E l'eco rispose - Una camicetta bianca

E l’eco rispose

Di nuovo un mio commento in blog altrui è diventato un esercizio di scrittura.
Con questo caldo sto facendo anch’io parecchia fatica e le mie attività, oltre che spostate in altri fronti e altri libri di studio, sono terribilmente rallentate. Mi viene più rilassante leggere che scrivere in questo periodo, però la voglia di usare la penna mi rimane.
Così ho accolto con piacere l’incoraggiamento di Marina Guarneri nel suo ultimo post, L’Eco #4 
Si parla ancora di echi infatti, quei fatti curiosi che ci accadono talvolta, piccole storie che si fissano nella nostra mente e, per noi scribacchini, anche nei nostri taccuini. Magari non sono destinati a divenire racconti o scene di un vero romanzo, ma sono parte del processo di scrittura e dell’immaginazione, che fonda le sue basi nella realtà.
Era stato così per il primo eco che ho scritto prima del mio viaggio in Scozia, dove partendo da un’eco reale avevo immaginato la stessa eco da un altro punto di vista: Una bellissima valigia acquamarina
Stavolta commentavo l’eco della vista da un terrazzo con un’altra visuale, del tutto differente ma altrettanto insolita. E Marina mi ha risposto: “Beh, ma la storia del nonnetto merita un’attenzione particolare! Questa è una super eco!”
Così ho provato a scriverla, questa super eco.
Se sia super non lo so, ma è alquanto accaldata! 😀

 

