amico e non si ricordano neppure il titolo.

Cominciano così a discutere veramente di titoli, perché Pietro non sopporta vengano dimenticati anche i sottotitoli tra parentesi sulla copertina dei suoi libri e Luigi, l’autostoppista, se li scorda proprio tutti. Soprattutto il suo lettore vuole sapere la spiegazione di un finale aperto, nel romanzo Non posso più vivere senza di te (Ma vivo lo stesso), perché Coso, il vero nome del protagonista nella trama scelto per la sua inconsistenza, non sceglie tra le due donne? La risposta è una sagacia di Pietro, o la pura brutale verità.

[…]Ma scusi, mi tolga una curiosità…” (ecco, ci siamo, inizia la rottura di coglioni, ho pensato), “ma perché… Coso alla fine sceglie di non scegliere? Cioè, non si capisce bene cosa sceglie e forse non sceglie proprio, no? Io ho una teoria in proposito, però, prima di dirgliela, vorrei sapere il motivo da lei.”
“Perché non sapevo cosa fargli scegliere, tra l’altro ogni scelta avrebbe comportato qualche piccola revisione di alcuni capitoli precedenti per far sì che in qualche modo la giustificasse meglio. Ma dato che con mia moglie avevamo già le valigie pronte per andare in vacanza, e avevamo l’aereo il giorno stesso, e io dovevo assolutamente consegnare il romanzo, ho avuto l’idea di lasciare il finale aperto, e finirla lì” ho detto, mentendo.

Lascia poi che sia Luigi a spiegare tutta la sua teoria su quel finale rimasto sospeso e, nonostante non fossero affatto quelle le intenzioni di Pietro quando lo aveva scritto, non lo contraddice, anzi gli riconosce il merito di aver capito il significato del testo: “Le spiegazioni di chi ha scritto un libro valgono meno di quelle di chi lo ha letto, sono insindacabili solo fino a quando il romanzo non è pubblicato, poi sono giuste solo quelle del lettore. Stop.”
Luigi comunque non molla con l’interrogatorio e arriva con un’altra domanda impertinente per Pietro, ma giustificata per tutti i suoi lettori: per quale motivo sono stati inseriti anche loro in quel fantomatico ultimo capitolo, Tutti quelli che mi stanno sul cazzo?

“[…]non mi stanno sul cazzo i lettori in quanto tali, come individui che leggono, anzi ce ne fossero, e ancora meno, come puoi ben immaginare, i miei lettori, visto che tra l’altro mi hanno dato da vivere, poi naturalmente c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, tipo quelli che ti tormentano con le domande” l’ho guardato dallo specchietto retrovisore, ma lui non ha colto, “diciamo che non sopporto certe categorie di lettori… Intanto quelli che dicono che un libro gli ha cambiato la vita, e lo dicono convinti, perché se ti fai cambiare la vita da un libro sei un imbecille. Un libro al massimo può lasciare una traccia, ti può emozionare, far ridere, piangere, ti ci puoi identificare… Stringi stringi, un romanzo è come un film, ma non ho mai sentito dire che un film ti cambia la vita, almeno, non con questa frequenza con cui te la cambiano i libri; certo, un libro ce l’hai lì, e mentre lo leggi ti puoi fermare a riflettere, quindi è diverso rispetto a un film, e comunque, film a parte, è chiaro che un libro ti può insegnare qualcosa, molto in certi casi, può esprimere mille volte meglio quello che pensi, ti può addirittura chiarire quello che pensi. Diciamo che ti può illuminare, ma cambiare la vita, se ci credi davvero e magari lo dici anche con tono melodrammatico tipico di chi dice che quel tal libro gli ha cambiato la vita, sei da ricovero immediato. La Bibbia forse te la potrebbe cambiare, purché la si sappia interpretare, e tuttavia, anche in questo caso, se uno si fa cambiare la vita dalla Bibbia vuol dire che ce l’aveva vuota.”

