Vermeer - Fanciulla con cappello rosso - particolare

Una famiglia per Claudine

Questo è un “racconto in divenire”, nel senso che non sono del tutto convinta su come l’ho scritto e su come lo dovrei revisionare. Si tratta di uno degli esercizi di scrittura libera dati durante il corso che ho seguito lo scorso novembre: ci venivano date delle immagini, tra cui sceglierne una per nostra ispirazione, e un tema o un incipit su cui lasciar correre la penna per quindici minuti. L’immagine che avevo scelto è questo particolare sguardo malinconico preso dal dipinto “Girl with the red hat” di Vermeer e l’argomento della libera scrittura era “l’oggetto del desiderio”, muovere un personaggio ossessionato da un desiderio incessante. Mi chiesi dove erano rivolti gli occhi di questa fanciulla e quale potesse essere questa ossessione velata di tristezza.
Ne uscì il primo paragrafo di questo testo, qualcosa ma non molto. E sono sempre critica con le libere scritture: se come dice Stephen King, scrivere è disseppellire il fossile e pulirlo dalla polvere, avendo i minuti contati mi sembra di scambiare per fossile una vecchia ciabatta! 
Successivamente, come compito a casa, fu chiesto di completarlo in forma di racconto, costruendo un primo atto con una svolta netta, un secondo atto dove il personaggio affronta la nuova situazione e possibilmente un finale adeguato. Non ricordo quanto tempo ci ho messo, non era libera scrittura a minuti. Del primo paragrafo ho corretto solo la frase in corsivo, luoghi e cognomi per l’atmosfera parigina, non molto altro. E poi sono andata a completare la storia, anche se non ne sono soddisfatta. Perché quando comincio da una libera scrittura, quel che ne viene dopo mi sembra zoppo, non lo sento nemmeno totalmente mio. Dunque chiedo a voi lettori: cosa c’è qui da rimaneggiare? Cosa salvereste di questo racconto?

 

Guardava la vita degli altri scorrerle davanti da quel piccolo Cafè in Rue de Bac. Sedeva lì ogni giorno, almeno un paio d’ore al mattino, a volte vi tornava al pomeriggio se il tempo, il buonumore e la salute glielo consentivano. Osservava minuziosamente le giovani madri passeggiare con i propri pargoli, chiacchierare con le altre donne, salutare i gentiluomini, inchinarsi alle nuove presentazioni. Scrutava le giovinette, accompagnate dalle proprie dame a protezione, nelle prime passeggiate romantiche ufficiali, le guance accaldate, lo sguardo curioso, le mani bramose di contatto con l’amato. Rimaneva incantata di fronte all’ingenua felicità dei fanciulli, che saltellavano ogni presunto ostacolo lungo il marciapiede. Magari nella vita vera fosse stato così semplice. Lei che aveva vissuto la sua infanzia in un orfanotrofio era stata catapultata ferocemente nella vita adulta senza alcuna speranza per il suo futuro. Anni bui come la soffitta dove loro bambini dormivano ogni notte, col solo rumore del tetto scricchiolante a cullarli.
Aveva desiderato così ardentemente una famiglia che quando le si presentò l’occasione stava quasi per rovinare tutto. Madame Jauvry desiderava una figlia a cui trasmettere il suo charme, il suo cognome e le sue sostanze e Claudine era l’unica ad assomigliarle nella fisionomia e nel carattere da risultarle immediatamente affine. Ma Claudine desiderava per sé un altro tipo di famiglia, un padre innanzitutto, dei fratelli e delle sorelle per non sentire troppo la mancanza della convivialità dell’orfanotrofio, e una madre giovane che potesse darle amore per molti anni a venire. Madame Jauvry era una signora in buona salute, ma avrebbe potuto essere sua nonna. Ed era vedova.
Il destino beffardo poi ci mise il suo zampino: nemmeno il tempo di affezionarsi a questa gentile signora, che l’aveva salvata da una vita di miseria e Claudine si era di nuovo ritrovata sola, ricca ma sola. Nuovamente senza famiglia. Così ogni giorno osservava la vita degli altri, cercando di immaginarsene una propria.

 

Era ottobre quando si presentò in casa sua un avvocato, troppo giovane e di bell’aspetto per quella terribile professione, dicendo di portare notizie dell’orfanotrofio e dei suoi veri genitori naturali. La signorina Minoux era giunta alla fine dei suoi giorni e per mondare i propri rimorsi aveva lasciata scritta una lunga confessione dei suoi peccati, tra cui anche la provenienza di alcuni dei fanciulli passati per il suo istituto. Claudine non era la figlia illegittima di un ricco barone e della sua sottomessa cameriera, come le era stato lasciato intendere, ma una neonata strappata all’affetto di un padre e di una madre giovanissimi e promessi dalle rispettive famiglie ad altri matrimoni di convenienza nella nobiltà parigina.
L’avvocato Quinet stava cercando di fare luce e ordine nella matassa di intrighi che coinvolgeva decine e decine di bambini non propriamente abbandonati e offrì a Claudine il proprio aiuto per contattare la sua vera famiglia vent’anni dopo quel triste giorno della sua nascita.
“È probabile che loro la stiano ancora cercando, col cuore, ma deve capire che hanno stretto nuovi legami e occorre agire con la massima segretezza. Dobbiamo anche prendere in considerazione che la signorina Minoux potrebbe aver scritto il falso, o essere lei stessa stata raggirata.”
Ma Claudine stava già fantasticando sull’incredibile scenario che le si stava aprendo dinnanzi. Una famiglia, una famiglia tutta sua, un padre da onorare ed una madre da abbracciare, sebbene divisi. Avrebbe dovuto mantenere il cognome acquisito con l’adozione, per non destare certamente scandalo, ma era sempre meglio di niente.

