Salone del Libro di Torino 2018 - locandina

Salone del Libro di Torino
Tante domande, poche risposte

Avevo programmato questo viaggio a Torino ancora un anno fa, quando persi l’occasione allora di visitare il Salone del Libro. Tra una trasferta e l’altra di lavoro, avevo provato a infilarci il tragitto in treno in giornata, ma gli orari di Trenitalia non sono per nulla favorevoli, nemmeno con il Freccia Rossa: sarei potuta rimanere in fiera solo un paio d’ore, una fatica pressoché inutile.

Questa volta mi sono preparata per tempo, marcando a calendario in rosso questo weekend, organizzandomi il lavoro e le ferie, prenotando l’albergo con largo anticipo, studiando gli espositori e gli eventi sul sito ufficiale del Salone, richiedendo l’accredito professionale come blogger (più per curiosità che per necessità), cercando i consigli dei lettori affezionati che non si perdono un’edizione. A differenza però del Livre Paris, a cui ho partecipato a marzo per conoscere la scrittrice Diana Gabaldon (vacanza che più last minute non poteva essere!), mi sono imbarcata in quest’avventura con un cosiddetto lettore “debole” (anche se associato ad un motociclista questa parola diventa ignonimia pura!) perché cercavo un punto di vista diverso dal mio, che non sono poi chissà che lettore forte, ma avendo un blog orientato alla scrittura creativa, in mezzo ai libri ci navigo volentieri.

Questo era tra l’altro il Salone delle cinque domande, cinque come le giornate di apertura della fiera: Chi voglio essere? Perché mi serve un nemico? A chi appartiene il mondo? Dove mi portano spiritualità e scienza? Che cosa voglio dall’arte, libertà o rivoluzione?
Domande per provare a ragionare insieme su quello che ci aspetta nel futuro, da cui il tema di questa 31esima edizione: “Un giorno, tutto questo”.

Eppure io non riesco ancora a trovare la risposta a questa semplice domanda del mio accompagnatore: A chi serve questo Salone?

Torino e la sua malinconia

Dopo un viaggio assolutamente tranquillo, con l’autostrada A4 completamente deserta, un vero miraggio, arriviamo a Torino poco dopo pranzo, giusto per il check in dell’albergo. Ho chiesto a Trivago una sistemazione vicino al centro, comoda alla metropolitana, per lasciare l’auto in parcheggio e non rischiare nessuna multa in ZTL. Devo dire che ero alquanto scettica nel ritrovarmi sulla carta una suite al costo di una semplice doppia a Milano, ma quando siamo arrivati all’Hotel Duparc ci hanno consegnato un alloggio grande quasi quanto tutto il mio appartamento! Questa Torino io già l’adoro!
Non ho fatto in tempo a poggiare la valigia, che un acquazzone ha completamente rovesciato la giornata! Un’ora chiusi in albergo con la pioggia che scrosciava funesta sui vetri, mentre cercavo di capire sulla mappa della città cosa potevamo vedere del centro storico nel solo pomeriggio che rimaneva.

Passato il temporale, ci siamo diretti verso la stazione metro. Un dispiacere lasciare alle nostre spalle il verdeggiante Parco del Valentino, avremmo potuto percorrere tutto il viale anziché rinchiuderci sottoterra, ma il cielo ancora non prometteva bene. Giunti all’uscita di Porta Susa abbiamo camminato attraverso gli antichi edifici fino alla centralissima Piazza Castello, dove si stava preparando la Stra Torino, la marcia cittadina, giusto per l’indomani. Tra i tetti si scorgeva già l’enorme punta della Mole Antonelliana e devo dire che è stata una sorpresa trovarsela davanti, così stretta in mezzo ai palazzi: per qualche motivo ero convinta si erigesse solitaria anche lei nel centro di una piazza o un giardino. Il sole mi ha concesso di fare un paio di belle foto luminose. Poi abbiamo raggiunto Piazza Vittorio Veneto, dove i locali notturni si preparavano ad aprire per il sabato sera, e il maestoso ponte che scavalca il Po davanti a quello che scopro essere la Chiesa della Gran Madre di Dio (credevo invece fosse il Palazzo della Regina perché in auto avevo visto quell’indicazione).

Torino - Mole Antonelliana

 

Tornati indietro, ci siamo fermati in un bar tipico e qui ho chiesto il famoso Bicerin, optando per la versione estiva. E’ arrivata questa cosa fantastigliosa qui, e il mio stomaco ha decretato che Torino vince definitivamente su tutti! 😀

Torino - Bicerin

 

Nemmeno il tempo di finire la mia merenda, e il cielo si è ingrigito all’improvviso, scatenando un altro temporale battente. Fuggi fuggi generale, strade ingorgate di auto e persone, metropolitana presa d’assalto. Davvero nessuno se l’aspettava. Siamo ritornati in albergo in tempo per prepararci alla cena.
Bella e malinconica, questa è la sensazione che mi ha lasciato Torino. O forse il mio giudizio è inficiato dal brutto tempo così brusco. Tra le sue strade ho sentito la tristezza di una città che è stata orgogliosamente capitale d’Italia, dove ogni pietra sembra traboccare di storia e nostalgia.

“E quella lassù cos’è?”
“Credo l’Abbazia di Superga.”
“Ma dai, dopo i frati trappisti, abbiamo i frati calzolai?”
(A volte non riesco a trattenere il mio neurone scemo. Non sapevo che la collina stessa si chiamasse Superga, né il mio accompagnatore sapeva che quella è la Basilica di Superga, non un’abbazia con i frati! 😛 )

Torino - Piazza Carlo Alberto

I preparativi al Salone del Libro

Qualche settimana prima, cercando informazioni su orari e biglietti, avevo scorto sul sito ufficiale del Salone la possibilità di richiedere un accredito professionale anche da parte dei titolari di blog a carattere esclusivamente letterario, non iscritti all’albo dei giornalisti. Il blog deve risultare attivo, con toni e contenuti non in palese contrasto con le regole e i valori cui si ispira il Salone (se scrivete che i libri fanno schifo e che leggere è noioso, per capirci).
Peraltro l’informazione sul sito risulta discordante: nella pagina principale dell’accredito stampa viene indicato che i blogger possono ottenere il Pass Stampa gratuito valido per l’intera durata del Salone; nella pagina di registrazione online come professionali, richiesto anche ai blogger, si legge che gli operatori professionali hanno diritto all’ingresso giornaliero ridotto a 5 euro o all’abbonamento per 5 giorni a 12 euro.
Comunque, tentare non nuoce, al massimo mi rifiutavano e così ho provato: occorre inviare una mail dove si indica l’indirizzo del proprio blog e, dato che le richieste vengono vagliate singolarmente, spiegare in poche parole il vostro calendario editoriale.
In pochi giorni, mi è arrivata la conferma di accredito, per il ridotto a 5 euro. Poco male, non era l’economia a interessarmi, quanto vedere cosa poteva cambiare con questo accredito “professionale”.

Dato che per l’accredito è indicata un’entrata separata dalla biglietteria, per il mio accompagnatore ho pensato di acquistare un biglietto online, con solo 1 euro in più di prevendita. Occorre iscriversi al servizio vivaticket.it, niente di particolare se non che la mail per confermare la registrazione non arriva mai. Ho provato con tre diversi indirizzi email venerdì sera, ma di fatto senza quella conferma non potevo loggarmi ed acquistare. La mail è arrivata alle 4.28 di sabato mattina, con sole 10 ore di ritardo…

Ho cercato anche di capire dal sito a quali eventi avrei potuto partecipare nella giornata di domenica, ma mancava una mappa degli stand e delle sale, così che era difficile capire se due panel erano a poca distanza o occorreva attraversare tutta la fiera in cinque minuti. Non era nemmeno possibile organizzarsi per i firmacopie, perché non erano indicati tra gli eventi e nemmeno nei dettagli degli espositori (mentre al LivreParis sapevo esattamente dove trovare zia Diana, padiglione, stand, giorni e orari).
Mi sono anche installata sullo smartphone l’app ufficiale del Salone: devo dire che qui la ricerca sia di eventi, editori e autori è più comoda, con la possibilità di salvare i preferiti (così sapevo quali non dovevo assolutamente perdere), ma mancando comunque una rappresentazione grafica della fiera non forniva poi molta utilità.
Di fatto, la pianta con la disposizione dei padiglioni mi è stata consegnata all’entrata.

