Con tanto amore e un cellulare. Quando l'amore è troppo...

Con tanto amore e un cellulare

Avevo deciso che avrei ucciso mio marito. Lo amavo troppo.
Oh, non ero gelosa e per la verità non me ne aveva nemmeno mai dato motivo: mai uno sguardo fuori posto verso le altre donne, nessun profumo sui suoi vestiti che non fosse esclusivamente il mio, mai un contrasto o un litigio che offuscasse la nostra vita coniugale.
Ero una moglie davvero fortunata, non avrei potuto trovare un marito migliore e così devoto.
Per questo avevo così paura di perderlo da un momento all’altro. Un incidente d’auto, una rapina finita male, una malattia improvvisa potevano rovinare il nostro dolce idillio e io come avrei potuto gestire tutto quel dolore? Così i miei giorni si consumavano nell’ansia, da quando lo vedevo partire al mattino verso il lavoro in città, a quando mi telefonava durante la pausa pranzo per rassicurarmi che tutto andava bene, a quando rientrava per cena la sera, lungo la tortuosa statale che lo riportava tra le mie braccia.
Vendeva polizze, sulla casa, sulla professione, sulla vita. I suoi clienti erano per lo più imprenditori e negozianti, che dovevano proteggere famiglie e aziende dagli imprevisti del futuro. Era molto bravo e potevamo condurre un’esistenza agiata: una villetta in collina, un’automobile ciascuno, una settimana sulla neve e quindici giorni di villeggiatura sulla costa ogni anno. Nessun lusso ma non ci mancava nulla, davvero.
Avrei anche potuto permettermi di non lavorare, ma avevo accettato di occuparmi della signora Cecilia Thompson, l’anziana vicina che abitava un paio di miglia più a nord sulla nostra stessa strada. Se il tempo lo consentiva la raggiungevo a piedi, tranne quando me ne andavo in paese a far provviste per entrambi. Sorda e ostinata non voleva saperne di vivere con i figli nella capitale. Io invece non riuscivo a immaginare la mia vita da vedova solitaria in questa zona sperduta. Non fosse stato per mio marito Alfred non ci sarei mai venuta.
Ma lo amavo troppo e questo era il nostro piccolo paradiso. E piuttosto che vivere in continua attesa di una catastrofe sul nostro amore, avrei stabilito io dove e quando ci saremmo detti addio. Ora dovevo solo decidere come lo avrei ucciso.

 

La nostra ultima giornata insieme iniziò normalmente con la colazione al primo mattino, anche se avevo preparato di buon ora il ciambellone alle more che gli piaceva tanto. Con tanto amore.
“Martha, è sublime come sempre!” esclamò tagliandosene un’altra fetta.
Sorrisi compiaciuta.
“Quest’oggi devo vedere il signor Pruit. Spero proprio di poter chiudere il contratto con lui. E’ una cifra considerevole in commissioni…” Guardava il soffitto perso nei propri calcoli.
“Sono certa che andrà bene” dissi.
“Se così sarà, verrai a pesca con me domenica?”
“No, ma ti preparerò un altro ciambellone da portarti appresso. Io ti aspetterò qui al ritorno.” Ci provava sempre, ma io proprio non capivo come gli uomini potessero passare ore immobili in attesa di un pesce.
“Non dimenticarti le tue pastiglie caro…”
Gliele porsi. “Ecco, tieni. Mentre queste sono le mie.”
Alfred aveva un lieve scompenso cardiaco, dovuto alla pressione alta, un difetto ereditato dal padre.
Al contrario io avevo bisogno delle vitamine e del ginseng per avere la forza di affrontare le mie paure e non finire immobile in poltrona a fissare il vuoto.
“Grazie tesoro!” Le ingoiò bevendo il succo d’arancia. Si alzò dalla sedia, prese sottobraccio il suo giornale del giorno prima e mi salutò con un bacio.
“Ci vediamo stasera.”
Lo avrei ricordato per sempre così.

