Come valutare un ufficio stampa per scrittori? Il caso de Il Taccuino ufficio stampa

A chi affidare la tua comunicazione?
Lo scivolone dell’ufficio stampa per scrittori

Ricevo sovente delle mail di richiesta per consulenze informatiche, editoriali e pure di comunicazione (a me?! 😀 )
Passi per quelle informatiche, che comunque non ho modo di fornire (se non avete letto, Ci hanno rubato il tempo libero), ma per il resto non sono un professionista accreditato dell’editoria o della pubblicità, sono solo una persona che studia e si applica, con buoni risultati dovuti all’enorme impegno.

Ugualmente sono destinatario anche di parecchi comunicati stampa, che per lo più finiscono in spam e me ne accorgo dopo settimane, inerenti a romanzi di prossima pubblicazione o appena usciti. Non è chiaro cosa dovrei farci di questi comunicati: non sono un giornale, non sono un aggregatore di notizie, non sono una book blogger (quei blogger che si occupano esclusivamente di leggere e recensire libri) e nemmeno una booktuber (la stessa cosa, ma in video pubblicati su YouTube). Probabilmente pensano che ci scriverò un post, dimenticando di leggere sia nei contatti che nel disclaimer che “Non pubblico recensioni di libri né comunicati stampa.”

Soprattutto non funziona così. Non è inviando mail a profusione ad ogni sito libresco che otterrete la giusta attenzione.
La comunicazione con i vostri futuri lettori è una faccenda seria. O decidete di mettervi lì e cominciare un lavoro certosino, quotidiano, con risultati a lungo termine per instaurare una conversazione interessante con chi ha letto o leggerà il vostro romanzo, oppure mettete mano al portafoglio per affidarvi ad un’agenzia di comunicazione, che vi farà da ufficio stampa, curerà i vostri social media, organizzerà per voi eventi e presentazioni.
Dovete però stare molto accorti nella scelta: quelle persone saranno la vostra voce al mondo e un loro errore diventerà automaticamente un vostro errore, una macchia sul vostro personal branding.

Partiamo dunque da una notizia, nemmeno più tanto fresca visto che è più di una settimana che se ne parla in rete, ma sospetto che molti di voi lettori non ne abbia saputo nulla, motivo per cui scrivo questo post perché è un caso di studio interessante.
Un ufficio stampa invia gratuitamente un libro in valutazione ad una bookblogger, perché lo legga e ne scriva una recensione sui suoi social. Probabilmente l’ufficio stampata dava per scontato che la recensione sarebbe stata positiva in ogni caso, mentre un blogger serio deve rispettare solo ed esclusivamente i propri lettori. Alla recensione negativa, ma argomentata, della bookblogger l’ufficio stampa ha risposto con un commento sessista terribile e si è scatenato un putiferio, con la notizia passata alla stampa nazionale e un’indagine di Open sulle incongruenze dello stesso ufficio stampa.

Lungi da me fare un processo alle persone, non è proprio mio compito, presumo se ne occuperanno le autorità competenti perché qui potrebbero configurarsi diversi reati, dalla diffamazione al danno d’immagine, al furto d’identità. Ritengo invece importante analizzare quanto accaduto per capire, come scrittori, come valutare un’agenzia di comunicazione prima di impegnare i nostri risparmi per la promozione dei nostri romanzi.

Soprattutto trovo surreale che un ufficio stampa per scrittori possa chiudere una comunicazione con “Leggi di meno, vivi di più”…

lettrice per passione blog - Il post contestato da Il Taccuino ufficio stampa per scrittori

 

Lo scivolone dell’ufficio stampa per scrittori

Tutto è cominciato dalla recensione di Daisy, autrice del blog Lettrice per passione, che sul suo canale Instagram @lettriceperpassioneblog ha scritto cosa non le era piaciuto del libro “Vite strappate in Italia dagli anni ’70 ad oggi” di Antonella Betti, saggio che le era stato inviato gratuitamente in valutazione da Il Taccuino Ufficio Stampa (il sito è stato messo in “work in progress” in questi giorni, potete però vederne una copia opportunamente salvata su web.archive.org).
La recensione, sebbene negativa perché Daisy non è riuscita terminare la lettura, mi è sembrata ben argomentata e chiudeva anche con l’importanza di trattare e approfondire i temi di quel libro.
Soprattutto, una recensione onesta: quanti si sarebbero sentiti in dovere di scrivere un giudizio positivo per un libro inviato da un ufficio stampa? Peccato che i lettori vogliano la sincerità (a tal proposito, Recensioni di libri: come riconoscere quelle false).

