Anna Karenina di Lev Tolstoj. Dalla copertina: Frank Weston, Red and Gold

Anna Karenina di Lev Tolstoj
Un romanzo complesso quanto la vita stessa

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo proprio.
Anna Karenina, Lev Tolstoj

Mi sembra di aver compiuto un lungo viaggio nella lettura di Anna Karenina di Lev Tolstoj e purtroppo è già finito.
Così immersiva e così potente ho trovato quest’opera narrativa, che da qualche giorno la Russia, fredda e ghiacciata nel lungo inverno, come pure solare e profumata d’estate, complicata quanto le città di San Pietroburgo e Mosca, semplice quanto le distese di grano in campagna, mi manca un po’.
Che Anna Karenina fosse un romanzo da non perdere lo sapevo già da tempo e conoscendone a grandi linee la trama l’avevo addirittura citato nell’ultimo racconto di Liam e Caitlyn, Dissolvenza, perché anche i fantasmi leggono e cominciano proprio da quei libri, soprattutto i classici, che non hanno avuto il tempo di assaporare in vita.
Perché avevo atteso così a lungo prima di entrare anch’io tra queste pagine?
Ogni libro richiede la giusta predisposizione d’animo, in questo caso poi anche la maturità di saperne cogliere e apprezzare tutta la profondità della storia, dei personaggi, dell’ambientazione.

Ho scelto l’edizione di Feltrinelli, curata da Gianlorenzo Pacini, docente di Lingua e Letteratura russa alle Università di Lecce, Siena, Urbino e Roma, che per Feltrinelli, Mondadori, Einaudi, Bompiani e Garzanti ha tradotto diverse opere letterarie di autori russi e cechi, non solo Tolstoj e Dostoevskij. Interessante la sua postfazione in fondo al libro che mi ha lasciato, insieme ai cenni biografici, un approfondimento sulla vita e sull’ambiguità caratteriale di Lev Tolstoj. Appartenente alla nobiltà russa, la sua vita fu lunga, a tratti avventurosa come ufficiale d’artigliera in guerra, e tragica, in perenne conflitto con sé stesso, con le sue credenze, con la società russa, con il progresso, osannato dal popolo che apprezzava i suoi scritti, le sue idee e il suo impegno contro la povertà e la miseria, tormentato da una ricerca interiore che lo portò a sfiorare l’ascetismo più estremo nell’ultima parte della sua esistenza.

Non ho messo particolare attenzione nella valutazione di una traduzione piuttosto che un’altra, anche se sono conscia che il lavoro del traduttore in un’opera del genere assume un ruolo determinante per comprensione e apprezzamento. Solo al termine ho scoperto che in alcune edizioni si è arrivato addirittura a tradurre in italiano anche i nomi dei personaggi, Aleksèj diventa Alessio, e la lettura sarebbe stata per me insopportabile. Sono stata fortunata nella traduzione di Pacini, anche se ho acquistato questo cartaceo di Feltrinelli perché mi sono innamorata subito della copertina, con quel dipinto magnifico che sembra incarnare proprio lo spirito del romanzo, l’espressione dolce e triste della stessa Anna Karenina, le gote rosse di felicità e lo sguardo perso nel buio dell’anima sofferente. Il quadro è Red and Gold di Frank Weston, datato 1915.

Certo nessuno mi aveva avvisato che Anna Karenina era pesante, un libro di un chilogrammo tondo tondo! 😀
Eppure credetemi che questo tomo di carta tra le mani non mi ha mai dato fastidio. Anzi, sono qui che lo sfoglio e lo risfoglio, triste di averlo terminato e di doverlo riporre in libreria. Forse non era nelle sue intenzioni, ma il signor Tolstoj ha scritto uno dei più bei romanzi d’amore di sempre!

 

Anna Karenina o le Tre coppie?

Anna Karenina non è la storia di Anna Karenina, bensì una narrazione complessa di tutto l’ambiente alto borghese che ruota attorno alla sua figura. La protagonista del titolo ci viene presentata addirittura al capitolo XVIII, a pagina 93, dopo che molti fatti sono già accaduti a suo fratello Stèpan Oblònskij, in litigio con la moglie Dolly, alla famiglia di quest’ultima, gli Scerbàckij, con la richiesta di matrimonio rifiutata dalla giovanissima Kitty, al povero respinto Konstantin Lèvin da sempre innamorato di Kitty e amico proprio di Stèpan Oblònskij, al coinvolgimento nella questione del conte Vronskij, ufficiale militare, un damerino per nulla interessato a sposarsi, piuttosto solo a dilettarsi.

La trama segue piuttosto le vicende di tre coppie, con genesi e destini diversi, pur appartenendo alla stessa classe sociale, la nobiltà russa. Il matrimonio di Stiva e Dolly Oblònskij, che si erano sposati con amore, ma l’amore è durato troppo poco, quanto il tempo di libertà dal primo figlio e la distrazione continua del marito dietro a qualsiasi altra gonna femminile ben disposta. Solo il ricordo dell’amore e la presenza dei figli li lega ancora, più per necessità.
L’accordo coniugale tra Karenin e Anna, giunti al matrimonio solo per convenienza, lei giovanissima in cerca di sicurezza economica e protezione anche per il fratello Stiva, Karenin invece più adulto, freddo e distaccato, incapacità per natura di amare, ma conscio che una moglie è indispensabile alla sua carriera politica. La convenienza non può resistere a lungo contro l’amore, anche se Vronskij, pur con tutto il suo ardore, non farà la felicità piena di Anna.
La terza coppia, in genere la favorita dei lettori, è quella di Lèvin e Kitty, i quali dopo aver sofferto entrambi del proprio giudizio affrettato si accingono all’altare innamorati e fedeli l’un l’altro, con il migliore degli auspici per una vita comune radiosa, lontani dai salotti e da quel mondo vacuo che li aveva colpiti e separati per un malinteso.
In effetti Tre coppie era il primo titolo del romanzo secondo l’intento di Tolstoj, poi mutato in Anna Karenina, la cui fine tragica è l’emblema di tutto l’intreccio della narrazione.

Oltre a queste tre coppie infatti, Tolstoj dipinge con maestria e accuratezza uno sterminato numero di personaggi, a volte ritratti da un solo particolare, altre con definizione precisa, quasi reale: Serëža, il figlio di Anna, conteso tra i due coniugi; gli Scerbàckij, genitori di Kitty, specie il vecchio principe dall’ironia pungente; Nikolàj e Sergèj, fratello e fratellastro di Lèvin; Màrija Nikolàevna, compagna di Nikolàj, uscita da una casa di depravazione, ma buona e legata alla sfortuna di quell’uomo; Vàren’ka, dedita alla cura del prossimo per riempire una vita sfiorita senza un matrimonio; la contessa Lìdija Ivànovna, avvezza più alla crudeltà che alla carità cristiana; Petrìckij, Jàšvin e Serpuchovskòj, compagni nella vita militare di Vronskij; Agàfija Michàjlovna, la vecchia governante, cuoca e consigliera di Lèvin; la principessa Betsy, cugina di Vronskij e vicina amica di Anna; la contessa Vrònskaja, così indulgente con le avventure del figlio, ma rigidamente contraria alla sua ossessione per Anna. E via via tutti i maggiordomi e le cameriere delle varie famiglie, i cocchieri e gli attendenti, i contadini delle campagne russe, i proprietari terrieri, gli affittuari, nessuno di loro viene lasciato al caso.

Un’opera monumentale senza dubbio, ma solo se la consideriamo al nostro tempo. Quando la scrive, Tolstoj utilizzò le proprie esperienze, i medesimi salotti che frequentò in gioventù, con i balli dell’alta società, le ville sontuose e i ristoranti di lusso, le stesse dame e cavalieri ivi conosciuti, gli stessi discorsi ascoltati in quelle occasioni mondane, più forse qualcuno che non ebbe mai l’opportunità di tenere, sui temi che gli stavano a cuore come l’agricoltura e il progresso in Russia. Alla sua epoca forse questo romanzo risultò pretenzioso e stucchevole, certo non lo leggevano i contadini senza scolarità e chi lo poteva leggere, borghesia e aristocrazia, non vi figurava così bene. Oggi però restituisce uno spaccato della Russia preciso e fedele, particolareggiato in tutto, un vero tesoro storico, oltre che un romanzo bellissimo. Il suo valore sta proprio nel tempo.
Forse un giorno le opere che oggi scartiamo come banali e tediose diventeranno ugualmente una memoria storica.
Ma questa è una riflessione a latere.

Anna Karenina di Lev Tolstoj. Feltrinelli

Più di un romanzo, un’enciclopedia!