Il giovedì dell’apertura del Salone si sono registrate subito lunghe code, dovute soprattutto per la presenza delle scolaresche. La polemica è corsa lungo i social, per la protesta degli insegnanti, che si sono trovati in difficoltà a gestire le classi di bambini piccoli sotto il sole, senza servizi, in attesa non tanto della biglietteria (i gruppi vanno organizzati per tempo), quanto dei controlli di sicurezza (verifica delle borse e passaggio al metal detector) nella stessa fila degli accrediti professionali. Per quanto ho visto domenica, sarebbe stato forse più saggio predisporre un’entrata ed un controllo di sicurezza esclusivamente per le scuole, non insieme all’accredito professionali che all’inaugurazione erano sicuramente numerosi.

Per non parlare dei sequestri di oggetti personali: thermos, bevande in vetro vetro, lattine (chiuse peraltro), profumi e deodoranti spray, lacca per capelli. Per i liquidi non facilmente verificabili? Le bottigliette d’acqua in plastica erano accettate. E chi ha verificato che dentro ci fosse davvero acqua? Se posso capire i recipienti di vetro, che facilmente si trasformano in armi taglienti, non ho ben capito tutto il resto. Verifiche anti terrorismo o era solo vietato il pranzo al sacco? In ogni caso, nel sito ufficiale del Salone non ho trovato alcuna indicazione su questi controlli e dubito che i proprietari siano tornati in possesso dei loro oggetti. Quando l’informazione è chiara, si scansano le polemiche sul nascere.

Salone del Libro di Torino 2018 - sequestri all'entrata
(Davvero, spiegatemi che ci fa lì il frullatore?! Qualcuno voleva proporre a qualche editore un mix tra vari generi letterari? Avrebbe frullato tre diversi manoscritti?! XD )

Considerata poi la campagna marketing dello stesso Salone rispetto alle sue code (l’immagine sotto), il vantarsi, anziché scusarsi, per la chiusura temporanea del Salone sabato pomeriggio, avendo raggiunto la capienza massima della fiera con un solo 5% in più rispetto al 2017 (Fonte: La Repubblica), nonché il fatto che molti inghippi erano prevedibili o gestibili nell’immediato, inizio a pensare che l’overbooking fosse voluto, per dimostrare di essere stati bravi. Del tipo: “Sono arrivato secondo in classifica!” “Si, ma eravate solo in due…”
Se per qualcuno il Salone del Libro è come un immenso luna park, l’anno prossimo ci sarà da aspettarsi il biglietto “salta la fila” in sovrapprezzo come a Gardaland?

Salone del Libro di Torino 2018 - code fantastiche

Ecco perché domenica ci siamo organizzati per essere ai cancelli esattamente alle 10, orario di apertura.
(Tutto questo comunque l’ho ben tenuto nascosto al motociclista… se gli dico che c’è traffico, la moto la lascia in garage! XD )

La domenica al Salone

Forse perché il tempo minacciava di nuovo pioggia, forse perché l’area professionale era chiusa, ma non abbiamo trovato code e in nemmeno 10 minuti eravamo tutti e due in fiera, io dal Padiglione 5 e l’accompagnatore con il biglietto “Print at home” al Padiglione 1. Alla verifica di sicurezza non mi hanno sequestrato nulla, nonostante io abbia una borsa della stessa capacità di Mago Merlino, Higitus Figitus! Forse l’addetto ha rinunciato pensando che avremmo finito al tramonto! XD

Alla biglietteria mi hanno consegnato il programma stampato degli eventi del Salone, ma la mappa me la sono dovuta cercare da me al banco informazioni. La apro e mi rendo conto che è impossibile girare con il foglio spiegato per tutta la fiera e cercare solo gli stand che potevano interessarci mi sembrava un’inutile perdita di tempo, oltre che il rischio di perdersi qualche chicca sconosciuta. Dato che è un reticolo romano, tanto vale percorrerlo tutto, colonna per colonna (che corrisponde alla lettera indicata nei codici degli stand).

Vittorio Sgarbi mi è passato di fianco tutto trafelato per raggiungere la sua intervista, e così scopro che è alto un metro e un citofono come la sottoscritta! Con la sua consueta furia mi ha quasi travolto, sembrava un pastore affannato a radunare le sue capre… 😀

Allo stand di Panini Comics, trovo Silvia Ziche che disegna Paperino in un minuto, come io scarabocchio le margheritine sugli appunti. E io lì incantata che la guardo come i bambini di 5 anni davanti a me che attendono in religioso silenzio il loro disegno con dedica. Non ho resistito e anch’io ho acquistato Topolino in edizione speciale per il Salone.

Via via mi sono studiata gli stand delle case editrici per capire quante possibilità hanno i loro autori pubblicati. Gli spazi espositivi dei Big sono tali e quali alle librerie di catena, con una particolarità: sono ambienti chiusi. Da La nave di Teseo, a Mondadori, a Feltrinelli, al Gruppo Mauri Spagnol, hanno innalzato dei cubi che sì gli consentivano di aumentare la quantità di libri esposti (praticamente su mensole) e di essere trovati facilmente anche da lontano, ma davano anche una sensazione di un confine netto tra loro e il lettore. Dato che non c’erano promozioni particolari e nessun autore per il firmacopie, devo ammettere di non aver perso tempo con loro. Mi sono concentrata su come si presentavano i piccoli editori, pur con la difficoltà di non poter riconoscere subito gli EAP – Editoria A Pagamento, quelli che i costi di essere al Salone del Libro li fanno pagare direttamente agli autori.

Ferma in un angolo riconosco subito dalla voce Alfonso Signorini nello Spazio Superfestival, ma non stanno conversando di libri. Mentre quando ci troviamo davanti all’arena RAI c’è Gioele Dix che presenta il suo Dix Libris (adoro il suo personaggio a Zelig dell’automobilista “sempre costantemente inca..ato come una bestia”)

Salone del Libro di Torino 2018 - Alfonso Signorini

Salone del Libro di Torino 2018 - Gioele Dix

 

Oltre a espositori seduti placidamente in un angolo, senza alcuna attenzione e cura per i lettori che si avvicinavano ai loro libri, c’era anche chi tentava ogni idea per attrarre il pubblico. Dalla ruota della fortuna, 2 euro per 1 giro e tentare di vincere uno sconto o un libro, al foglio scritto a mano e appiccicato ad una pilastro del padiglione: “Qui hanno messo una colonna bruttissima perché dietro c’è uno stand bellissimo”. Premiamo l’idea!

Non solo cartaceo comunque. Più di qualcuno pubblicizzava anche la versione digitale: “Compra qui il tuo ebook”. Inoltre Amazon era presente con un stand arancione facilmente individuabile, dedicato al servizio Audible: cuffie ad ogni lato per ascoltare audiolibri di prova (mi sono divertita con Il piccolo principe a diverse velocità) e un box di registrazione dove devono aver mostrato al pubblico come li registrano.