E qui alzo la mano io, per una domanda allo scrittore Pietro Rinaldi. Probabilmente io sono un imbecille perché vado in giro a dire, senza vergogna, che un libro mi ha cambiato la vita (non è proprio uno, diciamo un paio, suvvia). Però Pietro, come è possibile che a pagina 185 lei mi dica che le stanno sul beep i lettori che si fanno cambiare la vita da un libro, dichiarandoli da ricovero immediato, e poi, sempre lei, proprio lei, a pagina 256 si fa cambiare la vita da una frase scritta con la vernice nera su un muro di Ostia? “Da soli si muore”. Quattro parole. Almeno io mi leggo tomi da mille pagine per farmi cambiare la vita… 😉

Mia moglie Sara è morta il 20 maggio del 2001. Se n’è andata nel sonno, un bel modo di morire. Si è coricata presto dicendomi di non sentirsi tanto bene, io sono restato sveglio ancora, prima a leggere, poi a guardare la televisione, quando sono andato a letto ho fatto piano per non svegliarla, perché aveva un sonno leggerissimo, incredibilmente leggero, non ho neppure acceso la luce, poi, inavvertitamente, ho scontrato l’abat-jour sul comodino e l’ho fatta cadere. Era una boccia di vetro e s’è rotta in mille pezzi, ho tirato un vaffanculo sommesso, ho acceso la luce, ho detto: “Scusa, mi dispiace, ho combinato un casino”, e non mi ha risposto. Aveva problemi di cuore. Abbiamo vissuto una buona vita insieme, è stato un bell’amore, anzi di più. Certo, con gli anni si è trasformato, come per tutti, man mano che invecchiavamo ha preso le sembianze della nostra età, ma se fossi una persona portata a enfatizzare direi che è stato un grande amore, invece, essendo uno che minimizza, dico “bello”, ma proprio perché “bello” mi sembra poco per una vita insieme come la nostra, dico “di più”.

Per quanto sia burbero e cinico, nel ricordo della moglie Pietro mostra un lato romantico, a modo suo. Minimizza le emozioni positive ed estremizza il suo malumore, forse solo per protezione dalle turbolenze della vita. Anche durante il viaggio, quando si ferma ad ammirare le sfumature del mare fondersi con quelle del cielo, quando coglie lo spirito curioso negli occhi del nipote e vi si lascia sorprendere, quando ritrova l’abbraccio fraterno dell’amico Cesare e le gentilezze di Teresa, quando decide di avventurarsi in un casale pazzesco e in nuove strampalate amicizie, compare il Pietro sentimentale, quello che in fondo non sopporta la gente solo quando non conosce le persone. Anche con Sid, tra una minaccia di abbandonarlo in autostrada o di legarlo al primo ponte, c’è dell’affinità.

La Dea rombava che era un piacere, il tettuccio aperto, noi due davanti e Sid seduto dietro, dritto come un fuso con i peli della testa alla mercé del vento, che glieli tirava tutti indietro o li schiacciava o gli formava la riga in mezzo. Troppo vento, infatti, sulla Ruta, dubito dopo Camogli. Ci siamo fermati […]
Mi sono girato verso di lui [Diego] e ho visto Sid con la sciarpa della Sampdoria legata intorno al testone. Era una figura inquietante.
“Forse era meglio se gliela mettevi tipo bandana, così sembra un vecchia col foulard in testa” ho detto.
“Ci avevo pensato, ma secondo me gli copre meglio le orecchie, e poi volendo riusciamo a fargli stare su anche gli occhiali.”
“Gli occhiali?”
“Eh sì, sarebbe meglio, ha gli occhi rossi.”
[…] E allora gli abbiamo messo gli occhiali da sole, fissandoli meglio al suo testone con un elastico, e siamo ripartiti, con Sid che pareva un ultrà sampdoriano, e anche Snoopy aviatore.

Duke dal film PETS - Illumination (C)
Per tutta la lettura, il cagnolone Sid me lo sono immaginato con le sembianze di Duke dal film PETS. 🙂

 

On the road again

Il capitolo finale è del nipote Diego che ci racconta come proseguirono le loro rispettive vite dopo quel viaggio avventuroso verso Roma, e come questo romanzo sia davvero l’ultimo vero libro dello scrittore Pietro Rinaldi, rinvenuto nascosto in un cassetto. Il nipote lo completa descrivendoci il loro rapporto finalmente ritrovato, gli ultimi anni del nonno in compagnia proprio di Sid, che da allora si è piazzato a dormire in camera sua, contro ogni impropero. Si sarebbe dovuto intitolare Il senso dell’orientamento, quell’essere consapevoli nel momento in cui accadono le cose, perché dopo sono capaci tutti. Ma è nel momento che fai la differenza, imboccare la strada giusta e non perdersi. Quel viaggio era l’orientamento di entrambe, nonno e nipote.
Ho adorato questo Pietro, proprio perché mi ha ricordato per filo e per segno l’altro Pietro. Anche quando combinava le marachelle e fingeva di non saperne niente…

