Colazione da Tiffany di Truman Capote. Il libro dietro al celebre film.

Colazione da Tiffany di Truman Capote
Il romanzo dietro al celebre film

Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito.
Colazione da Tiffany, Truman Capote

Questo post è rimasto sospeso per un po’, subissato da altre continue urgenze, ma la lettura di questo libro risale agli inizi dell’estate. La scoperta della sua esistenza, come romanzo prima del famoso film vincitore di due premi Oscar, avvenuta solo qualche mese prima, quando due incredibili occhi azzurri maschili mi hanno incatenato allo schermo.

Stavano pubblicizzando la messa in onda di Colazione da Tiffany su un canale minore, di lì a una settimana, e mi soffermavo sempre sulla figura elegante di Audrey Hepburn, senza ricordarmi granché della storia. Mi colpì però lo sguardo magnetico del coprotagonista che osservava la sua dama nella scena, ma nella fattispecie stava proprio scrutando me. Dove avevo già visto quegli occhi? Dove accidenti li avevo già visti? Niente, non riuscivo a rintracciarli nella mia memoria.
Per caso una sera, subito dopo il passaggio di quello spot televisivo, scorrevo i diversi canali in cerca di qualcosa su cui fermare la mia attenzione e all’improvviso mi sono ritrovata davanti gli stessi identici occhi, con qualche ruga in più di contorno all’iride, i capelli oramai completamente candidi e un sigaro tra la mano inguantata di pelle nera. Non è possibile, è davvero lui?!

Wikipedia ha confermato subito la mia intuizione: l’attore George Peppard, che conoscevo per il mitico telefilm A-Team degli anni ’80, uno dei miei preferiti nella mia adolescenza, era stato niente meno una delle figure principali in una pellicola iconica quale Colazione da Tiffany, agli inizi della sua carriera. Avevo riconosciuto non solo gli occhi, ma la stessa espressione seria, un po’ imbronciata, sebbene non ero riuscita a darne collocazione.

Avevo certamente già visto quel film molti anni addietro, perché adoro lo stile di Audrey Hepburn, quel suo charme naturale senza bisogno di alcun artificio femminile. Il mio preferito resta Sabrina a fianco di Humphrey Bogart. Mentre di Colazione da Tiffany non ricordavo nulla della trama e ho avuto voglia di gustarmelo sul serio.
Avevo anche letto dell’ultima polemica scoppiata intorno alla celebre pellicola, per la presenza del personaggio cinese, il fotografo di modelle Mr. Yunioshi, uno stereotipo giudicato razzista dalla comunità asiatica americana, peggio ancora perché interpretato dall’attore Mickey Rooney camuffato nei lineamenti (Fonte: Il Giornale)

Così quella sera mi sono immersa in atmosfere senza tempo, con una stranissima protagonista, appariscente, lunatica ed eccentrica, ma proprio queste caratteristiche l’hanno resa unica. A George Peppard era per altro affidato il ruolo dello scrittore Paul Varjak, giovane esordiente in cerca di fama e gloria. Questo me l’ha reso terribilmente ancora più simpatico. 😉
Ma l’illuminazione improvvisa arrivò in quel “based on the novel by Truman Capote” proprio nella scena d’apertura. Oh caspita! E’ un romanzo, davvero?! Dovevo assolutamente immergermi in quelle parole.
Il nome di Truman Capote non mi era nuovo, solo che l’avevo associato ad altro genere di storie, confuso con chissà quale altro autore americano. Credevo scrivesse romanzi impegnati, indagini misteriose, affreschi della propria epoca, mentre Colazione da Tiffany al cinema era una commedia romantica. Come poteva essermi sfuggito?
La celebrazione del film ha probabilmente oscurato al mercato l’esistenza del libro. Complice anche l’abuso della parola “Tiffany” in titoli di altri romanzetti, giusto per rientrare facilmente nelle ricerche e vincere l’acquisto facile dei lettori confusi.

Ho cercato subito quella sera stessa il cartaceo del romanzo, ma di una cosa ero certa: volevo lei in copertina, non poteva esserci nient’altro che lei, Audrey Hepburn in tubino nero e occhiali scuri. Volevo ospitarla nella mia libreria.
Quelle scarpe col tacco e plateau sollevate in aria, contrapposte ai cieli grigi di New York, un’immagine alquanto cupa, nell’edizione 2019 di Colazione da Tiffany di Garzanti non mi dice proprio nulla. Molto meglio la precedente versione 2007 di Colazione da Tiffany di Garzanti, dove lo sfondo azzurro e le scritte in giallo fanno risaltare la fisionomia elegante di Audrey Hepburn, nel famoso tubino nero, le perle al collo, il lungo bocchino da sigaretta e uno sguardo scintillante. Purtroppo però non si trovava nei soliti canali di acquisto.

