Tu non puoi capire perché non sei

Quand’ero bambino, poco più di un soldo di cacio, e mia madre mi imponeva delle regole che non mi piacevano o non comprendevo, la sua spiegazione era “tu non puoi capire perché sei piccolo.”
Quand’ero adolescente e come tutti gli adolescenti furiosamente critico verso il sistema che mi veniva imposto, sia per studio, famiglia, religione o politica, la risposta che veniva data a turno dall’adulto del caso era “tu non puoi capire perché sei giovane, non hai responsabilità.”
Quando vivevo ancora nella casa paterna, ma viaggiavo di città in città per lavoro e cominciavo a vedere i primi amici sequestrati dalle fidanzate, poi reclusi nei loro matrimoni, persi tra fornelli, giardini, bricolage e parenti, senza mai un minuto per se stessi e un decaffeinato al bar, la frase acida utilizzata era “tu non puoi capire perché non sei autosufficiente, non hai una casa sulle spalle.” Figurarsi quando sopraggiungevano pannolini e biberon.

Ora sono grande, ormai invecchiato, da qualche lustro ho una casa di mia proprietà, un’auto e una motocicletta in garage, lavoro ancora dodici ore al giorno e mi reco anche all’estero per affari, se riesce a cucinare Benedetta Parodi ci può riuscire chiunque, hanno inventato sia il robot aspirapolvere che pulisce da solo e pure suo cugino tosaerba, programmabili dal telefonino. Sono passato quasi indenne a una convivenza, un po’ meno al sacro vincolo matrimoniale. I figli poi sono di chi li vuol sentire veramente tali e non sempre l’assidua presenza garantisce un buon risultato.
Se mi guardo indietro ora, c’è molto, sia vita che esperienza. Il mio futuro si accorcia, il mio passato si allunga.
Allora dov’è l’illuminazione che doveva sopraggiungere magicamente? Perché dopo tutto questo, le mie domande sono rimaste le stesse.

La realtà è che questo appello all’inadeguatezza altrui (tu non puoi capire perché non sei “qualcosa”, qualsiasi cosa) non ha nemmeno senso logico. Il Dottor House diagnostica malattie rare pur senza averne, solo sulla base di sintomi ed esami clinici, e Sherlock Holmes chiarisce gli omicidi e ne illustra i moventi senza essere un assassino egli stesso. Personaggi di fantasia, esageratamente arguti? Nella vita reale, Madre Teresa di Calcutta è stata definita “madre” anche se non ha mai partorito né allevato un figlio tutto suo. Eppure è stata una vera madre per molti, soprattutto degli ultimi, gli emarginati, di cui non si curava nessuno. Lei non poteva capirli?
La sensibilità non è un patentino che spetta solo a chi è qualcosa, lasciando esclusi tutti gli altri. E tipicamente chi usa questo ragionamento fallace, la sensibilità è abituato a pretenderla, ma mai ad usarla in egual misura. L’empatia è una capacità che va coltivata e sviluppata, sempre e verso chiunque, che sia o non sia quel “qualcosa”.

Tu non puoi capire perché non sei.
Anziché esordire con questa frase infelice e poco intelligente, dal sapore amaramente razzista, provate a spiegare quello che pensate non possiamo comprendere. Non occorre essere scrittori da Nobel o premi Pulitzer del giornalismo, bastano poche parole semplici su quello che sentite. E forse vi accorgerete voi stessi che, proprio perché abbiamo ben inteso, vi stiamo dicendo che state semplicemente esagerando la questione oppure vi stiamo offrendo un altro punto di vista e soprattutto un aiuto per uscire dalle difficoltà. Che quelle, per quanto variegate, toccano a tutti.

 

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Di lui sappiamo poco o niente. Se non che viaggia parecchio, ci scrive da luoghi lontani, a volte anche senza muoversi affatto. Colleziona foto di panchine, ognuna delle quali ha contribuito al suo spirito ed alla sua penna.

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22 commenti su “Tu non puoi capire perché non sei

  1. Post bellissimo. “Tu non puoi capire perché non sei…capace” si potrebbe aggiungere nel pensiero di chi vorrebbe dirtelo. Come dici tu, non devi essere quella determinata persona per poter essere in grado o non dire la tua perché non sei del ramo.

    Mi piacciono tantissimo le panchine. Sono una viaggiatrice di panchine. Il posto in cui mi trovo a mio agio, sia da sola che in compagnia. 🙂

    1. Capacità che in taluni casi deriverebbe però da un titolo acquisito senza merito, come invecchiare ad esempio. “Tu non puoi capire perchè sei piccolo”. Senza contare che a volte sono i bambini ad avere il punto di vista migliore, senza fronzoli.
      Le panchine dovrebbero essere considerate patrimonio da difendere. E mi chiedo come mai non ci sia una cartina geografica con l’indicazione di dove trovare la più vicina!

