Il mestiere di scrivere di Raymond Carver

Il mestiere di scrivere di Raymond Carver

Il mestiere di scrivere di Raymond Carver è stato il mio secondo manuale di scrittura creativa, o così credevo, perché non è assolutamente un manuale.
Mi è apparso come acquisto consigliato sotto al Manuale di scrittura creativa di Roberto Cotroneo, di cui ho già scritto sempre per la categoria Che cosa ho imparato da…, e così l’ho preso come secondo testo per “fare sul serio”. Come altri, sono stata abbindolata da una quarta di copertina che promette qualcosa che non è:

Esercizi di scrittura creativa, lezioni, istruzioni per la composizione di una short-story, note sull’arte della concisione. Uno dei maestri della narrativa americana racconta “il mestiere di scrivere” in un libro che è il breviario di un artigiano della parola e un atto d’amore verso la letteratura.

Viene da pensare che, come per Roberto Cotroneo appunto, anche Raymond Carver abbia messo insieme i suoi appunti dai corsi di Creative Writing tenuti nell’America degli anni ’70 in un testo che è il concentrato della sua arte di insegnante, oltre che di scrittore.
Quando ho avuto finalmente il volume tra le mani ho realizzato che si tratta di una raccolta: sono per lo più saggi sui suoi racconti e poesie, ne spiega l’origine, il significato, il suo modo di lavorare su quel testo in particolare. Ma come faccio a capire ciò che dice se non ho sottomano proprio quei racconti e quelle poesie? Perché in questo volume non ci sono e io leggevo Carver per la prima volta. Avrebbe avuto più senso pubblicare anche quelle, piuttosto che rimandare ad altri quattro libri differenti.

Galeotto però fu l’incipit del primissimo saggio di Carver, proprio “Il mestiere di scrivere”, letto dall’estratto online, perché uno scrittore che non riesce andare oltre alla lunghezza del racconto sembrava parlare alla sottoscritta:

Verso la metà degli anni Sessanta, mi sono reso conto che avevo qualche difficoltà a concentrare l’attenzione su opere narrative di una certa lunghezza. Per un po’ di tempo ho avuto difficoltà a leggerle, oltre che a cercare di scriverne. La mia capacità di attenzione si era come esaurita; non avevo più la pazienza necessaria a tentare di scrivere dei romanzi. È una storia complicata e troppo noiosa per raccontarla ora. Però so che ha molto a che fare con la ragione per cui scrivo poesie e racconti brevi. Presto dentro, presto fuori. Niente indugi. Avanti. Può darsi che sia successo perché a quell’epoca, mentre mi avviavo verso la trentina, avevo perso qualsiasi ambizione di grandezza. Se questo è vero, be’, tutto sommato credo sia stato meglio che mi sia andata così.

Per questo la ritengo comunque una lettura importante, anche se zoppicante per chi è a digiuno di questo autore. Ora questo libro lo trovate in un’altra versione, rispetto alla mia in foto, con una nuova introduzione di Marcello Fois.
Come al solito, condivido con voi i miei appunti, le sottolineature nel testo (solo i manuali di scrittura mi azzardo a “sporcare” in maniera così sacrilega!) e i ragionamenti. Prima ho voluto leggermi l’antologia più famosa di Carver, per capire se, a fronte dei suoi consigli, mi piacevano poi i racconti che scriveva. Ho letto quindi Cattedrale, nella versione rivista dal famoso editor Gordon Lish. Ma non è stato proprio amore…

 

Sulla scrittura creativa

Questa sezione contiene tre contributi importanti di Carver, tre saggi sulla scrittura, sul lavoro dello scrittore, sul come nascono alcune storie, quali influssi determinano lo scrivere, compresi i maestri che lasciano il segno sulla creatività (nel caso di Carver il suo insegnante John Gardner, che gli prestava lo studio per scrivere indisturbato).

Il mestiere di scrivere

saggio del 1981, pubblicato in Voi non sapete che cos’è l’amore

Ci sono scrittori che di talento ne hanno tanto; non conosco scrittori che non ne abbiano. Ma un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo, sono un’altra cosa.[…] E’ qualcosa di simile allo stile, quello di cui sto parlando, ma non è solo questione di stile. E’ il tipo di inconfondibile e unica firma che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa egli scriva. E ne fa il suo mondo e niente altro. E’ una delle cose che contraddistingue uno scrittore. E non è il talento. Di quello ce n’è anche troppo in giro. Ma uno scrittore che ha una maniera particolare di guardare le cose e riesce a dare espressione artistica alla sua maniera di guardare le cose, è uno scrittore che durerà per un pezzo.

