Chi è Veronica? Un nuovo racconto per San Valentino

Chi è Veronica?

Ancora rattrappito dal sonno, che svegliarsi presto non era mai stato il suo punto di forza, Fabio stava cercando di radersi davanti allo specchio del bagno. Sua madre gli aveva regalato quel nuovo rasoio elettrico ultra moderno proprio per il nuovo appartamento. L’altro rasoio lo aveva frantumato a terra in un momento di rabbia, quando mesi prima Elisa lo aveva lasciato e lui era tornato a casa dai suoi genitori.
Mentre osservava il risultato, muovendo il capo in diverse angolazioni, la porta del bagno si aprì e poi si richiuse con un tonfo.
Sbuffò divertito. Vivo con l’unico gatto al mondo che chiude persino le porte, pensò.
“Buongiorno Bartolomeo…”
Dal basso giunse in risposta un suono a metà tra uno starnuto e un meow stizzito.
Fabio non si girò a guardarlo, ma sapeva bene che Bartolomeo si era piazzato sotto la finestra, lì dove passano i tubi dell’impianto di riscaldamento e aveva già cominciato la sua toelettatura mattutina. Ricordava di avere letto che i gatti rossi hanno un carattere tutto particolare, socievoli e affettuosi certamente, ma anche molto determinati. Con quel suo pelo fulvo acceso e gli occhi verde chiaro, Bartolomeo aveva le sue opinioni, soprattutto sul cibo.
Ricordava le lunghe litigate con Elisa, che pretendeva di riempirgli la ciotola con scatolette per gatti, anche di alta qualità, ma lui le annusava appena, miagolava infastidito e alla fine rubava il prosciutto dalla tavola, quando lei si distraeva col telefonino.
Nemmeno potesse ascoltare i suoi pensieri, Bartolomeo si strusciò tra le sue gambe un paio di volte, prima di tornare al pavimento caldo. Non gli era proprio pesato il trasferimento in quel nuovo appartamento. Nel giro di due settimane aveva preso possesso di tutti gli anfratti tra i mobili e le pareti, tutti i possibili nascondigli e gli spazi da pisolino, nonché il punto di osservazione del vicinato dalla terrazza principale.
Per Fabio invece era più difficile. Si era trasferito lì per lavoro: era un restauratore di mobili antichi, cresciuto nell’attività di famiglia, un mobilificio storico che si occupava anche di restauro e conservazione. Aveva ereditato la manualità da nonno Tarquinio, mentre suo padre Vittorio era più portato per gli affari. Fabio aveva passato le sue giornate dentro il laboratorio del nonno fin da piccolo, imparando tutti i segreti del legno.
Per Elisa aveva rinunciato a diverse opportunità, compresa quella di lavorare per il cinema, giù negli studi di Cinecittà. Ma stava bene con lei e solo questo gli importava davvero. Proprio come i suoi nonni paterni, insieme da più di cinquant’anni e senza mai un litigio.
Cos’era successo dopo con Elisa non lo aveva proprio capito.
Erano andati a vivere insieme, in un piccolo appartamento in affitto che aveva scelto lei. Avevano adottato un gatto, Bartolomeo, anche se sarebbe meglio dire che Bartolomeo aveva adottato loro. Però lei non ci si era mai affezionata granché. Bartolomeo doveva essersene accorto perché aveva sempre preferito accoccolarsi sul divano vicino a Fabio, nonostante fosse meno presente con gli orari del suo lavoro.
E poi lei aveva cominciato a lamentarsi di ogni cosa. Ma proprio qualsiasi cosa, anche tra la lenzuola dove non c’erano invece mai stati problemi. Voleva di più, diceva. Ma Fabio non aveva capito cosa diamine fosse quel di più. Un anello? Una promessa di matrimonio? Una casa con mutuo? Un figlio?!
Ci aveva anche provato a restaurare il loro rapporto, a prendersi cura di ogni crepa, a passare vernice nuova lì dove il legno si era rovinato col tempo e con l’abitudine, ma invano. Una bella sera gli aveva annunciato che lo lasciava, per trasferirsi a New York. Non era nemmeno ammesso che lui la seguisse.
Si stiracchiò la schiena, prima di togliersi il pigiama e vestirsi per uscire. Mentre sedeva sullo sgabello dei panni sporchi, per potersi infilare i jeans, osservò la placidità di Bartolomeo, lungo disteso sul pavimento.
E poi, sulla parete alle spalle del gatto, c’era quella scritta.
Il bagno era già di per sé particolare, con quelle piccole piastrelline violetto tutto intorno e alcune onde più scure che lo attraversavano in orizzontale. Ma quella scritta così appariscente sotto la finestra era un vero mistero. Un mosaico alquanto colorato, contornato pure da cuoricini, disegnava in corsivo il nome “Veronica”.
Perché quel nome lo stava pure seguendo già da un po’, a dirla tutta. Veronica era la bimbetta che gli piaceva tanto alle elementari. Perché le piacesse tanto, però, non lo sapeva nemmeno lui. Carina, ma non la più carina. Simpatica forse, ma spesso sulle sue. Poi si erano persi di vista, nemmeno ricordava il cognome. Aveva conosciuto un’altra Veronica al liceo e lì sì, si era innamorato cotto. Però lei stava con un altro, e dopo, quando si erano lasciati, Fabio non aveva proprio avuto coraggio di dichiararsi. L’adolescenza non era stato un buon periodo per lui.
Quando aveva conosciuto Elisa, per un malinteso durante le presentazioni in un pub con musica dal vivo alquanto assordante, era convinto lei si chiamasse Veronica, quando invece si trattava di un’altra ragazza nel gruppo di quella serata, mai più rivista per altro.
Doveva scoprire chi si celava dietro quel nome. Cosa di lei aveva colpito così forte da lasciare una traccia indelebile.
“Chi è questa Veronica?”

