Andrew Stanton - Idee per una grande storia - TED Talk 2012

Come raccontare una grande storia

A tutti noi piacciono le storie. Siamo nati per questo. Le storie affermano chi siamo. Vogliamo tutti conferma che le nostre vite hanno un significato. E niente ci dà più conferme di quando ci connettiamo tramite le storie. Possono attraversare le barriere del tempo, passato, presente e futuro, e permetterci di sperimentare le analogie tra di noi e con gli altri, reali e immaginari.
Andrew Stanton, TED2012

Ho scoperto Andrew Stanton durante la conferenza del gruppo Peaker Writers, peaker della community My Peak Challenge impegnati in varie e diverse sfide di scrittura. A metà ottobre abbiamo infatti organizzato una giornata di incontro in streaming, con varie sessioni di condivisione sulle tematiche di abitudini di scrittura, costruzione dei personaggi, metodologie di revisione, appunti per la pubblicazione, strategie di marketing, consigli per equilibrare vita e scrittura, risorse in rete di vario genere.
E proprio tra gli spunti di riflessione è saltato fuori questo video TED di Andrew Stanton, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e doppiatore statunitense, famoso per la sua collaborazione con la Pixar fin dagli inizi, con una nomination all’Oscar come miglior sceneggiatura originale per il primo film d’animazione tridimensionale Toy Story, e per due premi Oscar per il miglior film d’animazione con Alla ricerca di Nemo e WALL•E.

Questo suo TED Talk è pure datato, del 2012, quando Stanton aveva appena terminato di girare il film John Carter, tratto dal romanzo Sotto le lune di Marte di Edgar Rice Burroughs (più conosciuto per essere il creatore di Tarzan, con un ciclo di ben ventotto libri d’avventura nella giungla). Dopo di questo suo discorso, Stanton ha realizzato ancora molto altro, come regista o produttore esecutivo: Monsters University, Inside Out, Alla ricerca di Dory, Ribelle – The Brave, Toy Story 4.

Accidenti, leggo la sua biografia e penso che il suo sia il lavoro più bello del mondo! Scrive storie e storie bellissime!
Certo, penso anche che raccontare storie con le immagini sia un pochettino più semplice: con le parole c’è il rischio di non applicare bene lo Show don’t tell (Mostrare, non raccontare), di utilizzare termini che non giungano al lettore, di focalizzarsi in un aspetto e tralasciare altro di importante, mentre le immagini sono immediate, partono proprio dallo Show (mostrare) e poi aggiungono il Tell (raccontare), arrivano direttamente a chi sta guardando senza generare confusione.
O forse sono talmente bravi loro che non mi accorgo delle difficoltà che si celano dietro queste sceneggiature…

In questo video, Andrew Stanton condivide con noi quello che ha imparato sulla narrazione durante la sua carriera, delle idee su come costruire una grande storia, indizi di ciò che è necessario per realizzare una trama che emozioni il nostro pubblico.
Potrebbero essere solo spunti, ma visto il successo di Stanton sono da stampare e attaccare davanti alla scrivania.

Questa conferenza comincia con una barzelletta. Perché la narrazione, secondo Andrew Stanton, “è come raccontare barzellette. È sapere la battuta di chiusura, la fine, sapere che tutto ciò che dici, dalla prima all’ultima frase, porta a un solo obiettivo, e idealmente a confermare una verità che approfondisce la nostra comprensione di chi siamo, come esseri umani.” In effetti, una barzelletta fa un’enorme promessa all’ascoltatore: ti divertirò. Non dovrebbero fare questo anche tutte le altre storie?
La barzelletta in questione, pensate un po’, è ambientata in Scozia, proprio nelle Highland! Se non è un segno questo, per me che smanio per i romanzi e la serie televisiva Outlander. Stanton poi la racconta con un pizzico di accento scozzese, rendendola ancora più spettacolare…

Un turista fa escursionismo nelle Highland scozzesi, e si ferma in un pub a bere. Le uniche persone all’interno sono il barista e un anziano che sorseggia una birra. Ordina una pinta e stanno lì seduti un attimo. Improvvisamente l’anziano si gira verso di lui e dice, “Vede questo bar? Ho costruito questo bar a mani nude con il legno più pregiato della contea. Gli ho dato più amore e affetto che ai miei figli. E mi chiamano MacGregor il costruttore di bar? NO.” Indica fuori dalla finestra. “Vede quel muro in pietra laggiù? Ho costruito quel muro a mani nude. Ho trovato ogni singola pietra, l’ho sistemata sotto il freddo e la pioggia. E mi chiamano MacGregor il costruttore di muri? NO.” Indica fuori dalla finestra. “Vede quel molo sul lago laggiù? Ho costruito quel molo a mani nude. Ho tirato su le palafitte contro la marea, tavola per tavola. E mi chiamano MacGregor il costruttore di moli? NO. Ma ti fotti una capra…” 😛

