World Trade Center - Twin Towers di New York - Prima dell'11 settembre 2001

11 settembre 2001
Quando il cielo cadde giù

Non volevo dimenticare, ma ho dimenticato per poter andare avanti con la mia vita, per respirare di nuovo.
E invece è bastato un attimo, una sola foto densa di fuoco e fumo, per sentire tutta l’angoscia di quei giorni terribili.
Erano così belle quelle due torri gemelle, si stagliavano maestose nel cielo di New York, imponenti e luccicanti al sole del mattino. Davano l’idea che l’Uomo può tutto, può sfidare le altezze, i terremoti, gli uragani con una costruzione solida e splendida. Non una sola volta, ma due, una di fianco all’altra. Quelle torri erano un simbolo. Nessuno, proprio nessuno, che abitasse a New York o dall’altra parte del mondo, credeva che qualcosa potesse minimamente scalfirle. Non era possibile.
L’11 settembre 2001 questa certezza svanì in un attimo.
Tutti ricordano dove si trovavano quel giorno. Quella data è nella storia, purtroppo. E chi l’ha attraversata da adulto o quanto meno senziente non potrà dimenticare l’orrore di quel mattino, un martedì di lavoro come tanti, nella città che non dorme mai.
Erano le 8.46 a New York, qui in Italia le 14.46.
La notizia mi trovò in aula. Mi ero laureata a luglio e stavo frequentando un corso semestrale per web designer, per certificare le conoscenze che avevo già, informatiche e di grafica, e aumentare le opportunità di trovare un impiego in quel settore. Stavamo seguendo la lezione di lingua Inglese di una giovane insegnante, un po’ assonnati dopo la pausa pranzo e una stagione ancora calda che entrava dalle finestre.
Bussarono alla porta e subito dopo si affacciò un ragazzo, dallo sguardo smarrito, scioccato, incredulo di sentire la sua stessa voce nel comunicarci ciò che lui stesso aveva appena appreso dal corridoio, dalle altre persone della segreteria, dagli altri corsisti.
“Non so se lo sapete, ma c’è stato un attacco alle torri gemelle di New York, un attacco terroristico, sembra delle bombe, le torri sono in fiamme, il presidente è in volo sull’Air Force One…”
Mi guardai intorno pensando a uno scherzo di pessimo gusto. Mi girai a osservare la professoressa, era una scenetta del programma di Inglese? Che fine avevano fatto Sue e Tom che vanno al pub a trovare gli amici? Oppure era un esperimento sociale, alquanto nefasto?
Un attacco terroristico negli Stati Uniti era impossibile, un attacco terroristico a New York era inconcepibile. L’America non avrebbe mai permesso una cosa del genere. Anche perché se loro, organizzati e potenti, cadevano in quel modo, che sorte sarebbe toccata a noi da questa parte?!
Non c’erano i telefonini come li conosciamo oggi, all’epoca potevi solo chiamare o mandare messaggini di 160 caratteri e il mio era muto, da lì non giungevano conferme. Avevamo però davanti a noi dei computer fissi e un modem vetusto per collegarci in internet. Non ne era previsto il loro utilizzo per quella lezione, ma ci collegammo subito, la professoressa era attonita quanto noi e premeva di sapere cosa stava accadendo. Non avevamo abbastanza velocità per poter vedere i video e non c’erano allora le dirette streaming dei telegiornali, ma le immagini erano inequivocabili: entrambe le torri del World Trade Center erano in fiamme, usciva del denso fumo nero dal loro ventre.
Qualche sito riportava che delle bombe erano esplose all’interno poco prima delle 9 di mattina, con gli uffici pieni di gente appena giunta alla propria scrivania. Ma altre testate giornalistiche riferivano che due aerei erano stati dirottati ed erano letteralmente entrati dentro ognuna delle due torri, a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro. I pochi fotogrammi che riuscivamo a vedere mostravano l’apocalisse per le strade di Manhattan.
Non ricordo molto altro di quel pomeriggio, non ho memoria che le lezioni siano proseguite, mi pare che ci lasciarono tornare a casa, sospendendo tutte le attività. Forse perché la nostra aula era all’interno di un edificio alto, anche se solo di dodici piani appena, e una paura sottile ci avvolgeva tutti. Lungo la via del ritorno, tra autobus e treno, incrociavo facce preoccupate e disorientate, corpi che si muovevano meccanici, in trance, la notizia aveva corso veloce e nessuno ignorava più la catastrofe dall’altra parte del globo.
Quando finalmente entrai in cucina, la televisione era sintonizzata su uno speciale in diretta e mostrava l’atroce sequenza della caduta completa di entrambe le torri, erano crollate su se stesse durante il mio tragitto. Il cielo di New York non sarebbe mai più stato lo stesso.
Per giorni non ho visto altro che quelle immagini, incapace di distogliere lo sguardo da quella tragedia, incredula di fronte a un evento di tale portata. Dovevo convincermi che era vero, non uno di quei disaster movie da quattro soldi in televisione. A tratti mi mancava il respiro, ero in apnea, come se quell’ondata di polvere stesse arrivando alle mie spalle. Guardavo e pregavo.
Le persone che si buttavano nel vuoto, in una folle caduta mortale, l’unica alternativa a bruciare vivi.
Le registrazioni delle telefonate al 911 da chi era intrappolato lassù, senza respiro e in lacrime. Morirò? Morirò?
I visi sconvolti, dalla polvere e dall’orrore, dei vigili del fuoco in prima linea, fragili ma grandiosi eroi.
Le lacrime e la disperazione di chi si è salvato per miracolo, ma lassù ha lasciato famigliari, amici, colleghi.
Una settimana fa in televisione, in una breve intervista per uno speciale, un fotografo professionista, uno dei primi a immortalare quella scena atroce ha parlato della fortuna che all’epoca non ci fossero i social media, non ci fossero gli smartphone, non fosse così semplice scattare una foto e mandarla online in pochi attimi, non fossero possibili le dirette video in streaming.
Perché altrimenti le immagini più terribili sarebbero state quelle provenienti dall’interno delle due torri.
Mi sono sentita mancare di nuovo.
Uno dei ricordi più devastanti che conservo è di questa donna, una hostess di uno degli aerei dirottati, che ha lasciato un messaggio vocale nella segreteria del telefono del marito. Ti amo tanto. Di’ ai miei figli che li amo tanto. Sono le sue ultime parole, e lei lo sapeva bene. Fecero sentire l’audio originale a un telegiornale, sconvolgente.
Nonostante siano passati già vent’anni, e credevo di aver visto e ascoltato tutto, non solo in quel giorno e nei successivi, ma anche nelle ricostruzioni computerizzate dell’attacco, nei reportage con indagini e testimonianze, nelle pellicole portate al cinema come tributo e memento, l’altra sera ho guardato un nuovo documentario, una raccolta di video amatoriali girati in strada, dai tetti dei condomini vicini, dai pompieri durante le operazioni, dalla gente che fuggiva terrorizzata con ogni mezzo. Sembrava di essere lì con loro, in quei filmati senza filtri, nelle parole urlate, nelle loro imprecazioni arrabbiate, nell’incredulità con cui si sono bloccati di fronte alle torri a fuoco.
Vent’anni sembrano tanti a guardarsi indietro eppure il dolore è ancora vivo, lo strappo ancora forte.
Voglio comunque ricordarle così, magnifiche e luminose nel cielo blu, cariche di vita e simbolo di speranza.
Con l’augurio che una tragedia simile non debba ripetersi.
Mai più.

