Si può vivere senza WhatsApp? Assolutamente sì

Si può vivere senza WhatsApp?

Ciclicamente durante l’anno mi arriva la solita ondata di richieste, a vario titolo ma tutte inerenti una controversa questione: “Come ti trovo su WhatsApp?”
La risposta è semplice e spiazzante per qualsiasi interlocutore io abbia di fronte: “Non mi trovi su WhatsApp, non lo uso.”
Seguono attimi di smarrimento, poi di sospetto e di dubbio, tutti visibilmente chiari nell’espressione facciale di chi non si aspettava per niente una replica del genere. Pensano che li sto prendendo in giro, che non abbia capito di quale piattaforma stiano parlando, che non voglia fornire il mio numero di telefono. Ma se la questione è importante, se non rischio di essere contattata per il solito cambio di fornitura elettrica o per acquistare un potentissimo aspirapolvere ad acqua, non ho problemi a fornirlo, basta chiamarmi invece di chattare.

L’ultima volta mi sono sentita chiedere il numero di cellulare personale da un mio superiore al lavoro, perché mi si voleva aggiungere ad un “gruppo di cazzeggio” (uhm, mi è difficile associare il cazzeggio con il lavoro, specialmente in questi anni di smart working assassino…). L’idea era di utilizzare una conversazione fuori dall’orario d’ufficio per il team building, rafforzare il legame tra colleghi. Peccato che io il mio tempo libero lo impegno in altro modo, a volte il telefonino me lo dimentico dentro la borsa il venerdì sera e me ne ricordo il lunedì, se non squilla, perché tanto o sto leggendo un romanzo oppure sto scrivendo al computer portatile (conviene quindi che mi inviate una mail 😛 )

Ho dovuto quindi rispondere dando tranquillamente il mio numero personale, solo per effettive urgenze quando non sono presente in ufficio. Attenzione, ho scritto urgenze, del tipo si sta allagando il parcheggio interrato, ha preso fuoco il tuo ufficio, è esplosa la sala server, c’è un’invasione di scarafaggi nella mensa dei dipendenti, ti sei dimenticata il portafoglio sopra la scrivania. Chiamarmi la domenica mattina per chiedermi com’è messa quello o quest’altro progetto, non è un urgenza, può attendere il lunedì.

Per quanto vi sembri incredibile, specie perché sono un informatico (io invece direi: soprattutto perché sono un informatico), WhatsApp non lo utilizzo, non ce l’ho proprio installato sullo smartphone. E’ troppo dispersivo.
Del resto, non mi risulta sia uno strumento richiesto dal mio contratto, anzi, da nessun contratto di lavoro esistente e specie su un numero di telefono privato del dipendente. Sarebbe ancora accettabile se fosse fornito direttamente sul cellulare aziendale, da tenere acceso durante l’orario di lavoro o la reperibilità, ma se il cellulare e il numero sono privati, io pago e io decido. :/

“Non è possibile che tu non abbia WhatsApp, ma come fai?!”
“Se hai bisogno, mandami un sms…”
“Eh, non ce li ho gli sms nel mio piano tariffario, mi costano un botto.”
“Non è possibile che tu non abbia gli sms, daiiii, ma come fai?!” 😀 😀 😀

Cosa mi perdo in fondo senza WhatsApp? Buongiorno, buonasera e buonpomeriggio glitterati e orde di gattini ammiccanti, che ci ho messo qualche anno a toglierli dalla mia bacheca Facebook; catene di Sant’Antonio di dubbia provenienza ma di sicura minaccia se non si adempie all’inoltro ad altri sfortunati utenti; barzellette e immagini più o meno divertenti, più o meno sporche, che superano le cinquanta sfumature di ogni colore (a volte però sono al limite della decenza mentale, quando sono donne che deridono altre donne per l’aspetto fisico); lamentele e negatività al cubo, non per la ricerca di ascolto e di supporto, ma per contagio, perché non c’è niente di meglio che stare male in due senza fatica, invece che stare bene da soli con un minimo di lavoro su se stessi; i parenti, tutti i parenti, tutti insieme, e qui non occorre che aggiunga nient’altro, no?

Lasciatemi tornare seria. La mia non è una presa di posizione snobista, quanto piuttosto una strategia di difesa. Di tutti i social media, ritengo WhatsApp il più pericoloso, vuoi per le sue carenze strutturali come applicazione e vuoi per il modo in cui oramai viene utilizzato dalla maggioranza dei suoi utenti. Lo dico dopo anni di osservazione proprio degli amici, degli effetti che WhatsApp ha sul loro umore e di come non abbia poi migliorato le loro conversazioni col resto del mondo, perdendoci dietro pure una quantità spropositata di tempo libero.
Una telefonata ti salva la vita, diceva un vecchio spot degli anni ’90.

Del resto, nel post Come leggere 200 libri in un anno avevamo calcolato che si possono leggere anche fino a 100 romanzi (200 libri è in effetti un tantino esagerato) eliminando l’uso intensivo dei social media dalla nostra quotidianità. E allora non dico tutte le piattaforme, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare. Per me WhatsApp non ha al momento alcuna utilità. Siete davvero sicuri che ne abbia per voi? 🙂

 

Perché volete tutti usare WhatsApp?

Come è possibile che WhatsApp, né la prima né l’unica applicazione di messaggistica, sia entrata così velocemente nella nostra routine, anche dei più avversi alla tecnologia, tanto che persino gli anziani imparano a muoversi prima su questo strumento che sulla rubrica del proprio telefonino?
Perché è troppo semplice. Perché è comodo e immediato. Perché ce l’hanno tutti.
Perché siete imitatori: “Poiché il 95 percento delle persone sono imitatori e solo il 5 percento iniziatori, le persone sono persuase più dalle azioni degli altri che da qualsiasi prova che possiamo offrire”, spiega Robert Cialdini, psicologo statunitense, professore di Marketing all’Arizona State University (Fonte: Forbes).

Se anche vi dicessi che WhatsApp non è un’applicazione sicura, né per voi né per i vostri amici, visto che condividete la vostra rubrica telefonica (quindi anche i loro numeri privati, dato personale) con WhatsApp, senza chiedere un consenso anticipato al proprietario del numero (ve lo ricordate il GDPR, il regolamento europeo sulla privacy, si?), e vi riportassi studi e controstudi psicologici sull’impatto emotivo, deleterio sul lungo termine alla vostra mente, non mi dareste ascolto perché la maggioranza delle persone usa WhatsApp senza alcun problema. Perché dovreste avere qualche scrupolo proprio voi?
Non so dire se sono un iniziatore, non mi lancio sull’ultimo smartphone appena uscito e nemmeno sulla piattaforma social appena lanciata. All’epoca, sono stato l’ultima dei miei colleghi informatici a iscriversi a Facebook, per dire, solo quando ne avevo compreso le potenzialità e preso le misure dai suoi intrighi. Potrei essere anche l’ultima a creare un profilo su WhatsApp, potreste pensare, ma in realtà è come se mi ci fossi già iscritta e fossi la prima che ne esce, senza danno e senza rimpianti.