“Ci mancava la pioggia…”
Con un salto Fabio salì sul tram e cercò di trovare il suo spazio in piedi nel corridoio, perché a quell’ora del pomeriggio la corsa si riempiva di studenti e lavoratori che rientravano alle proprie abitazioni. Trovò posto nello snodo del veicolo, dove nessuno voleva mai sostare, ma gli si affiancarono diversi ragazzi di lingua e provenienza sconosciute, che continuavano ad urtare gli altri passeggeri. Strinse a sé la sua borsa tascapane, perché i messaggi dell’altoparlante raccomandavano di prestare attenzione ai propri bagagli ed era già capitato la settimana precedente che una signora fosse derubata del proprio portafoglio nello zaino. Nonostante la confusione, era contento di poter utilizzare il tram per recarsi al laboratorio, lasciando l’auto in garage e scansando l’ansia di parcheggiare. Gli sembrava anche di vivere maggiormente la nuova città, leggendo le locandine affisse alle pensiline, cogliendo i profumi di alcuni locali, come la pizzeria napoletana a due fermate dalla sua o la rosticceria che aveva intravisto dal finestrino, e ascoltando le conversazioni degli altri passeggeri. Due ragazze dietro di lui si stavano scambiando opinioni su una serata al pub, nessuna delle due aveva avuto l’incontro desiderato, nonostante una forte componente maschile. Una gli aveva lanciato un’occhiata divertita, quando era salito lamentandosi, con voce troppo alta si vede, della pioggia.
Erano già le cinque anche se era fatica accorgersene, visto che per tutto il giorno nuvole minacciose avevano oscurato il cielo e proprio all’uscita dal lavoro avevano deciso di sfogare la propria ira. Fabio era alquanto inzuppato, i capelli gli gocciolavano giù per la schiena attraverso il colletto della camicia, i jeans erano fradici fino al ginocchio. Quella mattina non era riuscito a trovare l’ombrello pieghevole, probabilmente nascosto chissà dove da quel fetente peloso di Bartolomeo.
Il telefonino iniziò a vibrare nella tasca interna della sua giacca. Fabio si appoggiò un istante alla sbarra di ferro bassa del tram e lo prese per rispondere. Era l’agenzia immobiliare alla quale aveva chiesto informazioni sulla scritta Veronica, spiegando che voleva ristrutturare il bagno ma voleva sapere se per caso i vecchi proprietari non fossero interessati a conservarla, magari come souvenir.
“Guardi, abbiamo sentito i signori, ma quel mosaico era già lì, non hanno proprio fatto modifiche all’appartamento. Ci hanno fornito il nominativo da cui avevano acquistato circa tre anni prima e glielo stiamo inviando per email, così può cercarlo personalmente.”
Come dire che si sarebbe dovuto arrangiare, perché lì cessava l’obbligazione contrattuale nei suoi confronti. Salutò cordiale, prima di soffiare fuori tutta l’aria e la rabbia di una giornata storta. Ma del resto cosa si aspettava? Che fosse così semplice rintracciare questa Veronica del mistero? Magari è una bimbetta dell’asilo i cui genitori hanno pensato di festeggiare la sua nascita con una scritta in bagno. Oppure il mosaico è stato usato per coprire qualche scarabocchio indelebile della bimbetta sulle piastrelle nuove.
La sua fermata era la prossima e Fabio si infilò nel serpentone umano in uscita. Fuori dalle porte, lo scroscio abbondante di prima aveva lasciato il posto a una pioggerella malinconica ma ugualmente fastidiosa. Afferrò la borsa tascapane al fianco e scattò verso l’uscita, deciso a scaldarsi camminando veloce fino a casa.
“Ci vediamo domani, Veronica!”
Quel nome gridato in mezzo alla strada, pochi metri dietro di lui, lo fece voltare all’improvviso. Un’amica stava salutando la sua compagna di viaggio, mentre le due si separavano proprio sotto la pensilina. E la ragazza che sorrise in risposta era proprio quella che lo aveva fissato quando lui era salito sul tram berciando contro la pioggia. Lunghi capelli scuri le incorniciavano il volto, la frangia quasi le copriva lo sguardo, mettendo in mostra la grazia della sua bocca. Indossava un cappottino corto nero e una sciarpa a scacchi porpora. Un paio di stivali le proteggevano i jeans fino al ginocchio. Con un movimento rapido del braccio, aprì un ombrello rosso acceso e vi si nascose sotto, allontanandosi lungo il marciapiede dall’altra parte di dove stava camminando Fabio.
Lui si bloccò all’istante. E se quella fosse la Veronica che stava cercando?
Fu un attimo, nemmeno il tempo di un sospiro. Nonostante il freddo, nonostante la pioggia, si girò e tornò indietro per raggiungerla.
Non poteva lasciarla svanire nella città.

Fabio avanzava lentamente, cercando di rimanere accostato alle mura dei diversi edifici e di trovare un minimo di riparo dalla pioggia sotto il profilo dei cornicioni o negli anfratti dei portoni. Veronica camminava diversi caseggiati davanti a lui, confondendosi tra i passanti. Aveva smesso di piovigginare e così aveva richiuso l’ombrello. Ma poteva concederle abbastanza spazio, perché la ragazza lasciava dietro di sé una traccia persistente del suo profumo. Forse aveva esagerato senza accorgersene, a volte bastano pochi secondi perché il nostro naso si abitui e non percepisca più le note olfattive, mentre noi continuiamo a spruzzare. Comunque quel profumo non gli dispiaceva affatto.
La piccola folla uscita dal tram stava iniziando a diradarsi nel quartiere e in breve si ritrovarono solo loro due in quell’unica strada, una zona residenziale con pochi negozi e qualche locale, alcuni già chiusi.
La strada svoltava all’improvviso a destra, con una curva secca. Quando girò anche lui, Veronica sembrava scomparsa dal suo orizzonte. Fabio si bloccò per un attimo, poi decise comunque di proseguire, magari l’avrebbe vista nel giardino di qualche condominio.
Giusto un centinaio di metri e lei sbucò fuori all’improvviso da un vicolo stretto, piazzandosi di fronte a lui, puntandogli contro la punta in acciaio dell’ombrello chiuso.
“Mi stai seguendo?” gli chiese perentoria.
Fabio avvampò all’istante, tanto per la sorpresa quanto per la vergogna. “Menti! Menti e cerca di essere convincente!” gli sussurrava una vocina nella testa. Cercò di infondere sicurezza alle sue parole. “No, assolutamente.”
“Uhm…allora dove stai andando di preciso in questa zona?” Veronica socchiuse le palpebre, con cipiglio severo.
Lui si guardò intorno, smarrito. Tossì per prendere tempo. Finché non si accorse delle luci accese dietro una vetrina, dall’altra parte della piazzetta che stava di fronte a loro.
“In quel bar…” le rispose, accennando col capo la sua destinazione.
Lei voltò lentamente la testa, con uno sguardo vacuo, senza davvero fissare il locale alle sue spalle. Poi tornò su di lui, esaminandolo con attenzione. Nel frattempo aveva ricominciato a gocciolare e la cadenza della pioggia sembrava destinata ad aumentare.
“Sul serio?!” gli chiese inclinando il capo a destra.
Fabio alzò le spalle e cominciò a borbottare, come tutte le volte in cui si sentiva in difficoltà.
“Scusa… fa un freddo cane, sono appena uscito dal lavoro… a casa il frigo è vuoto, devo passare a fare la spesa… ma adesso avrei davvero bisogno di un cappuccino caldo… devo chiedere permesso?!”
“E devi andare proprio in quel bar?!” insistette lei, senza abbassare ancora la punta dell’ombrello rivolta verso di lui.
Fabio scrutò il locale laggiù in fondo e la strada che proseguiva oltre la piazzetta. In effetti era un buco fuori dal mondo, e non sapeva nemmeno in che zona fosse finito, però non c’era altro lì intorno di aperto a quell’ora.
“Perché? Cos’ha di strano quel bar?” Decise di non dargliela comunque vinta.
Veronica ridacchiò divertita, lasciando la punta dell’ombrello cadere a terra. “Ci lavoro io, in quel bar.”
“Ah…” Fabio avvampò di nuovo. Non poteva mica saperlo. Pensava stesse rientrando a casa pure lei, non che invece si stesse recando al lavoro.
“Ma ci siamo già visti …e non me lo ricordo?!” Gli occhi di lei sembravano frugare nella memoria qualche conoscenza del weekend.
“No, non credo… Mi sono trasferito qui solo da due settimane, non conosco nessuno… non conosco nemmeno questo quartiere… a dire il vero, credo di essermi proprio perso…” Sbatté le palpebre per togliersi delle goccioline d’acqua.
“Uhm…” Per qualche momento Veronica sembrò indecisa. Poi si lasciò andare a un largo sorriso che le illuminò lo sguardo, come se avesse abbracciato una risoluzione importante per il suo futuro. Con uno scatto, riaprì l’ombrello rosso e poi si avvicinò a Fabio per proteggere anche lui dalla pioggia, sempre più fitta.
“Io sono Veronica” disse con un altro tono di voce, caldo e ammaliante.
“Fabio.” E’ proprio carina, pensò. Forse un po’ giovane, forse il suo viso aperto mi inganna. E’ sicuramente alta, perché riesco a guardarla dritta negli occhi. Credo verdi, anche se la luce del lampione è fioca. Mille pensieri gli attraversarono la mente.
“Bene Fabio, andiamo.” Lei lo prese a braccetto con disinvoltura, continuando a reggere l’ombrello sopra le loro teste.
“Avrai il miglior cappuccino della città, spolverata di cioccolato compresa.”