Carver spiega che uno scrittore dovrebbe guardare la normalità e rimanerne stupito, incantato. Da un tramonto o da una scarpa vecchia, senza utilizzare trucchi, dovrebbe saper afferrare il lettore e trascinarlo. Ed è quello che lui faceva con i suoi racconti.

Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi un brivido lungo la schiena del lettore – l’origine del piacere artistico, secondo Nabokov. Questo è il tipo di scrittura che mi interessa di più.

Molta attenzione infatti Carver la poneva al linguaggio: anche se lo stile è semplice, il linguaggio dev’essere preciso e accurato ma rendere bene i dettagli che danno vita alla storia. Nessuna parola dev’essere lasciata al caso.

In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste, con la punteggiatura nei posti giusti in modo che possano dire quello che devono dire nel modo migliore.[…] Le parole possono essere precise anche al punto da apparire piatte, l’importante è che siano cariche di significato; se usate bene, possono toccare tutte le note.

Fuochi

saggio del 1982, pubblicato in Voi non sapete che cos’è l’amore

In questo testo Carver analizza gli influssi subiti dalla sua scrittura e i fuochi che l’hanno tenuta accesa, nonostante le difficoltà della vita economica e famigliare. Non riconosce chiaramente un particolare influsso letterario, quanto piuttosto l’influsso dei luoghi in cui ha vissuto, addirittura da una telefonata ricevuta per errore che si trasforma in un’idea per una storia.

Per quanto mi riguarda sarebbe ugualmente inesatto dire che sono stato influenzato da tutto ciò che ho letto e che non penso di essere stato influenzato da alcuno scrittore.

Nessuna delle mie storie è realmente accaduta, ovviamente – non sono uno scrittore autobiografico – ma per la maggior parte serbano una rassomiglianza, peraltro vaga, con certe situazioni e occorrenze della vita.

Ciò che mi ha colpito è la seconda parte, quando Carver confessa di essere stato influenzato maggiormente dai suoi due figli. Lo scrittore si è sposato presto ed è diventato padre prima dei vent’anni, una “scomoda responsabilità e perenne distrazione” che lo hanno costretto a ridimensionare le proprie ambizioni, a cercare un compromesso per la propria scrittura. Il lavoro e la famiglia gli lasciavano solo un’ora alla sera. Alle volte quell’ora sfumava per qualche imprevisto e doveva rimandare al weekend. Ma capitavano degli inconvenienti anche al sabato, se non pure la domenica. Non stento a crederlo, perché è proprio così che va anche con la mia scrittura!
Era frustrante per lui rimandare continuamente l’appuntamento con la creatività e l’unico compromesso sembrava scrivere racconti, qualcosa da terminare prima di finire del tutto l’interesse o la concentrazione.

Erano comunque le circostanze a imporre, fino al limite estremo, le forme che la mia scrittura avrebbe potuto assumere.[…] Per scrivere un romanzo, mi sembrava, uno scrittore dovrebbe vivere in un mondo dotato di senso, un mondo in cui poter credere, da poter mettere a fuoco per bene e su cui poi scrivere accuratamente. Un mondo che, almeno per un certo tempo, rimanga fisso in un posto. Inoltre, dovrebbe esserci una specie di fiducia nella correttezza di quel mondo. Fiducia nel fatto che il mondo conosciuto abbia una ragion d’essere, e che valga la pena di scriverne, che non vada tutto in fumo mentre lo fai.

Infine sposta la propria attenzione sull’influsso principale, le due persone che hanno lasciato una traccia indelebile sul suo stile: l’insegnamento ricevuto da John Gardner (frequentò un suo corso di scrittura per principianti nel 1958) e l’editing di Gordon Lish, a cui deve la sua prima pubblicazione sulla rivista Esquire. Anche se di quest’ultimo racconta molto poco.

[John Gardner] Ci annunciò che nessuno di noi aveva quel che ci voleva per diventare un vero scrittore, dato che gli era chiaro che nessuno di noi aveva l’indispensabile fuoco. Disse però che avrebbe fatto quanto poteva per noi[…] Ricordo che disse, in quel periodo, può essere stato nel corso di una conferenza, che scrittori si nasce. (E’ vero? Dio mio, non lo so ancora, suppongo che ogni scrittore che insegna scrittura creativa e che interpreta seriamente questo suo lavoro debba credere solo fino a un certo punto a una cosa del genere. Ci sono apprendisti tra i musicisti e i compositori e i pittori, dunque perché non anche tra gli scrittori?)

