A che ti serve un uomo se puoi avere un gatto? #meglioungatto per San Valentino

A che ti serve un uomo
se puoi avere un gatto?

“Si mamma… no, non ancora… certo mamma…”
Non ce la faccio ad ascoltarla di prima mattina, è già tanto se riesco a camminare sul marciapiede senza andare a sbattere contro i platani o inzupparmi tutte le scarpe, un paio di blasonate sneaker, in una pozzanghera di questo umido febbraio. La voce di mia madre è un turbinio monocorde, una filastrocca di parole che si tamponano l’un l’altra, con qualche acuto in mezzo che dovrebbe riportarmi alla realtà. Ma anziché destarmi, la sua tiritera è più che mai soporifera. Il mio neurone si rifiuta di ascoltarla, tanto saranno sempre le solite cose: cosa ha fatto quell’amica sua, cos’è successo ad uno dei vicini, l’ultimo scandalo del quartiere, chi si è fidanzata, e tu no, chi si è sposata, e tu no, chi ha avuto un pargolo, e tu no. Una delle poche donne divorziate che ancora crede nel matrimonio, quello dell’unica figlia, come riscatto del proprio andato a rotoli.
Sbadiglio a bocca aperta, e poi mi guardo in giro per non essere stata beccata in quel gesto sconveniente. La stradina tra il parcheggio e la piazza centrale è ancora deserta.
Svolto l’angolo e all’improvviso sono nel cuore del traffico.
Tutte ligie formichine che vanno al lavoro. Una volta anch’io m’imbottigliavo felice in quella lunga scia di radiogiornali e clacson, con indosso l’ultimo modello di francesine con tacco Gucci. Prima che nonna mi lasciasse da sola senza salutarmi, prima che io decidessi di mollare tutto e salvare la sua merceria. Prima di scoprire che Paolo sì, usciva con me, ci rotolavamo ogni tanto tra le lenzuola con somma soddisfazione, ma insomma, non vorrai mica che io molli Parigi per… per… dove hai detto che vai? Paolo amava di più il suo lavoro. E il colmo è che in quell’agenzia pubblicitaria l’avevo fatto assumere io. Che ingrato.
“E alla fine ho detto che lo chiamavi tu, il signor Gastolfo…”
“Ok, va bene…”
A una decina di metri dal bar dove faccio colazione tutte le mattine, un bel ragazzo in pantaloni scuri e cappotto grigio che giunge dall’altra direzione mi rivolge un enorme sorriso. Sbatto gli occhi incredula e affondo il collo nella sciarpa dall’emozione. Biondi capelli fluenti entra proprio nella mia caffetteria e il mio cuore ruzzola per l’avvenimento. Magari sto ancora sognando, però.
“Mi raccomando Lucy, che altrimenti resti senza bottoni di madreperla!” tuona mia madre.
“…senza bottoni?” ripeto stordita. “Scusa, in che senso?”
“Non lo so come funziona, sono cose che seguiva tua nonna. Lo devi chiamare prima che chiuda l’ordine dalla Cina.”
“Mamma, gli hai detto che sono io la proprietaria del negozio adesso? Perché si ostina a contattare te, accidenti?!”
“Non lo so cara. Non ti conosce ancora, sei così giovane…”
Sbuffo, perché sempre di uomini si tratta, qualsiasi sia la mia difficoltà loro ci sono in mezzo.
“Appena ho aperto la cassa stamattina, lo chiamo.”
“Ok bene. Allora ti aspetto stasera. Non fare tardi.”
“Come mi aspetti stasera?” Mi blocco davanti alla vetrata del bar. Al suo interno, biondi capelli fluenti sta attendendo il suo turno per ordinare. La sua lucida scarpa destra batte il ritmo sconnesso di chissà quale canzone. Ogni tanto si gira alla ricerca di qualcosa. O qualcuno?
“Si cara, non mi hai ascoltato prima? Ti dicevo che è arrivata quella sorpresa che non sono riuscita a farti avere per Natale. Ricordi? Alla fine avevo ripiegato su un altro regalo, ma questo è quello giusto. E non potevo farmelo scappare. Ce l’ho qui a casa da tre giorni, ma devi assolutamente venire a prenderlo.”
Uhm, la cosa mi incute un certo timore. Potrebbe essere tutto e pure niente. Le sorprese di mia madre vanno dall’appuntamento al buio in casa sua, dove lei poi sparisce con una scusa poco credibile, come la partita di canasta dimenticata, all’ultimo modello di cuscino per la cervicale che ogni zitella dovrebbe avere in casa.
“Va bene mamma, però non potrò restare a cena, ho un altro impegno.”
“Un appuntamento? Oh gioia mia!”
“Ehm no, mamma, mi vedo con… Alessandra, ecco.” Tanto Alessandra lo sa che la uso sempre come scusa, se interrogata risponderà confermando qualsiasi mia versione.
La saluto velocemente ed entro al bar per il mio cappuccino. Biondi capelli fluenti si è spostato lungo il bancone e aspetta di essere servito dal cameriere alla macchina del caffè. A mio volta mi metto in fila per l’ordinazione, ma Giuseppe mi vede e mi serve subito. “Lucy, eccoti qua. Il solito?”
Arrossisco fino alle doppie punte dei miei capelli. “Si, grazie.”
Biondi capelli fluenti mi rivolge uno sguardo abbacinato. Afferra la sua tazzina e fa per spostarsi, si dirige proprio verso di me. Oddio. Non sono nemmeno nelle condizioni migliori.
A pochi centimetri, lo sento mormorare un “Mi scusi” per lasciarlo passare. Saluta un altro giovane uomo seduto ad un tavolino. Si accomoda. Lo vedo accarezzargli la mano, gli occhi languidi.
Ecco qua. Quelli che mi piacciono non mi degnano di un’occhiata, e quelli che mi guardano non mi piacciono. Un classico no? Ho anche provato a farmeli piacere, mai poi si è rivelata una pessima idea, Paolo compreso.
Un uomo normale, che tenga a te almeno la metà di quanto si preoccupa del derby in televisione o del numero dei cavalli della sua auto, è diventato una perla rara, nonostante la globalizzazione e le nuove opportunità nei mercati esteri.
Nemmeno internet ti aiuta più. Come ci sono le fake news, ci sono pure i fake man.