Altre copertine sembrano un po’ raffazzonate, come la protagonista seduta su uno sgabello, sulle gambe il suo gatto senza nome, nell’immagine dell’edizione Garzanti Elefanti del 2005. Per non parlare degli occhi di Audrey Hepburn sotto il cappello, più spaventati che incuriositi, nella versione 2018 di Colazione da Tiffany sempre di Garzanti, che non rispecchiano per quel che mi riguarda l’essenza del romanzo. Volevo lei, ma nella sua forma più pura.

L’ho trovata al negozio Libraccio di Milano, quello che mostra la propria vetrina ai Navigli, nell’occasione di una bella gita in primavera, in compagnia di due amiche autrici eccezionali. Una scorribanda in libreria, con una lunga lista di titoli inafferrabili. Ma è il caso di dire che il libro ha trovato me: era in fondo al lungo elenco, ho chiesto quasi certa di una risposta negativa. “E’ appena arrivato, eccolo qua…” preso proprio dallo scatolone. Mi stava aspettando. Un’edizione del giugno 1997 di TEA, col prezzo ancora in lire!

Ma quando ho cominciato a leggere, già alle primissime pagine ho capito che il finale, ahimè, non sarebbe stato lo stesso del film. E la mia curiosità cresceva ancora di più…

“Che cosa fate voi qui, tutto il giorno?”
Con un cenno del capo, indicai un tavolo carico di libri e di carte. “Scrivo”.
“Credevo che gli scrittori fossero vecchissimi. Saroyan non è vecchio, lo so. L’ho conosciuto a una festa, e non è affatto vecchio. Anzi, ” continuò, meditabonda, ” se si fosse fatto meglio la barba… a proposito, è vecchio Hemingway?”
“Sulla quarantina, credo.”
“Non c’è male. Un uomo comincia a eccitarmi solo quando ha quarantadue anni. Conosco una idiota di ragazza che continua a ripetermi che dovrei andare da uno psicanalista; secondo lei, ho il complesso del padre. Il che è merde. Mi sono semplicemente allenata ad apprezzare gli uomini anziani, ed è stata la cosa più intelligente che abbia mai fatto. […]Ditemi, siete un vero scrittore, voi?”
“Dipende da quello che intendete per “vero”.”
“Be’, tesoro, c’è qualcuno che compera quello che scrivete?”
“Non ancora.”

George Peppard - Colazione da Tiffany - A-Team
George Peppard – Colazione da Tiffany – A-Team

Truman Capote
giovane scrittore a New York

A leggere le varie biografie, ci si rende subito conto che Truman Capote era un piccolo genio. Nato nel 1924 come Truman Streckfus Persons, ma preso il cognome di Capote dal patrigno per fargli un dispetto, dato che non lo sopportava, aveva cominciato a scrivere prestissimo. Aveva scoperto questa sua vocazione per la scrittura a soli otto anni e la portò avanti tenacemente per tutta l’infanzia, forse anche per combattere la solitudine dovuta al divorzio dei genitori, alla lunga assenza della madre, che lo lasciò presso i suoi parenti in Alabama, e diversi trasferimenti per raggiungerla.

Da bambino solitario, Capote imparò a leggere e scrivere prima di iniziare il primo anno di scuola e all’età di cinque anni veniva spesso visto portare con sé il dizionario e il blocco note. Qualche anno dopo iniziò a scrivere narrativa, come lui stesso raccontò in un’intervista: “Scrivevo in modo davvero serio quando avevo circa undici anni. Dico seriamente nel senso che, come gli altri ragazzi, vanno a casa e si esercitano con il violino o il pianoforte o qualsiasi altra cosa, io andavo a casa da scuola tutti i giorni e scrivevo per circa tre ore. Ne ero ossessionato.”

Del resto nella piccola cittadina di Monroeville, Truman Capote poteva godere della compagnia di una vicina di casa davvero illustre, la scrittrice Harper Lee. La loro amicizia durò per tutta la vita, tanto che nel celebre romanzo Il buio oltre la siepe Harper Lee modella probabilmente la caratterizzazione del bambino Dill proprio sul piccolo Truman Capote.
Dopo diversi traslochi per seguire la madre, giunse nuovamente a New York nel 1942 e lì Capote cominciò a lavorare come copista nel dipartimento artistico del giornale New Yorker, lavoro che mantenne per due anni, prima di essere licenziato per aver fatto arrabbiare il poeta Robert Frost. Si era presentato a un convegno come giornalista del New Yorker, invece che semplice copista. Di quegli anni ricorderà in seguito: “Non è stato un lavoro grandioso, poiché tutto ciò che richiedeva era ordinare cartoni animati e ritagliare giornali. Tuttavia, sono stato fortunato ad averlo, soprattutto perché ero determinato a non mettere mai piede come studente all’interno di un’università. Sentivo che uno era o non era uno scrittore, e nessuna combinazione di professori poteva influenzare quel risultato. Penso ancora di aver avuto ragione, almeno nel mio caso.”

Il successo di critica per uno dei suoi racconti, “Miriam” pubblicato nel 1945 in una rivista femminile, attirò l’attenzione del mondo editoriale, diventando un contratto con la Random House per scrivere un romanzo. Altre voci, altre stanze nel 1948 entrò subito nella lista dei bestseller del New York Times e vi rimase per nove settimane, vendendo più di 26.000 copie. La promozione e le polemiche che circondarono questo romanzo, con un’ambigua fotografia sul retro della copertina, catapultarono definitivamente Capote verso la fama, a soli 21 anni.

