Frankenstein di Mary Shelley

Frankenstein
Ovvero quando il cinema rovina i classici

Sono arrabbiata con Hollywood.
Per anni ho odiato questo libro, Frankenstein di Mary Shelley, uno dei cento classici da leggere nella vita, per l’idea che il cinema in numerosi trasposizioni me ne aveva dato fin da bambina. Tutte pressoché sbagliate, a cominciare dal suo mostro.
Vistose cicatrici che più che un ago di sutura sembravano aver usato la sparachiodi, grossi bulloni sul collo (per appenderlo?), lo sguardo vitreo non tanto dell’assassino quanto di chi combatte da giorni un terribile mal di denti e la camminata incerta da zombie, probabilmente dovuta ad enormi scarpe piombate. Inguardabile sì, perché pure un carpentiere avrebbe fatto un lavoro migliore, altro che scienziato pazzo preso dalla foga della creazione.
Ed un mostro, in quanto tale, dev’essere cattivo, cinico, spietato. Da questo punto di vista avrebbe anche tutto il mio appoggio: ti concedono una seconda vita, ti assemblano come un prodotto dell’Ikea e ti risvegli ancora più brutto di quel che ricordavi, con una forza sovrumana, ma senza alcuna possibilità di compagnia femminile perché chiunque, compreso lo stesso uomo che ti ha creato, ti considera orribile. Saremmo tutti imbestialiti folli.
Ma è davvero l’estetica a renderlo così vendicativo?

Poi l’ambientazione nelle varie pellicole, con il laboratorio in questo tetro castello isolato che spicca tra il folto bosco (non si saran confusi con Dracula?) con un’unica altissima torre esposta alle intemperie, per la necessità di deviare i fulmini, l’unica fonte simile alla scintilla della vita. Ecco dunque che i bulloni servivano da conduttore della scintilla nel corpo ancora inanimato. Nella versione nel 1994 di Kenneth Branag tutto accade invece in una soffitta, come prevede lo stesso romanzo in effetti, ma dove all’elettricità si aggiunge un miracoloso fluido vitale, che ricorda sia il liquido amniotico che protegge il feto in gravidanza ma anche la zuppa primordiale in cui ebbe origine tutta la vita dell’Universo, immediatamente dopo il Big Bang.

Tutto questo nel libro non c’è.
Nulla si dice di particolare sul procedimento della creazione, se non il reperimento dei pezzi per le parti del corpo, di ambigua provenienza, e l’utilizzo di strumentazione chimica (non elettrica!). Non c’è il castello, non c’è la torre, non ci sono nemmeno i fulmini, nemmeno la pioggia, ma una piccola stanza adibita a laboratorio, all’ultimo piano di una palazzo in piena città.
Non c’è neppure il mostro a dire il vero. Perché tale non l’ho sentito, nemmeno per un attimo durante la lettura. E il bello è che negli anni i vari registi si sono messi tutti d’accordo a rispettare questi “canoni” cinematografici.
Ma che diavolo di romanzo hanno letto i signori del cinema?

E per colpa loro, io non volevo leggere questo libro. Me ne sono sempre ben tenuta lontano.
Finché quest’estate non mi è giunta voce di un concorso letterario di rilievo organizzato proprio in provincia di Padova.
Perché Mary Shelley soggiornò proprio nella cittadina di Este, tra l’estate e l’autunno del 1818, ospite anche dell’amico Byron in quella che oggi è Villa Kunkler, ma che tutti chiamano appunto “Villa Byron”.
Ed era proprio qui, ai piedi dei Colli Euganei, che dopo un’iniziale stroncatura da parte della critica, Mary Shelley ricevette l’elogio del celebre scrittore Walter Scott, noto per il suo Ivanhoe. E scozzese. 😉
Potevo ancora ignorare questo testo?

 

Frankenstein, un romanzo scritto per gioco

Frankenstein, questo romanzo il cui mostro senza nome viene comunemente battezzato con quello del suo creatore, è stato scritto per gioco in un momento di noia, una sfida tra amici che non sapevano come passare il tempo costretti al chiuso dalla pioggia. E senza l’abbonamento a Netflix. 😀
L’edizione che ho acquistato, Frankenstein Ediz. integrale con traduzione di Paolo Bussagli e introduzione di Riccardo Reim, nella collana MiniMammut della Newton Compton (perché ho scelto questa? per la copertina, dove invece della solita foto della creatura hollywoodiana c’è un bellissimo disegno che ricorda il maggiordomo Lurch della famiglia Addams, non del tutto ispirato al mostro del libro), comprende l’introduzione originale dell’autrice datata 15 ottobre 1831. Ed è questa che mi ha subito incantato, facendomene innamorare.
Ho trovato di avere qualcosa in comune con Mary Shelley, nonostante la distanza temporale che ci separa:

“Da fanciulla scrivevo, e il mio passatempo preferito durante le ore di ricreazione era «scrivere storie». Inoltre avevo un piacere più gradito di questo, cioè la costruzione di castelli in aria – l’abbandonarmi a sogni a occhi aperti – il seguire lo svolgersi dei pensieri, che avevano per oggetto la formazione di una serie di avvenimenti di fantasia. I miei sogni erano più fantastici e più piacevoli dei miei scritti. In questi ultimi ero in pratica un’imitatrice – facevo quello che altri avevano fatto, piuttosto che buttar giù i suggerimenti della mia stessa anima. Ciò che io scrivevo era rivolto almeno a un’altra persona – il compagno e l’amico della fanciullezza; i miei sogni invece erano tutti per me; non li raccontavo a nessuno; erano il mio rifugio quando mi annoiavo – il mio piacere più caro quando non avevo da fare.”