Ma la bufera vera si scatena dal commento sessista scritto da Il Taccuino su Twitter alla recensione ricevuta:

“Ridicola, fascista e permalosa. Tipica sindrome da troppe ragnatele nella f**a accumulate”

In brevissimo tempo, il tweet scala ogni classifica di visualizzazione, centinaia di utenti pubblicano la propria indignazione per questo comportamento e offrono tutto il loro sostegno a Daisy, che nel frattempo aumenta la propria visibilità e numero di follower. La notizia in velocità fa il giro della rete e di tutti i social media, fino a giungere ai quotidiani nazionali:

OPEN: Recensione sgradita, ufficio stampa attacca la blogger dei libri: «Sindrome da troppe ragnatele nella f**a»

Il Giornale: Blogger recensisce il libro, l’ufficio stampa la offende: “Fascista, ha ragnatele nella f…”

Il Fatto Quotidiano: “Ridicola e fascista, troppe ragnatele nella…”. La recensione negativa di un libro scatena l’ufficio stampa contro la blogger

Fanpage.it: Ufficio stampa insulta blogger dopo recensione negativa al libro: “Troppe ragnatele nella f**a”

Nel frattempo Il Taccuino continua a rispondere con altri commenti offensivi verso gli utenti e i giornalisti, alimentando la polemica innescata. Nessuna scusa a Daisy nemmeno da parte dell’autrice del libro, Antonella Betti, che anzi sembrerebbe aver accusato su Instagram anche i lettori della blogger, come spiegato qui dal Metropolitan Magazine: Il Taccuino vs Daisy: storia di un attacco sessista

Uno degli articoli migliori sulla vicenda, con veramente tanti screenshot puntuali, comprese tutte le risposte arrivate dalle varie case editrici (come Fanucci, Rizzoli, Minimum Fax, Chiarelettere, Watson Edizioni, NN Editore) che hanno negato qualsiasi collaborazione con il suddetto ufficio stampa, promettendo indagini a difesa del marchio, è questo su Ultima Pagina: Il caso dell’ufficio stampa “Il taccuino”. Cronaca di una storia ai confini della realtà.

Nel frattempo però il giornalista David Puente, abituato a investigare sulle notizie fake in internet, cerca maggiori informazioni su questo ufficio stampa, scoprendo particolari inquietanti: Non solo il post sessista alla blogger. Dalle false identità ai collaboratori fantasma: le stranezze dell’ufficio stampa Il Taccuino

Se volete velocizzare la vostra comprensione, vi propongo il video di Matteo Flora, che ogni giorno con “Ciao Internet” ci racconta dati e storie interessanti dalla rete. In questo suo contributo analizza il caso Il taccuino e in particolare la gestione della crisi reputazionale (gestita male, appunto).

 

 

Riepiloghiamo i punti chiavi della comunicazione sbagliata in questo frangente, come sottolineato da Matteo Flora:

  • l’errore principale è senza ombra di dubbio il commento sessista rivolto alla blogger, per la recensione negativa;
  • rincarare gli insulti e sminuire le capacità dell’altra persona, in realtà sminuendo soprattutto la professionalità dello stesso ufficio stampa che l’ha presa in considerazione (sapevano a chi inviavano il libro, no?);
  • al picco della crisi, presentare una dichiarazione in cui si susseguono:
    1. deresponsabilizzazione
    2. colpa a qualcun’altro
    3. pretesa di avere ragione
    4. scuse selettive
    5. vittimismo

Da qui, tutto il resto arriva a valanga, comprese le indagini sulla professionalità dell’ufficio stampa e la veridicità delle sue relazioni lavorative. Errare humanum est, commettere errori è umano, ma perseverare in questo modo è diabolico, e fatale.
Come avrebbe dovuto reagire un professionista della comunicazione, per salvare la reputazione dell’agenzia e del proprio cliente?