 

Quando arrivo al negozio, la mia vicina Francesca ha già aperto la sua cartoleria. La vedo indaffarata alla fotocopiatrice, mentre un gruppetto di ragazzini, più mattinieri del solito, consultano frenetici i loro libri di testo. Ci deve essere compito in classe stamattina. Lei mi fa un cenno veloce con la mano, che ricambio al volo.
Giro la chiave ed alzo la serranda elettrica della merceria. Apro la porta, accendo le luci ed entro nel mio mondo fuori dal tempo: spolette di tutti i colori dell’arcobaleno, passamanerie finemente lavorate, bottoni di ogni foggia, nastri di raso dalle sfumature delicate, gomitoli in ogni grado di morbidezza. E poi l’oggettistica, dai piccoli telai per il ricamo alle organizzatissime cassettiere di legno dove custodire i propri tesori lavorati a mano. Adoro questo luogo, sento il respiro di mia nonna in ogni angolo. Qualche volta mi pare di udire la sua voce gioiosa che mi chiama dal retrobottega. “Vieni Lucy, che ci sono i biscotti alla cannella!”
E quanto mi piacerebbe condividere tutto questo con mia figlia un giorno, se mai ne avessi una.
Avvio il computer portatile e attivo il registratore di cassa, anche se le mie poche clienti giungono di solito in tarda mattinata, qualcuna anche nel pomeriggio, accompagnano i bambini ad acquistare un quaderno nuovo qui a fianco e poi entrano da me per una cerniera da sostituire. Conosco una sarta molto brava e così posso fornire qualche veloce servizio di cucito.
Sto cercando in tutti i modi di risollevare le sorti di questa attività.
Nonna Licia se n’è andata con un colpo di tosse all’inizio della primavera scorsa, senza alcun preavviso. Era proprio qui, che stava servendo una signora di ago e filo per il punto croce. Non l’ho nemmeno potuta salutare.
Mia madre non ha voluto saperne della merceria, lei ha sempre detestato questo ambiente, si è sposata presto per andarsene di casa ed ha sempre vissuto alle spalle di mio padre, anche ora che sono divorziati. Ma io ci sono cresciuta qui dentro, tutti i miei pomeriggi li passavo insieme con nonna, avevo una seggiola un po’ più alta delle altre per arrivare al bancone, dove mi mettevo a fare i compiti. Qualche volta seguivo le clienti, solo perché me lo chiedevano loro per farmi divertire.
Non ho avuto cuore di chiudere per sempre con i ricordi, anche se l’attività era in perdita. Negli anni la nostra società è cambiata e quello che un tempo era una necessità per l’abbigliamento comune, oggi è diventato un passatempo, per certi versi anche costoso rispetto alle produzioni industriali. Nonna Licia non è stata in grado di rimanere al passo e io sto cercando di salvare una situazione disperata.
Mentre pulisco il pavimento dalla polvere osservo fuori dalla grande vetrata: la piazza inizia a popolarsi di mamme che accompagnano i pargoli a scuola e di anziani a passeggio nell’aria mattutina. Tutto un altro panorama rispetto al mio vecchio ufficio sopra le Champs-Élysées.
Mi guardo intorno, ricordando il lusso della mia scrivania francese. Anche qui non è poi così male.
Ho riverniciato le pareti in diverse tonalità e rinfrescato l’arredamento con qualche pezzo moderno e colorato di Ikea. Ho eliminato le vecchie tende che rimpicciolivano l’ambiente e messo un paio di sedie accoglienti con cuscini sgargianti. Ho cambiato anche le luci con delle nuove lampade moderne in carta di riso dipinta.
A nonna Licia la nuova disposizione piacerebbe, ne sono certa. Non l’ho mai vista indossare qualcosa di scuro, diceva che per affrontare la vita ci vuole tutta la tavolozza. Ma era il giallo il suo colore preferito.
Mi sono data un anno per rimettere in sesto i conti del negozio, ma mancano solo due mesi alla scadenza, ho coperto tutti i debiti, ma non sto nemmeno guadagnando nulla. In quest’ultimo anno ho vissuto dei miei risparmi e questo non può continuare ovviamente. Ci vuole un’idea, e in fretta.
Ho provato ad organizzare un corso di knitting, come chiamano adesso il lavoro a maglia, e uno di uncinetto, con due signore bravissime che si sono sempre rifornite qui. Ma non riesco a raccogliere iscrizioni.
Verso le dieci, compare Francesca con un sacchettino che profuma di brioche calde.
“Buongiorno Lucy, qualche novità?”
“Uhm…nessuna. Non si muove nulla. Il negozio è vuoto. Alla casella email arriva solo spam. La pagina Facebook langue. Ho provato anche a farmi aiutare da qualche mio vecchio contatto dell’agenzia, ma mi hanno detto, quelli che hanno avuto la cortesia di rispondere, che non c’è attrattiva. L’ultimo giusto mezz’ora fa. Avevo chiesto ad un designer di riprogettate il brand, creando un logo accattivante. Ha rilevato che il negozio manca di unicità, non c’è un elemento distintivo su cui lavorare.”
“Mi spiace tanto. Prova con qualcun’altro. Ho un amico che si occupa di pubblicità in radio…”
Scuoto la testa. “Hanno ragione, sai? Manca qualcosa, ma non so neppure io cosa.”
“Lo sai che puoi contare su di me. Potrei pure ingrandire la cartoleria comprando il tuo locale, vendere anche libri di narrativa e assumerti per darmi una mano, avrei più giro e tu mi saresti d’aiuto.”
“Si, lo so…”
“Ma non è per questo che sei tornata in Italia, giusto?” Mi abbraccia teneramente. “Dai, nel primo pomeriggio ti aiuto a sistemare la vetrina. Mettiamo un po’ di rosso, che arriva San Valentino!”
Sorrido con riconoscenza, ma dentro di me vorrei morire.
Può esserci qualcosa di peggio di San Valentino alle porte quando la vita ti sta andando a rotoli, pure in triste solitudine?!