 

Era novembre quando l’avvocato Quinet tornò con notizie fresche: quanto scritto dalla signorina Minoux era la verità e lui aveva incontrato nelle rispettive residenze i genitori naturali di Claudine, entrambe avevano confermato la storia. Suo padre non desiderava però in alcun modo incontrarla, ponendo in cattiva luce il comportamento della madre di Claudine e soprattutto dei nonni materni, effettivamente responsabili della sottrazione della bambina. L’uomo aveva inoltre incarichi importanti nell’amministrazione della città parigina e non voleva essere travolto dallo scalpore se la vicenda fosse divenuta pubblica. Le offriva un’ingente somma per il suo silenzio. Il cuore di Claudine pianse lacrime amare.
“Sua madre invece vuole conoscerla e l’attende con ansia. Mi è parso di capire che conduce una vita alquanto indipendente dal marito e che non ci sarà alcun impedimento per frequentarvi, anche alla luce del sole.” Era sempre qualcosa.

 

Era dicembre oramai quando l’avvocato Quinet l’accompagnò all’incontro con la propria madre. Abitava in periferia, in una villetta signorile circondata da un piccolo giardino. Furono ricevuti dal maggiordomo e serviti da ben due cameriere. La casa e l’arredamento erano eccessivamente sfarzosi, fin troppo ostentati e inadeguati per il quartiere dove si trovavano. Un ottimo preludio però all’opulenza che li accolse nel salottino dove furono introdotti. La donna robusta che li attendeva seduta sul sofà vestiva eccentricamente di mussola, trine e nastri, lasciando però in vista il seno prosperoso, il suo viso era una tavola variopinta di colori e il suo sguardo si posava famelico sul vassoio di pasticcini pronto per gli ospiti. Difficile credere che avesse qualcosa in comune con l’esile figura di Claudine.
Lei sedette accanto alla madre e l’avvocato si accomodò nell’altro divanetto di fronte a loro.
Dopo i primi convenevoli, la donna bisbigliò all’orecchio di Claudine.
“Avrei bisogno di parlarti da sola, mia cara.”
“Si, certamente. Monsieur Quinet, le spiace lasciarci sole per qualche momento?”
L’uomo si alzò, s’inchino ed uscì, non senza rivolgere uno sguardo d’apprensione verso Claudine.
La donna allora l’abbracciò forte e Claudine sentì il suo profumo pesante invaderle la testa fin quasi soffocarla.
“Mia cara, sono così contenta di averti ritrovata. Il tuo avvocato mi dice che sei stata adottata da una nobile di antica famiglia, vero? Così fortunata! Guarda me invece…” e allargò il braccio verso le pareti. “Guarda come sono ridotta. Mio marito mi tiene in ristrettezze!”
Sospirò. “Tuo padre, il tuo vero padre intendo, ah, se avessi saputo che sarebbe diventato così importante a Parigi, col diavolo che l’avrei lasciato! Ma che potevo saperne allora? Ero giovane, e temevo di perdere ogni cosa. E invece l’ho persa comunque.”
Claudine sorrise amaramente.
“Ma ho di nuovo te mia cara, ed ora non ci perderemo più. Sarò finalmente la tua maman. E magari chissà, tu potresti anche aiutarmi nelle mie piccole incombenze. Sei stata così fortunata con Madame Jauvry, vorrai condividere un po’ della tua fortuna con maman, oui?”
Se suo padre voleva darle soldi per il silenzio, sua madre voleva invece un rapporto per averne soldi in cambio. Nessuno dei due si avvicinava nemmeno lontanamente ai genitori che lei aveva desiderato.

 

Era gennaio quando, sempre in quel piccolo Cafè in Rue de Bac, si avvicinò l’avvocato Quinet per salutarla. Tornava da un appuntamento con un cliente, sembrava piuttosto frastornato, e si sedette al suo tavolino offrendole una cioccolata calda, che Claudine accettò volentieri.
“Se non sono indiscreto, come va con sua madre? La madre naturale intendo.”
“Ci sono giorni in cui penso che era meglio per me vivere di sogni, piuttosto che apprendere la realtà.”
L’uomo annuì. “Se c’è una cosa che ho imparato nella mia professione, e talvolta anche discutendo con mio padre, è che è inutile crucciarci per il futuro che non ci è stato donato. Possiamo solo cercare di crearcelo da soli, lavorando su noi stessi.”
Arrossendo non poco, Monsieur Quinet le prese la mano, senza guanti. “Lei è giovane Claudine. Costruisca lei la famiglia che avrebbe voluto avere. Sono convinto che sarà un’ottima madre. Oltre che un’ottima moglie.”