E poi qualcos’altro ancora, per lei assoluta realtà, per me ancora sogno: la Scozia.

“Da ragazza sono vissuta soprattutto in campagna e ho passato molto tempo in Scozia. Ho fatto delle visite occasionali ai luoghi più pittoreschi, ma la mia residenza abituale era sulle rive settentrionali desolate e tristi del Tay, vicino a Dundee. Retrospettivamente, le chiamo desolate e tristi; per me allora non erano così. Erano l’eremo della libertà e i luoghi piacevoli dove, spensierata, potevo vivere in comunione con le creature della mia fantasia. Scrivevo, allora, ma in uno stile tra i più banali. Era sotto gli alberi del terreno di casa nostra e sulle nude pendici delle brulle montagne intorno che nascevano e crescevano le mie composizioni vere, i voli aerei della mia fantasia. Non facevo di me stessa l’eroina delle mie storie. La mia vita mi sembrava troppo piena di luoghi comuni. Non potevo immaginare che disavventure romantiche o eventi meravigliosi sarebbero stati mai il mio destino; ma non ero costretta alla mia stessa identità, e potevo riempire le ore con creazioni molto più interessanti per me, delle mie stesse sensazioni, a quell’età.”

E poi la genesi di Frankenstein, la difficoltà di trovare una trama, parole in cui ci ritroviamo sicuramente in molti:

“Nell’estate del 1816 visitammo la Svizzera e divenimmo vicini di casa di Lord Byron. Da prima passavamo le nostre ore liete sul lago, o a passeggiare sulle rive; […] Ma l’estate fu umida e sgradevole, e una pioggia incessante ci confinava spesso a casa, per giorni. […]«Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi», disse Lord Byron, e la sua proposta fu accettata. Eravamo quattro. Il celebre autore iniziò un racconto, del quale pubblicò un frammento alla fine del suo poema. Shelley, più portato a dar corpo alle idee e ai sentimenti nel fulgore di immagini luminose e nella musica del verso più melodioso che adorna la nostra lingua piuttosto che a inventare la struttura di una storia, ne iniziò una fondata sulle esperienze dei suoi primi anni. Il povero Polidori ebbe qualche idea terribile su una donna con la testa di teschio che era stata così punita per aver spiato dal buco di una serratura – per veder cosa non ricordo: naturalmente qualcosa di molto immorale e sconveniente; ma quando l’ebbe ridotta in uno stato peggiore di quello del celebre Tom di Coventry, non seppe più che fare di lei e fu costretto a spedirla alla tomba dei Capuleti, l’unico luogo che le si confaceva. Anche i celebri poeti, infastiditi dalla banalità della prosa, abbandonarono presto quel compito, per loro sgradito.”

Tutti scrivono, tranne lei. Considerate che era davvero giovanissima, sedici anni, per quei tempi abbastanza adulta per un matrimonio, ma con poca esperienza di scrittura creativa, a parte i suoi castelli in aria. E si trovava a gareggiare con due poeti brillanti, il suo stesso marito P.B.Shelley e Lord Byron che li ospitava, non ultimo il suo segretario personale William Polidori.

“Io mi dedicai a pensare a una storia – una storia in grado di rivaleggiare con quelle che ci avevano spinti a questa impresa. Una storia che parlasse alle misteriose paure del nostro animo e che risvegliasse dei brividi di orrore – che rendesse il lettore timoroso di guardare dietro di sé, che gelasse il sangue e accelerasse i battiti del cuore. Se non avessi ottenuto tutto questo, la mia storia di fantasmi sarebbe stata indegna del suo nome. Pensavo, meditavo, ma inutilmente. Sentivo quella vuota incapacità di invenzione che è la più grande infelicità dello scrittore, quando il monotono Niente risponde alle nostre inquiete invocazioni. Ogni mattina mi sentivo chiedere «Hai pensato a una storia?», e ogni mattina ero costretta a rispondere con un mortificante «no».”

Alzi la mano chi almeno una volta (solo una?) si è ritrovato nelle stesse condizioni.