Nei giorni successivi, quel bar divenne una costante del rientro a casa di Fabio, con molto fastidio da parte di Bartolomeo che doveva attendere ulteriormente il suo spuntino prima di cena. Veronica ci lavorava solo nel pomeriggio durante la settimana, le ultime tre ore prima della chiusura, e talvolta anche il sabato mattina. Quell’impegno le consentiva di pagare parte delle sue spese da studente fuori sede, visto che frequentava il secondo anno di Lingue all’Università. Il locale era frequentato per lo più dai residenti del quartiere e in breve erano diventati tutti la sua seconda famiglia.
Fabio aveva anche scoperto un supermercato nelle vicinanze, sulle indicazioni di lei. Bastava imboccare un’altra strada dalla fermata del tram, con un giro un po’ più ampio rispetto al consueto percorso. Poco importa che ne avesse uno comodo proprio sotto casa, ma così poteva fare più movimento, no?
Mentre alle loro spalle si susseguivano lunghe partite di canasta, riunioni del gruppo di lettura del quartiere e ritrovi del Knitting Club, il laboratorio di maglia e uncinetto, loro due parlavano di qualsiasi cosa. Scambiavano lamentele sulla giornata lavorativa o in aula, commentavano le notizie che Fabio leggeva sul quotidiano, un po’ di gossip perché stava per cominciare pure il Festival di Sanremo, sebbene entrambi ascoltassero per lo più cantanti stranieri. Veronica era una “swiftie”, una fan della cantante Taylor Swift e spesso era quello il sottofondo musicale del locale. Le piacevano pure i gatti, anche se non ne aveva uno suo, così lui le mostrava le foto di Bartolomeo dal suo cellulare. E intanto si chiedeva se uscisse con qualcuno e quanto sarebbe stato azzardato farsi avanti, prima di passare nella tomba dell’amicizia.
Erano trascorse altre due settimane dal quel loro primo incontro e Fabio si stava dimenticando anche della scritta nel bagno. Aveva contattato il numero di telefono fornitogli dall’agenzia immobiliare e aveva risposto una voce giovane, tal Alessandro, che aveva ereditato l’appartamento da uno zio scapolo scomparso prematuramente. Non aveva la benché minima idea di cosa rappresentasse quel nome, nessuno in famiglia aveva notizie di quella Veronica. Intanto Fabio aveva conosciuto i suoi vicini di casa nel condominio e chiesto delucidazioni in merito a quello strano mosaico. Gli dissero solamente che in quell’appartamento aveva vissuto un artista eccentrico, uno che non dava mai confidenza a nessuno, a malapena li salutava quando li incrociava per le scale, e comunque era stato molto di più all’estero che lì tra loro.
Comunque dubitava si trattasse di questa Veronica, sensuale ragazza dai capelli lunghi e dal sorriso aperto, incrociata per caso. Le aveva spiegato dove abitava lui, quale caseggiato, quale piano e quale appartamento, e lei non aveva battuto ciglio.
Quel sabato mattina, con un cielo piuttosto uggioso sebbene asciutto, era uscito per una corsetta intorno al suo quartiere. Dopo aveva continuato fino alla fermata del tram. Poi, già che era arrivato fino a lì, perché non proseguire fino al bar, dove Veronica era in servizio?
In genere il sabato, dopo la colazione, infilava Bartolomeo dentro il trasportino, con i guanti grossi da carpentiere per resistere alle rimostranze graffianti del gatto, e guidava in autostrada un paio d’ore per tornare a casa dai genitori. Ma era troppo stanco per buttarsi nel traffico, aveva ancora qualche scatolone del trasloco da svuotare e, in tutta sincerità, aveva voglia di vedere lei.
Si avvicinò al bancone ancora col fiato grosso per lo sforzo e a malapena riuscì a dire “cappuccino”.
“Buongiorno a te!” gli sorrise Veronica. Poi si mise ad armeggiare con la vecchia Cimbali alle sue spalle, prendendo il filtro, sbattendolo sul cestino, riempiendolo di caffè macinato al momento e poi agganciandolo alla macchina pronta. “Non sei partito con Bartolomeo stamane?”
Lui negò solo con la testa, mentre ancora inspirava e soffiava fuori l’aria per recuperare il battito cardiaco.
Di fronte alla tazza fumante, cercò una scusa per chiederle se era impegnata. Imboccò una strada larga, larghissima.
“Cosa si fa da queste parti nel weekend? Beh, se non hai un ragazzo, immagino…” Sorseggiò il cappuccino fingendo indifferenza.
Veronica stava sciacquando alcune tazzine, da infilare nella lavastoviglie. Ridacchiò, scuotendo il capo.
“Mi chiedevo quando me l’avresti chiesto… No, non sto con nessuno al momento. E tu?” Lo scrutò, mentre continuava a sistemare i piattini.
“Sono single da qualche mese…” Il giusto per non apparire troppo sfigato, ecco, pensò Fabio.
“Storia lunga?” Prese un enorme vassoio dallo stipetto e cominciò a disporre piattini e cucchiaini puliti.
“Quasi un anno, non so se sia da considerarsi lunga…” Decise che era meglio non specificare della convivenza, la rendeva una storia importante.
“E chi ha lasciato chi?” Poi vedendo l’espressione divertita di lui, aggiunse: “Scusa, sono un po’ impicciona, lo so.”
In realtà Fabio era solo compiaciuto di tutto questo interesse. “Mi ha lasciato lei, per New York… Difficile competere con una città metropolitana. New York poi! La grande mela, il simbolo del peccato!”
“Uhm, non lo so… New York dev’essere bella da turista, ma non vorrei viverci davvero.” Mise sei tazzine in attesa del caffè sotto i beccucci della macchinetta. “Rimpianti?” aggiunse poco dopo.
Fabio posò la tazza sul piatto, perché il cappuccino era davvero bollente e pure la ceramica gli stava ustionando le dita.
Ci pensò su un attimo. “All’inizio sì, non l’avevo presa bene. Ora credo sia stato meglio così, per tutti e due.”
Veronica gli rivolse un sorriso largo, prima di prendere il vassoio carico di ordinazioni da portare ai tavolini del gruppo di lettura riunito per le prime impressioni del romanzo del mese.
Lui rimase lì per un’altra ora e riuscirono a scambiare qualche altra breve conversazione, ma c’era davvero molta gente nel locale e diversi avventori di passaggio, in direzione del centro pedonale. Un po’ con rammarico, decise quindi di andarsene e lasciarla lavorare in pace.
Pagato il conto, Fabio stava per salutarla e Veronica lo bloccò con uno sguardo severo, incrociando le braccia dietro il bancone.
“No dico, te ne vai così?!” Il tono è contrariato.
Lui si guardò intorno, controllò le tasche della giacca e il ripiano alto di fronte, si fosse mai dimenticato qualcosa.
Lei gli sorrise sorniona. “Non mi inviti a uscire questa sera?”