 

 

Comments (37)

Darius Tred

Mar 09, 2018 at 9:39 AM

Ciao. Io salverei quasi tutto di questo racconto. 😀
Molto triste ma lo trovo decisamente in linea con l’immagine.

Gli unici punti che rivedrei sono questi:

Punto 1.
“Aveva desiderato così ardentemente una famiglia che quando le si presentò l’occasione stava quasi per rovinare tutto.”
Mi resta il dubbio: come ha rischiato di rovinare tutto? Si capisce chiaramente dal testo che la destinazione dell’anziana vedova non era gradita a Claudine. Però, come lettore, mi è rimasta la curiosità su come ha rischiato di rovinare tutto. Immagino rifiutando in qualche modo.
Delle due, l’una: o aggiungerei una frase per accennare su come stava rovinando tutto, oppure la toglierei, dato che hai spiegato molto bene poco dopo che Claudine non era soddisfatta.

Punto 2
“Il destino beffardo poi ci mise il suo zampino: nemmeno il tempo di affezionarsi a questa gentile signora, che l’aveva salvata da una vita di miseria e Claudine si era di nuovo ritrovata sola, ricca ma sola.”
Hai scandito molto chiaramente il tempo lungo il racconto (“Era ottobre”, “Era novembre” …), però non hai dettagliato “nemmeno il tempo di affezionarsi”. Troverei poco credibile che un’anziana signora cerchi una fanciulla qualsiasi, benché somigliante per fisionomia e carattere, a cui lasciare tutto senza nemmeno conoscerla un po’ più a fondo. Senza stravolgere nulla, bastarebbe aggiustare la frase indicando un tempo credibile, tipo “nemmeno un anno dopo” o “poco più di anno dopo” o qualcosa del genere.

Pareri personali da lettore, naturalmente. 😛

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 3:47 PM

Ecco osservazioni interessanti, di quelle che ti fan capire che tu scrivi e ti sembra di aver specificato tutto, ma al lettore qualcosa non arriva perché quel tutto non è sufficiente. 🙂
Punto 1: Claudine non è certo una bambina che può aver fatto i capricci quando le hanno presentato l’anziana signora, però mi sono immaginata una certa ritrosia, una timidezza eccessiva da essere scambiata per maleducazione, magari anche solo lo shock di essere adottata da un’anziana vedova, piuttosto che dalla famiglia che sognava da sempre.
Punto 2: in effetti il tempo scandito c’è nella seconda parte del racconto, durante la libera scrittura non mi era uscito naturale (ironia: lì il tempo ce l’avevo scandito io!!) “Poco più di un anno dopo” mi sembra un’ottima scelta. E’ chiaro (lo è?) che si è trattato di qualcosa di repentino e non previsto, l’anziana signora non era malata e di certo non si aspettava di lasciare la nuova figlia così presto.
…è un racconto triste perché anche la musica che ci mettevano in sottofondo era malinconica. O meglio: doveva essere rilassante, ma finivo col spegnerla per poter scrivere! Quasi quasi mi rilassano di più di AC/DC! 😀 😀 😀

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Calogero

Mar 09, 2018 at 10:40 AM

Personalmente non farei troppo affidamento sui corsi di scrittura.
Per restare in argomento con quanto premetti: comporre con il conto alla rovescia che scandisce le battute lo trovo annichilente per l’ispirazione, entità (sì, entità!) che non accetta compromessi. Un esercizio di questo tipo può servire solo a disimparare, a coltivare una tecnica che niente ha a che vedere con la scrittura.
Se ti piace scrivere butta giù una trama (basta una paginetta) e sviluppala lasciando che la tua immaginazione vada a briglia sciolta (non potresti ricevere consiglio migliore).
Il tema, poi, devi deciderlo tu: tu soltanto puoi sapere per cosa sei portata e di cosa ti piace scrivere.
Conclusioni: corsi di scrittura: bocciati senza appello! (se mi consenti l’errore di sintassi dei due punti ripetuti nella stessa frase).
Il racconto purtroppo non posso giudicarlo poiché tratta un genere che non è nelle mie corde. I’m so sorry. 🙁

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 4:10 PM

Io non riesco a bocciare tout court i corsi di scrittura, nonostante questa mia (per ora unica) esperienza non sia stata positiva.
Prima di tutto, c’è da dire che si trattava di un corso in webconference su “metodi e trucchi per superare i blocchi della scrittura”, dove la parte teorica era presa da manuali conosciuti che chiunque può reperire su Amazon, mentre ogni lezione si concludeva sempre con una libera scrittura. Questo aiuta in caso di blocco? Non so, nella “classe” virtuale c’erano persone al loro quarto anno di corso, ancora “bloccati” sullo stesso romanzo, il loro esordio. E questo mi dà tuttora parecchio su cui riflettere. Magari un corso dovrebbe essere giudicato per l’apporto dato dall’insegnante, le sue correzioni rispetto agli esercizi degli alunni, le discussioni e i confronti sui testi che nascono durante la lezione, ma in questo caso la rete non ha favorito lo scambio.
Altri amici blogger e scrittori hanno frequentato corsi “vecchio stile”, con l’aula dove ritrovarsi fisicamente, faccia a faccia, e ne sono rimasti entusiasti, magari il tema era diverso, magari si è creato da subito l’affiatamento, chissà. 🙂