E continuava a battere sull’importanza dell’uso – non so in che altro modo definirlo – del linguaggio comune, il linguaggio della conversazione normale, il linguaggio che parliamo tra noi.[…] Mi aiutò a capire quanto fosse importante dire esattamente quel che volevo dire e niente di più; non usare parole «letterarie» o un linguaggio «pseudopoetico».[…] Mi insegnò a usare le contrazioni nella mia scrittura. Mi mostrò come dire ciò che volevo dire e a usare il minimo numero di parole per farlo. Mi fece capire che tutto, assolutamente tutto, ha importanza in un racconto. E’ importante sapere dove mettere le virgole e i punti.

John Gardner: lo scrittore come maestro

saggio del 1983, pubblicato in Voi non sapete che cos’è l’amore e prefazione del libro Il mestiere dello scrittore di John Gardner

In questo suo contributo Carver ripercorre il suo incontro con lo scrittore e maestro John Gardner al Chico State College, al corso di Scrittura Creativa. Ed è particolare il ritratto che ne fa, soprattutto perché molti anni dopo gli studenti di Carver conosceranno gli stessi metodi di insegnamento.

Allora attribuivo un’altissima importanza allo studio – molto maggiore di quella che gli attribuisco adesso, ne sono sicuro, ma è perché ormai sono cresciuto e bene o male ho studiato. Dovete capire che nessun membro della mia famiglia prima d’allora era mai andato all’università, anzi nessuno era andato oltre le otto classi dell’obbligo. Non sapevo niente, ma almeno sapevo di non sapere niente.

Il fatto di seguire un corso tenuto da un vero scrittore mi emozionava. Non avevo mai visto uno scrittore in carne e ossa prima d’allora e mi sentivo quindi in soggezione. Tuttavia mi sarebbe piaciuto vedere dov’erano questi romanzi e racconti. Be’, non erano ancora stati pubblicati. Si diceva che non fosse mai riuscito a farsi pubblicare niente e che si portasse sempre dietro delle scatole con dentro le sue opere. (Dopo che divenni suo allievo, le vidi davvero quelle scatole piene di manoscritti.)

(Dunque John Gardner era considerato a furor di popolo uno scrittore, anche se non aveva ancora pubblicato nulla… 😉 )
Ai suoi studenti Gardner richiedeva un racconto tra le dieci e le quindici cartelle o un capitolo di circa venti pagine del romanzo che volevano scrivere, più uno schema del resto della trama. Nel corso del semestre poi sia il racconto che il primo capitolo potevano essere riscritti anche dieci volte, finché Gardner non lo ritenesse abbastanza buono. Era convinto dell’efficacia della revisione e non perdeva mai la pazienza a rileggere tante volte lo stesso testo (e questa è una caratteristica che seguirà anche Carver).

Uno dei suoi principi fondamentali era che uno scrittore scopre quello che vuol dire mediante un continuo processo consistente nel vedere quello che ha già detto. E questa visione, questo processo di messa a fuoco della visione, si otteneva mediante la revisione.

Prima che ci incontrassimo, aveva già segnato il mio manoscritto, cancellando con un frego i periodi, le frasi, le singole parole e perfino i segni di punteggiatura che riteneva inaccettabili; e mi fece subito capire che su quelle cancellature non si poteva discutere. In altri casi, metteva periodi, frasi e singole parole tra parentesi e queste erano cose su cui potevamo discutere, erano casi in cui era ammesso un minimo di trattativa. Non esitava neanche ad aggiungere qualcosa a quello che avevo scritto – una parola qua e là, oppure diverse parole, forse un’intera frase che chiariva meglio quello che cercavo di dire. Certe volte discutevamo delle virgole del mio racconto come se fossero le cose più importanti del mondo in quel momento – e, in effetti, lo erano.

Gardner non sopportava l’inganno del lettore, non si potevano sottrarre delle informazioni durante la storia solo per sorprenderlo sul finale con qualcosa che si era volutamente nascosto. La scrittura doveva essere onesta e vera (il che corrisponde al “niente trucchi da quattro soldi” che insegnerà in seguito Carver).

Quello che mi offriva era una critica ravvicinata, riga per riga, e non si limitava a questo, ma mi rivelava anche le ragioni di quella critica, il perché una cosa doveva essere scritta in un modo piuttosto che in un altro; fu un’esperienza d’un valore senza pari nella mia maturazione di scrittore.

 

Occasioni

Questa è la parte che mi è risultata più ostica in lettura, proprio perché ogni testo si riferisce ad un racconto o ad una raccolta di racconti che non ho letto e non sono presenti in questo libro. Alcuni contengono però riflessioni interessanti sempre sul mestiere dello scrittore. Ve le riporto all’interno del saggio dove le ho lette.

