Natale tutti i giorni. Un nuovo racconto per le feste

Natale tutti i giorni

“No… No. NO! Ti ho detto di no. Non insistere! NO!”
Il signor Maurizio si stava scrutando di fronte allo specchio del bagno, aggiustando con la piccola forbicina alcune punte fuori posto della sua impeccabile barba bianca. Aveva sempre pensato che una barba ben curata conferisse signorilità all’aspetto di un uomo, ancora prima che tornassero così di moda i negozi di barberia, con prodotti costosi quanto i gioielli di un’oreficeria. L’unico inconveniente era il perfetto candore della sua barba piena, la stessa sfumatura argentata della sua chioma ancora fluente nonostante gli anni. Questo lo metteva in seria difficoltà durante l’inverno, in special modo verso la fine di dicembre. Così, mentre voltava la testa da una parte all’altra osservando il riflesso allo specchio, sollevando o abbassando il mento, allungando le guance verso l’esterno, si esercitava con diverse tonalità della voce. Stava cercando il suono adatto per esprimere tutta la sua contrarietà.
“No. Nooo. NO! Assolutamente no!”
Dalla finestra giungeva qualche raggio di sole attenuato dallo spessore delle tende. Sarebbe stata un’altra giornata di luce, ma molto fredda, come avevano pronosticato le previsioni meteo. Era di nuovo quel periodo dell’anno e si aspettava la consueta richiesta di sua figlia da un momento all’altro. Anzi, era pure un filino in ritardo, mancava solo una settimana a Natale. Forse stavolta aveva trovato una soluzione alternativa? L’avrebbe lasciato finalmente in pace durante le festività? Non ne era affatto sicuro.
Scese al pianterreno, ancora tutto buio, e si diresse in cucina per la colazione. Alzò la serranda per lasciar entrare la luce nella stanza e mise sul fuoco la vecchia moka, pronta dalla sera precedente. Almeno al mattino esigeva un caffè preparato come si deve, la macchinetta espresso lì a fianco se ne doveva fare una ragione. Apparecchiò la tavola come di consueto e si tagliò anche una fetta della torta che Ines gli aveva cucinato, senza burro, senza zucchero, senza uova, senza latte. Non era certo rimanesse qualcosa, però era comunque buona. Accese il televisore e cominciò a saltare tra i vari canali, non trovando nulla di suo gradimento.
“Brutte notizie… questi urlano insensatezze… documentari noiosi… mettessero più entusiasmo! Televendita… televendita… vecchie serie televisive… Kojak? Era già vecchio quand’ero bambino io! Appuntamenti al buio per anziani… che vergogna… film di Natale… altro film di Natale… e ancora un altro film di Natale… ” Sbuffò nello stesso momento del fischio della moka. Dai primi di novembre alla fine di gennaio la televisione diventava un orpello inutile, pletorico di abeti addobbati, tetti innevati, vetrine sfavillanti e luccichii tra ingenue donzelle e gentiluomini sagittabondi, conditi con notevoli quantità di buonismo e ipocrisia. Si fermò sull’ultimo notiziario locale, giusto per avere un rumore di sottofondo.
Dalla porta di servizio del retro sentì girare le chiavi nella toppa e poi qualcuno sbattere i piedi sul tappetino.
“Buongiorno Ingegnere!” Imbacuccata nel suo piumino bordò, col cappuccio calato fino al naso, Ines entrò reggendo un grosso scatolone pieno di pacchetti. “Le ho portato la spesa per la settimana.” Era bassa e piccolina di costituzione, ma sembrava non conoscere alcuna fatica.
“Buongiorno Ines. Così presto vai al supermercato?” Intanto le preparò una tazzina di caffè col latte, come sempre.
“Così non trovo la calca di questi giorni… sono tutti impazziti.” Mise lo scatolone in un angolo, si tolse la giacca e prese la tazzina che lui le porgeva. “Non ho trovato proprio il caffè… quello che vuole lei. Lo scaffale era già mezzo vuoto.”
“Magari nel pomeriggio faccio due passi ed entro al market sotto i portici.”
“Ma quello è carissimo!” esclamò la donna.
“Beh, per una volta farò girare un po’ l’economia. In fondo siamo a Natale, via.” Doveva anche ritirare i regali per la figlia, una nuova edizione illustrata del Canto di Natale di Dickens e una borsa da lavoro in pelle rossa, gliene aveva parlato lei e non per casualità.
“Contento lei… vado a pulire le stanze di sopra intanto.” Scomparve per le scale e la sentì scalpicciare al piano superiore. Lo avrebbe lasciato quieto per tutto il mattino, ma severamente confinato al suo salotto, da rigovernare invece l’indomani.
Terminò la colazione e lasciò tutto sulla tavola, ci avrebbe pensato Ines più tardi. Che se si impegnava lui per rassettare, sicuramente sbagliava qualcosa e lei lo sgridava pure, verità lapalissiana. Osservò lo scorcio dalla finestra, in quella che poteva sembrare anche una mattina qualunque, col silenzio ovattato del quartiere, dei bambini già a scuola e i genitori al lavoro. Invece no, perché qualcosa scintillava nel piccolo condominio di fronte alla sua villetta.
“Sacripante! Le luci di Natale accese anche di giorno adesso!”

Dopo aver sollevato anche le serrande del salotto, il signor Maurizio si sedette nella sua poltrona preferita, quella davanti all’enorme portafinestra, la posizione migliore per leggere alla luce naturale. Davanti a lui svettavano le possenti librerie di mogano, fatte costruire su misura per rivestire due intere pareti della stanza e dare ospitalità al suo piccolo tesoretto in libri. Dai testi universitari di ingegneria ai saggi storici di cui si era appassionato, dai manuali di cucina della moglie alle piccole storie illustrate di sua figlia, dai volumi di design automobilistico ai grandi classici della letteratura, un intero scaffale dedicato ai grandi pensatori Seneca, Pitagora, Eraclito, Socrate, Platone e Aristotele.
“Voi più di tutti mi avete proprio deluso, filosofi dei miei stivali. La vostra saccenteria è pari solo alla vostra inanità…” Al crepuscolo della sua vita si era tristemente reso conto di quanto tempo aveva sprecato in facezie, senza sentirsi mai davvero soddisfatto di sé stesso. Tutti quei libri erano ricordi e null’altro. Si era stancato delle parole vane e aveva preferito il mero divertimento. Era passato dapprima alla lettura dei classici gialli e poi aveva scoperto una nuova gioventù, leggendo di nascosto fantascienza. Custodiva i suoi volumetti nascosti all’interno del quotidiano poggiato sul tavolinetto. Ines lo sapeva ovviamente, ma rimaneva al gioco, fingendo di non accorgersene.
Non riuscì a leggere più di una pagina dell’avventura marziana che stava leggendo, quando il campanello lo fece sobbalzare all’improvviso.
“Ho un brutto presentimento…”
“Papà, ci sei?” Eccola, sua figlia Matilde. Che suonava il campanello pur avendo una copia delle chiavi.
“No, in casa non c’è nessuno” rispose lui sbuffando. Aveva provato diverse volte a nascondersi, pure dentro la cabina armadio dietro la fila di giacche e cappotti, ma in quelle circostanze Ines si rifiutava di aiutarlo, nemmeno sotto minaccia di toglierle la gratifica natalizia.
La ragazza si presentò alla porta del salotto, mentre si sfilava i guanti rossi della stessa tonalità del cappottino. Da novembre a gennaio inoltrato, Matilde indossava solo un colore, al massimo aggiungeva qualche dettaglio bianco, come la sciarpa. Dopo un eccellente percorso di studi, compreso un lungo soggiorno di specializzazione all’estero, sua figlia lavorava come assistente marketing, categoria eventi, per una multinazionale di giocattoli, un marchio storico della città. Era il suo sogno di bambina e quel suo piccolo folletto in tutina a righe era riuscita proprio ad occuparsi degli eventi di Natale.
Matilde fece pochi passi verso il divano, guardandosi intorno con un’espressione alquanto inorridita.
“Questa casa è terribilmente spoglia… nemmeno una lucina, qualche bacca rossa, una stella di Natale, qualche pallina…”
Mordendosi la lingua, lui si trattenne dal dire che di palline c’erano già le sue, anche se lei gliele stava frantumando. Quello era un pessimo preambolo e sentiva la richiesta, la solita, mostruosa, agghiacciante richiesta, nell’aria. Questione di attimi.
“Papà, sono venuta per chiederti un fa… ”
“NO.” Lo scandì forte e chiaro, imperioso, da far quasi tremare le vetrate del salotto.
“Ma non sai nemmeno cosa stavo dicendo… lasciami finire…” Sua figlia gli regalò un sorriso radioso, uno di quelli che ti fregano perché ricordano a un genitore i bei momenti della loro infanzia. “Senti, io ci ho provato… abbiamo fatto anche un casting completo quest’anno! Sono partita a settembre per la selezione! Ma accidenti… non ne ho trovato uno che sia alla tua altezza… ”
Eccola, quella vocina suadente, sussurrata, piena di lusinghe. Ma si era allenato bene e isolò il suo pensiero in un’altra immagine, la quiete del lago Mývatn in Islanda, con i suoi riflessi argentati sotto il sole di un’estate lontana.
“…e insomma abbiamo bisogno di un Babbo Natale. Allora papino, verrai alla vigilia?”
“No.” Aggiunse lo scuotimento del capo, per dare maggiore vigore alla risposta.
“Per favore…”
“Ho detto di no!” C’erano anche delle belle barchette a remi per attraversare il lago Mývatn.
“Ma papà!” Matilde sbuffò, lasciandosi andare allo schienale del divano.
“Non farmi dubitare anche di questo…” rispose mentre si accarezzava meditabondo la barba.
“Cosa?”
“Della paternità. Mater semper certa est, pater numquam.
“Ma se lo dicono tutti che siamo uguali, io e te!” esclamò la ragazza, inclinando il capo.
“Tranne questa tua pazzia per il Natale…”
Matilde sorrise, gonfiando il petto con orgoglio. “Sì è vero, io vorrei fosse Natale tutti i giorni.”
“Sacripante! Pensa che tragedia! L’inferno in terra!”
“Non ti capisco proprio… Mamma amava le luci di Natale. E l’albero con le decorazioni fatte a mano, girare per i mercatini del centro finché i piedi si congelavano, e quei pacchetti meravigliosi che preparava lei, pieni di nastri e tulle, e tutti quei colori… ” Matilde si contorse le mani in grembo, fissandosi i piedi avvolti in due stivali di pelle lucida.
“Questa malattia l’hai presa da lei, decisamente… ” Le parole del signor Maurizio si spensero in un sospiro. Si girò ad osservare le foto della moglie sopra il piccolo scrittoio in mogano al suo fianco. Che brutto scherzo gli aveva fatto, andarsene così, con un infarto ad appena quarant’anni, senza alcuna avvisaglia. Lo aveva amato troppo, tanto da farsi scoppiare il cuore. E lui non si era manco meritato tutto quell’amore. All’improvviso si era ritrovato solo, con una figlia di dieci anni appena da crescere. Ma se l’erano cavata bene con Matilde, soprattutto perché sua moglie aveva già fatto gran parte del lavoro con lei. Non si era più risposato no. Difficile trovare una sgarzigliona come lei, con un carattere focoso e due occhi incantevoli.
“Natale tutti i giorni… uno ogni 25 anni a me starebbe benissimo…”

