Simba, un gatto con un nome

“I gatti non hanno nome, questo lo sanno tutti. Il problema è che senza un nome i gatti non rispondono, e perché mai dovremmo volere un animale che non viene quando lo si chiama?”
I gatti non hanno nome, di Rita Indiana, NNEditore

Non è vero.
Simba sapeva di essere Simba, eccome se lo sapeva. Sapeva anche di essere il nostro Sfigatto. Se chiamavo anche solo “micio” era lei che si voltava. Anche se il suo nome preferito era lo scuotimento assassino della scatola di croccantini. Lo recepiva per chilometri, ed arrivava a velocità che Usain Bolt risulterebbe una schiappa. Se però aveva già mangiato, potevi chiamarla per minuti e non si spostava di un millimetro, nemmeno da sotto il tuo naso. Ti guardava con l’occhio assonnato e menefreghista di chi ha già la pancia piena.

Otto chili di fusa e pelo morbido. Otto chili che ti graffiavano la schiena quando la tiravi giù da qualche posto impervio. Che a salire è facile, ma scendere è un’altra cosa. Otto chili di paciosa serenità, accoccolata tutte le sere sulle ginocchia del padrone, mirabolante ponte tra il divano e il tavolino del salotto. Il nostro personalissimo scaldotto ronfante.

Perchè è lei che ci ha scelti.
Una mattina di primavera è comparsa in un angolo del giardino, timorosa, magrissima, patita, affamata.
Le lasciammo un piattino di latte tiepido fuori dalla porta e la tranquillità di cibarsi indisturbata.
Tornò l’indomani. Rimettemmo il piattino.
Dopo un paio di giorni si lasciò guardare a distanza. Probabilmente dormiva nascosta sotto la siepe.
Dopo una settimana si lasciò accarezzare dalla signora che le portava il latte.
“Non verrà mai in casa, starà solo in cortile. Niente bestie in casa!”
Alle prime piogge entrò dalla porta di servizio in cerca di riparo, “ma solo qui giù in lavanderia!”
Un giorno salì per le scale e arrivò in cucina per pranzo, “ma solo perchè ci siamo noi e ci sente parlare!”
Poi venne a salutarmi alla scrivania, raggomitolandosi sulle mie gambe mentre io studiavo, “ma assolutamente non nelle camere!”
E nel giro di nemmeno un anno arrivò a dormire tutte le sere sopra il letto padronale.
Mettendosi in mezzo, come i bambini, e allungandosi, allungandosi, allungandosi da spostare gli astanti all’orlo del materasso.
E guai se mancava, quelli mica dormivano più! Capaci di aspettarla alzati quando tardava nei suoi vagabondaggi notturni.
“Eh, dove sei stata stronza? Ti pare l’ora di tornare a casa questa? Il coprifuoco ti metto!”
Sembravano sgridare i figli, parlavano col gatto.

Perchè era il Quinto Elemento, parte integrante della famiglia.
Che sapeva anche come partecipare al sostentamento e all’economia domestica.
Di tanto in tanto compariva sull’uscio di casa con una tortora o un passerotto in bocca, la sua preda. Lasciava il corpo del reato in bella vista sul tappetino fuori, perchè potessimo ammirare la sua bravura e la sua indipendenza.
Ed era bene riconoscerle subito il merito della caccia, altrimenti iniziava a dare fervide dimostrazioni di come aveva agguantato il bottino, sballonzolandolo in giro per il garage e seminando penne ovunque.
Con nostra somma disperazione.
“Hai la ciotola piena di croccantini, hai mangiato anche la scatoletta…cosa serviva farlo fuori, quel poveretto?!”
C’è stato un periodo in cui non volava nemmeno più una mosca a tiro di Simba.

Dev’essere stato lì che ha preso il vizio di uscire sul sottotetto in cerca di nidi freschi.
Nelle giornate di bel tempo, lasciavamo il balconcino della mansarda aperto e la porta socchiusa, perchè circolasse aria.
Le prime volte dev’essere andata e tornata senza che ce ne accorgessimo. Un sabato si dev’essere addormentata al tepore del sole, mentre noi abbiamo chiuso tutto anzitempo. Stavamo per uscire fuori a cena, quando dalla strada abbiamo intravisto Simba sul tetto che ci miagolava disperata.
Non ci degnò di uno sguardo per due giorni. Era il suo modo di essere arrabbiata.

