James Patterson e gli errori ne Le testimoni del club omicidi

La qualità dell’editoria tradizionale:
il caso James Patterson

Una sera della scorsa settimana, mentre stavo scrivendo, mi arriva una telefonata.
“Sto leggendo un romanzo. Senti questa frase: Li faceva prosciogliere minacciando di morte i testimoni a suon di minacce. Noti niente di strano?”
“Uhm, minacciando a suon di minacce? Ma chi l’ha scritto?”
Detto tra noi, ci ho pure pensato un attimo: che mi sia scappata una cavolata del genere in qualche racconto? Leggo e rileggo il testo, ma non posso permettermi editor, correttori di bozze e lettori professionisti. Quindi convivo col dubbio di qualche refuso molesto.
Ma la risposta è clamorosa.
“Uno scrittore famoso: James Patterson.”
“No, sul serio? A parte che James Patterson non è realmente James Patterson ma un gruppo di autori, che pagano pur di collaborare con lui… Però tutta la filiera editoriale, di uno scrittore di bestseller per giunta, non può scivolare in una tale svista!”
“Adesso ti mando le foto!”

In attesa della prova del misfatto, inizio a rimuginarci su.
Ho già scritto tempo fa un articolo su Quant’è difficile pubblicare un libro di questi tempi: l’editoria tradizionale è in crisi, si legge di meno nonostante ci siano più possibilità delle scorse generazioni di acquistare e leggere un buon libro; di conseguenza le case editrici non hanno margine economico per investire su nuovi autori, preferiscono dare alle stampe romanzi già pronti, dove lo scrittore abbia già impegnato i propri risparmi sia per l’editing del testo sia per crearsi un pubblico di lettori disposti a correre in libreria.
Lasciando da parte quindi l’EAP – Editoria A Pagamento, in cui si paga per essere pubblicati (più che editoria, è stamperia, col rischio di non avere una reale distribuzione sul mercato), e l’esperienza del self-publishing, dove invece l’autore sceglie coscienziosamente di essere imprenditore di sé stesso e in vendita solo online, l’editoria tradizionale è costretta ad una selezione durissima degli esordienti.
Per capirci: con un errore come quello appena citato, il manoscritto sarebbe stato cestinato immediatamente, senza remore.
Al signor James Patterson, scrittore da 86 milioni di dollari e 4,8 milioni di libri solo negli Stati Uniti (Fonte: Forbes), evidentemente è concesso.

Quando arrivano le immagini, stento ancora a crederci. Il titolo incriminato è Le testimoni del club omicidi, uscito ancora nel 2013.
Si può discutere, come sempre, sulla qualità della narrativa di genere rispetto alla letteratura alta, ma è un errore stilistico talmente grossolano questo che nemmeno un romanzo commerciale è mai sceso così in basso, nemmeno in un romance da quattro soldi.
Stiamo però parlando di uno scrittore statunitense, sottoposto quindi a traduzione per il mercato italiano.
Che sia colpa del manoscritto originale? O che sia stato tradotto fedelmente, errori (orrori più che altro) compresi?
Ovviamente, questo tarlo non mi ha lasciato dormire.

 

Il brand James Patterson

James Patterson pubblicò il suo primo romanzo The Thomas Berryman Number nel 1976, dopo aver ricevuto anche lui una dozzina di rifiuti dalle case editrici statunitensi.
Laureato in letteratura inglese summa cum laude, con un dottorato di ricerca pronto alla Vanderbilt University, decise di impiegarsi come dirigente nel settore pubblicitario. Con il successo di vendita dei suoi libri, divenne uno scrittore a tempo pieno nel 1996. Dal 2002 però solo il 20% delle sue pubblicazioni è interamente scritto da lui e non è un segreto, visto che nelle copertine dopo il suo nome compare quello del suo co-autore.

Di fatto James Patterson ha abbandonato i panni dello scrittore per indossare quelli di amministratore delegato del proprio brand.
Già nel 2010 il New York Times in questo articolo James Patterson Inc. spiegò come lavora Patterson.
All’interno della casa editrice Little, Brown & Co., una divisione del gruppo Hachette Book, Patterson ha una propria squadra dedicata, tra redattori, manager di prodotto, direttori marketing, direttori alle vendite e relativi assistenti. E Patterson partecipa attivamente ad ogni fase della pubblicazione, dalla grafica di copertina, alle tempistiche di stampa, alla distribuzione e collocazione nei negozi.