Nel 1958, dopo altri racconti, lavori teatrali e cinematografici, uscì il suo secondo romanzo, il più celebre ad oggi, Colazione da Tiffany, segnando un cambio nella sua scrittura: “Penso di aver avuto due carriere. Una era la carriera del precoce, del giovane che pubblicò una serie di libri davvero notevoli. Adesso riesco anche a leggerli e valutarli positivamente, come se fossero l’opera di uno sconosciuto… La mia seconda carriera è iniziata, immagino sia iniziata davvero, con Colazione da Tiffany. Implica un punto di vista diverso, uno stile di prosa diverso in una certa misura. In realtà, lo stile di prosa è un’evoluzione dall’uno all’altro: una potatura e un diradamento verso una prosa più sommessa e più chiara. Non lo trovo così evocativo, sotto molti aspetti, come l’altro, e nemmeno così originale, ma è più difficile da realizzare. Ma non sono neanche lontanamente vicino a raggiungere ciò che voglio fare, dove voglio andare. Presumibilmente questo nuovo libro è quanto di più vicino potrò ottenere, almeno strategicamente.”

Interessante anche la prefazione di Paolo Cognetti alla nuova edizione Garzanti del 2019 di Colazione da Tiffany che riscontra una familiarità tra la protagonista Holly Golightly e la madre di Truman Capote stesso.

Un’infanzia popolata di donne, zie, cugine, governanti, amiche bambine, ma niente madri. La sua, di madre, si chiamava Lillie Mae Faulk. Poco dopo il matrimonio aveva piantato il marito a New Orleans e affidato il bambino ai parenti, ed era andata a cercar fortuna a New York. Così, mentre Truman cresceva nel piccolo mondo incantato di Monroeville, Alabama, su al Nord Lillie Mae cambiava nome in Nina, si guadagnava da vivere chissà come, non scopriva la città delle mille luci ma quella buia e piegata dalla Grande Depressione, infine si risposava con un uomo d’affari cubano dal nome di José Garcia Capote. Affari in stoffe, a quanto pare, ma non del tuto puliti, se a un certo punto lo sposo venne arrestato e incarcerato a Sing Sing, dove la giovane moglie ogni tanto andava a trovarlo. Sembra di rileggere Colazione da Tiffany in controluce. Sono molte le somiglianze tra questa nuova Nina Capote e Lula Mae Barnes, detta Holly Golightly: tranne il figlio che Holly non aveva e Nina sì, e che una volta sistemata fece trasferire a New York.

Così secondo Paolo Cognetti, con un po’ di azzardo, possiamo intravvedere proprio nel romanzo, in quell’amicizia tra Holly Golightly e il premuroso vicino di casa, il narratore della storia, lo stesso rapporto tra la madre Nina Capote e il giovanissimo Truman, anche lui scrittore in divenire proprio negli anni di convivenza nella fulgida New York. Un azzardo romantico per noi lettori, però ci rincuora pensare all’omaggio dello scrittore alla figura coraggiosa e fragile della propria madre.

Colazione da Tiffany
Il romanzo

“Perché in transito?”
“Sul mio biglietto da visita?” domandò, sconcertata. “Vi pare buffo?”
“Non buffo. Provocante.”
Si strinse nelle spalle. “Dopo tutto, come faccio a sapere dove sarò domani? Così, ho detto che scrivessero in transito. In ogni modo, ho buttato via i soldi quando ho ordinato quei biglietti da visita. Ma sentivo che, come minimo, dovevo comperare una cosa, anche piccola. Sono di Tiffany.”

Siamo nella scintillante New York dei primi anni ’40, dove il Martini scorre a fiumi dalle sette di sera fino alle cinque del mattino, e potete godere della vivace compagnia della signorina Holiday “Holly” Golightly, attrice mancata, regina dei locali alla moda ed eterna bambina. Leggera ed elegante, quel naso all’insù e l’aria un po’ imbronciata, Holly balla per strada a qualsiasi ora, riceve sacchi di lettere dai militari, consola i carcerati per mafia a Sing Sing e spezza i cuori di vecchi playboy miliardari. La sua vita è un susseguirsi incalzante di feste, equivoci, malinconie e fughe precipitose nel mondo perfetto e confortante di Tiffany, il lussuoso negozio di gioielli, alle cui vetrine ancora chiuse le piace fare colazione. Il suo sogno è trovare un luogo, da qualche parte, dove sentirsi in pace con se stessa e con le sue poche cose, ricongiungersi col fratello Fred partito per la guerra, non essere più “in transito”, quasi in fuga da un’esistenza ad un’altra.

Che tipo sia questa signorina Golightly, ce lo racconta il nostro narratore, lo scrittore Paul Varjak, suo nuovo vicino di casa nell’edificio di pietra grigia nella Settantesima Est di New York. Incuriosito da questa affascinante e bizzarra ragazza, finisce per seguirne i movimenti.