Sapeva anche come divertirsi e giocare con noi.
Le ore di pulizie erano le sue preferite, con le porte tutte aperte, le sedie sollevate e grandi spazi dove correre.
Era terrorizzata dal manico della scopa. Abbiamo subito capito cosa poteva aver patito prima di arrivare da noi.
Invece rincorreva il filo elettrico dell’aspirapolvere, mordicchiandolo, ignara del pericolo e compiaciuta delle nostre reazioni stizzite. E poi si metteva a giocare a nascondino per le scale ed i pianerottoli. Si acquattava per terra, col culo per aria e ti puntava fisso come per azzannarti. Se ti giravi per inseguirla, partiva a raffica a correre, saltava i gradini e non la trovavi più.
Una volta mi sono dimenticata di togliere il tappeto del mezzanino.
E’ arrivata lanciata, ha derapato col sedere in curva, il tappeto s’è ammucchiato, chiudendola dentro come una salsiccia e sbattendo sulla porta della camera chiusa in angolo.
Offesa, per quel giorno non ha più giocato.

Lavare i pavimenti con lei in circolazione era un’altra impresa. Le piaceva davvero riempire le mattonelle di fiorellini.
Appena finito di passare lo straccio, guardavi indietro ed era pieno di pecchette, una lunga scia tortuosa. Toccava chiuderla altrove e ricominciare.
Per lo stesso motivo, tenevamo un asciugamano pronto per le sue zampette nei giorni di pioggia.
“O dentro o fuori! Che piove!”
Pulite le sue scarpe morbide dal fango, mangiava un paio di croccantini, leccava un po’ d’acqua, si buttava a terra ai tuoi piedi rotolando per chiedere coccole. E tempo dieci minuti era di nuovo sotto la pioggia. Se al ritorno ti rifiutavi di farla entrare, cominciava col suo miagolio lamentoso strappalacrime. E finivi per aprirle e asciugarla daccapo.

Stiamo parlando di una gatta intelligente eh, mica la si fregava. Se il microonde non faceva ding, lei il latte non lo leccava.
Perchè lo sapeva bene che senza il ding, il microonde non scaldava e le stavi solo rifilando un piattino di latte da frigo!
Però ci metteva tutto il gusto possibile quand’era tiepido. Sembrava il nonno che aspira il brodo dal cucchiaio, tanto sonoro era il suo impegno. Poi si voltava e ti guardava soddisfatta mentre si leccava le vibrisse una ad una.

Una gatta che sapeva anche come aprire le porte interne chiuse a maniglia.
Si alzava nelle zampe posteriori (l’abbiamo misurata in lunghezza: arrivava a un metro e dieci precisa), puntava le anteriori sull’impugnatura, abbassandola col suo peso, e tornava giù. Poi con una zampina la scostava per passare. Et voilà. Gatto fuggitivo.

Sapeva tutto! Orari, partenze e arrivi. E finchè l’ultimo pischello non era entrato in casa, lei stava sull’uscio a far la guardia, con un occhio alla strada e le orecchie che distinguevano i rumori delle auto in lontananza.
Ho anche rischiato di portarmela in trasferta a Milano una volta. Stavo preparando il bagaglio, componendo il necessario ordinatamente sul letto. Il terrore che m’è preso quando ho visto la valigia ancora vuota trascinarsi da sola per la stanza…
Poi due occhi rosso laser tentarono di immobilizzarmi.

Perchè aveva una curiosità morbosa per gli spazi angusti e chiusi. Scatoloni in primis.
Di tutte le forme e colori, lei ci si doveva intrufolare dentro, alla ricerca di un fantomatico tesoro.
Poteva passarci anche le giornate, sotto un cartone, spidocchiando la vita della casa dalle fessure.
Credo fosse il suo modo di ricercare l’improbabile cuccia dov’era nata, l’odore della sua mamma.