Per pubblicare una decina di nuovi titoli ogni anno, di diverso genere, Patterson utilizza dei collaboratori per la stesura della storia: a loro consegna una bozza della trama di una cinquantina di pagine e il co-autore inizia a scrivere i capitoli per lui, da leggere, rivedere e quando necessario riscrivere. I collaboratori devono attenersi scrupolosamente all’idea di Patterson e al suo stile di scrittura secco e asciutto, che gli ha permesso di raccogliere tanti lettori affezionati. Nel tempo, i co-autori sono divenuti fissi in base al genere o alla serie dei romanzi o al mercato di uscita: Maxine Paetro per Le donne del club omicidi, Michael Ledwidge per Michael Bennett, Candice Fox per Harriet Blue, Marshall Karp per NYPD Red, Christopher Tebbets per i libri per ragazzi, Liza Marklund per il mercato svedese.
Si vocifera che i nuovi co-autori sono disposti a pagare pur di lavorare con lui, perché dopo che il loro nome compare anche su una sola delle copertine di James Patterson possono cominciare anche una carriera come scrittori indipendenti.

Gli altri scrittori svalutano la sua produzione e la critica la considera narrativa per pendolari. Anche se nelle vendite ha sorpassato, e di gran lunga, autori prolifici come Stephen King, John Grisham, Dan Brown, non ha mai raggiunto il loro livello come riconoscimento pubblico. James Patterson comunque non si considera uno scrittore, ma un intrattenitore.
“Se vuoi scrivere per te, prendi un diario. Se vuoi scrivere per pochi amici, prendi un blog. Ma se vuoi scrivere per un sacco di gente, pensaci un po’. Cosa gli piace? Quali sono i loro bisogni? Un sacco di persone in questo paese passano intere le loro giornate intorpidite. Hanno bisogno di essere intrattenuti. Devono sentire qualcosa.”

Alcuni lettori affezionati però hanno ammesso che, in questa industria, i romanzi hanno perso un po’ dello stile del primo autore.
In un articolo dell’Independent, James Patterson: Is the world’s bestselling author the main writer?, due giornalisti hanno sottoposto il lavoro di Patterson ad un’analisi accurata del testo con i principi della Stilometria: utilizzando i metodi digitali e confrontando più campioni, è possibile verificare la misura in cui qualcuno contribuisce attivamente alla stesura di un manoscritto. Si controllano le costruzioni delle frasi, gli intercalari, l’uso della punteggiatura, le parole ricorrenti, i verbi preferiti.
I risultati dello studio mostrano che, in ciascuno dei romanzi in collaborazione col nome di James Patterson, lo stile dominante è invece quello dei co-autori. Del resto lo stesso Patterson afferma di essere più interessato alla trama che al linguaggio.

Ma veniamo ora all’analisi della frase incriminata.

James Patterson - Le testimoni del club omicidi e la qualità editoriale

Le testimoni del club omicidi

Il romanzo Le testimoni del club omicidi di James Patterson in coppia con Maxine Paetro, editore Longanesi, è stato tradotto dall’originale americano 12th of Never, editore Century. Inizio quindi a cercare la stessa frase in lingua inglese e, per un colpo di fortuna, riesco a leggerla nell’estratto gratuito di Amazon:

Keith Herman was a disbarred attorney who had made his living by defending the most heinous of slime-bucket clients and had often won his cases by letting prosecution witnesses know that if they testimonied, they would be killed.

che letteralmente viene tradotto in:

Keith Herman era un avvocato espulso dall’albo, che si era guadagnato da vivere difendendo i più atroci delinquenti e aveva spesso vinto i suoi casi lasciando che i testimoni dell’accusa sapessero che se avessero deposto, sarebbero stati ammazzati.

Per l’edizione italiana di Longanesi, le traduttrici Annamaria Biavasco e Valentina Guani (la prima volta che mi accorgo di due nomi per una traduzione, come faranno a dividersi il lavoro?) hanno invece tradotto con:

Herman era stato radiato dall’albo degli avvocati, ma prima si era arricchito difendendo delinquenti della peggior specie. Li faceva prosciogliere minacciando di morte i testimoni a suon di minacce: se avessero detto qualcosa di compromettente per i suoi assistiti, li avrebbe fatti ammazzare.