Da quando è stato ristrutturato, anche se i lavori non sono ancora terminati, spesso mi rifugio in giardino a leggere e scrivere. Anche dare l’acqua al prato nuovo è diventata un’attività parecchio rilassante dopo una lunga e afosa giornata di lavoro.
Purtroppo però i turni stabiliti dalle altre inquiline per l’uso del giardino sono piuttosto rigidi: quando il terreno va in ombra dell’edificio, condiziona assolutamente necessaria per goderselo in questo torrido giugno, spuntano fuori loro, le temibili tigri, zanzare talmente grosse e fastidiose che metterebbero a dura prova anche San Francesco.
Allora mi ritiro nel mio primo luogo preferito di lettura, la panchina di legno in terrazzo, dove stranamente le bestiacce non arrivano. Non sanno fare le scale, si vede.
Da lì posso osservare tutta la zona circostante, dall’incrocio in fondo alla strada fin quasi la fermata dell’autobus dall’altra parte, senza essere vista perché i ciuffi alti delle piante sui vasi del muretto mi nascondono bene, senza impedirmi la visuale.
Ma tanto in questo quartiere non succede mai niente davvero.
L’ultima volta me ne stavo lì assorta, continuamente distratta dalle pagine dai miei pensieri ingarbugliati sulla vita e tutto il resto. Seguendo un paio di ragionamenti, vagavo lo sguardo oltre la strada, quando qualcosa di insolito colpì la mia disattenzione.
Una camicetta bianca.
Una camicetta bianca senza maniche, ben riempita, sopra un paio di cortissimi short di jeans.
Una camicetta bianca che nel piccolo fazzoletto di prato di fronte, non ancora edificato, si chinava, ancheggiava, si voltava ridendo, si sollevava i capelli, li ondeggiava sulle spalle, scuoteva ammiccante il contenuto degli short.
Una giovane biondissima, troppo bionda per essere naturale, che sembrava presa da u set fotografico per qualche rivista femminile, o maschile, e messa lì, decisamente fuori luogo.
Dall’altra parte, intento a fotografarla dal cellulare, facendole anche qualche cenno per spostarsi, alzare il mento, cambiare la posizione, un signore anziano, capelli bianchi, una calvizie incipiente sulla nuca, pantaloni un po’ retrò con le pinches, una brutta camicia quadrettata a maniche corte. Sicuramente il nonno.
Perché il nonno dovesse fotografare la nipote a quel modo non lo capivo. E nemmeno perché aveva scelto come sfondo delle anonime bifamiliari quando a pochi passi abbiamo una bellissima villa veneta, per dire.
Sarebbe stato troppo facile pensare che fosse la giovane amante dell’Est Europa e le foto servivano a lui per vantarsi con gli amici, a lei per mostrare ai parenti lontani le nuove lussuose condizioni di vita. Un cliché così banale.
Dimentica della mia lettura, continuavo ad osservare l’assurda scenetta, alla ricerca di ulteriori indizi, un giovane fidanzato, la truccatrice o il parrucchiere, il cambio di abiti, la restituzione del cellulare alla fanciulla che si allontana in solitudine dallo sconosciuto.
L’uomo guardò l’ultimo scatto sul telefonino, lo mostrò alla ragazza che sorrise soddisfatta, e poi se lo infilò nella tasca dei pantaloni. La stessa mano si appoggiò con sicurezza sul fondoschiena di quegli short in jeans, per accompagnarli lentamente nella vicina trattoria. La camicetta bianca a sua volta gli passò un braccio dietro la schiena, accostando la sua scollatura allo sguardo dell’uomo.
E l’eco rispose, da un angolo remoto delle mie elucubrazioni. Non è la nipote…
Forse dopotutto i cliché esistono per un motivo, nessuno li ha inventati dal nulla.
Torno ridacchiando alla mia pagina da leggere, ancora la stessa, quando un rumore forte mi disturba l’udito.
Un cretino in auto giunge dal vicino incrocio a tavoletta, facendo stridere i pneumatici in curva, per frenare bruscamente davanti ad un anziano in bicicletta che pedala tranquillo dietro di lui.
Uno scambio di alterchi urlati dall’auto che non comprendo in direzione dell’anziano costretto a fermarsi, finché non vedo l’automobilista addirittura scendere dal mezzo.
Qui si mette male.
Mi riesce difficile immaginare che l’anziano abbia tagliato la strada all’auto, ma la reazione del guidatore è spropositata.
Mi alzo in piedi e mi faccio vedere, la mia maglietta fucsia in mezzo alle piante verdi dei vasi. Reggo in mano il mio cellulare e rimango in attesa dell’evolversi della situazione. Potrei essere una testimone scomoda.
Urlando improperi, l’uomo risale in auto e riparte sgommando.
Dalla guida nevrotica direi che prima o poi qualche casino lo combina da solo.
L’anziano riprende con lentezza la sua passeggiata serale, maledicendo la gioventù.
Eppoi eccolo, accidenti a lui.
Mr.Grey arriva dal fondo strada, pantaloncini neri corti, canotta colorata stretta sui suoi pettorali, sguardo nascosto dagli occhiali scuri, sexy come non mai nella sua corsa ritmata.
Non so chi sia, ma l’ho battezzato Mr.Grey perché la somiglianza con l’attore che l’ha interpretato al cinema è strabiliante. Anche quando indosso gli occhiali da vista.
Purtroppo non l’ho mai incontrato durante le mie sessioni di allenamento nello stesso percorso, ma mi è capitato di vederlo passare qui davanti in giorni e orari diversi, e mai ero pronta per improvvisare un inseguimento.
Calcolo all’istante quanto tempo potrei impiegare nel vestirmi da corsa, prendere il necessario, chiudere casa e corrergli appresso, senza accumulare troppo distacco, ma accidenti ho lasciato le scarpe giù in garage. Non posso certo fingere di essere una runner in ciabatte. Ce la posso fare, mi dico, quando suona il mio cellulare per una chiamata, importante, devo rispondere.
E mentre pronuncio il classico “Pronto?” continuo a pensare che non succede mai niente in questo quartiere, nessuna storia interessante da raccontare…

 

Comments (12)

Giulia Mancini

Giu 30, 2019 at 5:23 PM

Molto carina questa eco, direi che la prossima volta devi leggere in terrazzo già pronta per inseguire Mr. Grey appena lo vedi spuntare all’orizzonte. Comunque la scena del nonnetto qualche anno fa l’ho vista al contrario anch’io alcuni anni fa, ero in un ristorante di Cesenatico, vedo entrare un’attrice con un ragazzo molto giovane, io esclamo “guarda c’è Brigitte Nelson con il figlio!” Subito dopo lei lo bacia sulla bocca con passione, e io dico “ah no, non credo sia il figlio”. Dopo qualche tempo li hanno anche intervistati in TV su come era scoppiato il loro amore, era infatti un amico del figlio.