 

Il primo comandamento della narrazione:
Coinvolgimi

Andrew Stanton comincia ricordando una citazione di Fred Rogers, famoso conduttore americano della televisione per bambini, una frase per altro presa in prestito dallo stesso Rogers ad un assistente sociale: “Francamente, non c’è nessuno che non possiate imparare ad amare dopo aver sentito la sua storia.” Secondo Stanton questo concetto conduce al primo comandamento della narrazione: make me care, coinvolgimi.
Emotivamente, intellettualmente, esteticamente, ma per favore coinvolgimi. Fammi entrare nella tua storia, fammi preoccupare per i suoi protagonisti, rendimi partecipe della loro avventura, fammi sentire ogni loro respiro e fammi gioire di ogni loro sorriso.
“Sappiamo tutti cosa vuol dire essere disinteressati” dice Stanton. “Passate per centinaia di canali televisivi saltando da un canale all’altro, e improvvisamente vi fermate su uno. È già a metà, ma qualcosa vi ha catturato e vi tira dentro, vi coinvolge. Non è per caso, è voluto.”

Ecco che allora Stanton in questa conferenza vuole coinvolgerci nella sua storia personale, che è una storia a tutti gli effetti (e ci troveremo addirittura un pezzo di Alla ricerca di Nemo), spiegarci come è nato per fare questo, proprio per raccontare storie, e come ha perfezionato questa disciplina. Ma per rendere questa storia ancora più interessante, partirà dalla fine per tornare all’inizio. Il finale di questa storia farebbe più o meno così: “E questo è ciò che alla fine mi ha portato a parlarvi qui a TED di storie.” Sarà davvero l’ultima frase che pronuncerà per questo discorso. Oh sì, è davvero bravo a coinvolgere lo spettatore, non si prendono due premi Oscar come i suoi a casaccio. 😉

Scrivere è fare una promessa

Quando partecipò a questo TED nel 2012 Stanton aveva appena terminato la produzione della pellicola John Carter, film tratto dal romanzo Sotto le lune di Marte scritto da Edgar Rice Burroughs. In questa storia lo scrittore Edgar Rice Burroughs si è inserito come personaggio e narratore: viene convocato dal ricco zio, John Carter appunto, nella sua villa tramite un telegramma che dice solo “Vediamoci subito.” Una volta arrivato lì, scopre però che lo zio è misteriosamente deceduto ed è sepolto nel giardino della proprietà, in un mausoleo apribile solo dall’interno. E c’è questa scena dove l’avvocato del defunto zio mostra al giovane Burroughs questo strano sepolcro senza serratura. Niente imbalsamazione, nessuna camera ardente, nessun funerale, e una tomba chiusa da dentro.

John Carter - Disney 2012
Cosa si cela dietro un sepolcro chiuso dall’interno?!

Lo scopo della scena, come del romanzo stesso, è fare una promessa, dice Stanton: “Vi fa una promessa che questa storia vi porterà dove vale la pena. Ed è quello che tutte le storie valide dovrebbero fare all’inizio: farvi una promessa. Lo si può fare in un’infinità di modi. Qualche volta è un semplice “C’era un volta…” Questi libri su Carter hanno sempre avuto Edgar Rice Burroughs come narratore. Ed io ho sempre pensato che fosse uno strumento fantastico. È come avere qualcuno che vi invita intorno a un fuoco, o qualcuno in un bar che dice: “Eccoci qua, ora vi racconto una storia. Non è capitato a me, è capitato a qualcun altro, ma sarà tempo speso bene”. Una promessa mantenuta è come caricare una fionda per proiettarvi, attraverso la storia, verso la sua fine.”
Scrivere dunque è impegnarsi con una promessa al lettore, e poi ovviamente rispettarla.

La teoria unificante del “2 + 2”

Nel 2008 Andrew Stanton ha ideato e poi diretto il film di animazione WALL•E, spingendo al massimo le sue teorie dell’epoca sulla creazione delle storie. Il protagonista è il piccolo robot spazzino WALL•E, unico abitante della Terra abbandonata dagli umani a causa dell’inquinamento e dell’accumulo di rifiuti (più che mai attualissimo!) Un giorno sul pianeta scende il robot di ricognizione E.V.E. (un robot femmina con il nome della prima donna nella Bibbia). WALL•E si innamora di lei sulle note della canzone romantica del film Hello, Dolly! da una vecchia videocassetta recuperata tra i rifiuti.