Sapeva di aver vinto una battaglia, ma la guerra era ancora lunga, se ben conosceva sua figlia, pervicace come tutte le donne. Se ne era andata poco prima del pranzo, lasciandolo desinare in quieta pace con quell’arrosto fantastico che gli aveva preparato Ines. Si stava giusto preparando un caffè, stavolta cedendo alla pigrizia della macchinetta espresso e alla comodità delle cialde, quando nuovamente il trillo del campanello annunciò visite inattese. Senza muoverla per non farsi notare, sbirciò a lato della tendina della finestra della cucina, per capire se si trattava di venditori inopportuni, finanche truffatori, o visite di cortesia per le imminenti festività.
“Ma guarda un po’…” sussurrò tra sé. Si affrettò all’ingresso e aprì il portoncino con sollievo.
“Adelmo! Vecchio bislacco! Cosa ti porta al mio cospetto?” Non riuscì a trattenere un sorriso di gioia.
“Maurizio! Vengo a farti gli auguri di Natale e a chiederti un consiglio!” Sull’uscio stava dritto come un giunco un omino anziano, molto giovanile nell’aspetto curato, ben vestito con un cappotto nero e scarpe di vernice, un cappello Borsalino a tesa stretta, una sciarpa rosso fiammante e guanti di pelle scura. “Questi sono per te!” esclamò, consegnandogli due lunghi rotoli di carta.
Adelmo era un collega di lunga data, ingegnere civile e costruttore. Per quasi trent’anni avevano lavorato nello stesso studio, progettando e seguendo i lavori di opere complesse per tutta l’Italia. L’amico aveva poi rilevato l’attività per sé e i propri figli, tre maschi impiegati tutti nello stesso settore, mentre il signor Maurizio aveva deciso di ritirarsi e godersi un po’ di tranquillità.
“Perché diamine non ti metti in pensione una buona volta, invece di correre dietro alle scartoffie?!” Afferrò i rotoli che gli porgeva l’amico e chiuse il portoncino, mentre l’altro si toglieva il cappotto e lo appendeva all’attaccapanni lì vicino.
“Cosa vuoi che faccia in pensione… A casa m’annoio e finisco col tormentare la mia signora tutto il tempo… i nipotini sono troppo grandi, purtroppo, bei tempi quando li accompagnano a scuola… uno ha persino la patente, t’immagini?! Viaggiare alla lunga diventa più stancante che lavorare… e leggere, non ho mai avuto quella passione lì. Preferisco muovermi tra i cantieri, fin che posso… Magari una volta vieni con me?”
“Adelmo, li prendevamo in giro i pensionati rompiscatole che passavano le giornate a osservare il nostro lavoro e trovarci tutti i difetti…” Scosse la testa con un velo di malinconia. “Io a casa ci sto anche bene, quando mi lasciano in pace…”
Si accomodarono in salotto, direttamente al tavolo da pranzo dove il signor Maurizio distese le due enormi stampe plotter a colori di qualche nuovo progetto in corso. L’altro lo aiuto ad allungare la carta, aiutandosi col portacenere di cristallo e un altro portaoggetti in argento che aveva trovato sopra il ripiano.
“Maurizio, a te ci vorrebbe sì un bel nipotino da coccolare. Come sta tua figlia?”
“Quel folletto impazzito di Matilde? Bene, bene. Questo è il suo periodo preferito, per lei è sempre Natale, è la sua festa, lo sai. Ma è fidanzata con un idiota, smargiasso di prima categoria. Spero si ravveda prima di pensare a un figlio con quel cretino arrivista.”
L’amico sogghignò divertito. “Beh, non c’è padre che sia contento del proprio futuro genero, no? Sono quasi contento di avere solo maschi.”
“No no, fidati Adelmo, quel Pier-Qualcosa Vattelapesca è un esimio citrullo, pieno di se stesso. E’ uno dei commerciali di punta dell’azienda dove lavora anche Matilde, si sono conosciuti lì. Un paio di volte l’ha portato qui a casa, a sorpresa. Si porta dietro una profumeria intera, tanto che ho dovuto lasciare aperte le finestre per un pomeriggio per far uscire la sua presenza. Non mi piace come le parla e purtroppo mia figlia lo ascolta con venerazione… Beh, fammi vedere che cosa abbiamo qui…”
“Questo è quel progetto che ti dicevo, quel nuovo complesso direzionale commerciale. Ti ho portato entrambe le sezioni. Noti niente di strano? Uno dei miei ragazzi se n’è accorto e cerchiamo una soluzione, non troppo costosa.”
Il signor Maurizio scrutò bene le stampe, sollevando il primo foglio per verificare quello sottostante.
“Uhm, qui.” Puntò col dito in un punto preciso sulla carta. “Avete un carico in questo punto, potrebbe collassare.”
Il signor Adelmo gli porse una penna dal taschino della sua giacca. “Cosa proponi? Come la risolveresti tu?”
Prese la penna e cominciò a tracciare lunghi segni, con qualche calcolo a fianco. “Mi viene in mente quel cliente di Parigi, una seccatura simile, con in più i vincoli sugli edifici storici vicini… Ecco.”
L’amico esaminò il disegno. “Lo sapevo di aver bisogno della tua prospettiva. Hai sempre visto ben oltre di me!”
“Figurati Adelmo. Vuoi un caffè? Lo stavo preparando per me.”
“Sì, però te lo offro io e lo prendiamo al bar. Andiamo a farci due passi, dai. Ti aspetto, se ti devi cambiare.”
Il signor Maurizio sbuffò, un po’ divertito. “Cambiarmi? Non vado mica in cerca di moglie! Guarda, vengo con te solo perché devo passare in edicola, e devo ritirare alcuni romanzi ordinati.”
Si inoltrarono verso il centro città, parlando dei propri affanni per il quotidiano e l’ombra del futuro. Dopo un’altra ora trascorsa a conversare al tavolino di un bar confortevole, il signor Maurizio tornò indietro da solo verso il proprio quartiere. Giunto all’inizio della propria strada di accesso, si guardò intorno, esaminando le altre villette, i condomini, le bifamiliari, ricche di luminarie, con diversi effetti di luce, lampeggianti, a cascata, temporizzate. Pure un’immagine rotante su una facciata.
“In effetti la mia casa è un po’ in ombra… ” bisbigliò contrariato.
“Però sono le altre ad essere talmente luminose… manco fossimo a Las Vegas!”