Sono così tanti i temi e le occasioni di approfondimento all’interno di questo romanzo, da sembrare più un’enciclopedia! Troviamo la sagace ironia di Tolstoj in alcuni momenti, affidata un po’ all’ingenuità di Lèvin, alla goliadia di Stiva o ai commenti sarcastici del vecchio principe Scerbàckij. Ci sono le discussioni sulla proprietà terriera tra i fratelli Nikolàj e Lèvin, o gli stessi pensieri di Lèvin sull’agricoltura, mentre si accinge a scriverne un libro suo. Inevitabile il ragionamento sulla condizione della donna in quell’epoca, per confronto tra la numerosa prole di Dolly, sfiancata dalle gravidanze e dalle preoccupazioni, e la rinuncia di avere figli da parte di Anna, perché ad essi vi si associa lo sfiorire della bellezza. Sono molteplici i punti che mi hanno colpito lungo la narrazione, ma voglio riportarvi le pagine dove ho inserito un post-it, per non essere perdute.

 

La lite tra il principe Scerbàckij e la moglie, genitori di Kitty
parte prima capitolo XV pagina 85

“Che cosa avete fatto? Ecco che cosa: in primo luogo state adescando un fidanzato, tutta Mosca ne parlerà, e a ragione. Se date una serata voi invitate tutti, e non dei fidanzatini già scelti. Invitate tutti questi moscardini (così il principe definiva i giovanottini moscoviti), chiamate un tapeur per farli ballare, ma non come stasera, solo i fidanzatini, e farli stare insieme. A me fa schifo, fa schifo vedere tutto ciò, ma voi siete riuscita a far girare la testa alla ragazza. Lèvin è un uomo mille volte migliore. Quanto a questo elegantone pietroburghese è uno di quelli che oggi li fanno a macchina, tutti di uno stesso stampo, e tutti una porcheria. E anche se fosse un principe del sangue, mia figlia non ha bisogno di nessuno.”
“Ma che cosa ho mai fatto?”
“Quello che hai fatto…” prese a gridare il principe, più infuriato che mai.
“Io so soltanto una cosa,” l’interruppe la principessa, “che se si stesse a sentir te non mariteremmo mai nostra figlia. Se è così, allora sarebbe meglio andarcene in campagna.”
“Sarebbe molto meglio.”
“Aspetta un momento. Tu pensi forse che lo sto lusingando? Io non lusingo nessuno. Ma il giovanotto, che è molto perbene, si è innamorato, e lei, a quanto sembra…”
“Ecco, vi sembra, dite voi! E se lei s’innamorasse per davvero e se lui avesse tanta intenzione di sposarsi quanta ne ho io?… Oh, che mai lo vedano i miei occhi! Oh, lo spiritismo, oh, Nizza, oh, il ballo…” E il principe, imitando ironicamente le movenze della moglie, sottolineava ogni parola con una riverenza. “E adesso, se faremo l’infelicità di Kàten’ka,22 se lei si metterà davvero in testa…”
“Ma tu perché lo pensi?”
“Io non lo penso, io lo so; noi uomini abbiamo gli occhi per vederlo, ma non voialtre donnette. Io vedo un uomo che ha intenzioni serie, e questo è Lèvin; e vedo un galletto, come questo contafrottole, che ha solo voglia di divertirsi.”

Karenin in preda all’ansia
parte seconda capitolo VIII pagina 200

Percorso ogni tratto della sua passeggiata, perlopiù quando si trovava sul parquet della stanza da pranzo illuminata, egli si fermava e si diceva: ‘Sì, è indispensabile risolvere questa faccenda e mettervi fine; devo dirle come io la considero e cosa ho deciso’. E, fatto dietro-front, tornava indietro. ‘Ma cosa dirle? Quale decisione?’ si chiedeva arrivando in salotto, senza trovare risposta. ‘Ma infine,’ si chiedeva al momento di svoltare nello studio, ‘che cosa mai è successo? Nulla di nulla. Lei ha parlato a lungo con lui. E con ciò? Capita forse di rado che una donna dell’alta società parli con qualcuno? E poi essere geloso significa umiliare me stesso e lei,’ si rispondeva entrando nello studio di lei; ma una tale convinzione, che prima aveva tanto peso per lui, adesso non ne aveva più nessuno e non significava nulla. E, arrivato alla porta della camera da letto, faceva dietro-front e rientrava nella sala; ma non appena di ritorno metteva piede nel buio salotto, ecco che una certa voce gli diceva che le cose non stavano così, perché il fatto che gli altri l’avevano notato voleva dire che qualcosa c’era. E in salotto tornava a ripetersi: ‘Sì, è indispensabile risolvere questa faccenda e mettervi fine; devo dirle come io la considero…’. E poi di nuovo in salotto, prima di svoltare, si domandava: come risolvere la faccenda? E dopo tornava a chiedersi: ma cosa è successo? E si rispondeva: niente, e si ricordava che la gelosia era un sentimento che umiliava la moglie; ma poi, di nuovo in salotto, si convinceva che invece qualcosa era successo. I suoi pensieri, come il suo corpo, si aggiravano in un circolo vizioso, senza mai trovare qualcosa di nuovo. Rendendosene conto, si passò la mano sulla fronte e si sedette nello studio di lei.

La primavera, una sublime descrizione
parte seconda capitolo XII pagina 212

La primavera tardò alquanto a scoppiare. Nelle ultime settimane di quaresima le giornate erano limpide e gelide. Di giorno la neve si scioglieva al sole, ma di notte la temperatura scendeva fino a sette gradi sottozero. La crosta di ghiaccio era così solida che ci si poteva andare con i carri senza seguire la strada. A Pasqua cadde la neve. Ma già il giorno dopo la festa, improvvisamente, prese a soffiare un vento tiepido, le nuvole copersero il cielo e per tre giorni e tre notti cadde una pioggia tiepida e violenta. Il giovedì il vento si calmò e si addensò una fitta nebbia grigia, come a voler nascondere i segreti dei mutamenti che si compivano nella natura. Nella nebbia si riversavano acque, scricchiolavano e si spostavano massi di ghiaccio, più veloci scorrevano torbidi, spumeggianti torrenti, finché alla sera, proprio in cima a Kràsnaja Gorà, la nebbia si squarciò, le nubi si dispersero come pecorelle, il cielo si schiarì e scoppiò la primavera vera e propria. Al mattino si levò un fulgido sole che divorò rapidamente la sottile crosta di ghiaccio che copriva le acque e tutta la tiepida atmosfera vibrò per l’evaporazione che saliva dalla terra che riprendeva vita. Rinverdì l’erba vecchia e la nuova verdeggiò spuntando a forma di aghi, si gonfiarono le bacche del viburno e le gemme del ribes e della viscosa betulla da spirito, e su un ramo dai fiori d’oro prese a ronzare un’ape rimasta fuori dell’alveare svolazzando lì intorno. Delle invisibili allodole presero a cantare sul velluto verde dell’erba e sulla stoppia che andava sgelandosi, le pavoncelle presero a cantare sulle bassure e sulle paludi invase dall’acqua non ancora riassorbitasi e le gru e le oche passarono alte nel cielo con un primaverile gracidio. Muggiva sui pascoli il bestiame spelacchiato che solo in certi punti del mantello non aveva mudato, gli agnelli dalle zampe storte saltellavano intorno alle madri belanti che perdevano il pelo, ragazzetti dalle gambette svelte correvano per sentierini che andavano asciugandosi dove rimaneva l’impronta dei loro piedi nudi, dallo stagno giungeva l’allegro crepitio delle voci di donne che lavavano i loro panni, nei cortili risuonavano i colpi d’ascia di contadini che aggiustavano erpici ed aratri. La vera primavera era scoppiata.

L’ironia di Stepàn Arkadic
parte seconda capitolo XIV pagina 225

“Be’, e le tue faccende come vanno?” chiese Lèvin, pensando che da parte sua non fosse giusto preoccuparsi soltanto di se stesso.
Gli occhi di Stepàn Arkàd’ic si accesero di un allegro scintillio.
“Il fatto è che tu non ammetti che si possano desiderare delle ciambelle quando hai già avuto la razione che ti spetta, secondo te questo è un crimine, ma io non concepisco la vita senza amore,” disse, intendendo a modo suo la domanda di Lèvin. “Che vuoi farci, io sono stato creato così.
E in fondo in questo modo si fa tanto poco male al prossimo e si procura un tale piacere a se stessi…”
“Come, c’è in ballo qualcosa di nuovo?” chiese Lèvin.
“Eccome se c’è, fratello! Vedi, tu certo conosci le donne di Ossian… quelle donne che vedi soltanto in sogno… Ebbene, queste donne esistono anche nella realtà… e sono donne terribili. La donna, caro mio, è una materia che, per quanto tu la studi, ti riserva sempre qualcosa di completamente nuovo.”
“Allora è meglio non studiarla.”
“No. Non so quale matematico ha detto che il piacere non sta nel trovare la verità, ma nel cercarla.”