La stella polare

saggio del 1987, pubblicato in Il nuovo sentiero per la cascata

Carver ricorda il suo incontro con la rivista Poetry, dove pubblicherà in seguito, grazie ad un anziano farmacista a cui effettuò una consegna quando lavorava come fattorino a diciannove anni. L’uomo gli regalò una copia della rivista perché così avrebbe saputo dove inviare un giorno le sue poesie.

Allora non ero che un ragazzotto ingenuo, ma niente può spiegare o negare quel momento: il momento in cui la cosa di cui avevo maggior bisogno nella vita – chiamatela una stella polare, un punto di riferimento – mi si presentò davanti per caso e con generosità. Nessun’altra cosa sia pure vagamente simile a quell’attimo mi è più accaduta da allora.

A proposito di Vicini

saggio breve del 1973, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi
Il racconto Vicini è presente nell’antologia Vuoi star zitta per favore?

A proposito di Bevendo e guidando

saggio breve del 1973, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi
Il racconto Bevendo e guidando è presente nell’antologia Vuoi star zitta per favore?

A proposito di riscrittura

postfazione del 1973, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi

Qui Carver spiega quanto, a differenza di altri scrittori, si trovi molto a suo agio con la revisione dei suoi testi. Caratteristica questa merito degli insegnamenti di John Gardner, come detto sopra. Legge e rilegge in continuazione ogni frase, paragrafo, scena, vagliando se necessario parola per parola, modificando o riscrivendo. Possono passare mesi prima che un racconto possa considerarsi non finito, ma a buon punto.

Mi piace pasticciare con i miei racconti. Preferisco armeggiare attorno a un racconto dopo averlo scritto e poi armeggiarci di nuovo in seguito, cambiando una cosa qui e una cosa lì, piuttosto che scriverlo la prima volta. La stesura iniziale mi sembra la parte difficile da superare per poi andare avanti e divertirmi con il racconto.[…]
Può darsi che io corregga perché così facendo mi avvicino pian piano al cuore dell’argomento del racconto. Sento di dover continuamente tentare di scoprirlo. È un processo, non una posizione stabile.

A proposito di Galleggiante e altre poesie

saggio del 1984, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi
Le poesie citate sono presenti in Voi non sapete che cos’è l’amore

L’autore ammette di ricordare il momento preciso in cui ha scritto ognuna delle sue poesie, ma non riesce a visualizzare dove e quando sono nati i suoi racconti, soprattutto quelli giovanili (e spesso i curatori devono correggere i suoi discorsi, quando cita un racconto e lo inserisce in un anno di stampa completamente errato).

Però, come nella maggior parte dei miei racconti, anche le poesie contengono un elemento autobiografico: qualcosa di vagamente somigliante a quello che succede in esse mi è effettivamente capitato, una volta o l’altra, e il ricordo mi è rimasto dentro finché non ha trovato espressione. Oppure, a volte, quel che è descritto nella poesia era in qualche modo un riflesso del mio stato mentale al momento della scrittura.

A proposito di Per Tess

saggio del 1987, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi
La poesia è riportata all’inizio dello stesso saggio, in questo libro

Carver ripercorre il momento dell’elaborazione di questa poesia: Per Tess racconta una piccola storia, non autobiografica, e al contempo cattura un unico momento di essa.

Una poesia o un racconto – qualsiasi opera letteraria che presuma di chiamarsi arte – è un atto di comunicazione tra lo scrittore e il lettore. Chiunque può esprimersi, ma quello che gli scrittori e i poeti vogliono fare nelle loro opere, più che limitarsi a esprimere se stessi, è comunicare, giusto? […]
Credo di essere nel giusto quando penso che quella di essere capito sia una premessa fondamentale da cui qualsiasi buon scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi.

A proposito de L’incarico

introduzione al racconto del 1988, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi
Il racconto è presente in Chi ha usato questo letto

A proposito di Da dove sto chiamando

testo del 1988, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi
Il racconto è presente nell’omonima raccolta Da dove sto chiamando

In questa riflessione Carver si pone il dubbio se la sua predilezione per i racconti non sia dovuta, oltre a motivi organizzativi ed economici, anche al fatto che ha sempre scritto soprattutto poesie, tra un racconto e l’altro.

Adoro il salto rapido che c’è in un buon racconto, l’emozione che spesso ha inizio sin dalla prima frase, il senso di bellezza e di mistero che si riscontra nelle migliori storie; e il fatto – cruciale per me agli inizi della mia carriera e ancora oggi un fattore che considero importante – che un racconto si può scrivere e leggere in una sola seduta (proprio come le poesie!)

…ho cercato di imparare a scrivere rapidamente quando ne avevo l’occasione, buttando giù i racconti quando lo spirito mi assisteva e lasciandoli accumulare in un cassetto, per poi tornare a esaminarli con attenzione e freddezza in seguito, da una certa distanza, dopo che le cose si erano calmate, dopo che erano tornate, purtroppo, alla «normalità».