 

“Ecco tesoro, questo è il tuo regalo!”
Il visibilio e l’eccitazione di mia madre aumentano il mio panico. Certo è sempre gaudente, ma questa volta è eccessiva. Deve avermela combinata proprio grossa. Entro ispezionando la stanza in ogni centimetro intorno, pronta ad ogni evenienza.
In salotto però c’è solo una scatola rossa, con fiocco coordinato, poggiata sul tavolino da tè. Sembra innocua. Mi siedo sulla poltrona lì accanto e l’osservo bene: ha dei piccoli fori per ogni lato.
“Perché il pacco è bucato?”
“Ha bisogno di aria per conservarsi, diciamo.” Il suo ghigno mi ricorda troppo l’espressione diabolica del Grinch. “Su, aprilo!”
Sfioro appena con un dito uno dei fori, qualcosa all’interno si muove e sposta la scatola. “Oddio, ma che cos’è?!” Salto sulla seduta spaventata, spostando addirittura la poltrona.
“Sei proprio una sciocchina! Già è impaurito di suo, poverino.” Mia madre solleva il coperchio e una minuscola testolina pelosa, con striature rossicce e nere, sbuca a guardarmi dal bordo. Sento un debole “mee”, è troppo piccolo per un “miao” completo.
Rimango ammutolita per qualche istante, prima di focalizzare l’accaduto. E’ bellissimo, ma…
“Un gatto? Mi hai regalato un gatto? Sei impazzita?” La voce mi muore in gola, a sottolineare la tragedia.
“Sei sempre così depressa… Hai bisogno di compagnia, qualcuno che ti distragga.”
“Si certo, mi devo trovare un uomo, ho capito…” Tanto sempre lì torniamo, a parlare di uomini che non ci sono.
“Ma tesoro, a che serve un uomo se puoi avere un gatto?”
Nel frattempo il micetto è riuscito ad uscire dalla scatola ribaltandola su un fianco. Ha attraversato tutto il piano del tavolino e si è fermato giusto davanti a me. Mi scruta incuriosito, indeciso se considerarmi amica o soggetto ostile.
“Cara, a parte che l’ho preso per te… Io qui ho il mio Sansone, e lo sai quanto è gelosissimo il mio cucciolo! Questi tre giorni sono stati un inferno! Ma l’ho fatto per te!”
Certo definire Sansone un cucciolo è alquanto azzardato, quel gatto pesa quattordici chili. Quando è a dieta.
Passa tutto il suo tempo acciondolato sul divano ed è talmente immobile che gli estranei lo scambiano per un cuscino curiosamente peloso, rischiando di appoggiarci la schiena e ottenere come risposta un profondo brontolio stizzito. Che li fa tutti scattare in piedi terrorizzati.
Porto un dito vicino al naso del nuovo arrivato. “E come si chiama lui?”
“Romeo” risponde mia madre, arrotolando orgogliosa la erre.
“Mi prendi in giro?” Nel frattempo il gattino ha annusato il mio dito e l’ha leccato un pochino, per capire di che gusto sono.
“No, l’hanno chiamato così perché si fa toccare e coccolare solo dalle donne, mentre con i maschi sbuffa e graffia.”
“Un vero Romeo, insomma” concludo con un sorriso. Intanto il mio amato ha deciso che il dito gli piace, ci si è aggrappato per bene e sta tentando di scalare la mia mano, forse pure il mio braccio.
“Ti regalo anche il trasportino morbido di Sansone, oramai lui non ci entra più. Ma tu potrai portare Romeo con te in negozio. Le sponde della borsa si arrotolano e diventa una piccola cuccia.”
Alla fine tolgo il micetto dal mio gomito, dove lo vedo in pericolo di caduta, e me lo appoggio in grembo. Un delicato ronzio attesta che le mie coccole sulle sua testolina sono ben gradite.
“Sai, l’hanno salvato dal camion della spazzatura. Qualcuno l’aveva gettato via.”
A quelle parole il mio cuore si scioglie. Abbiamo qualcosa in comune, io e il pelosetto.

