There's a Hole in My Sidewalk - Autobiografia in Cinque Brevi Capitoli di Portia Nelson

There’s a Hole in My Sidewalk
Portia Nelson e la sua Autobiografia in Cinque Brevi Capitoli

Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni all’interno della community My Peak Challenge (se non sai cos’è, ne ho scritto qui: My Peak Challenge: sfida te stesso!) è che non c’è limite a quello che possiamo realizzare, dobbiamo solo volerlo. Questa è però allo stesso tempo una forza e una debolezza.
Il vero cambiamento dipende da noi, nessuno ce lo potrà mai imporre se noi per primi non lo vogliamo. Ma appunto, se non riusciamo a cambiare è perché qualcosa ci trattiene. Che cosa? La sicurezza dell’abitudine, la paura dell’ignoto, il rischio del fallimento, la possibilità di deludere qualcuno, le aspettative degli altri.
Qualcuno ha scritto i cinque passi che ci portano a realizzare quel cambiamento. Devo ringraziare proprio una peaker per questa bella scoperta.

Portia Nelson infatti non è molto conosciuta in Italia, ma era una famosa cantante, cantautrice e attrice americana. Cantava con una voce argentea nei più prestigiosi cabaret degli anni ’50, ma soprattutto l’abbiamo intravista tra le suore del convento di Salisburgo nel celebre film del 1965 “Tutti insieme appassionatamente” con Julie Andrews e Christopher Plummer.
Era anche una scrittrice e ci ha lasciato uno dei poemi più importanti, dedicati alla consapevolezza del cambiamento.

In soli cinque brevissimi capitoli, che in realtà sono poi paragrafi, Portia Nelson ci illustra il viaggio che ognuno di noi inconsciamente compie per superare gli ostacoli sul proprio cammino. Inizia semplicemente così:

I walk down the street. There is a deep hole in the sidewalk…
Cammino per la strada. C’è una profonda buca nel marciapiede…

 

La voce di Portia Nelson

Portia Nelson aveva una voce alta, con un’intonazione chiara e una sfumatura graffiante.
Iniziò come segretaria in viaggio col gruppo delle King Sisters, per ritrovarsi pochi anni dopo a cantare da solista in un cabaret a Hollywood. Con un nuovo ingaggio, si trasferì a New York e divise la sua carriera tra le esibizioni nei locali accompagnata dai grandi pianisti dell’epoca e la partecipazione ai musical teatrali. Fu il trasferimento a Los Angeles che la portò al cinema.
Pare si fosse anche specializzata, per puro caso, nel ruolo della suora in più di qualche pellicola.
Soprattutto Portia Nelson era Sister Berthe in “The sound of music”, il film musicale che noi conosciamo in Italia col titolo “Tutti insieme appassionatamente” (uno dei miei preferiti, tanto da avere il dvd originale).

Portia Nelson in The sound of music

Pronunciò lei la frase memorabile “Reverenda madre, ho peccato!” mostrando alla superiora un pezzo dell’auto nazista sabotata, che ha consentito alla famiglia von Trapp di fuggire senza essere inseguiti e salvarsi oltre il confine.
Ovviamente nell’edizione doppiata in italiano abbiamo altre interpreti, ma questa è la sua voce originale assieme alle altre cantanti-attrici Evadne Baker, Anna Lee e Marni Nixon, che interpretavano le suore del convento (e che non sono affatto da meno):

Se invece volete ascoltare la sua voce da solista, “You’re All The World To Me” dal suo album “Sunday In New York”, registrato nel 1959, è la canzone perfetta per apprezzarla:

Autobiografia in Cinque Brevi Capitoli

Portia Nelson era una sopravvissuta al cancro, avendo sconfitto un tumore al seno dopo una mastectomia nel 1973. Quattro anni dopo fu pubblicato il suo libro più conosciuto, There’s a Hole in My Sidewalk: The Romance of Self-Discovery (purtroppo non tradotto in italiano): basato sulla sua esperienza personale, raccoglie pezzi biografici, poesie, aforismi e battute ironiche sulle relazioni di vario genere, con sé stessi, con un’altra persona, con la propria dipendenza, con la resistenza al cambiamento.
La copertina della prima versione appare su un poster nell’ufficio di Sean McGuire, lo psicologo interpretato da Robin Williams, nel film “Good Will Hunting”. In poco tempo, è diventato un manuale pratico di auto aiuto, consigliato anche da terapeuti e formatori, per chi si trova in un periodo di difficoltà, qualsiasi origine abbia, da una crisi lavorativa ad un lutto in famiglia, da un divorzio ad una malattia invalidante.
Una delle sue poesie ivi contenute, “Autobiography in Five Short Chapters”, è diventata un testo molto conosciuto, citato in molti seminari e conferenze, ma troppo spesso senza dare la giusta attribuzione alla sua autrice (ed è anche per questo che ho deciso di renderle merito, nel mio piccolo).

Autobiography in Five Short Chapters
by Portia Nelson

I

I walk down the street.
There is a deep hole in the sidewalk
I fall in.
I am lost… I am helpless.
It isn’t my fault.
It takes me forever to find a way out.

Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Ci cado dentro.
Sono perduta… Sono impotente.
Non è colpa mia.
Mi ci vuole un’eternità per trovare una via d’uscita.

II

I walk down the same street.
There is a deep hole in the sidewalk.
I pretend I don’t see it.
I fall in again.
I can’t believe I am in the same place
but, it isn’t my fault.
It still takes a long time to get out.

Cammino per la stessa strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Fingo di non vederla.
Ci cado dentro di nuovo.
Non riesco a credere di essere nello stesso posto.
Ma non è colpa mia.
Ci vuole ancora molto tempo per uscirne.

III

I walk down the same street.
There is a deep hole in the sidewalk.
I see it is there.
I still fall in… it’s a habit.
My eyes are open
I know where I am.
It is my fault.
I get out immediately.

Cammino per la stessa strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Vedo che è lì.
Ci cado dentro ancora… è un’abitudine.
I miei occhi sono aperti.
So dove sono.
E’ colpa mia.
Ne esco immediatamente.

IV

I walk down the same street.
There is a deep hole in the sidewalk.
I walk around it.

Cammino per la stessa strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Ci cammino attorno.

V

I walk down another street.

Cammino per un’altra strada.

E’ una metafora della vita questa semplice camminata. Quella buca profonda rappresenta gli ostacoli che incontriamo lungo la nostra esistenza. Non è colpa nostra se si trovano lì, però sta a noi imparare a riconoscerli, non caderci dentro e decidere di deviare il nostro cammino per superarli. Se poi cambiamo strada ed evitiamo le buche, la passeggiata sarà più piacevole.
Nella sua estrema chiarezza, questo poema è davvero potente.

A che punto siete del vostro percorso?

Credo di essere tra il quarto e il quinto capitolo, finalmente. Mi rendo conto che per molti anni vedevo la buca profonda nel marciapiede, piena d’acqua, e ci sguazzavo in mezzo senza ritegno. Ovvio che poi mi ritrovassi fradicia e con i vestiti sporchi, no?
Non riuscivo nemmeno a comprendere come mai gli altri, al termine della camminata, fossero belli puliti e io no.
L’abitudine mi portava dentro la buca e ci è voluto più di qualche tentativo per imparare a passarle di fianco, o quanto meno portarsi gli stivali alti se non è possibile scansarla. Adesso sto cercando un’altra strada, però sono senza una mappa e quindi… navigo a vista! 😉
E voi, in quale di questi capitoli vi riconoscete?

 

Comments (14)

Sandra

Mag 26, 2019 at 11:09 AM

Grazie per questo post, in questo momento preciso del mio percorso un po’ inconsapevole, un po’ ricco di conspevolezza finalmente (contraddizione inevitabile) per cui credo di poter dire di essere al favoloso capitolo 5!
Non conoscevo nulla di cià che scrivi, una forza dirompente nella sua semplicità, per anni anch’io mi ficcavo sempre nelle stesse buche, al punto di rimetterci la salute, credo che il mio cervello, evidentemente più forte di quanto pensassi, comunque con notevoli prove di resilienza passata, a un certo punto ha messo i miei piedi su un’altra strada. Quanto sto meglio ora.

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Barbara Businaro

Mag 26, 2019 at 10:20 PM

Probabilmente quando le buche sono sempre le stesse e gli effetti sono dannosi, il nostro cervello decide che vanno evitate. L’istinto di sopravvivenza gli fa cambiare strada.