A volte passavano uno o due anni prima di concepire l’idea di un nuovo racconto. Ecco quindi che la poesia serviva per non spegnere del tutto l’interesse per la scrittura.

Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari i nostri cuori e i nostri intelletti avranno fatto un passo o due in avanti rispetto a dove eravamo prima.

Orientarsi con le stelle

prefazione ad un’antologia dei suoi studenti del 1980, pubblicata in Per favore non facciamo gli eroi

Carver approfitta dell’occasione per ragionare sull’utilità dei corsi di scrittura, intesa come momento in cui docenti e alunni discutono delle proprie idee sullo scrivere, su quel che c’è di buono o sbagliato nei racconti di ognuno, senza vergognarsi delle pagine che non funzionano.

La forma più comune di cattiva scrittura è quella in cui l’autore usa male il linguaggio, in cui non presta sufficiente attenzione a quanto sta cercando di dire e a come sta cercando di dirlo, oppure usa il linguaggio solo per esprimere una sorta di informazione veloce che sarebbe meglio lasciare ai quotidiani e ai mezzibusti dei telegiornali serali.

Un corso di scrittura secondo Carver dovrebbe aiutare lo scrittore alle prime armi a scrivere qualcosa di concreto, chiaro, senza esagerazione, qualcosa di cui gli importa davvero. E ricevere di volta in volta l’aiuto da altri scrittori, vivamente interessati al prosieguo della storia e alla condivisione dell’esperienza di scrittura.

Scrivere è un lavoro duro e solitario ed è facilissimo imboccare la strada sbagliata. Se facciamo bene il nostro mestiere, noi insegnanti di scrittura creativa svolgiamo una funzione «in negativo» quantomai necessaria. Se valiamo qualcosa come insegnanti, dovremmo insegnare ai giovani scrittori come non scrivere e a insegnarsi da soli come non scrivere.[…]
Scrivere è difficile e gli scrittori hanno bisogno di tutto l’aiuto e il sincero incoraggiamento che possono procurarsi.

Storie in cui accade qualcosa d’importante

con Tom Jenks
introduzione ad un’antologia di racconti del 1987, pubblicata in Per favore non facciamo gli eroi

In questa presentazione ad una raccolta di autori americani dell’epoca, dal ’53 all’86 per esattezza, Carver chiarisce come è stata effettuata la selezione dei racconti, quali testimonianze importanti delle proprie vite in quel periodo.

Vorremmo avanzare l’ipotesi che il talento, il genio, addirittura, sia anche il dono di vedere quello che tutti hanno visto, ma vederlo in modo più chiaro, da ogni lato. Comunque, in entrambi i casi, è un’arte.
Gli scrittori di questa antologia hanno talento, ne hanno anzi in abbondanza. Ma hanno anche un’altra cosa: la capacità di raccontare bene una storia, e di buone storie, come tutti sanno, ce n’è sempre un gran bisogno.

A proposito della narrativa contemporanea

testo del 1987, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi

Questa è una riflessione interessante dal punto di vista editoriale, in confronto ai nostri giorni, in cui sembra non ci sia più spazio per i racconti e le loro antologie. Sentite infatti cosa scriveva Carver:

Molti di questi scrittori, alcuni dei quali possiedono un notevole talento e hanno già prodotto opere di tutto rispetto, hanno pubblicamente dichiarato che c’è la possibilità che non scrivano mai romanzi – cioè che hanno poco o nessun interesse a scrivere romanzi. Perché mai dovrebbero?, sembrano aggiungere. Chi dice che dovrebbero farlo?
I racconti bastano e avanzano, grazie. Se ne facciamo una questione di soldi (e quando mai, se andiamo fino in fondo, non è anche una questione di soldi?) bisogna dire che gli anticipi attualmente pagati per raccolte di racconti sono altrettanto generosi, anche se qualcuno direbbe altrettanto modesti, di quelli pagati per romanzi di scrittori di uguale statura. Un autore che pubblichi una raccolta di racconti può aspettarsi di vendere, in generale, suppergiù lo stesso numero di copie di un romanziere equivalente. […]
C’è mai stato un periodo come questo per gli scrittori di narrativa breve?

Ecco, che ne è successo di quell’età dell’oro dei racconti?!

Meditazione su un frase di Santa Teresa

ultimo discorso pubblico del 1988, pubblicato in Per favore non facciamo gli eroi

«Le parole conducono ai fatti […] Preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza».
Santa Teresa d’Avila

Durante un discorso pubblico, Carver parte da questa frase di Santa Teresa per parlare del potere delle parole “anima” e “tenerezza”, riprendendo anche il racconto Il reparto n.6 di Cechov ambientato nel reparto dei malati di mente di un ospedale.