 

Nel tornare a casa in auto mi aspettavo un tragitto orribile, con un gatto terrorizzato dal rumore del motore e dal movimento del veicolo. Ricordavo i miagolii strazianti di Sansone quando veniva portato dal veterinario per i vaccini.
Invece Romeo se ne è stato quieto nel suo trasportino, nemmeno un fiato. O questo micino è più intelligente, e mi piace, oppure è un gattino giramondo, e mi piace ancora di più perché io adoro viaggiare.
Arrivati al mio appartamento, lo faccio uscire perché prenda confidenza con l’ambiente. I suoi primi passi sono incerti, poi quando annusa l’assenza di pericolo comincia a zampettare curioso per ogni angolo. Intanto riordino le sue cose, mia madre ha preparato il corredo al completo: scatolette e croccantini per un due settimane, ciotole e giochini vari, un tiragraffi a tre piani da montare, penso quando sarà più grandicello, una lettiera con tutti i ricambi, una cuccia più grande per casa. Questa la posiziono a fianco del mio letto, così dormiremo vicini.
Sistemato tutto, mi preparo per andare a dormire. Romeo mi segue ad ogni passo e vigila sul mio pigiama, sulla mia toilette, sul mio strucco, sul mio dentifricio. Non si perde un secondo dello spettacolo.
Se Natale è già difficile per una single, il periodo successivo è una tragedia. San valentino incombe e devo ammettere che il mio umore è più rasoterra che mai. Magari questo gattino sarà davvero la distrazione giusta. Potrei anche sopportare di dare ragione a mia madre, per una volta.
“Buonanotte Romeo” lo saluto prima di spegnere la luce del comodino.
Dopo poco però sento qualcosa muoversi laggiù, un fruscio di tappeto, la coperta che tira da un lato, uno starnuto, altro tappeto che si muove, qualcosa che gratta sulla cassettiera, e alla fine un “meee” prolungato di richiamo. Riaccendo la luce.
“Cosa c’è?” gli chiedo guardandolo. Mi punta due occhi tristi e aspetta seduto composto sullo scendiletto. Allungo la mano e lui ci salta dentro.
In fondo lo capisco: qui c’è un letto enorme e vuoto, perché mai dovrebbe dormire da solo per terra?!
Lo poggio sul cuscino. “Stai qui. Non andare sotto le coperte altrimenti ho paura di schiacciarti nel sonno, capito?”
La risposta è un ronzio soffuso. Spengo nuovamente la luce.
Il giorno successivo mi sveglio con la zampina di Romeo che batte sul mio naso, ripetutamente. Il maschietto ha una fame terribile.
Facciamo colazione insieme in cucina, Romeo più interessato al mio latte e cereali che ai suoi croccantini “speciale crescita”. Alla fine gli allungo una ciotolina di latte tiepido e quando l’ha terminata non smette di leccarsi il musetto dalla gioia.
Giunti alla merceria, appena lo lascio libero dal trasportino corre come un assatanato per tutto il negozio, annusando ogni cosa. Come un giocattolo a molla esaurita la carica, ritorna da me e si struscia sui miei piedi. Lo sollevo e lo rimetto nella cuccia poggiata vicino al computer.
“Che cosa hai portato?” mi chiede Francesca tutta entusiasta entrando dalla porta a metà mattina. “Ti ho visto con una borsa strana prima…”
Poi si accorge del batuffolo peloso che la osserva intrigato dal bancone.
“Ommmioddddio! E chi è questo amorrrrrrrre!”
Non faccio in tempo a presentarlo che si stanno già coccolando a vicenda, non so chi dei due faccia le fusa più rumorose.
Nel pomeriggio, mentre sto riordinando sullo scaffale i gomitoli di lana appena arrivati, dietro di me Romeo si infila quatto quatto nello scatolone e senza che me ne accorga, lo ritrovo aggrovigliato e miagolante. E’ talmente buffo che decido di fotografarlo, mentre lui continua a brontolare stizzito.
E poi mi viene un’idea: prendo l’immagine più bella, la miglioro con i filtri del cellulare e la carico sulla pagina Facebook della merceria.
“Qui da noi c’è un gomitolo per ogni gatto. Passate a trovarci! Romeo vi aspetta!”
Non servirà a nulla ormai, ma la foto è troppo carina. Almeno chiuderò in bellezza.