Non ci eravamo mai presentati, naturalmente. Spesso, sulle scale o in strada, ci trovavamo a faccia a faccia, ma sembrava che lei non mi vedesse. Portava sempre gli occhiali neri, era sempre in perfetto ordine, c’era un innato buon gusto nella semplicità dei suoi abiti, nei grigi, negli azzurri, nell’opacità dei tessuti che la faceva brillare di luce propria. La si sarebbe potuta scambiare per una modella fotografica, magari per una giovane attrice, solo che, a giudicare dagli orari, era evidente che non aveva tempo di essere né l’una né l’altra cosa.

Era ancora sulle scale, ora aveva raggiunto il mezzanino, e i colori chiassosi dei suoi capelli da ragazzino, a ciocche fulve, venate di biondo albino e di giallo, riflettevano la luce della lampada. Era una sera calda, quasi estiva, lei indossava un abito nero, aderente e fresco, portava sandali neri e una collana di perle. Nonostante la sue elegante snellezza, aveva l’aria sana di chi vive di latte e di burro e si lava con l’acqua e il sapone. Aveva le guance d’un rosa acceso, la bocca grande, il naso all’insù. Un paio di occhiali neri le cancellava gli occhi. Aveva un viso che, pur avendo superato la fanciullezza, non era ancora quello di una donna. Pensai che poteva avere qualsiasi età fra i sedici e i trenta; come scopersi in seguito mancavano due mesi al suo diciannovesimo compleanno.

Osservando il cestino dei rifiuti davanti alla sua porta, scoprii che le sue normali letture consistevano in giornali scandalistici, volantini di viaggio e oroscopi, che fumava strane sigaretta di nome Picayune, che si nutriva a base di ricotta e melba toast; che i suoi capelli multicolori avevano, in un certo senso, un’origine volontaria. La stessa fonte mi rivelò che la signorina riceveva lettere di militari a sacchi. Erano sempre strappate a strisce, come segnalibri. Qualche volta, mentre passavo, prelevavo un segnalibro. “Ricordo, la tua mancanza, pioggia, ti prego di scrivere, accidenti” e “maledizione” erano le parole che ricorrevano più di frequente, insieme a “solitario” e “amore”.

Inoltre la signorina aveva un gatto, e suonava la chitarra. Nei giorni in cui il sole picchiava forte si lavava i capelli, poi, assieme al gatto, un maschio rosso tigrato, si metteva a sedere sulla scala di soccorso a pizzicare la chitarra mentre i capelli asciugavano. Ogni volta che sentivo la musica, andavo a mettermi in silenzio accanto alla finestra. Suonava molto bene, e qualche volta cantava. Cantava con il timbro rauco, incerto di un adolescente.

Holly Golightly e il giovane Paul, che per buona parte della storia lei chiamerà Fred, come il fratello in guerra, diventeranno amici, forse anche qualcosa di più, almeno nei sentimenti di lui. Intorno alla ragazza ruotano personaggi bizzarri, quasi la rendono “normale” per contrapposizione: Sally Tomato, paterno gangster ospite del penitenziario di Sing Sing che la riceve ogni giovedì solo per darle delle curiose previsioni del tempo; O.J. Berman, potente agente dei produttori di Hollywood che si è visto fuggire questa pupilla proprio prima del provino, svolta della sua carriera nel cinema; il “vecchio ragazzo” Rusty Trawler, erede impacciato ma miliardario di una ricchezza sconfinata, un futuro su cui investire; Joe Bell, proprietario del bar dove Holly usava il telefono, bravissimo a trasmettere messaggi e suo timido innamorato.

Ma per tutto il romanzo viene un po’ da chiedersi con quale lavoro si mantenga questa signorina Holiday Golightly. Quando dichiara candidamente al nuovo vicino di casa Paul di guadagnare bene “andando alla toletta”, dato che “qualsiasi gentiluomo con un minimo di chic vi darà un cinquanta per la custode del gabinetto, e io chiedo sempre anche i soldi per il taxi, che fa un altro cinquanta”. Anche più avanti, quando regalerà all’amico Paul una meravigliosa uccelliera da trecentocinquanta dollari, di fronte allo stupore di lui per il prezzo, Holly risponderà solo con “qualche passeggiatina extra alla toletta”. Un sospetto sulla sua attività viene anche dalle parole che le rivolge Madame Spanella, altra vicina di casa, giudicandola prima “moralmente riprovevole” e poi alla fine dandole apertamente della prostituta.