Agricoltura e contabilità all’italiana(?)
parte terza capitolo XXVII pagina 447

“I lavoratori non vogliono lavorare bene, e cioè non vogliono lavorare con buoni strumenti. Il nostro contadino conosce una cosa sola: ubriacarsi come un porco e, quand’è ubriaco, guastare tutto quello che gli date. Abbevera i cavalli fino a farli scoppiare, rompe i buoni finimenti, una ruota cerchiata la cambia e se la beve, getta un perno nella trebbiatrice apposta per rovinarla. Lo disgusta vedere qualsiasi cosa che non è alla sua portata. Per questo il livello della nostra agricoltura si è abbassato. Le terre vengono abbandonate, si ricoprono di assenzio o vengono distribuite ai contadini, e dove si produceva un milione di stai, oggi se ne produce appena qualche centinaio di migliaia, e così la ricchezza generale diminuisce. Se invece si fosse fatto tenendo conto che…”
E il possidente prese ad esporre un suo piano di liberazione dei contadini con il quale questi inconvenienti sarebbero stati eliminati.
Ciò non interessava Lèvin e, quando il possidente ebbe concluso, egli riportò il discorso sulla sua prima tesi rivolgendosi a Svijàžskij e cercando d’indurlo ad esprimere la sua vera, seria opinione.
“Il fatto che il livello della nostra agricoltura si sta abbassando e che, dati gli attuali nostri rapporti con i lavoratori, non è possibile condurre razionalmente un’azienda è assolutamente vero,” disse.
“Io non credo,” replicò Svijàžskij in tono ormai serio, “io vedo soltanto che noi non sappiamo condurre un’azienda e che il livello a cui conducevamo l’azienda sotto il regime della servitù della gleba, non solo non era tanto alto, bensì troppo basso. Noi non abbiamo macchine, non abbiamo del buon bestiame da lavoro, né una vera amministrazione e non sappiamo neppure fare dei conti. Se lo domandate a un proprietario, non vi saprà dire che cosa per lui è vantaggioso e che cosa svantaggioso.”
“Contabilità all’italiana,” replicò ironicamente il possidente. “In qualsiasi modo tu faccia i tuoi calcoli, se ti guastano tutto, non c’è mai guadagno.”

Kitty e Lèvin, la scena più romantica
parte quarta capitolo XIII pagina 531

‘Come farò a restare solo… senza di lei?’ pensò lui terrorizzato, e prese il gesso. “Aspettate,” disse sedendosi al tavolo. “È molto tempo che volevo domandarvi una cosa.”
Lui la guardava dritto nei suoi occhi carezzevoli, sebbene un po’ spaventati.
“Prego, domandate.”
“Ecco,” disse lui e scrisse sul panno delle iniziali di parole: q, m, a, r, q, n, p, e, s, m, o, a? Le parole di cui egli aveva scritto le iniziali erano: “quando mi avete risposto questo non può essere significava mai o adesso?”. Non c’era nessuna probabilità che lei potesse indovinare quella frase complicata, ma lui la guardava con un aspetto così ansioso da sembrare che la sua vita dipendesse dal fatto se lei avrebbe o no compreso quelle parole.
Lei gli gettò uno sguardo serio, poi appoggiò la mano sulla fronte corrugata nello sforzo e cominciò a leggere. Ogni tanto gli gettava un’occhiata domandandogli con lo sguardo: ‘Questa parola è quella che io penso?’.
“Ho capito,” disse infine arrossendo.
“Che parola è questa?” le chiese lui indicando la lettera “m” che significava “mai”.
“Questa parola è mai,” disse lei, “ma non è vero.”
Lui cancellò in fretta quanto aveva scritto, le porse il gesso e si alzò. Lei scrisse: a, n, p, r, d.
Dolly si sentì del tutto consolata del dolore procuratogli dalla conversazione con Aleksèj Aleksàndrovic quando vide le loro due figure. Kitty, con il gesso in mano, che guardava in alto verso Lèvin con un timido, felice sorriso, e la bella figura di lui chino sul tavolo, con gli occhi che gli scintillavano fissi ora sul tavolo, ora su di lei. A un tratto il viso di lui s’illuminò: aveva capito. La frase significava: “allora non potevo rispondere diversamente”.
Lui le gettò una timida occhiata interrogativa.
“Soltanto allora?”
“Sì,” rispose il sorriso di lei.
“Eee… e adesso?”
“Ecco, leggete. Vi dirò quello che desidererei. Che tanto desidererei!” Lei scrisse le lettere: c, p, d, e, p, c, c, è, s, che significavano: “che possiate dimenticare e perdonare ciò che è stato”.
Con le dita contratte e tremanti egli prese il gesso, lo spezzò e scrisse le iniziali delle seguenti parole: “io non ho nulla da dimenticare né da perdonare, io non ho mai cessato di amarvi”.
Con il volto ancora atteggiato al sorriso lei lo guardò.
“Ho capito,” disse in un sussurro.
Lui si sedette e scrisse una lunga frase. Lei capì tutto e, senza neppure chiedergli: è così?, prese il gesso e subito rispose.
Per un pezzo lui non riuscì a capire cosa lei aveva scritto, e spesso la guardava interrogativamente negli occhi. La felicità gli aveva annebbiato il cervello. Non riusciva assolutamente a decifrare le parole che lei intendeva, ma negli splendidi occhi raggianti di felicità egli capì tutto ciò che gli occorreva sapere. Egli scrisse ancora tre lettere, ma prima ancora che finisse di scriverle lei le aveva già lette e comprese seguendo la sua mano; le completò e scrisse la risposta: “Sì”.
“Giocate al secrétaire?” chiese il principe entrando. “Però andiamo, se vuoi arrivare in tempo a teatro.”
Lèvin si alzò e accompagnò Kitty alla porta.
In quella loro conversazione era stato detto tutto; era stato detto che lei lo amava, che l’avrebbe detto al padre e alla madre e che il mattino seguente lui si sarebbe recato da loro.

La difficile condizione della donna
parte sesta capitolo XVI pagina 800

E le tornò in mente la sua conversazione con una sposina alla locanda. Alla sua domanda se avesse figli quella bella sposina le aveva risposto allegramente:
“Avevo una bambina, ma Iddio me n’ha liberata, l’ho seppellita a quaresima”.
“Ti sei afflitta molto per lei?”
“Affliggermi? E di che? Già così il vecchio ha tanti nipoti. Sono solo preoccupazioni. Non puoi lavorare né niente. Solo un impaccio.”
Nonostante l’aspetto cordiale e amabile della sposina quella risposta fece un effetto ripugnante a Dàrija Aleksàndrovna, ma adesso le tornavano involontariamente in mente quelle sue parole. In quelle parole così ciniche c’era una parte di verità.
‘Eh sì, in generale,’ pensava Dàrija Aleksàndrovna, ripensando a qual era stata tutta la sua vita in quei quindici anni di matrimonio, ‘gravidanza, nausee, ottundimento intellettuale, indifferenza per tutto e, soprattutto, mostruosità. Anche Kitty, così giovane e graziosa, anche lei è imbruttita, e io so che divento brutta quando sono incinta. Il parto, le sofferenze, quelle orribili sofferenze, quell’ultimo minuto… poi l’allattamento, le notti insonni, quelle terribili sofferenze…’
Dàrija Aleksàndrovna rabbrividì al solo ricordo del dolore per i capezzoli screpolati che aveva sofferto quasi con ogni bambino. ‘E poi le malattie dei bambini, quell’eterna paura; poi la loro educazione, le loro cattive inclinazioni (qui si rammentò del delitto commesso dalla piccola Màša nei cespugli di lamponi), l’insegnamento, il latino, tutto ciò che è incomprensibile e difficile. E, più terribile di tutto, la morte dei bambini.’ E di nuovo le tornò in mente, opprimente dolore per il suo cuore di madre, lo straziante ricordo della morte del suo ultimo bambino ancora lattante, morto di difterite, il suo funerale, la generale indifferenza di fronte a quella piccola bara rosa, e la solitaria sofferenza che le straziava il cuore davanti a quella piccola fronte bianca con piccole ciocche ondulate sulle tempie, a quella piccola bocca socchiusa e stupita come le aveva viste nella bara mentre vi si chiudeva sopra il coperchio rosa con la croce intrecciata.
‘E tutto questo perché? Che cosa ne sarà di tutto questo? Soltanto che io, non avendo mai un minuto di pace, ora incinta, ora allattando, eternamente arrabbiata, burbera, tormentando me stessa e gli altri, odiosa al marito, porterò avanti questa mia vita e tirerò su dei figli infelici, maleducati e miserabili. Anche ora, se non trascorressimo l’estate dai Lèvin, non so come avremmo tirato avanti. Naturalmente Kòstja e Kitty sono così delicati che non ce lo fanno pesare, ma non è una cosa che può durare. Se avranno dei bambini non potranno più aiutarci; già ora sono in ristrettezze. E chi ci aiuterà, forse papà che non si è tenuto per sé quasi niente? Da sola io non posso introdurre i figli in società; forse con l’aiuto di altri, e con umiliazioni. E anche ammettendo che tutto vada nel migliore dei modi, che non muoia più nessun figlio e che in qualche modo riesca a tirarli su, nel migliore dei casi non ne verranno fuori dei mascalzoni. Ecco tutto ciò che posso sperare. E soltanto per questo quante sofferenze, quanta fatica… Tutta la vita sprecata!’ Le tornò di nuovo in mente ciò che aveva detto quella sposina e di nuovo quel ricordo le fece orrore; ma non poteva fare a meno di riconoscere che in quelle parole c’era una parte di dura verità.
[…]
‘Tutti condannano Anna. Per che cosa? Forse io sono meglio di lei? Io, almeno, ho un marito a cui voglio bene. Non lo amo come vorrei amarlo, ma comunque lo amo, e Anna non amava il suo? In che cosa lei è colpevole? Lei vuole vivere. Iddio ce l’ha messo nell’anima. È possibilissimo che anch’io avrei fatto lo stesso. E ancora oggi non so se ho fatto bene a darle retta quando lei, in quel momento terribile, è venuta da me a Mosca. Allora io avrei dovuto abbandonare mio marito e ricominciare a vivere. Avrei potuto amare ed essere amata davvero. E adesso è forse meglio? Io non lo rispetto. Ma lui mi è necessario,’ pensava a proposito del marito, ‘e io lo sopporto. Forse questo è meglio? Allora io potevo ancora piacere, mi era rimasta la mia bellezza,’ seguitava a pensare Dàrija Aleksàndrovna e le venne voglia di guardarsi allo specchio.