…quando noterete la fine di un importante periodo della vostra vita e l’inizio di uno nuovo, nell’elaborare i vostri destini personali, provate a ricordare che le parole, quelle giuste, quelle vere, possono avere lo stesso potere delle azioni.[…]
Fate attenzione allo spirito delle vostre parole, delle vostre azioni. E’ una preparazione sufficiente. Non c’è bisogno di altre parole.

 

Laboratorio di scrittura

Una lezione di scrittura creativa

Questa è la parte principale del libro, il suo vero fulcro: si tratta di una trascrizione della registrazione di una lezione di Carver nel laboratorio di scrittura del 1983 presso l’Iowa Writers’ Workshop, ed è pubblicata in esclusiva in questo volume.
Sono le uniche pagine davvero significative di questa raccolta, a mio avviso, perché danno la vera essenza di Raymond Carver insegnante.
In classe con i suoi studenti, commenta alcuni dei loro testi o dei racconti di scrittori dell’epoca. Anche qui non disponiamo dell’originale dei racconti per dare maggior senso alle sue critiche, ma per fortuna rileggeva qualche frase e quindi non è tutto perduto.

E’ solo che, sapete, quando si scrivono racconti, i nostri peggiori nemici siamo solo noi stessi, capite? O siamo lì che mettiamo cose di cui non c’è davvero bisogno, di cui il lettore può fare benissimo a meno – possiamo infatti presumere che il lettore riempia i nostri vuoti da solò – oppure nascondiamo quello che conta sul serio.

 

Due testimonianze

Raymond Carver, mentore

di Jay McInerney
pubblicata nella biografia Remembering Ray: A Composite Biography del 1993 (non risulta tradotta in Italia)

Jay McInerney ha studiato scrittura creativa avendo come insegnante Raymond Carver ed è attualmente uno scrittore e sceneggiatore ben quotato (ha scritto il romanzo Le mille luci di New York). In questo contributo ricorda il periodo all’università e tutto quello che Carver gli trasmise, sia come scrittore che come persona.

Anche quando insegnava scrittura creativa, il tocco di Carver era leggero. Non prendeva neanche in considerazione l’idea che il suo compito fosse quello di scoraggiare la gente. Diceva sempre che c’erano già tante cose scoraggianti nel mondo, per chi voleva diventare uno scrittore contro ogni pronostico, ed era chiaro che parlava per esperienza diretta. La critica, come del resto la narrativa, era per Ray un atto di empatia, un mettersi nei panni dell’altro. Non riusciva a capire gli scrittori che fanno stroncature e una volta mi ha anche rimproverato per aver pubblicato una recensione negativa.[…]
Diceva che un buon insegnante di scrittura creativa è una specie di coscienza letteraria, una voce critica e amichevole che ti parla all’orecchio.

Rileggila

di Kenneth Inadomi
del 1991, pubblicata nella biografia Remembering Ray: A Composite Biography del 1993 (non risulta tradotta in Italia)

Kenneth Inadomi, un altro studente di Carver ma del corso di poesia, inviò questa lettera alla compagna Tess Gallagher per ricordare il suo maestro, quando durante le lezioni chiedeva in continuazione di rileggere lo stesso testo, variando intonazione e cadenza, e ogni volta l’ascoltava ad occhi chiusi.

In classe con Ray uno studente si sentiva sempre apprezzato, valorizzato al punto di voler ritentare, magari fino a raggiungere la perfezione. E non è forse questo il massimo che si può chiedere a un insegnante – un sincero incoraggiamento per migliorarsi, per affinare i propri strumenti
espressivi fino a raggiungere l’effetto desiderato? Visto che il mestiere di scrivere può essere anche molto arduo, specie al livello di perfezione di Ray, l’incoraggiamento che ricevetti a quell’età fu per me un vero e proprio impulso vitale. «Rileggila… Fammela sentire un’altra volta…» e così via, senza tregua.

 

Esercizi

In fondo al libro è stata inserita questa sezione con cinquanta esercizi di scrittura creativa, la cui fonte sarebbe gli stessi testi di Carver. Per ogni esercizio infatti viene indicato in quale racconto o poesia Carver vi si sarebbe applicato (o meglio, viceversa: quale racconto di Carver è stato preso per formulare il suddetto esercizio). Gli esercizi sono divisi in aree:

  1. come si crea un racconto:
    – trama e situazione
    – sviluppo dei personaggi
    – questioni di tecnica
  2. come si compone una poesia

La trovo un po’ troppo artefatta e non sono convinta della sua utilità. In ogni caso, occorre prima procurarsi di leggere tutti i racconti e poi semmai scegliere con quale esercizio …sfidare Raymond Carver!?

