Una cena perfetta

La bava mi dà fastidio.
Mi riempie la bocca in continuazione, a conferma del mio appetito irrefrenabile.
Scende ai lati delle mie fauci, e scorre lenta ed appiccicosa sul mio pelo.
Se non la lascio uscire, la sua viscosità rischia di soffocarmi, anche se è solo una sensazione.
Ho provato a mandarla giù, ma a contatto con lo stomaco aumenta a dismisura la mia voracità.
E’ la parte più odiosa di questa seconda vita.
Sono stato un essere umano, ho vaghi ricordi di ciò. So ancora il mio nome per esempio. Sebastian.
Non so cosa sono.
Mi guardo spesso nel riflesso dell’acqua limpida del torrente per capirlo.
Assomiglio ad un lupo, o ad un cane vista la taglia più piccola ed il manto lievemente rossastro.
Ho prestato soccorso a uno di loro nel bosco, sembrava stare male.
In realtà stava fingendo, e quando mi sono avvicinato mi ha morso ferocemente, perchè voleva mangiarmi.
Ero molto muscoloso come uomo, ero sempre sul monte a tagliar legna, e mi sono difeso.
L’ho scaraventato lontano con uno strattone.
Mi aveva preso al braccio, in profondità, avevo sentito i denti fino all’osso.
Era un dolore lancinante.
Eppure niente in confronto a ciò che ne seguì.
Il brivido infuocato correva veloce lungo tutti i miei muscoli ed alla fine mi prese anche la testa.
Come se centinaia di bocche mi stessero strappando la vita a brandelli, uno per uno.
E poi arrivò la fame.
Una fame imperante, assoluta, che guidava ogni mio pensiero e movimento.
E la bava, a ricordarmi l’urgenza di questo nuovo istinto.
L’altro era caduto a qualche metro da me. Si era ferito una zampa sbattendo contro i massi appuntiti al limitare della radura.
Sanguinava leggermente.
E questo mi fece impazzire.
Gli vidi il terrore negli occhi, perchè ero come lui. Il gioco era cambiato e non ero io quello zoppicante.
E la mia fame si alimentava anche della sua paura.
Il mio stomaco si allargò in uno spasmo per prepararsi ad accogliere la preda.
E fu solo un attimo.
Lo stavo già divorando. Gli avevo strappato il cuore all’ultimo palpito ed il resto giaceva inerme ormai sotto il mio peso. Colsi il suo respiro finale azzannando i suoi polmoni ancora espansi. Ingurgitai le interiora in un solo boccone e poi passai alla massa muscolare. Non lasciavo indietro nemmeno le cartilagini. Il suo sangue mi forniva un’energia oscura, che dai nervi si dipanava lungo il corpo e smorzava la fame come acqua che scorre lenta sul fuoco.
Quando mi sono risvegliato ed ho ripreso il controllo dei miei pensieri, a terra c’erano solo ossa pulite. Null’altro.
E’ stato in quel momento che ho capito di essere condannato.

 

Dopo il primo periodo passato a vagabondare tra una vittima e l’altra, in un’esistenza inutile e assurda, decisi di farla finita.
Tentai di ammazzarmi in vari modi.
Provocando le ire funeste di un orso bruno, che però divenne facilmente il mio pasto, il più saporito e succoso che mi fosse mai capitato.
Gettandomi in corsa nel vuoto di uno strapiombo, per atterrare indenne decine di metri più in basso, ancor più rabbioso e affamato.
Cercando di ardere al fuoco delle sterpaglie accese dai contadini, ma le fiamme non mi bruciano e la fame rimane intatta.
Lasciandomi morire di stenti, rinchiuso in una grotta senza possibilità di cibo, ad ascoltare i crampi dello stomaco dilaniarmi la mente.
Ma c’è un punto oltre il quale la mia ingordigia prende il sopravvento ed in uno stato di incoscienza mi conduce alla preda più vicina.
Così che io non posso morire, anche volendo.
Eppure l’altro è morto, per causa mia.
La differenza è che ho avuto il tempo di diventare come lui.
Come se mi avesse passato il testimone, questa terribile punizione infinita.
Ho provato varie volte anche questo, scegliere un bersaglio sufficientemente robusto da resistermi e così trasformarlo.
Ogni volta spero che sia quella giusta, quella in cui finalmente trovare pace.
Anche se a danno di qualcun’altro, che proseguirà il castigo.
Ma finora non ho avuto fortuna.
Ho sempre concluso velocemente la cena.