“La tecnologia non è buona o cattiva, lo diventa nella misura in cui ci lasciamo dominare da essa. È indubbio che oggi abbiamo possibilità mai avute prima d’ora nella storia. Tuttavia mi sembra che la maggioranza delle persone ne sia soggiogata più che avvantaggiata”, osserva Riccardo Scandellari in questo post su Linkedin: Il giorno in cui ho scoperto di essere avaro.

Ecco, in questi anni ho studiato attentamente tutti voi alle prese con WhatsApp e ho deciso che non voglio esserne soggiogata.
Il problema è che WhatsApp, con oltre 35 milioni e mezzo di italiani iscritti nel 2021, è diventato quasi uno standard di comunicazione persino in quei luoghi pubblici dove non dovrebbe proprio essere concesso di avallare un simile monopolio (WhatsApp è di proprietà di Facebook, da pochi giorni Meta, azienda privata statunitense).
Ad esempio, che la sorveglianza di quartiere sia affidata a gruppi su WhatsApp è quantomeno preoccupante. Se un domani Mark Zuckemberg o i suoi investitori decidessero di chiudere l’applicazione, che succederebbe al povero quartiere? Non ci salutiamo nemmeno in condominio e poi comunichiamo via WhatsApp se c’è un forestiero che si aggira guardingo per la via?!
Che dire poi dei compiti degli insegnanti inviati via WhatsApp agli studenti? Un’attività seria come l’educazione scolastica non dovrebbe affidarsi ad una chat di terze parti. Dovrebbero esserci gli indirizzi email dei genitori solo per scopi scolastici dei propri figli e l’indirizzo email del professore, meglio se fornito dal Ministero della Pubblica Istruzione. Per quel che ho visto e sentito finora, su WhatsApp girano solo gli assalti organizzati dei genitori nei gruppi di classe verso questo o quel professore esigente e, perché danno il buon esempio ai ragazzi, il bullismo nelle chat degli alunni.

Non voglio dire che sono arrivata a laurearmi senza WhatsApp, perché credo nella tecnologia e nelle infinite opportunità che ci spalanca davanti. In effetti sono stata la prima tra le mie amiche ad avere un personal computer in casa, forse questo mi posiziona tra gli iniziatori.
Ad ogni modo, sta a noi sfruttare solo gli strumenti che davvero ci rendono migliori.

La qualità della conversazione

Per quel che ho potuto verificare, il disagio maggiore all’interno di WhatsApp è nei messaggi privati diretti, da utente ad utente.
Uno strumento come WhatsApp ha senso solo quando si vuole una conversazione asincrona: mando un messaggio a qualcuno e non ho la pretesa della risposta immediata. Altrimenti, telefonerei, anche più volte, finché dall’altra parte è chiara la mia urgenza.
La qualità scende quando uso uno strumento asincrono per natura come se invece fosse sincrono, dando per scontato che dall’altra parte ci sia subito l’attenzione dell’altro interlocutore. Il quale magari, pur avendo il telefono acceso e lo stato su “Disponibile”, configurazione per altro di default all’installazione, sta facendo ben altro e ignora la nostra urgenza.
Ci sarebbe anche da discutere sul significato di “urgente”, variabile soggettiva, ma qui ricordo una frase attribuita al presidente Eisenhower: “Ciò che è importante raramente è urgente e ciò che è urgente raramente è importante.” (ne abbiamo parlato qui: Scrivere è importante, anche se non urgente)

Del resto lo stesso Mark Zuckemberg, dopo l’acquisto di WhatsApp da parte della società Facebook, già proprietaria di un altro strumento di messaggistica, Messenger, aveva spiegato la differenza tra i due applicativi: Messenger sarebbe rimasto a supporto di Facebook, con un’esperienza multimediale più ricca nella propria rete di amici, mentre l’obiettivo di WhatsApp era di sostituire i vecchi cari SMS, una conversazione asincrona (tranne per i dinosauri come me che avevano la Summer Card di Omnitel con messaggi illimitati 😀 )

E invece si sta lì, davanti al telefonino, ad attendere la spunta blu di lettura del messaggio. E poi parte il contasecondi in attesa della risposta. Perché ci mette tanto? Ha letto, cosa aspetta? Magari dall’altra parte, ha scorso velocemente l’app durante un’altra conversazione in presenza, ma non può rispondere finché non ha terminato. Oppure infilando il telefono in borsa o in tasca, si è aperta la notifica push-up, segnando come letto il messaggio, ma in realtà l’utente non l’ha proprio visto. Oppure stava per rispondervi, ma è stato fermato da un imprevisto: una telefonata in ufficio, il campanello di casa, il bambino in ritardo con i compiti, il gatto che sta tirando le tende…
Peggio ancora se si decide di nascondere sia lo stato di connessione che le notifiche di lettura dei messaggi, proprio per evitare fraintendimenti. Perché allora si diventa colpevoli in anticipo, nemmeno aveste sbattuto in faccia il telefono durante una chiamata.
Guardo tutti questi comportamenti e mi chiedo: quanta energia viene sprecata? E quanto tempo soprattutto?

Sono alcune dinamiche che certe volte si innescano anche su Messenger, seppure in maniera contenuta perché, essendo legato all’account di Facebook e non al numero di telefono, il numero di utenti è più limitato di WhatsApp e non si dà per scontato di essere sempre connessi all’applicazione. Potrebbe anche non essere installata sul telefono, ma solo in uso da Facebook via browser su un computer.

In ogni caso, chi mi cerca mi trova lo stesso: qui sul blog, dove c’è anche l’indirizzo email personale di webnauta, oppure su Facebook, sia pagina di webnauta che profilo personale, poi Twitter e Instagram come barbarawebnauta, anche su Linkedin con il mio profilo professionale (i quattro bottoni qui in alto a destra vi fanno accedere direttamente). E queste sono tutte piattaforme social a cui è stata affiancata una chat privata, così come Facebook ha Messenger, anche Twitter, Instagram e Linkedin hanno dei messaggi diretti.
Basta che non mi inviate vocali, perché non li ascolto.

L’orrore dei messaggi vocali

Se WhatsApp è pericoloso, i messaggi vocali sono la morte nera.
Non mi sono mai piaciuti molto, perché mi costringono a perdere molto più tempo di un messaggio scritto, sia in lettura che in scrittura. Ma questa estate ho proprio verificato personalmente quanto danno possono arrecare.

A seguito di un mio messaggio scritto all’interno di una chat di gruppo, una persona di fretta e arrabbiata una giornata storta, per sua stessa ammissione, mi ha risposto con un messaggio vocale di pochi secondi, dove sfogava tutta la sua frustrazione sulla sottoscritta. Aveva capito fischi per fiaschi, senza considerare che ci eravamo sentite nemmeno due giorni prima e doveva esserle chiaro il significato del mio messaggio.
Ma era di fretta, appunto, non ci ha pensato, non si è preoccupata né di capire cosa scrivevo né dell’impatto della sua risposta cattiva. Tra l’altro è un gruppo di supporto dove vigono tre regoline fondamentali: Sii gentile. Sii consapevole. Sii rispettoso. Sii comprensivo.
Se le è scordate tutte in venti secondi. Io però ci sono rimasta male per tre notti.