Secondo Stanton questa è la forma più pura di narrazione cinematografica: narrazione senza dialogo.
Ci sono solo le immagini, le espressioni di WALL•E incantato, la musica che contestualizza la scena romantica, la mano meccanica di WALL•E che si muove incerta verso quella di E.V.E. Ma tutto il resto, il collegamento per deduzione delle poche informazioni verso la costruzione completa della narrazione, è in carico allo spettatore, affascinato proprio dall’assenza del dialogo. Nessun Tell, solo Show, come dicevo sopra.
“Conferma la sensazione che avevo: che il pubblico vuole guadagnarsi il pane” dice Stanton, dove con “pane” intende l’emozione. “Solo che non vuole sapere che lo sta facendo. È il lavoro del narratore: nascondergli il fatto che si sta guadagnando il pane.[…] C’è un motivo per cui siamo tutti attratti da un bambino o da un cucciolo. Non è solo perché sono così carini, è perché riescono ad esprimere completamente quello che pensano e quali sono le loro intenzioni. È come una calamita. Non riusciamo a fermarci dal volere finire la frase e riempire i buchi.”

Prima ancora di WALL•E, Andrew Stanton aveva compreso questo meccanismo quando stava scrivendo con Bob Peterson la sceneggiatura di Alla Ricerca di Nemo, il suo primo Oscar per il miglior film d’animazione. La storia segue il viaggio di Marlin, un pesce pagliaccio della barriera corallina, alla ricerca di suo figlio Nemo, unico sopravvissuto all’attacco di un barracuda che ha divorato tutte le altre uova e la mamma Coral. Nemo cresce con una pinna atrofica dopo l’incidente e il padre è preoccupato ogni volta si allontana. Un giorno Nemo viene rapito da un pescatore e Marlin disperato parte alla sua ricerca, in compagnia di Dory, un pesce chirurgo femmina con continue perdite di memoria a breve termine.

E’ durante questa scrittura che Stanton ha elaborato la teoria unificante del “2 + 2”: “Fate in modo che sia il pubblico a mettere insieme le cose. Non dategli 4, dategli “2 + 2”. Gli elementi che fornite e l’ordine in cui li mettete sono fondamentali per il successo o il fallimento nel coinvolgimento del pubblico. I montatori e gli sceneggiatori lo hanno sempre saputo. È l’applicazione invisibile che cattura la nostra attenzione nella storia. Non voglio che sembri una scienza esatta, non lo è. Questo è quello che rende speciale le storie, non sono un aggeggio, non sono perfette. Le storie sono inevitabili, se sono valide, ma non sono prevedibili.”
Compito per casa per voi lettori: rivedere il film Alla Ricerca di Nemo e trovare, se ci riuscite, i momenti in cui è lo spettatore a dover aggiungere un 2 alla formula, a completare il puzzle della storia. 😉

La smania dei personaggi

Sempre nel 2012, durante un seminario dell’attrice Judith Weston come insegnante, Stanton ha imparato un’idea fondamentale sui personaggi: un personaggio ben costruito deve avere del carattere e un motore interno che lo spinge, un obiettivo inconscio a cui ambisce nella sua vita, una smania irrefrenabile verso quell’obiettivo. L’esempio utilizzato da Judith Weston è Michael Corleone dal romanzo “Il Padrino”, personaggio interpretato da Al Pacino nella versione cinematografica: la smania del giovane Corleone è di compiacere il padre e questa smania lo guida in tutte le sue scelte, buone o cattive che siano. Anche dopo la morte del padre, quella smania non si ferma.
“Io ci sguazzo in questo principio” spiega Andrew Stanton. In effetti, il robot WALL•E cerca la bellezza in mezzo ai rifiuti. Il pesce Marlin, il papà di Alla Ricerca di Nemo, si tratta di prevenire il male e il pericolo dal suo unico figlio Nemo. “E queste smanie non portano sempre alle scelte migliori. Talvolta si possono fare scelte orribili.”

Secondo Stanton, basandosi sull’osservazione di suo figlio, nasciamo con un certo temperamento, siamo fatti in un certo modo e difficilmente si può cambiare quella base. Però possiamo imparare a riconoscere il nostro carattere, accettarlo, mitigarne i difetti, esaltarne le qualità. Alcuni infatti hanno un carattere positivo, altri uno negativo. Si diventa adulti quando si cresce abbastanza per riconoscere cosa ci guida del nostro temperamento e imparare a prendere il volante per sterzare. “Impariamo tutti continuamente. Ecco perché il cambiamento in una storia è fondamentale. Se le cose sono statiche, le storie muoiono, perché la vita non è mai statica.”
La smania dei personaggi è ciò che li fa crescere, imparare, cambiare. E quello per cui gli spettatori si appassionano.