L’onestà o l’onèsta
parte settima capitolo XVII pagina 942

Era uno di quei posti, da stipendi che andavano da mille a cinquantamila rubli all’anno, di cui ora ce n’erano di più di quanti posticini al calduccio, dove ci si arricchiva con le mance, ci fossero un tempo; era il posto di membro di una commissione per il bilancio delle agenzie riunite per il credito e il mutuo delle ferrovie meridionali e degli istituti bancari. Quel posto, come tutti quelli dello stesso genere, esigeva un’attività e così vaste conoscenze quali ben difficilmente potevano trovarsi riunite in una stessa persona. E siccome di persone che riunissero tutte quelle qualità non ce n’erano, era comunque meglio che un tal posto venisse occupato da una persona onesta, piuttosto che da una disonesta. E Stepàn Arkàd’ic era non soltanto una persona onesta (senza accento), ma anche onèsta (con l’accento), con quel particolare significato che a Mosca assumeva questo aggettivo quando si diceva: un politico onèsto, uno scrittore onèsto, una rivista onèsta, un istituto onèsto, una tendenza onèsta, intendendo con ciò che la persona o l’istituto non soltanto non erano disonesti, ma che erano anche capaci, all’occasione, di lanciare qualche frecciatina al governo. A Mosca Stepàn Arkàd’ic frequentava gli ambienti in cui quella parola era in uso, era considerato una persona onèsta, e quindi aveva più diritto di altri ad occupare quel posto.
[…]
“Novemila rubli,” ripeté Aleksèj Aleksàndrovic e si accigliò. Quel così alto stipendio gli ricordò che, sotto questo aspetto, l’eventuale occupazione di quel posto da parte di Stepàn Arkàd’ic era in contrasto con il concetto essenziale dei suoi progetti che miravano sempre ad economizzare.
“Io penso, e ne ho anche scritto in un mio memorandum, che al nostro tempo questi altissimi stipendi sono un sintomo del falso assiette economico del nostro governo.”
“Ma che cosa vorresti?” replicò Stepàn Arkàd’ic. “Mettiamo pure che un direttore di banca prenda diecimila rubli, ma se li merita. O che un ingegnere ne guadagni ventimila. Puoi pensarla come vuoi, ma è un lavoro di responsabilità.”
“Io penso che lo stipendio sia il prezzo pagato per della merce e che debba sottostare alla legge della domanda e dell’offerta. Se lo stipendio assegnato si sottrae a questa legge, come capita, per esempio, che si veda che di due ingegneri appena usciti dall’università, entrambi parimenti preparati e capaci, l’uno prende quarantamila rubli e l’altro si accontenta di duemila; oppure che vengono nominati direttori di banca di una società con un enorme stipendio dei laureati in legge, o degli ussari, sprovvisti di qualsiasi specifica conoscenza, allora ne concludo che lo stipendio viene fissato non in base alla legge della domanda e dell’offerta, ma semplicemente per favoritismo. In questi casi si verifica un abuso, grave in se stesso e nocivo nei confronti dell’amministrazione dello stato. Io penso…”
“Sì, ma anche tu sarai d’accordo che viene fondata un’istituzione nuova e indubbiamente utile. Pensala come vuoi, ma si tratta di un impegno di responsabilità! Viene particolarmente apprezzato che la faccenda venga condotta onèstamente,” disse Stepàn Arkàd’ic, accentuando l’ultima parola.
Ma il particolare significato moscovita di quell’onèstamente era incomprensibile ad Aleksèj Aleksàndrovic.
“L’onestà è solo una qualità negativa,” obiettò.

La critica letteraria
parte ottava capitolo I pagina 1006

L’autore dell’articolo era un feuilletoniste molto giovane e malato, molto combattivo nello scrivere, ma straordinariamente poco colto e timido nei rapporti personali.
Nonostante il totale disprezzo che provava per l’autore, Sergèj Ivànovic si accinse tuttavia con piena attenzione alla lettura dell’articolo. L’articolo era pessimo.
Facendolo evidentemente a bella posta, il feuilletoniste aveva interpretato tutto il libro come era impossibile interpretarlo. Ma ne aveva così abilmente scelto delle citazioni che per coloro che non lo avessero letto (ed evidentemente quasi nessuno l’aveva letto) appariva in modo assolutamente chiaro che il libro non era nient’altro che una scelta di frasi altisonanti, per giunta usate a sproposito (il che veniva rilevato da punti interrogativi), e che il suo autore era una persona completamente ignorante. E tutto ciò veniva esposto con una tale arguzia che lo stesso Sergèj Ivànovic non avrebbe mancato di apprezzarla; ma proprio in questo stava l’orribile.
Nonostante la totale coscienziosità con cui Sergèj Ivànovic controllò la fondatezza delle argomentazioni del recensore, egli non si arrestò neppure per un attimo sui difetti e gli errori che vi venivano messi in ridicolo – era infatti anche troppo evidente che tutto ciò era stato scelto appositamente – ma involontariamente prese subito a rammentarsi dell’incontro e della conversazione che aveva avuto con l’autore dell’articolo.
‘Non l’avrò per caso offeso in qualche modo?’ si chiedeva Sergèj Ivànovic.
E, rammentandosi che in occasione del loro incontro egli aveva corretto il giovane su una parola che dimostrava la sua ignoranza, Sergèj Ivànovic trovò la spiegazione del senso dell’articolo.
Dopo quell’articolo sul libro calò il silenzio più completo sia sulla stampa che nei discorsi, e Sergèj Ivànovic dovette constatare che quell’opera costatagli sei anni di lavoro, elaborata con tanto amore e tanto impegno, era passata senza lasciar traccia.

La ricerca di Dio di Lèvin
parte ottava capitolo VIII pagina 1026

Dal momento in cui, per la prima volta, alla vista del suo prediletto fratello moribondo, a Lèvin si era presentato il problema della vita e della morte alla luce di quelle nuove concezioni – come lui le chiamava – che nel periodo dai venti ai trentaquattro anni, senza che lui stesso se ne rendesse conto, avevano sostituito le sue infantili e adolescenziali credenze, egli fu assalito dal terrore, non tanto della morte, quanto di una vita priva della pur minima cognizione di dove, a qual fine, perché e che cosa essa stessa fosse. L’organismo, la sua corruzione, l’indistruttibilità della materia, la legge della conservazione della forza, l’evoluzione, tali erano le parole che avevano sostituito le sue precedenti credenze. Quelle parole e i concetti ad esse collegati erano perfettamente adeguati alle esigenze dell’intelletto; ma per la vita non servivano a niente, e a un tratto Lèvin si sentì nella condizione di un uomo che avesse scambiato una calda pelliccia con un abito di mussolina e che, trovandosi per la prima volta esposto al gelo, si fosse indubitabilmente persuaso, non con dei ragionamenti, ma con tutto se stesso, di essere sostanzialmente nudo e di dover ineluttabilmente morire di una morte atroce.
Da quel momento, pur non rendendosene conto e continuando a vivere come al solito, Lèvin non aveva smesso di provare terrore per la sua ignoranza.
Per giunta, egli si rendeva confusamente conto che quelle che egli chiamava le sue convinzioni erano non soltanto ignoranza, ma anche un modo di pensare che escludeva la conoscenza di ciò che gli era indispensabile.
Nel primo periodo della sua vita matrimoniale le nuove gioie e i nuovi obblighi che aveva conosciuto avevano totalmente soffocato quei pensieri; ma negli ultimi tempi, dopo il parto della moglie, vivendo a Mosca senza aver nulla da fare, a Lèvin cominciò a presentarsi, sempre più spesso e sempre più insistentemente, l’esigenza di risolvere il problema.
Per lui il problema consisteva in questo: ‘Se io non accetto le risposte che il cristianesimo dà al problema della mia vita, allora quali risposte accetto?’. E in tutto l’arsenale delle sue convinzioni egli non riusciva assolutamente a trovare, non soltanto una risposta, ma neppure qualcosa di simile a una risposta.
Si trovava nella situazione di un uomo che cercasse del cibo in negozi di giocattoli o di armi.