Avevano deciso per una pizza e poi un film al cinema, senza nessuna pellicola particolare in mente, ma da scegliere sul momento. La pizzeria l’aveva scelta e prenotata Veronica, perché Fabio al massimo poteva solo curiosare su TripAdvisor e cercare di barcamenarsi tra le recensioni.
Lei abitava fuori dalla città, nella periferia che si fondeva con i piccoli comuni limitrofi, e divideva un appartamento in affitto assieme ad altre due studentesse. Fabio passò a prenderla con l’auto all’indirizzo che gli aveva indicato. Riuscì a parcheggiare a pochi isolati dal suo civico, così la attese sotto il portone dopo aver suonato al citofono. Uno schiocco aprì il cancello e subito dopo lei uscì.
Indossava sempre il suo cappottino corto nero e la sciarpa porpora. Ma sotto aveva una gonna corta e le calze coprenti non riuscivano a nascondere le sue belle gambe.
“Che c’è? O hai visto un fantasma… o sono davvero bellissima stasera!” Ridacchiò lei, tutta soddisfatta, mentre lo raggiungeva.
“Beh, i fantasmi non esistono, quindi…” La baciò sulla guancia come saluto, annusando lo stesso profumo del loro primo incontro.
Seguendo le istruzioni di lei, perfetto navigatore al suo fianco, arrivarono in poco tempo davanti alla pizzeria. All’interno l’ambiente era molto raccolto, perché si divideva in piccole salette appartate, con pochi tavoli. Si poteva parlare tranquillamente, senza dover gridare sopra il rumore di fondo, come capitava in alcuni ristoranti affollati. Le pizze giunsero belle fumanti in pochi minuti dal loro ordine.
Chiacchierarono tra un boccone e l’altro. Veronica gli raccontò delle sue storielle, solo due in realtà, una durante l’adolescenza, al quarto anno delle superiori, e l’altra risalente ai primi mesi di vita universitaria.
“Col primo era la classica cotta da ragazzina, ma non poteva durare, avevamo vite differenti e abbiamo fatto scelte ancora più diverse. Al primo anno qui in città, mi sono fatta fuorviare dalle compagne di studio. Mi conoscevano poco e mi hanno fatto incontrare questo tipo. Siamo stati insieme… tre mesi… poi lui ha anche mollato gli studi e non l’ho nemmeno più visto…”
Fabio la ascoltava con attenzione, ammirando il suo modo di mangiare la pizza. La tagliava a spicchi come lui, la mangiava con le mani come lui, ma chissà perché tra le sue dita così aggraziate non sembrava proprio un banale pezzo di pizza. Si sentiva un perfetto imbranato in sua presenza.
“E così tu fai il restauratore… ” gli disse lei prima di sorseggiare la birra. “Perché?” aggiunse subito dopo.
“Immagino sia merito di nonno Tarquinio. Sono sempre stato affascinato dal suo modo di curare il legno e riportarlo pian piano alla vita. Lo accarezzava a lungo, per capirne pregi e difetti. Lo sverniciava, sostituiva o riparava le parti rotte. Lo trattava contro i tarli, come se quelle bestie stessero lacerando la sua stessa carne. Poi lo pitturava di fresco. Con calma e pazienza, quasi fosse il suo primo amore…
Parlo al passato, ma veramente lui fa ancora tutto questo, ogni giorno.”
“E tua nonna non è gelosa?”
“Oh sì che lo è! Però poi fanno pace… immagino che le riservi le stesse cure…”
Veronica aveva appoggiato la testa sulla mano sinistra e lo stava fissando. “Adesso sarei curiosa di vederti lavorare il legno…”
A Fabio andò di traverso la birra e tossicchiò, fingendo di non aver compreso il riferimento.
Terminata la loro cena, si spostarono di qualche chilometro per raggiungere un nuovissimo cinema multisala. All’ingresso cominciarono a leggere le locandine degli spettacoli in programmazione e sbirciare i posti ancora disponibili nelle varie sale. Optarono per un film d’azione di cui Veronica aveva già visto il trailer in televisione. Fabio aveva sperato in una commedia romantica, sottofondo ideale per stringerla a sé e chissà, magari rubarle pure un bacio. Il frastuono del Dolby Surround durante gli inseguimenti e le sparatorie sullo schermo non sarebbe stato affatto propizio per le romanticherie. Magari un’altra volta, pensò un po’ dispiaciuto.
Ma dopo essersi seduti sulle poltrone assegnate, Veronica alzò il bracciolo che li divideva.
“Scusa, scusa, mi avvicino un po’…” I suoi occhi luccicavano nella penombra della sala.
Poi gli sussurrò all’orecchio, ridacchiando divertita: “Quello dall’altra parte puzza…”
Fabio non si lasciò sfuggire l’occasione: le passò il braccio dietro le spalle e la attirò verso di sé. “Vieni, ti proteggo io…”
Quando si abbassarono le luci, si isolarono dal resto della sala, come se fossero in realtà rilassati sul divano di casa, loro due soli.
Veronica commentava le sequenze al suo orecchio, e lui faceva lo stesso voltandosi verso di lei. Un paio di volte, le loro bocche rischiarono di scontrarsi per sbaglio. Durante una scena particolarmente adrenalinica e carica di sangue, Veronica nascose il suo viso sulla spalla di lui.
“Non posso guardare…”
“Perché? Ti perdi il meglio!” esclamò Fabio, anche se non stava poi seguendo molto la storia.
“Mi sta agitando troppo… ” In effetti non aveva smesso di muoversi, scuotendo le loro poltrone. “Che succede? eh?”
Lui cercò di raccontarglielo, e intanto le avvolgeva anche l’altro braccio intorno.
“Allora… quello morto, decapitato… l’altro sta scappando per i tetti… però cade e muore…”
“Non sei molto bravo con le descrizioni…” Veronica rise e tornò a guardare il film, pur con gli occhi socchiusi.
Al termine del film, si staccarono con un sospiro. La riaccompagnò a casa, trovando parcheggio alquanto lontano dal suo civico perché era abbastanza tardi e tutti i posti erano occupati. Camminò con lei fin sotto il portone.
“Sono stato bene…” disse quando si fermano uno di fronte all’altra, in attesa.
“Anch’io…”
“Beh, buonanotte…”
“Buonanotte…”
Fabio fece per allontanarsi, quando Veronica con uno scatto gli si buttò addosso, stringendolo per la giacca.
“Stai dimenticando ancora qualcosa…”
E lo baciò, prima con tenerezza, poi con sensualità.