“Hai visto cosa hanno fatto a quel tizio col camper?”
“No” mi ha risposto lui, “spero che lo abbiano ucciso.” Ma lo ha detto senza alzare la testa dal piatto, e lì mi puzzava ancora di più, perché Pietro, di solito, quando faceva le sue battutine, mi guardava sempre per vedere la reazione, o guardava chiunque, in generale, anche quando le faceva al fruttivendolo. E allora gli ho detto: “Gli hanno tagliato tutte e quattro le gomme del camper.”
“Mani sante” ha risposto, sempre intento a tagliare una fettina di vitello che era un burro ma lui, da tanto faceva finta di essere impegnato nel taglio, sembrava stesse disossando un vitello.
“Tu non c’entri, no?”
E allora sì che ha alzato la testa dal piatto e ha detto: “Iiiiiiio, ma tu sei bello scemo allora, secondo te, a ottantatré anni mi metto a tagliare le gomme alle macchine?”.
“Mah” ho annuito, poco convinto.
“Ma dài su, Diego, siamo seri…” ha detto lui, ora serissimo. “Due giorni fa hanno violentato una in via Righetti, perché non dici che sono stato io? E lo scippo della settimana scorsa? Te lo confesso, ero io quello che guidava la Kawasaki.”
E’ finita lì. O meglio, non è finita lì, perché una settimana dopo, mettendo a posto l’armadio nell’ingresso, ho trovato, nella tasca della sua cerata, un coltello a serramanico, di quelli svizzeri.

 

Porto Venere - La Spezia
Le case alte e variopinte di Porto Venere che si affacciano sul Golfo dei Poeti a La Spezia. In queste acque Pietro, Cesare e Diego passeranno una mattina di pesca indimenticabile.

 

Comments (12)

Stefano Franzato

Ott 13, 2021 at 10:48 AM

Piace anche a me Licalzi che mi hai fatto conoscere proprio tu. Mi piace come scrive: così elegantemente (e correttamente) parlato è il suo stile! Ho letto (e recensito su Anobii: https://www.anobii.com/0135ca14cb5a470a9f/profile/reviews) La vita che volevi che mi è piaciuto. Le considerazioni che fa sulla defunta moglie e il loro matrimonio mi han fatto venire in mente una frase del “Caligola” di Albert Camus: “Amare qualcuno significa accettare d’invecchiare con lui.”
Ciao

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Barbara Businaro

Ott 14, 2021 at 12:06 PM

Ho letto la tua recensione e così ho visto che tra le tue letture c’è anche Un mucchio di bugie di Giulio Mozzi, che è sempre un’antologia di racconti. Ammesso che i due autori siano confrontabili (non ho letto niente di Giulio Mozzi, se non i suoi saggi di scrittura), meglio Licalzi o Mozzi come stile? 🙂
Certo che i libri fanno viaggi incredibili: Licalzi mi è stato consigliato da un lettore-poco-lettore, mi è piaciuto e ne ho scritto qui sul blog, poi in tanti mi dite di averlo letto (tu, poi Giulia e altri due di persona) e che vi è altrettanto piaciuto. Pensa se non l’avessi letto!!

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Stefano Franzato

Ott 16, 2021 at 11:30 AM

Grazie per la tua lettura della mia recensione! Ho così capito che può essere letta anche da i non anobiani (tu non sei iscritta ad anobii, vero?). Per quanto riguarda un confronto tra Licalzi e Mozzi, ci sarebbe molto da dire; riassumendo all’osso: Mozzi insegna, Licalzi scrive (senza bisogno degli insegnamenti di Mozzi, tra l’altro). Ho seguito anche, anni fa, un video corso di scrittura creativa di Mozzi: mi ha divertito ma, sostanzialmente, non mi ha detto nulla che già non sapessi. Alla facoltà di LL. SS. (Lingue Straniere) la maggior parte delle cose e dei concetti di narrativa che insegnano nelle scuole di Scrittura Creativa (struttura di un romanzo – e di una poesia – fabula, trama/intreccio, plot e sub plot nei romanzi e nel teatro, il punto di vista e le varie figure retoriche Histeron-proteron, e linguistiche ,sineddoche, metonimia, anfibologia e compagnia cantando), uno studente le doveva sapere sin dal terzo anno. Quindi a me certe cose fan bonariamente sorridere (come dire: guardate che con me si rischia di scoprire l’acqua calda).