Confrontandoci ai nostri tempi moderni, possiamo dire che la signorina Holiday Golightly era una escort di lusso, non una prostituta, così come dichiarato anche dallo stesso Truman Capote: “Holly Golightly non era esattamente una squillo. Non aveva un lavoro, ma accompagnava gli uomini ricchi nei migliori ristoranti e night club, con l’intesa che il suo accompagnatore era obbligato a farle un qualche tipo di regalo, forse gioielli o un assegno… se ne aveva voglia, poteva portarsi a casa il suo accompagnatore per la notte.” (Fonte: New Yorker)

Per altro nel romanzo, a differenza del film, a un certo punto Holly decide di condividere le spese del proprio appartamento con l’attrice Mag Wildword, subito dopo aver chiesto a Paul se per caso non conoscesse qualche simpatica lesbica, perché è lei è alquanto disorganizzata e non può permettersi una domestica, ma “le sporcaccione sono meravigliose donne di casa”. La signorina Holiday Golightly se ne frega apertamente della morale puritana, e un po’ ci gioca per interesse, tra le pagine non è del tutto escluso un rapporto con la compagna di stanza. Ma quello che cerca davvero Holly è la libertà, la libertà totale, la libertà di essere se stessa, la libertà di amare, la libertà di scappare se necessario, e la libertà di tornare.

Stava ancora coccolando il gatto. “Povero impiastro,” disse, grattandogli la testa, “povero impiastro senza nome. E’ una piccola seccatura, il fatto che non abbia un nome. Ma io non ho il diritto di darglielo, dovrà aspettare fino a quando non apparterrà a qualcuno. Ci siamo incontrati un giorno per caso vicino al fiume, non apparteniamo l’uno all’altra; e lui è indipendente, come me. Non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto dove io e le cose faremo un tutto unico. Non so ancora precisamente dove sarà. Ma so com’è.”

“Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell,” lo ammonì Holly. “E’ stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto selvatico adulto con una zampa rotta. Ma non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo.”

Solo a metà del romanzo, quando Paul Varjak sarà fermato da un uomo misterioso, sulla cinquantina, viso duro e segnato dalle intemperie del Sud, piantonato dal pomeriggio fuori dall’edificio in pietra grigia, si scopriranno le origini della signorina Holiday Golightly, la piccola Lulamae Barnes. Non voglio rovinarvi la lettura o la visione del film, che in questo punto è fedele, ma è proprio lì che si afferra l’essenza della nostra protagonista.

“Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?”
“Cioè, la melanconia?”
“No,” disse, lentamente. “La melanconia viene perché si diventa grassi, o perché piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa. […]
Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E’ una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo.”

 

Colazione da Tiffany
Il film

Nel 1961 uscì al cinema Colazione da Tiffany per la regia di Blake Edwards, con Audrey Hepburn nei panni della signorina Holiday Golightly e George Peppard in quelli di Paul Varjak. La produzione cinematografica non segue strettamente la trama del romanzo: la sceneggiatura fu curata da George Axelrod, che modificò ampiamente la storia originale per adattarla ai canoni della commedia e soprattutto alle convenzioni morali del tempo. Truman Capote non fu per nulla soddisfatto del rimaneggiamento, accusando la Paramount di non essere stata trasparente in questo durante la cessione dei diritti, e nemmeno della scelta della Hepburn come protagonista, dato che lo scrittore aveva creato il suo personaggio sulla figura di Marilyn Monroe.

Mentre nel romanzo Paul Varjak è il narratore in prima persona della storia, ma rimane sempre in secondo piano mentre segue le vicende della signorina Golightly, nel film diventa coprotagonista a tutti gli effetti. Lo troviamo che ha appena traslocato nel suo nuovo appartamento nell’Upper East Side, mantenuto dalla sua facoltosa amante, la signora Failenson, che lui presenta come la sua “arredatrice”. Questa relazione clandestina è completamente assente nel libro, il personaggio è stato inventato per il cinema, sembra quasi per equilibrare le vite dei due protagonisti.

Dall’altra parte il ruolo della modella Mag Wildwood è stato ridimensionato: nel film compare solo durante l’affollato party all’interno del minuscolo appartamento di Holly, dove finisce a terra stesa dall’eccesso di alcool. Del tutto cancellata la sua convivenza con la stessa Holly, presente per un terzo del romanzo, dove Truman Capote lascia quasi intendere una relazione tra le due ragazze e allude alla bisessualità della signorina Golightly. Anche le frequentazioni maschili di Holly nella pellicola vengono smorzate nei toni, come se fosse più intenta a organizzare eventi mondani che occuparsi di “passeggiatine alla toletta”.

Cancellato dalla sceneggiatura il personaggio del barista Joe Bell, da sempre innamorato della ragazza, proprietario del locale all’angolo della Lexington Avenue, dove si svolgono alcune scene importanti della trama del romanzo: è proprio Joe Bell nelle prime pagine del libro a rintracciare Paul Varjak per informarlo di alcune notizie sulla loro amica comune, così come è da quel bar che la signorina Holiday Golightly raccoglie le sue poche cose, in partenza per un futuro incerto in Brasile.