“Ogni cosa deve avere un inizio, per parlare al modo di Sancho Panza; e quell’inizio deve essere fondato su qualcosa che è già iniziato; gli Indù pongono il mondo sopra un elefante, ma quell’elefante lo pongono su di una tartaruga. Si deve ammettere con umiltà che l’invenzione non è una creazione dal nulla, bensì dal caos; in primo luogo ci deve essere del materiale a disposizione; l’invenzione può dare una forma a sostanze oscure e indefinite, ma non può creare dal nulla la sostanza stessa. In tutte le questioni di scoperte e invenzioni, anche in quelle che concernono la fantasia, siamo continuamente richiamati alla storia di Colombo e del suo uovo. L’invenzione consiste nell’abilità di cogliere al volo le possibilità di un soggetto e nella capacità di modellare e foggiare le idee da esso suggerite.”

Come le venne l’idea? Semplicemente ascoltando gli altri, di scienza e filosofia, degli argomenti del suo tempo presumibilmente, e lasciando galoppare la fantasia, nonché le proprie stesse paure.

“Ci furono numerose, lunghe conversazioni tra Lord Byron e Shelley delle quali io fui un’ascoltatrice devota ma quasi silenziosa. In una di queste si discussero molte dottrine filosofiche, e fra le altre la natura del principio della vita, e se ci fosse qualche possibilità che esso venisse mai scoperto e comunicato. Parlarono degli esperimenti del dottor Darwin (non dico di ciò che il dottore ha fatto realmente o ha detto di aver fatto, ma, con più rilevanza ai miei scopi, di ciò che allora si diceva che avesse fatto), che aveva conservato un pezzetto di verme in un contenitore di vetro fino a quando, per qualche straordinaria ragione, iniziò a muoversi di moto volontario. Non in questo modo, per altro, si poteva dare la vita. Forse un cadavere poteva essere rianimato; il galvanismo aveva dato adito a tali possibilità: forse si sarebbero potute produrre le parti componenti di una creatura, metterle insieme e dotarle di calore vitale.
Su questo discorso trascorremmo l’intera nottata, e anche l’ora delle streghe era passata prima che ci ritirassimo a riposare. Quando misi la testa sul cuscino non mi addormentai, né posso dire di essermi messa a pensare. La mia immaginazione, spontaneamente, prese possesso di me e iniziò a guidarmi, donandomi, una dopo l’altra, le immagini che si levavano nella mia mente con una vivacità molto al di là degli usuali limiti delle fantasticherie.[…] L’idea mi pervadeva la mente al punto che un brivido di paura mi attraversava e desideravo sostituire l’immagine orrenda della mia fantasia con le realtà che avevo intorno. […] L’idea mi balenò in mente lesta e gradita come la luce. «Ho trovato! Quello che ha terrificato me terrificherà gli altri; basta che descriva lo spettro che ha ossessionato il mio capezzale a mezzanotte». Il giorno seguente annunciai che avevo pensato a una storia. Iniziai quel giorno con le parole «Era una cupa notte di novembre», limitandomi a trascrivere i sinistri terrori del mio sogno a occhi aperti.”

Fu così che Frankenstein e il suo mostro presero davvero vita.
E come ha ben sottolineato Riccardo Reim nella sua introduzione, pur essendo giovanissima e inesperta, Mary Shelley sarà l’unica a terminare il progetto nato da questa curiosa sfida, solo il suo racconto diventerà infine un romanzo. E che romanzo!

Frankenstein, una trama traballante?

Poco prima di me, anche Darius Tred si è cimentato nella stessa lettura ed ha ammesso di averla terminata con grande fatica. Oltre ad uno stile prolisso e ripetitivo, ai dialoghi arzigogolati e ampollosi, considera la trama del romanzo piuttosto debole, con delle scene dove la logica zoppica alquanto. Anche il finale, parzialmente sospeso, non l’ha del tutto convinto.
Trovate le sue considerazioni nel suo Retro Blog: La trama debole di Mary

Col senno dell’ultima pagina, devo dargliene atto: la storia è traballante in alcuni punti.
Nessuno si accorge del temperamento maniaco-depressivo di Viktor Frankenstein durante la sua giovinezza? Se lasciato solo a pensare, il suo umore diventa cupo e si lascia ossessionare dalla scienza e dalla filosofia. Solo la presenza della sorella adottiva Elizabeth Lavenza, il suo carattere amorevole e la gaiezza dei suoi modi lo riportano alla realtà del presente.
Nessuno della famiglia va poi a curiosare sui suoi mesi di studio all’università e i risultati di tanta attività, se non dopo più di un anno lontano da casa, dimenticandosi pure di scrivere per dare proprie notizie? Conoscendo anche il suo temperamento, e trovandolo già una volta in condizioni di salute pessime, lo lasciano continuare a quel modo?

Lo stesso Viktor, in mezzo alla follia della creazione, non si accorge che il risultato si avvia ad essere brutto, orribile, deforme, inguardabile? In effetti, la stessa follia potrebbe averlo reso cieco di fronte al proprio lavoro. Non mangiare e non dormire per più giorni di seguito sicuramente indebolisce i sensi, prima tra tutti la vista.
E dopo averlo visto così terribilmente brutto, certamente destinato alla solitudine e – conseguenza? – alla malvagità, non ha preparato nessun secondo piano di difesa, una pistola o un fendente lì pronti all’uso?
Semplicemente fugge, senza preoccuparsi di cosa sia e cosa farà quella cosa. Scappa dalla propria stessa responsabilità.
Non se ne preoccupa minimamente, finge addirittura che non esista, spera che sia morto – di nuovo – in qualche modo casuale, finché non c’è la prima vittima, ed è chiaro chi sia il colpevole.