E sapeva sognare, Simba.
Nel silenzio dello studio, lei chiusa a riccio sul divano, si lamentava nel sonno. Oppure cominciava a leccare l’aria assaporando chissà quale prelibatezza. Se provavi a svegliarla, sembrava emergere da uno stato di ipnosi, si guardava attorno confusa. Poi ritornava a ronfare beata.

Non vederla girovagare per casa per tutto il giorno, era un chiaro segnale di marachella in atto.
Mentre facevamo il cambio stagione, gli armadi erano aperti in tutte le stanze e scambiavamo l’inverno con l’estate.
“Ma è tuo quel maglione lì in fondo, marrone chiaro-scuro sfumato?”
“Io non ho nessun maglione marrone…”
“Deve avere il collo col pelo…”
“Col pelo?…Simbaaaaaaa! Esci di lì subito!”
…ingrate! Ve li stavo scaldando tutti per indossarli questa sera!

A volte la curiosità la metteva in pericolo. Per non dire che ne combinava davvero di grosse.
Quando si ruppe la lavatrice, il tecnico arrivò e parcheggiò il Doblò con le ante aperte sul vialetto.
Simba non sembrava particolarmente interessata alla cosa. Di solito, con gli estranei in agguato, si rifugiava in qualche anfratto del giardino e ricompariva solo a territorio sgombro.
Perciò non ci preoccupammo della sua assenza.
A riparazione ultimata, chiuso il furgone, il tecnico saluta e riparte. Per inchiodare nemmeno dopo pochi metri.
“Signora, il gatto però glielo lascio…ne ho altri due a casa!”
Uscì sdegnata dalla portiera. Che non aveva trovato proprio niente di intrigante, lì dentro.

Sapeva sicuramente di far parte del nostro branco. Ed una volta ci ha presentato il suo fidanzato ufficiale.
Ha cominciato a miagolare forte dal giardino per chiamarci, come quando prendeva una biscia ma non si azzardava ad ammazzarla.
Siamo corse spaventate, ma nel bel mezzo del cortile c’era lei in compagnia di un gattone rosso striato, tale e quale a Romeo Aristogatti. Fecero un paio di passi, si scambiarono due annusate al muso e poi scapparono correndo.
Più chiaro di così!

Che di gatti ne ho visti e conosciuti tanti. Non so se sono lo specchio dei loro padroni, ma mica tutti sono intelligenti, dinamici, avventurieri e coccolosi come lo era lei. Dicono che è sbagliato umanizzare gli animali, che le bestie sono solo istinto di sopravvivenza.
Ma lei era molto più civile di tutti noi. Le mancava solo la parola.
E se avesse potuto parlare, avremmo anche scoperto perchè è arrivata a casa con un grosso taglio sulla schiena, come se qualcuno l’avesse presa a badilate. E che cosa tempo dopo le aveva spaccato uno degli incisivi, che il veterinario dovette estrarre per evitare infezioni.
Ferite che difficilmente una gatta femmina si procura da sola.

E’ così che suo malgrado deve aver imparato a distinguere le persone. E gli atteggiamenti.
Sapeva quando uno di noi stava male, fisicamente. Per febbre, influenza o anche una semplice gastrite. Passava più tempo in casa a sorvegliare il malato. A distanza per evitare complicanze, ma c’era. Se invece si trattava di un po’ di sconforto, depressione o solo luna storta, si autoproclamava medicina. I suoi otto chili di pelo ti raggiungevano in qualsiasi spazio del tuo corpo le lasciassi libero di acciambellarsi. E poi attaccava il suo Landini al massimo.