 

Non è facile per una donna uccidere un uomo senza lasciare tracce, ancora meno il proprio marito, perché in questi casi il primo sospettato è lo stesso coniuge. Per questo non avevo tralasciato nessun dettaglio.
Recuperai il cellulare di mio marito dal cassetto dove l’avevo nascosto. Alfred non controlla mai la sua valigetta prima di uscire.
Poco dopo le nove, mi chiamò dal suo ufficio.
“Martha, ho di nuovo dimenticato il telefonino a casa, vero?”
“Si caro, l’ho appena trovato. E’ qui sul mobile in ingresso.”
“Scusami. Ti dispiace accenderlo e rispondere se qualcuno mi cerca? Io ti richiamo più tardi, appena ho terminato gli appuntamenti della mattinata.”
“Certo caro, non preoccuparti. Nel caso dico di cercarti in ufficio nel pomeriggio.”
“Ti adoro.”
“Anch’io.” Chiusi la conversazione sulla linea fissa e lascia il suo cellulare lì dove stava, spento. Non era il caso di informare il gestore della rete dei movimenti di mio marito quel giorno.
Presi la mia auto e mi recai giù in paese per qualche commissione. Pagai la bolletta della corrente elettrica per la signora Thompson all’ufficio postale e acquistai il pane fresco per entrambi. Quando passai davanti al negozio caccia e pesca di Jimmy mi venne in mente che stavo dimenticando l’elemento più importante.
Al banco non trovai il solito sorriso sornione di Jimmy, il poveretto stava passando tutto l’inverno a letto con un fastidioso problema all’anca. Ad accogliermi fu una giovane donna, sicuramente la sorella che aveva temporaneamente sospeso gli studi all’università per aiutarlo con gli affari.
Avevo sentito dire dal panettiere che da quando c’era lei le vendite erano addirittura triplicate. Cacciatori e pescatori non s’erano mai dati tanto da fare. Era in effetti molto più appariscente di come me l’aveva descritta Alfred…
“Buongiorno, cosa posso servirle?”
“Veleno” dissi dando sostanza ai miei pensieri. “Veleno per topi.”
“Dunque, di solito funziona bene questo…” Si spostò di due scaffali prendendo un barattolo. “Ecco.”
“No, questo l’abbiamo già provato senza risultato. Sono topi belli grossi” dissi con convinzione. “Ratti che stanno infestando la legnaia della mia vicina.”
“Uhm, non si potrebbe perché questo è davvero pericoloso… ma è il più potente che abbiamo.” Aprì un armadietto e ne estrasse una scatolina di latta. “Ne basta poco, deve usare guanti e mascherina, mi raccomando!”
“Certo, se ne occuperà mio marito nel fine settimana. Metta pure in conto a Alfred Wesson.”
La scatolina le cadde rumorosamente sul pavimento e si chinò per raccoglierla.
Quanto tornò in piedi, era arrossita in volto. “Mi scusi.”
Passò il codice a barre sul lettore per registrare l’acquisto.
“Così lei è la moglie di Alfred? Gli dica che sono arrivate le nuove esche, quelle che aveva ordinato.”
Mi consegnò la busta di carta con la merce.
“Certo, non mancherò.”
Magari dopo che sarà morto, pensai.

 

“Ciao Judy. Sei in ritardo oggi.”
La voce della signora Thompson giunse lamentosa dal salottino.
“Ciao mamma, un po’ di traffico.”
Non era una buona giornata quando mi scambiava per la figlia, ma avevo imparato che era inutile tentare di ricordarle chi ero. Molto più salutare per tutti recitare la parte. Se ne stava seduta sulla sua poltrona di fronte alla finestra, ancora in vestaglia. Passava lì quasi tutte le sue giornate. In rari casi mi chiedeva di accompagnarla a passeggiare nei dintorni. Doveva esserci un bel sole e l’aria tiepida, altrimenti non c’era modo di convincerla ad uscire.
“Sento il profumo del pane caldo.” Mi sorrise infantile.
Presi una pagnotta dal sacchetto e gliela misi in grembo. La aprì e iniziò a mangiarne solo la mollica, come i bambini. La felicità semplice negli occhi.
L’indomani si sarebbe lamentata di aver avuto solo croste per cena e me ne avrebbe data la colpa. Quando c’erano, le compravo solo morbidi panini al latte, i suoi preferiti. Le portavo anche della marmellata di lamponi, quest’anno era stata una stagione ricca per i nostri boschi e ne avevo preparata in gran quantità.
“Ho preso anche il veleno per i topi” dissi mentre le riordinavo la cucina.
“Quali topi?” parlò a bocca piena. “Non ci sono topi qui…”
“Nella legnaia.”
“Quale legnaia? Judy, noi non abbiamo una legnaia! Cosa ce ne faremmo di una legnaia qui in città, in pieno centro poi? Non essere ridicola!”
Ecco come si riduce una donna per amore. Sospirai e uscii per andare al capanno, per organizzare la dolce morte dei topi che prima o poi sarebbero arrivati in dispensa. Non era colpa sua, la signora Thompson non soffriva di demenza senile. Aveva perso la memoria logorandosi in attesa del marito. Era scappato con i soldi e un’altra donna, e lei preferiva non ricordarselo. Io invece volevo conservare intatti e immacolati i miei bei ricordi.
Proprio come la dispensa.