Anche sul personaggio del mostro ci sono alcune caratteristiche che interferiscono con la sospensione dell’incredulità del lettore: una mente ingenua, completamente vuota, con le stesse abilità cognitive di un neonato, che riesce a imparare a parlare e poi a leggere da sola, in pochi mesi, solo osservando da una capanna diroccata i suoi vicini di casa, attraverso le fessure del legno.
Una mente lasciata all’istruzione delle avversità, che purtroppo diventa malvagia per la solitudine (o la solitudine è solo una scusa della natura malvagia?) Posso accettare che il mostro abbia una forza sovrumana, che possa fuggire velocemente ai suoi inseguitori, che riesca a vivere nel freddo dei ghiacci senza temere le basse temperature. Ma mi riesce difficile convincermi del suo veloce autoapprendimento.

E in quanto al finale improbabile segnalato da Darius [spoiler!], sulla pira funebre difficile da accendere al Polo Nord, il mostro aveva già intenzione di immolarsi col suo creatore, aveva rubato una muta di cani e una slitta, nonché le provviste per attraversare le lande desolate. A parte che la stessa slitta è costruita in legno, probabile avesse già con sé la legna da ardere e la pietra focaia per accenderla. Non era del tutto impossibile, ma certo l’ambientazione tra i ghiacci estremi rende questa soluzione dubbia, quanto meno contrastante.

Eppure…

Nonostante tutti gli errori, le sviste, le incomprensioni, Frankenstein mi è piaciuto molto, fino all’ultima virgola.
Lo stile è quello dell’epoca, che io adoro. Anche quando sono ripetitivi, sono incredibilmente poetici. In confronto mi sembra che oggi siamo troppo “sbrigativi”, immediati, scarni. Ci siamo adeguati ai tempi, quelli dei lettori in fondo.
Ho apprezzato sia la forma epistolare del romanzo che la narrazione indiretta, a ben tre livelli di profondità: il capitano Robert Walton, avventuratosi nei mari del Nord, scrive delle lettere alla sorella Margaret; in queste lettere spiega l’incontro con il giovane Viktor Frankenstein e riporta il racconto di quest’ultimo sulle sue tristi vicende, dalla creazione all’inseguimento del mostro; lo stesso Viktor nella sua lunga esposizione riporta il dialogo con il mostro di qualche tempo prima, ivi compresa la sua relazione sui suoi primi mesi di vita nascosto in un capanno. Una prova di scrittura notevole per un testo d’esordio.
Soprattutto in tutto questo non c’era il mostro. Forse perché nelle nostra epoca siamo oramai avvezzi a ben altro tipo di letteratura horror, nelle pagine ho trovato la drammaticità, il peccato della creazione, la colpa, la vendetta, la solitudine, la rabbia.
Se proprio vogliamo cercare un mostro, è colui che vuole vincere la morte sovrapponendosi a Dio nel dare la vita.

Frankenstein storpiato dal cinema

Le sue membra erano proporzionate, e avevo selezionato le sue fattezze in modo che risultassero belle. Belle! Gran Dio! La sua pelle giallastra a mala pena ricopriva il lavorio sottostante dei muscoli e delle arterie; i suoi capelli erano folti, di un nero lucido e i suoi denti di un bianco perlaceo; ma questi caratteri rigogliosi non facevano che contrastare in modo più orrendo con i suoi occhi umidi che sembravano quasi dello stesso colore bianco sporco delle orbite su cui poggiavano, con la sua pelle raggrinzita e con le sue labbra nere e dritte.
I vari eventi della vita non sono incostanti come i sentimenti della natura umana.
Avevo lavorato duro per quasi due anni, con il solo fine di infondere la vita in un corpo inanimato. Per questo mi ero privato della salute e del riposo. Lo avevo desiderato con un ardore che andava al di là di ogni moderazione; ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno scompariva, e un orrore e un disgusto affannoso mi riempivano il cuore. […] Alzò la cortina del letto e i suoi occhi, se occhi si possono chiamare, si fissarono su di me. Dischiuse le mascelle ed emise qualche suono inarticolato, mentre un sorriso gli corrugò le guance. […] Oh! Nessun mortale avrebbe sopportato l’orrore di quello sguardo.
Una mummia riportata in vita non potrebbe essere così orrenda come quell’infelice.
Lo avevo osservato quando ancora non era finito; era deforme, già allora, ma quando quei muscoli e quelle giunture divennero capaci di muoversi, divenne una cosa che neppure Dante avrebbe potuto concepire.
Frankenstein, Mary Shelley

Questa è la descrizione di Mary Shelley sul mostro creato da Viktor Frankenstein. Poco più avanti c’è qualche altro accenno ai suoi occhi come di colore giallo, ma null’altro di più. Viene descritto come orribile, gli uomini gridano di terrore alla sua vista, ma non ci sono ulteriori particolari.
Perché mai dunque Hollywood l’ha camuffato a quel modo, testa squadrata, bulloni sul collo, cicatrici marcate, rendendolo sì brutto, ma senza rispettare l’essenza del romanzo? Ho raccolto le immagini dei mostri nelle diverse trasposizioni cinematografiche: a partire dalla prima interpretazione di Boris Karloff del 1931 non ci sono state sostanziali differenze.
Quella che ricordavo maggiormente, Robert De Niro nel film di Kenneth Branagh, non assomiglia per nulla all’idea che traspare dalla lettura. Forse l’ultimo, Rory Kinnear in Penny Dreadful, ci si avvicina maggiormente come estetica.