Il mattino successivo il signor Maurizio stava ancora terminando di vestirsi in bagno, assonnato e distratto, quando l’inatteso scampanellio dell’ingresso lo fece sobbalzare. Rischiò quasi di cadere, in bilico su una gamba sola nel tentativo di infilarsi i pantaloni. Un’imprecazione gli scappò a labbra strette, mentre dabbasso riconobbe la voce cristallina dell’intrusa accolta dalla buona Ines.
“Papà ci sei?” Matilde lo stava chiamando dalla prima rampa delle scale.
“Arrivo…” rispose lui, discostando appena la porta del bagno per farsi sentire.
Quando scese giù all’ingresso, si ritrovò davanti uno sconosciuto che stava posando sul pavimento diversi scatoloni chiusi. Un giovanotto piuttosto alto, capelli scuri e un accenno di barba, in giaccone sportivo e jeans slavati, con un paio di grosse scarpe antinfortunistiche. Di fianco al ragazzo, sua figlia cominciava ad aprire degli altri scatoloni a terra per verificarne il contenuto.
“Ciao papà. Lui è Seb, uno dei nostri magazzinieri e tuttofare. Ti abbiamo portato qualcosina…” Matilde gli sorrise raggiante.
Al signor Maurizio non sfuggì la minaccia insita in quell’offerta, ma intanto stringeva la mano al nuovo arrivato. Una presa salda e sicura, seguita da un Buongiorno affabile e uno sguardo sincero, dritto negli occhi senza alcun indugio.
“E’ un piacere conoscerla” aggiunse subito dopo, con una lieve incertezza sulla erre, forse dovuta a una possibile origine straniera.
“Direi che possiamo cominciare da queste!” esclamò con entusiasmo Matilde, sollevando tra le mani diverse ghirlande natalizie, dorate, d’argento e rosso fuoco, appena tirate fuori dallo scatolone.
“In questo ci sono invece gli agrifogli… qui le confezioni di palline e stelle… in quest’altro ho infilato un paio di stringhe di luci” mostrò Seb, aprendo i lembi delle altre scatole di cartone sul pavimento.
Il signor Maurizio ci pensò per un istante e poi decise che era meglio assecondarla. Meglio lasciarle questa temporanea vittoria. Avrebbe potuto anche sopportare un paio di decorazioni, e poteva sempre nasconderle in cantina, se lo avesse lasciato in pace con la storia di fingersi Babbo Natale per la vigilia. Alzò le spalle e finse di arrendersi.
“Fate come volete. Ma con sobrietà, mi raccomando Matilde!” Puntò uno sguardo di minaccia verso la figlia, la quale gli stampò un bacio sulla guancia. Proprio come quando era bambina, un piccolo soldo di cacio tra le sue braccia, pensò con malinconia.
“Se mi dai le chiavi, prendo il pezzo grosso dal furgoncino.” Seb ammiccò verso Matilde e le porse la mano aperta in attesa.
“Oh sì, le chiavi, aspetta.” Se le ritrovò nella tasca del cappotto, in mezzo ad altre piccole cianfrusaglie. “Eccole…”
Porgendogli il mazzo del furgoncino, con il logo aziendale come portachiavi, le loro dita si toccarono. Matilde ritrasse la sua mano con uno scatto, mentre Seb quasi sembrava volerla trattenere. Al signor Maurizio non sfuggì quella brusca nota di colore sul viso della figlia.
“Posso intanto prepararvi un caffè? Io devo ancora fare colazione stamattina…”
“Si grazie papà. Anche una fetta della torta che prepara sempre Ines, se ne è rimasta.”
“Certo che c’è!” gridò la donna dalla cucina, che stava ascoltando tutto della loro conversazione, anche le virgole.
Seb uscì fuori nel vialetto, si sentirono cigolare delle portiere e un paio di tonfi metallici, poi le portiere sbattute. Ritornò in casa reggendo un enorme albero di Natale, finto ma talmente ben fatto da sembrare in tutto e per tutto vero.
“Sacripante! Più piccolo no, eh?” sbottò il signor Maurizio. Quello lì sarebbe stato difficile da nascondere in cantina.
Così, mentre i ragazzi cominciarono a sistemare gli addobbi, lui si spostò in cucina. In un angolo del tavolo rettangolare, Ines stava piegando la biancheria asciutta, prendendola dalla cesta e disponendola in pile ordinate.
“Ha visto quei due?” bisbigliò la donna senza alzare lo sguardo.
“Mmm mmm” rispose lui, preparando con calma la moka. Gliene sarebbero serviti due giri per servire a tutti un caffè decente.
“Secondo me c’è sotto qualcosa…” continuò lei.
“Anche secondo me.” Osservò gli altri due dalla porta della cucina, attraverso l’ingresso e l’atrio del salotto. Sembravano due bambini che giocavano, scambiando fili argentati o passandosi palle colorate. Ridevano spensierati, c’era intesa tra loro, quasi danzavano.
Anche Ines li stava scrutando adesso “Beh, è un bel ragazzo. Potrebbe fare l’attore con quel fisico. Con quel fondoschiena…”
“Ines!?”
“Oh, sono una donna anch’io sa. E ho gli occhi per guardare!” Afferrò offesa la biancheria e ciabattò su per le scale.
Quando il signor Maurizio tornò in salotto col vassoio con le tazzine di caffè caldo, il ragazzo stava adocchiando la libreria, fissando qualche minuto di troppo le coste dei volumi all’interno. Sorrise per essere colto sul fatto.
“Ha davvero una bella collezione… però non apre questa libreria da un po’ di tempo.”
Il signor Maurizio sollevò un sopracciglio, incuriosito. “Ah si?” Matilde era in cucina a recuperare le fette di torta per tutti.
“Le maniglie sono piene di polvere.” Seb gli strizzò l’occhio d’intesa.
“E quella là sotto,” bisbigliò piano, indicando la coperta poggiata sulla seduta della poltrona, da cui spuntava un angolino di una brossura, “è la copertina dell’ultimo Urania. Che sto leggendo anch’io.”
Sua figlia intanto avanzava con un secondo vassoio. Il ragazzo si avvicinò e piano aggiunse: “Ma non dirò niente.”
“Bene, molto bene. Andremo d’accordo allora.” Cominciava proprio a piacergli questo Seb.
Si sedettero al tavolo da pranzo, raggiunti anche da Ines, la quale di sguincio non smetteva di ammirare le grazie del giovanotto lì di fronte. Matilde invece si guardava intorno, osservando il risultato del loro lavoro.
“Che te ne pare papà?”
“Mmm… spero che tornerete anche a togliere tutta questa roba alla mattina del 7 gennaio. Presto, molto presto.”
“Certo, verremo di nuovo, vero Seb? E ci preparerai un altro caffè, volentieri.”
“Potremmo offrirlo come servizio…” Il ragazzo si sporse verso di lei. “Vi portiamo a casa le decorazioni e le mettiamo per voi. Un servizio con gli acquisti o un lungo noleggio per le feste. Che ne pensi?”
Matilde gli mise una mano sull’avambraccio, presa dall’entusiasmo. “Non è male come idea. Per le persone indaffarate. O con qualche difficoltà motoria. O che vogliono compagnia mentre sistemano l’albero…” Poi ritrasse la mano, come se si fosse nuovamente scottata.
“Potrebbe funzionare” aggiunse il signor Maurizio, scambiandosi uno sguardo d’intesa con Ines, alla quale non era sfuggito nulla. “Certo non con clienti come me, ma purtroppo io sono un’eccezione.”
“Allora, verrai alla vigilia in veste di Babbo Natale? Abbiamo bisogno di te, papà. Seb sarà il tuo elfo assistente, per altro!”
Eccola, dritta al petto come una spada affilata, un colpo basso. “Ti ho già risposto di no, mi pare…”
“Beato lei che può rifiutarsi… io sono obbligato per contratto!” esclamò Seb ridacchiando.
Matilde invece sbuffò delusa. “Assomigli sempre di più a Scrooge papà, lo sai? Attento ai fantasmi!”
“Che vengano! Con quello del passato ci faccio una partita a scacchi, con quello del presente potrei discutere di politica, che ne ho parecchio da dire, e con quello del futuro vado a verificare cosa scriverete sulla mia lapide… Tzè!”