Parlando con un’amica psicologa (sì, ogni tanto ho bisogno di un tagliando, specie perché frequento situazioni complesse), dopo aver ascoltato quel messaggio vocale, mi spiegava che quella è proprio una comunicazione sbagliata. È un dialogo a senso unico, troppo facile, senza valutazione e considerazione di chi c’è dall’altra parte. Qualcuno definisce l’invio dei messaggi vocali pure come un selfie del proprio ego!
Quando scriviamo invece un messaggio di testo, rileggiamo subito cosa abbiamo scritto, ce l’abbiamo lì sotto il naso, quindi stiamo più attenti alle parole pronte all’invio. Quando inviamo un messaggio vocale, quella rilettura non c’è, rischiamo di lasciarci andare a parole che non avremmo il coraggio di usare di persona. Parole molto dannose per la relazione. Meglio sentirsi in chiamata piuttosto.

In una telefonata il dialogo è a doppio senso, parliamo e siamo sottoposti subito al contradittorio. La persona ci risponde subito se qualche parole è stata travisata, riportando nel giusto binario la qualità della conversazione.
Con il messaggio vocale, parliamo a ruota libera, esigiamo (senza accertarcene) che l’altro sia disposto ad ascoltare il nostro vocale e non ci aspettiamo contradittorio, se non con tempi dilatati (e nel frattempo la relazione si logora). Dall’altra parte, alla ricezione del messaggio vocale, c’è una notifica dell’arrivo e nessuna anteprima del contenuto, siamo costretti ad ascoltare il messaggio fino alla fine, senza poter valutare a priori l’importanza e l’urgenza. E magari al termine, ci sembrerà pure tempo sprecato se il messaggio non era così rilevante o se la persona ha ripetuto più volte lo stesso concetto, temendo di non essere compresa. Mentre in chiamata, possiamo virare la conversazione su quello che ci interessa maggiormente e mostrare subito di avere afferrato il punto.
Secondo questa amica psicologa, se si potessero rileggere i vocali come testo scritto, la gente cancellerebbe l’80% di questi messaggi senza inviarli, perché sarebbe più tangibile l’utilizzo errato delle parole.

Senza contare poi la scomodità di dover ascoltare i messaggi vocali con le cuffiette, perché l’audio del mittente richiede comunque un minimo di privacy. Non si possono ascoltare i vocali degli altri in vivavoce alla presenza di estranei, perché loro non sono lì presenti a dirvi quando è il momento di abbassare il tono o di rinviare la discussione a quando sarete di nuovo soli.
Purtroppo WhatsApp ha intensificato proprio l’uso dei messaggi vocali, che sono anche stati introdotti nelle altre applicazioni similari. E quella che poteva essere una comodità in taluni momenti, è diventata un’arma a doppio taglio utilizzata senza parsimonia.

Così ho seguito il consiglio della mia amica: non ascolto i messaggi vocali. Se è urgente, mi chiamano. Se è importante, mi scrivono.
Qualche volta mi arrogo anche il diritto alla disconnessione, non solo dal luogo di lavoro, ma anche dalla vita frenetica. Il weekend sento proprio la necessità di scordarmi il telefono (e il computer) e aprire un buon libro. 😉

Niente WhatsApp, meglio Whatzupwitu!

E comunque a WhatsApp io preferisco di gran lunga Whatzupwitu, contrazione fonetica della domanda in lingua inglese “What’s up with you?” ovvero “Che ti succede?”, nonché titolo dello straordinario duetto tra Michael Jackson ed Eddie Murphy. Qui in una nuova versione restaurata in High Quality. Era il 1993… OhMyGosh! Ero ancora alle superiori e avevo appena “scoperto” The King of Pop, le cui parole sono ancora oggi impresse nel mio animo a caratteri cubitali. If you want to make the world a better place, take a look at yourself, and then make a change. Se vuoi rendere il mondo un posto migliore, dai un’occhiata a te stesso e poi fai un cambiamento.
…elimina WhatsApp! 😉

 

Comments (32)

Daniela Bino

Nov 18, 2021 at 9:55 AM

Concordo! Whatsapp può essere pericoloso e lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Chat di genitori arrabbiati; di compagni di scuola che bullizzano per iscritto perché troppo immaturi e troppo arroganti per capire la pericolosità del loro gesto; stalker che si sentono così pieni di sé stessi da lasciare a WA l’onere di mantenere una prova scritta della loro cattiveria (ahimè, ci sono pure loro!).
Abbiamo perso il piacere di andare a suonare il campanello dell’amica che abita due case più in là perché WA è più comodo. MA vuoi mettere un caffè in compagnia, un ciao anche dal cancello, … Per non parlare degli auguri di compleanno (che cade sempre e solo una volta l’anno) che vengono affidati ad un semplice messaggino con immagine presa da Pinterest scordandoci che la telefonata fa molto, ma molto più piacere, soprattutto dopo il lockdown.
Hai ragione, cara Barbara. E, come sempre, un post ben scritto che fa meditare.

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Barbara Businaro

Nov 18, 2021 at 5:25 PM

E tutte queste persone, genitori arrabbiati, bulletti frustrati e stalker senza una vita propria, non avrebbero il coraggio di dire le stesse cose fuori dalla rete, faccia a faccia, affrontandone poi le conseguenze. Lo schermo funge da cespuglio dietro cui nascondersi e sentirsi riparato. Tanto è vero che quando qualcuno viene chiamato a rispondere legalmente di certe parole, allora ritrattano, dicono di essere stati fraintesi, di essersi lasciati andare alla rabbia, non era loro intenzione, è stato solo un momento… Forti con i deboli e deboli con i forti.
In quanto ai compleanni, gli ultimi auguri li ho inviati via chat di Instagram, in attesa di poter festeggiare di persona. Ma al lavoro abbiamo un cluster di contagiati, e un altro in attesa degli esiti. Io purtroppo mi muovo tra gli uffici, di computer in computer, quindi sto osservando l’evoluzione, evitando di andare in giro dagli amici finché non sono tranquilla. 🙁

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Roberto

Nov 27, 2021 at 8:40 AM

Whatsapp non è indispensabile. E’ obbligatorio, almeno per me, ma non mi piace. E mi serve, per lavoro, per brevi comunicazioni tipo “butta la pasta” e poco altro. In genere telefono. So di molte persone che prima di chiamare scrivono “posso telefonarti o hai da fare?”. Io telefono, se hanno da fare me lo dicono e riattacco. Uso WP se proprio non posso farne a meno. Ho mani grandi e dita conseguenti e fatico a scrivere su queste microscopiche tastiere, quindi a volte (orrore) uso i vocali. Solo per comunicazioni di servizio urgenti. Ma in generale amo e odio tutti gli smartphone, senza i quali ormai non possiamo fare quasi nulla, potrei fare mille esempi, mi limito alla mia banca cui non posso accedere senza che mi rimandino un cavolo di codice, assicurazioni, servizi Google e via cantando. Oggi è il compleanno del mio capo e WP è in gran fermento…