  • scuse immediate alla persona e poi a tutti i lettori coinvolti;
  • sincero dispiacere, con completa presa di responsabilità;
  • intervento risolutivo per sistemare quanto accaduto.

Queste sono le parole magiche:

Scusa, mi dispiace, ecco cosa ho intenzione di fare per risolvere la cosa…

 

Nota: tra l’altro, scopro che questo è lo stesso identico consiglio che io ho dato ad un autore lo scorso dicembre, quando per errore mandò in stampa una bozza non corretta del romanzo, piena di strafalcioni grammaticali. Curiosamente, la sua reazione è stata la stessa medesima de Il Taccuino: deresponsabilizzazione, colpa a qualcun’altro/qualcos’altro, pretesa di avere ragione, scuse selettive, vittimismo… Posso persino azzardare una previsione sul futuro di entrambe: silenzio assoluto per qualche mese, in attesa che le persone dimentichino (ma la rete non dimentica!), ripartenza con un nuovo progetto/romanzo come se niente fosse.

 

Un’occasione di marketing perduta

Chiunque abbia fatto un minimo di corso di comunicazione e trattativa (basterebbe comunque un po’ di buon senso…), sa benissimo che gli attacchi personali dimostrano senza ombra di dubbio che l’interlocutore si abbassa a questo livello quando non ha più argomenti validi per controbattere. Si offende la persona quando non si sa più cosa dire.

L’errore dentro l’errore qui però è che la recensione negativa era un’occasione ottima per una campagna pubblicitaria gratuita fornita su un piatto d’argento. E invece di coglierla, come avrebbe fatto un professionista preparato, ci si è sputato sopra!
Non vi ha insegnato nulla Il codice Da Vinci di Dan Brown e tutte le discussioni, interviste e altri saggi pubblicati che ha generato e che hanno aumentato a dismisura le sue vendite, fino a farlo diventare un bestseller?
O il vecchio detto “Nel bene o nel male, purché se ne parli”, parafrasando Oscar Wilde e il suo personaggio Dorian Gray, “There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about” (trad. C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé)?

La recensione di Daisy era l’occasione giusta per aprire un dibattito, un confronto tra diversi punti di vista, magari proprio tra la blogger e l’autrice del saggio, generando così altre visualizzazioni e interazioni con il pubblico, soprattutto incrementare le vendite e le letture del libro per conferme o smentite dell’una o dell’altra parte. Che poi sappiamo che la lettura è comunque soggettiva, ma lo scopo di vendere più copie sarebbe stato raggiunto.

E questa opportunità è andata perduta per ben due volte: sia alla pubblicazione della recensione, sia dopo il primo terribile commento sessista, quando ancora l’ufficio stampa poteva recuperare con delle scuse sincere vero la blogger e proporre un approfondimento degli argomenti, magari con una diretta live e altri personaggi interessati ai temi del libro.
Ci sono agenzie pubblicitarie che volutamente generano scalpore, discussioni studiate a tavolino, per far parlare del proprio prodotto in ogni dove! E qui poi si era già raggiunta la stampa nazionale!

A questo punto, posso solo consigliare la lettura del saggio “Come si diventa un venditore meraviglioso” (traduzione di How I Raised Myself from Failure to Success in Selling) di Frank Bettger, saggio che è considerato “La Bibbia” da molti venditori professionisti. Ne avevo scritto qui qualche spunto: Come si diventa un venditore meraviglioso di libri? 
Meglio ancora il libro di Dale Carnegie, insegnante di Frank Bettger, Come trattare gli altri e farseli amici (titolo un po’ fuorviante dell’originale “How to win friends and influence people”) che, sebbene scritto nel lontano 1936, inizia con un primo capitolo illuminante: “Se vuoi prenderti il miele, non tirare calci all’alveare” 😉

 

Come valutare un’agenzia di comunicazione?