Ma la differenza sostanziale è proprio il finale. Romanzo e film vanno infatti in direzioni contrapposte.
Mentre le pagine del libro sono intrise di malinconia, pur lasciando spazio alla speranza e all’immaginazione, la pellicola ha riscritto la storia con un favoloso happy end, quando la signorina Holiday Golightly capisce che l’unica gabbia è quella che ha costruita lei stessa intorno a sè.
L’unico a cui è veramente importato di dare un nome a quel gatto spaventato e trovargli una casa, l’unico ad aver scorto la pura bellezza di quel giovane cuore martoriato di Holly, è proprio Paul Varjak, che non può offrirle null’altro che un solido abbraccio dove trovare riparo dalla pioggia della vita. E l’unico oggetto prezioso tra loro è un anello trovato dentro le noccioline e fatto incidere addirittura da Tiffany.

Proprio questa scena, la più bella del film a mio avviso, girata proprio all’interno del negozio di Tiffany all’epoca, purtroppo nel romanzo non c’è. Ero curiosa di leggerla nelle parole originali, invece è stata creata appositamente per la pellicola, e se devo esser sincera, è perfetta. Superlativo quel commesso di Tiffany, per l’eleganza di fronte alla richiesta di un acquisto, non in una gioielleria qualsiasi ma Tiffany, per soli dieci dollari! 😀

 

Avete mai letto questo romanzo?

Sto dando per scontato che conosciate la trasposizione cinematografica e meno le parole del romanzo di Truman Capote.
Come mai il film ha oscurato quasi completamente il romanzo, almeno per la mia generazione e le successive?
Per l’interpretazione iconica di Audrey Hepburn sicuramente. Ci fosse stata un’altra attrice al suo posto, con una bellezza meno elegante e una recitazione meno incisiva, ci saremmo dimenticati la pellicola in un cassetto.
Nonostante le loro differenze, ho apprezzato però tanto il film quanto il libro. Ognuno di loro ha un significato profondo. Forse solo per il finale, perché sono un’irriducibile romantica, preferisco la storia al cinema. 😉

“Allora,” domandò, “che ne pensate? Lo è o non lo è?”
“Che cosa non è?”
“Una montatura.”
“Non ci ho mai pensato.”
“Avete torto. E’ una montatura. Ma, in un altro senso, avete ragione. Non è una montatura perché è una montatura autentica. E’ convinta di tutte le idiozie in cui crede. Impossibile dissuaderla. Io ci ho provato, con le lacrime agli occhi. […] Non si può cavarle di testa quelle idee.” Strinse il pugno, come per stritolare qualcosa di intangibile. “Provateci, qualche volta. Fatevi dire da lei qualcuna delle cose in cui crede. E intendiamoci bene,” continuò, “mi è simpatica, la ragazzina. E’ simpatica a tutti, ma c’è anche moltissima gente che non la può sopportare. A me è simpatica. E’ simpatica davvero, la ragazzina. Sono sensibile, io, ecco perché. Bisogna essere sensibili per apprezzarla, bisogna avere una vena di poeta.”
Colazione da Tiffany, Truman Capote

 

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Comments (19)

Stefano Franzato

Ott 23, 2023 at 8:56 AM Reply

Io sapevo dell’esistena del romanzo. E come non avrei saputo? Essendo laureato in Lingue e Lettrature Straniere con un annuale di Letteratura Angloamericana. Anche se Truman Capote è più noto per il suo “A sangue freddo” il primo romanzo verità basato su un fattaccio realmente avvenuto. Avrà emuli in Carrère. L’ho comprato molto empo fa in originale ma devo ancora leggerlo. Mi ha colpito il cognome dela protagonista Golightly sorta di nome-spia perché potrebbe venir tadotto con va leggero nel senso di prendi la vita con leggerezza e spensieratezza come mostra di fare la Holly nel film.

Barbara Businaro

Ott 23, 2023 at 7:46 PM Reply

Eh si Stefano, tu non avevi scusanti per non conoscere Truman Capote e la sua produzione. 😀
Ma quando ho pubblicato su Instagram e Facebook la foto del libro appena acquistato, è stato tutto un coro di “non sapevo fosse un romanzo!” Un po’ mi sono sentita meno sola, e un po’ mi sono chiesta come mai il film abbia così oscurato il romanzo.
Non solo Golightly, Go – lightly, andare con leggerezza, ma anche Holiday (da cui Holly), come vacanza. E in effetti questa Holly sembra perennemente in vacanza, senza preoccupazioni di sorta. Un nome d’arte il suo, nella trama se l’è scelto lei, visto che poi alla fine si scoprirà che il suo vero nome è invece Lula Mae Barnes (e notare quel “Lula Mae” così vicino a “Lillie Mae”, il nome della madre di Capote).

paola

Ott 23, 2023 at 10:52 AM Reply

Allora, ho letto il libro e lo so perchè sono andata a cercarlo e l’ho trovato nella mia biblioteca ma non perchè lo ricordassi.
Ho visto il film decenni fa, so la trama per sommi capi ma nemmeno questo lo rammento bene. Ovviamente dopo questo tuo articolo devo assolutamente rileggere libro e riguardare il film con occhio più critico. Solo dopo quindi potrò fare un confronto. Li metto entrambi in lista dato che ho tanto da leggere prima.