 

Comments (15)

Franco Battaglia

Set 11, 2021 at 6:50 AM

Non lo scorderò mai, ero al mare, dai miei. E ogni volta lo strazio, la rabbia per i morti di allora e le migliaia di morti successive, coinvolte a svariati titoli.

Reply

Barbara Businaro

Set 12, 2021 at 4:56 PM

Già, questo evento continua a mietere vittime ancora oggi, a distanza di vent’anni, con tutte le patologie sviluppate da quella nube tossica, sia del fumo dell’incendio che del crollo delle torri. Non solo tra i vigili del fuoco, per altro con problemi di assistenza sanitaria, ma anche tra gli abitanti del quartiere. 🙁

Reply

Giulia Mancini

Set 11, 2021 at 9:57 AM

È un ricordo indelebile impresso nella mia mente. Ero stata su una delle torri (quella aperta al pubblico) nel 1997, praticamente 4 anni prima ed è stato per ancora più difficile proprio per questo capire l’accaduto. Le due torri non erano delle costruzioni semplici, erano un intero e immenso quartiere che abbracciava quattro grandi strade. Ero al lavoro e ricevetti la telefonata in ufficio da mio marito che mi diceva che c’era stato un attentato alle due torri, lì per lì non capii, pensai alle due torri di Bologna, ma subito dopo mi resi conto che era impossibile visto che lavoravo a pochi passi dal centro, insomma me ne sarei accorta! Il mio dirigente aveva un tv in ufficio e vorremmo tutti da lui per vedere il telegiornale. Restammo scioccati e attoniti, io stessa non riuscivo a capacitarmi come quelle torri enormi potessero crollare, sia pure sotto l’impatto di un aereo. Quel giorno crollarono tutte le nostre certezze. A pensarci oggi mi fa ancora più rabbia pensare a quello che sta accadendo in Afganistan, 20 anni dopo.