  2. Eh già. Quante volte me lo sono sentito dire.
    Sulla genitorialità va sottolineato che essendo tutti stati bimbi, forse solo a ricordarci un po’ come eravamo (cagoni, piagnoni, indisciplinati) può far capire benissimo le ambasce di un genitore. Eh, quando sarai sposata, mica potrai fare pasta al pomodoro ogni sera! Mah, mi hanno attaccato addosso l’etichetta di quella che non sapeva far da mangiare, solo perché ho in effetti cominciato tardi, prima non ce n’era l’esigenza, ma poi le stesse persone venivano a casa mia e leccavano pure i coperchi. Adesso forse possono dirmi che non posso capire gli anziani, ma il mio corpo ha già iniziato a non essere più quello dei venti, eh, per cui capisco pure quello. Le esperienze comuni avvicinano, forse, ma anche no, mi sento vicina ad amiche che capiscono come sto quando ripenso a mio padre che non c’è più, amiche che hanno ancora entrambi i genitori. Bisognerebbe un po’ capire piuttosto che non siamo compartimenti stagni: i genitori/gli sposati/i divorziati/gli impiegati/gli operai ma persone, con le loro debolezze e un approccio meno giudicante aiuta tutti a passare con meno ferite da questa vita, che alla fine, si sa, non risparmierà nessuno.

    1. Quante cose dovevano essermi proibite da coniugato, ho dimenticato di stilarne un accurato elenco prima!
      Ora con i sughi già pronti, anche in confezione da single, ogni sera si può scegliere una pasta diversa. Potendo mangiare pasta ogni sera…
      Temo comunque che da qui al fine viaggio continuerò ancora a sentirla questa frase. Perché poi si muove al contrario: ora che invecchio, diranno che non posso capire perché “non sono più giovane”.

  3. Atteggiamento davvero irritante, quello del “non puoi capire perché non sei [inserire qualità a caso]”. Va in coppia con “non puoi nemmeno osare immaginare”, anche se proprio l’immaginazione è il lusso che puoi concederti sempre, specialmente se non sai qualcosa. Poi, magari, non ci prendi, ma pazienza.
    Infine, “perche sì” o “perché no”: queste due frasi sono sempre arrivate vicine a strapparmi i calci nel sedere dai piedi, come direbbe una mia amica.
    Trovo tutti questi atteggiamenti una dimostrazione di pigrizia: se qualcuno mi dicesse “non ho voglia di spiegartelo”, ci farebbe una figura migliore. Perché è vero che certe cose le puoi sapere solo passandoci, peraltro solo dal tuo punto di vista, ma una persona intelligente potrebbe fare tesoro anche delle esperienze degli altri, arrivando a certi passaggi della vita non completamente impreparata. 🙂

    1. Una volta soltanto un amico ha sentenziato che non potevo immaginare cosa gli era accaduto. Purtroppo per lui era un periodo di intense letture di spionaggio e complotti, ricordo di essermi lasciato andare a vaneggiamenti circa la sua liaison e ricordo la sua espressione quando ho anticipato le sue novità.
      Da allora nessuno ci prova più.
      Credo che “tu non puoi capire perché non sei” nasconda due derivazioni: “non ho voglia/tempo di spiegartelo” (se si ha voglia, il tempo si trova) e “non so come spiegartelo (e nemmeno ci provo)”.

  4. Chi non è stato ferito da questa frase alzi la mano. Tutti con le braccia conserte. E già. Come non essere d’accordo con te? Purtroppo esiste questa assurda credenza che solo chi capita in alcune situazioni possa comprendere, consigliare e parlarne, nulla di più assurdo. I consigli migliori escono proprio da chi estraneo al tutto ne ha una visione più obiettiva. E quando parli di empatia, bè concordo in pieno. Belle riflessioni, grazie.

    1. Se sono tutti a braccia conserte (e quindi tutti feriti, prima o poi, da questa frase), perchè continuo a sentirne l’eco ai nostri giorni? L’averla sentita su di sé non dovrebbe insegnarci a non usarla mai verso altri?

      1. Purtroppo perché pare sia un’abitudine consolidata, come quella di non accendere il cervello prima di parlare… Nessuna scusante, ma semplice amnesia di comodo per prendersi una rivincita. Triste comunque.

  5. Eh sì hai toccato u tema ricorrete per ciascuno di noi! in particolare mi captava con le mie idee politiche. MI spiegavano che quando sarei diventata grande le avrei cambiate, sarei cresciuta. Come se pensarla diversamente fosse una malattia da cui a un certo punto si guarisce. Ebbene, io credo che si tratti semplicemente di paura del confronto. Tu non puoi capire è un bel modo di tranciare una discussione e chi lo afferma si può crogiolare nella sua finta sicurezza di avere sempre ragione… PS: Teresa di Calcutta non era la santa che ci hanno spiegato tutti…. Avete visto The Young Pope?
    Per dire che l’apparenza inganna e dietro una grande sicurezza c’è sempre una grande debolezza o persino di peggio 😉 Saluti

    1. La frase non è sempre utilizzata a chiusura del dialogo per ottenere facilmente l’ultima parola: a volte me la sono ritrovata come premessa, come scusante di un determinato comportamento che io non potevo capire perchè…
      Non credo ai santi tout court: sono persone, che possono realizzare qualcosa di magnifico in un giorno, e sbagliare come qualunque essere umano negli altri 364 del calendario. L’esempio di Madre Teresa di Calcutta non era in relazione al nostro punto di vista, quello occidentale, quello del Vaticano, quello della politica e dei poteri forti, dei media e della pubblicità. Ma in relazione a un bambino morente a cui viene concessa una scodella di cibo. Esempio che può calzare meglio ad altre suore meno conosciute, alle infermiere, alle insegnanti d’asilo, alle baby sitter, alle volontarie dei centri d’accoglienza e tante altre persone che usano l’empatia al servizio del prossimo.