Come ci siamo ridotti così? Come facevamo prima? Usavamo carta e penna, un gettone del telefono o la tessera della SIP. Andavo in banca di persona, andavo persino dal panettiere e dal droghiere, ho un’età, ai tempi esistevano, c’erano le vetrine sui marciapiedi, anche in centro! I miei nipoti sono convinti si tratti di leggende metropolitane. Pur essendo un tardivo digitale sono stato uno dei primi ad usare un PC per lavoro, fine anni ’80, le prime chat, che allora si chiamavano BBS, la mia prima pagina web ed il mio tentativo nel ’94 di fare commercio online. Rimpiango quei tempi perchè tutto era nuovo e molto era sconosciuto, come oggi. Scusate questo sproloquio ma ho la mente annebbiata da tre notti in bianco. Brutti pensieri. Dimenticavo: odio Instagram, odio quello che è diventato. Ragazzotte che sperano di fare le modelle, presunti/e influencer che vorrebbero essere il GPS delle nostre vite. E le foto? Quelle belle, magari persino in bianco e nero. Ci sono ancora, abilmente nascoste da valanghe di pubblicità, cosce, consigli su come truccarsi e l’immancabile Ferragni. Odio Facebook, quello che è diventato. Ho un account dal 2006, all’inizio era bello perchè erano tutti stranieri, potevo fare amicizie virtuali in inglese, giusto per togliere la ruggine. Gli amici reali non li accetto come amici FB, gli telefono o vado a trovarli. FB oggi è una palestra per deficienti, allenano le ginocchia del cervello strepitando cazzate di ogni tipo, dai vaccini alla mela atomica. Chiedo scusa per eventuali orrori ed omissioni, non rileggo e spedisco. ciao.

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Barbara Businaro

Nov 27, 2021 at 7:41 PM

Anch’io telefono senza inviare messaggi in chat, male che vada mi rispondono con l’sms “Ti richiamo più tardi” se stanno ancora lavorando (con gli amici informatici capita, certi aggiornamenti di progetto si fanno in notturna o nel weekend). Lo smartphone lo prendo come un’estensione del mio computer, ma vince sempre il computer se sono a casa. Lasciamo stare la richiesta dei codici come notifiche sul telefono perché sono è una vergogna. Dal prossimo mese anche Gmail avrà l’autenticazione a due fattori, prevedo disastri e perdite di tempo infinite.
Però non rimpiango quando andavo in banca di persona, proprio no. Siccome non ero amica del direttore, mi toccava la fila più lunga, e lasciamo perdere le facce costipate quando chiedevo di vedere il prospetto delle spese del mio vecchio conto corrente, secondo la legge sulla trasparenza. Poco prima della pandemia poi in filiale hanno cercato di vendere all’anziano di casa un innovativo investimento in diamanti, per una somma ridicola per altro; siamo intervenuti noi baldi giovani, bloccando il tutto, su segnalazione di Altroconsumo. Rimpiango il panettiere, l’edicola e la pasticceria, per averli adesso mi devo spostare in auto. E rimpiango anch’io le mie prime chat ICQ, mi pare di averlo installato nel ’96, ma già allora c’erano quelli che facevano i furbetti, inviandoti le foto dell’amico palestrato mentre, ahem, visti di persona non ci assomigliavano per niente… 😛

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Giulia Mancini

Nov 18, 2021 at 10:25 AM

“La tecnologia non è buona o cattiva, lo diventa nella misura in cui ci lasciamo dominare da essa” credo che il punto sia proprio questo, ma come non darti ragione! Io non amo WhatsApp anche se lo uso abbastanza, in realtà con i miei nipoti è uno strumento comodo perché tutte le volte che li chiamavo non rispondevano e poi mi richiamavano quando io non potevo rispondere. Ché poi succede anche con le amiche, oggi abbiamo le giornate talmente piene che anche rispondere al cellulare è complicato. Poi c’è l’amica che non riesci mai a chiamare e quindi le mandi un saluto con un messaggio, oppure anche una breve richiesta così risponde quando può. A volte l’invio di un messaggio semplifica la vita, invece che fare una telefonata che “scusami adesso non posso, poi ti richiamo” e poi resti in attesa di essere richiamata e magari aspetti invano… Inoltre WhatsApp è utile per le foto, nel periodo della pandemia ho potuto vedere le foto dei bambini di mia nipote ed è stato un’ancora di salvezza…
Sui messaggi vocali la penso come te, sono assurdi, posso capire se proprio uno deve dire qualcosa che è troppo lungo da scrivere, ma c’è chi ne abusa. Io li odio! C’è una mia amica che mi manda dei messaggi vocali lunghissimi senza dire nulla, alla fine mi perdo e non capisco cosa devo rispondere, tra l’altro ascoltarli implica il fatto che tu lo possa fare, se sei con delle persone non puoi e mi irrito parecchio.
Poi ci sono i gruppi e quelli diventano una fonte di stress allucinante, tuttavia nel periodo della pandemia è stato utile creare il gruppo con i miei collaboratori per le questioni di lavoro più veloci e per non inviare troppe mail che sarebbe diventato ancora più gravoso da gestire.
Quindi sì tutto è “buono” se non si abusa, il problema risiede sempre nelle persone, è difficile trovarne di equilibrate, infatti con il tempo sono diventata sempre più “antisociale”.

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Barbara Businaro

Nov 18, 2021 at 5:52 PM

Così come lo utilizzi con i nipoti e le amiche, WhatsApp ha le stesse funzioni di altre applicazioni, Messenger, Telegram, Twitter e Instagram. E prima che ci fossero questi strumenti, anche per lavoro, si tentava una telefonata e poi si inviava un sms: “Chiamami quando puoi, è per quel progetto taldeitali / è per il regalo di zia Genoveffa / fissiamo la pizza di classe…” Un tempo ero molto più impegnata e il mio telefono (anzi, i due telefoni, privato e aziendale) squillavano di più.
Sui messaggi vocali, adesso si stanno sviluppando degli algoritmi per “tradurli” in messaggio scritto, proprio per chi non li vuole ascoltare. Ma funzionerà come le trascrizioni automatiche di YouTube, sensibili di errori di interpretazione, per la lingua, il tono di voce, l’audio disturbato. E che succederà se le trascrizioni riportano parole somiglianti ad un tono offensivo invece che curioso? Temo sarà un disastro…
Sui gruppi di lavoro, beh, non capisco perché usare WhatsApp, se uno sta lavorando al computer, ci sono un casino di chat apposite, studiate proprio per il business e decisamente più performanti! Microsoft Teams, Slack, Trello, Skype, Ryver, hibox, Mattermost… quasi tutte hanno piani gratuiti per piccoli gruppi (in Teams, fino a 100 persone!). Il problema di usare WhatsApp sul proprio telefono personale è la mancata disconnessione dopo l’orario di lavoro. Non ci si stacca più, perché resta acceso per gli amici.
Qualcuno considera anche me “antisociale”, ma io preferisco la telefonata o il caffè al bar, e questo non è certo un comportamento “antisociale”! 😉