Molti di voi adesso, oltre all’indignazione per quanto accaduto a Daisy, penseranno che l’agenzia di comunicazione o l’ufficio stampa non sono necessari alla vendita di un libro, e certamente uno scrittore esordiente non può aggiungere anche questi costi alla lunga trafila per la pubblicazione.

In effetti, piuttosto che incappare in queste situazioni gravose, è meglio far da soli, curando con calma e serietà la propria presenza in rete (ne avevo scritto qui: Pillole di (web) marketing per scrittori) e programmando ove possibile i contenuti sui social per risparmiare tempo (e anche di questo avevo scritto qualcosina: Come pianificare i contenuti sui diversi social network).

Ma se proprio decidete di investire nella promozione, come valutare un’agenzia di comunicazione?
Nella stessa maniera in cui valutereste un’impresa che deve ristrutturarvi casa! 😀

Questi sono i passaggi che personalmente uso per verificare un contatto di lavoro:

  • Indirizzo della sede: cercatelo con Google Street View e andate a vedere cosa c’è. Tenete conto che le immagini non sono sempre aggiornate (in basso è riportata la data di passaggio della Google Car), ma se all’indirizzo ci trovate un condominio popolare, in una zona solo residenziale, preoccupatevi un pochino.
  • Partita IVA: per l’art. 35 c.1 Dpr 633/1972 la Partita IVA, assegnata ai soggetti che intraprendono l’esercizio di un’impresa, arte o professione, deve essere obbligatoriamente scritta in ogni pagina del sito web, a partire dall’homepage. Se non è indicata, potrebbe non trattarsi di una vera impresa, e preoccupatevi molto. Se è indicata, potete verificarla nel sito dell’Agenzia delle Entrate: Verifica partita Iva
  • Regolarità del sito web: GDPR, cookie law, disclaimer copyright e privacy sono obbligatori per qualsiasi sito d’impresa oramai. Se non ci sono, a maggior ragione per un ufficio stampa che si occupa di comunicazione online, è un grave segnale di scarsa professionalità.
    Se mi ci sono dovuta adeguare io, come semplice blogger (ne ho scritto qui, ed è ancora un articolo molto letto: GDPR per blogger), non ci sono proprio scuse per un’azienda!
  • Referenze: chiedete una verifica del lavoro svolto, uno scrittore che vi possa mostrare come opera l’ufficio stampa, una casa editrice di cui curano le comunicazioni, il contatto diretto con un giornalista esterno (i quali dovrebbero evidenziare sui loro profili social questa collaborazione, per cui se non è indicata, preoccupatevi).
    Oppure giocate d’anticipo e scrivete voi ad uno dei partner indicati nel sito dell’agenzia, ancora prima di contattare l’agenzia stessa.

Tempo fa mi chiesero un’intervista per un programma radiofonico su una radio locale ben seguita. L’intervista sarebbe stata videoregistrata e mandata in onda intorno alla mezzanotte, non era proprio in target col mio pubblico. Il video, che avrei potuto usare sui miei social quantomeno, me l’avrebbero concesso solo dietro pagamento di una discreta somma. Strano, visto che loro l’avrebbero realizzato comunque, no? Così ho indagato meglio: sul sito ufficiale della radio, il programma non compariva; queste video interviste invece venivano salvate su alcune pagine Facebook e ce n’erano parecchie, stesso nome per il programma ma dislocato in varie stazioni radiofoniche locali. Ho chiamato la radio e chiesto spiegazioni: questi signori compravamo spazio pubblicitario in orario notturno (costa meno) ma il vero business era rivendere il video all’intervistato.
Non ho accettato perché la messa in onda non mi interessava e le loro pagine Facebook avevano meno visite del qui presente blog. 😉

Date uno sguardo al sito di una delle agenzie di comunicazione più quotate, We are social: in fondo, alla voce Contatti, trovate indirizzo, numero di telefono, email, disclaimer legale e privacy, numeri di Partita IVA e Codice fiscale, una mappa dove rintracciare i loro uffici, tre vetrine in una via centrale di Milano.
Questa è professionalità.