 

Stavo preparando il ripieno del mio celebre polpettone di pollo, con l’aggiunta del mio ingrediente segreto, quando suonò il telefono di casa. Corsi velocemente all’apparecchio all’ingresso per rispondere, sperando fosse Alfred. Era in ritardo di mezz’ora, forse un cliente l’aveva trattenuto più del dovuto.
“Ciao tesoro, com’è andata la tua giornata?”
“Abbastanza bene. La signora Thompson oggi era un po’ smemorata, così ho pranzato con lei, per assicurarmi non si dimenticasse anche di mangiare.”
“Hai fatto bene. C’è stata qualche chiamata al mio telefonino?”
“No caro, è rimasto muto per tutta la mattina. Ma ho l’impressione che ci sia poco segnale oggi. Magari il temporale dell’altra notte ha danneggiato nuovamente l’antenna della zona.” Osservai il cellulare ancora spento davanti a me. L’avrei acceso solo al suo rientro, quando avrei sentito l’auto giungere nel vialetto.
“Com’è andata col signor Pruit? Sei riuscito a convincerlo sull’assicurazione?”
“Purtroppo no.” Sospirò affranto prima di proseguire. “Vuole altro tempo per valutare le mie condizioni. E presumo anche altre polizze della concorrenza.”
“Mi spiace tanto caro. Se ti consola, sto preparando il tuo polpettone preferito per questa sera.”
“Oh, bontà di donna! Grazie, ne ho proprio bisogno. Ho un cerchio alla testa da stamattina. E quel tuo polpettone resuscita i morti.”
Questo non lo farà, pensai amaramente.
“Ti devo solo chiedere un favore: puoi rientrare prima? Oggi la caldaia non funziona bene, non riesco ad avere l’acqua calda. Sono andata a vedere il pannello, mi sembra tutto a posto, ma sai che non capisco nulla di queste cose. E l’ultima volta ho chiamato il tecnico per nulla, gli è bastato girare una manopola.”
“Certo cara, tanto pensavo anch’io di terminare un paio di pratiche e poi partire. Sono davvero stanco oggi.”
Lo salutai e tornai a preparare la cena. Tutto il resto era già pronto.
Quando rientrò dal lavoro, aveva l’aria visibilmente sconvolta, il viso contrito dal dolore fisico, ma non mi negò il solito sorriso e un bacio sulla guancia.
“Possiamo lasciare la caldaia per dopo? Ho una fame tremenda.”
Avevo già apparecchiato per noi due e il polpettone era in caldo nel forno, in attesa.
Lo portai in tavola e glielo affidai. Se ne porzionò una bella fetta dalla teglia e se la mise nel piatto. Si protese verso il mio posto, ma negai con il capo.
“Non mangi nulla tesoro?”
“No caro, ho un po’ di mal di stomaco stasera. Mangia pure tu. Io mi farò una tisana più tardi.”
“Oh, mi dispiace tanto. Ha un profumo così delizioso…”
Non resistette a lungo con la forchetta in aria. Gustò a lungo il primo boccone, ad occhi chiusi.
“Delizioso davvero…”

 