Per Fabio era stato davvero arduo staccarsi dall’abbraccio caldo di Veronica e tornare al proprio appartamento, dove Bartolomeo lo stava attendendo imbronciato. Per ripicca di essere rimasto solo e senza spuntini, il gatto aveva rosicchiato tutta la tappezzeria della poltrona dove di solito sedevano insieme per guardare la televisione, un segnale chiarissimo di rivolta.
Dopo una notte di riconciliazione, con Bartolomeo abbarbicato sul cuscino del suo padrone, proprio sopra la sua testa, erano partiti la domenica mattina per un pranzo con i genitori del ragazzo. Appena Fabio imboccò il vialetto che portava al casale della famiglia, incrociò nonno Tarquinio che rientrava dalla sua passeggiata in mezzo alla natura. Parcheggiò l’auto in un angolo del cortile, lasciò Bartolomeo libero di scorrazzare per il giardino e tornò indietro per accompagnare il nonno a piedi.
“Come mai non sei venuto ieri, eh? Una ragazza?” Camminavano lentamente in mezzo alla strada sterrata, lì dove la ghiaia la manteneva asciutta dall’umidità del periodo.
“Forse…” rispose imbarazzato Fabio.
“Come forse? O l’è o non l’è, una ragazza!” esclamò il nonno, abbozzando un sorriso divertito.
“Non so se possa essere quella giusta…”
Il vecchio agitò la mano destra in aria, come a voler scacciare cattivi pensieri. “Non lo saprai mai se almeno non ci provi.”
“Uhm uhm…” Chissà cosa avrebbe pensato lui di Veronica, si stava chiedendo Fabio.
“Non lasciare che le persone cattive ti induriscano” aggiunse l’altro. L’allusione era verso la sua ex fidanzata Elisa, che a nonno Tarquinio non era mai piaciuta granché. Era stato solo contento che la ragazza avesse lasciato il nipote, finalmente libero di poter pensare anche ai propri sogni.
“Se lei ti piace, devi tentare…” Gli strinse la sua mano forte sulla spalla.
Memore delle parole del nonno, Fabio non perse altro tempo. Il lunedì successivo, quando entrò nel bar trovando solo due pensionati che discutevano di politica a un tavolino in fondo, prese Veronica per la mano e la trascinò nello sgabuzzino del retro. Lo stupore di lei si trasformò in un risolino soffocato, quando Fabio ricominciò quel discorso interrotto il sabato precedente sul portone di casa sua.
“Mi sei mancata…” sussurrò appena, prima di travolgerla con un’altra serie di baci.
“E ti invito già… per sabato sera… cenetta per due… a casa mia… ”
“Uhm… bene… così mi… presenti… Bartolomeo… ” mormorò lei, staccandosi appena per potergli rispondere.
Trascorsa la settimana lavorativa, durante la quale comunque si era visti tutti i pomeriggi, con qualche occasionale puntata al medesimo sgabuzzino, Fabio stava terminando di preparare la cena tanto attesa. Bartolomeo continuava a intralciarlo nei movimenti, perché si ostinava a stargli in mezzo ai piedi, letteralmente, in attesa di qualche fortunato assaggio. Alle sette in punto precise suonò il campanello del portoncino esterno. Lui si affrettò ad aprire dal videocitofono che mostrava Veronica con un sacchetto in mano e poi restò di fianco alla porta spalancata nell’androne delle scale condominiali.
Veronica salì saltellando tra i gradini e quando giunse di fronte all’ingresso, gli consegnò il sacchetto di carta. “Eccoci! Ho portato del vino…”
Fabio la fece entrare e poi tirò fuori una scatola dall’armadietto porta scarpe di fronte a loro.
“Queste invece sono per te…” Erano due morbide pantofole rosse, con piccoli cuori bianchi. “E quando non le userai, le nasconderò perché Bartolomeo non decida di rosicchiarle per dispetto.” Le posò a terra e la aiutò a togliersi gli stivali per infilarsi le pantofole.
“Sono bellissime, grazie.” Muoveva i piedi per osservarle meglio.
“Speriamo che durino… Io uso questi zoccoli di plastica dura, ma come vedi ci sono i suoi denti stampati sopra!”
Sentendosi chiamato in causa, l’inquilino peloso comparve nell’atrio, dapprima guardingo verso la sconosciuta ma poi confidente dei piedi del padrone.
“Sì, sto parlando di te, gattaccio!” Fabio si chinò ad accarezzarlo, ma Bartolomeo passò ad annusare le gambe di Veronica, decidendo che sì, poteva restare.
Il menù prevedeva polpettine e patatine fritte dalla rosticceria per secondo, ma per il primo Fabio si sarebbe impegnato in un risotto, ricetta speciale di nonno Tarquinio.
“Perfetto! Vado a lavarmi le mani e ti aiuto con la tavola” sussurrò Veronica, dopo essersi presa un bacio di benvenuto.
“Certo. Il bagno è in fondo al corridoio a sinistra” le rispose Fabio tornando in cucina.
Bartolomeo trotterellò dietro alla ragazza, con la coda tutta ritta, e con un lungo miagolio sdolcinato.
Ma dopo pochi secondi, Veronica lanciò un urlo e il gatto tornò in cucina terrorizzato, nascondendosi sotto lo sgabellino.
Fabio accorse subito a vedere cosa stava succedendo. Veronica era fuori dalla porta del bagno, stava guardando sconvolta la scritta del suo nome sotto la finestra.
“Che cos’è quello?!” Puntò il dito verso il mosaico, mentre fissava Fabio con uno sguardo impaurito.
“Lascia che ti spieghi…” Lui cercò di avvicinarsi per tranquillizzarla, ma lei si allontanò.
“E’ da maniaco… ” sussurrò appena, la voce strozzata dalla paura.
“Non l’ho fatto io… te lo giuro!”
Veronica scosse la testa e mise le mani avanti per tenerlo distante. Tornò nell’atrio, lasciò le pantofole rosse e afferrò il giubbotto e gli stivali con le mani, correndo fuori dall’appartamento. Poi la sentì scalpicciare giù per le scale e infine il portone sbatté all’ingresso.
Lui era così scioccato che non pensò di correrle dietro. Forse aveva ragione lei. Era da maniaci avere conservato quella scritta. Ma lei era così troppo spaventata, perché?
Più tardi la cercò al telefono, ma lo aveva spento. Le lasciò un paio di messaggi, ma non ricevette nessuna risposta.
Perché non aveva rimosso quella stupida scritta?!