Salone del Libro di Torino 2018 - stand Amazon Audible

 

A mezzogiorno inizia improvvisamente ad addensarsi il pubblico, nemmeno fossero arrivati al Lingotto tutti in blocco i partecipanti della Stra Torino! E’ diventato difficile spostarsi da uno stand all’altro di fronte e si sono formate file chilometriche in attesa di alcuni eventi (scoprirò poi a casa che in quell’ora c’erano Fabio Volo in Sala Gialla, Licia Troisi in Arena Bookstock, Alessia Gazzola al Caffè Letterario).
Alle 13.30 avevo appuntamento allo stand Giacovelli Editore (presso la Regione Puglia) con Giulia Reina, la curatrice del libro Manteniamoci Forte che vi ho presentato nel precedente post: ManteniamociForte, un libro per ricostruire la biblioteca di Amatrice 

Salone del Libro di Torino 2018 - Manteniamoci Forte

 

Lì mi sono anche incontrata con Elena Ferro (dal blog Volpi che camminano sul ghiaccio) e abbiamo chiacchierato con Giulia proprio del Salone, che per loro risultava comunque meno denso del sabato, mentre Sandra Faè (dal blog I libri di Sandra) l’avevamo probabilmente persa allo stand Marcos y Marcos appena entrata, ma ci siamo ribeccate tutte e tre nel pomeriggio dopo il pranzo.
Non siamo noi che siamo basse, è Elena che è alta! XD

Salone del Libro di Torino 2018 - incontri

 

Ecco, il pranzo e i servizi sono stati la nota dolente di tutta l’organizzazione fieristica. Ho atteso venti minuti per entrare in un bagno cieco, afoso e puzzolente. Da motociclista, penso di essere adattabile a sufficienza (con la moto ti fermi quando e dove puoi), ma lì la toilette era terribile. Guardo ora la mappa e mi rendo conto pure che alcuni servizi non erano segnalati. Ma se è vero che sabato i visitatori hanno sfiorato le 35 mila persone, come possono essere sufficienti circa 70 bagni divisi in 11 locali?
Per desinare abbiamo atteso fino alle 14.30 sperando che nel frattempo scemassero le code, ma anche qui i punti di ristoro erano sottodimensionati. Nonostante un ristorante Ciao, uno Spizzico e altri quattro o cinque snack bar nei vari padiglioni, ce la siamo cavata con un hot-dog alle 15 preso su un chioschetto allestito in emergenza e consumato in piedi. E per fortuna che all’ingresso non mi avevano sequestrato le barrette energetiche. Provate voi a tenere calmo un motociclista affamato!

In sostanza, ci siamo goduti il Salone solo dalle 10 alle 12, dopo si faceva davvero fatica. Tra l’altro, se non ce lo diceva Sandra, non sapevamo nulla del Padiglione 4, la tensostruttura preparata nell’area esterna per alcuni espositori che non non hanno trovato posto nei padiglioni principali. Questo conferma la difficoltà di gestire gli spazi, ristretti all’osso, e che le assegnazioni si sono davvero chiuse all’ultimo minuto. Ed ecco perché mancava sul sito la mappa della fiera.

Alle 16 abbiamo imboccato l’uscita, stanchi della confusione, quasi contenti di rifugiarci nella quiete dell’auto, seppure con altre tre ore e mezza di viaggio di ritorno. Con pochi libri acquistati e una sola domanda che ci ronzava nella testa.

 

Salone del Libro di Torino 2018 - bottino

A chi serve questo Salone?

Personalmente non ho comperato molto al Salone perché non c’erano promozioni, non più allettanti di quelle di cui già usufruisco online, dal 15 al 25% di sconto sul prezzo di copertina con spese di spedizione gratuite. L’unica eccezione per la guida turistica della Scozia, perché avevo bisogno di sfogliarla per capirne la validità e nelle librerie vicino casa non avevo trovato la serie National Geographic. Vale la pena un viaggio così lungo per un solo libro?

Ma il Salone del Libro non è solo un’enorme libreria per gli acquisti, è una kermesse culturale a 360 gradi, la vetrina di tutta l’editoria italiana, con partecipazioni internazionali di tutto rispetto. Peccato che tutto questo tra disorganizzazione e confusione noi l’abbiamo perso.
Forse la mia sensazione nasce dall’inevitabile confronto con il Livre Paris di marzo, dove per esempio non c’era uno stand senza un paio di autori disponibili al firmacopie, rigorosamente annunciati per tempo anche sul sito ufficiale, e tutti gli speech erano in aree spaziose e aperte al pubblico, non in sale chiuse e blindate dei primi 40 che riescono ad entrare. A Parigi per le case editrici più piccole erano gli autori stessi a conversare con il lettore che aveva preso in mano il loro libro e raccontargli perché l’avevano scritto. C’era la volontà di un’immersione e un coinvolgimento del lettore, nonostante le differenze di lingua.

Anche il mio accompagnatore mi dice di aver avvertito molta più empatia quando si è accostato agli stand dei fumetti, invece che a quelli dei libri.
“E secondo te perché questa differenza con le altre case editrici?” chiedo.
“Perché quelli che si occupano di fumetti ci mettono più entusiasmo, non ti metti a vendere fumetti se non hai tu stesso la passione per il fumetto. Mentre gli altri sembravano più distaccati, poco interessati alle esigenze del lettore, lì presenti solo per vendere un prodotto di cui sembrano peraltro poco convinti.”
E su questa frase c’è molto su cui riflettere.

“Per dire: tu lo sapevi che il paese ospite era la Francia? Me l’hanno detto quelli di Diabolo Edizioni, che avevano lì un loro fumettista francese. Però non l’ho trovato scritto da nessuna parte al Salone.”
Io l’avevo letto sul sito ufficiale quando cercavo le altre informazioni, ma in effetti non ricordo che all’ingresso ve ne fosse indicazione, né in altre aree dei padiglioni, né ho visto dare enfasi alla cosa negli stand delle case editrici di narrativa o non era così in evidenza. Mentre già nella locandina ufficiale del Livre Paris era ben indicato a caratteri cubitali “Pays à l’honneur Russie” (Paese d’onore Russia), impossibile non vederlo, ci si sbatteva davanti ad ogni angolo di Parigi!

In questo discorso si è inserita nel frattempo la discussione che è scaturita nel gruppo italiano di Outlander da questa mia foto: allo stand GeMS, Gruppo editoriale Mauri Spagnol, nella piccolissima area dedicata a Corbaccio (una ventina di titoli diversi, non di più) non c’era nemmeno una copia di un qualsiasi libro di Diana Gabaldon; nemmeno di fronte, nella zona espositiva almeno quadrupla dedicata a TEA, la linea di brossure economiche dello stesso gruppo, c’era alcun titolo della saga Outlander. Che senso ha portare lì “Come non uccidere le tue piante” e non metterci invece la locandina della serie tv di Outlander e relativo libro? Non dico uno scozzese in kilt che mi ferma davanti lo stand e con voce suadente mi invita a comprare il libro…

 

Salone del Libro di Torino 2018 - stand Corbaccio

 

Nel fandom si sono aperti fronti opposti: chi sosteneva che al Salone si portano solo le novità della casa editrice, dunque non c’era motivo che ci fossero i libri di zia Diana che per quest’anno non ha nulla di nuovo in uscita; chi ha amaramente ammesso che Outlander in Italia non è una serie che riscuote successo, Sky non manda in onda nemmeno in onda le repliche prima delle nuove stagioni in arrivo, per attirare nuovi telespettatori; e chi invece si è arrabbiato facendo notare che senza pubblicità non si possono attirare nuovi lettori, senza nuove vendite non potremo avere tutti gli altri suoi libri tradotti, né un qualche evento con la partecipazione dell’autrice o degli attori della serie.

Purtroppo è vero che se partecipi solo a gruppi, pagine e forum dedicati ad Outlander, hai la sensazione che i libri e la serie tv siano conosciuti e amatissimi anche in Italia come all’estero (e questo se vogliamo è un uso distorto dei social: frequentare online persone che ci assomigliano troppo rischia di restringere pericolosamente la nostra percezione della realtà, di limitare le nostre conoscenze e le materie di dialogo).

Così non è: fatichiamo a trovare i primi libri in vendita in brossura e ad oggi non sono stati ancora ristampati in rilegato; Sky continua a replicare all’infinito tutte le passate stagioni di Grey’s Anatomy piuttosto che dare spazio a questa nuova serie; dopo aver distruibuito negli altri paesi, Sony non ha ancora reso noto quando usciranno i dvd della terza stagione in Italia.
Corbaccio aspetta Sky e Sony, Sky aspetta Corbaccio, Sony aspetta Sky… e tutti e tre stanno perdendo una grossa occasione, a mio avviso.
Basterebbe fare una semplice indagine di quanto spendono i lettori di zia Diana in gadget, abbigliamento, libri in lingua originale, in partecipazioni alle ComicCon dove sono presenti gli attori della serie, in viaggi verso la Scozia (sulla guida che ho acquistato National Geographic 2018 a Roslyn dentro Il codice Da Vinci han dedicato 20 righe, al Jacobite Train usato per Harry Potter due righe e ad Outlander due intere pagine con tutti i luoghi del set da visitare!). E parliamo di un gruppo di circa 40.000 utenti su Facebook.