Attesa mescolata a incertezza

Il dramma è attesa mescolata a incertezza.
William Archer, drammaturgo britannico

Nel 1998 Andrew Stanton aveva appena finito di scrivere le sceneggiature di “Toy Story” e “A Bug’s Life – Megaminimondo”. Era ossessionato dalla scrittura di una buona sceneggiatura e impegnava parecchio tempo in studio e ricerca. Così ha scoperto la citazione qui sopra di William Archer, drammaturgo e critico teatrale del secolo scorso: il dramma è attesa mescolata a incertezza, una definizione sagace.
Prosegue Stanton: “Quando raccontate una storia, avete costruito l’anticipazione? Nel breve termine, mi avete fatto venir voglia di sapere cosa succede dopo? Ancora più importante, mi avete fatto venire voglia di sapere come si concluderà il tutto, a lungo termine? Avete costruito conflitti sinceri, con verità che creano dubbi, su quello che potrebbe essere il risultato? Un esempio potrebbe trovarsi in “Alla Ricerca di Nemo”, nella tensione a breve, vi sentite sempre preoccupati: la memoria a breve termine di Dory le farà dimenticare tutto quello che le ha detto Marlin? Ma alla base c’è la tensione generale: riusciremo mai a trovare Nemo in questo vasto, immenso oceano?”
Se il finale si intravvede con troppa sicurezza, non c’è emozione nonostante l’attesa. E’ l’incertezza di come finirà la storia a tenere lo spettatore di fronte allo schermo e il lettore su quelle pagine.

Linee guida, non regole ferree

Questa è una parte davvero divertente su come la Pixar, per cui ancora oggi lavora Andrew Stanton, agli inizi ha sconvolto le regole di casa Disney. Ai primi tempi, Stanton e i suoi colleghi erano semplicemente un gruppo di ragazzi che lavoravano di istinto, credendo nelle storie, ancora prima di avere un’idea chiara dei meccanismi con cui costruirle. Era il 1993 e probabilmente ricordate anche voi (no, qua ci potrebbe essere qualcuno di giovincello, ma magari li avete comunque visti in televisione) i film di animazione di successo della Disney erano “La Sirenetta”, “La Bella e la Bestia”, “Aladdin”, “Il Re Leone”, che avevano tutti un formato alquanto preciso. Ma alla Pixar volevano provare che si poteva raccontare storie animate in modo completamente differente.

“Non avevamo nessuna influenza all’epoca, avevamo quindi una lista segreta di regole che tenevamo per noi. Ed erano:
Niente canzoni.
Nessuno momento del tipo “Io vorrei”.
Nessun villaggio felice.
Nessuna storia d’amore.
Nessun cattivo.
E l’ironia è che, il primo anno, la nostra storia non funzionava per niente e la Disney era terrorizzata. Si sono quindi rivolti privatamente a un famoso paroliere, che non nominerò, che ha inviato loro via fax qualche suggerimento. Noi abbiamo messo le mani su quel fax, e il fax diceva:
ci dovrebbero essere canzoni,
ci dovrebbe essere una canzone del tipo “Io vorrei”,
ci dovrebbe essere una canzone su un villaggio felice,
ci dovrebbe essere una storia d’amore e
ci dovrebbe essere un cattivo.
Ma grazie al cielo all’epoca eravamo troppo giovani, ribelli e anticonformisti, e abbiamo ottenuto più determinazione nel provare che si poteva costruire una storia migliore. E un anno dopo, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo dimostrato che la narrazione ha delle linee guida, non regole facili e stringenti.”

Due anni dopo uscì il primo film della Pixar, Toy Story, realizzato completamente in grafica computerizzata tridimensionale. La storia è quella di un giocattolo, il pupazzo di un cowboy Woody, il preferito del bambino Andy Davis, che vede la sua esistenza e quella degli altri giocattoli, il pupazzo a forma di patata Mr. Potato, il salvadanaio Hamm, il cane a molla Slinky, la pastorella di ceramica Bo Peep e il dinosauro di plastica Rex, minacciata dall’arrivo di un nuovo giocattolo per il compleanno del bambino, Buzz Lightyear, un astronauta super-accessoriato. Non ci sono canzoni, non ci sono momenti di desiderio, non c’è nessun villaggio felice ma dei giocattoli animati quando il bambino è assente, non ci sono storie d’amore e no, non c’è nessun cattivo in effetti, non come lo intendevamo prima.