Era stata una faticaccia.
Sollevarlo e caricarlo sul carrello per le piante. Poi sollevarlo nuovamente e sederlo in auto, dal lato del passeggero.
Guidare all’imbrunire a luci spente, perché nessuno da lontano potesse vedere il bagliore attraverso il bosco.
E poi sollevarlo una terza volta, spostarlo sul sedile del guidatore.
Sedermici sopra, accendere l’auto e lasciarla andare lentamente ma senza controllo lungo la discesa, diretta verso il letto del torrente. Proprio come avevo visto fare in quel film del venerdì sera, non ricordo il titolo.
Giunta oramai in velocità sul ponte l’auto non fece fatica a rompere le vecchie barriere arrugginite. Avevamo chiesto più volte all’amministrazione di metterle in sicurezza, adesso se ne sarebbero convinti. Fu un bel tonfo in acqua, il fiume in quel periodo era in piena. L’auto proseguì la sua corsa sobbalzando tra le rocce, diretta a valle. L’ultimo viaggio del mio amore eterno.
Tornai indietro a piedi, senza nemmeno usare la torcia che mi ero portata appresso. Conoscevo così bene oramai la strada e una fioca luna apparve a illuminare il mio cammino.
A casa sistemai la tavola, il suo piatto divenne il mio, dove avevo mangiato quella sera in attesa di mio marito in ritardo.
Mi feci una doccia e mi cambiai completamente, per essere certa di non avere tracce di qualsiasi natura addosso.
Alle undici finalmente chiamai il vicino distretto di polizia. Casualmente mi rispose Walter, uno degli amici di pesca di Alfred.
Non dovetti fingere di essere agitata, perché in fondo lo ero davvero. Non capitava tutti i giorni di ammazzare il proprio marito.
Dissi solo che ero preoccupata, perché non era rientrato, aveva dimenticato il cellulare e non sapevo dove fosse.
“Martha, sono sicura non sia accaduto nulla di grave. Sai che noi dobbiamo attendere almeno ventiquattr’ore prima di far scattare l’allarme e le ricerche. Aspettiamo ancora qualche ora. Poi ti assicuro che esco personalmente a cercarlo.”
Richiamai alle tre e la mancanza di sonno mi fece apparire molto più che spaventata.
“Ok, chiamo un paio di ragazzi e andiamo a controllare la strada, fin giù all’ufficio dove lavora.”
Stavo sonnecchiando sul divano, senza realmente dormire, quando bussarono alla porta alle cinque del mattino.
“L’abbiamo trovato Martha.” Il suo sguardo severo e mortificato non aveva bisogno di spiegazioni.
Mi abbandonai al dolore, finalmente.

 

Tornarono l’indomani nel pomeriggio, per accompagnarmi in centrale per il riconoscimento del corpo.
Mentre stavo salendo gli scalini dell’entrata, mi passò accanto la sorella di Jimmy che stava uscendo e per un attimo mi fissò. Uno sguardo feroce, che non poteva però nascondere due occhi rossi quanto i miei.
Aveva pianto, molto e disperatamente. Mi chiesi per chi. Era forse successo qualcosa di brutto anche al fratello?
Sentii anche che portava il mio stesso profumo, quello speciale che Alfred aveva fatto confezionare per me. Non lo avevo spruzzato quella mattina, presa da mille pensieri per gli ultimi accadimenti. E ora lo distinguevo chiaramente anche se sapevo che era impossibile: quella fragranza era unica. Forse la stanchezza di quei giorni mi stava presentando il conto.
Mi fecero vedere Alfred, disteso in un lettino e coperto da un lenzuolo, solo per qualche secondo: il viso rivelava una serenità che non gli avevo mai visto in vita.
Davanti alla scrivania, l’ispettore mi fece poi qualche domanda.
“L’auto recuperata dal fiume non presenta segni di altra collisione se non con il parapetto del ponte. E sull’asfalto non ci sono segni di frenata. C’erano motivi che ti lasciano pensare ad un suicidio Martha? Aveva problemi col lavoro?”
“No, lo escluderei. Era stressato si, ma stava molto meglio da quando ci siamo trasferiti qui.”
“Problemi finanziari?”
“Non credo, no. So solo che aveva messo via del denaro per il nostro futuro, degli investimenti sicuri diceva. Ma non conosco i particolari. In banca comunque non siamo mai stati scoperti, che io sappia.”
“Problemi di salute? Stiamo cercando il suo medico di riferimento, ma è fuori città per un convegno.”
“Prendeva le pastiglie per la pressione alta, problemi cardiovascolari congeniti. Ma era sotto controllo per questo.”
“Beh, procederemo all’autopsia nei prossimi giorni, per accertare le cause effettive del decesso. Un malore alla guida o magari”, e mi guardò fisso negli occhi, “qualche sostanza letale nel sangue. Di questi tempi, non si può mai sapere.”
Non avrebbero trovato nessuna traccia di veleno. Solo un eccesso di eccitanti che avevano mandato in corto circuito il suo debole cuore. Le sue pastiglie le gettavo nello scarico del gabinetto, da mesi prendeva le mie, stessa dimensione e colore. Quel giorno poi avevo aggiunto qualcosina in più al ciambellone, con tanto amore. La gente ignora la potenza dei rimedi erboristici.