      1. Sì, capisco il tuo ragionamento. Tuttavia penso che una frase del genere possa anche non essere usata alla fine di un discorso ma di fatto il dialogo lo chiude. Ogni volta che respingiamo un ragionamento, al di là della frase fatta, stiamo “chiudendo”… Non trovi?

  6. Considerazioni terribilmente vere, spesso chi ti dice che non puoi capire perché non sei “qualcosa” non ha mai neanche provato a mettersi nei tuoi panni. Ci si dimentica troppo spesso che c’è anche qualcosa che si chiama “empatia” e che fa “sentire” anche più dell’esperienza. Concordo con i commenti sopra: è una forma di chiusura del dialogo.

  7. Il fatto è che spesso ci si pone con troppa diffidenza verso gli altri. Anche quando si sente l’urgenza di comunicare è come se lo si facesse restando dietro a una porta socchiusa con il chiavistello inserito. E’ possibile sia vero il non poter sempre capire certe situazioni e credo non ci sia neanche nulla di male, ma a essere valutata dovrebbe essere l’intenzione dell’altro di ascoltare e comprendere. Purtroppo, quella frase dà per scontato che questa volontà proprio non ci sia. Istintivamente, anche a me viene da pensare che in chi la dice ci sia poca voglia di spiegare, senso di superiorità e una dose abbondante di superficialità, ma forse, non sempre è così. La paura di non essere compresi crea molte barriere e credo che si inizi a edificarle proprio con le parole. Nel caso dei bambini suppongo sia diffusa ancora una mentalità che dà per scontato che loro non riescano a elaborare certi concetti e in parte è così. Tuttavia, tutto sta nel trovare il modo giusto di dire le cose, anche quelle più complicate.

    1. Ovviamente il rischio di generalizzare in questa tipologia di ragionamenti c’è. Se è la paura di non essere compresi a scatenare la frase, forse conviene essere schietti: “Non sono sicuro di riuscire a spiegarmi, spero capirai se rimandiamo il discorso ad un altro momento”. Potrebbe suonare meglio all’orecchio di entrambi?

    2. A proposito di bambini, ricordo una scena di tempo fa: diciassettenne che piange disperata perché appena mollata dal fidanzatino, tra l’altro per futili motivi. Mamme, amiche e zie che cercano di consolarla. Si avvicina bambina di 8 anni, forse anche 7, e candida candida, abbracciando la ragazza: “Guarda che non vale la pena di piangere per un maschio. Non sanno cosa vogliono!”
      Tiè Freud, porta a casa. 😀

  8. Articolo interessante. “Tu non puoi capire perché non sei…”. Quello che si mette dopo il “…sei” può essere di tutto. La frase e l’insegnamento in questo caso si pone “sul negativo e sull’impossibilità” e sono queste due espressioni di pensiero che sono deleterie per la crescita e anche per la tranquillità di chi riceve, a qualsiasi età lo riceva, il suddetto pensiero. Invece ogni genitore o amico, o fidanzato, o amica eccetera, dovrebbe pensare sempre in positivo. Quindi la frase si dovrebbe cambiare in : ” Tu puoi capire perché sei…”. Perché, a qualsiasi età ci venga esposto questo pensiero, nella dovuta proporzione che la nostra crescita ci consente, ognuno di noi può “sempre capire qualcosa, anche se minimo, su qualsiasi questione di vita ci venga posta dinanzi”. Tutto ciò mi pare possa essere più utile per incentivare la fiducia e la sicurezza nelle scelte future che in seguito ogni persona nella sua vita farà. Qualcuno ha detto che ognuno di noi “è come un universo unico e irripetibile” e soprattutto speciale per quanto riguarda la sua bellezza espressiva e creativa applicata alle sue scelte di vita. Quindi ben venga quel “Tu puoi capire perché sei…”. Per ognuno che stimiamo come “unico e irripetibile”. Vi saluto cordialmente.

    1. Concordo. Si dovrebbe introdurre un cambio di prospettiva, che io molto apprezzo. Ho notato che sovente la frase è utilizzata da chi attraversa un periodo difficile e forse, dico forse, è la negatività degli impervi che si porta dietro questo appello all’incomprensione. Altre volte invece è assolutamente una chiusura di dialogo per “vincere facile”. Peccato che ci perdono tutti.

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