Signori della Pixar, vi ringrazio dal più profondo del cuore. Le canzoni Disney non mi piacevano nemmeno da bambina… 😛
Beh, forse salvo solo Tale as Old as Time dal film Beauty and the Beast (La bella e la bestia). Ma questa è Angela Lansbury, tutti in piedi.

Amare il protagonista

Proprio dall’esperienza di Toy Story, Stanton e il suo gruppo hanno imparato un altro concetto fondamentale: amare il personaggio principale.
“E pensavamo ingenuamente, che Woody in “Toy Story” dovesse diventare altruista alla fine, quindi bisognava cominciare da qualche parte. Allora facciamolo egoista. […] Come fate a rendere simpatico un personaggio egoista? Lo abbiamo capito: lo si può fare gentile, generoso, divertente, premuroso, purché venga mantenuta una condizione, ossia che rimanga il giocattolo protagonista.”

Ed è proprio quello che è Woody in Toy Story. Finché è il giocattolo preferito del bambino, non gli troviamo difetti. Solo quando vede il suo ruolo minacciato da Buzz Lightyear, allora si mostra per egoista e un po’ cattivo.
“Viviamo tutti una vita con riserve. Siamo tutti disposti a seguire le regole, ma solo a determinate condizioni” conclude Stanton.

Il tema della storia

Prima ancora di decidere di fare della narrazione la sua professione, ci sono stati degli episodi chiave della gioventù di Andrew Stanton che lo hanno illuminato su alcuni ingredienti salienti della narrazione.
Nel 1986, in occasione del restauro e della nuova uscita del film Lawrence d’Arabia, vincitore di sette Premi Oscar, Stanton ha compreso per bene il concetto che la storia deve avere un tema: “Io l’ho visto sette volte in un mese. Non ne avevo mai abbastanza. Potevo solo dire che aveva una grande progettazione alle spalle, in ogni scatto, ogni scena, ogni riga. Eppure, in superficie sembrava rappresentare il percorso storico di quello che accadeva. Ma diceva anche dell’altro. Cos’era esattamente? Ed è solo dopo averlo visto più volte, che si è sollevato il sipario, in una scena dove egli attraversa il Deserto del Sinai per arrivare al Canale di Suez, e finalmente ci sono arrivato.”

Un motociclista giunge da lontano, sollevando una nube di sabbia, poi si ferma e chiede a gran voce, rivolto verso Lawrence d’Arabia dall’altra parte del canale: Who are you?
“Ecco il tema: Chi sei? Dove eventi e dialoghi apparentemente eterogenei raccontavano cronologicamente la sua storia, qui sotto c’era una costante, una linea guida, una mappa. Tutto quello che Lawrence ha fatto in quel film è stato un tentativo di scoprire il proprio posto nel mondo. Un tema forte percorre sempre una storia ben raccontata.”
In alcune storie, il tema può ricollegarsi alla smania del protagonista, proprio come in Lawrence d’Arabia.

Infondere la meraviglia

“Quando avevo cinque anni, mi è stato presentato quello che probabilmente è l’ingrediente più importante che dovrebbe avere una storia, ma che viene raramente evocato. Ed ecco dove mi ha portato mia mamma a cinque anni.” Andrew Stanton ci mostra una della scene più famose del film Bambi del 1942, quando il piccolo capriolo cerca di pattinare sul ghiaccio in compagnia del coniglietto Tamburino.

“Sono uscito con gli occhi che brillavano per la meraviglia. E credo che questo sia l’ingrediente magico, l’ingrediente segreto: evocare la meraviglia. La meraviglia è onesta e totalmente innocente. Non può essere evocata artificialmente. Secondo me, non esiste più grande capacità del dono di un altro essere umano che vi offre quella sensazione: trattenere anche solo per un attimo e lasciare che ci si abbandoni alla meraviglia. Quando è fatta, la conferma di essere vivi, vi pervade in ogni singola cellula. E quando un artista lo fa a un altro artista, si è obbligati a fare un passo avanti. È come un comando silente che improvvisamente si attiva, come la chiamata della Torre del Diavolo. Fai agli altri quello che è stato fatto a te. Le migliori storie infondono meraviglia.”
Probabilmente già a cinque anni Andrew Stanton aveva capito che quello doveva essere il suo mestiere. 🙂