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Meteora

Mar 09, 2018 at 12:03 PM

Ciao,
innanzitutto complimenti per il tuo blog , mi piace molto.Per quel che può valere il mio parere il tuo racconto potrebbe andare bene così..infondo è breve.
Però mi ha fatto riflettere il fatto che già dall’inizio lei manifesta il desiderio di avere una famiglia tradizionale con entrambi i genitori per cui potresti approfondire il rapporto con la figura del padre per cui ci potresti ritornare invece che liquidarlo così in fretta, magari creare una parentesi dove lei lo avvicina con un pretesto per guardarlo negli occhi, per vedere la persona o per farsi vedere una volta soltanto e poi riprendere la sua vita.Per il resto le hai dato una finetra sul futuro fornendole le basi economiche per vivere anche da sola e per proporsi come eventuale moglie con dote e un giovane probabilmente innamorato.
Buona giornata

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 4:18 PM

Benvenuta nel blog Meteora e grazie per i complimenti!
Interessante l’idea che lei voglia comunque incontrare suo padre, in fondo perché dovrebbe metterlo da parte così velocemente? Magari tentare di avvicinarlo con una scusa, dato che lavora all’amministrazione della città, presentarsi al suo cospetto anche all’insaputa dell’avvocato, per vedere se di fronte alla figlia il suo cuore non ceda lo stesso al sentimento. 🙂

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Michele Scarparo

Mar 09, 2018 at 1:55 PM

@Calogero: Corsi di scrittura ce ne sono di ottimi, buoni, sufficienti, pessimi. Difficile giudicare da qui come fosse quello di Barbara. Scrivere solo delle cose che piacciono, a mio modesto parere, è un bel sistema per non uscire mai dalla propria zona di comfort e quindi evitare di mettersi alla prova e imparare qualcosa. Infine, sui due punti, come su tutte le cose che crediamo di sapere quando si parla di grammatica, uno sguardo al sito della Crusca non fa mai male: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/due-punti-alcuni-particolari-usi

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 4:27 PM

La sensazione che mi porto dietro io Michele è di avere imparato di più con certi esercizi paratattici, certe finte quarte di copertina e anche le letture condivise in giro per la blogosfera, ma magari perché mi stanno antipatiche le libere scritture a cronometro. Se mai ne avrò l’opportunità, la prossima volta vorrei provare un corso di scrittura “classico”, una sera a settimana in qualche laboratorio vicino a casa.

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Rosalia Pucci

Mar 09, 2018 at 2:25 PM

Cosa può fare l’immaginazione… da uno sguardo obliquo, leggermente tormentato può nascere una storia così! Sarebbe bello potere conoscere anche lo sviluppo pensato dagli altri partecipanti. Il racconto fila bene e la storia si legge tutta di un fiato. Certo il risvolto desolante della vicenda, dove lo scambio di soldi occupa il posto dei sentimenti e delle emozioni, lascia un po’ perplessi. Probabilmente in un romanzo avresti avuto modo di sviscerare meglio anche l’aspetto emozionale.

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 4:49 PM

Non tutti i partecipanti hanno scelto la stessa immagine, e poi spesso ci si lascia andare alla libera scrittura su qualcosa che non è visibile nell’immagine ma si può ipotizzare ci sia. Il tema era l’ossessione e ricordo scritture di ossessione per l’amata, ossessione per la fame in un ambientazione apocalittica, ossessione di un capitano di mare per una balena. Non c’era mai un racconto simile ad un altro! 🙂

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Calogero

Mar 09, 2018 at 3:11 PM

Caro Michele, se offri o promuovi corsi di scrittura sul tuo sito, la tua opinione è oggettivamente di parte. Un conto è l’opinione personale e un conto ben diverso la pubblicità.
Quando ci si cimenta in attività che siano più di un semplice passatempo, scrivere compreso, è necessario avere buona cognizione di ciò che si fa, ergo, se si vuol scrivere al meglio delle proprie possibilità, lo si fa trattando la materia nella quale si è o ci si sente maggiormente portati, ergo ancora: zona di comfort e scrittura di livello non hanno niente a che spartire.
Grazie per il link della Crusca, sapevo già che nella prosa letteraria l’uso ripetuto dei due punti nella stessa frase è comunemente accettato, per quanto stilisticamente obbrobrioso, ma neppure ciò ne giustifica l’uso. Alcuni prosatori dovrebbero avere maggior rispetto della lingua madre. Dal momento che ho voluto concedermi una licenza da ignorante ho fatto bene a specificarlo… a scanso di equivoci. E comunque nemmeno la Crusca è il Vangelo.
Magari vengo a trovarti sul tuo sito, così ce ne diciamo quattro, ehm, volevo dire chiariamo i nostri rispettivi punti di vista senza incomodare l’ottima Barbara. 🙂
Stammi bene.