Mentre eravamo ancora in viaggio, ci siamo però messi a ragionare sull’idea che al Salone sia normale trovare solo le novità del catalogo delle case editrici.
Sia io che il mio accompagnatore, di fiere ne abbiamo viste parecchie, tra elettronica, informatica, motori, mobile, design, campionarie, garden, bakery. Anche se in fiera gli espositori presentano l’ultima serie per attirare lo sguardo, si portano comunque anche altri prodotti, di sicuro quelli di punta, pure se in produzione dall’anno precedente. A meno ché non si tratti di un’esposizione solo professionale, dove gli attori coinvolti sono sempre gli stessi. Ecco, il Salone ci è sembrato troppo professional e poco consumer.
Attenzione però: per “consumer” non intendo una fiera orientata solo alla narrativa commerciale, a romanzi d’evasione molto pubblicizzati. No, mi riferisco alla sensazione per il nuovo consumatore, non ancora fidelizzato al mercato, di essere poco considerato dal venditore stesso.

“Secondo me le case editrici non hanno capito, o non ce l’hanno neppure, qual è il loro Why” sentenzia il lettore “debole” (che però stupido non è).
Start with Why è un saggio di Simon Sinek, un antropologo inglese che ha spiegato come alcune aziende riescono a ispirare i propri clienti fino a renderli acquirenti fidelizzati, e in questo modo raggiungere facilmente il successo aziendale. Dietro c’è la biologia e la maniera di comunicare prima le motivazioni che stanno dietro agli oggetti venduti. People don’t buy what you do; they buy why you do it. Uno dei suoi esempi più classici: Apple non vende un prodotto, Apple vende un “Perché”.
Nel video TED ve lo spiega meglio.

 

 

Dunque quando un lettore debole si chiede “A chi serve questo Salone?” sta domandando in realtà “Perché le case editrici sono al Salone?” e se la risposta è “Vendere libri” stanno rispondendo al What, l’ultimo cerchio, quello razionale, e non al Why, quello emozionale che coinvolge totalmente i clienti.
Da qui, il passo è breve a chiedersi anche qual è il nostro Why di scrittori…
Ma non pensate che io abbia le risposte! 😀

 

E voi lettori…

Se siete stati al Salone del Libro, cosa vi è piaciuto e cosa avreste invece migliorato?
Se invece non avete mai partecipato, nemmeno alle precedenti edizioni, escludendo i motivi logistici, cosa vi ha trattenuto?

Comments (39)

nadia banaudi

Mag 19, 2018 at 8:28 AM

Da come l’hai descritta più che Torino sembrava Londra, mannaggia al tempo balordo.
Quel che ricordo dello scorso anno sono code non troppo lunghe e controlli non eccessivi all’entrata e poi troppa gente all’interno. Ma si intende troppa per me che amo il silenzio. Tempo dieci minuti di oh e di mi perdo e resto qui avevo mal di testa. Fortuna c’era un’amica abituata al salone che non mi ha permesso di perdermi e insieme abbiamo raggiunto tutti gli appuntamenti decisi insieme. Era lei ripeto l’organizzata non io.
Il cibo è stato impegnativo da consumare in pace, abbiamo optato per le scale (e chiacchierato parecchio con Sandra) a parte l’alzati e siediti continuo ho un bel ricordo.
Nel mio complesso ho un buon ricordo :ottimi incontri, finalmente quello con il mio editore, un bel bottino di libri, una nuova esperienza che mi dimostra quanto sono formica in un immenso mondo di libri… Non so se lo ripeterò più, deve essere il tasto dell’interesse a smuovere la scelta perché il costo del viaggio ne valga la pena e risponda alle domande che hai posto.
Comunque articolo molto scrupoloso come al sito, Barbara e foto bellissime. Soprattutto dove siete tutte e tre

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Barbara Businaro

Mag 19, 2018 at 12:21 PM

Direi che sei stata fortunata ad essere accompagnata da una veterana del Salone. Anch’io ho avuto la sensazione che a più edizioni partecipi, meglio riesci a muoverti.
Pensiamo però al lettore “debole”: viene buttato in un labirinto di stand, dove si alternano tutti i generi letterari (narrativa per bambini mischiata a quella per adulti, fumettistica vicino a scolastica… la chiamano “contaminazione”, dovrebbe aiutare a tenere viva l’attenzione del pubblico, ma sospetto che sia il risultato dei costi a metro quadro dell’esposizione) e il poverino fatica ad orientarsi. Potrebbero essere utili dei percorsi tematici? Oppure indicare velocemente per ogni libro il genere e l’argomento, basta un post-it attaccato sopra. Qualcuno l’aveva anche fatto, tra gli editori più piccoli.
Nel tuo caso avevi l’occasione di incontrare il tuo editore, cosa che in qualche modo ti poneva tra gli addetti ai lavori, senza contare che sei una lettrice forte, questo senza dubbio. Come fare a coinvolgere maggiormente i lettori “deboli”, a non farli sentire esclusi? Questo è il punto.

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Nadia

Mag 19, 2018 at 4:17 PM

Sinceramente senza aiuto mi sarei persa e starei ancora vagando. Per rispondere alla tua domanda, non avvicina affatto i lettori, forse alcuni li incuriosisce, ma non cambia i numeri reali dei lettori nel paese. È una manifestazione e come tale va considerata, quasi fine a se stessa o pet gli addetti ai lavori.

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Tiade

Mag 19, 2018 at 9:16 AM

Interessante. A parte il tempo, che non ho, mi hai fatto scappare la voglia di andarci.
L’impressione che ho dedotto è di ennesima approssimazione.
Mi sto chiedendo quanta responsabilità abbia l’editoria italiana, e chi se ne occupa, del fatto che l’Italia in generale sia un lettore debole, e credo che sia un eufemismo.
Bel lavoro, grazie.

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Barbara Businaro

Mag 19, 2018 at 12:37 PM

Mi spiace se ti è scappata la voglia di andarci, perché non è nel mio intento. Io sono per migliorare le cose, mai distruggerle, soprattutto se si tratta di libri!
Dato che il mio Why è rendere la lettura un’attività democratica e non uno status symbol, appannaggio di pochi, che lo usano per sentirsi migliori degli altri. Non vorrei nemmeno più dover usare il termine “debole” e “forte” associato alla lettura, che sembra quasi discriminatorio e razzista.
Però le case editrici sono alla canna del gas in termini di bilanci, spesso non pagano le royalties e nemmeno i collaboratori (di ieri su Facebook lo sfogo della traduttrice Gaja Cenciarelli che non è stata pagata da case editrici di rilievo, puntualmente presenti in fiera), il Salone di Torino è stato affidato ad una nuova governance perché la precedente è fallita, i creditori non sono stati pagati e difficilmente lo saranno, e le statistiche di lettura non sono per nulla confortanti, solo il 40,5% ha letto “almeno” un libro nel 2016 (Fonte: ISTAT, non sono ancora stati elaborati i dati 2017). Perché tutto questo? Io me lo chiedo.