Usa ciò che sai

Ed eccoci al punto focale, preparate i fazzoletti perché dopo l’attesa, Andrew Stanton ci prepara anche il gran finale.
“Quando avevo quattro anni, ho un ricordo molto vivo di quando ho trovato due minuscole cicatrici sulla caviglia e ho chiesto a mio padre cosa fossero. Lui mi disse che ne avevo due uguali sulla testa, ma che non potevo vederle per colpa dei capelli. Mi spiegò che quando sono nato, sono nato prematuro, sono uscito veramente troppo presto, non ero cotto a puntino, ero molto, molto malato. E quando il dottore diede uno sguardo a questo bambino giallo con i denti neri, guardò mia madre dritto negli occhi: “Non vivrà”. Io sono rimasto in ospedale per mesi. E dopo molte trasfusioni, ce l’ho fatta, e questo mi ha reso speciale.
Non so se ci credo veramente. Non son se i miei genitori ci credano, ma non volevo che credessero di sbagliare. In qualunque cosa sia diventato bravo, non smetterò mai di essere degno della seconda possibilità che mi è stata data.”

Non ci vuole un mago per comprendere che questa scena di Marlin, il papà di Alla ricerca di Nemo, che sussurra all’unico uovo sopravvissuto “Tutto a posto, papà è qui, papà ti ha preso. Prometto, non lascerò che ti accada mai nulla, Nemo” sia arrivata dalla vita personale di Andrew Stanton, da ciò che lo aveva toccato nel profondo.
“E questa è la prima lezione sulle storie che ho imparato: usa ciò che sai, crea da ciò che sai. Non vuole sempre dire una trama o un fatto. Significa catturare una verità dalla propria esperienza, esprimere valori che sentite personalmente nel profondo del cuore.”

Siamo tornati all’inizio dunque. “E questo è quello che mi ha portato a parlarvi qui a TED, oggi.”
Come aveva promesso, questo è il finale per la sua storia. 😉

Vi lascio il video della conferenza con i sottotitoli in italiano, perché sono 19 minuti preziosissimi, da vedere e rivedere. Io ho cercato di fissarmela qui nel blog, perché ho preso un po’ da Dory e rischio di dimenticarmela. 😀

 

Che ne pensate?

Vi riconoscete nelle parole di Andrew Stanton e nelle sue idee per costruire una buona storia?
Quale dei suoi film vi ha emozionato di più? E perché? Quale ingrediente vi ha tenuti incollati allo schermo? 🙂

Comments (16)

Daniele Imperi

Nov 10, 2021 at 8:24 AM

Sono d’accordo, tutti spunti interessanti. Le canzoni dei cartoni animati non le ho mai sopportate, ma a una lezione di sceneggiatura alla scuola del fumetto mi dissero che servivano a tenere viva l’attenzione dei bambini, come le scene erotiche nei film. Entrambe a me invece disturbano e annoiano.
Sul tema della storia sono anni che voglio scrivere un articolo.
Dei film della Pixar a me sono piaciuti molto Up, Ratatouille e WALL•E, storie del tutto diverse dalle solite.
Non tutti ancora capiscono che in una storia DEVE succedere qualcosa, altrimenti non è storia. Concordo sull’aneddoto della barzelletta: è un condensato della storia, con incipit, svolgimento, suspense, attesa, meraviglia e finale. Ci vorrebbe un articolo al riguardo 😀

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Barbara Businaro

Nov 11, 2021 at 11:54 PM

In quanto alle canzoni dei cartoni animati studiate per i bambini, gli amici con pargoli mi dicevano all’epoca che Frozen non era solo un successo in quanto ai giocattoli venduti, ma proprio per le musiche. I bambini volevano ascoltarle e riascoltarle, imparate a memoria, virgole comprese. Però non ricordo lo stesso entusiasmo per le canzoni de La sirenetta quasi una generazione prima. Forse i nuovi media hanno favorito la Disney (e disperato i genitori 😀 ).
Dei film Pixar, i miei preferiti sono anche Cars, Monsters & Co, Monsters University e Gli incredibili (adoro Edna!!).
Il paragone con le barzellette è verissimo, ma come vedi non sempre il finale è comprensibile. In questo caso, pare che l’intonazione di Stanton sul video sia molto più immediata della lettura del solo testo della barzelletta. 🙂

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Giulia Mancini

Nov 10, 2021 at 8:19 PM

Alla ricerca di Nemo l’ho visto al cinema e poi almeno altre due volte in tv, è davvero un film che adoro, c’è il senso di protezione del padre che fatica a lasciarlo andare per la sua strada e poi succede l’inevitabile. Come un tutte le storie c’è sempre una piccola morale, si cresce quando si impara ad affrontare le difficoltà da soli.
Anche le altre storie mi ispirano, però ho visto solo Monster University, fantastico anche il primo Monster & Co. (Io ho amato moltissimo questi mostriciattoli colorati).
Tuttavia devo confessarti che non ho capito il finale della barzelletta dell’uomo del bar…