La mia sensazione è che proprio tutto il romanzo ruoti in realtà intorno a questa ricerca di Lèvin, passando attraverso le storie di tre differenti matrimoni, con altrettanti differenti epiloghi, ma spostando l’attenzione sulla figura più tragica, quella di Anna Karenina, proprio per mostrare la difficoltà, a volte fatale, della ricerca della felicità e del senso della vita.

 

Dalla penna di Tolstoj al cinema

All’ultima pagina del libro, mi è venuta voglia di vedere come la trama fosse stata riportata al cinema o in televisione.
Perché immergermi per tre volte nello stesso romanzo, con tre film distinti, quelli più recenti e conosciuti?
Beh, probabilmente mi è piaciuto così tanto che fatico a lasciarlo andare, a rimettere il cartaceo dentro la libreria e proseguire con altre letture. Dunque guardare la storia sul grande schermo mi ha permesso di trattenere ancora con me tutte le emozioni del romanzo, e al contempo di aggiungerne di nuove.
Pur essendo infatti tre trasposizioni cinematografiche dello stesso libro, raccontano le vicende in maniera così differente, evidenziando alcuni aspetti e tralasciandone altri, da sembrare quasi tre capolavori distinti, ognuno a modo suo. Non saprei dirvi qual è la versione migliore, vi consiglio di gustarle tutte.

Anna Karenina (1997)

Nel film Anna Karenina del 1997 con Sophie Marceau nel ruolo della protagonista, Anna termina la gravidanza con un aborto, manca dunque completamente la figura di sua figlia, sostituita da una bambola di ceramica negli ultimi giorni di depressione. E’ un particolare importante, la cui scelta non ho ben compreso.
Pur amando l’attrice Sophie Marceau, non ho trovato poi così incisivo il suo incontro con il conte Vronskij, mentre in questo film, a differenza degli altri, è molto più marcata la differenza d’età col marito Karenin. Risulta evidente che si era sposata giovanissima e con un uomo troppo più grande di lei, affatto innamorata.
Le ambientazioni sono suntuose e veritiere rispetto al romanzo, in particolare il salone del ballo dell’incontro tra Anna e Vronskij e la corsa di cavalli con ostacoli, dove Vronskij è costretto a uccidere la sua Frou-Frou. Ben rappresentato anche il matrimonio in chiesa di Lèvin e Kitty, con la scena della camicia dello sposo macchiata pochi minuti prima del rito. Hanno inserito anche il colpo di pistola accidentale di Vronskij, scambiato per tentato suicidio, tralasciato nelle altre trasposizioni.
Si dovrebbe vedere uno scorcio del Lago di Garda, secondo i titoli sovraimpressi, durante la permanenza italiana di Anna e Vronskij, ma in realtà si vede solo un bellissimo giardino verde e nulla più, peccato. Non c’è invece alcun riferimento alla tenuta in campagna di Vronskij, alla loro vita quasi coniugale laggiù, e al loro impegno per ampliarla e modernare la vita dei contadini.
Nonostante l’inizio claudicante, Sophie Marceau si riscopre eccezionale nell’interpretazione finale, la disperazione a filo della pazzia di Anna è palpabile, il suo destino compiuto ancor prima dell’arrivo del treno.
L’ultima scena vede Lévin, disteso sull’erba con un manoscritto, apporvi a penna una firma in russo, quella di Lev Tolstoj. In onore dello scrittore che molto di sé aveva messo proprio in quel personaggio, per sua stessa ammissione.

Anna Karenina (2012)

La pellicola Anna Karenina del 2012 con Keira Knightley è una versione tutta particolare, dove alcune scene sono ambientate all’interno di un teatro “fatiscente”, tra il palcoscenico, la platea e tutta la struttura dell’edificio. La corsa dei cavalli di Vronskij giunge dal fondo de proscenio per terminare tragicamente sul golfo mistico, mentre la richiesta di matrimonio di Lèvin a Kitty si svolge in un salottino sul palco, tra nuvole disegnate sul legno, decisamente surreale. Per me le scene in questo modo ne risultano impoverite.
Ho trovato comunque ottima l’interpretazione degli attori e una buona scelta per il casting: Keira Knightley forse troppo superficiale come Anna Karenina, distaccato dall’idea che ne ho avuto dal romanzo; Aaron Johnson, con quel ricciolino biondo, è un perfetto conte Aleksej Vronskij; Jude Law è mirabile come Aleksej Karenin, freddo e glaciale con la moglie, anche se non rendeva la differenza d’età tra loro; adorabili gli attori di Kitty, Alicia Vikander, e Lèvin, in biondo grazie a Domhnall Gleeson, in particolare la scena col fratello Nikolaj in punto di morte è davvero toccante.
Le riprese all’interno del teatro spariscono man mano che Anna Karenina vive davvero il suo amore per Vronskij, anziché recitare una vita di convenienza che le viene richiesta tanto dal marito quanto dalla società. In questa versione però ci sono molti tagli alla trama, del resto è davvero impossibile ridurre un romanzo così lungo in un film di sole due ore.

Una curiosità: si resta confusi dall’oggetto che Karenin (Jude Law) tira fuori da una piccola scatola oblunga nella sua camera da letto insieme ad Anna diverse volte durante il film. Si tratta di un preservativo, e implicitamente indica un rapporto tra i due coniugi, che viene infatti rifiutato da Anna oramai incinta del conte Vronskij. Per la maggior parte della storia della contraccezione, i preservativi erano fatti di materiali di origine animale o vegetale (come lino trattato chimicamente o intestini o vesciche di pecora), ed essendo piuttosto costosi, venivano spesso lavati e riutilizzati. I primi preservativi di gomma vulcanizzata furono prodotti a metà del 1800, ma erano spessi e ingombranti, quindi è probabile che qualcuno della ricchezza e della statura sociale di Karenin usasse ancora un preservativo riutilizzabile al momento dell’ambientazione di questa storia. (Fonte: IMDb.com)

Anna Karenina (miniserie 2013)

Anche la RAI ha prodotto nel 2013 una miniserie in due episodi, Anna Karenina con Vittoria Puccini nella parte di Anna. Una co-produzione internazionale tra Italia, Germania, Francia e Spagna, che ha visto l’impiego di 2000 comparse, 50 location diverse, 100 cavalli e 30 carrozze, 1200 costumi di pregio, una pista di pattinaggio di 700 metri quadrati costruita dalla produzione e poi donata alla città di Vilnius, e oltre 7 tonnellate di neve finta! (Fonte: Rai.it)
L’ambientazione è molto reale infatti, quasi migliore del film del 1997 per certi versi. Girato in lingua e poi doppiato (lo si avverte in qualche dialogo), nel doppiaggio è stata utilizzata qualche espressione più italiana, regionale quasi, rispetto al romanzo e alle sue traduzioni ufficiali. Buona la scelta degli attori, soprattutto del trio Anna, Vronskij e Karenin, per età anagrafica e rispetto ai personaggi del libro.
Nonostante questa trasposizione godesse di maggior pellicola per sviluppare l’intera trama, qualche cambiamento è stato apportato ugualmente: troviamo ad esempio Varenka già presente al ballo di incontro tra Anna e Vronskij, mentre nel romanzo la donna conoscerà Kitty solo durante il suo viaggio in Europa. Così come vediamo le due amiche curarsi dei malati in un ospedale al fronte (ma di quale guerra?) anziché ai bagni termali dove Varenka giunge con la zia adottiva e Kitty con i genitori. Anche l’incontro di Kitty con il mutilato di guerra Friederich, che se ne innamora anche se già sposato, sostituisce il malinteso con il pittore Pètrov e sua moglie nel libro. Nonostante questi cambiamenti però, le emozioni sono sempre ben rese.
Intensa la scena dell’incontro tra Kitty e Lèvin a casa degli Oblònskij, quando i bambini giocano a nascondino con Kitty bendata e lei trova il braccio di Lèvin e lo riconosce dal viso sotto le sue dita. C’è un bacio di troppo qui, mentre manca completamente il gioco delle lettere al tavolino del romanzo, ma non posso assolutamente lamentarmi, anzi! Anche nel romanzo ci sono due baci, un po’ nascosti, tra questi due.
Nel finale non mi convince Anna Karenina in stazione, in attesa di quell’ultimo treno, non ho sentito la stessa ineluttabile disperazione della donna tra le pagine del romanzo. Ma ho trovato mirabile la contrapposizione vita-morte tra la tragedia di Anna e la nascita del bambino di Kitty.