 

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultima caccia. Il mio bisogno è diventato estremo.
Sono passato vicino al paese a valle stamattina presto, ed ho intravisto delle zucche sotto i portici, qualcuna già intagliata.
Ho ancora memoria della festa di Halloween, nella mia testa sento ancora l’emozione e lo spavento di quando mio padre mi raccontava storie fantastiche, di mostri e di spiriti, di orrori all’epoca solo immaginati.
Ora l’orrore sono io.
E questa sera mi preparo ad un grosso banchetto.
E’ già successo. So come muovermi.
Mi avvicino al villaggio, simulando di essere una bestia perduta e indifesa.
Mi sono lavato nel fiume gelido stamattina ed asciugato al sole da mezzodì fino all’ultimo raggio.
Così non sembro completamente selvaggio.
Mi confonderanno con un cane da caccia che ha smarrito il suo padrone.
E lasceranno che io li segua.
Quando troverò l’occasione, un vicolo buio in cui trascinarli lontano dall’abitato, mi allontanerò fingendo di vedere qualcosa.
Saranno loro a seguire me.
Nessuno si accorgerà di niente. Le loro urla saranno scambiate per burle.
Le case sono illuminate fiocamente alla luce delle lanterne dei davanzali.
Osservo i gruppetti vestiti in maniera stravagante gironzolare con i cestini per le stradine.
Dolcetto o scherzetto?
Questa sera qualche fortunato riceverà il mio.

 

Si avvicinano un paio di genitori che accompagnano la prole nella passeggiata.
I bambini li lascio stare. Sono protetti da qualcosa che mi tiene lontano.
Fortunatamente non posso fargli del male.
Gli adulti non hanno un buon sapore, il loro corpo sta invecchiando e la carne tende ad essere stopposa, il sangue stantio.
Gli adolescenti sono più succulenti.
I giovani uomini nel pieno dello sviluppo fisico, carichi di adrenalina e testosterone.
Le fanciulle che mi sorridono con gli occhi limpidi dell’innocenza non ancora perduta.
Camminando per la mia ricerca mi ritrovo di fronte alla Chiesa.
Mi chiedo quale Dio possa consentire la mia presenza.
E perchè non ho un cacciatore naturale, nell’ordine perfetto delle cose.
Non c’è un senso in ciò che sono diventato.
E mi domando cosa posso aver commesso nella mia vita umana per meritare tanto.
Quale crimine? Quale crimine maggiore di quelli di cui mi sto rendendo artefice ora?

 

Sento gridolini eccitati provenire dalla strada di fronte.
Si fermano e mi guardano incuriositi. Poi mi fanno cenno con la mano di andare da loro.
Abbasso la coda ed il capo, in segno di timore, e mi avvicino a passo lento.
Più lento, non devo far trapelare la mia avidità.
Sono quattro.
Due maschi e due femmine.
Una delle ragazze allunga la mano e mi accarezza la testa.
Profumo di mughetto e zucca arrosta.
Un cuore guizzante pieno di promesse.
Una cena perfetta.
O forse, finalmente, la mia morte.

 

(c) 2015 Barbara Businaro

Racconto per Halloween 2015.
Non vorrei spaventarvi, ma l’ho davvero scritto che avevo fame…

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3 commenti su “Una cena perfetta

  1. E’ perfetto il racconto: la trovata, il progredire degli eventi, lo stile. Poi se è perfetta anche la cena… buon appetito.

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