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Giulia Mancini

Mag 19, 2018 at 9:34 AM

A parte le disavventure meteorologiche mi sembra che l’esperienza del Salone sia stata interessante nel complesso (bellissime le foto con Sandra ed Elena). Io non sono mai stata al Salone per ora, in futuro si vedrà. Sono stata invece a Torino in un caldo giorno di agosto tre anni fa al ritorno da un giro in moto (a proposito di motociclisti :D) e mi ha dato una sensazione di malinconia, forse perché era la settimana di ferragosto e la città era semideserta; invece mi ha dato una forte emozione visitare la collina di Superga. Tornando al Salone credo sia importante per le case editrici grandi coinvolgere gli autori, se non c’erano è un po’ triste, infatti i momenti di maggior afflusso è stato quando parlavano gli autori (Gazzola, Saviano ecc) certo una migliore organizzazione aiuta, perché è importante che ci sia una buona comunicazione degli eventi principali. A proposito dei sequestri all’entrata, sono curiosa anch’io di sapere perché uno di porta dietro il frullatore! Non lo sapremo mai e resterà un mistero…Il mistero del frullatore al Salone del libro, potrebbe essere un titolo simpatico

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Barbara Businaro

Mag 19, 2018 at 2:11 PM

Ah, io mi sono goduta sia la gita a Torino che il Salone, sono un navigatore, sono abituata all’acqua e alla confusione, ed ho una resistenza da peaker (tra l’altro, in tre giorni, ci metto pure il lunedì che ho trottolato per sistemare casa e valigia, ho consumato 58.000 passi! 😉 )
Credo sia un’esperienza da fare, a prescindere. E sono convinta che si possa anche migliorare con poco, tutto sta nel volerlo mettere in campo quel poco. Mentre inizio ad avvertire una certa ritrosia. Il Salone è così, punto e basta. Vedi di fartelo piacere oppure stattene a casa. Un po’ brutto come messaggio, no?
Sul frullatore… c’era uno stand del Padiglione 1, ma non ricordo che editore, dove facevano pure dimostrazioni culinarie. Forse qualcuno sperava anche in un corso di cucina? 😀

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Irene

Mag 19, 2018 at 10:10 AM

Concordo su alcune cose, su altre non molto.
Ad esempio, sono d’accordo sul fatto che le grandi case editrici, in questa fiera, si presentino né più né meno come delle grandi librerie. È una cosa che mi piace? Proprio no, ma dopo due anni di Salone e di Tempo di Libri ormai mi limito a girare al largo e concentrare le mie energie altrove.

Anche la presenza di EAP mi ha disturbato parecchio, molto più di quanto pensassi. Forse per la “questione del padiglione 4”.

Per quanto riguarda la questione della maggior passione di chi fa i fumetti… Non sono del tutto d’accordo invece. Durante questa fiera ho cercato di concentrarmi sulle case editrici piccole, proprio per trovare quella passione che le grandi non hanno più. E l’ho trovata! Autori Riuniti, Las Vegas Edizioni, Gainsworth, Plesio Editore, Dark Zone, Zona 42, Astro, ABEditore (sì, molte trattano generi più fantastici ma sono quelle che mi sono rimaste più impresse) e moltissimi altri mi hanno trasmesso un sacco di energia. Editori che conoscevano ogni sfumatura dei loro cataloghi e dei libri che proponevano, che si fermavano a parlare anche con una sconosciuta come me, per consigliare il libro migliore o parlare delle loro esperienze… Autori che, nonostante cinque giorni di fiera e non ti abbiano mai visto, ti sorridono e ti abbracciamo come se fossi una vecchia amica e si perdono a raccontare le loro esperienze con la CE, con gli altri autori, con la scrittura…
Questa per me è passione!

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Barbara Businaro

Mag 19, 2018 at 2:46 PM

Benvenuta nel blog Irene! Io purtroppo non posso fare il confronto con Tempo di Libri, quest’anno me lo sono perso per l’influenza.
C’è da dire però che tu non eri alla tua prima fiera del libro, ma soprattutto (ho sbirciato nel tuo blog Radici di carta) ti proponi come editor e avevi un Pass Stampa per i cinque giorni del Salone. Dunque rientri nella categoria degli addetti ai lavori, che sa come muoversi in quest’esposizione, che sa in quali stand soffermarsi e quali saltare a piè pari, che probabilmente ha già allacciato dei contatti con questa o quella casa editrice e può puntare sul sicuro, invece di girare a vuoto per i padiglioni.
Tra l’altro sono d’accordo con te sulle piccole case editrici, e ho cercato di spiegare al mio accompagnatore che alcuni stand che sembrano grandi, in realtà appartengono all’EAP, che tanto li fa pagare agli autori che pagano per pubblicare. Mentre sono proprio i piccoli stand che nascondono le vere case editrici, quelle che ancora investono nel manoscritto e nello scrittore. Las Vegas Edizioni è proprio quella della ruota della fortuna! Se non ricordo male (non sono riuscita a fotografare tutto, troppe borse e rischiavo di frantumare il cellulare a terra) era anche quella che aveva posto su alcuni libri i biglietti con le indicazioni proprio per il lettore “debole”, del tipo “Se ti piace il fantasy e i draghi, leggi questo!” (sto semplificando eh!)
Però in questo mare magnum le cose belle si perdono all’occhio del novizio. Qualcuno ha anche scritto che forse il Salone è migliore quando non ci sono i Big, come nella precedente edizione. Si, no, forse, c’è da pensarci su. 🙂

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Irene

Mag 19, 2018 at 6:30 PM

Grazie per aver dato un occhiata al mio piccolo sito!
In realtà, ho iniziato il mio percorso lavorativo da poco meno di un anno.
La scorsa edizione sono stata sia a Torino sia a Milano solo come appassionata di libri.
Alla mia prima fiera sono andata solo due giorni: è stato pesantissimo e caotico, quindi mi ritrovo in quello che hai scritto nel tuo articolo. Però ho anche visto che, molto spesso, i lettori non sono interessati ad uscire dalla loro “area di sicurezza” rappresentata dalle grandi CE…
Il che è un peccato, perché si potrebbe davvero riuscire ad arrivare a cambiare qualcuna delle “carte in gioco” nel mondo editoriale.
Vero è che senza le CE più conosciute non sarebbe facile portare visitatori in questo genere di manifestazioni.
L’argomento è molto complesso.

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Barbara Businaro

Mag 20, 2018 at 1:58 PM

Guardando le statistiche diffuse, nel 2017 senza le grandi case editrici i visitatori erano stati 143.815, quest’anno erano 144.386 (Fonte: Il Post), solo 571 in più…
Quindi rivaluterei l’impatto dei Big sul Salone, non sembrano poi così influenti. 🙂

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Irene

Mag 20, 2018 at 8:46 PM

Però c’è da dire che lo scorso anno c’è stato anche l’impatto emotivo dovuto alla creazione di “Tempo di Libri”. Il sentimento di rivalsa spesso smuove le montagne

Sandra

Mag 19, 2018 at 12:54 PM

Forse, cara Barbara, è una questione di aspettative. Io di editori piccoli e davvero appassionati ne ho trovati diversi, oggi è uscito il mio terzo post sul Salone che conclude il mio Luna Park 2018, perché per me quello rimane. Perché i libri sono una delle cose, direi nella top 5, che mi rende felice e lì ne trovo a vagonate, e sì, ho un’esperienza non solo da Salonista 😀 ma da lettrice super fortissima che rende la gita più agevole, non ho difficoltà a orientarmi e capire la proposta libraria di ognuno. A divertirmi.
Il resto, a dirla tutta, mi interessa pure poco. I debiti ci sono, be’ magari incasserebbero qualcosa in più se tutti pagassero 10 euro, a me lo sconto blogger quando è pieno di blog che postano (non parlo di Webnauta ovviamente) la quarta di copertina con due righe di recensione trita fa ridere davvero. E’ già scattata la polemica su quando si terrà Tempo di libri a Milano il prossimo anno, che 2 fiere tanto vicine geograficamente a 2 mesi di distanza sono un problema vero soprattutto per i piccoli, non sono sostenibili, fa forse non lo sono manco dai big.
Purtroppo alla fine di questo Salone l’immagine simbolo non sarà un libro o un autore che ha venduto centinaia di copie, ma un cavolo di frullatore, e ha ragione Paolo Zardi quando twitta di voler conoscere il proprietario per scriverci su un libro, cosa ti porti a fare il frullatore in una situazione come quella?