Cosa fa di una famiglia una famiglia felice? E’ un mistero…

 

L’avete letto? Che ne pensate?

Credo che il prossimo di Tolstoj da leggere sarà Guerra e pace, ma non so quando. Al momento sto studiando per un esame extra, e quindi dovrò diminuire le letture. E al pari di Anna Karenina, anche Guerra e pace richiede la giusta predisposizione d’animo.
Vi lascio con la colonna sonora della miniserie Rai, Bianca Atzei canta una nuova versione del pezzo “One Day I’ll Fly Away”, superlativa.

 

Comments (24)

Sandra

Feb 28, 2021 at 8:52 PM

Caspita che post corposo.
Come prima cosa ho pensato: “mannaggia, quanto ho dimenticato del romanzo!” L’ho letto nel gennaio del 2017, quindi ti ringrazio per aver fatto riaffiorare diverse emozioni.
Ho adorato alcune scene, come quella della pista di pattinaggio. Come molti ho fatto il tifo per Kitty e Lèvin, e devo riconoscere di non impazzire per Anna, leggendo il romanzo la sua instabilità emotiva è evidente, cosa che forse non arriva a tutti, intendo a chi non ha letto il romanzo, ma ne conosce per sommi capi la trama. Non lo si può definire un romanzo rosa, non è Jane Austen, non c’è il lieto fine, non è una storia d’amore, ma il messaggio cardine è proprio l’amore impossibile, la passione incendiaria, invece è lo specchio di una società e un’epoca piene di convenzioni, la fragilità enorme di una donna sola, insomma è un romanzo di una complessità importante, e proprio per questo leggerlo come una storia d’amore andata male è davvero riduttivo. Molto belli i video che hai postato, sono davvero ricchi di suggestioni, anche se non posso non collegare Sophie Marceau al Tempo delle mele e Keira Kinghtley ai Pirati dei Caraibi, quindi li trovo un po’ stranianti. Però è tutto così sontuoso e avvincente, i costumi, la musica, i balli, quel buttarsi tra le braccia con un ardore dimentico di tutto il resto. Dell’ineluttabile treno che travolge e conclude. Questo è un romanzo pazzesco anche solo per il finale, finale che è sempre noto anche prima di leggerlo eppure lo si legge con una speranza stupida che Anna possa salvarsi, che qualcosa accada, e questa magia di trascendere la storia stessa possono offrircela solo i autori immensi, Tolstoj, Goethe. Un’ultima cosa, durante la pandemia abbiamo giocato a lungo il sabato sera a Per un pugno di libri via chat di whatsApp, una del gruppo propone quiz vari a tema libresco e io vinco sempre facile. All’incipit di questo ho risposto in un secondo, ecco io credo che un incipit così immortale, potente e famoso sia appannaggio di pochissime opere. Forse altrettanto celebre c’è “Chiamatemi Ismaele” e pochi altri.

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Barbara Businaro

Mar 01, 2021 at 8:11 PM

Un post corposo che ho cercato di ridurre all’osso, ma non me la sentivo di togliere i miei brani scelti (anche di quelli ne ho comunque messi la metà), quindi li ho lasciati senza commento, come nemmeno di mettere da parte le tre produzioni cinematografiche. Su questa storia ci sono rimasta due mesi, avevo iniziato il romanzo proprio col nuovo anno, ed è stata una lettura ricchissima.
Per me Sophie Marceau è Belfagor, il fantasma del Louvre, più qualche altro film in età adulta, perché Il tempo delle mele non mi è molto gradito, all’epoca portavo l’apparecchio ai denti come il compagno di classe di Vic con gli occhiali spessi…
E invece Keira Knightley è assolutamente la unica e sola Elizabeth Bennet di Orgoglio e pregiudizio, il cui regista Joe Wright è lo stesso di questa versione di Anna Karenina. Non solo, in questa pellicola abbiamo anche lo stesso attore Matthew Macfadyen, che di là interpretava un affascinante Darcy e qui si è ritrovato nei panni del fratello della protagonista, Stepan Arkadevič Oblonskij, irriconoscibile se non te lo dicono! I due attori hanno dichiarato che è stato davvero emozionante ritrovarsi insieme sul set dopo tanti anni, in ruoli così differenti.
La pazzia di Anna in effetti l’ho trovata ben rappresentata solo sul film con Sophie Marceau, dove si mette a giocare con una bambola di ceramica come se fosse una bambina vera, sua figlia, ma già questa è una deviazione dalla storia di Tolstoj. Nel romanzo si capisce che tutti i discorsi fatti con Vronskij lei li travisa, ne rigira le parole, ne scorge dei significati addirittura del tutto contrari. E poi c’è l’ultimo viaggio in carrozza, dove i suoi pensieri sono totalmente sconnessi, saltano da una riflessione sul suo amore perduto agli sconosciuti sul marciapiede o alle insegne dei negozi lungo la strada o all’ipotesi di suicidarsi per vendetta o di nuovo al viaggio in treno verso di lui per riconciliarsi. E’ una pena infinita leggere quelle pagine drammatiche.

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Lisa Agosti

Feb 28, 2021 at 11:34 PM

Solo tu puoi passare da Edward Cullen a Anna Karenina! Ti devo bocciare entrambi…
“Midnight sun” lo dovrò abbandonare perché dopo i primi due capitoli, che mi han catturato come gli altri libri della Meyer, è diventato ripetitivo fino all’esaurimento. Voglio dire, già sappiamo la storia, almeno gioca con la diversa prospettiva! Dicci qualcosa che non sappiamo! Sono al sesto capitolo o giù di lì e se lo sento ripetere ancora una volta che ha guardato Bella tramite gli occhi dei compagni e ha visto la V che si forma tra le sue sopracciglia in mezzo ai profondissimi occhi marroni… aaarghhh!
Forse dopo la tua recensione entusiasta avevo aspettative troppo troppo alte.
“Anna Karenina” invece mi ha deluso perché l’ho letto subito dopo Guerra e pace, che invece è fantastico. Ti dò ragione però, va letto quando si è pronti, perché è un bel mattonazzo. Io personalmente ho letto molto attentamente la parte sulla pace ma ho glissato molto sui dettagli di guerra, anche perché in inglese non ci capivo niente di armi e posizioni tattiche. Sono curiosa di leggere la tua recensione!

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Barbara Businaro

Mar 01, 2021 at 8:22 PM

Mi dispiace per la tua doppia bocciatura, io però sono un lettore alquanto onnivoro. Adesso sono su “Sistemi. Elaborazione e trasmissione delle informazioni”, da intervallare con “La vita che volevo” di Lorenzo Licalzi e poi un saggio-autobiografia che potrebbe servirmi per una storia vera.
Comunque io l’avevo scritto che “Midnight Sun” era pieno delle elucubrazioni melodrammatiche di Edward, io adoro però quelle sue riflessioni circolari, come tutte le volte che vorrebbe scaraventare qualcosa addosso al povero Mike. 😀
Anche a me preoccupa la parte militare di Guerra e pace, più che altro perché siamo già in un periodo non proprio favorevole, non dico di guerra, ma abbastanza di delirio. Ma con i mattonazzi io ci vado a nozze, li leggo e li uso come pesi per gli allenamenti! 😉

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Lisa Agosti

Mar 02, 2021 at 6:09 PM

Ritiro tutto, si vede che avevo gli ormoni girati quel giorno. Ho ripreso la lettura di Midnight Sun e mi è piaciuto di nuovo. Il segreto è tenerlo per i momenti di relax, alternandolo ad altre letture più impegnate… anche se non così impegnate come le tue, non ho neppure capito di cosa tratta il libro sui sistemi. Però ho letto il primo libro di Lorenzo Licalzi quando era uscito e l’avevo apprezzato.

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Barbara Businaro

Mar 02, 2021 at 10:58 PM

Se non sono rilassata, o moderatamente serena, non riesco a leggere nulla nemmeno io, manco Topolino! 😀

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Giulia Mancini

Mar 01, 2021 at 6:24 AM

Non ho letto il libro, ma ho visto il primo sceneggiato TV, anche se ne ho un vago ricordo. Non so se lo leggerò perché per ora ho altri romanzi classici che vorrei leggere, l’anno scorso con Delitto e castigo ho consumato una buona dose di autori russi.
Credo comunque che tu abbia ragione sul fatto che sia il romanzo di un’epoca, la rappresentazione della società russa (aristocratica) con le sue contraddizioni e i suoi problemi, magari anche i romanzi di oggi diventeranno in futuro lo specchio della nostra società.