Passarono altri due giorni nel silenzio, Matilde sembrava essersi eclissata nel turbinio del lavoro per le festività imminenti. Il signor Maurizio quasi si era abituato alla presenza di tutte quelle decorazioni natalizie nella sua casa, bastava non farci troppo caso. Il problema era l’albero di Natale alto più di due metri che dall’angolo del salotto lo sovrastava, riempiendo quasi interamente la stanza. Era impossibile ignorarlo e talvolta sembrava quasi parlargli, con tono particolarmente severo. Era più semplice fingere di non vedere le luminarie in terrazzo e in giardino, accese in automatico al calar della sera. Si nascondevano nel turbinio psichedelico proveniente dagli altri edifici intorno.
Seduto nella sua poltrona, intento a combattere un’invasione aliena che attaccava la mente degli umani, venne disturbato dalla sinfonia del cellulare. Sul suo numero, lei gli aveva impostato Jingle Bells a tutto volume. Vergognoso ascoltare quella canzoncina in pieno ferragosto.
“Peggio di quando mi capita a casa, c’è solo quando mi chiama al telefonino… Che cavolo vorrà stavolta?!”
“Ciao papà. Scusa se ti disturbo, ma sto impazzendo. Non riesco più a trovare la mia agenda di lavoro. Di quelle grandi, con gli anelli. Non è che per caso l’ho lasciata lì? Provi a guardare, per favore?” Matilde era piuttosto agitata.
“Di che colore è?” chiese lui.
“Rossa…”
Che domanda stupida! Ovvio che era rossa! Conosceva qualche altro colore sua figlia?! Si alzò dalla poltrona e prese a rovistare in giro. Il tavolo da pranzo era vuoto, tra le riviste non c’era, sotto i cuscini del divano nemmeno. In libreria non c’era nulla fuori posto. Si spostò in ingresso, nel mobiletto con lo specchio e il telefono fisso. Niente agende, no.
“Prova in cucina, avevo lasciato la borsa là, sul tavolino della vecchia macchina da cucire di mamma…”
Entrò nella stanza e la vide subito. Ines ci aveva poggiato a fianco la sua di borsa, ecco perché non l’aveva notata.
“Meno male! Senti, potresti portarmela con urgenza? Sono in ospedale, in pediatria oncologica, dove stiamo allestendo per l’evento della vigilia…” Stava ansimando e la voce sobbalzava, probabilmente stava salendo le scale in fretta.
“Un’agenda cartacea?” La soppesò in mano, era anche bella pesante. Un organizer a portafoglio, in finta pelle rossa, racchiusa da un bottone a scatto, piena di fogli inseriti nel mezzo. “Con tutta la tecnologia che abbiamo, usi ancora la carta per gli appuntamenti?!”
“Sì papà. Ho bisogno di scrivere a mano. Ho preso da te…” sbuffò lei indispettita. “Se non vieni tu, devo chiedere a Piercarlo di passare a casa tua.”
Pier Coso no, per carità, pensò il signor Maurizio con terrore. “Mi cambio e arrivo. Dammi un’oretta però, ci metterò un po’ coi mezzi pubblici.”
Nonostante le scuole già chiuse per le festività, trovò in effetti confusione per salire in tram e trovare un posticino a sedere. Ma era sicuramente meglio che muovere l’auto rischiando la multa nella zona a traffico limitato e di non trovare parcheggio. Preferiva sempre una bella passeggiata all’ansia del traffico cittadino, specie in quel periodo di guidatori fuori di senno per il regalo dell’ultimo minuto.
Entrò nel nosocomio dall’ingresso principale, saltando la corsia riservata alle ambulanze del Pronto Soccorso. Guardò il tabellone con i diversi piani e reparti, ma non ci capì granché. Chiese alla signorina del bar alla sua sinistra, la quale gli indicò il quarto piano e l’ascensore alla fine del corridoio. Pigiò il bottone di chiamata e mentre stava entrando, qualcosa lo urtò alla gamba giusto un attimo prima della chiusura delle porte.
Una bambina dalle occhiaie profonde lo stava fissando incuriosita. Era chiaramente senza capelli, la testa calva protetta da un cappellino di lana rosso con due pon pon, quasi come due codine. Indossava un pigiamino rosa e alle spalle due alucce d’angelo di carta argentata, con profili dorati. Ai piedini, due enormi orsetti fucsia lo guardavano ridendo.
Il suo cellulare intonò nuovamente Jingle Bells, subito interrotta perché il segnale in ascensore andava perso.
“Ma tu sei Babbo Natale?!” La bambina allargò gli occhi dallo stupore. Non era solo la suoneria, anche la barba e quella pancetta dovuta alle torte di Ines, per non parlare del berretto di lana rossa, regalo di sua figlia, che aveva usato per proteggersi dal freddo nella passeggiata.
“Sì…” Non si doveva mentire ai bambini, ma talvolta era a fin di bene, pensò.
“Io sono Caterina” gli rispose lei, mentre le gambine non smettevano di stare ferme. “Allora è vero che verrai prima da noi alla vigilia?”
“Non lo so…”
“Per favore… Non mandare i tuoi assistenti con la solita barba finta di plastica. Vieni tu… questo sarà il mio ultimo Natale.” Si aggrappò alla falda della sua giacca, due occhioni luccicanti come mai ne aveva visti.
“Perché poi torni a casa?”
“No, andrò in cielo e diventerò un angelo, ma non so mica se gli angeli ricevono regali a Natale…”
Lo disse con così tanta semplicità, e serenità soprattutto, che qualcosa si frantumò nel cuore del signor Maurizio. Poteva quasi sentire i pezzi di vetro che lo trafiggevano, uno gli si era conficcato in gola e fece fatica a pronunciare le parole successive.
“Non sei troppo piccolina tu, per cantare con gli angeli?”
“Nooooo, macché! Lassù c’è già Marco, è andato via due mesi fa e aveva un anno meno di me… Ha detto che mi aspetta.”
Non sapeva cosa dire. Tutta quella filosofia racchiusa a casa, nella sua libreria, ed era rimasto senza fiato di fronte a una bimbetta.
“Non ti devi preoccupare, io starò bene… basta che a Natale passi a trovarci anche in cielo, no?”
Stava ancora cercando una risposta plausibile, quando le porte dell’ascensore si aprirono. Un’infermiera scattò in avanti ad afferrare la bambina.
“Presa! La devi smettere di andare in giro da sola, e se ti fai male?! Poi sgridano me…”
Lei lo salutò con la manina, dalle spalle dell’infermiera. “Ciao Babbo Natale!”

Alla reception del piano, il signor Maurizio domandò dove poteva trovare gli organizzatori dell’evento della vigilia.
“Sono nella sala dei giochi. Giri qui a destra e poi segua il corridoio. In fondo ci sono due grosse porte, è lì.”
Si incamminò, con una certa paura di sbirciare dentro le varie camerette. Tanti, troppi, bambini in pigiama. Di diversa età, statura e corporatura. Dietro di sé, poteva udire diversi bisbigli, anche qualcuno che si era lasciato scappare un gridolino. “Mamma! Hai visto Babbo Natale?!”
Quando giunse nel grande salone diversi uomini stavano allestendo la zona intorno a una poltrona rossa gigante. Sollevavano enormi sacchi e pacchetti da regalo, probabilmente di polistirolo. Dietro si poteva vedere una vera slitta di legno decorata con panno rosso e pelo bianco, come il vestito di Babbo Natale. Mancavano le renne, ma quelle ovviamente non potevano entrare in ospedale. Stavano pasteggiando fuori in giardino.
Matilde era là, un immacolato maglioncino a maniche corte sopra una larga gonna amaranto, indaffarata a verificare il minimo dettaglio, comprese le luci che dovevano illuminare tutta la sala e la musica da usare per l’occasione. Dall’altra parte si trovavano altre persone indaffarate a una postazione piena di cavi e bottoni, con il classico “tzà tzà” della prova microfono. In mezzo a loro riconobbe Seb, che lo salutò con un cenno del capo.
Stava per raggiungere sua figlia quando qualcun altro lo batté sul tempo. Dal corridoio alle sue spalle lo superarono due imperiosi tacchi, accompagnati da un lieve profumo. Una donna anziana, col suo cappotto nero e un cappellino di piume, da far invidia alla Regina Elisabetta, gli passò davanti.
“Matilde!” La voce non ammetteva molte scuse. “Come siamo messi con Babbo Natale? Mancano pochi giorni e ancora non ho un nome sulla mia scrivania!”
Sua figlia sbiancò all’improvviso. “Signora Ginevra… io… i casting li abbiamo finiti, le ho lasciato il fascicolo con le foto…”
“Non vanno bene. Ah, dovevamo cominciare prima con la selezione.” La interruppe l’altra, muovendo in aria una mano.
“Lo so. Diventa sempre più difficile ogni anno…”
“Possibile che non hai proprio trovato nessuno? Che fine ha fatto quel bel signore dello scorso anno?!”
Preso in causa in questi termini, il signor Maurizio gonfiò il petto e si presentò lì innanzi, con tutto il suo orgoglio di padre.
“Sono io. Ingegner Maurizio Corvone Mazzanti, per servirla. Sarò il vostro Babbo Natale.”
Si profuse in un inchino perfetto e offrì il suo palmo aperto per il baciamano. Lei gli porse la sua mano destra, quasi stordita da tale galanteria.
Matilde quasi sveniva dalla gioia, ma si riprese subito per non lasciar trasparire la sua emozione. “Ecco, volevo fosse una sorpresa…”
“Così lei è il padre della nostra Matilde! Bene, davvero. Sono soddisfatta, credo sarà una giornata perfetta allora. Tutto è pronto dunque.” La signora Ginevra sollevò la testa per ammirare anche le luminarie appese al soffitto della sala, in mezzo a nastri di vari colori. Fece qualche passo in avanti e scambiò qualche parola con i tecnici al lavoro.
Matilde invece lo prese da parte, parlando sottovoce. “Papà, ma alla fine cosa ti ha fatto cambiare idea?!
“Ho incontrato un angelo in ascensore…”
“Un angelo?!” Non riuscì a chiedere altro, perché fu interrotta da un’esclamazione di giubilo in arrivo dal corridoio.
“Tesorooooo, eccomi!” Impeccabile nel suo completo grigio, capelli brizzolati un po’ troppo lunghi per il signor Maurizio, un barile di acqua di colonia rovesciato addosso, il telefonino che suonava tra le mani, fece il suo ingresso trionfale Pier Coso Vattelapesca.
Si lanciò verso Matilde per un bacio veloce, salvo ignorarla quando si accorse della presenza della signora Ginevra, il capo prima di tutto.
Scambiarono qualche opinione, lui gli riferì degli auguri di questo o quell’altro amico carissimo, finché lei con il movimento della mano lo zittì, che andava piuttosto di fretta. Allora si fece avanti sua figlia, per chiedergli di andare a pranzo insieme, ma Pier Coso non la interruppe perché il cellulare gli stava suonando di nuovo.
“Scusa, questo è importante… Buongiorno… no, si figuri, lei non disturba mai!”
La signora Ginevra nel frattempo si era avvicinata al signor Maurizio, diretta verso l’uscita. Si fermò giusto un istante, parlando a bassa voce.
“Non lo posso proprio sopportare. Un tale smargiasso. Ho persino un solco sulla lingua, ci crede? Perché ogni volta me la pizzico per non rispondergli a tono.” Strinse forte i guanti che aveva preso dalla borsetta.
“Perché se lo tiene allora? Lei è a capo di tutto!”
Lei sospirò profondamente. “Purtroppo in questo momento mi serve. Lavora bene con alcuni fornitori e nella distribuzione. Nel frattempo sto formando un’altra persona di famiglia, che prenderà il mio posto. Ancora qualche mese, spero.”
Il signor Maurizio assentì col capo. “Non nascondo che sarei ben contento pure io di togliermelo dalle scatole…”
Osservarono entrambi la povera Matilde girargli intorno, in attesa di uno sguardo, mentre lui la ignorava, perso nella sua telefonata d’affari.
“Capisco quello che intende” concluse la signora Ginevra.
“Invece quello laggiù mi piace parecchio. Dovrebbe dargli una possibilità.” Indicò col dito non tanto le decorazioni, ma Seb che ritto su una scala le stava attaccando al soffitto, vicino alla grande poltrona rossa.
“Il magazziniere?” La signora Ginevra si girò e lo scrutò incuriosita.
“Beh, ho fatto anch’io il magazziniere, il commesso in ferramenta, il postino e il manovale per pagarmi gli studi universitari. Quello mi creda è un ragazzo in gamba, di poche parole, ma sensate. Niente grilli o fanfaluche per la testa” ammise candidamente il signor Maurizio.
“Interessante…” Un guizzò di divertimento passò lieve sul volto della donna. “Ne terrò conto.”