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BRUNILDE

Nov 18, 2021 at 12:24 PM

Sottoscrivo il commento di Giulia: non è lo strumento il problema, ma l’uso che se ne fa, e soprattutto l’essere umano che lo utilizza.
Ho iniziato a usare Whatsapp anni fa. Un’amica stava male, si era creato un gruppo per l’immediatezza delle informazioni, per organizzare le visite, i turni di assistenza, ecc.
Avevo un vecchio Nokia, sul quale era molto problematico installarlo: ricordo che andai in un negozio, chiesi che me lo facessero loro, con lo sguardo feroce della serie ” non mi muovo di qui finchè non è tutto fatto”. Tribolarono parecchio, ma il risultato fu raggiunto.
E’ passato molto tempo, quell’amica ci ha lasciati, ma il gruppo è ancora vivo, ci aiuta a farci coraggio e compagnia.
E poi Wa è stato ed è fondamentale con mia figlia: lei, come molti giovani, non telefona MAI, mi chiama soltanto se ci sono problemi, ma ogni giorno corrono fra noi messaggi, foto, vocali , insomma un filo che mi permette di restare presente nella sua quotidianità, senza invaderla, e di alleviare la lontananza. Ora che è rientrata a casa ( tranquilli, rimarrà poco ) mi sembra quasi strano poterle dire buongiorno con un bacio, senza digitare!
E anche le videochiamte serali con tre care amiche ( le fenici, ci chiamiamo, il che la dice lunga sulle nostre vite ) sono un bene prezioso, ancor di più in pandemia.
Invece col lavoro, e gli scocciatori in genere, me la cavo benissimo: mandatemi pure messaggi, tanto non rispondo!

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Barbara Businaro

Nov 18, 2021 at 6:03 PM

I commessi che ti installarono WhatsApp sul Nokia meritano un altare di riconoscenza! Gli ultimi Nokia, che coincidono con la diffusione di WhatsApp in Italia, aveva un sistema operativo pessimo, da mettersi le mani nei capelli per qualsiasi configurazione banale. Quindi, bravi! 🙂
Per il resto, capisco bene l’importanza dei gruppi, del resto ne ho un sacco anch’io su Messenger, gestiamo anche le challenge di MPC con i gruppi (senza però condividere il numero di telefono, anche perché all’estero non è WhatsApp l’app più diffusa, ci sono anche Viber, WeChat e Line). E abbiamo usato parecchie videochiamate, anche le Stanze (o Room) di Facebook. Ci sono le videochiamate anche in Instagram, e ricordo di averlo usato per un aperitivo lo scorso Natale (o era Pasqua?! il tempo di questi due anni strani è avvolto in una nebbia di confusione…)
Non sono però solo i giovani a non usare le vecchie chiamate e non so dire perché. Forse proprio l’uso intensivo dei social ci sta facendo perdere quel contatto, che era decisamente più umano di un testo scritto.

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Roberto Armani

Nov 27, 2021 at 9:00 AM

Sono iscritto a tutti i social esistenti, ma da un paio d’anni uso solo Pinterest e Flickr, per la fotografia. Twitter mi mette soggezione, Facebookke mi irrita per l’ormai pochezza di contenuti, ci passo, leggo le notifiche sperando in qualcosa di interessante poi esco. Tra l’altro messenger non mi piace, ha una grafica irritante. Telegram è un covo di pornografi e malviventi. Spezzo una lancia in favore di Pinterest, ambiente confortevole, pochi iscritti, solo 400 milioni. Idee interessanti, parli per immagini ma puoi interagire anche con la parola scritta. Detto questo mi spengo ma prima chiedo se qualcuno ha letto “Eva Dorme” di Francesca Melandri e cosa ne pensa. Io sono diviso.

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Barbara Businaro

Nov 27, 2021 at 7:49 PM

Di Pinterest me ne hanno parlato bene, in effetti, dicendomi di farci un pensierino per webnauta. Ma ha senso? Già con Instagram i contenuti di parole sono sommersi dall’immagine, chi lascia il “cuoricino” di apprezzamento guarda solo la foto e non commenta, figuriamoci il click al profilo. Su Pinterest, rischio che collezionino le pin delle immagini e comunque non vengano a leggere.
Twitter è nato per le parole e all’estero è quasi più utilizzato di Facebook, specie da quando Facebook si è impoverito, a causa degli algoritmi che favoriscono la polemica invece dell’informazione. Per riuscire a passare oltre gli algoritmi di Facebook, l’unica è scegliere bene cosa farsi notificare: io frequento gruppi (e solo di alcuni mi faccio inviare le notifiche di ogni contenuto) e alcune pagine (libri e scrittura per lo più).
Non ho letto il romanzo “Eva Dorme”, vediamo se per caso qualcun altro lo conosce.

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Sandra

Nov 18, 2021 at 1:27 PM

Ho recentemente cambiato operatore telefonico per avere sms nel piano tariffario, li uso prevalentemente con mia mamma che non ha uno smartphone, e prima mi costavano in effetti parecchio. Il post è molto condivisibile, diciamo che fa aprire gli occhi su un uso smodato di whatsApp. Si noti che infatti tipo le conferme delle visite mediche arrivano comunque via sms anche per chi ha whatsApp. Sto cercando di limitare, se non eliminare del tutto, l’uso dei vocali: manca il contraddittorio e la velocità di registrazione viene annullata dalla noia dell’ascolto, insomma se li faccio è comodo, se tocca ascoltarli che palle. Per il resto le varie chat di Instagram e presumo di FB (dove non sono) sopperiscono alla perfezione per un botta e risposta quando si ha tempo, cose non urgenti (ovvio, altrimenti si chiama) ma di conversazione tipo la sera dal divano “come’è andata la giornata, come procede quel casino, cosa fai nel weekend” cose di questo tipo. In generale, visto che io e te ci sentiamo regolarmente e tu non hai whatsApp, ma io appunto non ho messanger, abbiamo la prova-provata che una comunicazione efficace è possibile, oltre le frontiere degli strumenti, basta volerlo. Baci baci

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Barbara Businaro

Nov 18, 2021 at 6:13 PM

Basta volerlo. Ecco, hai detto tutto.
C’è stato un periodo in cui stavo per cedere, anche se sapevo di farmi del male fisico, e installare WhatsApp. Perché mi rendo proprio conto che sono spariti degli amici. Mi hanno tagliato fuori dalle conversazioni. Non mi hanno più coinvolto negli incontri, nelle serate, nelle condivisioni. E non posso dire che sia stata la pandemia, è iniziata prima. Spesso mi sono sentita dire “eh, ma tu non hai WhatsApp.” Ma è davvero questa l’amicizia? Se non si preoccupano di come sto, se non parte nemmeno una telefonata, allora direi che non c’entra WhatsApp. Io e te siamo la prova che da qualche parte ci si trova lo stesso. Non sei per altro la sola a non avere Messenger, qualcuno lo sento via Twitter, per dire, altri su Linkedin. E poi con te abbiamo provato anche Skype, giusto? Magari la prossima volta ci organizziamo pure uno Zoom multiutente… che so, gli auguri di Natale tra i lettori di webnauta?! Eh, non sarebbe male! 😉

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Roberto Armani

Nov 27, 2021 at 9:10 AM

Barbara, il mio migliore amico non sa neppure cosa sia Whatsapp, ma gli voglio bene lo stesso, ci telefoniamo, ci vediamo. Una cosina sulle video chiamate: vade retro! A volte sono costretto a partecipare a certe conference call da traumatologico, non riesco più a vedermi nel riquadro dello schermo senza provare ribrezzo 🙂 Adesso vado a cancellare la posta che con sto cavolo di black friday mi intasano ad ogni ora.
Poi un giorno mi piacerebbe parlare dei troppi inutili e orridi inglesismi o presunti tali che ormai intasano troppe e mail, anche non di lavoro. Chi pronuncia Plas invece di Plus è da fustigare.