La domenica mattina Fabio tentò nuovamente di contattarla, ma il numero di Veronica risultava spento o non raggiungibile. Provò con nuovi messaggi, ma senza alcun risultato. All’ora di pranzo si presentò sotto casa di lei, citofonò un paio di volte e poi sentì una voce femminile distorta. Una delle coinquiline si scusava, ma Veronica non c’era. Sicuramente una bugia, magari lo stava osservando attraverso le tende del salottino, ma non voleva essere inopportuno verso le altre ragazze.
Il lunedì pomeriggio al rientro dal lavoro si presentò come di consueto al bar, ma lei non c’era.
“La trovi di mattina adesso,” gli spiegò il signor Giacomo, il proprietario del locale. “Mi ha chiesto un cambio temporaneo.”
Rientrato a casa, dove Bartolomeo non lo abbandonava un istante, avendo compreso l’angoscia del suo padrone, Fabio decise di chiamare nonno Tarquinio con una scusa. Ma era impossibile nascondere qualcosa al vecchio, specie quando la telefonata arrivava improvvisa e fuori orario.
“Ho fatto un casino…” ammise Fabio dispiaciuto.
“E che sarà mai! Cosa è successo?” gli chiese il nonno dall’altra parte, convinto che solo la Grande Guerra fosse stato un vero pasticcio.
Il ragazzo cominciò a spiegargli tutta la storia, cominciando da quel stupido mosaico lasciato sul bagno del nuovo appartamento in città.
Alla fine del suo racconto, il nonno tacque per un istante, tanto che Fabio pensò di aver perso la comunicazione.
“Nonno? Ci sei ancora?”
“Dille la verità.” Il tono era severo, come quando lo sgridava da ragazzino quando aveva usato la sega circolare del laboratorio senza permesso e senza supervisione, rischiando di farsi davvero male.
“E come? Non mi risponde al telefono, ai messaggi, al citofono… non vuole manco vedermi…”
“Voi giovani e la vostra stupida tecnologia! Ai miei tempi si scriveva una lettera. Tua nonna le conserva ancora tutte, nascoste dentro il cassettone della camera da letto. Quando ha gli occhi lucidi, so che è andata a rileggersele. E allora mi prepara la torta buona.”
“Una lettera?” Fabio era alquanto confuso.
“Sì, una lettera. Sai scrivere, no?”
“Certo nonno… ” sbuffò il ragazzo infastidito. Le lettere di solito sono lunghe e lui non riusciva a immaginare di riempire nemmeno mezzo foglio.
“Però ricorda: sii onesto! Ci deve essere tutta la verità. Soprattutto il vero motivo per cui hai lasciato quella scritta in bagno.”
“Il motivo? E quale sarebbe?”
“Ah, non devo essere io a rispondere. Pensaci un po’ su. Per me è chiaro, ma lo devi capire da te.”
Anche se non era affatto certo dello strumento, Fabio decise di provarci. Tanto oramai cosa aveva da perdere?
Si sedette sul divano con il blocco degli appunti. Al suo fianco, Bartolomeo ascoltava attentamente la lettera che Fabio declamava, via via che componeva le varie frasi. Cominciò dal principio, da quella sera quando l’aveva inseguita sotto la pioggia solo perché aveva sentito il suo nome alla fermata del tram. Per confermare che il mosaico in bagno era presente all’acquisto dell’appartamento, stampò e allegò alla lettera la mail dell’agente immobiliare, con le foto originali prima che lui si trasferisse a vivere lì. Stava per chiudere tutto dentro una busta, quando decise di aggiungere un’ultima spiegazione.
“All’inizio non ho tolto la scritta perché ero curioso di scoprire il suo mistero. Dopo che ti ho conosciuta, era bello vedere il tuo nome lì tutte le mattine. Pensavo a te, anche se non era stata realizzata per te.”
La sera del giorno dopo consegnò la busta chiusa al signor Giacomo al bar, chiedendogli la cortesia di recapitarla a Veronica.
Poi si mise in attesa, contando le ore che scorrevano lente. Solo silenzio. Quella lettera sembrava non aver sortito alcun effetto.
Fabio arrivò al venerdì sera più stanco e demoralizzato che mai. Pioveva a dirotto, stavolta si era portato appresso l’ombrellino pieghevole ma si era sfasciato completamente al forte vento. Buttò i vestiti inzuppati in lavatrice e si riscaldò sotto una doccia bollente.
In accappatoio, seduto sullo sgabello del bagno, sospirò osservando il mosaico sotto la finestra del bagno.
“Beh, Bartolomeo, adesso sappiamo che non è lei quella Veronica lì…”
Il gatto sdraiato sul pavimento caldo emise uno sbuffo, simile al sospiro del padrone.
Qualcuno suonò il campanello della porta interna, quella sulle scale condominiali. “Sarà la signora Austeri… avranno di nuovo scambiato la posta giù nelle cassette…” Fabio si vestì in fretta, infilandosi una tuta da ginnastica, i capelli ancora gocciolanti.
Aprì la porta mentre si stava ancora passando l’asciugamano sulla testa.
“Oh…”
Veronica era lì di fronte a lui, gli occhi pesti di chi aveva pianto parecchio. Gli mostrò la sua busta aperta con i fogli sgualciti.
“E’ tutto vero?” gli chiese con voce rotta.
“Sì. Mi dispiace di averti spaventato così tanto…” mormorò lui.
“Sono scappata perché… Alice, la mia coinquilina, ha avuto problemi l’anno scorso con un ragazzo. Lei lo aveva lasciato, ma lui non voleva saperne. E faceva cose… proprio di questo tipo. La pedinava. Scritte sui muri. Beh, sui muri fuori di casa… La aspettava fuori dall’aula. Le controllava anche la posta cartacea. E’ dovuta tornare a casa dei suoi per un po’… Insomma, ecco perché ho preso davvero paura.”
“Mi spiace, davvero. Avrei dovuto dirtelo prima, ma poi non mi sembrava nemmeno così importante…”
Lei continuava a rigirare tra le mani la busta e i fogli, senza avere il coraggio di guardarlo in viso.
Lui non riusciva a muoversi, era bloccato lì sulla soglia dell’appartamento.
“Sei proprio pazzo…” Veronica accennò un lieve sorriso.
“Lo so.”
“Però sei un pazzo romantico…”
Lei gli si buttò addosso nello stesso istante in cui Fabio apriva le braccia per accoglierla. La trascinò all’interno dell’appartamento e con un calcio chiuse il battente dell’ingresso. Finalmente è tornata a casa, pensò.
“Mi sei mancata…” Lui la baciò in ogni piccola parte del viso, mentre lei sospirava felice.
Ma poi le loro labbra divennero sempre più affamate e le loro mani non smettevano di esplorare sotto i vestiti.
Finché anche quelli non caddero a terra e loro due si chiusero nella camera da letto.
Solo Bartolomeo miagolò indispettito fuori dalla porta perché si erano dimenticati della sua cena.