Ciao

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Barbara Businaro

Ott 16, 2021 at 7:26 PM

Sì sì, da fuori si leggono le recensioni su Anobii. Io non sono iscritta, ma mi capita di sbirciare anche lì prima di acquistare un titolo particolare.
“Mozzi insegna, Licalzi scrive (senza bisogno degli insegnamenti di Mozzi, tra l’altro)” Un riassunto incisivo. Del resto, ci sono molte scuole e laboratori di scrittura che non sfornano un gran numero di scrittori, mentre dall’altra parte di sono scrittori, anche di una certa caratura, che non hanno alle spalle corsi di scrittura. Anche se ritengo comunque utile studiare i concetti di narrativa (un profilo tecnico come il mio ne è assolutamente digiuno, magari hai qualche testo, anche universitario, da consigliarmi?) e leggere, leggere, leggere, temo che la differenza alla fine la faccia il talento. Pure una piccola dose di fattore C non guasta. 😀

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Brunilde

Ott 13, 2021 at 11:05 AM

Ok, aggiungo anche questo autore, che non conosco, alla booklist: sei una miniera di spunti di lettura!
Grazie per questo post così dettagliato, riesci davvero a dare l’idea del romanzo, del mondo e dell’atmosfera che racchiude.

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Barbara Businaro

Ott 14, 2021 at 12:12 PM

Non è stato facile scrivere questo post senza anticiparvi troppo della trama, lo scatenante di quel viaggio di nonno e nipote. Ho cercato di rispettare la quarta di copertina, anche lì non viene – giustamente – svelato nulla. Lì per lì, quando lo stavo leggendo ho esclamato “Ehhhh, che esagerato! Due su due non è possibile!” e ne ho pure discusso col lettore-poco-lettore che me l’aveva consigliato. E invece su questo punto ha ragione Licalzi, la vita ti fa dei tremendi sgambetti. Non è stato semplice scegliere le citazioni per dare una panoramica delle atmosfere, e credo di esserci riuscita appena a metà. C’è molto di più, ma occorre leggere per scoprirlo. 😉

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Daniela Bino

Ott 13, 2021 at 11:16 AM

Interessante! Il tuo post mi ha nuovamente sorpreso, proponendo uno scrittore che non avevo mai preso in considerazione. Ed è proprio questo il bello: lasciarsi sorprendere dalle novità che stuzzicano le tue passioni. Come quella per i libri. Ogni volta che entro nella mia biblioteca preferita, la signora dietro al bancone, che è un’entusiasta della sua vita da bibliotecaria a 360°, mi propone titoli di autori per me nuovi. E l’ultima volta mi chiese se mi ero accorta che qui, in Italia, i romanzi hanno copertine più belle che in altri paesi: “Perché anche la copertina è importante e in altri Stati non hanno cura di questi dettagli” queste le sue parole. Ma venendo a noi (scusami ma in questi giorni divago!): questo signore che viene distratto dal suo proposito infelice e si ritrova un nipote con cui fare un percorso, mi ricorda una frase che è un titolo di un romanzo, “Qualcuno con cui correre” di David Grossman. Perché, alla fine, serve proprio qualcuno con cui correre, lungo una strada che porta a Roma (perché tutte le strade portano davvero a Roma) sennò non riusciresti a ritrovare il senso delle cose che, ad un certo punto della vita, si perde per chissà che motivi. Io ho trovato il mio Sid (in realtà è una lei, Shannon) che mi aiuta a ridimensionare, ad essere meno pragmatica. Ma ho trovato anche persone che hanno incidentalmente attraversato il mio cammino spiazzandomi con le loro passioni che sono anche le mie: nuovi romanzi da leggere che, con le loro centinaia e centinaia di pagine, cambiano la vita, lo fanno per davvero, sennò che scopo avrebbero?! Grazie come sempre, Barbara, per avermi allietato la mattina con un post ben scritto che mi ha fatto conoscere non solo uno scrittore ma un personaggio interessante.