La mattina della vigilia arrivarono a prenderlo a casa con un suv nero con i vetri oscurati, tipo quelli che si vedono nei film di spionaggio. Sua figlia lo attendeva sul sedile posteriore, con un borsone con il vestito di Babbo Natale, fatto confezionare appositamente da un sarto locale con tessuti di pregio. Giunsero nel parcheggio dell’ospedale riservato ai dipendenti e da qui lo fecero entrare dal retro dell’edificio, dritto nello spogliatoio degli infermieri, così da non essere visto da nessuno in abiti civili. Si preparò di tutto punto con l’aiuto di Matilde. Poi si osservò allo specchio a figura intera, voltandosi da una parte all’altra.
“Sacripante! Sembra fatto su misura per me!” Scrutò sua figlia in viso, ma si girò lesta dall’altra parte. Lei indossava un vestitino corto da cappuccetto rosso, ma l’orlatura di pelo bianco tutto intorno la faceva assomigliare proprio alla figlia di Babbo Natale.
Bussarono alla porta e subito dopo comparve la testa di Seb. “Siete pronti?”
“Sì, venite dentro ragazzi” li accolse Matilde.
Seb si fece da parte e lasciò entrare una ragazza vestita da elfo in versione femminile, con una gonna verde e le calze a strisce.
“Papà, lei è Loretta, la mia segretaria, ma per oggi la tua fidata assistente.”
Il signor Maurizio la salutò con una stretta di mano e diede uno sguardo da sotto in su al ragazzo, in pantaloni buffi al ginocchio e stessa calzamaglia a strisce. “Ma gli elfi non erano piccolini?”
Seb ridacchiò divertito. “Sono un po’ fuori misura, lo so.”
Uscirono compatti dallo spogliatoio, Babbo Natale in testa, al suo fianco due bodyguard in completo scuro, quelli che li avevano accompagnati col suv, e subito dietro i suoi assistenti elfi, con due corposi sacchi rossi sulle spalle, contenenti i dolciumi da distribuire ai bambini.
Appena varcarono l’ingresso principale del nosocomio, tutti i presenti girarono la testa, dapprima sorpresi e poi estasiati.
“Oh oh oh! Buongiorno a tutti voi!” Il signor Maurizio si era allenato duramente allo specchio del bagno in quei quattro giorni per pronunciare bene e forte quella semplice frase. Dal pianterreno accorsero tutti a vedere Babbo Natale. Alla fine scoppiò persino un applauso finché camminarono verso l’ascensore diretti al reparto di pediatria oncologica del quarto piano. Mentre loro stavano salendo, le infermiere dovevano aver diramato la notizia tramite gli interni perché all’apertura delle porte trovarono un piccolo comitato di accoglienza. Tutti in pigiamino e tutti urlanti di gioia incontenibile. “Babbo Natale! Babbo Natale!”
“Forza bambini! Tutti nella sala grande!” ordinò l’infermiera capo, corpulenta come un bisonte e altrettanto minacciosa, ma quel mattino stranamente allegra e affabile.
Si riunirono così davanti alla poltrona di Babbo Natale, mentre lui avanzava tranquillo tra loro per sedervisi sopra. La piccola Caterina, con le sue piccole alucce, era in prima fila proprio di fronte a lui.
La signora Ginevra aveva dato ordini precisi: tutti i desideri dei bambini andavano esauditi, quando possibili ovviamente. Sarebbe in effetti stato davvero difficile rintracciare un unicorno vivo e vegeto, non era nei poteri di Babbo Natale purtroppo, ma un giocattolo che gli assomigliasse sì. Sarebbe stato impacchettato e messo nella cameretta giusta durante la notte, ai piedi di chi lo aveva richiesto.
I bambini mi misero ordinati in fila, un lungo serpentone al lato destro della grande poltrona rossa. Loretta, l’assistente vestita da elfo, li aiutava a salire sulle ginocchia di Babbo Natale, lui chiedeva loro cosa volevano come regalo, e intanto la stessa assistente annotava nome, numero della stanza e regalo da consegnare su un tablet di servizio. L’elfo Seb immortalava la scena in una foto ricordo istantanea, che consegnava poi subito ai bambini o talvolta ai genitori. La lista con i regali veniva aggiornata ogni momento sul tablet di Matilde, seduta a una piccola scrivania nel fondo della sala. Da lì, partivano diretti gli ordini al magazzino, dove altri assistenti di Babbo Natale stavano già preparando i regali per la notte.
Nonostante l’organizzazione stretta, il signor Maurizio non era davvero preparato alla meraviglia dei piccoli. Tante le storie tristi da ascoltare, cercando di sorridere comunque, tante anche le domande e le curiosità a cui rispondere, inventando sul momento, afferrando la loro stessa fantasia e trasformandola nella propria. All’inizio si sentiva stanco, perché si concentrava troppo per cercare una replica plausibile per il mondo degli adulti. Dimenticò di esserlo e solo allora riuscì davvero a sentirsi Babbo Natale in ogni fibra.
Caterina non ebbe bisogno di aiuto, gli saltò direttamente in braccio, stampandogli un bacino sulla barba.
“E tu che cosa vuoi per Natale?” Trattenne il respiro temendo una richiesta impossibile.
“Un paio di ali nuove! Vedi?” Si girò sulla schiena mostrandogli una delle alucce macchiata e strappata. “Mi piacerebbe anche averle di piume vere, così… insomma… ci prendo un po’ confidenza, ecco.”
“Sarà fatto! Dovessi andare io da Mamma Anatra in persona a pregarla in ginocchio!” Se la strinse a lungo, così mingherlina e così piena di energia. E poi passò al bambino che seguiva nella fila, per non lasciarsi sopraffare dalla tristezza.
“Abbiamo finito…” gli sussurrò Loretta dopo un paio d’ore.
“Come? Abbiamo finito? Proprio adesso?!” Si guardò intorno un po’ disorientato. I pigiamini erano ancora lì con loro nella sala, ma li aveva ascoltati tutti quanti, uno per uno, e ora erano stavano giocando insieme.
Si alzò dalla grande poltrona e si stiracchiò la schiena, scricchiolante in ogni giuntura. Seb stava sistemando qualche scatola vuota dietro di lui. “Che ne pensi? Come sono andato?”
“Lei è stato eccezionale davvero.” Si sedette sul bracciolo lì accanto, perché Seb al contrario era rimasto in piedi tutto il tempo. “Certo, ci sono dei bambini che sono rimasti fuori… perché non sono ammalati, non sono in questo piano e nella nostra lista… ma sono comunque in ospedale per far visita a genitori, fratelli o sorelle, nonni.”
“Ho visto in effetti qualche ragazzino laggiù all’ingresso, vestito normalmente” rifletté il signor Maurizio.
“Forse Babbo Natale dovrebbe considerare anche loro” concluse Seb.
Una voce cristallina li distolse da questi pensieri. “Giuro che se non sapessi chi è lei, davvero crederei a Babbo Natale. Le viene talmente naturale!” La signora Ginevra era lì davanti a loro, in un elegante abito longuette blu cobalto.
Il signor Maurizio la prese a braccetto e la condusse vicino alla piccola scrivania dove ancora sedeva sua figlia Matilde.
“Vorrei chiederle un favore” esordì lui. “Non ho impegni, ho tutto il pomeriggio libero. Vorrei fare un giro per l’ospedale, per tutte le corsie, passare ovunque sia possibile e, se ci sono degli altri bambini, anche se non sono ricoverati qui, esaudire comunque il loro desiderio. Se devono passare la vigilia in ospedale, hanno dei motivi. Vorrei farglieli dimenticare per qualche ora.”
La donna gli strinse l’avambraccio. “Assolutamente sì, ha il mio permesso.” Si girò verso la ragazza che li stava ascoltando. “Matilde! Segna anche questi ordini e se il budget non basta, coprirò col mio conto personale.” Poi si allontanò per salutare i dirigenti dell’ospedale.
“Papà, ammettilo! Tu ci stai prendendo gusto!”
Gli scappò un enorme sorriso. Il Natale è la festa dei bambini. Erano gli adulti a dargli fastidio!