Tutti i mostri Frankenstein al cinema

E in tutte le versioni che ricordo (non le ho viste tutte e alcune non sono facilmente recuperabili), sempre poco spazio è stato dato alla psicologia proprio del mostro. Nel romanzo si sente vivida la sua solitudine, la sua richiesta di amore e accettazione, è diverso ma non per sua colpa. Si arriva quasi a parteggiare per lui, tanto che la richiesta al suo creatore di fornirgli una compagna per la vita sembra più che giustificata. Solo di fronte al rifiuto di Viktor, il mostro diventerà veramente tale.
E’ un peccato che al cinema l’introspezione del personaggio sia dimenticata di fronte alla facilità di incassi con un film horror.

Ma tanto il mio Frankenstein preferito resta sempre l’inossidabile versione comica di Mel Brooks.

 

Che fine ha fatto Frankenstein?
Un concorso letterario per ritrovarlo

Come dicevo all’inizio, questa lettura era dovuta dopo la segnalazione di un interessante concorso letterario, indetto dall’Associazione Culturale Villa Dolfin Boldù in collaborazione con la Biblioteca Civica della città di Este, dove appunto soggiornò per qualche mese proprio la scrittrice Mary Shelley.
Nel romanzo Frankenstein, il mostro si dilegua tra i ghiacci nordici, promettendo di porre fine ai suoi giorni insieme al proprio creatore. Ma nessuno può testimoniare che ciò sia realmente accaduto. Dunque un finale aperto, che diventa stimolante per la fantasia letteraria dei partecipanti, a cui è richiesto un inedito seguito della storia.

Il concorso è aperto a tutti coloro che abbiano compiuto almeno 18 anni, possono presentare una sola opera di narrativa completamente inedita, né pubblicata né diffusa in rete. Ciascun autore dovrà inviare la propria opera entro e non oltre la data del 15 ottobre 2019, con una lunghezza massima di 3 cartelle (per cartella s’intende: foglio A4, 60 battute per riga, 30 righe per pagina, quindi massimo 5.400 battute). Non è richiesta alcuna quota di partecipazione, ma ci sono dei succosi premi in palio per i primi tre classificati: buoni per acquisto libri (vuoi mettere?), con un primo premio di ben 600 euro.

Qui trovate tutte le informazioni, tra cui il bando di concorso e la scheda di partecipazione: Che fine ha fatto Frankenstein?

Non so se sarò tra gli autori in gara, mi riesce difficile pensare ad un sequel, soprattutto ambientato ai nostri giorni.
Eppure mi chiedo… se Frankenstein fosse davvero tra noi, giovane immortale nascosto dalle meraviglie del makeup moderno, come si comporterebbe?! 😉

Che fine ha fatto Frankenstein? Concorso letterario a Este

Comments (34)

Elena

Set 08, 2019 at 8:41 AM

Una riflessione molto stimolante Barbara. Ho sorriso nel leggere il titolo perché questo romanzo d’esordio lo regalai a Natale a mio nipote, con molti di voi a dirmi che avevo fatto una scelta coraggiosa e altri vana. Hanno vinto i secondi, ma non me ne pento. Il senso di questo romanzo è il rapporto con la diversità, con il monstruum che è in ciascuno di noi
Non mi stupisce affatto sia stato scritto da un adolescente (io sapevo che avesse 19 anni quando lo ha scritto e non conoscevo la storia della sfida di lord Byron) figlia di una filosofia che ha passato la vita a stimolare, correggere, supportare suo marito, Percy Bysshe. E in questo senso giustifico la trasposizione cinematografica perché in qualche modo è frutto degli stimoli che una narrazione talvolta claudicante è capace di offrire. Lo definiscono romanzo gotico ma è un errore. È proprio la radice filosofica e umana, la ricerca della conoscenza del sé e del mondo che ci circonda, la separazione netta tra bene e male il suo valore più profondo . Un romanzo di formazione a tutto tondo. Ecco la sua forza. Spero proprio che mio nipote lo legga al più presto

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:11 PM

Sull’anno della scrittura ho trovato notizie discordanti. Mary Shelley è fuggita di casa con Percy Bysshe Shelley, già sposato e con una figlia, all’età di sedici anni e viaggiarono per l’Europa, compreso il soggiorno a Ginevra e poi in Italia. E’ vero che poi nella sua introduzione lei data la scrittura nell’estate del 1816, quando aveva diciottanni compiuti, di lì a poco diciannove (era nata in agosto). E infine il romanzo fu pubblicato nel 1818. Quindi diciamo che è stato scritto dai sedici ai diciannove, in ogni caso molto giovane.
Spero anch’io che tuo nipote lo legga al più presto, perché è decisamente migliore di come lo descrivono. Non lo ritengo affatto un romanzo gotico, e come ho scritto, nemmeno un romanzo horror. Forse ai suoi tempi queste definizioni avevano un senso, rapportate ad altri testi in voga, ma oggi siamo abituati a ben altro!