Pur essendo più complessa e meglio articolata di una traduzione letterale, quel “minacciare a suon di minacce” stona decisamente e no, non ve n’è traccia nell’originale. Minacciare è to threaten, to menace mentre le minacce come sostantivo sono threats o menaces. Per di più nell’originale inglese sembra più velata la minaccia, gli faceva sapere che sarebbero stati ammazzati, anziché esplicita, con una minaccia di morte diretta.

James Patterson - 12th of Never

Il misfatto è stato compiuto dalle traduttrici dunque? Non ne sono sicura.
Prima di tutto perché nel loro curriculum figurano traduzioni di rilievo per diverse case editrici, libri che ho letto anch’io e dove assolutamente non sono incappata in errori di questa portata. Parliamo di romanzi di Patricia Cornwell, Martin Cruz Smith, Dan Brown, Elizabeth George per citare solo i più noti al pubblico.
Occorre specificare che anche il mondo dei traduttori non gode di un periodo florido: la loro professionalità viene sempre meno riconosciuta, abbassando i loro compensi, nonostante come vedete possono avere un impatto enorme sul testo che arriva al lettore, perché non è sufficiente tradurre letteralmente, il testo tradotto va adattato al contesto culturale del nuovo mercato.
Un esempio banale tratto dalla frase citata: to disbarred è il verbo per indicare che un avvocato è espulso dal Bar, dis-bar appunto, dove per Bar si intende la barra presente nei tribunali americani che separa il pubblico dalla corte, dove siedono gli avvocati e i loro assistiti di fronte al giudice; nel nostro sistema giudiziario questo riferimento non c’è, gli avvocati che non esercitano più vengono radiati dall’Albo dell’ordine professionale.
Dunque per una qualità della traduzione non occorre solo conoscere le due lingue in questione, ma anche le differenze sociali, culturali e storiche. Ecco perché anche i traduttori finiscono per specializzarsi per genere letterario.

Inoltre, dopo una traduzione accurata, comunque ci dovrebbe essere una nuova lettura del testo da parte di un correttore di bozze proprio per evitare questo tipo di refusi. Purtroppo, proprio perché l’editoria tradizionale è in crisi, non solo si risparmia sul compenso dei traduttori, ma pure la figura del correttore di bozze è pressoché sparita dal libro paga. A discapito del prodotto finito.

Una domanda per voi

Dopo tutte queste considerazioni, resta una domanda sospesa: è questo che vogliono davvero i lettori?
Dalle vendite del signor James Patterson si direbbe proprio di sì. Però se il mercato ti convince che quello è un buon prodotto, a colpi di marketing invasivo, tu consumatore nemmeno cerchi tra gli scaffali un’altra confezione che, a pari prezzo o giusto qualcosina in più, ti offra una qualità migliore, un gusto prelibato, un’emozione intensa al palato.
A fidarsi della pubblicità, non c’è il rischio di accontentarsi solo delle scatolette?

 

Comments (29)

Giulia Mancini

Apr 28, 2019 at 10:18 AM

Hai fatto un’analisi molto accurata Barbara (come sempre del resto). Certo che Patterson ha messo su una grande impresa sulla sua scrittura. Devo ammettere che appena letta la frase incriminata non mi sono accorta subito della evidente cacofonia, minacciare di morte a suon di minacce in effetti è una frase del tutto stonata. Spesso preferisco leggere autori italiani per evitare il filtro della traduzione, anche se poi ogni tanto mi lascio tentare da autori stranieri. Purtroppo le case editrici risparmiano su tutto, compresa la rilettura dei testi tradotti ed è questa la realtà evidente. Pensa se l’avesse scritto un autore self, sarebbe stato messo alla gogna! A me è capitato di leggere spesso degli orrori su libri di grandi case editrici…