Reply

Barbara Businaro

Giu 30, 2019 at 10:48 PM

Il problema è che Mr.Grey non ha giorni e orari prestabiliti, può passare un altro mese o due prima che lo riveda. E poi certe avventure restano belle finché rimangono nel cassetto delle opportunità. 😉
Ah però, anche tu ti sei imbattuta in un altro cliché, quello del toy boy che va di tanto di moda adesso!

Reply

Marina Guarneri

Giu 30, 2019 at 8:47 PM

Ottimo, direi! Lo dicevo che sarebbe stata un’eco coi fiocchi, perché i cliché non sbagliano mai, anche se noi vogliamo forzarli per snaturarli. Ma Mr Grey che sbuca in fondo alla strada dove lo collochiamo: fra i clichè o fra gli echi del torrido giugno?
Comunque grazie, mi dai soddisfazione con questi momenti che meritano di essere raccontati! Spero ce ne siano altri, in futuro!

Reply

Barbara Businaro

Giu 30, 2019 at 11:05 PM

In genere i cliché tendo a evitarli come la peste, sono così scontati e prevedibili da rischiare di essere noiosi. Come un film di cui hai già intravisto il finale. Però in quel momento, pur avendo capito che non era il nonno, continuavo a seguire la scena per esserne sicura.
Insomma, se ci giochiamo bene lo svolgimento, anche i cliché possono funzionare.
Per sapere se Mr.Grey è un clichè dovrei conoscerlo, no? Potrebbe essere il bello ma stupido, il bello ma tormentato, il bello ma gay, il bello ma antipatico, il bello ma impossibile… Bello, intelligente, ricco, gentile e disponibile no, quello sta solo nei romanzi! 😀 😀 😀

Reply

newwhitebear

Giu 30, 2019 at 9:22 PM

Non mi pare che non accada mai nulla. Il vecchio con la ragazzina, il quasi incidente e il sexy runner… direi che ce ne è abbastanza per imbastire la storia.

Reply

Barbara Businaro

Giu 30, 2019 at 11:14 PM

Eh, ma se ti dicessi che dove abitavo prima, pur essendo un altro quartiere tranquillo, abbiamo scoperto dai giornali che un vicino era un temibile assassino psicopatico? Poteva essere un thriller interessante, ma all’epoca non scrivevo. E ora non ne ricordo molto i dettagli.

Reply

Nadia

Lug 01, 2019 at 3:58 AM

In effetti non accade mai nulla nel tuo quartiere. Mi immagino la velocità dei pensieri prendere forma mano a mano che ti si presenta davanti agli occhi la varietà di mondo. Opterei per scarpe da ginnastica a fianco per scattare appena si ripete l’occasione, non si sa mai dove porti l’eco, magari ci scappa una corsa con panorama da tachicardia!

Reply

Barbara Businaro

Lug 01, 2019 at 11:01 PM

Eh certo, così poi qualcuno è costretto pure al primo soccorso!! 😀 😀 😀

Reply

Luz

Lug 01, 2019 at 6:48 PM

Sai cosa sembra? Sembra che il tuo occhio sia una telecamera, manovrata da un regista che sta filmando un giorno qualunque di un quartiere qualunque, scoprendo che possono esserci dieci vite da raccontare in una manciata di minuti.
Bello il racconto e… tieni quelle scarpe a portata di mano, dai. 🙂

Reply

Barbara Businaro

Lug 01, 2019 at 11:19 PM

Non so se sia un pregio o un difetto, ma di sicuro la mia scrittura risente dei tanti film e serie tv che ho visto/vedo. Se non hanno una buona trama, devono almeno avere un’ottima regia per tenermi lì davanti allo schermo. 🙂
Guarda, tutte le volte che le scarpe sono in ingresso, non passa nessuno. Le famose leggi di Murphy… 😀

Reply

Marco

Lug 06, 2019 at 7:57 AM

Succede sempre qualcosa, ma solo se si osserva. Perché se si guarda solamente, allora no, non succede mai nulla. 😉

Reply

Barbara Businaro

Lug 07, 2019 at 3:48 PM

Proprio così. Se si guarda l’immensità di un prato non si nota nulla di eclatante, ma se si cominciano ad osservare le erbacce invece… 😉

Reply

Leave a comment

Rispondi a Nadia Annulla risposta