 

Stavo preparando le valigie per trasferirmi da mio fratello nell’assolato sud, quando suonarono alla porta.
Accostai le tendine per guardare di sotto. L’auto della polizia ferma davanti casa.
Aprii sperando di potermela cavare con qualche quisquilia burocratica dell’ultimo minuto.
Ma l’espressione dell’ispettore e del suo collega non promettevano nulla di buono.
Li feci accomodare in salotto, mentre gli preparavo un caffè e qualche pasticcino.
“Martha, verrò subito al punto” iniziò grave dopo aver poggiato la tazzina nuovamente sul tavolino.
“La morte di Alfred, così accidentale e prematura, ha destato qualche sospetto. In questi casi, non viene fatta l’autopsia solo al corpo, ma anche al veicolo. E la prima cosa che hanno notato i nostri è stato un vano contenitore sotto il sedile del guidatore, ben camuffato, a prima vista invisibile.”
Ricordai che l’auto di Alfred era uscita nuova nuova dal concessionario, quindi doveva averlo aggiunto lui, era piuttosto bravo nel bricolage. Ma ignoravo a cosa potesse servirgli e perché non me l’avesse detto. Forse l’aveva solo dimenticato.
“C’era un cellulare dentro, ancora acceso” continuò l’ispettore cercando di valutare la mia espressione. “Un secondo numero a lui intestato, attivo da circa sei mesi. Nessun messaggio, nessuna foto e il registro delle chiamate pulito. Ma la compagnia telefonica ci ha fornito i tabulati completi. E gli spostamenti, di cella in cella.”
Il mio cuore aveva smesso di battere.
“Presupponendo che il cellulare sia rimasto nello stesso luogo, cioè dentro l’auto per tutta la giornata, risultano il tragitto del mattino e vari percorsi in città, proprio nelle zone dei clienti che ha visto Alfred quel giorno. Ma risulta anche che lui è tornato qui, perché da questa cella ha inviato un messaggio a qualcuno, confermando di essere rientrato a casa prima e di non chiamarlo.”
Il mio cuore si stava sgretolando sotto i pesanti colpi della verità.
“Abbiamo sentito anche questa persona, ovviamente. Una storia che andava avanti da un po’. Le aveva promesso di divorziare e trasferirsi.” Si fermò per un istante ad osservarmi. “Hai qualcosa da dire in merito Martha?”
Rimasi in silenzio fissando i disegni del tappeto sotto i miei piedi.
“Capisco. Avrai modo di consultare un avvocato prima della deposizione. C’è un’altra cosa. Abbiamo ricostruito la vostra situazione finanziaria. Alfred aveva sottoscritto una bella polizza sulla vita, di cui tu sei l’unica beneficiaria.”
Si alzò in piedi. “Ma ovviamente non c’è alcun premio se la morte è avvenuta per omicidio.”
Mi aiutò ad alzarmi e ad infilarmi il soprabito.
Uscii accompagnata dal suo collega poliziotto, mentre l’ispettore chiudeva e sigillava la casa.
Mi accomodai poi sul sedile posteriore della volante, niente manette. Almeno per ora.
“Ti teniamo da noi al distretto per qualche giorno, così potrai partecipare al funerale di Alfred. Poi dovremo portarti in città, davanti al giudice per le indagini preliminari.” Mi guardò tramite lo specchietto retrovisore. “Qualche domanda?”
Sospirai rimirando il vuoto. “Chi è Alfred?”

 

(c) 2018 Barbara Businaro

L’incipit di questa storia è nato circa un mese fa nel bel mezzo della lettura di “È ricca, la sposo e l’ammazzo”, antologia di racconti di Jack Ritchie pubblicata da Marcos y Marcos (dal racconto, che dà il titolo al libro, è stato tratto il famoso film con Elaine May e Walter Matthau, imperdibile!). Poi la trama si è sviluppata piano piano nella mia testa. Il finale è arrivato con la lettura di “La vittima dell’anno”, un’altra raccolta sempre di Jack Ritchie. Una vera scoperta questo autore (di cui ringrazio la scrittrice Sandra Faè 😉 ): i suoi racconti sono effervescenti, arguti, mai scontati, spesso con un piglio comico che te li fa apprezzare maggiormente. Spero che Marcos y Marcos ristampi anche le vecchie pubblicazioni, non le trovo nemmeno nei mercatini dell’usato.
Forse proprio per la sua influenza, mi sono figurata un’ambientazione di periferia americana, un po’ degli anni Sessanta, con le auto di quell’epoca, nonostante ci sia di mezzo un cellulare, innovazione dei nostri giorni. Ho cercato di smussare un po’ questa mia visione, ma non so se ci sono riuscita del tutto. La storia comanda, l’autore risponde.
E poi mi sono lasciata trasportare. L’ho scritto con amore, con tanto amore. 😉