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Barbara Businaro

Nov 11, 2021 at 11:55 PM

Pensa Giulia che proprio questo mese rincorre il ventennale dell’uscita di Monster & Co.!!! :O

Per quanto riguarda la barzelletta, MacGregor spiega al turista dice che ha costruito il bar, ha costruito il muro, ha costruito il molo, sottintende che ha fatto tanta fatica, per anni, ma nonostante la dedizione non lo chiamano il costruttore. Solo una volta invece si è accoppiato con una pecora e i puntini dovrebbero lasciar intendere che è riconosciuto solo per quell’unico gesto. 😉

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Giulia Mancini

Nov 12, 2021 at 6:46 PM

Troppo bella la scena dei mostri e producono energia pulita…come non amarli!
Adesso ho capito la barzelletta, ma succede sempre così fai tante belle cose ma si viene ricordati sempre per la cosa … peggiore

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Barbara Businaro

Nov 13, 2021 at 12:31 AM

Una delle gif che uso di più è quella di Mike Wazowski, il mostro mono occhio verde, che usa il tapis roulant su Monster University… Uguali siamo!! 😀

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Darius Tred

Nov 10, 2021 at 10:02 PM

Comunque la si giri e rigiri, per raccontare una grande storia ci vuole talento.
E quello o ce l’hai o non ce l’hai: c’è poco da fare.

Nessuno può insegnare il talento.
Nessuna scuola di scrittura creativa, nessun (sedicente) guru, nessuno schema predefinito.
Gli schemi, o le linee guida, o come diavolo le si vuole chiamare, possono essere vincenti ma, a lungo andare, stancano.
E serve qualcuno che arrivi, appunto, a rompere gli schemi.
Proprio come ha fatto lo stesso Stanton in occasione di Toy Story.

Ma, così come la potenza è nulla senza controllo, anche la fantasia è nulla senza talento.

P.S.: e anch’io non ho capito la barzelletta… Ironia della sorte? Se la promessa era “Ti divertirò” allora è stata raccontata decisamente male.
Oppure semplicemente tradotta male.
Oppure (ancora più semplicemente), sono io che sono tardo… 😀 😀 😀

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Barbara Businaro

Nov 11, 2021 at 11:56 PM

Talento, va bene, e dove si compra? Lo vendono a peso oppure in confezioni multiple?! 😀 😀 😀
Sul rompere gli schemi, creando qualcosa di nuovo, sono d’accordo: molti romanzi hanno avuto successo proprio perché andavano oltre le regole, oltre il mercato, oltre il confine del singolo genere letterario. Purtroppo a volte la resistenza maggiore è proprio da parte di chi scrive.

Sulla barzelletta: ho tenuto la traduzione presente sul sito TED, e per la verità io l’ho capita e ho riso ascoltandola direttamente in inglese. Ma proprio per quello mi hanno fatto notare che Stanton la “recita” bene, con le pause corrette, la gestualità giusta, il tono della voce, specie sull’ultima frase. Mentre leggendola, si rischia di perdere il senso dell’ultima battuta: nonostante abbia costruito il bar, il muro e il molo, per così tanto tempo, lo ricordano solo perché una volta l’hanno sorpreso con una pecora. Come dire: un singolo errore può rovinare tutte le fatiche di una vita.

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Darius Tred

Nov 12, 2021 at 10:07 AM

Pensa l’ironia nell’ironia!

Senza volerlo abbiamo toccato un tema (o un problema) fondamentale per chi scrive: trasmettere il senso delle frasi senza poter contare sulla “recitazione”, la quale dalla sua ha appunto un bagaglio di strumenti invidiabili: le pause, gli sguardi, la gestualità di chi racconta. Persino il tono delle parole.

La stessa cosa raccontata a voce non arriva in modo identico all’interlocutore se messa per iscritto.
Neanche se usi le stesse parole!
E neanche il migliore “show don’t tell” ci salverebbe, perché anche per il solo “show” servono parole…

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Barbara Businaro

Nov 13, 2021 at 12:05 AM

Un po’ si rifà alla mia introduzione, alla mia sensazione che raccontare storie con le immagini (e intendo anche il sonoro, ovviamente) sia più semplice. Con un testo scritto c’è molto più lavoro da parte del lettore. Se Stanton parla della teoria unificante del “2 + 2” al cinema, per un libro credo si trasformi in “1 + 3”, con 1 come fatica dello scrittore e 3 come completamento da parte del lettore. 🙁