 

Dunque?

Probabilmente per i fedelissimi di Carver è un ottimo testo davvero, un’antologia del “Carver pensiero”. Non posso dire che me ne sia dispiaciuta la lettura, tutt’altro. Anche rileggerlo a distanza di tempo me ne ha fatto apprezzare sfumature diverse (nel senso che avrei sottolineato altre frasi ancora, che sia segno anche della mia evoluzione?)
Però non è un manuale di scrittura creativa, non è nemmeno la raccolta dei suoi insegnamenti, delle sue lezioni in classe. C’è qualche suggerimento è vero, ma non è completo. Del resto, perché pur essendo docente di scrittura per così tanti anni, Carver non ha dato alle stampe un vero manuale di scrittura? Non credo la sua sia stata una dimenticanza.

Chiudo con questa citazione che, in cima all’introduzione, ha colpito il mio cuore di navigatore:

Con un po’ di fortuna, imparerete anche voi
a tenere la rotta orientandovi con le stelle.
Raymond Carver

 

Comments (18)

Marco

Set 21, 2018 at 7:28 AM

Alla fine sei arrivata a Carver: brava. E poi io sarei quello che scrive articoli lunghi? 😉
Non ha mai scritto un manuale di scrittura perché, forse, lo sono i suoi racconti?

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Barbara Businaro

Set 21, 2018 at 5:37 PM

Alle fine no, in realtà all’inizio! Questo libro l’ho acquistato nel luglio 2013, molto prima di mettere in piedi questo blog, o anche solo di pensarlo! Cattedrale invece l’ho terminato a inizio di gennaio scorso, ma come ho già scritto non sono riuscita ad affezionarmici.
Lo so che tu non vuoi sentirtelo dire, io però continuo a preferire i racconti Frecceriani. 😉

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Calibano

Set 21, 2018 at 8:23 AM

Bel post Barbara. Sulla storia dell’età dell’oro delle raccolte di racconti considera che lui parlava del mercato americano

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Barbara Businaro

Set 21, 2018 at 5:38 PM

Grazie Calibano e benvenuto nel blog.
Ovviamente si, Carver si riferiva al mercato americano, però da quel che mi raccontano i writer oltreoceano comunque quell’età dell’oro dei racconti non è ancora tornata. Anche da noi nella stessa epoca c’erano grandi scrittori di racconti, lo stesso Italo Calvino citato qui sotto da Elena ad esempio. 🙂

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Elena

Set 21, 2018 at 8:49 AM

Ciao Barbara, più che un manuale di scrittura mi pare una lode al suo lavoro e al modo in cui lo realizza. Non ho mai letto Carver e dunque mi limito a questo commento sulla base del tuo articolo. Tengo due cose per me. La prima questa frase “possiamo infatti presumere che il lettore riempia i nostri vuoti da solò – oppure nascondiamo quello che conta sul serio.” che terrò ben in mente. E il sollievo di sentire che nonostante le mille difficoltà, i mille problemi quotidiani, con pazienza e tenacia si può continuare a scrivere cose sempre migliori.
Sono reduce da On writing e sto leggendo i saggi di Calvino. Mi paiono letture molto più vicine alla mia sensibilità. In sostanza Carver lo rimando a tempi migliori

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Barbara Businaro

Set 21, 2018 at 5:38 PM

Oh si, in quanto a tenacia Carver non sembra essere secondo a nessuno. C’è una breve biografia nelle prime pagine di questo libro, ma sono sufficienti a dare un’idea di tutte le difficoltà che l’uomo ha combattuto durante la sua esistenza. Racconti e poesia erano probabilmente gli unici momenti di vera tranquillità.

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Giulia Mancini

Set 21, 2018 at 2:08 PM

Uno scrittore dovrebbe guardare la quotidianità e rimanerne incantato, questa affermazione mi piace molto e la trovo molto nelle mie corde. Tirare fuori dal proprio quotidiano quello che serve per la scrittura, io lo faccio molte volte, perché spesso la realtà mi offre moltissimi spunti e quando i pensieri restano lì e insistono, non resta che scriverne…

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Barbara Businaro

Set 21, 2018 at 5:39 PM

Intanto grazie perché il tuo commento era il 4.000 esimo del blog! Non si vince niente, però io lo festeggio lo stesso! 😀
Sulla quotidianità: cerchiamo affannosamente la storia giusta, senza magari renderci conto che le storie migliori sono tutte intorno a noi…