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Barbara Businaro

Nov 27, 2021 at 8:46 PM

Vedermi in videochiamata è un trauma anche per me 😛 Però posso sentire la voce di chi sta dall’altra parte dell’oceano e questo è, se ci pensi, quasi un miracolo della tecnologia. Vorrei che mia nonna fosse qui, per vedere la faccia stupita di fronte a questa meraviglia. 🙂
Ammetto che ogni tanto mi scappa qualche parola inglese (a volte mi sorprendo a pensare qualche esclamazione in inglese, spero sia un buon segno per imparare meglio la lingua), ma inglesismi no. Quello che detesto di più è “briffare”, da “briefing” che indica una breve riunione di lavoro, e quindi “briffare” sarebbe usato col significato di “aggiornare”. “Volevo briffarti sulla questione…” Li guardo male e rispondo “Non so cosa sia, ma a me quella roba lì non la fai, sono molestie sul luogo di lavoro!” 😀 😀 😀

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Darius Tred

Nov 18, 2021 at 9:02 PM

Curioso…
O inquietante, vedi un po’ tu…
Scrivi un post per fare a pezzi un mezzo di comunicazione usato, strausato e abusato.
E io ne scrivo uno, lo stesso giorno, per farne a pezzi un altro, sempre usato, strausato e abusato.

Ok, io ho sparato qualche frivolezza, ma tu hai sparato un sacco di stron…cature mica male.
😀 😀 😀

Però, perdona l’ardire, se leggo il tuo post cambiando soggetto (tipo: Facebook anziché Whatsapp…) il tuo ragionamento fila comunque alla perfezione: anche l’uso di Facebook può essere deleterio o interessante, anche Facebook può rovinare l’esistenza delle persone o renderla più proficua, anche Facebook può essere tutto e il contrario di tutto.
E anche su Facebook si può decidere di esserci e di non esserci.

Insomma Facebook e Whatsapp (e Messenger, e Instagram, giusto per stare sempre nel recinto di Zackemberc…) sono le propaggini della stessa piovra.

Ma com’è che Whatsapp è il male assoluto mentre su Facebook hai pagina e profilo e su Instagram pure???
😀 😀 😀

Detto con simpatia, naturalmente… 😉

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Barbara Businaro

Nov 18, 2021 at 9:51 PM

Uhm, fammi capire: tu non conosci la differenza sostanziale tra WhatsApp e Facebook/Messenger? Davvero?! 😎
Facebook, Messenger, Twitter e Instagram non hanno il mio numero di telefono e non accedono alla mia rubrica telefonica.
Facebook, Messenger, Twitter e Instagram si possono usare tranquillamente da un computer, senza installare alcuna app sullo smartphone.
WhatsApp vuole il tuo numero di telefono e la tua rubrica, e si installa prima sul telefono, solo dopo puoi usare WhatsApp Desktop sul computer.
Una differenza strutturale che incide sul comportamento degli utenti iscritti: sanno che hai WhatsApp sempre con te, sul telefono, e dunque sanno di poterti raggiungere in qualsiasi momento, e lo pretendono. Diversamente per Facebook, Messenger, Twitter e Instagram, dove questa ansia non c’è, dove rispondo quando sono effettivamente “disponibile”.
Senza contare che sui miei profili pubblica in automatico questo blog. Non sono mica io, a manina, a far arrivare in contemporanea i post alle 8 di mattina su tutte le piattaforme… 😀 😀 😀

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Darius Tred

Nov 18, 2021 at 10:38 PM

Sì, sì, lo so.
Ma siamo sempre qui: non è lo strumento il problema ma, come ha già scritto qualcuno poco sopra, è l’uso che se ne fa. Conosco persone che usano Whatsapp e che rispondono dopo giorni (quando rispondono). Lo usano per lo stretto necessario. E quando dico stretto, intendo dire proprio stretto-stretto.

Lo so che Whatsapp ti chiede il numero.
Ma gli altri social ti profilano con i loro algoritmi. Certo: non è la stessa cosa, ma di sicuro non si può dire che i social non ficchino il naso nella tua privacy…

In quanto all’ansia: conosco gente che fa a gara per avere più amici sui social (e non parlo di adolescenti…) o altri che hanno l’ansia del “mi piace” e del numero di condivisioni. Per non parlare dei leoni da tastiera che si vede lontano un miglio che scrivono convinti di avere di fronte una platea. Quindi come vedi non si va molto lontano: in un modo o nell’altro, il comportamento degli iscritti a un qualche cosa è comunque influenzato.

Ovviamente non per tutti è così: magari, se potessimo davvero contarci, ci ritroveremmo divisi tra quello stesso 5% di trascinatori e 95% di trascinati di cui parlavi tu.

Infine: lo so che non sei tu a manina che va a scrivere qui e là sui social. Lo farai fare a Hootsuite o a qualcuno dei sui cugini. Ma le newsletter di cui parlavo io di là (quindi non la tua) sono scritte a manina, anche se distribuite in automatico…

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Barbara Businaro

Nov 18, 2021 at 11:24 PM

Probabilmente perché il mio utilizzo dei social è comunque contenuto e oculato, Facebook & Co. hanno gran poco da profilare. 😛
Frequento pochissimi gruppi (di fatto solo quelli di My Peak Challenge e NaNoWriMo), ho silenziato parecchi account dalla mia bacheca, specie in questo periodo dove gli argomenti sono divisivi più che mai, e le sponsorizzate mi passano sotto il naso praticamente invisibili (motivo per cui alcuni marketer stano rivedendo l’utilità di quell’investimento pubblicitario). Raramente faccio stories, richiedono molto tempo e non mi danno grande riscontro. E non sono una fanatica dei selfie con fotoritocco, che il giorno prima gli amici ti taggano su una foto dove sembri tua nonna e il giorno dopo ne pubblichi una tu che sembri tua figlia, ringiovanita di colpo. Anzi, sono decisamente controcorrente: spesso pubblico la mia faccia stravolta e senza trucco post allenamento. Totalmente in contrasto con le regole degli influencer-guru!
Ma tu dovresti ringraziare Facebook: se non fossi iscritta, rischierei di perdermi proprio i post nel tuo blog!! 😎
Perché non hai una cavolo di newsletter… 😀 😀 😀

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Darius Tred

Nov 19, 2021 at 12:54 PM

Se avessi una cavolo di newsletter, ti arriverebbe una cavolo di mail.