 

Che ne pensate?

Vi siete mai affidati a un’agenzia di comunicazione o un ufficio stampa esterno alla casa editrice? Come avete vissuto questa esperienza?
Soprattutto, in questo caso, come avreste reagito al posto della blogger, offesa per una recensione sincera? O se il libro chiamato in causa fosse stato il vostro e l’ufficio stampa non vi avesse interpellato prima di muoversi?

 

Comments (18)

Sandra

Lug 12, 2020 at 10:28 AM

Chiaramente il patatrac del Taccuino ha avuto un grosso impatto su di me. Ho fatto delle stories su Instagram e sono andata avanti giorni a dire, fare, spiegare, fiduciosa che i miei contatti avrebbero fatto come me: togliergli il follow, ma così non è stato per tutti, alla fine, come promesso, mi sono sfollowata io. E non dal Taccuino, che non ho mai seguito, bensì dal mio attuale editore, una tristezza enorme.
Occupandomi di robe fiscali, guardo sempre in automatico la P.IVA nei siti, per esempio quando un editore – sta capitando sempre più spesso – vuole girare il manoscritto a una sua costola i casi sono due:
i siti dei 2 editori hanno la stessa P.IVA = è un marchio
i siti dei 2 editori hanno P.IVA differente = sono due cose del tutto diverse, magari appartengono allo stesso gruppo ma se mi interessa l’editore A può essere che l’editore B non abbia le stesse caratteristiche.
Dico questo perché nella banalità estrema di questo ragionamento, vedo che per molti è una scoperta, l’ho spiegato su Writers Dream.
Insomma, un sito già dice molto, a saperlo studiare coi giusti strumenti, che oggi tu ci hai fornito col tuo solito buon senso e le ottime competenze. Grazie.

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Barbara Businaro

Lug 13, 2020 at 1:12 PM

Anch’io sono rimasta stupita delle persone che, pur sapendo quanto accaduto, hanno mantenuto il follow, e quindi la “referenza” con questo ufficio stampa. C’è addirittura Sara Rattaro, Premio Bancarella 2015, tra i loro follower, appena controllato ora.
Sulle case editrici, forse li seguono perché Il Taccuino offriva anche il servizio di “Lancio Marchio Editoriale per case editrici”? Magari sono/erano loro clienti e restano lì per sapere che fine farà il loro investimento?
Si, la Partita IVA può fornire indicazioni utilissime. Qualcuno mi ha anche suggerito che magari l’attività dell’ufficio stampa non richiedeva la Partita IVA, dimenticando che le prestazioni occasionali sono possibili solo una tantum e non per un’attività professionale. Quindi, la Partita IVA lì ci doveva essere.

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IlVecchio

Lug 12, 2020 at 1:14 PM

In quell’ufficio stampa mancavano le basi del marketing, nonché le basi d’impresa a quanto pare. Bizzarro che nessuno se ne sia accorto fin da subito e non l’abbia segnalato.
L’unica che ne esce a testa alta è la blogger, che nelle risposte si è comportata da vera signora. La mia stima. : -)

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Barbara Businaro

Lug 13, 2020 at 1:12 PM

Si, Daisy è stata molto calma nelle sue risposte. Non so se sarei riuscita a rimanere altrettanto zen… 😀

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Giulia Mancini

Lug 12, 2020 at 1:29 PM

Mamma mia che brutto quel commento sessista, fa accapponare la pelle, tutta la mia solidarietà alla blogger. Se mai dovessi affidarmi a un’agenzia di comunicazione farei i controlli che suggerisci, senza dubbio…finora il problema non si è posto anche per la mia cronica mancanza di tempo, anche se, confesso, preferirisco gestirmi da sola. Ti racconto un’esperienza che ho avuto quando è uscito il primo romanzo, sono stata contattata da un’agenzia letteraria (si definiva così) proponeva di fare pubblicità al mio romanzo per un anno su vari siti e attraverso la loro newsletter, costo 200 euro. Ho pagato e mi hanno fatto anche la fattura, risultato vendite zero. Ero ingenua e inesperta, ma da allora preferisco investire in pubblicità su facebook dove ho sicuramente più risultati, e se vendo poco almeno ho fatto da me…
Con il blog arrivano anche a me strane richieste che declino cercando di dare risposte gentili ma ferme…