Un profumo meraviglioso di dolce e caffè proveniva dalla cucina. Fabio si svegliò sentendo rumori di stipetti richiusi, pentole che si scontrano, posate che cadono a terra. Temendo il peggio, e di solito il peggio era qualche danno di Bartolomeo, allungò una mano sull’altro cuscino. Vuoto. Sorrise ancora con gli occhi chiusi. Ricordava lei, ricordava la loro prima notte insieme. E ora gli stava preparando la colazione.
Indossò pantaloni e felpa della tuta da ginnastica e la raggiunse. Sbadigliando un Buongiorno soffocato, si accomodò sullo sgabello alto.
Veronica stava cucinando dei pancake nella padella. Bartolomeo, seduto dritto sul bancone, la stava osservando incantato.
“E’ innamorato di te… guarda come ti fissa!” sghignazzò Fabio.
“Oh beh. Si comincia dal gatto per arrivare al padrone, no?”
La raggiunse dall’altra parte del bancone e la travolse con un lungo bacio. Furono però disturbati dal campanello della porta.
“Uhm… vado io…” Fabio si staccò da lei per andare ad aprire.
Si trovò di fronte una donna piuttosto elegante, con un cappotto scuro e i guanti in pelle, due tacchi vertiginosi e occhiali da diva tra i capelli bianchi. Un colore voluto, perché il viso giovanile dimostrava al massimo una cinquantina d’anni.
“Sono qui per questa…” esordì con voce sensuale. Tra le mani reggeva una piccola cornice, che gli consegnò.
Fabio osservò stupefatto l’immagine incorniciata. “Ma è… lei!”
La foto era un po’ sbiadita dal tempo, con i colori tendenti al rosso. Ritraeva una giovane donna sdraiata per terra su un fianco, con indosso una vestaglia azzurra, alquanto trasparente. Un seno sbarazzino spuntava dall’orlo dell’indumento. Lei rideva con la testa un po’ all’indietro, gli occhi esprimevano la felicità pura dei momenti unici. Dietro di lei, la parete del bagno con il mosaico.
“Veronica? Puoi venire un attimo?” chiamò Fabio a voce alta per farsi sentire da lontano.
Lei arrivò asciugandosi le mani sullo strofinaccio della cucina.
La signora li osservò incuriosita.
“Lei è Veronica, la mia ragazza… ” Fabio le passò il braccio dietro la schiena. “Eh, beh, ci siamo conosciuti grazie a lei!”
Col capo accennò alla cornice che aveva appena restituito alla donna. “Venga, le offriamo un caffè” aggiunse poi.
Seduti intorno al tavolo del salotto, la signora Veronica cominciò a raccontare la sua storia.
“Ero la sua musa, ed ero la sua amante. Lui viaggiava per tutta l’Europa, io ero sposata qui, avevo già un figlio piccolo. Amavo mio marito, ma lui…” sospirò tornando con la mente a quei giorni. “Era un amore impossibile e totalizzante. Ci siamo amati molto e ci siamo lasciati per non rovinare tutto. Solo lui mi chiamava Veronica, è il mio secondo nome, ma non risulta all’anagrafe. Un giorno mi aspettava qui, avevamo appuntamento, e mi mostrò cosa aveva fatto, solo per me. Non c’era la doccia a quei tempi. Aveva una bellissima vasca in ghisa, dove facevamo il bagno insieme. E anche l’amore…”
Sorseggiò un po’ di caffè dalla tazzina che le aveva preparato Veronica.
“Ho saputo della sua morte, mi ha avvisato la signora Marchetti, siamo amiche da quando entravo furtivamente nell’edificio. Poi mi ha informato che lei, il nuovo proprietario, mi stava cercando. Che la scritta è ancora qui. Nessuno ha avuto il coraggio di toglierla, dopo tutto.”
“E’ vero. Gli inquilini prima di me erano di passaggio, non hanno voluto impegnarsi in troppi lavori. Io sono appena arrivato e ci stavo pensando. Poi, in maniera alquanto curiosa, quel mosaico ci ha fatto incontrare…” Fabio strinse la mano di Veronica, lì al suo fianco.
Insieme spiegarono alla donna come si erano incrociati, ma quel nome li avesse di fatto uniti.
“Adesso vorrei rinnovare il bagno” proseguì Fabio. “Quindi cercavo l’autore, per capire se voleva conservare il mosaico originale. Ho chiesto a un piastrellista, si può rimuovere senza danneggiarlo. Loro sanno come farlo.”
“Sì, ci terrei ad averlo, grazie.”
“Io però avrei una richiesta” annunciò Veronica, scrutando soprattutto l’espressione incuriosita di Fabio. “Potremmo scattare una foto della scritta, com’è ora, e tenerla per noi? Pensavo di ingrandirla e farne un quadro. Per ricordo.”
“Certamente cara” le rispose la donna.
“Tu che ne pensi?” Veronica si rivolse direttamente a Fabio.
“E’ perfetto… è tutto perfetto… ” le sussurrò lui.
Dal fondo della cucina arrivò un interminabile e alquanto rabbioso meow, seguito da un rovesciare a terra di pentolame vario.
Si erano, di nuovo, dimenticati dello spuntino di Bartolomeo.

 

(C) 2025 Barbara Businaro

 

Note:
Questo racconto nasce, quasi per folgorazione, da uno dei miei programmi preferiti: Casa a prima vista.
Tre agenti immobiliari si sfidano per trovare la casa perfetta per gli acquirenti che si presentano ad ogni episodio, cercando di soddisfare tutte le loro richieste, come zona della città, servizi del quartiere, dimensioni e disposizione della soluzione, da ristrutturare o “ready to love”. Non so nemmeno io perché mi piaccia tanto questo programma, se per la simpatia degli agenti o perché in famiglia scommettiamo su cosa sceglieranno i concorrenti alla fine. O quale casa vorremmo anche per noi.
Ci sono stati diversi episodi che mi hanno colpito, anche insegnandomi particolarità di Milano e Roma, le città dove in genere si svolgono le ricerche. Ma uno in particolare è arrivato persino nel mio quadernetto delle idee: Stagione 3 Episodio 24, si presenta una coppia, un pilota di Brindisi con moglie e figlio, che deve spostarsi nella città di Roma. Uno dei tre agenti, Corrado Sassu, li porta in un appartamento ristrutturato, ma con una particolarità: il bagno padronale, con piastrelline violetto e viola scuro, mostra un’enorme scritta “Veronica” creata a mosaico sotto la finestra, contornata da vari cuori.
Ho rivisto più volte quell’episodio, perché le puntate vengono ripetute in diverse fasce orarie. L’agente non sapeva chi fosse questa Veronica, probabilmente non risultava dai documenti della precedente proprietà oppure non si poteva menzionare per la privacy.
Purtroppo non sono riuscita a rintracciare l’episodio online, in versione completa, per mostrarvi dal vero quel bagno e quella scritta, larga quanto l’infisso della finestra lì sopra, e quindi credo 70 centimetri almeno.
Però ha colpito la mia immaginazione. Chi è Veronica? Quale storia si cela dietro quel nome che ha preteso di essere addirittura inglobato nel muro di casa? Quale reazione ne avrebbe avuto chi si fosse trovato a vivere lì? Una donna no, non l’avrebbe accettato, avrebbe smantellato di persona il nome di un’ipotetica rivale. Ma un ragazzo? Magari trasferitosi in tutta fretta, senza il tempo di ristrutturare il bagno, perché… già perché? Cosa lo porta lì? E se poi si trovasse di mezzo una Veronica, che non è la stessa Veronica, ma un’altra Veronica?
E’ nata così questa storia e nel mentre stavo ascoltando l’album 1989 di Taylor Swift e questa canzone mi ha fatto da colonna sonora.
Bartolomeo, il gatto rosso, non era proprio previsto. E’ entrato da solo nel racconto, aprendo la porta e poi sbattendomela in faccia.
😀

 

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Comments (14)

Daniela Bino

Feb 14, 2025 at 12:06 PM Reply

Mi sono innamorata di Bartolomeo! Chissà se piacerebbe anche a Melania?! Scherzi a parte, finalmente è arrivato San Valentino e posso gustarmi uno dei tuoi racconti. Mi piace molto come la storia si snoda, il tram mi ha messo ansia e temevo uno scippo (e tu sai perché!). Il mosaico galeotto che ha condotto alla signora Veronica è una trovata geniale. Mi sono divertita leggendo. Bravissima! E tanti auguri a noi che ci vogliamo bene.