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Barbara Businaro

Mag 19, 2018 at 3:07 PM

E’ sicuramente una questione di aspettative: che cosa si aspetta un lettore che legge poca narrativa da un Salone del Libro?
Qualcosa di diverso da una “Salonista” navigata come te, che non hai più aspettative, sai esattamente cosa trovarci direi. E’ come quando io vado a Gardaland (tra l’altro io e Gardaland siamo fratelli, fu inaugurato il 19 luglio 1975 e siamo pressoché cresciuti insieme 😀 ) so esattamente dove puntare (appena entrati sempre in fondo, subito, poi si viene verso l’entrata), quanta fila c’è per le varie giostre, cosa vale la pena di vedere e cosa lasciare per ultimo (Jumgle Rapids resta il mio preferito) e conosco a menadito la posizione di tutti i bagni e i bazar! 😛 (Ho anche portato a Gardaland un paio di amici con difficoltà motorie, per cui abbiamo steso un resoconto dettagliato dei problemi riscontrati, e il parco ci ha anche ringraziato; se sul loro sito c’è una sezione dettagliata, un po’ è anche merito nostro)
Quindi comprendo il tuo senso di Luna Park, che deriva dalla tua decennale esperienza.
Sul biglietto io sarei per far pagare tutti, escludendo solo i giornalisti e chi è lì per lavoro (le case editrici e i loro dipendenti), però allora miglioriamo gli accessi alle biglietterie e la gestione online. Qualsiasi cosa serva a migliorare l’esperienza per il lettore “debole” dovrebbe essere vagliata. Se aumentano i lettori, aumentano le vendite, i bilanci si sistemano e si pubblicheranno più libri. Del resto, chi decreta il bestseller è la massa, non la nicchia.
Per l’anno prossimo sul Salone del Libro incombe un altro brutto temporale: il Padiglione 5 sarà trasformato in un supermercato (Fonte: Torino Today) Spero che il successo di quest’anno li faccia tornare indietro. Sarebbe uno scempio. Non abbiamo bisogno di altri centri commerciali in Italia, ma di un Salone più grande si.

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Elena

Mag 19, 2018 at 1:04 PM

Ciao Barbara, ottimo articolo, hai fatto le ore piccole ieri sera eh? Sul Salone ci siamo già scambiate alcune impressioni, qui mi concentro su alcune delle tue. 1. la presenza delle EAP: Molto fastidiosa e indecifrabile. In questo paese non c’è nessun vincolo di legge e se non sono gli autori a denunciare non sapremo mai se quello che è esposto è frutto di sfruttamento o di una libera scelta editoriale e personale. Un peccato. ne ho viste, perché le ho conosciute e perché so di amici scrittori che le hanno intercettate. Ma , cosa strana, se tu chiedi a un autore se ha pubblicato a pagamento dirà sempre di no. Oltremodo autolesionistico, non trovi?
2. L’organizzazione. Sì, lo scrivevo anch’io nel mio post, l’organizzazione è stata deficitaria. Era chiaro che il sistema non fosse adeguato, nel mio articolo ho spiegato anche il perché. Ma non è tutto. Torino è una città che non ha il coraggio di fare il salto di qualità. Il Salone lo testimonia.
Quanto all’ultima domanda, la questione è solo apparentemente complessa: il Salone è una macchina per far girare soldi. Investimenti, turismo, libri sì, ma anche happening, marketing, oggettistica, lavoro (spesso non pagato o pagato male, senza ch enessuno ci ficchi il naso) grandi nomi (ben pagati) insomma una kermesse, come giustamente dici tu. Che altro dire?
Io ho acquistato poco, perché in realtà la confusione non mi piace. Infatti dopo un paio d’ore di giretto ho salutato tutti, famosi e non, e me ne sono tornato a casa con la mamma, che era felice per il suo giretto nel girono della sua festa ;
E’ stato bello consocerti dal vivo, te e Sandra, belle al di là dell’altezza. Saluti all’accompagnatore motociclista 🙂

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Barbara Businaro

Mag 19, 2018 at 3:29 PM

(E farò le ore piccole anche questa settimana, dietro alla nuova legge per la gestione dei dati… tutti pronti per il GDPR?!)
Sull’EAP c’è qualcosa di sconcertante: tutte le persone, che non seguono il mercato editoriale e a cui mi capita di dover spiegare l’esistenza dell’editoria a pagamento, mi rispondono che trovano normale pagare per pubblicare. Occorre riportarli su un terreno che conoscono, quindi in genere chiedo se il datore li paga per il loro lavoro, o se pagano loro il datore pur di lavorare. Ma anche allora faticano a riportare questo concetto riferito al mondo artistico.
Il problema è che l’EAP sfrutta proprio questo malinteso e quando un autore c’è finito in mezzo, cosa vuoi che ti dica? Che ha sbagliato? Che non lo sapeva?
Sull’organizzazione, fare il salto di qualità richiede investimenti e capitali. Quest’anno il Salone ha chiuso non alla pari, ma addirittura in attivo dicono. Speriamo che questo gli consenta di progettare meglio l’anno prossimo. Anche se, come scrivevo a Sandra, pare che sul Padiglione 5 faranno un supermercato… Ci sono altre aree espositive che possono ospitarlo in città? (anche se è storico credo il Salone al Lingotto, come si fa a sfrattarlo?! Mah!)

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Silvia

Mag 19, 2018 at 4:12 PM

Due parole su Torino: è una città che adoro, per quanto io non ami le città grandi. A me ha sempre fatto pensare a una piccola Parigi e forse quel senso di malinconia che in molti intravedete è il tratto poetico che me la fa sembrare umana.
Sul Salone: non ci vado da tantissimi anni. Non amo la confusione e con gli anni le fiere hanno iniziato a starmi strette (sono anni che non vado nemmeno allo SMAU né agli altri saloni che da giovane frequentavo).
Penso che sia una grande kermesse a cui il pubblico non professionista (forte lettore o debole che sia) si avvicina per l’intrattenimento (parli bene di giostre) e per farsi un “bagno” nei libri.
Non credo che potrà mai avere la funzione di spingere a leggere di più.
Forse però, come dici tu, varrebbe la pena da parte di chi lo organizza di farsi qualche domanda sul perché. Se fosse un’azienda sarebbe la prima cosa da fare nella costruzione di un’identità forte e coerente con sé stessa.

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Barbara Businaro

Mag 20, 2018 at 1:20 PM

Beh, molti dei palazzi che ho intravisto di Torino ricordano l’architettura classica di Parigi, l’epoca sarà sicuramente la stessa. 🙂
Peccato per la confusione, perché poi tu ci sei molto più vicina di noi al Salone, in un’oretta e mezza dovresti esserci. Probabilmente scatta lo stesso effetto Gardaland su di me: se non c’è qualcosa di eclatante, ci vai ogni 4/5 anni, quando cambiano appunto le giostre. 😛
Un’altra domanda che girava per i social, non ricordo dove, è se non convenga in realtà organizzare fiere più piccole ma maggiormente sparse nel territorio, per dare a tutti l’occasione di parteciparvi. Il problema sono i costi per le case editrici, non giocherebbero a favore. E poi certe esposizioni nascono e crescono con l’elemento stesso che le ospita: il MotorShow è solo a Bologna e la fiera di Bologna l’hanno ristrutturata anche in base alle esigenze di quell’evento. Magari per i libri è diverso, e magari no.