 

Il mio telefonino è impazzito. L’ho appena acceso e non smette di trillare notifiche, sembra indemoniato.
Mentre faccio colazione insieme a Romeo, che ha rifiutato categoricamente le crocchette “speciale crescita” a favore dei miei banalissimi latte e cereali, sblocco il display per capire cosa succede.
1728 notifiche. 5926 mi piace. 3275 condivisioni. Pure su Twitter, Instagram e Pinterest. Anche la casella di posta lampeggia piena zeppa di mail. Certamente un errore, devo aver beccato qualche virus, accidenti.
Ci vestiamo per uscire, o meglio io mi vesto e lui inclina la testa a destra e a sinistra per valutare il mio outfit. Quando arrivo alla porta, si infila addirittura da solo dentro il suo trasportino.
In auto cantiamo per tutto il tragitto, per lo meno lui ci prova: miagola acuti ascoltando la radio, gli piace proprio Rovazzi.
Giunti sotto i portici del negozio, troviamo un capannello di gente in attesa proprio di fronte alla merceria. Mamme, nonne con i bambini, pure qualche ragazzina delle medie, che sembrano aspettare proprio noi. In mezzo a tutti c’è anche Francesca e appena mi vede all’inizio della via urla un “Eccolo, è arrivato Romeo!”
Ossantiddio! Vuoi vedere che quell’ultimo post ha davvero funzionato?!
Quel giorno e in quelli successivi tutti passano a salutare il micio che spopola sui social, la merceria fa il pienone di vendite, tanto da cambiare il rotolino di carta del registratore addirittura due volte in una sola apertura, molti nuovi clienti mi ringraziano perché raramente frequentavano questa zona della città, alcuni mi lasciano qualche idea per migliorare il locale e la visibilità dall’esterno. Prendo nota di tutto, anche delle iscrizioni ai nuovi tre corsi di ricamo che partiranno il prossimo mese. Sold out!
Romeo dal canto suo non lesina miagolii e fusa a nessuno, godendosi tutte le attenzioni. La star del momento, sospetto che se ne approfitti pure, gatto furbetto.
Giunge così anche il temuto giorno di San Valentino.
La pagina Facebook è inondata di auguri già dalle prime luci, la cassetta postale del negozio è gonfia di bigliettini e per tutta la giornata tutti entrano in negozio per lasciare un regalo rosso fuoco a Romeo, dalle sciarpette in lana, la stessa lana che ho venduto io, alle scatole di croccantini decorate di cuoricini. Il micio è più corteggiato di me!
Dopo pranzo però, quando siamo chiusi per la pausa, all’improvviso vomita nel pavimento del retrobottega. Pulisco in fretta e gli verso dell’acqua fresca nella ciotolina. Mi sembra un po’ stanco. Forse troppo coccole per un micino così piccolo.
Il pomeriggio c’è un’altra ondata di festeggiamenti. Romeo partecipa di meno alle lusinghe, lo vedo spesso ritrarsi verso la cuccia, nascondersi sotto la copertina che gli ho messo per tenerlo al caldo.
Quando lo prendo per rincasare, sembra dormire ma di un sonno tormentato, non respira ma ansima.
Durante il viaggio di ritorno in auto, lo tengo d’occhio sul sedile del passeggero, tra un semaforo e l’altro, ma non batte ciglio.
Rientrati al mio appartamento, lo sento rantolare e vomita di nuovo in cucina. C’è davvero qualcosa che non va.
“Gli hai misurato la febbre, tesoro?” mi chiede mia madre al telefono.
“Perché? I gatti hanno la febbre?!”
“Certo che si. Se stanno male, hanno la febbre come noi umani.”
“E come si misura la temperatura ad un gatto?” chiedo smarrita. Un gatto non ha le ascelle e se gli metto il termometro in bocca lo distruggerà in pochi secondi, soffocando con i pezzi di plastica.
“Glielo infili nel posteriore, cara.”
“Io …cooooosa? Nonononnnono! Non gli posso fare questo!”
“Sciocchina, lo si fa anche con i bambini. Delicatamente, facendo attenzione.”
“Per i bambini c’è il termometro da orecchie, lo so bene. No, non posso fargli questo!”
“Portalo dal veterinario allora. Ti ho messo il suo biglietto tra i documenti di adozione.”
“E secondo te il veterinario aspetta giusto me la sera di San Valentino?”
“Chi lo sa… ” Scorgo una risata repressa nella sua voce. “Comunque c’è sempre qualcuno per le emergenze, il centro veterinario non chiude mai.”
Ottimo. Peggio di San Valentino chiusa in casa da sola, c’è San Valentino di corsa dal veterinario con un gatto moribondo. Che angoscia!