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Barbara Businaro

Lug 13, 2020 at 1:13 PM

Nessuno in ambito pubblicitario può garantire un ritorno di vendite, questo nemmeno negli altri settori e nemmeno per grandi investimenti. Magari si incrementa il valore e la presenza del marchio tra il pubblico, ma ci vogliono anni perché si traduca in un aumento di vendite significativo. Però certo, se sai come fare, 200 euro investiti in sponsorizzate online funzionano meglio per la vendita degli ebook, senza dubbio.
Ai comunicati stampa non rispondo proprio, alle richieste di articoli a volte rispondo con il link della scheda qui sul blog per presentare un guest post (ma nessuno ci si è mai impegnato, c’è da faticare a scriverlo…), alle altre richieste cerco di rispondere sempre, quanto meno fornendo contatti di chi so potrebbe aiutare meglio la persona.

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Giulia Mancini

Lug 14, 2020 at 7:11 AM

Certo nessuno può garantire un ritorno di vendite, però ho controllato sui canali che mi avevano indicato e mai che abbia visto una sola comunicazione sul mio libro, ero praticamente inesistente, non ho mai ricevuto neanche una loro newsletter (mi ero iscritta per vedere quando inviavano le comunicazioni), zero assoluto…comunque amen, è tutta esperienza.

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Barbara Businaro

Lug 14, 2020 at 1:18 PM

Come dice un mio amico, ci fregano una volta sola. Diciamo che ora con la rete abbiamo qualche strumento in più per qualche verifica preventiva. 😉

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Elena

Lug 12, 2020 at 8:24 PM

All’inizio dell’articolo credevo fosse un guest post, visto che parli di te al maschile 😀 Quanto alla vicenda, che conoscevo, credo che il libro dell’autrice non avrebbe avuto tanta audience senza le polemiche che un orrendo tweet sessista ha generato.
La comunicazione è anche questo, polemiche che alzino il livello di attenzione. In questo caso, nonostante le apparenze, ne hanno beneficiato in tre: Daisy, che non conoscevo come blogger, l’autrice (e l’editore) l’ufficio stampa.
Sì, l’ufficio stampa. In questo paese i matti sono tutti fuori, lo sappiamo bene

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Barbara Businaro

Lug 13, 2020 at 1:14 PM

Ho riletto i primi paragrafi, ma non mi risulta di aver parlato di me al maschile… 😮
Magari Elena questa fosse stata una polemica voluta per alzare il livello di attenzione, magari!!
Se tutto si fosse “limitato” al commento sessista, avremmo anche potuto pensarlo, sebbene sarebbe stata un’operazione azzardata per un libro che è un saggio di settore e non un romanzo alla portata di tutti. Ma a quel primo commento ne sono seguiti altri, tutti documentati dai vari articoli che ho linkato qui sopra, e successivamente è iniziata l’indagine che ha portato alla luce le stranezze dell’ufficio stampa, dai collaboratori fittizi alle relazioni smentite dalle case editrici.
Quindi no, non era un’operazione studiata a tavolino e da questa situazione l’unica che davvero ne esce vittoriosa è solo ed esclusivamente Daisy. L’autrice ne esce male non per la recensione, ma per le sue risposte, le mancate scuse (l’ufficio stampa la rappresentava) e il mancato sostegno alla ragazza, specie in quanto donna e, ancora di più, essendo impegnata nel sociale. L’ufficio stampa penso ne esca con un paio di denunce, se non peggio.

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Marco

Lug 13, 2020 at 9:31 AM

Sono quindi l’unico a non essere mai contattato, da nessuno? Meno male! 🙂
Però adesso che ci penso: forse in passato mi sono arrivate delle mail da questo ufficio stampa, ma le ho sempre ignorate. Una specie di sesto senso, forse.