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Barbara Businaro

Mar 01, 2021 at 8:38 PM

Il primo sceneggiato televisivo credo sia lo stesso a cui si riferisce Brunilde, con Lea Massari nei panni di Anna Karenina. Tra l’altro è visibile, per chi è iscritto (e credo che l’iscrizione sia gratuita) sulla piattaforma RAI Play, qui sotto.
Delitto e castigo l’ho letto 20 o 25 anni fa oramai, e comunque quel romanzo è molto più cupo per stile e ambientazione di questo di Tolstoj. Anna Karenina, pur avendo un finale tragico per la storia di Anna stessa, ne ha un altro lieto per l’amore di Kitty e Lèvin, coronato dalla nascita del bambino, e uno di serenità per l’accettazione di Dolly dei difetti del marito Stiva, che la tradisce ma resta un buon padre.

Lo sceneggiato in 6 puntate “Anna Karenina” (1974) di Sandro Bolchi, tratto dall’omonimo romanzo di Lev Tolstoj, fu uno degli ultimi grandi prodotti Rai della lunga stagione delle trasposizioni televisive dei classici della letteratura. Lavoro tra i più complessi per difficoltà realizzative, l'”Anna Karenina” di Bolchi aveva tra i suoi attori protagonisti Lea Massari, Pino Colizzi e Sergio Fantoni. Musiche di Piero Piccioni. (Cliccate sull’immagine per accedere)

Anna Karenina con Lea Massari

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Marco

Mar 01, 2021 at 7:48 AM

C’è poco da dire. Piacque anche a Dostoevskij, quindi… Ottimo 😉

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Barbara Businaro

Mar 01, 2021 at 8:42 PM

C’è poco da dire, perché tanto dei russi ne scrivi sempre tu! Mi hai contagiato, mannaggia! 😀 😀 😀

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Brunilde

Mar 01, 2021 at 11:57 AM

Complimenti per il tuo post.
Certi libri sono come vecchi amici, è sempre una gioia reincontrarli anche inaspettatamente, come nel tuo post.
Il romanzo è straordinario, ed è una lettura che non risulta mai pesante o noiosa, per i mille spunti: la storia, i sentimenti, la ricerca di Dio, la società che cambia…
Invece, per la trasposizione cinematografica ti devo tirare le orecchie: ha dimenticato la vera unica Anna Karenina dello schermo, Greta Garbo!
Ok, il film è del 1935, ma io riuscii a vederlo in tv.
Inoltre, e qui ti perdono perchè sei troppo giovane, una magnifica Anna fu anche quella di Lea Massari, nello sceneggiato di Bolchi del 1974. Era l’epoca in cui la fiction non era ancora nata, e Sandro Bolchi affrontava i grandi classici, come ” Il mulino del Po “, ” I miserabili”, ” I promessi sposi”.
Era un’altro modo di raccontare con le immagini, sarà la nostagia ma lo trovavo affascinante!

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Barbara Businaro

Mar 01, 2021 at 9:31 PM

Non sei l’unica ad avermi detto di recuperare Anna Karenina con Greta Garbo! Ma ho fatto già una faticaccia così, che non hai idea. Quando voglio comprare un dvd da tenere in libreria, mi dicono che sono antiquata, che oramai c’è già tutto online nei vari servizi in abbonamento o on-demand. Quando mi serve proprio recuperare un film in fretta, come stavolta, e si tratta di pellicole assolutamente conosciute, niente, mi vogliono vendere il dvd che arriva in un mese, se non di più! Così la versione con Keira Knightley l’ho quasi vista per caso, su una delle piattaforme a pagamento. La miniserie con Vittoria Puccini dapprima l’avevo trovata su Amazon prime, tramite Rai Play, ma pochi giorni dopo completamente sparita! Recuperata su Daily Motion a pezzettini. E il film con Sophie Marceau mi è toccato vederlo in lingua inglese, tramite il servizio in abbonamento di un’amica (ma pure in lingua originale si capisce bene, ovviamente dopo aver letto il romanzo).
Alla fine mi sono accontentata, per ora, delle trasposizioni a colori. Sotto al commento di Giulia trovi il link per vedere su Rai Play lo sceneggiato con Lea Massari (non so perché quello c’è, e l’altro sempre Rai con Vittoria Puccini invece no, mistero!)
Ma appena riesco voglio proprio recuperare la grande Greta. 🙂

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Stefano Franzato

Mar 02, 2021 at 9:33 AM

Bell’impresa! Io la lessi alcuni anni fa nella traduzione di di Leone Ginzburg. Di Tolstòij ho anche letto “La morte di Ivan Ilic”. Di problemi diciamo “relazionali” famigliari lui ne ha vissuti parecchi sino ad abbandonare moglie e figli per realizzare il suo progetto di vita etico-religioso (vedi anche testi quali “Felicità familiare” e anche La Sonata a Kreutzer”) . E lì finì. Terminata la lettura di “Anna Karenina” la mia impressione fu che nell’analisi e descrizione del personaggi nel descrivere la sua psicologia, avremmo dovuto aspettare Dujardin e Joyce col monologo interiore. Il perché Anna tradisca i motivi che la spingono tra le braccia di Vronsky sono ancor troppo grossolani (la relazione col marito sentimentalmente inesistente, il diritto alla su felicità come donna, la sua speranza piuttosto superficiale d trovare felicità col Vronsky), siamo lontani ancora dalle epifanie joyciane o dalle notevoli analisi interiori della Woolf. A memoria, visto il medesimo tema trattato, direi che, sul versante psicologico è migliore Gustave (Flaubert) con la sua “Madame Bovary”. Quanto a realizzazioni filmiche o televisive, capitale è quell'”Anna Karenina” interpretata da Lea Massari in uno sceneggiato RAI in 6 puntate del 1974 (vedi: https://www.raiplay.it/programmi/annakarenina-losceneggiato.
Con la Massari vorrei anche segnalarti “Una donna spezzata” tratto dal romanzo di Simone de Beauvoir (io ce l’ho anche in francese: in italiano pubblicato da Einaudi): anche qui un tradimento (ma dalla parte di lui). Originale, per un romanzo del ‘900, è scritto in forma di diario. Per lo sceneggiato in 2 puntate (1989) vai: https://www.raiplay.it/programmi/unadonnaspezzata.

Ciao

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Barbara Businaro

Mar 02, 2021 at 10:50 PM

Ho letto della fuga in treno di Tolstoj per fuggire dalla moglie Sonja, dopo averle scritto una lettera di addio: “Ti ringrazio per i quarantotto anni di vita onesta che hai passato con me e ti prego di perdonarmi tutti i torti che ho avuto verso di te, come io ti perdono, con tutta l’anima, quelli che tu hai avuto nei miei riguardi.” Era cambiato molto dai tempi della scrittura di Anna Karenina, dove aveva inserito alcuni momenti della sua stessa vita coniugale in quella narrativa di Kitty e Lèvin.
Ho letto anche il romanzo Madame Bovary, seppure molto tempo fa, durante il periodo universitario, e non direi che il personaggio di Emma Bovary sia più rifinito sul fronte psicologico di Anna Karenina. Donne e uomini non tradiscono in modo differente per natura (gli uomini per istinto e le donne per lungo ragionamento), ma per carattere. Anna Karenina aveva avuto occasioni per intessere una liaison extra coniugale, era di moda all’epoca tra l’alta società in cui viveva, come afferma la contessa Vronskij, ma non aveva incontrato l’uomo giusto, la scintilla nel suo sguardo, l’animo nobile, il fisico da militare (magari qui sono fuorviata dai film 😀 ). Anna è davvero innamorata di Vronskij, ma il sacrificio del figlio e il mancato riconoscimento del nuovo legame le sono fatali. Emma Bovary invece, più che l’amore per un solo uomo, insegue gli agi di una vita lussuosa, non raggiunti col matrimonio come sperava, ed è disposta a tutto per ottenerli, a compromettersi sia con le relazioni che con i debiti. Non ricordo in Emma Bovary lo stesso slancio sincero di Anna Karenina, la stessa vivacità. Magari dovrei rileggerlo eh, ma la sensazione rimasta è questa. 🙂

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IlVecchio

Mar 02, 2021 at 5:57 PM

Non sono convinto che Guerra e pace ti piacerà ugualmente, conoscendo i tuoi gusti letterari. Però potresti stupirmi, non sarebbe la prima volta. : -)