Barbara Businaro

Feb 17, 2025 at 10:35 AM Reply

Non so se Bartolomeo piacerebbe alla tua gatta Melania, ma bisogna vedere più che altro se Melania piacerebbe al fetentone di Bartolomeo! 😛
Quel mosaico in televisione ha colpito me per prima. Una particolarità che è diventata trovata geniale nella storia. Ma se non l’avessi visto, se non fosse stato realmente esistente, non ci avrei mai pensato e probabilmente nessuno ci avrebbe davvero creduto. Chi diamine penserebbe mai di scrivere un nome con le piastrelle nel bagno?!
Ci ho pensato molto, per me poteva essere solo un artista. Magari la realtà supera la fantasia, ma al momento non lo sappiamo.
Buon San Valentino tutto l’anno! Che un giorno solo non basta. 😉

Brunilde

Feb 14, 2025 at 9:24 PM Reply

Grazie per questo delizioso racconto, che ha la leggerezza dello zucchero filato e si legge tutto d’un fiato. Hai una penna brillante, leggerti è sempre una gioia. Il personaggio che mi è piaciuto di più? Neanche a dirlo, l’affascinante ed enigmatico Bartolomeo!
Felice San Valentino a te e a tutti i webnauti

Barbara Businaro

Feb 17, 2025 at 10:43 AM Reply

Oh ma grazie Brunilde! “La leggerezza dello zucchero filato” mi piace molto, come paragone. Adesso però avrei voglia dello zucchero filato! 😛
Tutte innamorate di Bartolomeo insomma. Ma solo io invece preferisco la placida saggezza di nonno Tarquinio?!
Buon San Valentino tutto l’anno! 😉

Il mozzo

Feb 15, 2025 at 8:56 AM Reply

Prima di tutto, Bartolomeo è il mio idolo. Sornione al punto giusto e, secondo me, è un tipetto che ha capito tutto della vita. E poi, il nonno è un grande: forse perché sono rimasto senza nonni, purtroppo. Credo che il nonno disposto ad aiutare il nipote con perle di saggezza sia un coprotagonista perfetto, il personaggio saggio che aiuta, il Falcon di Capitan America, che sostiene e contribuisce alla buona riuscita di un’impresa titanica e rischiosa. Questa poteva infatti rivelarsi una storia rischiosa: un giovane, già bastonato dalla morosa, che insegue una sconosciuta, si immerge in un’avventura ad occhi chiusi, si è sentito definire come un maniaco ma alla fine vince la mano ad una partita a poker durante la quale poteva perdere tutto. Bellissima storia, zia Bibi!

Barbara Businaro

Feb 17, 2025 at 11:16 AM Reply

Ecco qualcuno che apprezza la presenza di nonno Tarquinio! Personaggio saggio come Falcon per l’amico Capitan America, ma io lo vedo più come Nick Fury per tutti gli Avengers e lo Shield. Non si trasforma, non ha super poteri e nemmeno grandi corazze, eppure… 😉
Poteva essere una storia rischiosa per Fabio. Hai ragione. Ha seguito un impulso. Ma è quando rischi di perdere tutto, che hai l’occasione di vincere davvero.
“Se lei ti piace, devi tentare…” Parola di nonno Tarquinio (e un po’ anche parola di zia Bibi).

carlo calati (massimolegnani)

Feb 15, 2025 at 9:31 AM Reply

racconto gradevole che si dipana sornione come il gatto di casa, Bartolomeo, simpatico felino, co-protagonista della storia.
complimenti
ml

Barbara Businaro

Feb 17, 2025 at 11:24 AM Reply

Grazie Carlo! Bartolomeo è “il gatto che vorrei”. Nelle mie storie ci sono più gatti che cani, lo ammetto. Perché abbiamo sempre avuto gatti, sono cresciuta con loro e quindi riesco a comprenderli meglio. Ho avuto due bellissime siamesi, molto differenti per carattere, e poi un classico tigrato europeo. Ma il mio prossimo gatto, quando potrò tenerlo in casa, lo vorrei proprio rosso. Non escludo di chiamarlo Bartolomeo, chissà. 🙂

Giulia Mancini

Feb 15, 2025 at 11:12 PM Reply

Sai che anch’io mi sono appassionata agli episodi di Casa a prima vista, però l’episodio che citi non l’ho visto, peró magari lo recupero tra le varie repliche. Comunque il gatto Bartolomeo è troppo carino

Barbara Businaro

Feb 17, 2025 at 11:30 AM Reply

Guarda, ho cercato l’episodio online, Stagione 3 Episodio 24 mi ero segnata sul quaderno (dal guida della televisione quel giorno), ma quello che ho trovato non mostra nemmeno il bagno, come se online lo avessero tagliato rispetto alla messa in onda oppure il numero dell’episodio sulla guida era errato. Ma sono certa di non essermelo sognato, perché in casa ci aveva colpito un po’ tutti! Perché scrivere “Veronica” in bagno?! 🙂

paola sposito

Feb 19, 2025 at 1:28 PM Reply

Ciao Barbara. Un bellissimo racconto che parla d’amore e e di riscoperta dell’amore dopo la sua perdita. Mi è piaciuto molto la rivelazione della misteriosa Veronica del mosaico musa ed amante del suo artista tanti anni prima. Tutto molto romantico. Conosco il programma ‘Casa a prima vista’ solo per averne sentito parlare ma non l’ho mai visto. Come dire che l’ispirazione per chi scrive può venire da qualunque parte

Barbara Businaro

Feb 20, 2025 at 9:50 PM Reply

La misteriosa Veronica del mosaico e la sua storia mi erano chiari in realtà fin dall’inizio, era l’unica spiegazione che ho sentita vera per quella scritta sotto la finestra del bagno. Tutto il resto, compresa la nuova Veronica incontrata per caso sul tram, è arrivato dopo. L’ispirazione per una storia sì, può arrivare da qualsiasi parte e nei modi più strani. Però deve essere qualcosa che colpisce, oltre il consueto. Quando nel 2017 ho seguito un corso di scrittura curato dalla scrittrice Antonella Cilento per Lalineascritta, parte degli esercizi consistevano proprio nel lasciarsi ispirare da immagini per scrivere qualcosa sul momento, senza troppo pensare. Per lo più erano pitture a olio, grandi classici o arte contemporanea astratta. Raramente, e con grande sforzo, mi hanno davvero ispirato. Specie perché non riesco proprio a scrivere così d’impulso. Il meglio che sono riuscita a scrivere all’epoca è questo: Una famiglia per Claudine

Stefano

Giu 17, 2025 at 12:22 PM Reply

Bel racconto (come tutti i tuoi del resto) dove si vede come in amore comincino sempre le donne mettendo gli occhi sull’uomo che piace (o può piacere) a loro; se la sudentessa Veronica non lo avesse fatto con Fabio quest’ultimo avrebbe continuato a cercar la sua Veronica chissà per quanto, fino all’arrivo della Veronica cinquantenne che risolve il mistero.

Barbara Businaro

Giu 17, 2025 at 4:57 PM Reply

“La donna sceglie l’uomo che poi la sceglierà!” (dal film Profumo di donna, versione italiana del 1974)
E io sono decisamente d’accordo con questo principio. 😀
Grazie della lettura Stefano.

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