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Giulia Mancini

Set 08, 2019 at 10:47 AM

La solitudine del mostro, in fondo tutto quello che cercava era solo amore. Non mi ricordo quale versione cinematografica ho visto, sicuramente quella dove c’è la scena dell’eremita cieco e che, proprio perché non lo vede, gli offre un momento di calore umano. Si diventa cattivi perché manca l’amore, probabilmente è così, perfino i serial killer (quelli della realtà) hanno avuto delle gravi mancanze d’amore nella prima infanzia che è poi sfociata in violenza. I film sul nostro povero mostro mi hanno sempre dato una grande tristezza proprio per la sua grande solitudine.
La tua bella e approfondita analisi mi ha fatto venir voglia di leggere il libro (che donna Mary Shelly , l’unica a terminare il romanzo, a soli sedici anni!)
Il concorso è interessante, potrebbe essere l’occasione per dare un lieto fine alla storia del mostro…peccato che non abbia il tempo di farlo

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Giulia Mancini

Set 08, 2019 at 10:55 AM

Precisazione d’obbligo
L’eremita cieco era la versione comica di Mel Brooks (fantastica) ma la versione “seria” che ho visto (oltre a quella comica che penso abbiamo visto tutti) penso fosse con una bambina cieca…

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:12 PM

Forse quella con la bambina cieca era la versione di Kenneth Branagh, ma dovrei rivederlo, lo ricordo a tratti.
Su Frankenstein Junior no, ti posso assicurare che ci sono delle persone scriteriate che non lo conoscono! Un mio collega per esempio, che prendiamo sempre in giro proprio per questo! Quando gli diciamo “rimetti a posto la candela” (in genere quando durante i test qualcosa non funziona), lui non capisce la battuta! 😀 😀 😀

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:12 PM

Questo è davvero un romanzo che andrebbe letto, tra i cento migliori mai scritti, pur con tutti i suoi difetti.
E sul concorso, pensaci su. Sono solo 3 cartelle alla fine. Il più è trovare l’idea giusta! 🙂

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Stefano Franzato

Set 08, 2019 at 10:58 AM

Qualche volta mi chiedo, quando penso alla scena madre del fulmine che rianima la salma ricomposta dal volonteroso Viktor: “ma con fulmini di tal voltaggio (5000/10000 volt) qualunque corpo, vivo o morto che sia, non dovrebbe carbonizzarsi?” Chissà quanti spettatori se lo sono chiesto.

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:13 PM

Hai trovato la persona giusta a cui fare la domanda! E’ un argomento che, per altre vicende, ho discusso a lungo con qualche amico ingegnere. Anche se evento raro, ci sono persone che vengono colpite da un fulmine e per la maggioranza sopravvivono. Dipende se vengono colpiti dalla scarica diretta o indirettamente da una diramazione del fulmine (e quindi minor potenza). Sembra incredibile, ma le bruciature non sono dovute al corpo umano stesso, ma ai vestiti e oggetti metallici che si indossano. Sono questi che recano danno. Il problema principale infatti è l’arresto cardiaco (i sopravvissuti in genere sono stati rianimati sul posto). Seguono poi vari danni agli organi interni, ma per lo più al sistema nervoso e circolatorio. Per approfondire: Cosa succede quando ti colpisce un fulmine
Quindi avrebbe anche un senso che la creatura non si carbonizza con il fulmine usato per darle vita, anche perché nelle varie versioni cinematografiche, il fulmine viene “afferrato” e incanalato in vari “trasformatori” che potrebbero anche ridurne la potenza. Siamo comunque all’interno di un romanzo e la sospensione dell’incredulità è d’obbligo. 😉

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Rebecca Eriksson

Set 08, 2019 at 11:13 AM

Un concorso interessante questo di Este.
Alle superiori ho avuto un insegnante appassionato del racconto e guai a chiamarlo “mostro” o “Frankeinstein”: era la “Creatura”.
Mi ritrovo anche in situazioni di vita dell’autrice: ho vissuto inverni nella campagna inglese… O si legge e scrive oppure ci si rintrona davanti la tv.
Apprezzo molto le tue riflessioni Barbara, devo dire che sono sempre molto stimolanti.