Sapeva anche di essere in ritardo quella sera, per la cena. Chissà dove diamine aveva perso tempo.
Papà preoccupato chiedeva di te. E poi ti abbiamo vista per caso, lunga distesa in mezzo alla strada.
Uno stronzo ti è passato sopra, a ben più dei cinquanta all’ora del centro cittadino.
Solo Mamma ha avuto il coraggio di venirti a prendere, lei molto più stoica di tutti noi.
Ti ha seppellito in un angolo del giardino, sotto la cucina. Poi ci ha piantato un rododedro bellissimo, che fiorisce maestoso ad ogni primavera. Da lì puoi ascoltare tutte le nostre chiacchiere di pranzo e cena, come sempre.
Solo noi non possiamo più coccolarti.
Non ci sarà più un gatto con un nome come il tuo.
Meo

 

(c) 2016 Barbara Businaro

Note: 
Per chi non ne avesse confidenza, queste sono le “pecchette”

Impronte di gatto

 

E questa è Simba, un gatto da valigia.

Simba, un gatto in valigia

 

Un gatto che le somiglia molto in quanto a carattere è Simon’s Cat (trad. il gatto di Simon). Trovate le sue rocambolesche avventure nel suo canale YouTube.

13 commenti su “Simba, un gatto con un nome

    1. No guarda, chiuderla in casa era impossibile. Era nata libera, la sua stanza preferita era comunque il giardino, il parco comunale davanti, quello più in là.
      Ancora oggi le porte sono ben segnate dalla sua volontà di uscire. Anche alle 6 di mattina. Non accettava nemmeno la lettiera in casa, ma ti chiamava per farla uscire.

  1. Sono la “mamma” di Nerina, detta “Gigi bagigi”! Mi sento di salutare la memoria di questa gatta, protagonista del tuo racconto e ne sono rimasta colpita: continuo a pensare al giorno in cui, inevitabilmente, ci separeremo… Mi hai commossa, Barbara! Ben scritto e sentimenti che, nel quotidiano, ci rendono “umani” quasi quanto i nostri figli pelosoni!
    Brava!

    1. C’è poca bravura in realtà in qualcosa di autobiografico. Se non nel riuscire a scrivere col groppo in gola ancora dopo un decennio (11 anni oramai senza il nostro mostriciattolo peloso) e rendere i ricordi in parole chiare. Mi dicono che l’ho caratterizzata bene, l’hanno riconosciuta subito. Del resto avevo un rapporto speciale con quella gatta, lo stesso colore degli occhi. 😉

  2. Mi è venuto un nodo in gola a leggere questa storia perché ho capito subito che era vera e mi ha fatto ricordare quanto mi mancano i miei gatti passati. Che animali fantastici.
    Ora non posso accollarmi la responsabilità di un gattone tutto mio, ma ce ne sono tanti che girano tra i giardini del vicinato e ho cercato più volte di attirarli con crocchette o latte. Gli unici clienti che hanno abboccato sono stati corvi, procioni e una volta anche un coyote. Ho dovuto lasciar perdere, a quel punto.

    La storia è ben scritta, ma non sapendo chi è il narratore ho faticato a capire chi sta parlando e qual è il punto di vista nel passaggio che segue:

    Dopo una settimana si lasciò accarezzare dalla signora che le portava il latte. (LA MADRE? PERCHÈ LA CHIAMA SIGNORA? È IL PUNTO DI VISTA DEL NARRATORE O DEL GATTO?)
    “Non verrà mai in casa, starà solo in cortile. Niente bestie in casa!” (È LA SIGNORA CHE PARLA?)
    Alle prime piogge entrò dalla porta di servizio in cerca di riparo, “ma solo qui giù in lavanderia!” (È IL GATTO CHE LO PENSA?)
    Un giorno salì per le scale e arrivò in cucina per pranzo, “ma solo perchè ci siamo noi e ci sente parlare!” (CHI PARLA? IL NARRATORE O LA SIGNORA?)
    Poi venne a salutarmi alla scrivania, raggomitolandosi sulle mie gambe mentre io studiavo, “ma assolutamente non nelle camere!”
    E nel giro di nemmeno un anno arrivò a dormire tutte le sere sopra il letto padronale.
    Mettendosi in mezzo, come i bambini, e allungandosi, allungandosi, allungandosi da spostare gli astanti all’orlo del materasso.
    E guai se mancava, quelli mica dormivano più! (I GENITORI O I FIGLI?)