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:43 PM

Purtroppo io le cacofonie le sento subito in lettura e mi danno un fastidio tremendo. In scrittura possono scappare in fase di revisione, sostituisci una parola e non ti accorgi che più avanti ce n’è un’altra che le fa il verso, rovinando la frase. Occorre rileggere sempre bene il tutto.
Come commentavo ieri su Facebook, le grandi case editrici non sono esenti da errori clamorosi: tempo fa la nostra Sandra Faé aveva scovato in “Ti prego lasciati odiare” di Anna Premoli, Premio Bancarella 2013, che la Luna è un pianeta (pagina 163, alla protagonista viene presentato un cavallo di nome Luna: “è una femmina di nome Luna, e spero che sia davvero l’opposto del pianeta che ricorda”) in Libri, librerie e editoria.
E il nostro Darius Tred in Editor, questo sconosciuto si era accorto di un tramonto a Est ne Il quinto giorno, di Frank Schatzing: “le luci del tramonto sull’oceano che si ammirano da Manhattan”. Dai grattacieli di Manhattan si possono vedere l’Hudson, l’upper Bay, la lower Bay e più in là l’Oceano Atlantico, da cui sorge il sole… e quindi il tramonto è verso l’interno degli Stati Uniti, non sull’oceano.
In questi due casi, mancava un editor più che un correttore di bozze, che verificasse la veridicità delle affermazioni, più che la sintassi. Ma mentre posso quasi soprassedere su questi errori, che non mi rovinano la trama, gli errori di traduzione mi rovinano la lettura. E’ come uno che passi le unghie sulla lavagna, capisci? E come giustamente dici tu, se fossero su un testo in self-publishing, ci sarebbe la gogna social per quell’autore.

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Stefano

Apr 28, 2019 at 11:06 AM

Oltre che formarla in qualche misura, gli editori i quali – non si finirà mai di ricordarlo soprattutto agli autori esordienti – sono imprenditori, per vendere si adeguano al gusto e alla cultura media del lettore: se il lettore ha questa cultura e preparazione, diamogli ciò che più desidera: dandogli prodotti diversi si rischia l’invenduto. Quanto al “minacciando… con minacce” (certo, avrei preferito n “minacciando i testimoni dell’accusa con paste grosse così: delle vere e proprie bombe caloriche” Ma io mi ricordo “Benedizione” del grande Kent Haruf pubblicato da NN edizioni , Autore di un’umanità prorompente e di un a scrittura incantevole tuttavia – e non mi pare sia colpa di traduttori – ti riporto le ultime righe della mia recensione (https://www.intertwine.it/it/read/GP3efKUM/benedizione-di-kent-haruf):

“Sul piano del presente, del racconto attuale, sorgono alcune piccole perplessità sulla congruenza del testo: nel cap. 17 vengono descritti i festeggiamenti del 4 Luglio mentre nel cap. 25 il Pastore Lyle in chiesa dice “Ma ciò che voglio dirvi ora, qui a Holt, in questa calda mattinata di giugno” ma se si è fatto un capitolo precedente parlando dei fuochi d’artificio per festeggiare il 4 luglio, siamo ritornati a giugno (e non è un flash back)? Ancora: al cap. 29, a pag 185 si legge: “Ormai era tardo pomeriggio.”, due pagine dopo raccontando lo stesso fatto “… in mezzo alla campagna in pieno giorno.” Ma, allora, era “tardo pomeriggio” o “pieno giorno”? Non credo le due espressioni possano considerarsi sinonimi. Piccole sviste di cui un redattore (o editor, come va di moda definirlo adesso) alla Casa Editrice avrebbe dovuto accorgersi.”

Vatti a fidare degli Ediitor!!!

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:44 PM

Kent Haruf è anch’esso scrittore statunitense, dunque pure il suo romanzo sottoposto a traduzione. Sei andato per curiosità a verificare se quegli errori fossero presente anche nell’edizione originale? Magari la calda mattinata di giugno (June) è in realtà di luglio (July), e chissà cosa può esserci per quel pieno giorno (in broad daylight) o tardo pomeriggio (last afternoon).
In quanto agli editori-imprenditori, sono d’accordo con te sul fatto che l’editoria è costretta dalle leggi di mercato ad adeguare i suoi prodotti alle richieste della domanda (eppure Apple è riuscita a crearsi un mercato differente, nonostante i prezzi elevati della sua offerta). Ma allora smettiamola anche di dire che l’editoria tradizionale produce maggior qualità, con accurati processi di selezione e lavorazione, degli altri canali di pubblicazione. Il lettore deve sapere che quel che trova in libreria o al supermercato non è sempre il meglio di ciò che è stato scritto.