Barbara Businaro

Ott 23, 2023 at 7:47 PM Reply

Sì, per cogliere le peculiarità tanto del romanzo quanto del film vanno confrontati a breve distanza di tempo. Altrimenti resta la figura iconica di Audrey Hepburn che, e qui posso comprendere l’insoddisfazione dell’autore, offusca completamente la trama.
Ti aspetterò, quando sarà, per le tue riflessioni post lettura e post visione. 🙂

Daniela Bino

Ott 23, 2023 at 12:00 PM Reply

Sapessi quanto ho amato questo film e non ho mai pensato (questo è vergognoso da parte mia!) di leggerne il romanzo. Audrey Hepburn e George Peppard sono stati impagabili in questa interpretazione, che mi vedeva sempre più coinvolta nell’originalità della trama. E così, non appena viene ritrasmesso, questo film mi dona una serata piacevole e, strano a dirsi, mi riserva ogni volta qualcosa di nuovo. Tutto è ben fatto. E che dire di “Moon river”? Non trovi che sia piacevolmente struggente? “Wider than a mile, I’m crossing you with style one day. Oh, dream maker, you heart breaker…”.

Barbara Businaro

Ott 23, 2023 at 7:47 PM Reply

Non ti resta che leggere il libro allora! E’ comunque un romanzo breve, lo si legge in una settimana lavorativa, anche in pochi giorni di relax. A parte la sottoscritta che si ricopiava i paragrafi salienti e li ricercava nelle scene del film… 😀

Sandra

Ott 23, 2023 at 2:04 PM Reply

Grazie davvero di cuore per l’appellativo “amica autrice eccezionale”, eh sì, ero io una delle due. Quel Libraccio riserva sempre scoperte pazzesche, ci torno sempre molto volentieri e sono stata assai felice quando tu hai trovato questo libro, ricordo la tua lista da spuntare tra gli scaffali, coi minuti che correvano inesorabili verso i treni del rientro.
E veniamo ai punti dolenti, ehm ehm non ho visto il film!
Certo che nella foto lassù con quegli occhi è un figo da urlo!
Spiace sempre quando ci sono discrepanze importanti tra libro e film come quelle che evidenzi soprattutto nel finale, comunque anche con questa mia mega lacuna, mi sento di dire che Colazione da Tiffany E’ Audrey Hepburn ineguagliabile icona che trascende se stessa e rimane lì fissa nell’immaginario di tutti, come eleganza se la gioca con Jackie Kennedy e Grace Kelly direi.

Barbara Businaro

Ott 23, 2023 at 7:48 PM Reply

E ricordi anche la mia faccia quando me l’hanno dato tra le mani?! E continuavo a dire “Ma non ci credooooo!!” 😀
Allora devi assolutamente recuperare il film, almeno quello va visto, assolutamente, non puoi lasciarti scappare quegli occhi blu!
Poi per il romanzo ci sarà tempo. Anzi, secondo me il libro lo trovi facilmente prenotabile in biblioteca, non credo abbia una lunga coda in attesa.

Giulia Mancini

Ott 24, 2023 at 6:40 AM Reply

Non ho letto il romanzo, ma ho visto il film, bellissima la scena dell’anellini da Tiffany, forse il film dovrei rivederlo per rispolverare la mia memoria. Da quello che racconti sul romanzo direi che c’è senz’altro qualcosa della vita di Truman Capote dentro la storia, però succede spesso che gli autori si ispirino a figure della propria vita, c’è sempre un pezzo di realtà condito dalla fantasia e creatività. Molte volte leggendo le biografie di scrittori di cui avevo letto i romanzi ho trovato delle similitudini tra la loro vita e parti e personaggi del romanzo. Mi hai incuriosito e mi piacerebbe leggere il romanzo in un prossimo futuro.

Barbara Businaro

Ott 24, 2023 at 3:45 PM Reply

Considerata anche la vita eccentrica dello stesso Truman Capote, non mi stupirei nemmeno se qualcuno degli episodi della signorina Holiday Golightly nel romanzo non sia tratto dal suo personale. Le feste affollate, le valigie mai svuotate, il gatto senza nome, la libertà di amare qualsiasi cosa, pure un cavallo.
Se mai leggerai il romanzo però credo sentirai la differenza nel tono rispetto al film: mentre quella di Audrey Hepburn è una commedia romantica, tra le pagine è la malinconia la padrona assoluta.

Andrea Cabassi

Ott 30, 2023 at 6:19 PM Reply

Hai visto il film “Capote” del 2005?

Barbara Businaro

Nov 01, 2023 at 11:38 AM Reply

Ancora no. Sono indecisa se leggere prima il romanzo di Capote e poi vedere il film (Philip Seymour Hoffman, già dal trailer, è iconico!)