Si aggiunga che questa sera ho appena visto proprio John Carter. Ricordavo di aver intravvisto il dvd in casa, ho disseppellito un po’ di reperti storici ed è saltato fuori. Ricordo anche che all’epoca l’avevo scambiato per “il solito film fantasy esaggggerato” e non l’ho più guardato. 😀 😀 😀
Non so se sia fantasy o fantascienza (ci sono di mezzo i viaggi interstellari), però mi è piaciuto davvero molto. Eccezionale, ben realizzato.
Vorrei anch’io un Woola, una specie di cane marziano che si sposta a velocità supersonica! Beh, anche l’attore di John Carter schifo non fa… 😉

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Luz

Nov 11, 2021 at 6:00 PM

Fra tutte le cose interessanti riportate in questo post, mi piace citare quella riguardante lo sperimentare una storia che escluda totalmente il dire per mostrare attraverso il fare. La scena di quei robot è praticamente perfetta e mi fa venire in mente il mimo. Questa straordinaria forma d’arte che non usa la parola (anni fa seguii un corso con un maestro di altissimo livello, che lavora a Parigi, il corso era chiamato “teatro senza parole”) ti mette dinanzi al gesto più puro e a tutte le infinite potenzialità che ci sono dentro di te. Praticare il mimo sviluppa l’immaginazione, è incredibile cosa ti faccia tirare fuori. Ecco, quando vedo questi capolavori, penso che dietro ci sia una conoscenza profonda delle cose, delle arti, dell’essere umano. La cosa che trovo meravigliosa nelle produzioni Pixar è proprio questa. Mi è capitato di seguire su Disney Channel una lunga carrellata sulla storia della Pixar e ho voglia di raccontarne qualcosa prima o poi.
Scrivere è esattamente quanto afferma Stanton, e si può notare come alla fin fine il principio che regola il tutto sia… la semplicità, obiettivi molto chiari e precisi.

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Barbara Businaro

Nov 11, 2021 at 11:56 PM

Hai ragione Luz, non avevo pensato al mimo! E’ esattamente narrazione senza dialogo. Ecco perché anch’io mi incanto di fronte ai mimi, quelle poche volte che li vedo in televisione. Questo è l’ultimo che ricordo, un eccezionale mimo subacqueo a Italia’s Got Talent.

Sulla Pixar ho visto diversi speciali, soprattutto dal punto di vista informatico e per la presenza dell’intuito di Steve Jobs: le esigenze di elaborazione della grafica tridimensionale di Toy Story hanno contribuito alla ricerca e sviluppo di nuovi sistemi potenziati, sia hardware che software (prima potevano “disegnare” solo cubi e cilindri). Ma mi affascina ancora di più vedere come nascono le storie e i personaggi, come gli sceneggiatori riescano a tirare fuori dal cilindro idee pazze che diventano capolavori assoluti.

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Luz

Nov 18, 2021 at 8:26 PM

Wow, non avevo visto questo mimo, lo metto da parte per le mie lezioni!!! 😀

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Barbara Businaro

Nov 18, 2021 at 9:38 PM

Ottimo! Italia’s Got Talent è l’unico talent show che guardo, perché è aperto a diverse discipline e talvolta ci sono delle esibizioni che mi lasciano senza fiato proprio! 😀

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Sandra

Nov 12, 2021 at 1:52 PM

Eccoci qua, nella mia pausa pranzo.
Al solito Barbara va nel del profondo delle considerazioni prendendo spunto dai fatti.
Il talento, le idee, certo, o ci sono o non ci sono, ma tutti noi abbiamo letto romanzi dove una teorica ottima idea non è stata sviluppata in maniera adeguata, la storia non è decollata, e tutto diventa la classica occasione sprecata. Un vero peccato.
Il capolavoro è figlio del guizzo che si chiama genio, il contorno ha il suo peso.

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Barbara Businaro

Nov 13, 2021 at 12:26 AM

Qui il grosso del lavoro l’ha fatto Andrew Stanton con la sua conferenza, io ho voluto riprenderlo passo passo e separare per punti le idee che lui ha disseminato qua e là nel suo discorso, come se fossero quisquilie.
Che a leggerle o ascoltarle sembrano ovvietà, ma nella pratica poi ce le dimentichiamo.
E tanto per dire la differenza tra idee e guizzo, ieri sera girovagando per YouTube ho scoperto un altro dei corti della Pixar, animazioni di pochi minuti che rappresentano però storie sempre molto profonde. Si chiama Purl ed è la storia di un gomitolo di lana che viene assunta (è femminile nel cortometraggio) per lavorare in un ufficio maschile e maschilista. Dico: un gomitolo di lana! Come diamine gli è venuto in mente?!! 😀

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