 

La strade della città sono deserte, saranno tutti rintanati nei ristoranti, o nelle camere da letto, a festeggiare. Io invece guido come una pazza per raggiungere la clinica il prima possibile. Quando arrivo al parcheggio inizio a singhiozzare. Romeo è inerte e caldissimo, ora lo sento anch’io, tra le mie mani. Quando suono il campanello del veterinario non vedo nemmeno chi mi apre, la vista annebbiata dalle lacrime. Riesco solo a dire “Sta morendo…”
Una voce maschile mi tranquillizza subito. “Non muore nessuno questa sera, soprattutto i miei pazienti. Entrate.”
L’uomo afferra il trasportino e lo poggia sul lettino dell’ambulatorio.
“Allora, chi abbiamo qui? Ma guarda un po’ …Romeo!”
“Lo conosce?” Credevo che mamma avesse preso il micio dal gattile, in effetti non ho più guardato i documenti.
“Si, l’ho salvato io dai rifiuti e l’ho portato subito qui. L’ho chiamato Romeo perché andava d’accordo con la mia Juliette, di solito così schiva con tutti gli estranei, felini compresi.”
Il veterinario si guarda intorno. “Juliette? Dove sei? Vieni qui, c’è il tuo amichetto.”
Da sotto uno scaffale spunta fuori una gattina bianca, con le zampette nere, leggermente più grande del mio Romeo, ma davvero di poco. Si arrampica per i cassetti, cammina per tutto il bancone e con un salto giunge sul lettino, a fianco dell’altro micino. Lo annusa, lo riconosce e lo saluta con un miagolio prolungato. Romeo stringe appena gli occhi.
“Misurata la temperatura?” mi chiede il veterinario, finché rigira il gattino da una parte all’altra.
Il mio viso s’incendia come un camino. “Ehm… no…”
Lo sento ridacchiare. “Mai avuto gatti?”
“No. Cioè si. Ma erano tutti gatti adulti. Si arrangiavano ecco.”
“Sono sempre i cuccioli ad avere più problemi. Probabilmente gli stanno crescendo i denti.”
“I denti? E questi cosa sono allora?” Gli mostro la mano piena di strisce e forellini rossastri lasciati da Romeo durante i suoi giochi sfrenati.
“Aspetta di vedere cosa farà con quelli nuovi!”
Gli infila un dito in bocca e controlla la mandibola. “Si, sono proprio i denti, le gengive sono gonfie. Forse ha un’infezione in corso. Gli diamo un po’ di antibiotico per sicurezza e l’antipiretico per la febbre.”
Prende una boccetta dall’armadietto e ne versa alcune gocce sulla lingua del micio. Afferra poi una siringa già pronta su un vassoio e gli pratica un’iniezione veloce dietro il collo. Tutto sotto la guida attenta della gattina. Romeo non fa nessun verso, la febbre l’ha tramortito.
“Un po’ mi è dispiaciuto separarli, Romeo e Juliette. Ma è arrivata una signora e lo voleva assolutamente, sembrava questione di vita o di morte, per una figlia depressa diceva. Ma non puoi essere tu, giusto?”
“Eh…le madri, sempre esagerate” rispondo imbarazzata.
Il veterinario controlla ancora la bocca di Romeo e poi getta i guanti nella spazzatura.
“Bene, adesso possiamo solo aspettare. Io rimarrò qui tutta la notte, ma tu puoi tornare a festeggiare San Valentino. Ci sarà qualcuno che ti aspetta.”
Nego con la testa e alla fine mi abbandono alla disperazione a lungo soffocata.
“Mi ha lasciato, per il suo lavoro…”
Mi porge un fazzoletto in cotone, di quelli che non usa più nessuno. Lo prendo e asciugo le lacrime. Finalmente metto a fuoco la persona che ho davanti, il mio salvatore. Sbatto le palpebre ripetutamente.
Oh porca miseria! Questo è un veterinario? Ma ma ma …è troppo attraente per fare il veterinario!
“Sono stato mollato qualche mese fa anch’io. Avevo portato a casa Juliette per farle una sorpresa. Invece ho scoperto che la mia ragazza era allergica al pelo di gatto. Lo sapeva, ma l’aveva tenuto nascosto. Ho riportato Juliette in clinica, per trovarle un’altra sistemazione. Ma qualche giorno dopo la mia ragazza se n’è andata, con un allevatore di gatti siberiani per giunta! Credevo avesse gli occhi rossi per la decisione, invece era solo l’allergia, stupido io…”
Accarezza la gattina sulla testa. “Allora mi sono detto: a che serve una fidanzata se puoi avere una gatta? E mi sono ripreso Juliette.”
I suoi occhi verdi, e che occhi verdi ragazzi, mi scrutano con attenzione.
“Senti, mi stavo per ordinare una pizza. Visto che non hai impegni, vuoi farmi compagnia?”
Juliette miagola per confermare l’invito. E devo ammettere che, passata la paura, ho una fame terribile.
“A proposito, io sono Tommaso, Tommy.” Mi porge la mano per le presentazioni.
“Lucia, Lucy per gli amici.” Gliela stringo con un pizzico di euforia.