Reply

Barbara Businaro

Set 12, 2021 at 5:08 PM

Non erano costruzioni semplici, è vero, ma nella progettazione risalente agli anni ’60 non era stato calcolato l’impatto con un velivolo di tale grandezza, un Boeing 767. Non era previsto perché si considerava che in caso di un dirottamento aereo si sarebbero alzati in volo i caccia militari per abbatterlo prima che potesse raggiungere qualsiasi città densamente popolata. Purtroppo l’attentato era pianificato con estrema cura, sincronizzato e istantaneo. Gli aerei hanno raggiunto i cieli di New York in poco tempo e si sono buttati sulle torri a massima velocità, di fatto tranciandone la struttura, anche se sono rimasti intrappolati al loro interno. Gli ingegneri rimasero stupiti da come le torri crollarono “in piedi” (il che è stata una fortuna, a pensarci), ma le ricostruzioni sui modelli computerizzati hanno confermato che, in base a quell’impatto e al fuoco innescato, il crollo sarebbe stato esattamente così.
Su quello che accade in Afghanistan oggi… non so pronunciarmi. Spero, e prego, che i talebani stavolta siano sconfitti dalla stessa popolazione. Non sono in grado di governare, e non c’è più il paese com’era vent’anni fa. Chi ha assaporato la libertà non la cederà facilmente.

Reply

Sandra

Set 11, 2021 at 12:17 PM

Tutti noi ricordiamo dove ci trovavamo, io ero in ufficio, mi chiamò un’amica e mi disse “Sandra, io vado a casa, lavoro anch’io in un grattacielo, ho paura”,
Credo che incredulità sia la parola più usata almeno all’inizio, poi come hai sottolineato tu, le voci registrate diedero appieno la misura della tragedia.
Il giorno che cambiò il mondo, banale ma vero. E oggi siamo a un punto inimmaginabile, l’Afganistan in mano ai talebani e tutti noi sconvolti da un virus terribile.

Reply

Barbara Businaro

Set 12, 2021 at 5:21 PM

Dopo l’11 settembre, se già non mi stavano troppo simpatici gli ascensori, evitavo volentieri tutti i grattacieli anch’io. E dopo gli attentati alla metropolitana di Londra del 2005, sempre rivendicati da Al Qaida, stavo male a prendere i mezzi pubblici, autobus, treni e metrò. Guardavo con sospetto tutti gli zaini e le persone particolari. Questo virus è ancora più subdolo, perché si può nascondere in una stretta di mano di un amico inconsapevole.
Sull’Afghanistan, spero che l’intelligence americana abbia fatto bene i propri calcoli… La speranza è che sia la stessa popolazione afgana a non accettare la repressione talebana.

Reply

Nick Parisi

Set 11, 2021 at 2:41 PM

Quel giorno ci ha cambiato tutti, ognuno di noi ragiona con un “prima” e un “dopo” 11 settembre, la cosa più brutta è che dopo venti anni a livello politico e sociale continuiano a reiterare gli stessi errori. L’Afghanistan insegna, purtroppo….

Reply

Barbara Businaro

Set 12, 2021 at 5:27 PM

Mi è capitato di vedere un’intervista a una giovane ragazza afgana, raggiunta mi pare dalla BBC. Diceva che l’Afghanistan non è più il paese di vent’anni fa e che i talebani non riusciranno a imporsi, non nel modo in cui credono loro. In effetti, in questi vent’anni quasi due generazioni sono cresciute con un sistema diverso, con dei valori differenti, che non abbandoneranno con facilità. Dal punto di vista economico poi, l’Afghanistan sta in piedi grazie agli aiuti stranieri e il suo stesso capitale finanziario è depositato in banche estere. Se è vero che la democrazia non può essere esportata, mi auguro che il popolo afgano ne abbia compreso il valore e lotti per raggiungerla, in autonomia.

Reply

Darius Tred

Set 11, 2021 at 6:27 PM

Il nostro problema è proprio questo. Pensiamo “solo” a quanto successo vent’anni fa.
Bisognerebbe ricordare cosa è successo prima di vent’anni fa. Cioè trent’anni fa, quarant’anni fa. E prima ancora.
Bisognerebbe addirittura risalire alla seconda guerra mondiale, perché tante cose sono nate da lì e vanno avanti ancora adesso.