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 5:57 PM

Non mi pare che Michele promuova corsi di scrittura, per lo meno, non me ne sono mai accorta! 😀
Nel suo blog semmai trovi esercizi di scrittura dove tutti possono cimentarsi gratuitamente, anche se manca la figura dell’insegnante e gli esercizi vengono discussi tra i vari partecipanti. Qui dovremmo ragionare anche sulle qualità di un buon insegnante di scrittura creativa, qualcuno sostiene che come non servono i corsi non servono nemmeno gli insegnanti, a volte gli stessi insegnanti si lasciano andare a scomode dichiarazioni: Le confessioni di un ex insegnante di scrittura creativa 🙂

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Marina

Mar 09, 2018 at 4:30 PM

Credo che quello che si percepisce di più sia proprio ciò di cui ti sei accorta tu stessa: il fatto di non sentire tua la storia che hai raccontato. Si avverte un distacco di certo dovuto anche al periodo storico in cui ti sei dovuta calare, quindi qualche particolare, seppure pertinente, sembra collocato senza naturalezza (per esempio quando parli delle prime passeggiate sentimentali con le dame a protezione.)

Non mi convincono le tappe a scansione mensile, danno al racconto un ritmo poco narrativo rendendolo più cronachistico: l’esposizione cronologica dei fatti toglie come dire “rotondità” (mi è venuto questo termine, ma non so se si capisce cosa voglio dire ) alla vicenda che si svolge nell’arco di quei tre mesi.

C’è qualche frase fatta: destino beffardo, ci mise il suo zampino, cercare di fare luce, ponendo in cattiva luce, piangere lacrime amare, era sempre qualcosa e tanti avverbi (non tutti necessari): minuziosamente, ferocemente, ardentemente, immediatamente, nuovamente, propriamente, effettivamente, eccessivamente, eccentricamente, certamente, amaramente, finalmente, lontanamente.

Perché “Ed era vedova” è in corsivo?

“Troppo giovane e di bell’aspetto per quella terribile professione”: poveri avvocati!

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 6:45 PM

Eh già, facevo prima a immaginare la ragazza vestita per un ballo in maschera, che nella bella Parigi di metà Ottocento! 😉
Che poi ho già scritto in un’ambientazione storica: vedi La fabbrica di acciottolato, però quel racconto l’ho tanto amato, voluto, desiderato… qui non c’è la stessa passione.
“Ed era vedova” è la frase corretta successivamente rispetto alla libera scrittura: senza quella non si capisce la mancanza di un “padre” adottivo, me ne sono accorta in rilettura, davo l’informazione per scontata ma di fatto non c’era.

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Giulia Mancini

Mar 09, 2018 at 5:26 PM

Concordo con le osservazioni di Darius. Il racconto mi è piaciuto, ha stuzzicato la mia curiosità che me lo ha fatto leggere piacevolmente fino alla fine. Lo trovo in linea con gli occhi velati di tristezza dell’immagine.

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 6:54 PM

Grazie Giulia. Ti dirò che mi sono anche chiesta se quegli occhi volessero esprimere altro: noia, preoccupazione, delusione, sorpresa, desiderio? Non vorrei che adesso ci vediate tristezza perché io per prima l’ho citata nella premessa. 🙂

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newwhitebear

Mar 09, 2018 at 6:09 PM

Ho letto preambolo e racconto e cerco di riassumere le mie impressioni I pezzi migliori sono gli ultimi due che salverei decisamente anche se la chiusura ‘…Sono convinto che sarà un’ottima madre. Oltre che un’ottima moglie.” non mi ha convinto molto, perché sa di stereotipo, visto che il luogo è definito ma il tempo no.
L’incipit, quello scritto in quindici minuti, andrebbe vivacizzato, perché è come vedere un film senza che questo ti emozioni.
Il secondo e il terzo paragrafo li fonderei insieme, rendendo la narrazione più svelta e meno piatta per preparare il terreno per il finale.

O.T. tempo permettendo provo a costruire un racconto con immagine e svolgimento come da premessa.

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Barbara Businaro

Mar 09, 2018 at 7:10 PM

Grazie Gian Paolo delle considerazioni. In che senso trovi che “il luogo è definito ma il tempo no”? In quel momento l’avvocato Quinet sta mostrando il proprio interesse sentimentale per Claudine. Ero indecisa se aggiungere la reazione di lei, ma alla fine ho preferito lasciarla all’immaginazione del lettore.
Leggerò con piacere il tuo svolgimento! 🙂

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newwhitebear

Mar 09, 2018 at 8:15 PM

Quando dico che il luogo è definito e il tempo no,, intendo questo. Il luogo è Parigi, ma era facile, il tempo invece è indefinito. Potrebbe essere ai giorni nostri oppure nella Parigi della Belle Epoque. Però c’è una bella differenza. Avevo pensato inizialmente a una dichiarazione d’amore ma alla fine l’ho scartata. Perché? Torno al momento temporale. Ai giorni nostri farebbe sorridere, cent’anni fa no. Quindi si torna alla mancanza della collocazione temporale.
Ovviamente questa è la mia percezione personale.
Aggiungo di non aver letto nessuno degli interventi prima del mio.