    1. Ecco che succede a scrivere a più riprese. 😉
      Dopo una settimana si lasciò accarezzare dalla signora che le portava il latte. (se scrivevo madre/mamma suonava peggio, come se fosse la mamma del gatto)
      “Non verrà mai in casa, starà solo in cortile. Niente bestie in casa!” (Si, la padrona di casa, e sempre suoi i virgolettati sotto. L’unica volta che ho espresso un “probabile” pensiero gattesco è in corsivo, più avanti.)
      […]
      E nel giro di nemmeno un anno arrivò a dormire tutte le sere sopra il letto padronale.
      Mettendosi in mezzo, come i bambini, e allungandosi, allungandosi, allungandosi da spostare gli astanti all’orlo del materasso.
      E guai se mancava, quelli mica dormivano più! (I genitori, per quello sopra ho specificato letto “padronale”. Si sa che i figli dormono nello sgabuzzino 😛 )

      1. Nemmeno io posso tenere un gatto dove abito ora. Pur avendo un giardino, la strada è ancora più frequentata e non mi fido del vicinato, che ha già dimostrato poca umanità nei confronti degli animali.
        Però un coyote da guardia… 😉

    1. Questo racconto è sostanzialmente nato in un commento da Chiara B.M. di BookBlister. Ha presentato “I gatti non hanno nome” su un post dei “Libri a Colacione”, con la citazione che ho riportato all’inizio. Il commento non era completo e oramai la scatola dei ricordi era aperta…

  3. Dal racconto traspare tutto l’amore che conservi per questa tua gatta. Lo vedo con alcune amiche che convivono con gatti o cani: si crea un rapporto unico, una simbiosi perfetta. Io, invece, non riesco ad affezionarmi tanto agli animali, non amo molto tenerli dentro casa. Mi piacciono, ma solo se appartengono ad altri. In più sono allergica al pelo del gatto, per cui anche volendo fare l’esperienza…
    La tua storia resta comunque commovente. 🙂

    1. Essendo allergica al pelo di gatto, penso che automaticamente scatti un istinto basilare di sopravvivenza. Io c’ho messo un po’ a riavvicinarmi ai cani, dopo che una mamma bassotto mi ha sbranato una caviglia da piccola, perchè un’altra bambina teneva in braccio un suo cucciolo appena nato. Abbiamo anche avuto un’altra gatta siamese, un decennio prima di Simba, ma non è stato lo stesso. Ogni gatto ha il suo carattere e non sempre “lega” con la famiglia. Indipendentemente che siano gatti di città, confinati in un appartamento, o gatti di campagna, c’è comunque chi ha un’indole più giocosa e chi se ne sta sulle sue.

  4. Io un gatto non l’ho mai avuto, a parte una gatta che veniva a salutare i miei genitori come aprivamo la casa in montagna. Era randagia, solitaria, ma molto simpatica. Si faceva accarezzare, accettava qualunque cibo le lasciavamo nella ciotola e passava il suo tempo sul terrazzo di casa al sole a ronfare. Ci aveva eletto a sua famiglia adottiva per il tempo del nostro restare là. Mi sono sempre chiesta cosa pensasse e come ci vedesse, probabilmente l’ho anche sempre saputo, ma ora un po’ di più.

    1. Sappiamo che anche Simba era solita visitare le case e le famiglie dei dintorni, soprattutto i nuovi arrivati che la conoscevano (abbiamo provato a metterle dei collari con targhetta, ma se li è tolti sempre rabbiosamente, che quasi si strozzava; era nata libera e libera voleva rimanere). Alcuni gatti son così, simpatici girovaghi. Quando siamo andati in ferie in Toscana, ce ne siamo ritrovati ben quattro, due ci salutavano a malapena, altre due gatte erano sempre presenti, sulla porta ogni mattino a darci la sveglia. Macchia la più anziana si acciambellava a dormirti addosso e non si muoveva più. Kipling non stava ferma tre secondi, la gatta più irrequieta mai conosciuta. Però era spassosa! E chiaccherona!

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