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Stefano

Mag 01, 2019 at 10:51 AM

No, non ho l’originale di Kent Haruf; ciò non toglie che un controllino in più da parte degli editor prima del fatidico “visto si stampi” sarebbe stato opportuno. Poi credo sia una svista degli editor dell’editore statunitense e non (forse) del traduttore italiano poiché è una svista strutturale non di semplice parola June è june, July è july che è tuttavia possibile. E’ già più grave il “tardo pomeriggio” e il “pieno giorno” son troppo vicini nello stesso capitolo; anche qui se è nell’originale, è l’editor americano che avrebbe dovuto notarlo. Penso che, quando l’autore comincia a essere noto e, quindi, per gli editori “sicuro” (farà vendere) gli editor “si fidino” e non stiano lì a far tanti controlli a tappeto: anche perché un autore che vende è meglio mandarlo in libreria quanto prima e la fretta, si sa, è cattiva consigliera. Per il resto, se al pubblico piace il junk food è inutile offrirgli i ricercati manicaretti di Nero Wolfe. Ps. di Haruf mi son fatto mandare da https://www.bookdepository.com “Plainsong”, il più noto della trilogia di Holt. Ciao

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Barbara Businaro

Mag 02, 2019 at 10:50 AM

La fretta è cattiva consigliera, vero. Secondo me, parecchi lettori non sanno proprio che i ricercati manicaretti di Nero Wolfe sono molto più buoni del junk food, e pure allo stesso prezzo. Quando fai indigestione di panini, ti accorgi che hanno tutti lo stesso sapore e non mangi più con gusto, finché ti guardi intorno in cerca di qualcos’altro. Succederà anche con i libri? 🙂

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Sandra

Apr 28, 2019 at 11:28 AM

Questo post ha un vero taglio giornalistico, brava!
La storia dei multi Patterson (di cui non ho letto nulla) è nota ai più, ma forse non alla massa dal palato poco sofisticato.
Ma sono loro che fanno vendere!
La traduzione appare claudicante in più punti e un autore che si affida ad altri per scrivere di più non incontra il mio interesse, la parola che io perseguo da sempre “autenticità” in questo caso viene chiaramente accantonata.

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:45 PM

Forse il taglio giornalistico mi è scappato leggendo dai quotidiani in lingua inglese. 😀 Ed ho riassunto parecchio su quel che ho letto sul metodo e sulla personalità di James Patterson, un genio come imprenditore, ma non so quanto simpatico come persona.
Vivere di scrittura è una cosa, declassare completamente la scrittura al marketing un’altra.
Poi dicono abbia anche un importante ruolo come filantropo della lettura negli USA, in passato ha donato un milione di dollari in favore di librerie indipendenti e piccole biblioteche, oltre ad avere istituito delle borse di studio per studenti e insegnanti.

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Elena

Apr 28, 2019 at 3:03 PM

Una bella inchiesta Barbara che mi ha svelato retroscena a me sconosciuti 🙂
Il caro Patterson che fa della sua fortuna un impero mi interessa come fenomeno del Capitale ma non come autore. La ridondanza temo sia un problema della traduzione italiana poiché nel testo inglese non vi è nulla che stoni, anzi, il linguaggio è secco e tagliente come il suo autore vuole. Non è la prima volta che mi capitano cose del genere. Refusi e altre piccole pecche sono abbastanza ricorrenti. Temo sia una caratteristica dell’industria di noialtri. E noi giù a sgobbare per scovarli tutti.

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:45 PM

I loro refusi sono perdonati, anche quando non sono meri errori di battitura. Se invece sei un esordiente o, peggio ancora, un self-publisher non ti viene scontato nulla. Paradossalmente direi, perché non ci sono gli stessi sforzi economici in campo.
Di Patterson io sapevo che da tempo non fosse più solo lui a scrivere, ma ignoravo parecchi retroscena della sua metodologia raccontati dal New York Times. Vai a leggerlo, è un articolo davvero lungo e completo. 😉

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Giovanni

Apr 28, 2019 at 4:16 PM

Una banalità quasi, se consideri la pessima qualità dell’editoria che oramai vuol dare solo best seller. Ne parlo in tre articoli di cui il primo inizia qui: http://giovanniventuri.com/2018/02/14/la-verita-sul-caso-harry-quebert-di-joel-dicker-parte-1/ . Un testo che ha vinto pure un premio. Un intero testo da cestinare, ma è diventato un best seller di cui molti parlano pure benissimo. Non c’è più vergogna. Mi dispiace solo per gli alberi. Tanta carta straccia.
Ma come nasce un best seller? Facile. Investendo centinaia e centinaia, forse migliaia, di euro al mese con professionisti della pubblicità. Una percentuale molto bassa di best seller sono bei libri.