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Barbara Businaro

Mar 10, 2018 at 7:15 PM

Uhm, la collocazione temporale, nelle mie intenzioni, è una Parigi di metà Ottocento, proprio per rimanere in linea con l’abbigliamento dell’immagine a cui il racconto si ispira. Non ci sono auto, non ci sono telefoni fissi o cellulari, né raccomandate (al giorno d’oggi un avvocato invierebbe una lettera raccomandata per un appuntamento nel proprio studio per argomenti di tale genere). Ci sono “gentiluomi” e “giovinette, accompagnate dalle proprie dame a protezione”, mentre ai nostri giorni le ragazzine vanno a scuola da sole in metropolitana! Ci sono gli orfanotrofi con i bambini che dormono in soffitta, mentre nella nostra epoca abbiamo le case famiglia e le famiglie affidatarie. Mi chiedo se non avrei dovuto essere ancora più esplicita, se a te è sorto il dubbio sulla collocazione temporale.

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Tiade

Mar 09, 2018 at 11:27 PM

Buongiorno Barbara, o buona notte, dipende…
A mio avviso il tempo si intuisce abbastanza bene: “salutare i gentiluomini”, “le giovinette, accompagnate dalle proprie dame a protezione”, “la sua infanzia in un orfanotrofio… come la soffitta dove loro bambini dormivano”.
Difficile pensare oggi a gentiluomini da salutare, giovinette accompagnate da dame protettive, o peggio, orfani che dormono nelle soffite, come minimo arrivano le assistenti sociali e arrestano tutti.
A me ha fatto pensare ai racconti di Dickens, e pertanto a un’epoca più o meno definita.
Proprio per questo fatico a pensare a una donna socialmente elevata che adotta una “misera trovatella figlia di n.n.” che, credo, impensabile per i canoni dell’epoca. Più verosimile, a mio avviso, una dama di compagnia, fine lettrice, che eredita per gratitudine delle cure prestate. Insomma, tutto meno che un’adozione tanto da portarne il cognome.
È solo la mia opinione, opinabile ovviamente.
Per il resto niente da dire. Se il padre non vuole esser rivelato lei non ha modo di sapere chi è e l’avvocato certo non lo dice. Per cui va bene così, è giusro che sparisca.

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Barbara Businaro

Mar 10, 2018 at 7:24 PM

Il riferimento a Dickens è corretto Tiade, pensavo proprio ad Oliver Twist (nell’adattamento di Roman Polanski). Proprio in quella storia, Oliver che è orfano di entrambe i genitori viene adottato dall’anziano signor Brownlow, perché non potrebbe essere lo stesso per Claudine? Mi metto nei panni di Madame Jauvry: anziana, vedova, senza figli o altri parenti stretti, chi le può impedire di adottare una bambina orfana dalle sconosciute origini? 🙂

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Isabella

Mar 10, 2018 at 9:50 AM

Mi piace l’idea! Mi sembra però un buon riassunto, qualcosa da cui partire, come quando si guarda un panorama da lontano. Vorrei che tu prendessi la lente di ingrandimento e descrivessi i particolari intimi (interiori?), così che leggendoli mi sembrasse di spiare la tipa dal buco della serratura (vabbè, so che non è facile). Trovo molto utili i corsi di scrittura, sono d’accordo con Michele, si deve uscire dalla zona di conforto. Mi chiedo Barbara, tu ne sei uscita? Conosci qualcuno che è stato adottato? In una società dove ci si sente al sicuro solo se perfettamente inquadrati (nell’ottocento), come si reagisce alla scoperta di non essere come gli altri, soprattutto non per colpa nostra. Vuoi avere le radici di una quercia e ti ritrovi quelle di un’erbaccia che si estirpa facilmente.
Chissa mai che ti affezioni al personaggio e finisci per scrivere una saga di millemilalibri, come una persona di nostra conoscenza 😉

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Barbara Businaro

Mar 10, 2018 at 7:54 PM

Beh, la vedo proprio dura scrivere una saga da un racconto di questo genere! Quella persona di nostra conoscenza non a caso ha messo insieme due tipi piuttosto scontrosi, entrambi un po’ ribelli, lei di lingua e lui di spada, in un’epoca e in un luogo dove l’avventura era all’ordine del giorno. Se fosse stato lui ad attraversare le pietre, non ci sarebbe stato molto da scrivere! 😀
Sono uscita dalla zona di comfort? Considerato che ho scritto quando non avevo voglia, con libere scritture a tempo e su temi che non mi ispiravano direi di si, in comfort area non c’ero di sicuro, ma fatalità di quel che ho scritto durante le lezioni del corso non salverei nulla. Altri partecipanti al corso finivano col focalizzare la libera scrittura su loro romanzi già in stesura, riprendendo scene a loro conosciute e riscrivendole. Questo è uscire dal comfort?
Conosco il tema dell’adozione, ma conosco anche l’illusione di discendere dalle solide radici di una quercia, salvo scoprire che le radici sono morte e la quercia è ormai marcia. Tra le due condizioni non saprei dire qual è la più destabilizzante. 🙂