Dato che non hai whatsapp, la tua casella e-mail sarà ancora più intasata della media.
Quindi la mia mail, che magari ti arriverà già nello spam, resterebbe a “galla” giusto quei due minuti: poi finirebbe sempre più giù…
😀 😀 😀

(La verità è che non ho voglia di litigare con il GDPR per una striminzita newsletter. Quindi: chi mi ama, mi segua.)

Barbara Businaro

Nov 19, 2021 at 5:37 PM

La mia casella email, anzi, le mie 6 caselle email stanno benissimo. 6 perché la diversificazione è uno dei principi fondamentali della riduzione del rischio 😀 Ma diciamo che il mio Gmail è stato ben istruito (merito di un corso di GSuite aziendale, devo ammetterlo): gli amici-amici sono in Principale, i blogger-amici sono in Social, ho altre diverse etichette per gestire i diversi gruppi/attività, le newsletter fuffa-time vanno in fondo, quelle da leggere quando proprio non ho altro da fare, certe volte le apro, scorro, traduco se serve, e poi cestino. Ma nessun intasamento, lo giuro Vostro Onore! 😎
Comunque non ti seguo, ti precedo. Dai su, muoviti! Pedalare, pedalare! 😛

Sandra

Nov 19, 2021 at 1:38 PM

Torno, con un nuovo commento, perché ieri mi è successa una cosa piuttosto interessante.
Mi è arrivato un messaggio su WhatsApp che era unicamente lo screenshot di una pagina di Amazon, con un libro, pubblicato dal mittente e il n. di 300 recensioni.
Ora, non c’era un messaggio prima di saluti, come stai, preamboli vari, né uno dopo tipo “cavoli, sono contenta, 300 recensioni”
Io e questa persona ci scriviamo di tanto in tanto, ci siamo viste una sola volta (incontro che non mi ha entusiasmata) in quanto abitiamo nella stessa città, e soprattutto, motivo per cui ci siamo conosciute, abbiamo pubblicato un libro con lo stesso editore.
Che, va detto, non è il libro delle sue 300 recensioni, pubblicato invece da un editore con il quale ho pubblicato pure io, ma mi sono trovata talmente male da aver rescisso il contratto dopo pochi mesi, ergo mi sta oltretutto parlando – o meglio mandando screenshot – di un editore che detesto e mi irrita.
Ha senso questa cosa? E’ un buon modo di comunicare? No, no e ancora no.
Una volta avrei risposto garbatamente, oggi no, oggi ho imparato che si può anche non rispondere a cose/messaggi/telefonate ecc che riteniamo molesti.

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Barbara Businaro

Nov 19, 2021 at 6:49 PM

Si può anche non rispondere, esatto. Specie poi per un messaggio che non è un vero messaggio, ma l’invio di un’immagine.
Che poi magari ha inoltrato quello screenshot massivamente, a più contatti, magari a quelli che secondo questa persona sono interessati alla notizia (tutti gli amici scrittori/lettori?) Al di là che l’invio massivo su una chat privata non mi piace, ci avrei almeno messo un testo personale di accompagnamento.
Come direbbe il buon caro Mister E.: c’è una domanda a cui rispondere in quel messaggio? No. E allora non devi rispondere. 😉

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IlVecchio

Nov 19, 2021 at 3:56 PM

La beatitudine della vecchiaia comprende il beneficio del dubbio. Nella mia cornetta portatile ci sono questa e altre gioie infernali, ma fingo con rammarico di non saperle usare. Nessuno osa contestare un povero vecchio. ; -)

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Barbara Businaro

Nov 19, 2021 at 6:51 PM

Ahahahha, mi immagino la scena!!! “Un messaggio? E non ti ho risposto? Chi? Iooooo?” Fantastico!! 😀 😀 😀

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Luz

Nov 21, 2021 at 12:06 PM

Come darti torto? Dati personali e sensibili in pericolo, chiacchiericcio, tempo che sfuma in sciocchezze.
Per non parlare dei rischi. Scrivere su wozzap qualcosa riguardante una persona e poi vedersi fare il copia e incolla di un proprio messaggio, direi minimo compromettente. Ne ho viste di ogni.
Io però lo vivo per ragioni pratiche e nei gruppi che amministro (tutti sorti per ragioni logistiche e poi rimossi quando il fine è raggiunto) impongo delle regole ferree. Vietato il cazzeggio, tanto per cominciare. La chat degli allievi di teatro è sorta esclusivamente per la comunicazione veloce di urgenze (farlo tramite sms, si potrebbe, ma ricordo che si dovevano creare cartelle in cui inserire uno ad uno i destinatari), idem per quanto riguarda la chat con i genitori degli allievi (molto utile per tutta la gestione della cosa). Chat famiglia usata raramente perché ho un fratello e una sorella che non sanno comunicare per iscritto. Chat scolastiche, tante, quelle di classe e quella di istituto, ma davvero utilizzate esclusivamente per le urgenze. Wozzap ha risolto per me diverse problematiche. Non credo di possedere chat per il puro gusto del cazzeggio, sono tutte pertinenti la logistica.

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Barbara Businaro

Nov 21, 2021 at 6:44 PM

Probabilmente da insegnante hai la fortuna di essere in chat gestite seriamente, anche se mi dà davvero molto da pensare l’uso di WhatsApp nel rapporto insegnante-genitori. Non sono genitore, ma mi rifiuterei categoricamente di usare quello strumento per una comunicazione così seria, soprattutto perché negli stessi telefoni abbiamo oramai tutti installato anche la gestione delle mail, altrettanto veloci e più rispettose della privacy.
Il problema più grosso è che dietro alle chat pseudo ufficiali con la scuola ci sono quelle tra genitori (e lì non c’è nessuno che possa mettersi davanti gli altri per far rispettare un paio di regole, senza scatenare qualche gelosia) e peggio ancora quelle tra studenti, dove i bulletti di classe sono incontenibili. Conosco persone che hanno dovuto cambiare istituto al proprio figlio di fronte a soprusi continui subiti via chat, con tanto di screenshot consegnati al preside e nessuna azione valida intrapresa dalla scuola. Perché WhatsApp non è uno strumento ufficiale, i ragazzi non dovrebbero essere lì (peggio ancora se hanno meno di 16 anni, età minima per l’iscrizione), ma se non ci sono si perdono compiti e date delle interrogazioni programmate, cattiva prassi adottata durante la didattica a distanza. E poi ovviamente, già che sei lì, arriva anche una valangata di messaggi diretti, a corollario delle chat. “Hai visto che ha scritto di là?” “Ah ma adesso gliene dico quattro, stai a vedere” “No no, io non scrivo più niente” e via di seguito.
Soluzione possibile? Così come c’è il registro elettronico, accessibile anche via app, ci dovrebbe essere uno strumento serio e controllato direttamente dalle scuole, non legato al numero di telefono, al solo accesso di professori e genitori (o studenti maggiorenni), da utilizzarsi per le comunicazioni ufficiali. WhatsApp tornerebbe ad essere una scelta personale, non obbligatoria.
Speriamo venga contemplato nel Piano Triennale per la transizione digitale delle Pubbliche Amministrazioni. 🙂