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Barbara Businaro

Lug 13, 2020 at 1:14 PM

Si vede che il tuo filtro antispam funziona meglio del nostro! 😀 😀 😀
Questo ufficio stampa aveva contattato anche me, a novembre, con una newsletter, a cui mi avevano iscritto a mia insaputa.
La newsletter terminava con questo fantasmagorico disclaimer:

“Ricevi questa mai (ndr. MAIL, non controllano l’ortografia?!) in vista della nostra attività giornalistica o per vostra richiesta diretta (ndr. NO) o perché iscritti al sito del Taccuino (ndr. NO) o per un precedente reciproco benestare telefonico. (ndr. NO) Cordialità, una mail non ha mai fatto male a nessuno.”

Alla faccia del GDPR e della professionalità! Probabilmente il tuo sesto senso aveva colto questo.
All’epoca ho inoltrato la newsletter ad un paio di amici che, come me, con il GDPR ci avevano fatto a pugni duramente per qualche mese. Ricordo le risate a quell’ultima frase…

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Brunilde

Lug 13, 2020 at 9:50 PM

Una mail non ha mai fatto male a nessuno…hanno uno strano senso dell’umorismo, se si considera la forte connotazione sessista e la volgarità diffusa delle loro risposte.
Speriamo che spariscano, e che non riemergano fra un po’, come spesso accade, con un nuovo nome.
Certo che se mantengono lo stesso stile li becchiamo subito!

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Barbara Businaro

Lug 14, 2020 at 1:20 PM

Una mail non ha mai fatto male a nessuno… ma un commento gli sta facendo chiudere la baracca! 😀 😀 😀
Penso che con il vespaio sollevato, dovranno cambiare nome, sedi amministrative/operative, collaboratori, partner commerciali e magari anche l’amministratore delegato. 😉

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Grazia Gironella

Lug 14, 2020 at 10:09 PM

Certi comportamenti sono inqualificabili. Credo che al posto del’autrice avrei preso le distanze molto in fretta… al di là del danno indiretto alla sua immagine, chi vuole farsi rappresentare da persone simili? In ogni caso quando proponi il tuo libro per una recensione devi essere anche pronto ad accettare che sia negativa. Tra l’altro, a quanto ho letto su Instagram, la blogger era stata molto garbata e aveva motivato le sue critiche. Sinceramente mi sembra un episodio assurdo.

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Barbara Businaro

Lug 14, 2020 at 10:55 PM

Una situazione scivolata velocemente di mano, per una reazione di pancia, poco calibrata.
Tra l’altro, uno degli argomenti laterali, di cui vari bookblogger hanno scritto in seguito a questo episodio, è proprio quello della libertà di recensire un libro, anche se ricevuto gratuitamente proprio per averne una valutazione. Chi fa promozione cerca ovviamente solo recensioni positive, dimenticando che comunque la lettura è soggettiva. 🙂

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Rebecca Eriksson

Lug 19, 2020 at 8:18 PM

Competenze approssimative, lavori mediocri… quante storie di non-professionalità si continuano a sentire?
E chi crede nel lavoro e ci mette l’anima viene soffocato da queste persone.
Un’occasione d’oro di pubblicità positiva che è stato fatto scappare: a me è capitato di cercare libri proprio per accertarmi del fatto che fossero così brutti come si diceva in giro 😀

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Barbara Businaro

Lug 20, 2020 at 1:41 PM

Anch’io ho letto romanzi attirata di più dalle recensioni negative. La serie Cinquanta sfumature l’ho letta perché mia madre me l’ha tirata in testa, Il Codice Da Vinci perché un amico fervente cattolico lo aveva chiamato “blasfemo” e Mangia Prega Ama perché mi dissero che l’autrice aveva parlato male dell’Italia (non è vero, non so che libro avessero letto loro…).
Anche oggi, se devo scegliere un titolo senza “referenze” particolari, vado a vedere prima le recensioni negative. 😀

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