Certo: molti di noi sono giovani e quindi dovrebbero leggersi bene la storia, studiare, capire, indagare, scoprire.
Allora ci accorgeremmo che no, le cose non stanno “semplicemente” come sembrano da vent’anni a questa parte.

Di fronte a un’immensa tragedia non si può che piangere.
Ma, come disse saggiamente qualcuno: “Piangiamo tutti insieme, ma cerchiamo di non essere stupidi tutti insieme. Qualche brandello di consapevolezza storica potrebbe aiutarci a capire cosa è appena successo.”

Il problema è che, ancora oggi, quel brandello di consapevolezza storica continua a mancare.

Reply

Barbara Businaro

Set 12, 2021 at 5:52 PM

Oh beh, potremmo discutere per ore su quali politiche estere precedettero quell’attentato, di come qualcuno abbia detto che “se la sono cercata”, di come altri dicessero che gli serviva una scusa per iniziare una guerra da un’altra parte, di come altri ancora si siano ricordati di aver già visto la faccia di Usama Bin Laden muoversi per i centri di potere americani. Del resto, aveva studiato ad Oxford.
Ma sinceramente, che colpa ne aveva la hostess, madre di due bambini, che stava per morire in uno degli aerei? Che colpa ne avevano le persone intrappolate nei piani alti delle Twin Towers, sul loro posto di lavoro? O quelli che hanno preferito gettarsi nel vuoto piuttosto che bruciare tra le fiamme? O i pompieri che stavano cercando di spegnere le fiamme lassù, consci del rischio, quando tutto gli è crollato addosso?
Consapevolezza storica o meno, purtroppo non siamo inclusi a dire la nostra al tavolo del Risiko…

Reply

Luz

Set 11, 2021 at 7:58 PM

Io ero semplicemente a casa in quel pomeriggio assolato.
Stavo vedendo una puntata di Ally McBeal e un attimo dopo la vita è cambiata.
L’orrore si è fatto realtà, la Storia ha fatto un giro di boa.
Quanto dolore, che tragedia immane. E dopo vent’anni, quale disfatta.

Reply

Barbara Businaro

Set 12, 2021 at 6:07 PM

Immagino che in televisione abbiano interrotto tutte le trasmissioni per uno speciale, era una notizia troppo grave per attendere il telegiornale della sera. Quando tornai a casa io, più tardi, tutti i canali principali erano sintonizzati con New York, in qualche modo. Se non sbaglio, nel World Trade Center di allora, oltre alle antenne delle emittenti radio-televisive, erano ospitati anche servizi tecnologici della nuova rete internet. In seguito all’attacco, tutte le comunicazioni erano interrotte, rendendo ancora più complicati i soccorsi.

Reply

Marina

Set 13, 2021 at 9:13 AM

Le immagini, quelle indimenticabili immagini: il crollo delle torri, il cuore che mi batteva a mille e quella nuvola che si diffondeva come un fungo atomico e investiva le telecamere… sembrava che mi arrivasse addosso! Mi vengono ancora i brividi! Mi hai fatto rivivere un momento tragico e ancora, dopo vent’anni, mi commuovo (per questo non ho seguito tg e approfondimenti, giorno 11): forse è meschino, da parte mia, ma preferisco non pensare a quel giorno terribile, uno dei più brutti che io ricordi.

Reply

Barbara Businaro

Set 13, 2021 at 7:57 PM

Pensavo anch’io di non guardare niente in televisione, ma poi sono capitata in quel documentario e non sono riuscita a staccarmene. Credo, dopo vent’anni, di aver capito come fosse essere proprio lì, in quel quartiere, a pochi passi, più dalle immagini amatoriali che dalle riprese giornalistiche. L’altra sera poi ho visto il film Molto forte, incredibilmente vicino, tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer: un bambino con la sindrome di Asperger, e con un rapporto particolare con il padre, fatto di enigmi e indovinelli. Genitore perduto proprio nell’attacco dell’11 settembre. Non credo avrò il coraggio di leggere il libro, però… 🙁

Reply

Barbara Businaro

Set 16, 2021 at 4:23 PM

Ricordavo che le Twin Towers comparivano nella scena finale di uno dei miei film preferiti, non l’ho trovata, ma nel cercarla invece mi sono imbattuta nella sigla d’apertura della stessa pellicola. Dopo una panoramica sulla donna più famosa di New York (“E’ francese!” diceva Bill Murray in Ghostbusters II), seguiamo il traghetto che porta Melanie Griffith (“Un cervello per gli affari e un corpo per il peccato”) nella grande Manhattan, e ci sono loro a svettare nello sfondo.
Non è in high quality, ma tutto il resto lo fa la voce di Carly Simon in “Let the River Run”…

Reply

Leave a comment