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:49 PM

Non ho letto La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker, quindi non posso dire nulla sul suo contenuto. Ma quel che tu contesti nei tuoi articoli mi sembra lo sviluppo della trama, la caratterizzazione dei personaggi, lo stile dei dialoghi, l’idea del Grande Scrittore di quella storia e la scarsa qualità del formato ebook. A parte l’ultimo punto, il resto è ascrivibile all’editor americano. E quando un romanzo vende tanto negli Stati Uniti, che piaccia o no, il mercato italiano è quasi obbligato a farlo tradurre. E’ già un prodotto “sicuro” in termini di vendite. E’ sicuramente così anche per l’industria James Patterson oramai.
Poi sul fatto che i bestseller siano tutti decisi a tavolino, no, non sono d’accordo. Harry Potter è un bestseller, ma sappiamo essere stato rifiutato da parecchie case editrici all’inizio. E sono i lettori, i più piccoli, ad averlo richiesto a gran voce da aver decretato il suo successo.
Outlander è un bestseller, molto più all’estero che qui in Italia, dove è affidato ad una casa editrice poco lungimirante proprio in termini di marketing. Ora sta semplicemente facendo da volano alla serie tv, ma era già vendutissimo per passaparola delle lettrici prima dell’uscita sugli schermi.
Quindi no, non basta il marketing.
Del resto anche il signor James Patterson ha un fallimento alle spalle: nel 2015 lanciò una nuova serie di romanzi brevi, BookShots, sperando di raccogliere i favori dei lettori deboli, convincendoli con piccole storie accattivanti, in poche pagine. Nel 2017 ne fu sospesa la pubblicazione, perché non vendevano. Il marketing non aveva considerato i costi fissi di stampa, che rendevano un breve BookShots più caro di un romanzo “intero” di Patterson.

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Giovanni

Apr 28, 2019 at 4:29 PM

Ah, ovviamente, articolo favoloso. Scrivi meglio dei redattori delle meglio testate nazionali dove fanno errori di ortografia e inseriscono inesattezze di ogni tipo 🙂 .

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:49 PM

Grazie Giovanni. Vale lo stesso discorso: loro possono permettersi errori, io no. 😉

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newwhitebear

Apr 28, 2019 at 4:39 PM

ottimo post, ben documentato e intrigante. Di Patterson non ho letto nulla, né ho mai avuto la tentazione di leggere qualcosa. Esattamente come ho smesso di Leggere la Cornwell e Key Scarpetta, quando le storie mi puzzano di scrittura altrui – credo che anche lei abbia fatto lo stesso percorso di Patterson.
Tornando alla traduzione, va bene adeguarla al contesto italiano ma personalmente preferisco che rispecchi quello originale. Di traduzione adulterate, perché si tratta di fake, ne ho già viste altre. Ad esempio Ho letto testi con originale al fronte – l’ultimo che ricordo era un racconto di Raymond Carver- la traduzione era un orrore secondo me tanto era distante dal pensiero dell’autore.
Comunque tra quella proposta e la tua, preferisco di gran lunga la tua più aderente allo spirito dell’originale.
Ovviamente la mia opinione e discutibile.

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:50 PM

Non sei il primo che mi dice di non leggere più Patricia Cornwell e di aver notato un calo pauroso anche nella qualità dei suoi libri. Non si trova nulla di certo, ma più di qualcuno vocifera che gli ultimi suoi romanzi siano scritti da ghostwriter (quindi non figurano in copertina).
Almeno Patterson su questo punto è onesto, lo dice chiaramente di avere dei collaboratori.
Di Raymond Carver c’è anche chi preferisce i suoi testi originali senza le modifiche del famoso editor Gordon Lish, che però gli hanno valso la pubblicazione. Senza Lish, forse non avremmo nemmeno conosciuto Carver.