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Calogero

Mar 10, 2018 at 2:56 PM

Sono d’accordo che il contesto di webconference abbia posto dei filtri, delle barriere, che hanno finito, probabilmente, per penalizzare l’apprendimento. Sono anche consapevole di essere stato abbastanza lapidario. Tuttavia rimanere entusiasta di un corso dove gente con interessi comuni si ritrova e può interagire vis-à-vis non è poi così difficile, nel senso che magari, al netto dei rapporti che si sono instaurati tra i partecipanti, alla fine della fiera non si è imparato granché dai relatori, insegnanti o quello che sono.
Rimango dell’opinione che un corso possa insegnare come strutturare un romanzo, ma l’inventiva non è una cosa che si può apprendere: o la si ha (esattamente a titolo di virtù innata) oppure ne si è privi. Chi ne abbia può comunque esercitarsi a migliorarla, a stimolarla (gli stimoli sono fondamentali), a moltiplicarne l’apporto (l’importante è ricordare che ‘zero’ darà zero per qualunque cifra astronomica lo si voglia moltiplicare. Sempre!)
Il blocco dello scrittore: forse dall’alto, o dal basso, della mia “graforrea” non dovrei neanche metterci becco, comunque le sole due volte che sono andato in blocco mi è stato sufficiente smettere di pensarci per un paio di giorni, o anche solo per qualche ora, è la storia ha ripreso il suo corso in maniera del tutto spontanea (la prosecuzione si è affacciata alla mia mente da sé).
Rimanere bloccati per troppo tempo, per anni addirittura, può essere sinonimo che lo scrittore non sente la storia come sua, non è nelle sue corde, ha intrapreso uno di quelli che definisco ‘vicoli ciechi narrativi’ o semplicemente perché non è prolifico (senza trascurare in fatto che potrebbe trattarsi di motivi personali che non sta ad altri analizzare).
Per quanto riguarda poi le reali competenze di taluni insegnanti o l’effettiva propensione di talaltri a condividerle con gli alunni… meglio che non mi esprima neanche… a scanso di suscitare un vespaio. 🙂

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Barbara Businaro

Mar 10, 2018 at 8:06 PM

Sul blocco dello scrittore, la lezione più importante è stata la lettura di un passo del saggio La pazza di casa di Rosa Montero. Ecco, credo che quello sia il mio tipo di blocco: non è un blocco di idee, né un blocco di trama. Ne ho scritto qui: Il blocco dello scrittore

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Calogero

Mar 10, 2018 at 4:12 PM

Stamattina mi sono svegliato ispirato, così ho studiato un po’ di netiquette, come si suol definirla. Ho appreso dell’esistenza di ‘troll’, ‘flame’, ‘kick’, ‘ban’ e altre cosette interessanti che a onor del vero ignoravo completamente.
Dato che alzare un polverone o essere scortese non mi renderà più bello né più brillante, diciamo che con Michele ho usato un tono un po’ troppo esuberante, me ne scuso e lascio cadere la questione (oltretutto, l’argomento del post in questa pagina è tutt’altro). Magari non appena ho un po’ di tempo visito il suo blog per cimentarmi in qualcuno degli esercizi che propone, così pago pegno. 🙂
Ti devo ancora un “contributo beta”.
Secondo me (bada bene: come ho fatto presente nel primo commento, non sono la persona più adatta per darti un giudizio, pertanto ti invito a prendere le mie parole col beneficio d’inventario), dovresti adoperare il secondo paragrafo come incipit, magari facendolo seguire da un flashback che chiarisca le origini di Claudine (in tal caso fa’ attenzione a non dare troppe anticipazioni, per non penalizzare la suspance). A questo punto potresti ricominciare con la narrazione al presente direttamente da gennaio (nel punto in cui l’avvocato cerca di proporsi, mi pare, alla giovane Claudine come marito ), quindi coadiuvare con un altro flashback (il paragrafo ‘dicembre’, che allora bisognerebbe in parte riscrivere e allungare un po’).
Insomma, non mi pare ci sia da rimaneggiare, soltanto di fare un po’ di editing mirato e curare l’impaginazione.
Spero che la mia visione possa esserti utile in qualche modo.

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Barbara Businaro

Mar 10, 2018 at 8:24 PM

Oddio, dovresti leggere le discussioni accese sul self-publishing e editoria tradizionale, per capire che questo non è “trolling”! 😀
Grazie per il contributo beta: non mi sarebbe venuto in mente di “rovesciare” le scene e introdurre dei flashback, anche se in altri contesti ho utilizzato flashback diretti e indiretti. A volte spostare le scene come fossero pezzi di un puzzle aiuta a trovare l’immagine finale migliore. 🙂

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Tiade

Mar 10, 2018 at 7:44 PM

Ci ho preso per metà. Sorrido. Forse prevenuta verso la società dell’epoca.
In compenso, leggendoti, ho immediatamente visualizzato l’immagine come un vecchio dagherrotipo.

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Calogero

Mar 11, 2018 at 10:47 AM

Comincio a capire. Purtroppo non ho una soluzione. Ti dico soltanto che ho imparato a convivere con la paura di non riuscire ad esprimere al meglio i concetti che metto su carta. Evito di pensarci ossessivamente e mi concentro sul contenuto, così riesco ad andare avanti.