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Tiade

Mag 19, 2018 at 8:29 PM

Barbara non è certo colpa tua se la cosa non mi attira, tu fai un eccellente lavoro. Il frullatore è un simbolo quanto mai azzeccato se chi organizza ha permesso a chi pubblica a pagamento di partecipare. Non la chiamo editoria semplicemente perché per me non lo è, non gli somiglia nemmeno. Sono solo un tramite con la stamperia.
Ho partecipato a un “concorso” con un racconto, prima e ultima volta in vita mia. Alla proposta di comprare un tot di “antologie”, dove c’era anche il mio racconto, si sono beccati una pernacchia degna di Totò. Un autore che compra i suoi libri è un ossimoro.
Concordo con Elena, a Milano si dice “Ofelè fa el to mesté”, pasticciere fai il tuo mestiere. Lo scrittore scrive, l’editore edita, lo stampatore stampa. Punto.
La confusione ingenerata nelle persone dipende, a mio avviso, proprio dalla mancanza di professionalità di chi si occupa di manifestazioni come quella in questione solo per fare mucchio.
Sto facendo l’editing di un libro e mi sto convincendo all’autopubblicazione, sempre più dignitosa che a pagamento. Pubblicata su Amazon con una casa editrice mi sfugge come molti siano riusciti a leggermi e non risultino vendite, per cui evviterò anche il tritacarne Amazon, per restare in tema frullatore.
Sorvolo sulla questione “lavoro” toccata da Elena, o ci vorrebbe un’encicopedia.
Cosa si aspetta il lettore? Chiediamoci cosa si aspettano gli editori, quelli veri. In difficoltà non sono solo le piccole case editrici, ma le librerie storiche e anche molte biblioteche.
Il nascere di continui gruppi di lettura che si fanno anche promotori spingendo gli autori che hanno apprezzato non credo siano una soluzione sufficiente, per quanto apprezzabile.

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newwhitebear

Mag 19, 2018 at 8:34 PM

mai stato al Salone quindi non posso aggiungere nulla a quello che hai scritto. Mi pare intelligente la domanda Why ma dubito che qualche editore se la ponga e se la pongano gli organizzatori. Quello che a loro interessa è vendere e che il lettore si faccia fottere – scusa il termine.
Comunque un post dettagliato e preciso e oltremodo interessante.

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Barbara Businaro

Mag 20, 2018 at 2:02 PM

Grazie Gian Paolo, ci ho messo una settimana a scriverlo, dopo aver vessato il mio accompagnatore di domande! 😀

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Rosalia Pucci

Mag 20, 2018 at 4:46 PM

Eccomi Barbara, finalmente! Sono sopravvissuta a quattro giorni senza internet per colpa di un guasto alla linea, solo da un giorno ho potuto riprendere la lettura dei miei blog preferiti. Innanzitutto grazie per aver acquistato Come una piuma, sei molto gentile. Spero che la lettura valga il prezzo 😀
In generale ho un’ottima opinione delle fiere del libro. In un paese dove ci sono fiere dei mobili, delle barche, del giardinaggio e di qualsiasi altra cosa passi in mente agli imprenditori, mi sembra il minimo richiamare l’attenzione sul prodotto- libro che sembra sempre in perdita. L’affollamento di quest’anno è una bellissima notizia, anche se i disservizi, immagino, avranno fatto imbestialire i lettori. Io ho esperienza del salone di Milano e non di quello di Torino che spero di visitare il prossimo anno. Torino è bellissima, concordo, decadente come una matrona di fine ottocento. Una città non di grande impatto come Roma o Napoli, ma di un’eleganza discreta e signorile. Da visitare assolutamente. Grazie per il bellissimo ed esauriente reportage. Un abbraccio

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Barbara Businaro

Mag 21, 2018 at 5:53 PM

E’ stato un piacere Rosalia andare a caccia del tuo libro al Salone, però non lo leggo subito (ne ho 3 in lettura contemporanea!): dato che quest’anno le ferie le ho anticipate penso di metterlo in valigia con me! 😉
E chissà che magari l’anno prossimo comunque non ci troviamo tutti insieme al Salone di Torino, io non escludo di tornarci, nonostante la confusione, i chilometri e il maltempo. Basta saperlo e organizzarsi di conseguenza. Niente frullatori ecco! 😀

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Luz

Mag 20, 2018 at 7:47 PM

I tuoi resoconti sono sempre godibilissimi. 🙂
Io rifuggo questi eventi, o meglio il Salone del libro a Torino rientra fra gli eventi che vorrei vedere ma temo la ressa che descrivi, io che detesto l’affollamento. Lo scorso dicembre sono stata a Più libri più liberi qui a Roma ma era una cosa davvero infinitesimale rispetto al Salone.
Come hai scritto – ti ho seguita anche su fb – credo che questo appuntamento annuale stia sempre più trasformandosi in un evento commerciale, con pochissima attenzione verso l’organizzazione e un fine realmente nobile.
Si sa, le case editrici sono ormai a tutti gli effetti delle aziende che puntano al marketing, mettendo in atto ogni “gioco” possibile utile a questo obiettivo. Una cosa che detesto è la presenza di pseudo autori provenienti dal mondo della televisione, per dirne una. In tal senso, la cosa ha lo stesso sapore di tanto teatro commerciale che imperversa su vari palcoscenici. Onore al merito per quei fumettisti irriducibili.

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Marina

Mag 21, 2018 at 8:19 AM

Ahah, Luana, leggo adesso che le nostre impressioni su caos e assemblamenti è lo stesso. Ricordi quelli di “Più libri più liberi” di quest’anno?

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Barbara Businaro

Mag 21, 2018 at 6:09 PM

Mi ricordo della vostra visita con Marina al Più libri più liberi, non mi pareva poi così piccola come esposizione. O forse è la Nuvola che inganna. 🙂
A conferma di quel che dici (la presenza di pseudo autori provenienti da altri settori, dal mondo dello spettacolo, dallo sport, dalla politica) questa settimana mi è arrivato il consueto magazine Il Libraio, che non sapevo ma è sempre GeMS: a parte gli autori acquisiti e tradotti dall’estero, ho dato un’occhiata agli scrittori italiani nelle prime pagine (quindi il prodotto che si sta spingendo questo mese) e alla loro biografia. Li cito: Enrico Galiano, ha superato i venti milioni di visualizzazioni su Facebook con una webserie; Natascha Lusenti, voce in Radio2 Rai, giornalista televisiva; Miriam Candurro e Massimo Cacciapuoti, attrice lei, infermiere lui (?); Alice Basso, lavora da anni dentro le case editrici, un insider; Carmela Scotti, lavora le riviste Cronaca Vera e Tu Style; Antonella Frontani, giornalista televisiva; Nicola Gardini, già traduttore di classici antichi per le case editrici; Mirko Zilahy, giornalista del Corriere della Sera e traduttore dall’inglese…
E mi fermo qui. Mi viene in mente quella pubblicità sul vincere facile.

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Luz

Mag 21, 2018 at 8:18 PM

Eh sì, Marina, ricordo bene quel giorno! 🙂
Dopotutto però il luogo delle esposizioni a Roma è talmente limitato come spazio che credo sia un quarto di quello di Torino, quindi di conseguenza anche come affluenza.

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Marina

Mag 21, 2018 at 8:16 AM

Sarò sincera: non sono un’amante delle masse e delle folle indiscriminate, dunque il caos che descrivi mi avrebbe fatto desistere in partenza. Non è vero, avrei fatto file e sarei entrata, una volta là, ma avrei sofferto molto. È un po’ quello che mi accade ogni anno quando vado a “Più libri più liberi” di Roma e immagino che sia un quarto di quello che troverei a Torino. Il Salone del libro è un evento, è il salone dell’esibizione, del “devo esserci a tutti i costi (detto dall’autore) e del “devo stravendere” (detto dall’editore). È una passerella per ospiti illustri, un’occasione per i mezzi sconosciuti. Mi dispiace che non si riesca mai a eccellere in organizzazione logistica, che si rimanga superficiali nelle cose forse ovvie, tipo prevedere una fila a parte per le scolaresche (mi pare come quando alle Poste c’era uno sportello unico per bollettini e per tutto il resto e tu aspettavi ore per trenta secondi di operazione.)
Avrei seguito il sistema “vasche” pure io, per la visita degli stand.
Per quanto riguarda gli oggetti “sequestrati”: un frullatore? Sì, è, diciamo, bizzarro, ma mi ha fatto venire in mente quando dovunque andassimo portavamo con noi fornelletti e attrezzi vari per potere preparare a mio figlio le sue pappette personalizzate (essendo allergico in forma estrema e in costante pericolo di schock anafilattico: un incubo!)
Comunque, immagino sia stata una bella esperienza e poi, vuoi mettere, fare gli incontri giusti e godersi qualche chiacchiera piacevole con persone con cui si è in sintonia?