Fu un pomeriggio intenso, carico di abbracci e gioia condivisa, per ogni piano dell’edificio. Terminarono alla comparsa dei primi carrelli caldi con la cena per i pazienti. Il signor Maurizio tornò nei suoi abiti comuni sempre all’interno dello spogliatoio degli infermieri e di nuovo risalì nel suv scuro, ma stavolta erano diretti all’azienda di Matilde, per lasciare giù diverse scatole di materiale utilizzato per l’evento. Sua figlia aveva un po’ troppa fretta, come se dovesse assolutamente incontrare qualcuno in ufficio. Temeva si trattasse ancora di Pier Coso Vattelapesca.
“Poi ti accompagno a casa io papà, va bene?” Era un po’ troppo agitata, lo notò dalla mani che contorceva di continuo.
Anche Seb viaggiava a bordo con loro, pure lui indossava nuovamente i suoi jeans e il giaccone sportivo.
Quando entrarono nell’atrio dell’edificio direzionale, vi trovarono la signora Ginevra e proprio Pier Coso che stavano discutendo di alcune cifre e strategie per il nuovo anno, con alquanta animosità da parte di lui. Lei dimostrava invece insofferenza, sia per i piedi che puntavano all’uscita sia per lo sguardo rivolto ai quadri appesi alle pareti. Fu ben contenta del loro arrivo.
“Matilde, tesoro, finalmente! Possiamo andare? Sono un filino in ritardo…” Pier Coso le mostrava lo schermo del cellulare.
“Si, scusami, portiamo queste su nel mio ufficio e arrivo! Vieni Seb, facciamo presto…” Entrarono in uno degli ascensori, il primo disponibile, con due grossi scatoloni tra le mani e sulle spalle i borsoni con i vestiti di Babbo Natale e degli assistenti.
Nell’attesa il signor Maurizio rimase a chiacchierare con la signora Ginevra, ignorando l’irrequietezza di Pier Coso alle proprie spalle, compresi i suoi mugugni sul terribile ritardo. Purtroppo aveva compreso che gli sarebbe toccato rientrare a casa accompagnato proprio da lui, oltre che dalla figlia.
L’ascensore stava già scendendo, quando un’interruzione improvvisa della corrente elettrica, giusto uno sbalzo di pochi secondi, lo bloccò a mezza strada.
“E adesso che succede?!” esclamò inorridito Pier Coso.
“Oddio… Ho sempre odiato questi ascensori maledetti!” La signora Ginevra corse alla tastiera a fianco delle porte chiuse, premendo il tasto della chiamata, ma senza alcun risultato. Alla fine dovette capitolare e schiacciare la chiamata automatica all’assistenza. Nel frattempo erano accorse le ultime segretarie ancora presenti nell’edificio alla vigilia e un paio di guardiani del servizio notturno.
Pier Coso si mise a urlare tra la fessura delle porte chiuse al pianterreno, sperando che Matilde lo potesse sentire. “Tesoro, tutto bene? A che piano siete incastrati?” Poi si rivolse agli uomini presenti. “Potremmo tentare di aprire vicino alla cabina e vedere se riescono a scendere, saltando…”
“Questo non è un film d’azione… attenderemo i soccorsi, loro sanno come agire” bofonchiò il signor Maurizio.
Pier Coso si attaccò al cellulare, che aveva continuato a squillare senza sosta. Dopo venti minuti, tornò ad urlare alle porte. “Cara, devo proprio andare… chiamami quando sei fuori… ora devo scappare…” Se ne andò, quasi senza salutare, perché ancora incollato al telefonino.
Dalla colonna dell’ascensore provenivano diversi rumori. Il signor Maurizio appoggiò quindi l’orecchio alle porte esterne, così fredde al tatto. La cabina non doveva essere tanto in alto perché riusciva a sentire alcune parole lontane, anche se con voce metallica.
“Stai bene?” Questa era la voce maschile di Seb.
“No… mi manca l’aria…” Matilde in effetti soffriva di claustrofobia, e restare bloccata in una cabina chiusa era tremendo per lei.
“Non ti preoccupare. Vedi lassù? Quella grata copre l’apertura della cabina sul castelletto dell’ascensore, aperto in cima. Non resteremo senza aria.”
“Lo so, ma io mi sento soffocare…” Il tono era sempre più acuto.
“Pensa ad altro. Cosa farai stasera, per la vigilia, quando usciremo da qui? Andrai a cena con Piercarlo?”
“No… accompagnerò mio padre a casa… Piercarlo ha altri impegni, con la sua famiglia… io non sono compresa…”
“Non dovresti farti trattare così. Credo tu meriti di più.”
Con i tecnici della sicurezza giunti sul posto che lavoravano sulla pulsantiera dei comandi, la cabina fece un sobbalzo in giù e poi si fermò di colpo. Lassù si udì chiaramente un urlo di Matilde e poi il suo piagnucolare sommesso. Il signor Maurizio premette ancora di più l’orecchio al metallo, perché anche dietro di lui la signora Ginevra stava imprecando a bassa voce. Sentì di nuovo la voce di Seb.
“Non ti posso vedere così. Oramai è tempo di sistemare le cose…”
Percepì un altro rumore metallico, di chiavi che sbattevano e poi un comando diverso mise in moto la cabina. Lentamente li stava riportando a terra. Uno dei tecnici lì presenti esclamò “Qualcuno ha attivato la seconda linea di servizio. Ma solo la famiglia ha quelle chiavi per azionarla.”
Guardarono tutti la signora Ginevra, interrogandosi su chi poteva essere stato, visto che lei era lì tra loro.
Quando si aprirono finalmente le porte, la donna scattò in avanti. “Matilde! Sebastiano! State bene?!”
Il ragazzo stava sostenendo sua figlia dal fianco, lei camminava a fatica, il trucco sciolto dalle lacrime.
“Sì nonna, tutto bene. Mi spiace, ho dovuto…”
“Non importa, lascia stare, davvero…” La signora Ginevra li abbracciò entrambi.
Matilde trasecolò, sbattendo le palpebre senza sosta. “Nonna? Hai detto Nonna?!”
Sebastiano la sorresse fino al divanetto per i visitatori all’ingresso, dove la fece accomodare.
“Lei è mia nonna, sì. Mi chiamo Sebastiano, non Seb. Era una copertura…”
“Perché non me lo hai detto? Avrei tenuto il segreto!”
“Credimi, sono stato tentato tante volte. Ma cosa cambia davvero? Sono sempre lo stesso…”
“No, non è così… E’… è tutto sbagliato!”
Pochi metri più in là, la signora Ginevra si avvicinò al signor Maurizio e lo prese a braccetto.
“Venga, loro stanno bene. La accompagno io a casa col mio autista. Lasciamoli da soli. Qui siamo di troppo stasera.”