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nadia

Apr 28, 2019 at 4:50 PM

Caspita che bel post, oltre che interessante e pieno di curiosità che non conoscevo hai tenuto agganciata l’attenzione su un discorso piuttosto complesso. Mi pare evidente che qui la frase incriminata sia da ascrivere alle traduttrici che forse sottopagate o con tempi stretti e rosicchiati si sono trovate a fare un lavoro veloce e piuttosto mediocre. Quindi gli editori quando comprano i diritti di libri stranieri sanno che si tratterà di un prodotto di sicuro piazzamento sul mercato e per questo dedicano poca attenzione alle sue rifiniture. Ma questo Patterson ha inventato una vera e propria industria editoriale con il suo nome, geniale è dir poco.
Io ho smesso di comprare scatolette sponsorizzate, da tempo non mi fido più di pubblicità e fascette, diciamo che a ispirarmi è la voglia del momento o il consiglio di chi lo ha letto e conoscendomi me lo consiglia.

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:51 PM

Hai smesso di comprare scatolette sponsorizzate perché sei cresciuta come lettrice, hai raggiunto la consapevolezza, anche scrivendo, che non tutto quello che viene tanto pubblicizzato è il meglio che si può leggere. E io ho scritto questo post perché anche gli altri lettori possano raggiungere questa consapevolezza. Come scrivo sempre nella serie Navigare Informati, un lettore informato è un lettore conquistato. 😉

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Daniela Bino

Apr 28, 2019 at 6:23 PM

Barbara, sono davvero molto colpita dal tuo articolo perché hai spiegato molto bene una situazione alquanto comune e ne avevamo già parlato a Parigi, ricordi? L’annoso problema della traduzione fedele è fastidioso e gli autori (e coautori) dovrebbero esserne informati, poiché viene snaturato il significato del testo, oltre a ridicolizzare situazioni dal contesto drammatico.
Bravissima come sempre, Barbara!

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:52 PM

E’ vero Daniela, ne avevamo parlato proprio al Livre Paris! Bei ricordi tra i libri e i macarons! 😉

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Darius Tred

Apr 28, 2019 at 11:10 PM

Per rispondere alla tua domanda finale, direi che i lettori, alla fin della fiera, vogliono solo emozioni. Frivole, sofisticate o profonde. Ma pur sempre emozioni.
E quindi sono disposti a soprassedere su errori del genere, a patto che il resto del romanzo offra molto di più.

In altre parole: se dovessi cestinare ogni lettura al primo refuso, mi ritroverei con quattro libri in casa. E non si salva nessuno: né Patterson, né Crichton, né Conan Doyle, né la Bibbia (che in fatto di errori di traduzione è la regina indiscussa e inarrivabile).

Quando mi sono imbattuto nel famoso “tramonto a est” trovato ne Il quinto giorno, sono andato avanti e la storia mi è piaciuta molto. Tanto che non esiterei a ricomprare un altro romanzo di Schatzing. Perché? Perché nonostante lo strafalcione ho avuto in cambio, una buona e generosissima dose di emozioni (e questo era quello che io, lettore, volevo).

Quanto a Patterson (di cui non ho mai letto nulla ma ho letto qualche Clive Cussler e fa lo stesso… 😛 ), ormai non è più uno scrittore ma un imprenditore. E come tale bisogna interpretarlo. Appena ti sei fatto un nome, tu rifiuteresti un autore esordiente che ti offre, che ne so, 250.000 dollari per poter scrivere un libro dove tu, come unica fatica, devi solo assicurarti che in copertina compaia il tuo nome più grande del titolo?
Ah, sì: poi ovviamente ci sta anche il nome dell’autore esordiente. Sempre scritto più in piccolo.
E pace se nella traduzione di qualche lingua, qualche traduttore innamorato si lascia sfuggire qualche ripetizione di troppo.

Alla fine, l’industria editoriale stile Patterson, Cussler e compagnia bella non è altro che una delle tante forme di editoria a pagamento.
EAP all’americana, diciamo. Solo per ricconi. 😀

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Giovanni

Apr 29, 2019 at 12:14 AM

Infatti EAP all’americana 🙂 .