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:13 PM

Grazie Rebecca! Aveva ragione il tuo insegnante: è la “creatura” in sé, sono gli altri che vedono il “mostro”.
E tanta invidia per i tuoi inverni nella campagna inglese! 🙂

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Grazia Gironella

Set 08, 2019 at 11:38 AM

Non ho letto il romanzo per lo stesso motivo per cui non lo avevi letto tu, ma adesso che mi hai destato la curiosità non mi ferma nessuno! Chissà se l’introduzione della Shelley è presente anche in altre edizioni… verificherò, perché mi piace molto sentire la voce dell’autore, me lo fa sentire vicino come persona.

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:14 PM

In alcune edizioni in effetti l’introduzione dell’autrice non c’è. Ho una versione in lingua inglese della Collins Classics dove manca, per esempio (adesso potrei provare a leggerlo in inglese, mi avevano detto che è un testo “facile”, ma non avevano considerato che è il linguaggio inglese dell’Ottocento!)
Buona lettura, sarò curiosa di sentire poi la tua opinione. 🙂

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Marina Guarneri

Set 08, 2019 at 1:38 PM

Mio figlio, in primavera, ha letto il romanzo della Shelley e, sull’onda dell’entusiasmo, subito dopo ha voluto leggere anche “Dracula”. Gli è piaciuto di più il primo e mi ha consigliato di leggerlo (chissà che non lo faccia!).
Dunque, non ho letto il libro e non posso parlarne, ma ho visto il film con De Niro nel ruolo del “mostro” (era il Frankenstein di Branagh) e non mi ha entusiasmato molto. All’epoca ero una fan dei film horror e questo aveva la pretesa di esserlo, anche se di fatto non mi è sembrato lo fosse. Nell’immaginario, un morto ricucito e rimesso in vita non può che essere rappresentato come un mostro, dunque, candidato ideale per una trama horror, ma stando a ciò che dici (leggerò anche le riflessioni di Darius, che mi sono persa) e anche a quello che mi diceva mio figlio, nel libro il personaggio ha tutta un’altra presenza e anche un significato poi un po’ travisato nel cinema.
Mi riservo ulteriori considerazioni quando avrò letto il romanzo (magari quest’inverno).

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Darius Tred

Set 08, 2019 at 7:11 PM

Curiosa, questa coincidenza! Anch’io, subito dopo Frankenstein, ho voluto leggere Dracula.

La prima molla che mi ha spinto a farlo è stata questa: vuoi vedere che, come Frankenstein, pure Dracula è stato tremendamente storpiato dalla cinematografia?
Al contrario di tuo figlio, per ora mi sta piacendo di più Dracula… 😛

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:15 PM

Finirà che pure io leggo Dracula quest’inverno… anche se mi piacciono di più i vampiri vegetariani… 😀

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:14 PM

Mi fa piacere che anche tuo figlio con la lettura abbia sentito tutta un’altra presenza del personaggio della creatura, non il mostro del cinema, ma una persona che soffre, la solitudine soprattutto. Del Frankenstein di Branagh non mi era piaciuta la scena del cuore strappato alla cara Elizabeth (mancante nel romanzo) e nemmeno aver riportato in vita lei, contesa da Viktor e dalla creatura stessa. Tutto questo non c’è assolutamente nel libro ed era la parte del film che più mi disgustava (ma se pò sapè perché sempre le donne ci devono andare de mezzo??! 😀 )

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Marina Guarneri

Set 10, 2019 at 2:50 PM

Vero, la scena del cuore è rimasta impressa anche a me è pure quando non ricordo chi si butta dalla finestra (una lei c’è che si butta, vero? Ho un ricordo vago ma mi è rimasta la sensazione sgradevole)

Dracula film, invece, mi è piaciuto un sacco (io, innamorata di Gary Oldman con gli occhialini azzurri modello ray bah e la tuba luuuunga in testa)

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Barbara Businaro

Set 11, 2019 at 9:13 AM

C’è una lei che si butta sul film di Branagh, è la stessa Elizabeth, riportata in vita alla stessa maniera della creatura, con parti del corpo di un’altra donna. Ma non ricorda più chi è, solo ricordi brevi e confusi, e quando si vede allo specchio, o forse anche capisce cosa è successo, decide che quella non è una vita da vivere.
Pure io innamorata di Gary Oldman in quella versione. Era stranissimo poi vedere lo stesso attore in Dracula invecchiato (con quelle due crocchie in testa!) Ho appena acquistato Dracula libro e ho speso 4 euro in più solo per avere in copertina il bacio tra Winona Ryder e Gary Oldman 😀

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Darius Tred

Set 08, 2019 at 7:07 PM

Esattamente come te, non so se riuscirò a partecipare al concorso.

Riesce difficile pensare a un sequel valido perché comunque, trama zoppicante a parte, la dimensione più interessante del romanzo è proprio la psicologia della Creatura. E pensare a un sequel degno è difficile, specialmente se lo si deve racchiudere in 3 cartelle… 😛

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:14 PM

Sono solo 3 cartelle Darius! 😀 😀 😀
Non dev’essere un sequel completo, un altro romanzo, ma un accenno di come potrebbe evolversi la storia, o il vero finale.
Magari sono stati rapiti dagli alieni di Focus e sono stati tutti e due riportati in vita, con una chirurgia plastica decente. 😉

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Sandra

Set 08, 2019 at 7:17 PM

Mi unisco a chi fa la doppia lettura Frankenstein, letto e molto apprezzato un paio di anni fa, e Dracula prox libro.in attesa sul mobile. Di Frankenstein e della suggestione della sua genesi scrittoria in Svizzera ho parlato anche nel mio blog. In quanto ai film ehm ehm non ne ho visto manco uno.