Quel mattino il signor Maurizio si destò al solito orario impostato sulla sveglia del comodino. Si attardò in bagno a sistemare la sua barba come di consueto. Scese dabbasso con la medesima tranquillità di tutti gli altri giorni. Solo che non era un giorno qualsiasi, era la vigilia di Natale.
La casa era immersa in un freddo silenzio, mentre nel quartiere sembravano fervere le attività, con diverse auto che portavano amici e parenti in visita. Come d’abitudine si preparò il caffè con la moka e si tagliò un pezzo della torta di Ines, cucinata proprio il pomeriggio prima. La sua governante non sarebbe passata oggi, perché avrebbe giustamente festeggiato il Natale in famiglia. Accese la televisione e scorse i canali, tra telegiornali, televendite e vecchi film. Si ritrovò davanti la scena finale de Il piccolo Lord, dove un vecchio scorbutico lord inglese diventa una persona buona grazie alla bellezza infantile del proprio nipote. “Buon Natale! Buon Natale a tutti, ovunque voi siate!” gridava di gioia il bambino in piedi sulla seggiola di una grande pranzo natalizio. Il signor Maurizio sbuffò, e non sapeva nemmeno lui perché.
Pensando al pranzo, aprì il frigorifero per verificarne il contenuto. La buona Ines gli aveva lasciato ogni grazia, riempiendo ogni ripiano: diversi antipasti, lasagna da scaldare e brodo pronto per i cappelletti, due tipi di arrosto, il bollito, un paio di contorni, pure il sorbetto. Il dolce era invece appoggiato in bella vista sul bancone della cucina, a scelta tra pandoro, panettone e torroncini. Un pranzo di Natale luculliano, avrebbe potuto sfamare tranquillamente una famiglia di dodici persone.
Dopo aver sorseggiato il suo caffè, si aggirava per le stanze un po’ inquieto. Gli sembrava di essere reduce da una sbronza, in crisi di astinenza. Solo che non era l’alcool a mancargli così tanto. Alzò tutte le serrande lasciando entrare la luce brillante di una giornata gelida. Preso da un raptus, accese le luminarie natalizie sistemate da Seb, pardon, Sebastiano nel suo salotto. Osservò l’enorme albero di Natale accendersi di colori a intermittenza e sotto alla sua base, due pacchetti incartati per lui. Aprì una borsetta di carta rosso lucido chiusa da un nastrino era indirizzata a “Babbo Natale/Papà” e ci trovò berretto e sciarpa di lana rossa, quasi scontato da sua figlia, inorridita dai berretti neri di suo padre. Un altro sacchettone recava un talloncino colorato con sopra “Ingegnere” scritto da Ines e all’interno c’erano un paio di ciabatte nuove, in tartan scozzese blu, e una copertina in pile, per sostituire quella oramai lisa della sua poltrona. Ines glielo diceva sempre che era da buttare e comprarne una nuova, ecco fatto.
Guardò l’orologio sopra il caminetto. “Sarebbe quasi ora…”
Accese di nuovo la televisione, premendo tasti a caso sul telecomando. Dopo pochi minuti di zapping, puff! Era saltata la corrente elettrica.
“E va bene, ho capito! Adesso vado! Inutile stare qui a tergiversare!”
L’energia tornò subito dopo, ma oramai aveva deciso. Matilde lo aveva invitato dopo tutto, no? E allora sarebbe andato. In ospedale sì, al pranzo comunitario organizzato in corsia pediatrica, per i bambini che non possono proprio muoversi da lì nemmeno a Natale. Era stato organizzato dai genitori, qualcosa di speciale, con molte deroghe dei dirigenti ospedalieri, per poter comunque stare insieme con i loro piccoli. Aveva contribuito anche la signora Ginevra e la società ovviamente. Così si vestì elegante, anche se non da Babbo Natale, indossò i nuovi berretto e sciarpa rossi e si incamminò.
L’accoglienza fu strepitosa! I bambini urlarono tutti in coro, i genitori gli fecero un applauso, Matilde si stava strozzando con l’acqua minerale. I piccolini gli si avvicinarono con nuove domande, mentre lui attraversava la sala alla ricerca di un posto a sedere alla tavolata.
“Ma il vestito rosso dov’è?”
“L’ho messo a lavare! Era tutto sporco di fango! Pioveva forte stanotte in Giappone!”
Uno dei papà presenti sollevò una teglia dalla cucina mobile allestita in un angolo. “E’ pronta la lasagna!”
Il signor Maurizio si guardò intorno. “Ma Caterina dov’è? Avete visto Caterina?”
La bimbetta, con le sue alucce nuove, di candide piume svolazzanti, arrivò tutta trafelata dal corridoio.
“Scusa Babbo Natale, sono in ritardo!!” Lo abbracciò stretto e gli si avvicinò all’orecchio, bisbigliando piano. “Mi scappava la grossa, shhhh!!”
Anche Sebastiano, il magazziniere, pardon, il futuro amministratore delegato, lo ringraziò di essere lì con loro. Quasi non lo riconosceva in giacca e cravatta, anche se indossava i jeans e le sneakers di sempre. Lo sorprese poi a fissare estasiato Matilde, radiosa in un lungo abito di lana rosso acceso, le spalle appena scoperte. Assomigliava tanto alla sua cara moglie, aveva un vestito simile. Sacripante, era proprio quello! Lo riconobbe dalla spilla dello scollo. Sembrava più giovane e serena oggi, una ragazzina.
Dopo aver spazzolato tutti insieme il primo piatto a base di lasagna, giunse nella sala anche la signora Ginevra.
Salutò il signor Maurizio e gli sorrise sorniona. “Sapevo che dovevo portarlo con me. Ecco, per lei.”
Dalla borsa estrasse un piccolo pacchetto rettangolare. “Ho chiesto a sua figlia un aiuto” gli svelò.
Lo scartò incuriosito, perché sentiva tra le dita un libro. Era difatti un romanzo storico di un autore straniero che non conosceva.
“E’ da leggere il prossimo mese nel nostro gruppo di lettura. La aspettiamo.”
Stavano ancora chiacchierando, quando entrò Pier Coso, piuttosto scarmigliato nonostante un completo elegante da sera. Rivolse loro solo un cenno, puntando dritto verso Matilde, la quale non sembrava molto felice di vederlo.
“Tesoro…” piagnucolò lui a bassa voce.
“Tesoro un cavolo! Ieri mi hai lasciato lì da sola, chiusa in ascensore! Vattene!” gli ruggì lei di rimando.
“Ma… come…” balbettò lui, cercando di trascinarla per un braccio.
“Lasciami!”
Prima che Sebastiano, sguardo fiammeggiante, gli fosse addosso in un balzo, intervenne prontamente la signora Ginevra.
“Piercarlo, posso presentarti mio nipote, Sebastiano?” Così poté trattenere il ragazzo, la mano già stretta in un pugno.
“Sebastiano?! Ma non lavorava in magazzino?!” Pier Coso era sbiancato all’improvviso, le lenzuola candide dell’ospedale avevano la tintarella di Agosto al confronto.
Il signor Maurizio a stento tratteneva un ghigno di piena soddisfazione.
“Credo che nel prossimo anno, ovvero tra qualche giorno, mio nipote si occuperà della conduzione delle strategie aziendali qui in Italia,” continuò la signora Ginevra. “Mentre abbiamo bisogno di lei Piercarlo sul mercato cinese. Stiamo per aprire nuovi negozi, per esportare il nostro Made in Italy laggiù. E credo che lei sia la figura giusta!”
Pier Coso mosse le labbra un paio di volte, ma alla fine concluse con un “Certamente” sommesso.
Il suo sguardo si scontrò con quello di Sebastiano e capì che non era più molto gradito. “Scusate, ora devo proprio andare…”
La signora Ginevra lo accompagnò fino all’uscita nel corridoio.
“Dica un po’, come ci si sente?” le chiese il signor Maurizio subito dopo.
Lei trasse un lungo sospiro. “Meravigliosamente bene!”
“Così, ci siamo tolti dalle scatole quell’insolente. Beh, questo sì che è un regalo di Natale! Grazie davvero!” continuò lui.
“Oh si figuri! Adesso magari dovremmo lavorare su quell’altra cosuccia laggiù…” Con un cenno della testa indicò i loro due ragazzi. Sebastiano stava servendo una fetta di panettone a Matilde, una mano galantemente posata al suo fianco.
“Affare fatto! In cambio, mi offro già ora come Babbo Natale volontario il prossimo anno!”
Per il brindisi, si ritrovò con la sua piccola Caterina in braccio, il suo angioletto preferito. Sarebbe passato a trovarla, di tanto in tanto, senza vestito rosso, finché era ancora possibile.
Come gli ricordavano quei versi antichi. Di doman non c’è certezza. Chi vuole esser lieto sia.
Oggi, in questo giorno, tutti ancora insieme.

 

(C) 2024 Barbara Businaro

 

Note:
Con questo racconto ho voluto giocare un po’ con le parole, soprattutto con quelle meno utilizzate. Avevo letto a novembre questo articolo sulle 10 parole della lingua italiana che non si usano più di Libreriamo, come sagittabondo, luculliano, smargiasso e il mio preferito sacripante (ancora oggi mi scappa come esclamazione di stizza 😛 ) Me le sono conservate da parte proprio con l’idea di scriverci un racconto, e infatti le troverete seminate nel testo, insieme a qualche altra che mi è venuta spontanea sul momento. Non avevo in mente di usarle proprio per Natale, ma poi con un protagonista come l’Ingegner Maurizio Corvone Mazzanti ci stavano come i canditi e l’uvetta dentro il panettone. O come lo zucchero a velo sopra il pandoro.
Per la verità avevo anche in mente un altro tipo di storia, con dei regali consegnati alle persone sbagliate, ma in qualche modo non si incastrava, mancava quel quid che mi portasse a scrivere con divertimento. Poi ho visto un signore con la barba bianca che si allenava allo specchio a dire di no, perché non voleva saperne di vestirsi da Babbo Natale. E la figlia che per contrasto amava così tanto le feste da volere il “Natale tutti i giorni” (il titolo è arrivato subito).
Stavo poi cercando una canzone di Natale per ispirazione e accompagnamento durante la scrittura, e ne avevo anche trovata una, o così mi sembrava. Ma quel mattacchione di Jimmy Fallon, comico e conduttore televisivo americano che seguo su Facebook, se ne è saltato fuori con questa musichetta, con l’ukulele in sottofondo e un duetto con Justin Timberlake. Il ritornello così semplice, un paio di note che girano, ed eccola là, mi si è piantata in testa e non c’è stato verso! Saltava fuori nei momenti più disparati, dalla coda alla cassa del supermercato alla riunione tediosa che manco mi riguardava. Mentalmente canticchiavo Tell me you’ll be theeeeeereeeee, senza mai passare alla strofa successiva perché non me la ricordavo lì per lì. E così la canzone s’è presa il suo posto e per la verità ci si è incastrata proprio bene, con Matilde che chiede al padre di essere là, per la vigilia di Natale, e forse forse con Seb/Sebastiano che spera invece di poter abbracciare proprio lei sotto il vischio… Ma pure il desiderio della piccola Caterina, di poter rivedere Babbo Natale anche lassù, tra gli angioletti. Era tutto lì il racconto, in quell’incontro dolce e amaro in ascensore, mi ha spezzato il cuore scriverlo.
Chi vuole esser lieto sia, di doman non c’è certezza. Per quest’anno, Buon Natale a tutti voi! 🙂

 

 

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Comments (12)

Brunilde

Dic 25, 2024 at 9:50 AM Reply

Non è Natale senza la tua storia che mi sono gustata con calma , prima insieme al caffè e poi piu comodamente passando al divano. Grazie per questo regalo, per questo racconto dolce che sa di buono, come certe torte fatte in casa.
A te e a tutti i webnauti auguri di un felice Natale!