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Barbara Businaro

Apr 29, 2019 at 11:53 PM

EAP all’americana sembra una battuta, ma se vai a leggere l’articolo del New York Times che ho citato, dove si descrive proprio il rapporto tra Patterson e la casa editrice, ti rendi conto che lui può permettersi di fare la voce grossa, come se pagasse interamente la casa editrice per avere il servizio che desidera. E loro ovviamente gli lasciano carta bianca perché tanto le vendite sono assicurate.

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Grazia Gironella

Mag 01, 2019 at 7:13 PM

Lo stile asciutto di James Patterson mi lascia del tutto indifferente, al contrario di altri autori altrettanto asciutti, ma più nelle mie corde. Certo che quando devi spartire meriti e colpe tra X autori, palesi e nascosti, e X traduttori, è difficile che venga fuori una perla di romanzo. Ogni storia ha una sua armonia, secondo me, che viene dalla sinergia tra la fantasia dell’autore, il suo stile, la sua visione della realtà. Non sono cose che puoi riassumere in cinquanta pagine e passare la palla a qualcun altro. Del resto Patterson fa bene a gestire il suo business, se l’editoria lo asseconda. È lì che dovrebbe esserci qualche filtro…

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Barbara Businaro

Mag 01, 2019 at 10:24 PM

Se il prodotto vende bene e il cliente non si lamenta, difficile che il produttore decida di cambiarlo. Patterson vende, nonostante gli errori, e quindi a nessuno viene in mente di applicare qualche altro filtro o controllo. Purtroppo.

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Marco Amato

Mag 02, 2019 at 8:31 PM

King è entrato spesso in polemica con Patterson, perché considera il suo modo di pubblicare poco onesto, non da scrittore.
E Patterson per passare come il buono è un grande benefattore. Elargisce borse di studio, finanzia librerie in crisi, c’è tutto un contesto americano di cui noi percepiamo soltanto echi.
Riguardo alle vendite più che per il marketing ormai Patterson vende perché è un brand. Così come Camilleri da noi o King o Grisham.

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Barbara Businaro

Mag 09, 2019 at 10:09 PM

Di Stephen King avevo in effetti letto qualche commento acido a proposito. Però ho sentito alcuni suoi fedeli lettori lamentarsi delle sue ultime pubblicazioni, quasi che non fosse più lui a scrivere. Chi è senza peccato… 😉

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Marina

Mag 03, 2019 at 10:31 AM

A parte che costruirti un nome pagando gente per scrivere al posto tuo è qualcosa di veramente terribile, per me! e lo è ancora di più se la cosa è risaputa e nessuno risente della tristezza del risultato (che, peraltro, è pure premiato col successo, mah!) Poi, non so, è ormai fuor di dubbio che la qualità stia scemando a vantaggio di altri interessi considerati di ordine superiore: su tutti il profitto che deve realizzare una casa editrice – azienda con il suo bel fatturato annuo da garantire. E come nei migliori circoli viziosi: se voglio guadagnare punto sulla quantità non sulla qualità; dunque risparmio anche sulla “manodopera” (leggi “traduttori”) che non è preparatissima (perché quelli “bravi” avanzano giuste pretese economiche) e così vengono fuori i prodotti che leggiamo e che ci indignano in quanto scrittori/lettori attenti. Poi okay, la storia è bella, funziona e sei portato ad ammorbidire il giudizio, ma resta il fatto che cose così deprezzano il mondo letterario e non dovrebbero proprio verificarsi, costi quel che costi.

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Barbara Businaro

Mag 09, 2019 at 10:19 PM

Per quel che ho letto, sembra quasi che Patterson abbia scritto il primo libro o per noia o per curiosità, poi gli è andata talmente bene che ha finito per ripiegare la scrittura nello stesso campo dov’era già un manager, la pubblicità. Lui dice di divertirsi molto in questo suo nuovo lavoro, ma scrivere una bozza di una storia non è lo stesso che sudare su ogni singola parola di quella storia. Farà anche soldi a palate, molto più della mia amata zia Diana Gabaldon, ma no, non credo che farei cambio con lui. Preferirei vivere sì di scrittura, il giusto, ma che sia la mia scrittura, non la penna in prestito. 🙂

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