 

A mezzanotte mi convince a tornare a casa, per riposare. Romeo respira regolarmente e non scotta più.
Il mattino seguente è sempre Tommaso ad aprirmi la porta, con la barba ancora sfatta. Per altro molto sexy.
Mi consegna il piccolo micio che ancora dorme beato nel suo trasportino.
“Per oggi riposo, mi raccomando. Questa sera vorrei controllarlo ancora, se ha bisogno di altro antibiotico. Non sono però in turno. Che ne dici di cenare a casa mia, portando lì Romeo? Ci sarà ovviamente anche Juliette.”
Il suo sguardo lascia intendere che non è un trattamento riservato a tutte le clienti.
Rispondo di si con la testa, ancora imbambolata dalla sorpresa.
“Perfetto. Il tuo numero ce l’ho, ti mando un messaggio più tardi con l’indirizzo. Buona giornata, Lucy.”
Tra i mille pensieri che affollano il mio cervello impazzito ce n’è solo uno che mi spaventa.
…che mia madre avesse previsto tutto?!

 

(C) 2020 Barbara Businaro

 

Note:
Come nasce questo racconto?
L’ispirazione mi è arrivata da due gattine, Amelia e Agata, adottate da un’amica sotto il periodo natalizio. Le loro vicissitudini nella nuova casa e le preoccupazioni della loro padroncina si sono legate alla mia ricerca di una storia per San Valentino. Ricordandomi anche quanto mi manchi avere un gatto per casa.
Il titolo non è arrivato subito (e nemmeno il veterinario per quello… per un po’ credevo che il Lui sarebbe stato proprio Biondi capelli fluenti!) ed è stata una mia esclamazione mentre pensavo a questa ricerca spasmodica dell’altra metà che finisce col logorare alcune: ma a che ti serve un uomo se puoi avere un gatto?

Praticamente nello stesso momento mi è anche tornato in mente uno dei miei film preferiti (ndr. a casa mi prendono spesso in giro perché ho troppi “film preferiti”, talmente tanti che sembrano tutti i miei film preferiti 😛 ). La pellicola in questione è “Una sposa per due” (If a Man Answers) del 1962 con una frizzante Sandra Dee nei panni di una sposa novella la cui madre le spiega che per avere un matrimonio felice occorre trattare il marito come un cucciolo e addestrarlo allo stesso identico modo. Le regala addirittura lo stesso manuale applicato molti anni prima a suo marito, il padre della sposa. La ragazza sconcertata osserva il proprio genitore comportarsi proprio come indica il libro e si convince di usarlo a sua volta.
Una commedia spassosa, che però non passano più nei nostri canali televisivi, dovete recuperarla online. Il trailer è solo in lingua inglese e si focalizza in realtà sulle finte telefonate mute che lei riceve (ed è la madre che chiama) per ingelosirlo.

Una Sposa per due (If a man answer) - trailer originale

Mentre cercavo di visualizzare il vero protagonista del racconto, il gattino Romeo, e di scovare una musica che accompagnasse le mie parole, ho sentito questa canzone alla radio: Black Gold is the colour…
Pensate che non sia adatta a San Valentino? Trovarlo un uomo che ti sussurra “don’t change, don’t change, I need you tonight, I need you tonight…” 😉

 

Comments (17)

Alessandro Blasi

Feb 14, 2020 at 7:12 AM

Eh eh, e bravo Romeo che con la sua febbre ha fatto incontrare Lucy con il veterinario più sexy e single della zona… Lo dico sempre io che gli animali hanno una marcia in più.
Grazie anche per questo racconto che, si presume, possa continuare il prossimo anno . Magari Romeo e Juliette potranno avere dei piccoli? E anche loro potranno avere dei cuccioli?
Chi lo sa? Solo la fantasia di Barbara potrà dare la risposta a queste domande.

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Barbara Businaro

Feb 16, 2020 at 4:48 PM

Alex, tu sei fissato con la seconda stagione. Di tutto quello che scrivo mi chiedi sempre come prosegue. Ti rispondo come George Clooney: immagina, puoi! 😀 😀 😀

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IlVecchio

Feb 14, 2020 at 1:35 PM

Alla fine oltre al gatto c’è anche l’uomo…
Qui più che gatto furbetto, vedo un’autrice furbetta. 🙂
Bella la nuova foto, se ancora non l’avevo detto.

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Barbara Businaro

Feb 16, 2020 at 4:49 PM

Ahahah, mi hai scoperta! Che racconto di San Valentino sarebbe se non lascio almeno uno spiraglietto alla speranza?!
Grazie per la foto, forse si, me l’avevi già scritto. 😉

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Brunilde

Feb 14, 2020 at 6:42 PM

Grazie Barbara! Mi hai rallegrato la giornata, inziata alle 8,15 in fila davanti a un ufficio chiuso ( apertura 8,30 ) e già con 7 colleghi davanti a me. In piedi, appoggiata a un muro, ho letto il tuo racconto e ho finito con un sorriso.
La prima gatta della mia vita ( indimenticabile amore felino assoluto ) arrivò nel 1992, e da allora c’è sempre stato un felino, spesso anche due, a colorarmi l’esistenza . Perchè, in effetti: a che mi serve un uomo se posso avere un gatto?

