{"id":16567,"date":"2019-04-20T06:00:48","date_gmt":"2019-04-20T04:00:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.webnauta.it\/wordpress\/?p=16567"},"modified":"2019-04-19T21:26:46","modified_gmt":"2019-04-19T19:26:46","slug":"odore-del-legno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.webnauta.it\/wordpress\/odore-del-legno\/","title":{"rendered":"L&#8217;odore del legno"},"content":{"rendered":"<p>Sento ancora l&#8217;odore del legno, di quella vernice lucida a buon mercato con cui era stata tinteggiata la porta della cucina. Finivo sempre per piangere accucciata a quella porta, con gli occhi fissi sulla cornice che ne teneva fermo il vetro nel mezzo. Ricordo ogni particolare, ogni scalfittura del vecchio legno ricoperta e ogni nuova scheggia dove il colore marrone scuro aveva lasciato scoperto il legno vivo, ogni macchia di vernice scappata alla mano che aveva tinto la vetrata per errore, ogni ansa dei motivi a rilievo sul vetro satinato in parte graffiato dai colpi ricevuti. Una ristrutturazione eseguita alla buona, perch\u00e9 in quegli anni non c&#8217;erano soldi ma solo sacrifici.<br \/>\nPotevo rimanere in quell&#8217;angolo cos\u00ec per ore, in attesa che dietro di me smettesse la tempesta di urla e schiaffi, in attesa che la schiena e la testa cessassero di farmi male, in attesa di finire tutte le lacrime e i singulti, in attesa dell&#8217;oblio.<br \/>\nAvevo solo sei anni e quell&#8217;orso lo odiavo.<br \/>\nStavo imparando a leggere e la maestra ci aveva dato delle frasi semplici, da scomporre e ricomporre in tutti i modi possibili, mantenendo la struttura logica. <em>L&#8217;orso Teddy \u00e8 stanco e va a dormire nel lettino.<\/em> Era arrivata sera e mi mancava solo questa, ma ero stanca, avevo fame perch\u00e9 avevo saltato la merenda per terminare i compiti, e non mi riusciva l&#8217;esercizio corretto. La tavola piena di libri invece della tovaglia apparecchiata aveva lo stesso effetto di un drappo rosso steso davanti al toro gi\u00e0 infuriato. Avevo paura, e la paura non aiuta a fare le cose bene.<br \/>\nAl terzo errore mi sentivo trascinare gi\u00f9 dalla sedia per finire nel solito cantuccio.<br \/>\nIl colpo sulla schiena vibrava forte in ogni singola vertebra, facendo scappare l&#8217;anima da casa sua. Preferiva separarsi dal corpo che subire l&#8217;ennesima umiliazione. Dopo la grammatica, c&#8217;era la matematica delle mele, la geografia dei fiumi, le filastrocche da imparare a memoria. Ogni scusa era buona per alzare le mani.<br \/>\nTanti anni di psicoterapia per capire che quella sbagliata non ero io. Oramai per\u00f2 le cicatrici sono l\u00ec, in bella vista, e non c&#8217;\u00e8 chirurgia per rimuoverle. Mi seguiranno nella tomba.<br \/>\nL&#8217;odore del legno \u00e8 lo stesso della mia stanza in questa clinica, dove sono ferma da mesi.<br \/>\nVernice bianca e pareti bianche mi piacciono molto, solo le sbarre alle finestre mi lasciano qualche inquietudine. Ma io fingo che non esistano.<br \/>\nDovrei raccontare tutto, esprimere la mia rabbia, le mie angosce, le paure che hanno convissuto con me tutto questo tempo, ma poi dovrei tornare di nuovo l\u00e0 fuori. Chiarire, discutere, scusarmi, difendermi da qualcosa che non \u00e8 colpa mia. Qui sono finalmente tranquilla, nessuno mi pu\u00f2 pi\u00f9 far del male. La solitudine \u00e8 sottovalutata.<br \/>\nLeggo molto. I medici hanno capito che sono molto pi\u00f9 serena con un libro tra le mani. E cos\u00ec mi hanno ricoperto di volumi, finch\u00e9 non ho esaurito tutta la biblioteca interna. Ora ricevo i libri nuovi direttamente dalla libreria della citt\u00e0. Me li porta l&#8217;anziano libraio appena li riceve dal magazzino e quando viene a cambiarli gli consegno in mano quelli buoni, lascio per terra quelli cattivi, il mio sguardo fisso sulle copertine. Mi ha detto che sono un ottimo aiuto, i romanzi che scelgo piacciono anche ai suoi clienti e cos\u00ec \u00e8 riuscito a rifarsi dei debiti. Ma io non parlo.<br \/>\nMi immergo totalmente nelle storie tra le pagine, ma le parole restano confinate nel mio mondo. Nulla di me esce pi\u00f9 fuori. Solo cos\u00ec posso sopportare l&#8217;odore del legno, persistente nei miei ricordi.