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Brunilde

Set 21, 2018 at 3:22 PM


” Mi piacciono i racconti perchè non lasciano spazio per nascondersi. L’autore non può tirarsi fuori dai guai con le chiacchiere: nel giro di pochi minuti raggiungerò l’ultima pagina e se non ha niente da dire me ne accorgerò”
Jonathan Franzen

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Barbara Businaro

Set 21, 2018 at 5:39 PM

Grazie Brunilde, proprio bella questa frase di Franzen. Con i racconti ti giochi tutto e subito. 🙂

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Nadia

Set 21, 2018 at 4:20 PM

Letto anche io durante l’estate. Non mi ha cambiato la vita e non mi ha lasciato grandi soddisfazioni in bocca come manuale, ma è stata una lettura interessante anche per le parti che hai riportato. Per lo più mi ha permesso di conoscere un autore mai letto, di averne una carrellata sul suo lavoro, ma come al solito poi ho chiuso il libro e pensato che davvero ognuno ha il suo percorso e il suo non sarà magari il mio, quindi mi sono messa sotto a scrivere e leggere.

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Barbara Businaro

Set 21, 2018 at 5:40 PM

Direi che siamo in linea in quel che ci lascia questa lettura.
Non è un manuale, decisamente no, ma non mi sento di sconsigliarne la lettura. Da un lato c’è il messaggio positivo che pur con una vita difficile e pochi studi alle spalle si può diventare degli scrittori di valore, dall’altra c’è l’avviso che per arrivarci di dev’essere un lavoro continuo e ferreo sulla propria scrittura.

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newwhitebear

Set 21, 2018 at 9:38 PM

Di Raymond Carver ho letto solo cinque brevi storie col testo originale a fronte e devo dire che non mi ha molto entusiasmato. A perte il fatto che il testo inglese è molto più elaborato di quello tradotto in italiano. Onestamente , nonostante Marco lo giudichi un gran scrittore, io non l’ho trovato interessante. Forse non c’era sintonia, forse sono stato distratto dal confronto inglese italiano alla fine sono rimasto deluso.

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Barbara Businaro

Set 22, 2018 at 11:10 AM

Nemmeno con me è scattato questo grande amore con Carver. Forse le sue ambientazioni sono semplicemente distanti dal nostro modo di sentire, dall’epoca odierna, dal nostro paese.

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Calogero

Set 21, 2018 at 9:46 PM

Premetto che Carver lo conosco solo per sentito dire, non ho mai letto alcuna delle sue opere. Dalle prime righe dell’articolo ho però avuto la sgradevole impressione che ‘Il mestiere di scrivere’ Carver lo abbia composto più che altro per promuovere le altre sue pubblicazioni. Ovviamente la mia, dato che non ho riscontri oggettivi, non può che essere una semplice sensazione basata sulle tue parole, che potrei anche aver male interpretato, chissà. Ma se non è un manuale, allora cos’è, una sorta di autobiografia?

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Barbara Businaro

Set 22, 2018 at 11:20 AM

No no Calogero, questo libro non è stato pubblicato da Carver! Lo scrittore è morto nel 1988, mentre questa antologia è stata data alle stampe da Einaudi nel 1997, curata da William L. Stull e Riccardo Duranti (che è anche il traduttore italiano). Dunque Carver non può esserne ritenuto responsabile e, da quel che raccontano della sua persona, dubito abbia lasciato per testamento di creare questo tipo d’opera postuma.
Probabilmente, ma questa è solo una mia ipotesi, al ritrovamento del nastro della lezione del corso di scrittura, avranno pensato che era un peccato non pubblicarlo, ma era anche poco materiale per farci un libro. Quindi hanno messo insieme un po’ di testi, saggi e prefazioni di altri volumi, discorsi pubblici, per dare l’idea di com’era Raymond Carver sia come scrittore che come insegnante. 🙂

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Rosalia Pucci

Set 23, 2018 at 9:08 PM

Ciao Barbara, sono una Carveriana convinta, di lui apprezzo la precisione millimetrica nell’uso delle parole. Ma ll mestiere di scrivere non mi ha fatto impazzire. Credo che a Carver, nonostante fosse un insegnante di scrittura creativa, non interessasse granché lasciare ai posteri i propri insegnamenti. Come sostiene Nadia nel commento sopra, l’ autore ha un percorso originale da dover compiere a cui l’esperienza di un altro, per quanto illuminante, non può aggiungere molto.

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Barbara Businaro

Set 23, 2018 at 11:21 PM

Non sapevo ti piacesse Carver, Rosalia! Allora magari hai qualche altra sua antologia da suggerirmi, che possa coinvolgermi più di Cattedrale. E se Il mestiere di scrivere non ha entusiasmato nemmeno te, mi consolo. 🙂

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