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elena

Mag 21, 2018 at 11:36 AM

Incontri godibilissimi oserei dire 🙂
Pensa se la signora al posto del frullatore avesse tenuto in borsetta altro…

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Barbara Businaro

Mag 21, 2018 at 6:21 PM

Eh, con tutto quello che passa nei controlli bagagli degli aeroporti, massaggiatori soprattutto… 😀 😀 😀
“Ah no guardi, è un giocattolo di mio figlio, non so come si usi…” E come fanno poi le povere guardie a rimanere imperturbabili!!

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Barbara Businaro

Mag 21, 2018 at 6:16 PM

Infatti quando me lo chiedono, io dico che sono andata al Salone prima per le persone, poi per i libri! 😉
Sul frullatore hai ragione: in effetti nella foto mi pare di scorgere anche delle “pappe” già pronte, il che potrebbe in effetti essere un guaio. Stessa cosa per i celiaci: senza andare al Salone del Libro, qui a Padova di domenica non c’è un bar dico uno che offra qualcosa da mangiare per chi è celiaco! Tocca davvero portarsi i biscotti da casa, credetemi!
Io non sono celiaca, ma quando viaggio con amici che so esserlo, cerchiamo di avere la scorta di biscotti senza glutine… ma se fossimo stati al Salone ce l’avrebbero sequestrata?
Che poi, mi sta anche bene che la sequestri, ma allora mi devi dare dei servizi adeguati! Che purtroppo… non di soli libri vive l’uomo! 😀

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Maria Teresa Steri

Mag 22, 2018 at 2:50 PM

Ammetto di non essere mai stata alla Fiera del libro di Torino e dopo questa tua presentazione non credo ci andrò mai 😀 In verità di fiere ne ho avute abbastanza in vita mia, anche meglio organizzate, e onestamente penso che servano solo agli addetti ai lavori, per motivazioni varie. Diciamo pure che sono diventata allergica alle fiere, dopo averle vissute sulla pelle come addetta ai lavori (ovviamente in altri ambiti). Ormai le associo alla fatica, allo stress, al caos.
Come utente ho visitato altre fiere del libro qui a Roma e ogni volta ne sono uscita delusa, con la stessa domanda di fondo: cosa ci sono venuta a fare? A parte trovare gli stand di editori che normalmente non trovo in libreria, per quanto mi riguarda è meglio farsi un giro in una libreria ben fornita (anche online). Meno folla, più scelta, prezzi più convenienti.
Però Torino è bellissima, valeva la pena, no? E quel gelatone, cavolo che invidia!!
Dio santo, quel banchetto con la roba sequestrata è una vera follia. Manco in aeroporto si vedono cose simili…

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Barbara Businaro

Mag 22, 2018 at 8:03 PM

Beh, per me tutte le volte che faccio la valigia non per lavoro ne vale la pena! 😀
Magari nel tuo caso l’aver lavorato in altre fiere come addetta ai lavori, ti ha portato ad una certa allergia alle fiere in generale, e lo capisco. Certo è che pure tu hai la sensazione che questi eventi servano più che altro a chi è del settore. E fra di noi indubbiamente chi va esclusivamente per acquistare libri e chi invece per spiare questo o quell’editore nella speranza di piazzare un manoscritto in futuro? 🙂

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Calogero

Mag 26, 2018 at 7:14 PM

A Torino ho passato un estate nel lontano ’95; tra l’altro alloggiavo in un appartamento al primo piano sul Viale Nizza, dirimpetto l’opificio Punt & Mes, quasi di fronte al Lingotto (allora sede FIAT), dove mio padre lavorava, alle dipendenze di una nota impresa di Vicenza. Un estate che ricordo con piacere.
Un sabato pomeriggio dopo un acquazzone ricordo di aver girovagato per una buona mezz’ora in cerca della Mole Antonelliana, dalle parti dei portici, senza riuscire a trovarla (ho il senso dell’orientamento di un lemming); soltanto quando il cielo si è schiarito l’ho casualmente notata riflessa nelle vetrate scure del palazzo sede della RAI. 😛
Superga: il cimitero privato di casa Savoia e una lapide commemorativa molto minimal per i caduti della tragedia aerea nella quale persero la vita i calciatori del Grande Torino. Niente di più. E’ carino andare su col trenino, piuttosto che in autobus.

Cosa mi ha trattenuto dal partecipare al Salone del Libro?
Diciamo che l’ultima fiera alla quale ho presenziato è stata il Bike Expo, quando ancora lo facevano a Padova, credo fosse il duemilaeboh.

Chissà com’è che i commenti di voi ragazze (che fine hanno fatto i maschietti? Devo pensare che sia vero che in Italia i lettori sono in larghissima maggioranza di sesso femminile?) sull’organizzazione non mi stupiscono affatto. Sono perfettamente in linea con le rimostranze di chiunque partecipi a eventi di massa (sapeste quanto sono avvelenate le osservazioni di chi va ai concerti). Soprattutto chi, come te, Barbara, ha avuto occasione di partecipare a un evento all’estero rimane deluso dalla macchina organizzativa tricolore. Il paragone con quanto sono capaci in Francia, Germania, ma persino in Polonia, per dire, è semplicemente avvilente.

Editoria a pagamento: davvero c’è gente che non riesce a capire l’eresia del concetto ‘pagare per pubblicare’? Sul serio esistono individui che non si rendono conto della differenza micidiale che passa tra ricevere un compenso per fare un lavoro e pagare per andare a lavorare? E da dove li prendono i soldi per retribuire i loro datori? Dalla busta paga che non percepiscono? Vivono d’aria? Vivono di gloria? Oppure vivono d’amore, come i figli dei fiori?

Comunque, se riesci a capire a chi serve il Salone del Libro redigi un articolo che lo spieghi, perché da come ne parlate tu e qualcuna delle altre mi sorge il dubbio che al lettore serva poco, alle case editrici meno e agli autori… boh?

P.S.: ma dai! Sul serio non avete capito a cosa serve il frullatore? A preparare il pesto nel vasetto sulla destra,naturalmente. Se lo sarà portato da casa qualche genovese nostalgico per prepararne dell’altro in quattro e quattrotto, temendo di finire la scorta.
Sti genovesi… 😀

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Barbara Businaro

Mag 27, 2018 at 3:25 PM

…e quando ho letto “una nota impresa di Vicenza” ho pensato: la Dainese!! 😀 😀 😀
Pensa che per lasciare spazio al Salone del Libro di Torino mi sono persa la Pink Run a Padova la stessa domenica e l’evento TEDx a Padova il sabato successivo (ma dopo Torino, non ce la facevo a reggere un’altra intera giornata in fiera, per quanto più contenuta 😛 )
Secondo me il frullatore non è un frullatore, è qualcos’altro di più scientifico, magari truccato da frullatore… 😉

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Calogero

Mag 29, 2018 at 6:34 PM

Forse avrei dovuto specificare TRISTEMENTE nota. Tangentopoli, Expo 2015… Hai presente?

No, non può essere un’astronave mimetizzata adoperata dalla civiltà più piccola della galassia per raggiungere il Salone. Mi rifiuto di pensare che persino gli E.T. in miniatura leggono più di noi italiani!

A proposito (di cosa?), hai visto il mio gravatar nuovo di zecca, sensei?

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Barbara Businaro

Mag 29, 2018 at 7:27 PM

No, E.T. era sempre attaccato al telefono… 😀
Ho visto anche il Gravatar (seppure a quest’ora la mia vista non distingue un lupo da un cavallo… O.O)

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Calogero

Mag 30, 2018 at 8:02 PM

… quando non volava in bici con Drew Barrymore.

Il gravatar l’ho messo a posto (il mio secondo lavoretto con GIMP), adesso non dovrebbe somigliare più a un cavallo (forse ce la faccio a farmi la copertina)… anche se ha un che di Camillo Benso, o forse di Charles Darwin prima che si facesse crescere il barbone stile ZZ Top. 😀

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