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:15 PM

Ricordavo che ne avevi parlato anche tu infatti, che ti era piaciuto tantissimo (e da brave Sagittario siamo allineate! 😉 )
E quanto ai film, potresti guardare quello del 1994 con Kenneth Branagh come Viktor, Robert De Niro come la creatura e Helena Bonham Carter come Elizabeth Beaufort. E’ ancora considerato il film migliore, anche il più recente e completo. E poi per risollevarti il morale, Frankenstein Junior di Mel Brooks, con Gene Wilder nei panni del nipote di Viktor, con una sua nuova creatura… 😉

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Luz

Set 08, 2019 at 7:55 PM

Ah, quei passaggi di Mary che racconta il proprio percorso… Me li sono letti a voce alta, e sono talmente belli.
Non ho mai letto il romanzo, non mi sono piaciuti particolarmente i film. Diciamo che questo personaggio non ha ancora suscitato alcuna fascinazione in me. Se si considera per la sua genesi, allora sì che diventa interessante.
Ho visto il film su Mary Shelley. La Fanning era perfetta nel ruolo ma la sceneggiatura non mi è piaciuta.
Il concorso è stuzzicante.

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:15 PM

Ecco, mi manca il film sulla vita di Mary Shelley con la Fanning, cercherò di recuperare, anche se dalla biografia letta, l’autrice non ha avuto un’esistenza facile. Di quattro figli, solo uno giunse all’età adulta. E mi pare perse una bambina proprio mentre stava terminando Frankenstein.

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Marco

Set 09, 2019 at 7:36 AM

Mai letto. Ma pure per me quello di Mel Brooks è il migliore! 😀
Un cadavere riportato in vita da un essere umano non può che essere un mostro! 😉

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:16 PM

Che sia un mostro da vedere, ci può anche stare, soprattutto avendo preso un pezzettino lì e un pezzettino qui, a casaccio. Che sia un mostro eticamente parlando, per un’attività che va contro natura e le logiche dell’esistenza, anche, sebbene lì faccia già forza sulle nostre paure. Però nel libro non è un mostro come persona, non come lo hanno dipinto nei vari film.
Presente la scena in cui Gene Wilder lo coccola e lo chiama “bello di papà”? Mel Brooks è stato forse il più onesto! 😀

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Daniele Imperi

Set 09, 2019 at 12:09 PM

Stile e dialoghi sono tipici dell’epoca, non si possono giudicare con le mode di oggi. Riguardo al cinema, credo che abbia storpiato ogni classico.

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Barbara Businaro

Set 09, 2019 at 6:16 PM

Non lo so se il cinema abbia storpiato proprio ogni classico. Dovrò leggere Dracula per saperlo.
Perché Dracula di Bram Stoker del 1992 di Francis Ford Coppola mi era piaciuto parecchio, soprattutto la versione dandy di Gary Oldman.

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Daniele Imperi

Set 10, 2019 at 8:08 AM

Ecco, a me quel film di Dracula invece proprio non è piaciuto 🙂

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Barbara Businaro

Set 10, 2019 at 1:10 PM

😀 😀 😀

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Nadia

Set 10, 2019 at 8:27 AM

Non ho letto il libro e nemmeno finito di vedere il film, uno dei tanti perché a differenza di Dracula che mi ha incuriosito di più mi ha sempre lasciato indifferente. Come per questo caso anche per le favole sono stati aggiunti o modificati molti particolari, compreso Dracula. Libertà poetichr, rivisitazioni, opinioni personali dei registi… Vattela a pesca il vero motivo, ma si dà il caso che ogni volta sembri quasi una storia diversa.

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Barbara Businaro

Set 10, 2019 at 1:20 PM

Hai nominato le favole e me n’è venuta in mente una al cinema, Biancaneve e il cacciatore, che non segue affatto la favola per come la conosciamo, né nella trama, né nelle caratteristiche dei personaggi. E se non fosse per il cacciatore… 😉

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Rebecca Erikkson

Set 12, 2019 at 7:19 PM

Noto che la discussione si è spostata anche su Dracula: lo lessi da ragazzina ed abituata alle grandi battaglie finali cinematografiche ricordo che rimasi delusa dalla sua conclusione, così semplice…
Ma ero una ragazzina, dovrei riprenderlo in mano oggi per comprenderlo meglio.

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Barbara Businaro

Set 12, 2019 at 10:20 PM

Non ricordo il finale del film di Coppola in effetti, quindi di sicuro non c’erano epiche battaglie. Però leggo che comunque anche quel film si distanziava dal romanzo. Vedremo quando mi arriverà il libro. 🙂

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