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Grazia Gironella

Mag 26, 2019 at 7:50 PM

Questa poesia è molto saggia! Credo di avere imparato a schivare le buche profonde, ma sto affinando la sensibilità per schivare anche quelle minori. Cambiare strada no, mi sembra che le sue buche siano difetti minori, nell’insieme. 🙂

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Barbara Businaro

Mag 26, 2019 at 10:21 PM

Se le buche sono poco profonde, si può continuare a camminare. Basta fermarsi di fronte ai precipizi! 🙂

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newwhitebear

Mag 26, 2019 at 9:19 PM

Una storia tosta questa e molto interessante.

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Barbara Businaro

Mag 26, 2019 at 10:22 PM

Mi è piaciuta subito ed ho voluto condividerla. 🙂

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Nadia

Mag 26, 2019 at 10:10 PM

Mi piacerebbe dire che sto al punto 5 ma ho come l’impressione che sia una sorta di ciclo continuo in cui tutto ricomincia. Quindi mi sa alla 4 ma ci presterò più attenzione da oggi in poi. Mi pare parecchio simbolica questa poesia e adatta a tante situazioni diverse

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Barbara Businaro

Mag 26, 2019 at 10:30 PM

Non so dire se sia un ciclo continuo, che terminata una strada si prosegua in un’altra, con altrettante buche pericolose.
Oppure se ci sono strade differenti, ognuna con le proprie buche, ognuna per ogni aspetto della nostra vita: la strada lavorativa, la strada della salute, la strada delle amicizie, la strada della famiglia, la strada degli amori… Penso però che se impari ad aggirare una buca profonda in una di quelle strade, impari a farlo per tutte le altre. 😉

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Giulia Mancini

Mag 26, 2019 at 11:36 PM

Tempo fa sono caduta in una buca analoga, ne sono uscita vittoriosa, ma ogni tanto fatico a evitare le buche che incontro. Adesso mi sto allenando a cercare un’altra strada, chissà se ci riuscirò…

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Barbara Businaro

Mag 27, 2019 at 11:22 PM

Anch’io sto cercando l’altra strada, senza buche o per lo meno con buche poco profonde che si possano saltare agevolmente. Finora ho trovato che le strade alternative si mostrano quando pensiamo in maniera differente, guardiamo le cose da un’altra angolazione. 😉

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Marina

Mag 27, 2019 at 3:46 PM

L’importante per me è non pensare di essere destinate a quella buca, che significa non adagiarsi mai sulle strade impervie. Mi piace molto l’aneddoto chiuso in questo testo. Quando cado nella buca cerco sempre di venirne fuori, ma forse per il punto 5 devo ancora attrezzarmi!

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Barbara Businaro

Mag 27, 2019 at 11:28 PM

“Ognuno ha la sua croce, cosa vuoi farci?” Ecco, questa è una delle frasi che mi sono sentita dire spesso e che non sopporto più.
Esprime rassegnazione, quando la persona preferisce adagiarsi in quella buca perché rimanere lì sembra meno faticoso che cercare un’altra strada.
Attrezziamoci per il 5 capitolo, fosse pure un drone che ci aiuta a sollevare quella croce, da farla diventare più leggera. 🙂

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Maria Teresa Steri

Mag 28, 2019 at 3:43 PM

Che bello questo post! Non conoscevo né Portia Nelson né queste 5 fasi, tutto davvero interessante. La consapevolezza delle proprie abitudini (emotive, mentali, ecc) è il passo più difficile, ma in sostanza credo che anche quando si arriva alla fase finale ci sia sempre il rischio di ricominciare, perché le fragilità che ci contraddistinguono ci portano a ricadere in quelle stesse buche, anche quando le conosciamo e sappiamo bene di dover evitare quella strada. Personalmente mi sento in una fase 4, ancora un po’ timorosa di cambiare percorso, ma abbastanza consapevole da vederne le “buche”.

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Barbara Businaro

Mag 28, 2019 at 10:02 PM

Grazie Maria Teresa. Mi è arrivata giusto oggi la notifica del libro di Portia Nelson in arrivo, mi toccherà leggerlo in inglese, ma sono troppo curiosa. Metti che dentro ci sia anche la mappa delle strade senza buche!! 😀

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