Andrea Cabassi

Nov 02, 2023 at 2:44 PM

PSH immenso, chettelodicoaffà. In effetti io lessi prima il libro, quindi…

Barbara Businaro

Nov 03, 2023 at 11:30 AM

Probabilmente è proprio A sangue freddo quel romanzo di cui lessi qualche recensione e mi fece associare Truman Capote a un certo tipo di letteratura, ben lontana dalla frivolezza di Colazione da Tiffany. Intanto l’ho messo in lista, vedremo. 😉

Luz

Ott 25, 2023 at 7:52 PM Reply

Mi hai spalancato le porte su un ricordo carissimo. È un film che conoscevo a memoria, uno dei miei preferiti ancora oggi. Quando lo vidi per la prima volta dovevo essere una bambina, poi continuai a vederne le repliche per ritrovare ogni volta quelle magnifiche atmosfere. E sì che avevo una vera e propria passione per la Hollywood fra gli anni ’50 e ’70. Negli anni Ottanta fra infanzia e adolescenza guardai davvero tutto, mi feci una mia idea sul panorama della commedia brillante e sui film drammatici (voglio dedicare un post prima o poi).
Sì, questo celebre film è tratto da uno dei romanzi di uno dei più grandi scrittori americani del ‘900. Non l’ho mai letto, sapevo che il finale fu modificato e direi che la sceneggiatura, benché Capote ne fosse insoddisfatto, cast compreso, è invece perfetta. Così come la regia. Questo è uno di quei film che mi fa partire una malinconia profonda, un rimpianto di quel passato fatto di copertina e tv assieme a mia madre, mia zia, grandi appassionate di quel cinema.
Conoscevo anche George Peppard, che apprezzai moltissimo anche in un film che ti consiglio: L’uomo che non sapeva amare. Il suo talento è innegabile, perché rispetto al Paul di Colazione da Tiffany è davvero, e in maniera impressionante, un altro personaggio. Barbara, recupera tutto il possibile! Ti consiglio film come La valle dell’Eden e Il gigante, ma anche una chicca come L’albero della vita, struggente. Io ho voglia di rivedermeli tutti. 🙂

Luz

Ott 25, 2023 at 7:56 PM Reply

Rettifico: Lo specchio della vita, del ’57.
Poi ti consiglio tutti i film con Debbie Reynolds e con Sandra Dee (deliziose “fidanzatine d’America). Un altro bellissimo è Madame X. Poi tutti i film di Hitchcook, ma proprio tutti (il mio preferito La finestra sul cortile).
Poi ancora il simpaticissimo A qualcuno piace caldo. Sabrina che hai citato, e poi Scandalo al sole.
Me ne verrano in mente molti altri. 🙂

Barbara Businaro

Ott 26, 2023 at 10:45 PM Reply

Caspita Luz, anche tu mi hai smosso ricordi dell’infanzia e prima adolescenza! 😀
Quand’ero bambina infatti, adoravo i film in bianco e nero, le commedie romantiche dall’America, come pure quelle con “riccioli d’oro” Shirley Temple.
Dunque, L’uomo che non sapeva amare non lo ricordo, ma alcune scene viste su YouTube ora non mi sono nuove, e sì, non sembra lui, non l’avrei riconosciuto. La valle dell’Eden e Il gigante, questi con James Dean, li ho visti, perché ero curiosa su come quest’altro attore fosse riuscito a creare un mito in così poco tempo (per altro, non riesco a capirne il fascino… mi ha intrigato molto di più George Peppard!) Lo specchio della vita invece mi manca, la trama non mi dice niente, da recuperare.
E le fidanzatine d’America, la mia preferita Sandra Dee su tutte. Il mio preferito dei suoi Una sposa per due (che ricordo di più per il titolo originale: If a Man Answers), che devi assolutamente vedere se non lo conosci già. Qui Sandra Dee, novella sposa, viene istruita dalla madre, di origini francesi (ovvero molto sexy, nello stereotipo d’allora), su come mantenere vivo il matrimonio: addestrare i mariti come si fa con i cani, e le presta addirittura un manuale illustrato! Ricordo che guardavo il film, riconoscevo alcune dinamiche matrimoniali dei miei genitori, e chiedevo a mia madre dove teneva nascosto il libricino per i cani. 😀
Madame X credo mi manchi. Mentre di Hitchcock ne ho visti buona parte, soprattutto il famoso The birds – Gli uccelli, che però non ho capito, non mi ha spaventato affatto. Molto meglio La finestra sul cortile, concordo!
A qualcuno piace caldo e Scandalo al sole visti, e come dimenticare sempre Audrey Hepburn in Vacanze romane? Anche se il finale è tristissimo, un’orda di fazzoletti.
Poi, sforando un pochino sul colore, il mitico, l’inossidabile, l’ineguagliabile Operazione sottoveste. Dove c’è pure una Barbara che si sposa Tony Curtis… 😉
Ahhhhh, ma perché li danno raramente questi film in televisione?!

Andrea Cabassi

Ott 30, 2023 at 6:13 PM Reply

Bello, l’ho letto a distanza dalla visione del film e in effetti mi sembrava che ci fossero diverse differenze.
PS: adoro i piani ben riusciti!

Barbara Businaro

Nov 01, 2023 at 11:34 AM Reply

Anch’io …vado matto per i piani ben riusciti!
(sebbene è più facile vedermi nei panni di P.E.Baracus quando salgo su un aereo… XD )

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