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Barbara Businaro

Mar 02, 2021 at 10:52 PM

A volte anch’io stupisco me stessa! 😀 😀 😀

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Marina

Mar 03, 2021 at 8:46 AM

Beh, lo sai, con me sfondi un portone aperto! Io amo “Anna Karenina” ed è una cosa che qui e lì vado piazzando, ogni volta che ne ho l’occasione. L’ho letto due volte, una in età giovane, quando leggevo la Austen, Flaubert e la Bronte, un’altra da adulta, con una maturità diversa che me lo ha fatto apprezzare in pieno. Mi era piaciuto anche allora (se no, non ci sarei ritornata), ma la comprensione è stata diversa. Tutte pazze per Konstantin? Siiii, ne ero innamorata a 15 anni e gli sono rimasta fedele a 40.
È un romanzo ricco, dove trovi di tutto: ne hai colto tutti i temi e sono quelli che letti in ogni tempo fanno ugualmente riflettere. Non sarebbe un classico, altrimenti.
La mole è respingente, ma quando cominci a leggerlo, senti di avere in mano un quadernetto, non un tomo di 2000 pagine. Non so perché, ma sono proprio contenta che tu sia uscita entusiasta da questa lettura: ho conosciuto parecchi detrattori dell’opera e ho sempre pensato che non ne abbiano saputo cogliere il messaggio e la bellezza.
Però no, non si può sentire che in alcune edizioni abbiano tradotto i nomi in italiano. NON SI PUÒ SENTIRE.

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Barbara Businaro

Mar 03, 2021 at 10:08 PM

parte settima capitolo II pagina 885, a proposito di Konstantin Lèvin
“Comunque passerò a casa prima di pranzo,” disse lui guardando l’orologio.
“Però mettiti la finanziera, per andare poi direttamente dalla contessa Bol’.”
“Ma è davvero così indispensabile?”
“Oh sì, indispensabile. Lui è stato da noi. Ma poi, che ti costa? Ci vai, ti siedi, parli cinque minuti del tempo, ti alzi e te ne vai.”
“Be’, tu non ci crederai, ma me ne sono così disabituato che addirittura me ne vergogno. In che consiste, poi? Ti arriva un estraneo in casa, si mette a sedere, se ne resta lì seduto per un po’, senza aver nulla da fare e dando fastidio a tutti, si sente imbarazzato lui stesso e se ne va.”
Kitty scoppiò a ridere.

Ora, dimmi come si fa a non innamorarsene? Ha ragione! Avrei detto la stessa cosa io di certe visite! 😀 😀 😀
In un certo senso ero sicura che mi sarebbe piaciuto, almeno come stile, magari non del tutto la trama. E invece l’ho adorato, sotto ogni angolazione! Comunque la mole di un libro non mi ha mai davvero respinto, semmai la noia, ma quella può sopravvenire tanto in un romanzo breve quanto in uno lungo. Anna Karenina era la mia attività di lettura di gennaio, all’interno del Peak Streak di MPC. Quindi ho spesso pubblicato nella community la foto del libro o della pagina dove ero arrivata, con la parte che mi stava interessando. Non hai idea di quanti hanno commentato con “romanzo troppo lungo per me” oppure “paragrafi troppo complicati”. La stessa cosa succede per Outlander, all’interno del fandom, dove molte lettrici lamentano la corposità dei romanzi, troppo prolissi, carichi di particolari a loro dire inutili, l’autrice che cerca di “tirarla lunga”. E io che penso: “Sacrilegio! Sacrilegiooooo! Già non vi rendete conto della fatica immane di scrivere!! Ingrate! Ma oltretutto non c’è niente da togliere a questi libri… se gli togliete le guerre, le descrizioni, le sotto trame, cosa resta? Loro due chiusi in camera da letto a….. ?! Eh beh, quella roba lì, ha un altro nome!” XD

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Luz

Mar 07, 2021 at 7:09 PM

È uno di quelli che mi mancano. In realtà mi manca quasi tutto dei russi, pensa. Sono continuamente bombardata da giudizi più che lusinghieri riguardo ai grandi romanzi russi, ma ne ho letto poco e nulla. Come è possibile?
Dovrò iniziare una lunga maratona, non è escluso proprio nei prossimi mesi.
Ho visto in compenso si può dire tutti i film e le miniserie (non ultima la bellissima Guerra e pace con un cast praticamente perfetto), quindi conosco gli echi di queste straordinarie storie. Anche i russi in definitiva raccontano i drammi di una società che impone norme di comportamento molto rigide, in particolare alle donne, ma di Anna Karenina mi ha sempre colpito il senso dell’onore rappresentato dal marito di lei. Il senso del giuramento da una parte tradito e dall’altra invece difeso strenuamente. Delle trasposizioni cinematografiche salvo alcuni elementi dell’uno e dell’altro e rifiuto alcuni altri. Per esempio mi piace lo spettacolone del 2013 (che vidi al cinema) ma solo se preso come tale, un grande show. Io che prediligo le atmosfere essenziali e realiste, posso apprezzare solo se c’è un dichiarato intendimento di rappresentazione di uno spettacolo, e non è un caso che si realizzi quasi interamente in un teatro (come mai ti è sembrato fatiscente? a me sembra un classico teatro tenuto abbastanza bene, ma mi posso sbagliare). Non mi convince assolutamente il Vronskij del 2013.
La Knightley è sempre sempre la stessa, in qualunque cosa faccia. Mah. Salvo anch’io la Marceau.

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Barbara Businaro

Mar 08, 2021 at 10:40 PM

Forse non hai ancora letto qualcosa dei russi perché stai attendendo l’ispirazione giusta! 😉
“Teatro fatiscente” è ciò che ha detto lo stesso regista in un’intervista, non avendo mai visto un teatro dell’epoca non avrei potuto dire se quello mostrato nel film è ben messo o in rovina. E’ un teatro ricostruito all’interno di studi cinematografici ovviamente, e pare volessero dargli una parvenza di “decadenza” (forse come la stessa società russa?) Certo è che, come hai detto tu, girare una pellicola così complessa, con le telecamere che si muovono dietro ai personaggi, su e giù per l’ambiente ristretto, con le comparse che un attimo sono gli impiegati dell’ufficio di Stiva e in un balletto si cambiano la giacca e diventano i camerieri del ristorante dove lo stesso Stiva va a pranzo, è una lavoro assurdo! Il film merita per l’idea originalissima, certamente.
Il Vronskij del 2013 mi fa sorridere ogni volta che lo guardo… se non te lo dicono, fai davvero fatica a riconoscere il ragazzino imbranato del film Kick-Ass! XD

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Rebecca Eriksson

Mar 10, 2021 at 4:56 PM

All’inizio mi avevi convinto di aver scelto la tua versione per la traduzione, invece anche tu ti lasci corrompere dalla copertina!
Altra cosa che mi ha colpito è stata che nonostante la buona impressione del libro sei riuscita ad apprezzare le trasposizioni cinematografiche e televisive. Non è una cosa da tutti.
Ottima analisi, veramente articolata.

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Barbara Businaro

Mar 11, 2021 at 10:24 PM

Mea culpa, mea culpa! Mi lascio incantare dalle belle copertine! Dopo anche la trama mi deve incantare però! 😀
Beh, lo sappiamo che il più delle volte “è meglio il libro” (tranne per Dracula di Bram Stoker, là resto convinta che è meglio il film!), specie in questo caso dove si ha tra le mani un romanzo lunghissimo e complesso che richiede una riduzione per essere portato in pellicola. Quindi accetto che ogni regista e/o sceneggiatore abbia dovuto fare dei tagli e lasciare le scene che ha ritenuto essenziali alla storia. Ci vorrebbero i tempi di una fiction per riuscire a seguire ogni pagina di Tolstoj e purtroppo non sono sicura che il gradimento del pubblico coprirebbe tutto l’investimento.

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Grazia Gironella

Mar 19, 2021 at 4:26 PM

Ho letto soltanto alcuni dei brani che hai proposto. Ne ho ricevuto un’impressione di grande fascino e al tempo stesso, devo ammetterlo, di pesantezza. Il richiamo c’è, in ogni caso, perciò forse mi avventurerò in questa storia, confortata dal fatto che abbiamo alcuni gusti in comune. (Stai studiando? Non lo sapevo! Sono la solita lettrice distratta.)

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Barbara Businaro

Mar 22, 2021 at 2:00 PM

Lo stile della scrittura di Tolstoj è quello di altri tempi, complesso, elaborato, per alcuni pesante, per altri ricco. L’ho letto con gran gusto, assaporando ogni paragrafo, anche le frasi o le azioni ripetitive hanno uno scopo ben preciso. Poteva essere sfoltito? Certamente, ma sarebbe giunto fino a noi come una storia intramontabile? Ne dubito. (Si, sto studiando per un esame che potrebbe offrirmi qualche opportunità in più 😉 )

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