 

Comments (13)

Giulia Mancini

Ago 15, 2018 at 11:13 AM

Wow, davvero un bel racconto giallo, l’ho letto tutto d’un fiato! Hai mai pensato di scrivere un romanzo giallo? Hai delle grandi potenzialità. Anche l’ironia mi è piaciuta, un marito non è mai così perfetto come appare…

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Barbara Businaro

Ago 15, 2018 at 4:23 PM

Grazie Giulia, contenta che ti sia piaciuto.
Romanzo giallo no, racconti gialli ogni tanto me ne salta fuori qualcuno. Il diavolo in città, per esempio.

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newwhitebear

Ago 15, 2018 at 10:16 PM

non tutte le ciambelle nascono col buco. Il delitto perfetto di Martha è inciampato sulla relazione extra e su un cellulare fantasma.
Mai sottovalutare la fantasia del marito.
Bello, bello, bello. Veramente bello

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Barbara Businaro

Ago 16, 2018 at 3:27 PM

Grazie whitebear! L’idea del cellulare fantasma mi è venuta in mente mentre giravo con due apparecchi e due numeri, per testare la connessione del nuovo provider (poi ho fatto la portabilità del vecchio numero). 😉

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Darius Tred

Ago 15, 2018 at 11:23 PM

Una storia sinistra…
Sono un marito devoto e mi piace il polpettone di pollo. Riuscirò a dormire stanotte?

P.S.: bella. 😀

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Barbara Businaro

Ago 16, 2018 at 3:29 PM

Hai dormito stanotte? 😀
Per quanto… non solo il polpettone aveva l’ingrediente segreto. Probabile anche il ciambellone! Per essere sicuri del risultato, meglio abbondare, no?

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Darius Tred

Ago 16, 2018 at 6:41 PM

Ho dormicchiato, grazie. Ho fatto le ore piccole con le Leggende di Annecy… 😀

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Marco Amato

Ago 16, 2018 at 10:16 AM

Ecco, questi sono i racconti che mi inquietano. Ritengo che all’80% delle donne (e non vorrei fare una stima per difetto), sia venuto in mente di avvelenare prima o poi il marito o il compagno che rincasa. Dopo anni di uguale quiete, lo strano pensierino può sorgere.
Bello il refrain (anche se io preferisco chiamarlo rimando) del profumo. In principio dici che lei non ha mai sentito sul suo corpo altro profumo di donna. E nel finale l’amante ha lo stesso profumo di lei perché il marito furbo (o fesso) regalava lo stesso a entrambe.
A questo punto 1) devo scoprire Jack Ritchie.
2) Qual è il genere del romanzo che stai scrivendo?
😉

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Barbara Businaro

Ago 16, 2018 at 3:38 PM

Per quello dico sempre che è preferibile una moglie che litiga e tira i piatti ad una moglie eccessivamente accondiscendente! Ma non mi ascolta nessuno… 😀
Per il profumo, credo sia un marito furbo e fesso al contempo: bastava che le due si incontrassero e una delle due l’avesse dimenticato. Puoi sempre dare colpa al profumiere ma il dubbio è peggiore della certezza.
1) Jack Ritchie merita!
2) Niente gialli e niente commissari, tranquillo! 😀 😀 😀
Dovrebbe essere un “diversamente” rosa. Con un figo della madonna di cui spero di poter fare il casting… 😉

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Rosalia pucci

Ago 16, 2018 at 2:48 PM

Bello il racconto, ottime le atmosfere che fanno tanto old America. L’ho letto tutto d’un fiato, bravissima! Corro a comprare qualcosa di Ritchie (ma tuo marito lo ha letto?)

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Barbara Businaro

Ago 16, 2018 at 3:40 PM

Grazie Rosalia! Non credo l’abbia letto, ha pure mangiato la torta di ferragosto tranquillo… 😀

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Nadia

Ago 17, 2018 at 7:04 AM

La saggezza infinita delle donne, ops delle mogli, ops delle cornificate, che captano lontano un miglio chi ha necessità di un buon polpettone. Io farei uno sconticino, sia chiaro.
Brava Barbara, come al solito leggerti merita

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Barbara Businaro

Ago 19, 2018 at 4:08 PM

Grazie Nadia. Mai sottovalutare una donna, no? 😉

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