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Marina Guarneri

Nov 22, 2021 at 5:04 PM

Una volta ci scrissi sulle chat di wozzap!
Quelle delle mamme, quelle del gruppo vacanza, quelle degli ex compagni di classe… na tragedia! Soprattutto quando arriva il momento degli auguri di compleanno, di buon natale, buona Pasqua, festa della mamma… non se ne esce più! Non amo questo strumento, ma devo dire in molte occasioni mi torna utile. Con i miei figli è perfetto: loro non sentono mai le mie chiamate (o fanno finta!) e io allora li raggiungo col messaggino.
Il cazzeggio con qualche amica ci sta, purché non duri una giornata! E poi i vocali, oddio io ne faccio uso!‍♀️
Però è vero che mi pento del 60% di quello che ho detto per come l’ho detto. Aborro, invece, una diavoleria che va a ruba fra i giovani: il velocizzatore dei messaggi. È terrificante! Becco spesso i miei figli ascoltare i messaggi con la voce di Speedy Gonzalez e la cosa graaaave è che hanno l’orecchio allenato ad afferrare tutte le parole. PAZZI!
Comunque, ritengo che abbia ragione chi dice che è tutto legato al modo in cui usi gli strumenti messi a tua disposizione: se ne fai buon uso, possono essere utili e la privacy… vabbè, ma che parliamo a fare di privacy se a me basta pronunciare in una stanza una data cosa e due minuti dopo su tutti i social e anche nella mail mi arrivano promozioni a tema. A me sta cosa fa veramente paura!

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Barbara Businaro

Nov 23, 2021 at 4:10 PM

E se vai a vedere quel tuo post, anche allora avevo risposto che non ho WhatsApp e non ci penso proprio a installarlo! 😉
Il fatto che la gioventù si sia attrezzata per ascoltare i vocali a velocità maggiore, per risparmiare tempo, dimostra ancora una volta l’errore di base: quel che si dice in un vocale spesso è infarcito di inutilità e per cercare la vera informazione occorre cercarla nel mucchio, velocizzando l’ascolto, perché non c’è modo di avere un’anteprima. Tra l’altro: ho pubblicato questo post giovedì, e venerdì è arrivata la newsletter di Riccardo Scandellari, consulente di marketing digitale su Skande.com, dal titolo “Una comunicazione che manca di rispetto”, riferendosi proprio a WhatsApp e all’uso dei vocali come comunicazione professionale. Eh già, perché per certe persone è un attimo passare dall’invio del vocale per la serata del calcetto con gli amici all’invio di un altro vocale a un collaboratore professionista su come va portato avanti questo o quel progetto. E come farai, mesi e mesi dopo, a risalire in quale vocale c’era l’informazione per cui è stata eseguita una data azione?
Tutto è legato a come vengono usati gli strumenti, certo. Siccome conosco purtroppo la mia platea, la osservo tutti i sacrosanti giorni (e del resto qui non fate che confermare…), me ne sto ben distante da WhatsApp. 🙂
In quanto alla privacy: quel che dici tu è la privacy legata al tuo comportamento che “colpisce” solo te; quel che dico io è la privacy legata alle installazioni di WhatsApp sui telefoni degli altri, con il mio numero salvato, che colpisce me. Anni fa, quando avevo un numero aziendale, iniziarono a cercarmi con nome e cognome da noto franchising di agenzie immobiliari, ma quel numero era intestato alla ditta, ad uso interno. Dopo 6 mesi di richieste a vario titolo su chi avesse fornito i miei dati (nome e cognome + numero di cellulare), venne fuori che erano acquisiti in una banca dati straniera, la cui provenienza era, guarda un po’, alcune app per la sincronizzazione della rubrica del telefono. Dunque, uno dei miei ex colleghi… Eh!!

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Maria Teresa Steri

Nov 24, 2021 at 10:15 AM

Concordo in pieno. Io lo uso solo con alcune specifiche persone per comodità (ovvero per evitare di fare telefonate) ma per il resto è come se non lo avessi. Di recente ho sviluppato anche un’idiosincrasia per le e-mail che comunque preferisco ai vari messaggini. Pensa che sono stata una grande fan delle chat e delle e-mail quando sono venute fuori tanti anni fa, mi sembravano un’ottima opportunità per tenersi in contatto con persone lontane e per conoscerne di nuove, poi con il tempo ho cambiato idea. Forse ne ne è abusato, non se n’è fatto il giusto uso. Comunque, sono strumenti che se non vengono trattati nel giusto modo ti fanno perdere una barca di tempo ed energie.

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Barbara Businaro

Nov 24, 2021 at 11:40 PM

La comodità delle mail è che puoi ricercare vecchie informazioni facilmente, abbastanza complicato su certe chat, per come vengono visualizzati i risultati almeno. Per me la mail era nata più come strumento ufficiale, mentre le chat erano la comunicazione personale per eccellenza. Poi ai tempi del programma ICQ, parliamo poco prima del 2000, ho conosciuto online molti amici che ancora mi porto dietro. Però eravamo in pochi, c’era cautela e rispetto nell’uso di quelle prime mirabolanti tecnologie. Oggi si dà tutto per scontato e si è continuamente invasivi della vita altrui, se ci pensiamo bene. Ho fatto caso che dall’inizio del lockdown il mio cellulare è perennemente in vibrazione, non sopporto più il trillo delle notifiche, preferisco il rumore sordo di quando si sposta appena sul tavolo, o nemmeno quello quando è infilato in borsa. Mentre una volta, un sms arrivato al colossale Nokia 3330 era sempre una festa…

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Daniele

Nov 24, 2021 at 11:40 AM

“Come ti trovo su WhatsApp?” non è una domanda lecita, perché su WhatsApp ti trovano se hanno il tuo numero di cellulare.
Io lo uso poco, e con poche persone. Ma in genere non ho mai abituato nessuno a usare il cellulare per comunicare con me. Non amo parlare al telefono né tanto meno chattare.
Ma considera che dalle 20 alle 8 il mio smartphone è in modalità aereo, quindi evito chi si sente in diritto di spedire idiozie alle 3 di notte (ma non conosco sta gente, per fortuna).

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Barbara Businaro

Nov 24, 2021 at 11:51 PM

Infatti quel “Come ti trovo su WhatsApp?” era un velato “Mi dai il tuo numero che ti aggiungo su WhatsApp?” 😉
Il mio cellulare è in vibrazione perenne oramai, alzo la suoneria solo quando ho viaggi lunghi e temo di non sentire qualche emergenza finché è in borsa. Lo spengo prima di andare a letto, lo riaccendo al risveglio (così il sistema si riavvia anche più pulito). Per svegliarmi, ho la classica radiosveglia col buzzer, che allungo la mano e la spiaccico sul comodino per farla stare zitta, e cinque minuti dopo la sveglia d’emergenza – non ti azzardare ad appisolarti di nuovo – in vibrazione sul Fitbit al polso, con la paperella che si illumina. Quindi nessuna notifica del cellulare mi può disturbare, e chi potrebbe avere emergenze ha il mio numero fisso. Anche perché io conosco chi potrebbe scrivermi tranquillamente alle 3 di notte: i miei amici da Los Angeles, da loro sono solo le 18.00 😀 😀 😀

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