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Calogero

Mar 11, 2018 at 10:53 AM

Lieto di essere utile. 🙂

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newwhitebear

Mar 11, 2018 at 6:18 PM

Rispondo solo ora al tuo dubbio finale ‘Mi chiedo se non avrei dovuto essere ancora più esplicita, se a te è sorto il dubbio sulla collocazione temporale’
Nella prima parte mi è sembrato di cogliere l’atmosfera di una Parigi di altri tempi ma senza darle una collocazione temporale. Poi il resto mi ha depistato. Mi è sembrato di avvertire qualcosa più vicino nel tempo. E’ vero che non ci sono telefoni, macchine o altri aspetti più attuali ma l’atmosfera è rimasta neutra, come se fosse appesa in un limbo temprale. Da qui il mio dubbio e non l’avere colto il messaggio finale che tu intendevi dare.

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nadia

Mar 12, 2018 at 10:10 AM

Mi ero persa, ho letto appena hai pubblicato poi dal cellulare non mi riusciva di commentare, e come sai per via dell’età la memoria galoppa e ops, torno ora.
Leggendo ho notato che nell’ultima parte corri di più e ti riesce meglio, non so se avevi una lunghezza imposta, ma a parer mio la parte centrale potresti sfoltirla un po’, riducendo le spiegazioni, velocizzando il ritmo. Non c’è nulla che non vada, a parte che lo trovo un racconto distante dai tuoi soliti, sarà per l’ambientazione, sarà per la tipologia classica della protagonista, e se lo avessi letto senza sapere che lo avevi scritto tu non te ne avrei attribuito la firma.

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Barbara Businaro

Mar 12, 2018 at 3:32 PM

Sui commenti: è passato un aggiornamento automatico che ha compromesso il link “Reply to comment”, tocca attendere il prossimo aggiornamento in seguito alle segnalazioni aperte dagli utenti (non solo il mio), e speriamo si sbrighino.
Grazie quindi Nadia di essere ritornata per commentare! 🙂
Non avevo una lunghezza imposta no, avrei potuto dilungarmi ancora, ma credo di averlo terminato con “stanchezza”. Curioso che non me ne avresti attribuito la firma. Secondo l’insegnante del corso, la libera scrittura dovrebbe lasciar fluire il meglio di noi, o quanto meno immagini potenti, diverse dalle solite parole a cui siamo abituati con una scrittura più “filtrata”. Diverso è diverso, ma potente non direi.

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Elena

Mar 12, 2018 at 3:39 PM

Cara Barbara,
ho letto con attenzione il tuo racconto e ti segnalo le mie sensazioni alla lettura, come hai richiesto. L’immagine di Claudine/Vermeer mi suggeriva tutt’altro rispetto a ciò che ha suggerito a te. Il che la dice lunga sull’immaginazione e sul mondo che ognuno di noi contiene al suo interno. Ho visto paura e disperazione in quegli occhi, rassegnazione. Veniamo alla tua protagonista: Claudine mi pare trascinata dagli eventi , sui quali non esercita alcuna significativa interferenza o tentativo di azione. In generale manca pathos, sebbene la storia sia triste , come l’ha definita qualcuno, drammatica, come la definirei io. Il dramma non c’è, tu stessa sostieni di non aver sentito la storia, di avere dei dubbi. Credo stiano in questo punto: la freddezza di una cronaca di eventi.
Non butterei via niente, perché la trama è interessante. Ma racconterei il suo dramma, il suo senso di abbandono e di frustrazione dovuto al fatto che tutto intorno a lei sembra il frutto di un calcolo. Dovrebbe compiere qualcosa di diverso da ciò che si attende una storia del genere. Una metamorfosi che non affiderei al consiglio di un avvocato, ma ad un’azione, finalmente sua, consapevole.
Ti offendi se ti dico che apprezzo molto di più ciò che scrivi senza vincoli o richieste particolari?
Un abbraccio

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Barbara Businaro

Mar 12, 2018 at 6:33 PM

No che mi offendo, anzi! Potrebbe essere la conferma che la libera scrittura non fa per me, se poi il risultato non piace, non rende bene, io non lo sento mio quanto nemmeno il lettore lo associa a me, come dice Nadia. Certo gli esercizi dovrebbero servire a imparare qualcosa. Ma la libera scrittura è un esercizio?
Il tuo commento mi ha suggerito tra l’altro un’altra chiave di lettura: Claudine si lascia trascinare dagli eventi con uno spirito che è totalmente distante dal mio, che sono più come il pinguino di Madagascar Skipper (“Le possibilità io me le creo da solo” 😀 ). Del resto non possiamo però scrivere di personaggi che ci assomiglino a fotocopia. Ci sono nella vita anche persone che attendono gli eventi, convinte di non poterli migliorare in alcun modo. Il cammino che può aver fatto Claudine è interiore (normalmente lo avrei esplicitato meglio? può darsi) e lo sento nella frase: “Ci sono giorni in cui penso che era meglio per me vivere di sogni, piuttosto che apprendere la realtà.” 🙂

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Michele Scarparo

Mar 13, 2018 at 3:46 PM

La libera scrittura non è un gran esercizio, IMHO. Scrivere le prime cose che ci vengono in mente è garanzia di ripescare, nella memoria, le immagini più trite ed abusate. Quindi cliché. Quindi scrittura piatta. Altro che immagini potenti.
La libera scrittura può e deve servire come brainstorming e prima traccia: buttare giù pagine che poi andranno per la maggior parte scartate, affiancate da molte altre nuove, scritte con più cognizione di causa, e poi ri-scartate e così via.

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