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Barbara Businaro

Ott 14, 2021 at 12:36 PM

Non so a quali copertine faccia riferimento la tua bibliotecaria, perché in realtà per certi autori tradotti si usa direttamente la copertina già pubblicata dell’estero (penso a Harry Potter, anche se adesso ristampano con nuove illustrazioni), per altri si usa un’immagine semplice per contenere i costi (penso alle edizioni economiche TEA per la saga Outlander, ma anche per la prima stampa di Corbaccio non è che ci sia tutta questa elaborazione), per alcuni si riprende la grafica estera migliorandola decisamente (penso alle copertine di Sophie Kinsella che per l’Italia sono strepitose).
Poi qualcuno sostiene che le copertine italiane sono poco innovative (Il Post: Le copertine che in Italia non si disegnano) ma effettivamente noi abbiamo un gusto più classico, non saprei apprezzare un libro che in copertina mi riporta solo il titolo scritto in un determinato modo, preferisco una bella foto, un’illustrazione, il dettaglio di un’opera d’arte. 🙂
In questa copertina ad esempio c’è una mano bambina che fa correre una macchinina sott’acqua, quindi c’è un fanciullo, c’è un viaggio, c’è il mare. E’ molto d’effetto. Solo la macchinina è quella sbagliata, ma credo non sia facile trovare il modellino della Citroen DS 21 decappottabile.
“Qualcuno con cui correre” è molto significativo, richiama quel “Da soli si muore” visto sul muro ad Ostia da Pietro. Ma potrebbe anche essere “Qualcuno con cui leggere”, no? 😉

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Sandra

Ott 13, 2021 at 1:10 PM

E con lo Sciacchetrà mi hai sbloccato un ricordo non da poco di una delle mie vacanze tra le 5 Terre e Levanto.
Va detto che l’indole ligure di Pietro, almeno per me, salta fuori in maniera dirompente e, a tratti, fastidiosa. Ma immagino che leggendolo e contestualizzandolo sia diverso. E poi le suggestioni col tuo Pietro sono di sicuro una marcia in più e a proposito di marce, l’auto, anche per me che non sono appassionata di macchine, è stra stupenda. Ci farei proprio un giretto volentieri.

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Barbara Businaro

Ott 14, 2021 at 12:53 PM

E io che volevo vedere Porto Venere ma non ci sono riuscita per la pioggia?! Toccherà tornare, e magare andare a mangiare alla Locanda Lorena dell’isola Palmaria, che il pesce glielo vende direttamente Cesare, nel romanzo. 🙂
Pietro è un burbero di scorza, ma dentro è una persona buona. Lo stesso autostoppista lettore finisce col ridere delle sue rispostacce. E in quanto al vero Pietro di famiglia, eccone un assaggio, che questa scena me la ricordo proprio bene:
“Lei come si chiama?”
“Io non mi chiamo, sono gli altri che mi chiamano, semmai.”
“…e gli altri come la chiamano?”
“Pietro, io sono Pietro. Però gli altri mi chiamano Luigi.”
(ed era proprio così in effetti, ma non ricordo il motivo)

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Giulia Mancini

Ott 13, 2021 at 6:50 PM

Come sai ho già letto Licalzi, la vita che volevo e mi é piaciuto. Potrei lasciarmi tentare anche da questo romanzo, il protagonista mi ricorda, per certi versi, Cesare Annunziata il personaggio di La tentazione di essere felici, un uomo anziano e sfrontata che non si fa scrupoli di dire quello che pensa, fantastico.

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Barbara Businaro

Ott 14, 2021 at 1:01 PM

Oh ecco, La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone è un altro romanzo che mi hanno consigliato, però da ascoltare su Audible dalla voce profonda di Edoardo Siravo.
Certo qui in L’ultima settimana di settembre c’era non solo l’associazione con il Pietro di famiglia, ma anche la curiosità delle parole di uno scrittore scorbutico, l’incipit mi ha catturato. Prova indovinare cosa risponde alla domanda “Ma perché ha smesso di scrivere?” 😀 😀 😀

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