Barbara Businaro

Dic 26, 2024 at 4:20 PM Reply

A parte la mia beta reader (è proprio sua la battuta “Natale tutti i giorni… uno ogni 25 anni a me starebbe benissimo…” inserita come cameo 😉 ), sei stata la primissima a leggere e commentare. Sono contenta ti sia piaciuto e ti abbia fatto compagnia la mattina di Natale, come se fossi lì con te a raccontarti la storia.
Non posso più cucinare tanto (se cucino, mangio e se mangio, tocca correre ancora di più! 😛 ), però mi impegno nei racconti. Almeno questi sono a calorie zero!
Spero sia stato un Felice Natale e che festività proseguano altrettanto bene!

Marina

Dic 26, 2024 at 11:12 AM Reply

Bello, un racconto dall’odore proprio natalizio!
Il Natale è un momento dell’ anno speciale, lo è (o dovrebbe esserlo) per tutti, ma per i bambini ancora si più: quelli fortunati… e quelli meno.
Mio nonno aveva le fattezze di Babbo Natale, però non aveva la barbona. Con una barba finta era proprio lui: lo adoravo!
Insomma, mi hai fatto trascorrere un piacevolissimo quarto d’ora in treno, mentre sono in viaggio di ritorno a Roma, dopo il mio di Natale, in famiglia.
Auguri, auguri!

Barbara Businaro

Dic 26, 2024 at 4:31 PM Reply

Auguri a te Marina! Che le festività adesso continuino al meglio in quel di Roma dunque!
Il Natale era per me un momento specialissimo dell’anno, che a dicembre mi trasformavo come Will Ferrell nel film Elf. Poi però ci si sono impegnati parecchio in quella che era la mia famiglia a rovinare tutto, per cui ora vedo solo l’ipocrisia negli occhi di alcune persone. Il Natale è dei bambini perché loro ancora non conoscono e non indossano le maschere della vita. Così il racconto che scrivo per Natale mi aiuta a recuperare parte del mio vecchio spirito natalizio. Sopravvive, nonostante tutto, grazie alle belle amicizie. Che i parenti ti toccano, gli amici invece te li scegli (o loro scelgono te). 🙂

Giulia Mancini

Dic 26, 2024 at 10:19 PM Reply

Molto dolce e piacevole questo racconto natalizio, mi è pure scappata la lacrimuccia sulla piccola Caterina, vorrei sperare che guarisca, magari grazie al babbo natale che ha cambiato idea (non si può avere una perfetta barba bianca e non impersonare babbo Natale) soprattutto se ha una figlia che adora così tanto questo giorno.
Buon proseguimento delle festività cara Barbara.

Barbara Businaro

Dic 28, 2024 at 2:17 PM Reply

Eh lo so, Caterina è un colpo al cuore, la sincerità estrema dei bambini. Sperare una guarigione non è mai sbagliato, chi lo sa!
Un racconto fotografa solo un momento e il resto è lasciato all’immaginazione del lettore.
Per il resto, avevo questo signore burbero, lo vedevo proprio di fronte allo specchio, una barba perfetta (forse come quello del film Miracolo nella 34a strada, ma là è proprio Babbo Natale in persona!) Degli altri personaggi, ho una vaga idea della loro fisionomia, qualche dettaglio, come gli occhi ipnotici di Seb/Sebastiano, o il saltellare entusiasta di Matilde. Pier Coso è ispirato a un persona vera, ma con parecchia esagerazione. Invece la signora Ginevra da subito ha assunto l’aspetto dell’attrice Judi Dench, col taglio corto e i capelli bianchi del periodo in cui recitava in 007, come il boss di James Bond. 🙂
Buone festività anche a te, che il Capodanno incombe!

Sandra

Dic 29, 2024 at 2:43 PM Reply

Come canta qualcuno, o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai.
Ma è difficile trasformare il Natale in una festa quotidiana.
Una bella storia con diversi personaggi simpatici, mentre essere bloccata in ascensore, mi è successo da piccola, rimane una mia paura, ma non forte come per alcune persone che proprio l’ascensore non lo usano.
A Natale possiamo credere che Babbo Natale vada ovunque anche in cielo.
Brava!

Barbara Businaro

Dic 29, 2024 at 10:06 PM Reply

A pensarci bene, non credo che Matilde intendesse davvero Natale tutti i giorni, forse la vigilia tutti i giorni, la gioia e l’allegria dell’attesa.
Ammetto che non mi piace molto l’ascensore, ma nella torre dove lavoro c’è un sistema di sicurezza, proprio quella seconda linea, che riporta la cabina a terra molto lentamente. Altre volte, specie quando la cabina è stretta e le scale sono poche, preferisco le scale. Tutto allenamento! 😛
Grazie Sandra!

Daniela Bino

Gen 02, 2025 at 11:09 AM Reply

Non ho lasciato alcun commento alla prima lettura, e così dopo averlo letto una seconda e una terza, perché l’armonia del Natale, con le sorprese belle, quelle che ci saremmo meritati, doveva farsi strada nel mio cuore. Tante cose da perdonare e perdonarsi, per lasciar posto alla magia del Natale, che si doveva infondere come una flebo diretta al cuore. Ora sono pronta: Barbara, sono commossa e, nello stesso tempo, appagata. Non c’è Festività senza uno dei tuoi racconti che ci conduca per mano nello spirito del Natale. La figura di Caterina, la bimba – angioletto, mi tocca il cuore da vicino: ricordo quando Federico venne operato per due ernie inguinali. Quanti bimbi ricoverati per mali ben peggiori e quanti genitori alla ricerca di speranza! Non lo dimenticherò mai perché Lassù conosco due angioletti meravigliosi. Serve tutto e ci perdiamo nella futilità del niente. Lorenzo de’ Medici aveva ragione: “Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.”.
Ma torniamo al tuo racconto. Mi resta solo un dubbio: chissà cosa aveva spinto Matilde a provare qualcosa per Piercoso?! E, a pensarci bene, ne avrei un altro: La signora Ginevra si innamorerà di questo Babbo Natale, con la scusa della lettura del libro del mese? Attendo sviluppi (a proposito della mancanza di certezza del domani).

Barbara Businaro

Gen 02, 2025 at 4:26 PM Reply

Cosa avrà spinto Matilde a provare qualcosa per Pier Coso? L’illusione, temo, di essere ammirata da un uomo così importante, dunque sentirsi importante lei stessa. Magari anche un eccesso di lusinghe, l’ha abbindolata con l’euforia dei complimenti e lei non è stata in grado di vederne la falsità.
La signora Ginevra si innamorerà di questo Babbo Natale, ovvero del signor Maurizio? Chi lo sa. Ma non potrebbe esserci una solida amicizia, frutto di stima reciproca, che riempie il cuore molto più dell’amore perduto? In realtà, nulla ho scritto sullo stato civile della signora Ginevra, ma per essere lei sola a capo dell’intera azienda di famiglia, viene da sé considerarla vedova, dunque libera di innamorarsi di nuovo.
Però sai, “di doman non c’è certezza” ed è per questo che lascio ai lettori il compito di immaginarselo, così come lo vorrebbero loro.
Se per te la signora Ginevra conquista il cuore dell’Ingegnere, allora sarà certamente così. 😉

paola sposito

Gen 13, 2025 at 1:15 PM Reply

Ciao Barbara. Che dire di questo nuovo racconto? Per una che tutto l’anno aspetta che arrivi Natale e tiene albero e presepe con le luci intermittenti fino alla fine di Gennaio, questo racconto è una vera delizia: dopo la frase “Tutti in pigiamino e tutti urlanti di gioia incontenibile. “Babbo Natale! Babbo Natale!” ho immaginato i piccoli pazienti dell’ospedale e i loro genitori che applaudivano e d’istinto l’ho fatto anche io!! Belli tutti i personaggi soprattutto il protagonista, l’ingegnere Maurizio, indurito da una vita privata anzitempo dell’amore della sua vita, che si lascia commuovere dalla tragica realtà della malattia di una bambina. Un burbero ma molto simpatico, me lo sono immaginato. E poi Matilde che ha fatto del suo amore per il Natale un lavoro. Che grande fortuna. Grazie Barbara per averci regalato ancora una volta una favola natalizia veramente magica.

Barbara Businaro

Gen 14, 2025 at 5:06 PM Reply

Che cosa curiosa quando i lettori trovano una chiave a cui non avevi nemmeno pensato in fase di scrittura! 🙂
Non so dire se l’ingegnere Maurizio sia così burbero e antipatico perché ha perso la moglie troppo presto o se magari sia nel suo carattere, sia sempre stato così e magari la moglie invece ammorbidiva i suoi spigoli. Non mi ci sono focalizzata in effetti, mentre ero assorta sul tempo presente della storia. Però mi piace molto l’idea. Spiegherebbe perché in fondo in fondo, ma molto in fondo, ha un cuore tenerissimo.
Sono contenta che il racconto ti sia piaciuto!

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