<br \/>\nA scuola si lamentavano che parlavo poco o nulla, a casa venivo picchiata perch\u00e9 parlavo troppo o troppo forte. Finch\u00e9 un giorno il mio cervello scoppi\u00f2.<br \/>\nRicordo ancora quel sottoscala buio e tetro, dove tenevamo tutte le scarpe. Mi nascondevo l\u00ec, tra il tanfo dei piedi e la muffa delle pareti umide. Smettevo persino di respirare per non farmi trovare e buscarle di nuovo. Pregavo l&#8217;angelo custode e gli chiedevo cosa potevo aver fatto di male per meritare tutti questi castighi. Gli altri bambini combinavano pasticci peggiori dei miei e arrivavano a scuola sempre con giochi nuovi.<br \/>\nRicordo ancora quando mamma mi compr\u00f2 la scatola della tombola per Natale, cos\u00ec bella e colorata, e io speravo davvero che ci avremmo giocato tutti insieme. Furono dolori, sia per me che per lei, che si era permessa di spendere denaro senza il suo consenso. Ero uscita dal negozio di giocattoli con la felicit\u00e0 e la speranza nel cuore. Ma quella tombola non fu mai aperta. Sequestrata, e negli anni dimenticata.<br \/>\nE poi i medici si chiedono perch\u00e9. Gli ho dato fuoco perch\u00e9 ero stanca di prenderle.<br \/>\nMentre mi rincorreva arrabbiato per l&#8217;ennesima volta, approfittando dell&#8217;assenza di mia madre, l&#8217;ho fatto inciampare ed \u00e8 caduto svenuto a terra. L&#8217;ho cosparso della benzina del tagliaerba, l&#8217;ho trascinato nel sottoscala buio e l\u00ec ho appiccato il fuoco. Poi l&#8217;ho chiuso dentro a chiave, certa che si sarebbe svegliato.<br \/>\nMi trovarono fuori in giardino, con la tanica della benzina in mano, che guardavo estasiata le volute dell&#8217;incendio mentre delle urla disumane chiamavano il mio nome.<br \/>\nGli ho dato fuoco perch\u00e9 la rabbia che ha riversato su di me per tutta l&#8217;infanzia, e ancora dopo nell&#8217;adolescenza, era davvero troppa e non riuscivo pi\u00f9 a contenerla. Ho dovuto restituirgliela.<br \/>\nMia madre tace, perch\u00e9 in qualche modo sa di esserne complice. E io non parlo pi\u00f9 perch\u00e9 oramai non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 nulla da dire.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(c) 2019 Barbara Businaro<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Non c&#8217;\u00e8 musica per questo racconto. E mi rendo conto che non \u00e8 particolarmente adatto al periodo, ma non sempre chi scrive sceglie cosa scrivere. <\/em><em>Si potrebbe dire che i racconti capitano.<br \/>\nQuesto \u00e8 partito da una frase del mio coach Sam per <a href=\"https:\/\/www.webnauta.it\/wordpress\/my-peak-challenge\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">My Peak Challenge<\/a> in un&#8217;intervista (e non so se sono davvero parole sue o interpretazione giornalistica), dove raccontava il suo bisogno di isolarsi dal mondo scalando le montagne scozzesi: &#8220;La solitudine \u00e8 sottovalutata&#8221;. Questa frase ha continuato a ronzarmi in testa. Spero di avere occasione di chiedergli cosa intendeva davvero.<\/em><br \/>\n<em>Poi ci si \u00e8 aggiunta una zaffata di vernice fresca, ma di bassa qualit\u00e0, tipica purtroppo anche di certi ambienti pubblici, che mi ha riportato alla memoria alcuni luoghi dell&#8217;infanzia con lo stesso odore forte. Infine il ricordo di Lisbeth Salander, protagonista femminile della <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Millennium_(serie)\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">serie Millennium<\/a> di Stieg Larsson, che d\u00e0 fuoco al padre per le violenze subite, una scena particolarmente intensa nei due film che sono stati tratti dal primo libro, Uomini che odiano le donne (che no, non ho letto, ma sono gi\u00e0 dentro il Kobo in attesa). Stavo rivedendo il film e avevo il quadernetto delle idee tra le mani&#8230;<\/em><br \/>\n<em>Come dicevo, i racconti capitano.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sento ancora l&#8217;odore del legno, di quella vernice lucida a buon mercato con cui era stata tinteggiata la porta della cucina. Finivo sempre per piangere accucciata a quella porta, con gli occhi fissi sulla cornice che ne teneva fermo il vetro nel mezzo. 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