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Barbara Businaro

Feb 16, 2020 at 4:53 PM

Sono contenta di averti regalato un sorriso, di prima mattina anche! Tutto merito di Romeo rubacuori! 😉
Semmai potrò tenere un gatto (ora non sarebbe possibile, vivrebbe maluccio da solo chiuso in casa tante ore), voglio un gatto rosso rosso scozzese, e magari lo chiamo proprio come il mio coach-attore di Outlander… vuoi mettere gridare per casa “Saaaaaam, vieni subito qua!” Diabolica! 😀 😀 😀

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Giulia Mancini

Feb 14, 2020 at 7:50 PM

Incredibile, sono appena stata a vedere gli Editors all’Alcatraz di Milano e tu mi completi il racconto con Black Gold! Racconto di San Valentino riuscitissimo, del resto con i gattini puoi vincere facile, fantastico il film con Sandra Dee, me lo ricordo, l’ho apprezzato più volte anch’io…

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Barbara Businaro

Feb 16, 2020 at 5:03 PM

Maddai, incredibile!! Gli Editors li ho appena scoperti, ascoltati per caso una mattina su Virgin Radio e shazammati (da shazam, l’app che ti consente di rintracciare il brano musicale mettendosi in ascolto dal cellulare, la uso tantissimo).
Mi sono procurata subito l’ultimo album, che è un anthology, dove c’è proprio Black Gold, la mia preferita. Mi piacciono molto anche A ton of love, An End has a start (le prime che ascolto ogni mattina, mi danno carica) e Upside down (che mi ricorda l’omonimo film del 2012 con Kirsten Dunst e Jim Sturgess, anche se non fa parte della sua colonna sonora questa canzone ci sarebbe stata bene). Le altre sono un po’ troppo lente per me, ma devo ascoltarle meglio.
Con i gatti puoi vincere facile, ma solo se li conosci davvero.
Non avendo mai avuto un cane, per esempio, non so se riuscirei a scriverne. 😉

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Stefano Franzato

Feb 16, 2020 at 11:58 AM

Hai stile! Te l’ho detto più di una volta mi pare. E lo stile in uno scrittore è tutto – come sostiene F. Celine. E poi c’è il tuo ottimismo congenito a condire piacevolmente ciò che racconti. Anche questa volta mi è piaciuto leggerti.

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Barbara Businaro

Feb 16, 2020 at 5:17 PM

Grazie Stefano! E pensa che ogni volta che scrivo un racconto mi pare di avere uno stile differente, a seconda delle letture del momento (in questo momento “Cherryman dà la caccia a mister White” di Jacob Arjouni, dopo aver terminato “Lettera al mio giudice” di George Simenon).
E in quanto all’ottimismo… lasciamelo almeno nelle storie, và! 😉

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Rebecca Eriksson

Feb 16, 2020 at 5:26 PM

Ammetto che anch’io guardo con piacere le commedie anni ’60 e trovo piacevoli quelle di Sandra Dee (per quanto la canzone di Grease la prenda in giro).
Hai uno stile di scrittura molto scorrevole e ti si legge sempre con piacere.

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Barbara Businaro

Feb 16, 2020 at 7:06 PM

Look at me, I’m Sandra Dee, lousy with virginity…
Non ricordavo in effetti la canzone che ironizza sulle brave ragazze di un tempo, che poi trattare il marito come un cagnolino non mi pare moralmente ineccepibile! 😉
Sono contenta mi si legga con piacere. Per la verità, oggi rileggendo brevemente ho trovato taaaaante di quelle stonature. Si vede che, al solito, i miei beta si sono fatti prendere dalla trama e non se ne sono accorti! 😀

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Nadia

Feb 17, 2020 at 6:08 PM

Complimenti un racconto dolce ma non troppo, non si cariano i denti insomma e con i gatti hai fatto breccia in molti cuori, come i post che i follower di Lucy hanno apprezzato. Il titolo poi che dire se non azzecatissimo? Sempre più brava.

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Barbara Businaro

Feb 17, 2020 at 10:21 PM

Come i gatti: dolci ma non troppo, che oltre i denti ci sono gli artigli! 😉
Il titolo è stato un fulmine a ciel sereno, quando ancora la storia non mi convinceva. Che se dovessi cercarmi una parte, dentro questo racconto, probabilmente io sono proprio la madre-rompiscatole-cupido! 😀 😀 😀

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Darius Tred

Feb 20, 2020 at 10:08 AM

Fake man! 😀 😀 😀

Quanto mi piace questa definizione. E quanti ne conosco… ;-P

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Barbara Businaro

Feb 20, 2020 at 10:49 PM

Quanti ne ho conosciuti, e smascherati, io…
Ogni settimana per esempio mi capita di bloccare e segnalare i profili falsi del mio coach Sam, attore di Outlander. Mi scrive preoccupandosi di sapere come sto (lo sa, sto bene, sono una peaker!) e chiedendomi soldi 😀 😀 😀

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Darius Tred

Feb 21, 2020 at 10:45 AM

Fake man virtuali ma anche fake man reali.

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